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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

In difesa della pubblicità

Molti miei amici disprezzano la pubblicità con tutto il cuore, la considerano una forza distruttiva messa in circolo dalle perfide multinazionali per carpirci l’ anima. Ormai so bene dove vanno a parare quando si discute, al punto che potrei riprodurre un dialogo-tipo.

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APOCALITTICO: La pubblicità è un segno dei tempi, e sono tempi grami: una massa di zombie che vive-consuma-crepa consegnando alle generazioni future un pianeta in agonia.

INTEGRATO: Esagerato! E dire che tu, sempre pronto a emettere simili sentenze senza appello, poi ti ritrovi in prima fila quando c’ è da sostenere il valore sociale di giornali e ricerche scientifiche.  Ma la pubblicità, nel suo piccolo, fa la stessa cosa: informa. E’ anche grazie al suo potere informativo che i prezzi si abbassano e la qualità dei prodotti migliora.

 

APOCALITTICO: Se per l’ informazione dovessimo affidarci alla pubblicità, stiamo freschi. Ma lo vedi che lingua parla? Ti sembra un linguaggio atto a informare?

INTEGRATO: E’ un linguaggio efficace, devi ammetterlo. Giornali e ricerche non fanno poi tanto meglio, o mi sbaglio? Sarà per il lavoro che svolgo, ma mi viene in mente il tipico documento puramente informativo: la circolare ministeriale. L’ idea che lo stile più adatto ad informare sia quello mi procura scoppi di ilarità.

APOCALITTICO: Quindi la pubblicità convoglierebbe utili informazioni? Non mi convincerai mai.

INTEGRATO: Come ti spieghi che si concentri laddove c’ è un prodotto nuovo o rinnovato? Se non avesse intenti informativi sarebbe una strategia insensata. 

APOCALITTITCO: Parole, parole, parole…

INTEGRATO: Ok, ma anche studi, studi, studi… Eccone cinque:

http://www.jstor.org/discover/10.2307/3203443?uid=3738296&uid=2&uid=4&sid=21102306187777

http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1300/J026v17n03_04#.UZnJSKKzKuI

http://www.jsad.com/jsad/article/Does_Alcohol_Advertising_Affect_Overall_Consumption_A_Review_of_Empirical_/3811.html

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1468-2354.t01-2-00098/abstract

http://www.emeraldinsight.com/journals.htm?articleid=846002

APOCALITTICO: Non prendiamoci in giro, lo capirebbe anche un bambino, la pubblicità ha un poter persuasivo che distorce le scelte: ti fa fare quel che non vorresti fare. Siamo in tanti a pensarla così. Anzi, non mi sembra vero che ci sia ancora chi si attarda a parlare di “valore informativo”.

INTEGRATO: La tua idea non regge: prendiamo la TV, dove la pubblicità sembra essere più intrusiva e fastidiosa. Se fosse come dici fioccherebbe l’ offerta di canali che propongono  i medesimi programmi della TV generalista senza pubblicità. Chissà come mai roba del genere non si è mai vista e mai si vedrà. Immaginati se Sky-cinema si limitasse a trasmettere gli stessi film mandati in contemporanea  da Canale 5! Non sarebbe concepibile, Sky deve proporre un’ offerta infinitamente più ricca se vuol far sottoscrivere abbonamenti. Evidentemente la gente dice che la pubblicità distorce le sue scelte ma non lo pensa realmente. Anzi, implicitamente ammette che il valore informativo della pubblicità è maggiore del tempo che fa sprecare e di cio’ che si perde guardando un film deturpato come un groviera.  Come se non bastasse, molti consumatori dichiarano di aver acquistato prodotti seguendo l’ informazione commerciale e di non essere pentiti.

 

 APOCALITTICO: Possibile che non ti accorgi delle distorsioni a cui si ricorre? Ci sono pubblicità completamente svincolate dal prodotto. E’ chiaro che ti stanno vendendo un’ altra cosa, ti stanno vendendo un’ identità!

INTEGRATO: Non mi sembra un raggiro, la gente è costantemente in cerca della propria identità, la pubblicità non fa che rispondere a un bisogno reale.

 

APOCALITTICO: Macché “bisogno reale”! Ti formano come consumatore perfetto. Consumerai tutta la vita a testa bassa finché il pianeta affonderà.

INTEGRATO: Intanto l’ “identità” è un bene immateriale che non “consuma” risorse, dal punto di vista ambientale è ad impatto zero! In questo senso voi che combattete per le sorti del pianeta dovreste portare la Pubblicità sui vostri stendardi!

 

APOCALITTICO: Bravo, minimizza, fai finta di non capire, rivolta la frittata. “Intanto” lo dico io: intanto ci sono famiglie che con il loro reddito modesto potrebbero vivere dignitosamente mentre invece, per evitare cocenti frustrazioni, devono procacciarsi costi quel che costi l’ ultimo zainetto firmato.

INTEGRATO: Guarda che le rivalità di status sono vecchie quanto il mondo, prima si risolvevano con guerre, faide claniche e vassallaggio; oggi con le griffe. Mi sembra un bel passo avanti. E chi dobbiamo ringraziare?

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APOCALITTICO: A me sembri fuori dal mondo. Come ti spieghi di rappresentare con le tue opinioni una minoranza tanto ristretta? Chi si occupa con passione di queste faccende giunge a conclusioni ben diverse, stiamo prendendo un abbaglio collettivo?

INTEGRATO: Bel problema. Sicuramente in quel che dite c’ è qualcosa di vero ma forse, poi, è proprio la passione che vi frega: come si vi piacesse giocare a Davide contro Golia offrendo il petto alle armi mortali di un temutissimo nemico che sta asservendo l’ intero pianeta. Parlo naturalmente del laido Sistema Integrato delle Multinazionali, un mostro al quale non permetterete mai di prendere il controllo della vostra vita! Purtroppo, i fatti osservati più freddamente non meritano tanto entusiasmo, vi consiglio quindi di indirizzarlo altrove.

 

Riavvolgere la pellicola

Simon Conway Morris – The deep structure of biology -

***

Oggi Cina e India (un terzo dell’ umanità) hanno adottato architetture istituzionali vicine a quelle classiche dell’ Occidente.

In una parola i cronisti sintetizzano dicendo che si sono “convertite” al capitalismo.

Ma come è possibile che civiltà e culture tanto peculiari adottino poi soluzioni importate da mondi così distanti?

Probabilmente esistono vincoli ambientali legati all’ efficienza che si fanno sentire indipendentemente dalla cultura dei popoli. Se così fosse attendiamo presto una svolta anche nei paesi islamici.

Gli economisti sono soliti parlare di “grande convergenza”, un fenomeno complesso di lungo periodo tale per cui istituzioni economiche anche molto lontane tra loro tenderebbero ad evolvere nella stessa direzione.

Lentamente, sperimentando sia accelerazioni che dietrofront, ma pur sempre nello stessa direzione.

Robert Barro è lo studioso che funge meglio da guida per chi vuole approfondire questa affascinante tematica.

Domanda: quello che accade nelle istituzioni umane puo’ accadere anche per le diverse forme di vita che abitano il nostro pianeta?

Non sarebbe una sorpresa: economia e biologia hanno interagito fin dai tempi eroici di Malthus e Darwin. 

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Ci sono modi alternativi per porre l’ interrogativo della convergenza.

Potremmo chiederci: se la storia del nostro pianeta fosse  un film e noi avessimo la possibilità di riavvolgere la pellicola per iniziare una nuova proiezione, rivedremmo più o meno lo stesso racconto con gli stessi protagonisti?

Ma si puo’ semplificare ulteriormente chiedendo: il mondo è un posto prevedibile?

… in buona parte sì, altrimenti che senso avrebbe la nostra ricerca, quella scientifica in particolare?…

Chi risponde così non si lascia deprimere certo dai molti fenomeni caotici:

… anche un mondo in cui il battito d’ ali di una farfalla provoca uragani è un mondo strutturato in cui è possibile fare previsioni sensate anche se non esatte… la meteorologia, per esempio, è tutt’ altro che una disciplina priva di senso finché mantiene un’ appropriata modestia…

Ma ecco che si profila all’ orizzonte un’ eccezione:

… le scienze servono anche per porre le basi a previsioni magari approssimative ma sensate… eppure si pretende che questo potere svanisca quando parliamo di biologia evolutiva… ventilare delle ipotesi sull’ evoluzione futura delle specie ha l’ aria di violare il sacro dogma del caso come unico gestore degli organismi vitali… l’ evoluzione non deve seguire e non seguirebbe nessun sentiero… sarebbe un processo cieco con un punto d’ arrivo indeterminato…

In effetti i meccanismi dell’ ereditarietà genetica sono imperniati sulle “mutazioni”, ovvero su un fenomeno completamente casuale.

Tuttavia l’ evoluzione biologica non è fatta solo di ereditarietà:

… sembra sempre più chiaro che anche i processi evolutivi siano in qualche modo vincolati se non prevedibili…

Quando il dinamismo della vita naturale appare “indirizzato” si parla di “evoluzione convergente”:

… pensate solo all’ occhio dei cefalopodi e dei vertebrati… è un meccanismo estremamente sofisticato e molto simile nelle due specie… eppure si tratta di specie molto distanti tra loro da un punto di vista evolutivo… parliamo di lignaggi debolmente imparentati… E’ praticamente certo che il loro antenato comune non avesse occhi… evidentemente i processi evolutivi hanno seguito percorsi convergenti… che hanno elaborato soluzioni evolutive simili per il semplice fatto che erano soluzioni evolutive ottimali…

Ma dell’ intelligenza si puo’ dire la stessa cosa?

… in buona parte sì… l’ intelligenza è emersa spesso in modo indipendente nelle varie specie… il confronto tra l’ intelligenza dei cetacei e quella delle scimmie è noto… per non parlare di quella degli uccelli… la strategia dell’ intelligenza è una nicchia molto frequentata… persino dalle piante!… una nicchia in cui l’ uomo eccelle…

Lo studio dei processi evolutivi è ben lungi dall’ esaurirsi, chi lo intraprende sa bene che esistono molte tematiche ancora apertissime:

… c’ è quella relativa al gene egoista, quella relativa alla selezione di gruppo, c’ è chi si dedica all’ applicazione della teoria dei giochi, chi si concentra sulle grandi estinzioni… poi c’ è anche chi studia gli effetti di lungo periodo e i fenomeni di evoluzione convergente…

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Charles Darwin ereditò da nonno Erasmus, un deista, sentimenti e ideali progressisti:

… è nella nostra natura migliorare la nostra condizione e le nostre conoscenze… la vita sulla terra si configura come un continuo progresso… dal blob iniziale alla meraviglia dell’ uomo…

Per Erasmus il mondo aveva un fine che perseguiva pervicacemente attraverso un progresso graduale.

… una credenza differente da quella del coevo William Paley, per il quale il fine della vita era stato progettato e risiedeva nelle intenzioni divine…

Erasmus concentrava il suo sguardo in avanti, Paley indietro.

… già da subito molti cristiani considerarono datata la concezione di Paley e finirono nelle braccia di Darwin…

La posizione di Erasmus traspare in modo chiaro nelle parole del cardinale Newman:

… credo nel progresso della vita perché credo in Dio ma non credo in Dio perché vedo un progetto che va realizzandosi…

Una prospettiva affascinante che non seduce solo i credenti, anche Herbert Spencer sarà ben felice di collegare due concetti come “progresso” e “evoluzione”.

D’ altronde, il concetto darwiniano di “selezione” si concilia con quello di “progetto in costruzione”, purché ci si converta dall’ idea di “progetto” così come era concepita da Paley a quella di “progresso” elaborata da Erasmus e da Newman.

… Darwin credeva in Dio e fu deista come suo nonno…

L’ evoluzione progredisce? Ci sono parecchi indizi che sia così ma in ultima analisi bisogna crederlo proprio come bisogna credere che una società libera sia destinata a progredire:

… i processi di adattamento conducono a forme di progresso… gli organismi e le diverse linee evolutive sono in competizione tra loro e quel che succede nel lungo periodo è che alcuni riescono a prevalere sugli altri… non si tratta di miglioramenti assoluti ma relativi all’ ambiente che funge da filtro… non si tratta di adottare soluzioni ottimali ma solo migliori rispetto a quelle dei rivali… molto spesso diverse specie puntano sulla medesima soluzione… è del tutto normale che accada visto che fronteggiano lo stesso ambiente… ovvero lo stesso problema…

Per Darwin, comunque, questi “meriti relativi” erano più che sufficienti per vedere nella natura una qualche forma di progresso e per considerare il cervello umano come un punto d’ arrivo dei processi d’ adattamento:

… il mondo di Darwin era profondamente finalizzato anche se in  modo non tradizionale… per chi vedeva nell’ evoluzione un avanzamento progressivo verso una meta, ebbene, la descrizione darwiniana si rivelava particolarmente aperta a questa sensibilità…

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Dai tempi di Darwin la teoria è maturata ma puo’ veramente dirsi cambiata sotto questo punto specifico?

… oggi alcuni studiosi come Stephen Jay Gould si discostano dal maestro negando risolutamente che i cambiamenti in natura possano mai avere un fine… per i “gouldiani” la vita è mera contingenza…

Ma è questa la voce ufficiale dell’ evoluzionismo contemporaneo?

… chiaramente no… se noi pensiamo ai processi in termini di adattamento… I darwinisti contemporanei supportano l’ idea di evoluzione vincolata da un disegno non meno e forse più di Darwin stesso… e questo anche se non si puo’ negare che molti scienziati evoluzionisti abbiano rotto con il darwinismo ortodosso

George Williams (uno che dei preti amava solo ascoltare l’ “andate in pace”):

… ogni volta che penso al cambiamento come adattamento funzionale dovuto alla selezione ambientale mi viene naturale usare termini che richiamano alla mente concetti vicini a un progetto intenzionale…

Simon Conway Morris è il paleontologo che più di tutti oggi  lavora per rinfrescare una visione darwiniana da opporsi a quella gouldiana:

… solo certe aeree (nicchie) dello spazio morfologico possono favorire la vita… la selezione naturale preme per favorire l’ occupazione efficiente  di queste nicchie indirizzando di fatto gli organismi verso di esse… quindi, se le nicchie esistono, presto o tardi verranno occupate… ma piuttosto “presto” che “tardi” considerata la mano invisibile che è in azione e sospinge la vita in quel senso…

SCM ci mostra innumerevoli casi in cui la storia della vita ha mostrato forme di convergenza. Inutile fare elenchi noiosi, giusto un esempio trattato nel libro:

… le zanne a coltello sono un caso classico… si svilupparono sia nelle specie a placenta del nord America sia nei marsupiali del sud America… due specie molto lontane dal punto di vista della parentela evolutiva… evidentemente c’ era una nicchia che favoriva un certo tipo di predatore e una soluzione simile attecchì su lignaggi ben diversi…

La storia della vita non è una roulette ma è fortemente vincolata alle pressioni ambientali:

… una catena ben precisa di specie è destinata ad emergere così come è destinato ad emergere anche l’ uomo… che con i suoi occhi, i suoi orecchi, occupa nicchie già occupate efficientemente da altri ma con la sua intelligenza occupa una nicchia occupata in modo molto meno efficiente da altri e che attendeva un campione destinato prima o poi ad arrivare…

Per quanto l’ idea di SCM, quella per cui esistono nicchie ecologiche che attendono solo di essere invase, sia assolutamente nel solco del darwinismo classico, c’ è chi obietta:

… le specie non si limitano ad occupare le nicchie ma contribuiscono alla loro creazione…

E’ vero, ma anche Cina e India oltre ad operare sul mercato internazionale contribuiscono a mutarlo radicalmente, questo non mette a repentaglio la loro competitività.

… forse esiste qualcosa che possiamo considerare specifico del nostro pianeta… qualcosa di costante che rende sufficientemente stabili le nicchie… le quali sono scoperte piuttosto che create… l’ evoluzione darwiniana non spiega l’ esistenza dell’ ossigeno e dell’ idrogeno e nemmeno i legami chimico fisici che rendono possibile l’ acqua… se pensiamo alla terra, all’ acqua, all’ aria come a nicchie basiche, allora dobbiamo concludere che si tratta di nicchie date…

Stephen Jay Gould invita continuamente l’ uomo a non montarsi la testa:

… ci sono batteri che hanno fatto molto meglio di noi nella lotta per la sopravvivenza…

Ma l’ uomo ha fatto particolarmente bene nella sua nicchia, quella che valorizza l’ intelligenza, una nicchia che esiste e che aspettava il suo campione. Per questo che SCM, contro Gould, parla di “uomo inevitabile”:

… anche SJG, d’ altronde, ammette che gli organismi semplici come i batteri non possono migliorarsi divenendo più semplici… devono necessariamente puntare sulla complessità… cosicché la selezione naturale esercita una pressione affinché si occupino nicchie via via più complesse…

Se l’ uomo è inevitabile, quali sono le conseguenze?:

… qualora esista vita su un numero sufficiente di altri pianeti, probabilmente esisteranno anche esseri simili all’ uomo…

Ci sono però anche conseguenze teologiche:

… l’ evoluzione convergente ci dice che la vita umana non è frutto di un caso… laddove c’ è vita soggetta ai processi di ereditarietà e adattamento dobbiamo aspettarci anche l’ uomo…

Informazione preziosa, soprattutto se abbinata al fatto che la vita nell’ universo è altamente improbabile. Provate un po’ a tener conto di entrambe le cose e fate le vostre deduzioni!

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E’ strano ma l’ evoluzione vista dal credente assomiglia molto di più a quella dei darwiniani duri e puri che non a quella degli evoluzionisti moderati.

Se Richard Dawkins non si fosse imbarcato in una crociata anti-cristiana, tanto per dire, sarebbe stato un ottimo didatta per i cristiani desiderosi di avvicinarsi ai misteri dei meccanismi evolutivi. Molto più che il moderato Stephen Jay Gould! Il regno del caos che prospetta quest’ ultimo mal si accorda con la teleologia naturale cristiana.

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Tuttavia, il darwiniano duro e puro cerca di liberarsi da contiguità che ritiene compromettenti ripetendo in modo martellante che ravvisare uno scopo nel dinamismo della natura è mera illusione.

… non esiste una direzione indipendente dall’ ambiente… l’ unica direzione assunta è del tutto relativa… e la sua effettiva azione puo’ creare spiacevoli illusioni… progresso? ma progresso rispetto a cosa? gli evoluzionisti moderni non possono parlare di “progresso” in modo sensato…

E’ in questo senso che Richard Dawkins introduce la metafora dell’ “orologiaio” cieco”.

Ma intanto, diversamente da Gould, la presenza di una “direzione” è ammessa, cosicché l’ uomo è considerato inevitabile e anche la negazione di un “progresso” diventa per il darwinista ateo un atto di fede ancor più impervio della sua affermazione. Le parole di Richard Lewontin sono illuminanti in merito:

… noi darwiniani atei prendiamo posizione in favore degli argomenti scientifici dell’ evoluzionismo e solo di quelli in virtù di un impegno precedente in favore del materialismo…

Secondo i darwinisti atei bisogna distinguere tra direzione e scopo, chi ravvisa uno scopo è in preda a illusioni, illusioni, del resto, che hanno la loro brava spiegazione:

… la selezione naturale ha chiaramente avvantaggiato i comportamenti ben motivati… ovvero le menti allenate a rintracciare ovunque uno scopo preciso… per questo che ci sembra di vederlo dappertutto, anche nei processi naturali… i darwiniani teisti, per non rinunciare a questo istinto confondono la direzione con lo scopo ma il passaggio dal primo al secondo concetto è velleitario… D’ altronde resta vero che l’ evoluzione convergente si pone saldamente all’ interno del paradigma darwiniano e si presta anche a un’ interpretazione riduzionista…

L’ interpretazione riduzionista della “direzione evolutiva” è sempre ammessa, ci mancherebbe, ma chi non coglie nel passaggio citato una strategia difensiva?

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Potrei concludere dicendo che il lavoro di SCM non costituisce una prova scientifica in favore dell’ esistenza di uno “scopo” nella natura…

… tuttavia, il fatto che esistano pressioni in grado di indirizzare la vita non puo’ essere negato… e il fatto che si tenti di capire come agiscono queste pressioni è nell’ istinto di ogni scienziato… un istinto vicino a quello dell’ uomo religioso il quale, intuendo anch’ egli la presenza di una direzione, la interpreta nel senso di scopo superiore… fornendo una visione che l’ uomo di scienza non puo’ provare ma puo’ facilmente capire e condividere…

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Libertari, ultima chiamata.

Vuoi convertirti all’ anarchia?

Il modo migliore per farlo è leggere l’ ultimo libro di Michael Huemer, The Problem of Political Authority: An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey.

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MH non ha teorie da proporre, rinuncia a definire cosa sia la libertà o cosa sia la proprietà personale, evita con cura d’ imbarcarsi in ragionamenti sopraffini quanto astratti, chiede piuttosto al lettore di meditare su un fatto.

FATTO: Giovanni ha un problema: non riesce a sopportare che molta gente stia al mondo in perenne stato di bisogno. E’ un sentimento nobile il suo, e per questo sentimento riscuote l’ ammirazione di molti. Ma Giovanni non si limita ai sentimenti e passa presto all’ azione dedicando di fatto tutto il suo tempo libero al volontariato presso una ONLUS della sua città. Nonostante questa scelta lo appaghi, nota che ci vorrebbe molto di più per alleviare in modo significativo le molte sofferenze inique con cui entra in contatto giorno per giorno. Chiede ai vicini di collaborare attraverso delle donazioni decidendo al contempo di sequestrare e imprigionare nella sua cantina chi non è disposto a farlo in un modo che lui reputa adeguato.

OSSERVAZIONE: Chiunque legga una storia del genere condanna il comportamento di Giovanni. La sua voglia di aiutare il prossimo e commendevole ma le sue pratiche estorsive ripugnano al buon senso e fanno di lui un pericoloso fanatico. Possiamo chiedere a un berlusconiano, a un fascista, a un comunista, a un terzomondista, a un sincero democratico, a un liberista, a un nazionalista, a un idealista, a un pragmatico, a un conservatore, a un progressista… possiamo chiedere a chiunque e la risposta sarà sempre di ferma condanna. Una condanna che prescinde l’ ideologia di provenienza e la simpatia istintiva che si prova verso il generoso Giovanni.

LA DOMANDA DI MICHAEL HUEMER: perché chi condanna tanto fermamente Giovanni poi tollera, e magari loda, soggetti che tengono un comportamento analogo? Esempio: lo Stato?

Cosa dà al governo statale il diritto di comportarsi con modalità che se fossero osservate da chiunque altro sarebbero oggetto di dure reprimende?

***

I filosofi della politica, imbarazzati da questo semplice quesito, hanno elaborato nel corso dei secoli alcune teorie per aggirare l’ ostacolo:

… c’ è chi ha parlato di contratto sociale… come se  fossimo legati da un accordo… lo stato non è che un contratto, si dice… il problema di questo approccio è che un contratto del genere non esiste nella realtà… neanche in forma implicita… come si puo’ porre in modo credibile a fondamento della nostra vita condivisa qualcosa che non esiste?…

Altri hanno puntato sull’ elemento democratico:

… ma l’ elemento democratico di per sé non conferisce alcuna legittimità… la cosa è palese… se Qui, Quo e Qua vogliono esibirsi in un quartetto d’ archi non possono costringere Paperino a studiare il violoncello con la minaccia delle armi adducendo che la bizzarra vessazione è stata decisa da tutti gli interessati a maggioranza qualificata ed è quindi legittima…

Un precetto etico non sarà mai accettabile per il solo fatto che è stato deciso a maggioranza.

Molti pragmatici seguono Hobbes: senza un governo la società degenera in una lotta di “tutti contro tutti”, anche i tipi più bonari si trasformano in brutti ceffi.

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… ma una teoria del genere legittimerebbe solo una parte infinitesimale del potere che oggi il governo pretende di esercitare e che noi gli riconosciamo senza sollevare grandi obiezioni… Non serve nemmeno discuterla nel merito – e ci sarebbe molto da discutere – per ritenerla inadeguata a giustificare cio’ che ci preme giustificare…

***

Stringi stringi, la domanda tipica a cui deve rispondere chi si occupa di filosofia politica è questa:

… il governo politico dovrebbe avere vincoli morali simili a quelli che sono tenuti ad osservare gli agenti privati…?

… poiché il buon senso ci dice che tutti dovremmo essere sottoposti ai medesimi vincoli morali e che non esistano soggetti “moralmente superiori”… dobbiamo concludere che in politica l’ unica posizione compatibile con il buon senso è quella libertaria… giusto l’ evidenza palmare e solidamente dimostrata di costi elevatissimi potrebbe indurci a deviare dal solco libertario…

***

Provo un’ empatia istintiva con le posizioni di MH perché evita abilmente sia le presuntuose petizioni di principio che il sofistico conseguenzialismo.

La teoria dei diritti naturali non è necessaria, cosicché i vari contro-esempi che la confutano non disturbano. L’ utilitarismo non è tirato in ballo, cosicché tutta la sequela di debolezze che lo minano non rileva.

Non è necessario definire con il bilancino i limiti della libertà personale, non occorre nemmeno avere una teoria della proprietà.

Delle semplici analogie bastano e avanzano.

MH si limita a porre degli esempi che il buon senso e l’ intuizione etica di ciascuno risolve senza difficoltà – vedi il caso di Giovanni –, dopodiché ci viene chiesto semplicemente di seguire le regole intuite dal buon senso anche in casi analoghi a quello proposto.

MH non è dogmatico: quando il danno che deriva dal seguire le regole del buon senso è palmare, è il buon senso stesso che ci chiede l’ eccezione.

Che Giovanni sbagli ce lo dice il buon senso, che non esistono soggetti moralmente superiori ce lo dice il buon senso… eccetera eccetera

Il buon senso diventa così la radice del libertarismo.

***

Il libertarismo di MH lascia ampio spazio alle scienze sociali.

Torniamo per un attimo a quanto dicevo un attimo fa: “… quando il danno che deriva dal seguire le regole del buon senso è palmare…”.

E chi stabilisce le “evidenze palmari”? Non certo l’ esperienza aneddotica di Pinco Pallino ma i metodi statistici delle scienze sociali.

E’ attraverso di esse che noi siamo tenuti a dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che una certa pratica è socialmente devastante e va quindi proibita.

La pornografia su internet è “socialmente devastante”?

Per molti riduce addirittura gli stupri. Sia come sia non esistono prove palmari che sia “socialmente devastante”, di conseguenza le regole libertarie che hanno radice nel buon senso continuano a valere.

E l’ immigrazione? Idem.

E il libero porto d’ armi? Idem.

E la droga? Idem.

Eccetera, eccetera.

Vi garantisco che un uso rigoroso della statistica riesce a dimostrare ben poco, ovvero, confuta in modo rigoroso chi ritiene di aver dimostrato qualcosa. Potrei sbizzarrirmi con gli esempi: più soldi alla scuola? Devi dimostrarmi che la cosa serve, dice il libertario (mettendo facilmente in dubbio che la cosa sia mai servita in passato). E così per tutto il resto.

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MH convince meno nella seconda parte del libro, quando difende la posizione anarco-capitalista.

Se guardo alla storia delle società umane posso dire due cose:

1. Hobbes ha torto marcio: l’ assenza di governo non produce affatto l’ anarchia del tutti contro tutti ma si traduce sempre in un ordine naturale.

2. Purtroppo l’ ordine naturale che emerge è di tipo clanico e assomiglia ben poco a quello tanto amato dai libertari, potrebbe essere a malapena digerito da un conservatore duro e puro.

[… forse abbiamo scoperto come mai esiste un filo rosso che lega libertari e conservatori: le società che nascono secondo l’ idealizzazione libertaria producono poi valori tipicamente conservatori (famiglia estesa, onore, sangue…)…]

Dei valori libertari c’ è poco o niente. Come ottenerli, allora?

Ho la netta sensazione che per produrli sia necessario affidare allo Stato almeno un paio di missioni: coordinare la produzione di alcuni beni pubblici (difesa, giustizia, utilities) e compensare le esternalità evidenti (inquinamento).

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In tutta questa discussione c’ è una domanda che aleggia come un convitato di pietra: se la presenza di un governo esteso è sia irrazionale che contraria al buon senso, perché i governi centrali esistono, persistono e sono ormai una soluzione universalmente adottata?

Per molti il fatto che un governo esista e persista è di per sé qualcosa che lo giustifica.

Questo è un modo per dire che le spiegazioni non interessano, ad altri invece interessano eccome e tentano di darne.

Presso i libertari va per la maggiore questa:

… una volta che lo stato s’ insedia comincia a formarsi una classe burocratico-clientelare che prospera più o meno indirettamente grazie alle attività statali… è una classe composta da persone che conoscono a fondo i meccanismi dello stato e che sono interessate ad estenderne le funzioni quanto più  possibile… l’ azione di queste minoranze organizzate e competenti fa premio sugli interessi della maggioranza ignorante…

Non mi convince: si puo’ prendere in giro qualcuno per molto tempo, si possono prendere in giro molte persone per un certo tempo ma non si possono prendere in giro tutti per sempre.

No, siamo noi a volere lo stato-mamma, solo una sparuta minoranza ne farebbe volentieri a meno. Parlando con amici e conoscenti mi accorgo che sono anche più statalisti dei boiardi ministeriali.

Occorre una teoria alternativa, la mia preferita è questa:

… le persone sono mediamente molto più sconvolte da piccoli soprusi sporadici, anonimi e imprevedibili, piuttosto che da grandi soprusi costanti, identificabili e prevedibili… Gli anarchici sostengono che il Governo non si differenzia dal semplice bandito di strada se non per il fatto che il governo dopo averti rapinato senza indossare una maschera non scappa ma resta alle tue calcagna in attesa di rapinarti anche il giorno dopo… non si rendono conto che proprio questa caratteristica spiega il successo dello Stato moderno… infatti, una ragione per cui ci si sottomette alle coercizioni governative sta proprio nel fatto che esse sono relativamente costanti, che i leader di governo siano ben identificabili e le loro vessazioni tutto sommato prevedibili…

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Abbiamo un rapporto strano con il rischio: la sicurezza ci crea dipendenza.

La nostra avversione al rischio cresce fino a diventare una vera avversione alle perdite.

E che problema c’ è?, dicono in molti, in fondo un alto grado di avversione al rischio non esprime altro che una “preferenza” e lo stato è la risposta razionale a questa preferenza del tutto legittima. Avere una preferenza non significa essere in errore.

Bè, devo riconoscere che chi parla così ha solide ragioni.

Ma l’ avversione alla perdita è anch’ essa una preferenza?

Non saprei come negarlo, anche se sembra una preferenza a dir poco particolare. Potremmo chiamarla una “preferenza irrazionale”!

Veramente non saprei dire se il concetto di “preferenza irrazionale” abbia senso, mi sa di no.

Ma giudicate voi, mi limito a chiarire i termini per chi non mastica di queste cose:

1. Avversione al rischio: preferisco intascare 100 anziché 150 perché 100 sono sicuri mentre 150 sono incerti.

2. Avversione alla perdita: sebbene entrambe le ricchezze siano certe, preferisco avere 100 anziché 150 perché per avere 150 dovrei prima ottenere 200 e poi perdere 50. Il dispiacere per la perdita sarebbe tale da non poter essere compensato dal guadagno netto finale, per quanto questo guadagno sia certo.

Non so se l’ avversione alla perdita sia una semplice preferenza o un bias psicologico ma ho la netta sensazione che la metamorfosi dell’ avversione al rischio in avversione alla perdita faccia crescere una genuina domanda di Stato-mamma.

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Il mistero delle tasse sul lavoro

Domanda: “quali sono le tasse che colpiscono il lavoro?”

Risposta semplificata: “tutte”.

Risposta accurata: “praticamente tutte”.

***

Si sente dire in giro che bisogna abbassare le tasse sul lavoro, tutti sembrano d’ accordo su questa priorità.

Ebbene, qui vorrei mostrare che non esiste cosa più facile al mondo.

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Partiamo dalla premessa che mi sembra d’ obbligo, esistono solo due tipi di tasse:

1. Tasse sul lavoro e

2. Tasse sulla natura.

Le tasse sulla natura sono rare, talmente rare che mi sembra non ce ne sia in vigore neanche una.

In teoria è facile concepirle: Esisti? Ti tasso. Ecco una tassa sulla “natura”.

Un’ altra tassa sulla natura è la tassa sull’ altezza del contribuente.

Quando non si tassa la natura, si tassa la ricchezza, e la ricchezza è sempre prodotta grazie al lavoro. Tassare la ricchezza e tassare il lavoro è la stessa cosa.

Le tasse sulla natura sono le più efficienti perché non producono disincentivi: se ti tasso per il solo fatto di esistere o perché sei più alto di un metro e ottanta, come potresti mai eludere la tassazione che ti impongo?

Le tasse sul lavoro invece si possono eludere facilmente: basta lavorare meno.

Una società in cui si lavora poco per paura delle tasse è una società inefficiente.

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Poiché in teoria esistono solo due tipi di tasse – quelle sul lavoro e quelle sulla natura – e il secondo tipo di tassa non esiste in pratica, non c’ è cosa più semplice che abbassare le tasse sul lavoro: basta abbassare una tassa qualsiasi.

Compresa la tanto vituperata IMU.

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In realtà anche le tasse sul lavoro si possono dividere in due gruppi:

1. Tasse sul lavoro, e

2. Sovrattasse sul lavoro.

Le seconde rappresentano una “doppia tassazione”.

Le tasse sul capitale o sulle rendite finanziarie, per esempio, non sono altro che “sovrattasse sul lavoro”.

Anche l’ IMU è da classificare come “sovrattassa” sul lavoro.

Poiché le “sovrattasse” sono ancora peggio delle “tasse”, qualsiasi economista consiglia di tenerle particolarmente basse.

C’ è anche un problema etico: perché certi cittadini devono pagare due volte ed altri una?

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Cerchiamo di capire meglio il concetto di “sovrattassa”: se Giovanni compra una casa pagherà l’ IMU.

Ma Giovanni comprerà la sua casa con un reddito di lavoro già tassato.

Il fatto che Giovanni metta lì il suo reddito di lavoro già tassato fa sì che Giovanni, sempre su quel reddito, debba scontare un’ altra tassa, il che si traduce in una sovrattassa sul lavoro.

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Ma le tasse sul lavoro, diversamente da quelle sulla natura, hanno un grave difetto: producono disincentivi.

Di fronte a tasse e sovrattasse Giovanni lavorerà meno e acquisterà un’ abitazione più modesta, oppure acquisterà case solo a prezzi ridotti.

Una domanda di case più contenuta implicherà delle riduzioni nello stipendio del maguttino Giuseppe. Giovanni è riuscito almeno in parte a trasferire le tasse che gravano (e graveranno) sul suo lavoro  (IRPEF e IMU) su quello del maguttino Giuseppe.

Ai nostri fini non cambia molto: sia Giovanni che Giuseppe sono lavoratori e a noi interessava capire che con IRPEF e IMU si colpisce (e si ricolpisce) il lavoro.

D’ altronde è ovvio che sia così: visto che né IRPEF né IMU sono Tasse sulla Natura, non possono essere che Tasse sul Lavoro.

***

Spesso si dice: “bisogna detassare i lavoratori, non i proprietari di casa”, “bisogna abbattere il cuneo fiscale, non l’ IMU”.

Alla luce di quanto appena detto sembrano assurdità: l’ IMU non solo è una tassa sul lavoro ma è addirittura una sovrattassa sul lavoro!

Eppure un fondo di verità esiste, pensateci bene.

L’ IMU colpisce due tipi di lavoro: quello pregresso di Giovanni, nonché quello attuale di Giuseppe.

Mentre per noi qualsiasi lavoro ha pari dignità, per il tassatore non tutto il lavoro è uguale. Il tassatore anela a colpire il lavoro pregresso, ed è facile capire perché.

Le tasse sul lavoro pregresso sono particolarmente efficienti poiché il lavoro pregresso non puo’ essere disincentivato: Giovanni ha già lavorato e non puo’ certo decidere oggi di lavorare di meno.

Colpendo il lavoro pregresso il tassatore puo’ contare sull’ effetto sorpresa: il lavoro pregresso (quello di Giovanni) puo’ essere colpito a tradimento mentre il lavoro attuale (quello di Giuseppe) puo’ essere colpito solo frontalmente “guardandolo negli occhi”.

Colpire il lavoro pregresso è moralmente odioso (Giovanni a suo tempo fece le sue scelte e oggi qualcuno gli ha cambiato le carte in tavola) ma è anche più efficiente (Giovanni non puo’ tornare indietro ed eludere la tassazione o trasferirla su terzi).

L’ IMU per molti è una tassa odiosa, il motivo è facile da capire: 1. è una tassa che, almeno al momento dell’ introduzione, si basa su un tradimento e 2. non è solo una tassa ma addirittura è una sovrattassa sul lavoro.

Detto questo l’ IMU è una tassa che non disincentiva il lavoro atuale quanto il cuneo fiscale, almeno finché non passa un certo periodo dalla sua introduzione.

L’ IMU piace a chi vuole risultati subito qui ed ora. Tra costoro ci sono anche i politici miopi.

***

Naturalmente, una tassa che colpisce il lavoro pregresso (es. IMU), man mano che passano gli anni vedrà sempre più scemare i vantaggi in termini di efficienza poiché non potrà più contare sull’ “effetto tradimento”.

***

Sintetizziamo allora così: 1. l’ IMU colpisce sia il lavoro attuale che quello pregresso, 2. Il cuneo fiscale si concentra invece sul lavoro attuale 3. Le tasse che colpiscono il lavoro pregresso sono moralmente odiose ma, introdotte di fresco, sono anche particolarmente efficienti visto che il lavoro pregresso non puo’ essere disincentivato 4. Man mano che passano gli anni gli effetti della tassazione IMU e quelli del cuneo fiscale tendono a convergere fino ad essere quasi indistinguibili.

Se non ritornerete come bambini…

ARTISTA: e voilà, ti piace la mia ultima opera?

ARTIGIANO: splendida, ma si puo’ migliorare.

ARTISTA: migliorare? E come?

ARTIGIANO: con un’ altrettanto splendida cornice che la esalti. Ci penso io.

ARTISTA: forse non hai tutti i torti, sono nelle tue mani.

Un mese dopo.

ARTISTA: la sai la novità? Ho bruciato tutto, l’ opera che ti avevo mostrato non esiste più. Sono ripartito da zero e questo è il mio nuovo parto.

ARTIGIANO: eccellente… certo che la cornice progettata per l’ opera precedente è inservibile, dovrò predisporne un’ altra. Pazienza.

ARTISTA: e come darti torto! Sai che ti dico? Sento già nuovi “stimoli”, ho l’ impressione che presto servirà una nuova cornice. Anzi, ho l’ impressione che se ti occuperai delle mie creazioni il lavoro non ti mancherà mai.

ARTIGIANO. Bene! Sono qui apposta.

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Justin Barrett – Cognitive science, religion and theology: from human mind to divine mind

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Come pensare al rapporto fede/scienza?

Bè, molti vedono lo scienziato nei panni dell’ ARTISTA e il teologo nei panni dell’ ARTIGIANO: la scienza procede autonoma e la teologia la insegue per fornirle di volta in volta la giusta cornice.

In parte è senz’ altro così ma spesso il rapporto è più diretto: la fede parla direttamente della scienza e la giudica come attività umana. Oppure, e qui ci occupiamo proprio di questo, la scienza ci parla direttamente della fede cercando di spiegarla in quanto fenomeno umano.

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Ci sono scienziati che indagano sul perché siamo religiosi, sul perché seguiamo certi riti, sul perché condividiamo certe credenze con gli altri, eccetera.

Il solo porsi queste domande da una posizione estranea alla teologia desta il sospetto di molti, ma si tratta di sospetti infondati, dettati per lo più dall’ ignoranza.

… le scienze cognitive ci spiegano come pensiamo, come formiamo le nostre credenze e come diamo senso alle cose. Mi sembra che le scoperte in questo campo possano riguardare da vicino gli interessi dei teologi…

Ascoltare cosa ha da dire un “cognitivista” sull’ esperienza religiosa è molto edificante. Spero che i preti lo facciano sempre più spesso, le dritte dello scienziato migliorano la qualità della nostra fede:

… le connessioni tra cognitivismo e teologia sono molte e sono forti…

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Aristotele lo aveva anticipato e la scienza contemporanea lo ripete, gli uomini hanno un tratto distintivo ben preciso: pensano.

… in realtà bisognerebbe dire che riflettono

Che differenza c’ è?

… riflettere implica pensare al proprio pensiero e a quello altrui… prendere decisioni in base agli stati mentali che esistono in noi e che ipotizziamo possano esistere nelle altre persone…

Gli animali sembra proprio non facciano niente del genere: se pensano, pensano quello a quello che vedono (o ascoltano o sentono…). Una differenza non da poco.

Ma del “pensiero” non si occupano i neuroscienziati? Come distinguerli dai cognitivisti?:

… se mi chiedo come mai mia figlia mi ha fatto trovare un fiore sul cuscino dopo che quella serata turbolenta è perché desidero capire le ragioni profonde del suo gesto… un neuroscienziato avrebbe di sicuro la risposta pronta (lo so perché è sempre la stessa): è il suo cervello che glielo ha fatto fare… ma rispondere indicando un’ area fisica (del cervello) che ha subito certe mutazioni è una risposta per molti insoddisfacente… un po’ come se chiedessi: “come funziona il governo degli USA?” e voi rispondeste dicendo che il governo USA si trova a Washington… E’ molto importante sapere che il governo USA si trova a Washington ma saperlo non esaudisce la mia richiesta…

Le neuroscienze si occupano dell’ hardware, i cognitivisti del software. Se il monitor del pc mi mostra un errore, chiedo spiegazioni all’ esperto ma resto deluso se l’ esperto comincia a elucubrare intorno ai semiconduttori e al silicio, sono più interessato al comando che mi consente di uscire dall’ impasse e a come evitare di ripiombarci.

… le scienze cognitive si occupano della mente delle persone e stanno un po’ a cavallo tra psicologia e computer science… con una spruzzatina di linguistica, neuroscienze… antropologia e… teologia!

Già, anche teologia: chi si occupa di “come è costruita” la nostra testa si occupa anche delle idee innate, quelle che pensiamo con più naturalezza. La cosa è “teologicamente” rilevante, vedrete.

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La nostra mente ha dei limiti…

… altrimenti leggeremmo un libro di mille pagine in mezzora…

Li arginiamo ricorrendo alle cosiddette credenze inconsce o “irriflesse”.

A ogni nostra azione è sottesa una credenza ma quasi sempre questa credenza è “irriflessa”:

… poiché possediamo una memoria limitata la mente sopperisce compattando le informazioni in credenze spontanee e all’ apparenza ingiustificate…

L’ 80% delle nostre credenze deriva per esempio da testimonianze non verificate di terzi, è così anche in ambito scientifico.

… per noi il principio di credulità è qualcosa di innato: crediamo agli altri a meno di possedere valide ragioni per non farlo…

Una cosa è certa: questo modo di procedere della mente la conduce a compiere una marea di errori.

… anche le credenze frutto di riflessione sono  spesso errate… per il semplice fatto che sono pur sempre fondate su credenze irriflesse…

La credenza istintiva fa da default alla credenza meditata, la seconda si innesca sulla prima e non c’ è modo di svincolarle:

… l’ intuito ci tradisce spesso, lo si ripete in continuazione ed è vero… non si ripete abbastanza che non abbiamo a disposizione altro che l’ intuito per fondare la nostra conoscenza…

Esistono alcune forme di intuito universali, tutti noi le possediamo.

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L’ uomo è un animale “avido di senso”, chiede sempre “perché?”…

… e siccome le cose da conoscere sono tante… troppe… si cumulano una serie impressionante di credenze irriflesse che sopperiscono alla capienza mnemonica…

Per scoprire i meccanismi fondamentali della mente la cosa migliore è guardare ai bambini:

… se il corpo delle credenze del mondo adulto è molto variegato, per i bambini le cose stanno diversamente…

***

Anche i bambini sono “avidi di senso”; i bambini sono dei “ricercatori naturali”, ce lo ha spiegato con dovizia di particolari Alison Gopnik (ht diana), ma fermarsi a questa conclusione sarebbe sbagliato, bisogna aggiungere che la loro ricerca segue direzioni ben precise.

Innanzitutto i bambini posseggono un’ ontologia intuitiva:

… tutti i bimbi concettualizzano spazio e oggetti… successivamente distinguono gli oggetti inanimati (statici) da quelli vitali (che crescono)… tra gli oggetti vitali distinguono quelli animati (che mostrano movimenti autonomi) e tra questi ultimi quelli che pensano (che mostrano di avere rappresentazioni mentali al loro interno)…

I bambini sono “essenzialisti”:

… intuiscono che le proprietà visibili di un oggetto derivano tutte da un’ unica proprietà invisibile…

Ci sono per loro idee controintuitive:

… le idee controintuitive sono quelle che mescolano le categorie dell’ ontologia intuitiva: un sasso che cresce, un albero che parla…

***

Anche l’ idea di Dio è controintuitiva.

Ma allora l’ insegnamento religioso richiede forzature?

Le scienze cognitive ci mostrano che è vero il contrario: il bambino non possiede l’ idea di dio ma possiede tutte le categorie per adottarla senza troppe difficoltà.

D’ altronde ne occorrono poche, giusto le fondamentali. Dio è un concetto “modestamente” controintuitivo per il bambino.

Potremmo dire che si adatta bene al suo equipaggiamento cognitivo.

Una cosa è certa: come “teoria del tutto” è senz’ altro la più semplice (vedremo meglio in che senso).

Ma un bambino riesce a concepire l’ infinito? L’ onniscienza, l’ onnipotenza eccetera?

… in buona parte sì… tanto è vero che apprezza molto i supereroi… e Dio non è altro che un super-supereroe…

***

Poiché anche il bambino è avido di senso, è buona cosa indagare le strategie migliori per aiutarlo nella sua ricerca.

Una tra tutte s’ impone: chiamiamola pure “funzionalismo”. 

Il bambino chede: perché c’ è “questo”? Risposta: perché serve a fare “questo”. Il bambino è soddisfatto.

… per un bambino è importante sapere che un oggetto serve a qualcosa di specifico, avere questa informazione appaga la sua sete di senso…

In particolare il bambino è soddisfatto della spiegazione di “qualcosa” quando viene a sapere che quel “qualcosa” serve a “qualcuno”.

Deborah Kelman parla di teleologia promiscua:

… chiedendo a un bimbo perché quella roccia è a punta probabilmente ipotizzerà che è così affinché gli uccelli non si posino alla sommità… o altre spiegazioni del genere…

Tra i bambini si sviluppano molti dibattiti filosofici:

… in genere si tratta di stabilire per cosa è fatto un certo oggetto…

I bambini sono avidi di “risposte teleologiche” e ne offrono a loro volta.

… in età prescolare i bambini sono inclini a vedere il mondo come avente uno scopo e a vedere un essere intenzionale dietro a tutto…

Diciamo che i bambini sono dei complottisti nati (così come i complottisti nati sono dei bambinoni).

… persino gli scienziati se costretti a pensare in fretta mostrano bias in favore di spiegazioni teleologiche, salvo correggersi quando possono pensare con calma…

Francis Crick:

… gli evoluzionisti devono costantemente tenere a mente che il mondo non è progettato ma si è evoluto… capisco che si tratta di una forzatura per la nostra mente ma è una forzatura decisiva per la comprensione del reale…

***

Ai bambini piacciono le storie. Soprattutto le storie con le persone (o con animali antropomorfizzati).

Anche per noi è così, in genere preferiamo le storie in cui delle menti interagiscono:

… la cognizione naturale ci dice che le persone hanno un corpo, una forza vitale (spirito)… una propria specificità (anima) e una coscienza che le rende moralmente responsabili (mente)… con questo materiale è possibile costruire storie affascinanti…

Si tratta di credenze naturali, irriflesse. Ed è certo che senza questi ingredienti sarebbe difficile concepire anche solo Biancaneve.

I bambini sono molto sensibili al fattore mentale:

… ancora prima di parlare… selezionano lo sguardo del genitore, la sua faccia… imitano alcune espressioni di base… vocalizzano in loro presenza… rivolgono i loro occhi nella direzione in cui li rivolge il genitore… al di là delle forme non tutto è uguale… il viso del genitore non è un cespuglio, non è nemmeno il braccio del genitore… è la sede di una mente…

I bambini sono dei “dualisti” istintivi. Presto cominciano a fare cose che un animale forse non ha mai fatto e non farà mai, per esempio:

… Nicola vorrebbe che Giovanni pensi di essere antipatico ad Anna…

Nicola sarà anche un bastardino, però concepisce pensieri “autentici”. Pensieri che hanno per oggetto gli stati mentali altrui. Probabilmente già si mette “nei panni” degli altri.

Aggiungiamoci una precoce intuizione morale:

… pensare a merito e colpa significa pensare alla mente umana…

La cosa è teologicamente rilevante:

… poiché dio è un puro agente intenzionale che giudica le nostre colpe, difficilmente puo’ essere concepito da chi non è in grado di concepire un concetto come la mente altrui…

Il perché della rilevanza lo capiremo meglio dopo.

***

Ogni comunità umana ha da sempre concepito un concetto come quello di Dio, da quanto detto la cosa è tutt’ altro che singolare. E’ un concetto grazie al quale la vita di molti trova un suo senso. Questa è una prova a favore dell’ esistenza di Dio?

Mmmmm:

… l’ ubiquità di Dio nelle culture umane non puo’ indicare il fatto che esiste… anche i quark esistono ma non sono concetti tanto diffusi…

La cosa migliore sta nel cambiare la domanda:

… perchè tutte le comunità umane credono nell’ esistenza dello spazio tridimensionale?…

Forse perché la nostra mente è costruita per pensare in un certo modo.

Ma perché allora l’ ubiquità di Dio?

… lo abbiamo visto con i bambini… l’ uomo è avido di senso e preferisce gli venga servito nella forma di agente intenzionale che sta dietro le cose progettando un piano… è l’ identikit di Dio, almeno quando la cosa a cui dare un senso è l’ universo…

***

Possiamo fidarci delle nostre facoltà cognitive primarie?

… per molti il fatto di ricorrere a credenze irriflesse è sintomo di errore…

In effetti le credenze irriflesse ci conducono spesso in errore. Ma allora perché esistono?

… la credenza irriflessa non è sintomo di errore ma una modalità per gestire gli errori… alcuni errori sono meglio di altri… “better safe than sorry”…

Sembra che il nostro cervello stipuli in automatico una specie di scommessa pascaliana, una pratica che ci sembrava tanto astratta e lontana è invece così intima e vicina.

***

E’ un  peccato che i preti spesso ignorino le scienze. Probabilmente le scienze sono più compatibili con la fede che con le filosofie naturalistiche:

… Il lavoro di Alvin Plantinga dimostra che una scienza affidabile, ovvero prodotta da menti umane affidabili, è più compatibile con un evoluzionismo guidato da Dio che con un evoluzionismo cieco…

Comprendere il “fine tuning” o l’ “evoluzione convergente” rinvigorisce la fede. Ma anche comprendere come funziona la mente umana puo’ farlo.

Dopo aver rinvigorito l’ argomento teleologico, rinvigorisce anche quello cosmologico:

… perché l’ argomento cosmologico giri è necessario concepire l’ universo come un oggetto… per la nostra mente un’ operazione del genere risulta molto semplice…

Come dimostra il lavoro di Johan De Smedt e Helen De Cruz:

… il ragionamento causale che sta alla base dell’ argomento cosmologico è tutt’ altro che arbitrario… lo impieghiamo molto spesso e già nei bambini risulta essere, al fianco del funzionalismo teleologico, una strategia privilegiata per l’ acquisizione di senso…

A queste considerazioni basta poi applicare l’ epistemologia reidiana: ogni intuizione naturale deve essere considerata vera finché non è dimostrata falsa.

***

Ma veniamo a quello che secondo me è l’ aspetto più rilevante dell’ intera faccenda.

Nelle dispute teologiche spesso si sente l’ ateo accusare la controparte: “provami la tua credenza” e di fronte al fallimento di costui si pensa di aver adempiuto brillantemente al proprio compito confutatorio.

… chi studia le credenze irriflesse spesso si limita a sottolineare gli svarioni a cui ci conducono… ma tutte le nostre credenze sono irriflesse o originano da credenze irriflesse… quindi ha poco senso insistere sulla fallacia di queste ultime…

Smantellare le credenze ingiustificate azzererebbe le nostre credenze.

Una posizione insostenibile a cui fa da argine l’ epistemologia reidiana:

… anziché abbracciare uno scetticismo radicale sarebbe preferibile adottare una posizione iniziale di fiducia nelle nostre facoltà cognitive…

Le nostre facoltà cognitive sono “innocenti finché non le dimostriamo colpevoli.

Con un colpo da maestro Reid fa fuori Hume.

Con un altro colpo da maestro il “rasoio di Reid” fa fuori il “rasoio di Ocham”. Per Ocham, a parità di potere esplicativo, il resoconto più semplice è quello che non moltiplica gli enti, per Reid è quello che meglio si attaglia alle nostre facoltà cognitive.

La semplicità di Occham è formale, quella di Reid è sostanzale. Posso dire che oggi siamo tutti reidiani? Spero di sì.

Se lo siamo diventa cruciale indagare sulle nostre facoltà cognitive naturali. Molte diatribe infinite troverebbero lì la loro soluzione. Non si tratterebbe più di stabilire chi ha ragione ma su chi grava l’ onere della prova.

***

… per qualche ragione, quando si spiega il perché crediamo a qualcosa, si è tentati di concludere che quella credenza è falsa…

Esempio: perché la gente crede nell’ anima?

Perché possiede un meccanismo cognitivo che produce questa credenza irriflessa.

Ottima risposta, ma si corre subito a precisare che una risposta del genere nulla ci dice sulla verità della credenza.

… la conclusione più sensata è quella opposta: se il vostro sistema cognitivo produce spontaneamente certe credenze siete più che giustificati a crederle vere salvo prova contraria…

Altro dubbio spesso avanzato:

… poiché la fede deriva da un meccanismo cognitivo e non da un’ evidenza, allora il suo contenuto è inaffidabile…

Ma anche le “evidenze” sono tali grazie a un meccanismo cognitivo:

… la difficoltà dell’ obiezione sta nell’ assumere implicitamente cosa sia evidente e cosa conti come tale…

Altro dubbio:

… se il concetto di Dio è tanto naturale perché esistono tanti dei e tanto differenti tra loro

Sarebbe sbagliato prendere a pretesto questa varietà per ritenere che la credenza in Dio non sia giustificata:

… se al passare di una macchina, Giovanni la ricorda verde, Mauro indaco e Mino glauco, non siamo autorizzati a concludere che la macchina non sia passata di lì…

Possiamo concludere dicendo che tra teisti e ateisti c’ è sempre guerra aperta, e anche quando le cose vanno meglio le conversioni sono poche.

Ma tra teisti e ateisti c’ è anche un’ asimmetria: poiché l’ ipotesi atea è più sofisticata, ovvero meno intuitiva, su di essa grava l’ onere della prova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo maggio di lotta e di governo

il nemico pubblico numero uno è comune: la disoccupazione.

Comune a sindacati, confindustria e governo.

Comune anche l’ arma scelta per aggredirlo: meno tasse sul lavoro.

Questa comunità d’ intenti ci rassicura sulla ritrovata coesione delle forze sociali nel far ripartire la “macchina”.

Ma è anche sospetta: tutti usano le stesse parole ma siamo sicuri che dicano la stessa cosa?

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Bonanni, noto sindacalista:

… bisogna ripartire dal lavoro, non dobbiamo colpirlo ma agevolarlo… meno tasse… è necessario che al lavoratore restino in mano più risorse da spendere per i suoi bisogni… buste paga più gonfie per ripartire con il lavoro…

Siamo sicuri che Bonanni o la Camusso abbiano in mente i disoccupati?

Se penso a un sindacalista preoccupato della disoccupazione mi vengono in mente le volpi a cui si affidano le chiavi del pollaio.

Mi dite quanti disoccupati troveranno lavoro se gli sgravi fiscali beneficiano il lavoratore?

Probabilmente zero: perché dovrei assumere un nuovo lavoratore se per me il costo del lavoro non cambia?

Con buste paga più gonfie, forse qualcuno che prima non lavorava deciderà di farlo, ma nessun disoccupato verrà riassorbito. In gergo si dice che l’ occupazione aumenta ma la disoccupazione resta stabile.

***

Solo una riduzione fiscale a beneficio dei datori di lavoro colpisce la disoccupazione.

E quali sono le tasse “a carico” esclusivo dei datori di lavoro?

Difficile dirlo, di certo l’ Irap ha più chance dell’ Irpef sugli stipendi, ma Bonanni e la Camusso si guardano bene dal parlare dell’ Irap.

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Qualcuno dice: ma buste paga più gonfie rilanciano la domanda!

Sempre che “rilanciare la domanda” non sia poi quel fuoco di paglia che non scalda nessuno, bisognerebbe capire se le risorse destinate a “gonfiare” quelle buste paga sono dirottate  da risparmi improduttivi.

Ebbene, a parità d’ indebitamento, in genere sono risorse destinate a spese alternative, quindi avrebbero “rilanciato la domanda” in modo altrettanto dinamico.

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Qualcuno tra i miei amici “di destra” dice che chi non lavora e si lamenta quasi sempre è un “falso disoccupato”, un “disoccupato volontario” (è tale solo perché sceglie di esserlo).

Non dobbiamo preoccuparci troppo di loro, e, in ogni caso, gonfiare le buste paga è utile per combattere il fenomeno della falsa disoccupazione.

Se sono disoccupato perché non trovo un lavoro da astronauta, quando gli operai verranno pagati di più, accetterò mio malgrado di fare l’ operaio togliendomi dall’ esercito dei disoccupati e cessando così di fare lo “schizzinoso”.

Se ero disoccupato solo per il fatto che il lavoro non mi è offerto nella mia città, forse una busta paga più pingue puo’ aiutarmi.

Se ero disoccupato perché il sussidio di disoccupazione è tanto comodo, forse una busta paga più pingue puo’ convincermi a cambiare idea.

***

Io penso invece che gran parte della disoccupazione sia autentica.

La disoccupazione è molto dolorosa, difficile sia volontaria. Le ricerche sulla felicità delle persone sono abbastanza convincenti.

***

Se la disoccupazione è autentica, ovvero involontaria, va affrontata con i soliti ferri del mestiere, in particolare penso alla legge di domanda e offerta.

La legge ci dice che, in presenza di un eccesso di offerta, il prezzo della merce deve scendere affinché l’ eccesso sia riassorbito.

Ma il mercato del lavoro sembra restio ad accettare questa legge: esiste una rigidità dei salari nominali verso il basso. E’ stato Keynes il primo economista ad accorgersene.

I Keynesiani sembrano rassegnarsi al fenomeno: i salari non possono scendere, punto e basta.

Il sospetto è che, essendo i keynesiani ideologicamente a sinistra dello spettro politico, il retro-pensiero sia: i salari non devono scendere.

Una volta mischiati per benino positivo e normativo, i keynesiani si dedicano a battere vie improbabili.

A destra invece non esistono remore del genere e si studia con fervore il modo di abbattere i salari affinché il mercato del lavoro funzioni esattamente come gli altri.

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Come far scendere i salari nominali e riassorbire la disoccupazione?

Ci sono alcune ricette “di destra” dalla logica inattaccabile: meno regole, meno diritti sindacali, meno salario minimo, meno…

Meno di tutto cio’ e la disoccupazione riceverà un colpo mortale. Capite bene come mai Bonanni o la Camusso non saranno mai nemici mortali della disoccupazione.

Il funzionamento del mercato è in gran parte inquinato da queste incrostazioni che generano disoccupati a go-go.

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Ma c’ è anche un’ alternativa che a destra non si prende mai in considerazione: più inflazione.

In periodi recessivi l’ inflazione è spesso il modo più efficace per diminuire i salari reali quando quelli nominali sono rigidi.

Poiché l’ imprenditore è in grado di adeguare i suoi prezzi al costo della vita, l’ inflazione diminuirà il costo reale del lavoro riassorbendo le eccedenze, proprio cio’ che la destra vuole.

In passato qualcuno ha definito l’ inflazione come una tassa, da qui il paradosso: più lavoro con più tasse sul lavoro.

La tassa che ho in mente è naturalmente l’ inflazione.

I miei amici di destra sono preoccupati: ma che c’ entra l’ inflazione con il libero mercato?

Dimenticano che esiste una Banca Centrale.

Chiedo loro: che c’ entra la Banca Centrale con il libero mercato?

Forse che una politica della banca centrale tesa a targetizzare il tasso d’ interesse a breve è più “pro-market”? Oppure lo è una politica che stabilizza la crescita di M2? Oppure lo è una politica che congela la base monetaria?

Secondo me la politica della Banca Centrale più “pro market” è quella che stabilizza il PIL nominale, e in periodi recessivi questo significa solo una cosa: più inflazione. Da cio’ derivano salari reali più bassi, quindi più lavoro e più crescita.

 

Punire il femminicida

Il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini recentemente ha scritto un’ accorata lettera al Corriere della Sera per prendere di petto una volta per tutte l’ emergenza che in queste ore sta mettendo a dura prova le sorti del Bel Paese, parlo dell’ emergenza femminicidio naturalmente.

Il Presidente auspica che il fenomeno venga affrontato per via legislativa: Governissimo e Parlamento devono farsene carico al più presto.

Nessuno sa con esattezza cosa ci sia dietro espressioni quali “per via legislativa” ma è possibile prevederlo: pene più severe. Meglio se esemplari.

Detto in altri termini, il criminale che si macchierà di “femminicidio” sarà punito più severamente del criminale che, ad esempio, si limiterà ad uccidere una donna.

Il primo ad appoggiare in modo entusiasta l’ appello è stato il pimpante Aldo Cazzullo che settimana scorsa leggeva i giornali a Prima Pagina.

Il giornalista ha alzato al cielo le sue strilla di giubilo giustificandole poi così: trattasi di atto “particolarmente odioso” che merita pene “particolarmente severe”.

Una motivazione particolarmente ideologica, mi viene da dire.

E vista la carica altamente ideologica  che ha sempre contraddistinto una figura come Laura Boldrini, sono portato a pensare che la giustificazione della sua richiesta non si discosti in modo significativo da quella del Giornalista Unico di vedetta questa settimana nell’ inespugnabile fortino di Radio Tre.

Eppure scommetto che anche per due “smart” come il giornalista Cazzullo e la Presidente Boldrini sarebbe imbarazzante presentarsi al cospetto dei parenti di un assassinato a sangue freddo nel corso di una rapina dicendo che in fondo cio’ che ha subito il loro congiunto non è un trattamento “particolarmente odioso”.

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Purtroppo (per LB) i criteri con cui di solito si stabilisce l’ equità di una pena non comprendono l’ “esemplarietà”.

L’ ideologia dovrebbe essere bandita da materie tanto delicate e gli atti simbolici dovrebbero di conseguenza lasciare spazio agli atti razionali.

Stabilire l’ equità di una pena inflitta non è come indire un “giorno della memoria” all’ ONU, la sensibilità al simbolico deve cedere il passo al pensiero ordinato. C’ è poco dai giochicchiare con i simboli quando in ballo c’ è la vita delle persone.

Di sicuro la sede in cui si stabilisce l’ equità della pena non è la sede ideale per allestire la vanitosa sfilata dei “buoni” di professione.

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Ma come si calcola una pena equa?

La pena equa è decisa da un membro molto particolare della società. Un soggetto costruito a tavolino e che non esiste nella realtà, un soggetto che dobbiamo raffigurarci facendo uno sforzo d’ immaginazione. Potremmo chiamarlo Decisore.

Se la comunità fosse costituita dai soggetti x, y e z, il Decisore prenderebbe dapprima le sue decisioni in materia di pena equa, e solo successivamente, in modo completamente casuale, scoprirebbe  la sua reale identità che potrà essere indifferentemente x, y o z.

In gergo si dice che il Decisore agisce dietro un velo d’ ignoranza.

Un soggetto del genere non è né maschio né femmina, né ricco né povero…  Non è nulla del genere, o meglio, non è ancora nulla del genere; nel momento in cui decide non ha nemmeno un corpo!

Ideologismi e moralismi sono finalmente tolti di mezzo, il Decisore è un egoista razionale. Ma un egoista molto particolare che non puo’ trascurare gli interessi di nessuno visto che in lui collassano gli interessi di tutti.

FEMMMMMM

La pena equa selezionata dal Decisore per ciascun crimine sarà dunque scelta soppesando alcuni parametri chiave.

1. VITTIMA/COLPEVOLE.

Nella sua vita incarnata il Decisore potrebbe ritrovarsi ad essere un criminale, pensando a questo ci andrà piano nel prevedere pene eccessivamente severe.

Ma potrebbe essere anche una vittima potenziale in grado di scamparla se solo la pena fosse sufficientemente elevata da offrire una deterrenza efficace.

E’ da questo tira e molla che nasce la pena equa.

In altri termini, il Decisore, da dietro il suo velo, è sia vittima che carnefice. Dentro di lui potenziale vittima e potenziale carnefice contrattano animatamente.

2. DANNO/VANTAGGIO.

Se i danni derivati alla vittima saranno ingenti, nel decisore la voce della vittima cercherà di orientarlo con forza verso una pena aspra; ma se i vantaggi derivati al colpevole saranno ingenti, il Decisore sentirà forte una voce che sponsorizza pene lievi.

Per cogliere meglio il punto: uccidere un ragazzo nel fiore degli anni e pieno di vita non è esattamente come uccidere  un aspirante suicida. Anche se sempre di omicidio si tratta.

3. APPLICABILITA’.

Se il colpevole puo’ facilmente sfuggire alla sua sorte, la vittima desidererà compensare questo pericolo con pene più severe; d’ altro canto, il potenziale colpevole tollera la richiesta di pene più severe quando sa che le vie di fuga sono molte.

Si tratta di un fattore in cui gli interessi di potenziale colpevole e potenziale vittima sono allineati.

4. RECIDIVA.

Anche qui gli interessi sono allineati: se riteniamo che ricadere nello stesso delitto sia poco desiderabile sia per la vittima che per il colpevole, è giusto auspicare pene tanto più severe quanto più questa possibilità è concreta.

Se un delitto non verrà mai commesso di nuovo dalla stessa persona, perché punirla con un sovrappiù di pena?

5. COSTOSITA’ della pena.

Applicare la pena è costoso. La galera non sarà un hotel a cinque stelle ma ha pur sempre un costo che di solito viene accollato alle potenziali vittime.

La potenziale vittima razionale pensa in questi termini: se una pena ha scarso potere deterrente meglio abbassarla, si risparmierà almeno sui costi.

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Vediamo ora come i quattro fattori salienti impattano nel confronto tra femminicidio e semplice omicidio (magari di una donna).

1.

Sarò vittima del crimine?

Ecco cosa si chiede il decisore da dietro il suo “velo”.

Se il crimine in questione è l’ omicidio da rapina, allora è praticamente impossibile rispondere. Chiunque, per esempio, puo’ essere vittima di una rapina che si conclude tragicamente. Come escluderlo a priori?

E nel caso del femminicidio?

Non dirò certo che uno si va a cercare certe compagnie ma di sicuro in un caso del genere gioca un ruolo anche la discrezionalità della vittima: ma perché non lo molli prima un tipo così? Anzi, perché hai cominciato a frequentarlo contribuendo ad intrecciare con lui un rapporto tanto morboso?

Una discrezionalità del genere è opinabile ma di sicuro non esiste, per esempio, nell’ omicidio in seguito a rapina.

Mi hanno rapinato e mi hanno ucciso. Certo, potevo starmene a casa anziché andare al cinema, ma…

Chi rinuncia a vivere ne uscirà sempre incolume ma chiedere una simile rinuncia è palesemente assurdo.

Il Decisore ragionerà allora in questi termini: scampare al femminicidio sarà per me possibile, qualora sentirò “puzza di bruciato”, forse saprò tirarmi indietro.

Ed ecco che le probabilità di essere vittima di femminicidio si abbassano di un pelino a parità di tutto il resto.

Ricordiamoci che nel Decisore il potenziale colpevole spinge per abbassare la pena incontrando l’ opposizione della probabile vittima; se la probabile vittima si accorge di essere un po’ meno probabile di quel che pensava, rilasserà le sue pretese.

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C’ è poi il caso dei “colpevoli innocenti”.

Nel Decisore, oltre alla voce del potenziale colpevole, parla anche la voce del potenziale innocente dichiarato colpevole. Entrambi questi personaggi fanno le medesime rivendicazioni.

L’ interesse dei due è allineato e diventa importante isolare quei crimini dove l’ errore giudiziario è più probabile.

Esiste il rischio che un innocente venga condannato di omicidio?

Naturalmente esiste in tutti i generi di omicidio. Ma nel caso dei femminicidi il rischio è più elevato visto che la fattispecie non sempre è chiaramente distinta da quella del “semplice” omicidio.

A dire la verità ancora oggi c’ è gente che non ha capito bene come discernere in teoria il femminicidio dall’ omicidio di una donna, figuriamoci quando si passa al caso pratico.

Il Decisore deve tener conto che potrebbe incarnarsi in un colpevole ma deve assommare a quella probabilità la probabilità di incarnarsi in un semplice omicida accusato ingiustamente di femminicidio.

2.

La vittima dell’ assassinio sarebbe stata una persona felice?

Se sì, allora i danni procurati dall’ assassino sono particolarmente gravi.

Difficile comunque rispondere alla domanda: io me ne andavo al cinema e un rapinatore mi ha ucciso. Sarei stato felice? Boh!

E la vittima media dei “femminicidi”?

Anche qui difficile dire, bisognerebbe chiedere allo psicologo.

Probabilmente non si tratta di persone particolarmente abili nella gestione delle relazioni intime e noi sappiamo che la felicità di un soggetto dipende in modo preponderante dalla qualità delle sue relazioni.

Il Decisore dovrà soppesare con cura simili informazioni.

3.

Il femminicidio non è quasi mai un omicidio perfetto.

Il femminicida difficilmente sfugge alla sua sorte. Addirittura è talmente poco desideroso di sfuggire alla sua sorte che spesso si suicida o si costituisce.

Quando va male tenta delle ridicole quanto brevi fughe.

Di sicuro è più difficile catturare chi uccide in modo professionale calcolando tutte le conseguenze del suo gesto, pensiamo solo ai rapinatori professionisti o ai terroristi.

Il fatto che il colpevole non puo’ o non vuole farla franca indebolisce il bisogno di una deterrenza forte della pena.

4.

Sicuramente la recidiva è un rischio a cui sono soggetti tutti gli assassini.

Bisognerebbe chiedere ai criminologi la posizione dei femminicidi rispetto agli altri assassini.

C’ è però un aspetto tecnico che rende la recidiva del femminicidio più difficoltosa: bisogna costruire una relazione minimamente complessa e stratificata per odiare la propria donna fino ad ucciderla. Questo richiede tempo ed energie.

Il killer appena uscito di galera, al contrario, puo’ ricevere ordinativi che lo fanno entrare in azione immediatamente.

5.

Spesso il femminicida è un povero disperato che si augura solo di marcire in galera. Si dirà: e allora non lesiniamo sulle pene!

In questi casi l’ atteggiamento più corretto è quello contrario: le pene verso chi desidera subire pene aspre dovrebbero essere più lievi.

Chi desidera pene aspre non teme la pena. Detto in altri termini, la pena non ha potere deterrente su di lui, ovvero non tutela le potenziali vittime. D’ altro canto la pena ha un costo che le potenziali vittime devono sobbarcarsi. La conclusione è che in casi del genere non ha senso formulare pene particolarmente afflittive. 

FEMMMMMMM

Analizzando i cinque fattori non ideologici sulla base dei quali elaborare una pena equa, non mi sembrano emergere stringenti ragioni per inasprire quelle che colpiscono il femminicida.

E consiglio al Presidente Boldrini di non approfondire la pratica, il rischio è quello di giungere a conclusioni opposte rispetto a quelle verso cui la spinge la tanto amata ideologia.

 

L’ universo al polso

Da che mondo e mondo gli apologeti della religione hanno sempre creduto di avere un asso nella manica da giocare nella partita sull’ esistenza di Dio: l’ argomento (o analogia) dell’ orologio.

Da Cartesio a Boyle, giù giù fino a Paley, si custodiva l’ “arma segreta” con mal represso compiacimento per poi utilizzarla al momento opportuno.

La storiella era sceneggiata all’ incirca così: se rinvenite nel bosco un orologio, cosa vi viene fatto di pensare? Che qualcuno l’ abbia perduto o abbandonato, ovvio. E questo qualcuno dove se l’ era procacciato? Presso il proprietario precedente. E in cima alla catena dei proprietari chi ci sta? Ma è chiaro, il costruttore, colui che ha progettato l’ oggetto e lo ha assemblato grazie alle sue competenze.

Se c’ è un orologio da qualche parte ci sarà anche il suo costruttore, è una necessità. Non puo’ certo essersi assemblato spontaneamente grazie alle forze casuali della natura, un colpo di vento qui e un colpo di vento là. Seee!

E visto che assomiglia tanto a un orologio, lo stesso dicasi per il cosmo: non puo’ esistere senza un architetto che si sia incaricato di progettarlo e costruirlo. Il caso è impotente di fronte a simili prodigi.

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Ma siamo proprio sicuri che il caso non possa fare niente del genere?

In verità lo studio dell’ evoluzione ci ha mostrato che il caso fa miracoli. A lasciarlo lavorare non è da meno dell’ architetto più ingegnoso, e la scoperta ha ringalluzzito gli atei.

L’ argomento dell’ orologio è caduto in disgrazia massacrato dagli assalti ferini di Richard Dawkins e della sua orda.

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I sostenitori del Disegno Intelligente insinuano dubbi facendo notare che in natura esistono orologi particolarmente complicati.

Diciamolo francamente, non mi sembra un’ obiezione di grande rilievo.

In fondo, se il caso fabbrica orologi di media complessità, forse ne fabbrica anche di più complicati. Una volta accettata la prima affermazione come un dato di fatto faccio fatica a respingere in modo convinto la seconda.

La concorrenza dell’ Orologiaio sembra spiazzata una volta per tutte.

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Ma ecco tutto d’ un tratto verificarsi un colpo di scena: gli orologi non si rinvengono solo nei boschi dietro casa!

John Leslie nel suo libro Universes ci ha fatto notare che sono stati rinvenuti anche nei primi stadi del nostro universo.

Molti sono stati rinvenuti addirittura all’ inizio!

Per gli atei ringalluzziti la cosa è piuttosto imbarazzante perché nei primi stadi dell’ universo l’ evoluzione opera con difficoltà e all’ inizio dell’ universo non opera proprio per niente. Occorrono diverse ipotesi ad hoc per risistemare le cose nel senso desiderato da loro.

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John Leslie, come dicevamo, è il filosofo che ha pensato più a fondo questo fenomeno, vale la pena di ascoltarlo.

… il nostro universo contiene tracce di vita … ammettiamo che questo fatto sia altamente improbabile, evidentemente le condizioni di partenza che lo hanno reso possibile sono del tutto particolari e richiedono una spiegazione…

E poiché parliamo di “condizioni iniziali” dell’ universo, l’ evoluzione non spiega nulla.

***

JL si dedica dapprima ad una rassegna delle teorie scientifiche più solide per mostrarci come il nostro universo di fatto sia altamente improbabile. L’ ipotesi che ha formulato inizialmente solo per amor di discussione non è affatto peregrina, anzi, è la più accreditata. Pensando al cosmo, basterebbero infatti piccoli cambiamenti nelle condizioni di partenza per ottenere qualcosa di completamente diverso.

La forza nucleare debole, la forza nucleare forte, la massa delle particelle, l’ elettromagnetismo… sono fenomeni tarati in modo molto particolare e se solo questa taratura differisse leggermente la vita sarebbe impensabile.

La scienza sembra dunque dirci che il nostro universo è altamente improbabile, esiste un consenso ragguardevole sul punto.

Il consenso scema quando si passa alle spiegazioni del fenomeno.

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Prima spiegazione: trattasi di straordinaria coincidenza. Amen.

E’ un po’ come dire che non ci interessa spiegare alcunché. Oppure che la cosa è inspiegabile ed è inutile perderci tempo.

E’ vero, si pensa, la vita andrebbe spiegata ma Darwin ci basta, quel che non rientra nel suo paradigma è inspiegabile per definizione. Lo sostengono molti darwinisti più realisti del re.

Per costoro non ha senso dire cose del tipo “le condizioni iniziali sono improbabili” perché le probabilità si applicano solo a fenomeni osservabili.

Questo modo di ragionare è fallace: implica che se il mondo fosse stato creato da un demone mediante il lancio di dadi la cosa non potrebbe essere descritta probabilisticamente, il che è assurdo.

Inoltre oggi sappiamo, anche grazie al matematico italiano Bruno De Finetti, che  le fondamenta del calcolo probabilistico sono soggettive. Quindi, o si ha il coraggio di espellerlo dall’ alveo della razionalità o lo si accetta per quello che è.

Seconda spiegazione: si osserva sarcasticamente che è un po’ come essere chiamati a spiegare la “meravigliosa coincidenza” per cui il fiume passa esattamente sotto tutti i ponti. Basta “pensare al contrario” e tutti i misteri si rivelano puerili.

Mmmmm. L’ analogia non sembra calzante. Sarà anche una spiegazione a molti “falsi problemi” ma non sembra proprio la spiegazione al “nostro problema”.

Scoprire che i ponti sono costruiti ad hoc sul fiume, in cosa si traduce nel nostro caso? Forse nella scoperta che l’ universo è quello che è per il fatto stesso che in esso esiste la vita? Ma che senso ha?

Qualsiasi forma di vita in qualsiasi universo immaginario sembra altamente improbabile, chi racconta storielle sarcastiche che invitano a “pensare al contrario” sembra non afferrare il punto decisivo.

Terza spiegazione: un Dio buono ha “sintonizzato” l’ universo in modo che in esso emergesse la vita.

Andiamo un po’ meglio, a molti non piacerà ma per lo meno è una spiegazione e sembra adatta al problema per come ci viene formalmente  posto.

Quarta spiegazione: esistono molti universi. In un caso del genere è chiaro che quanti più universi esistono, tanto meno improbabile diventa il fatto che esista un universo che contiene la vita e quindi l’ uomo.

Anche questa è una spiegazione. Altrettanto indimostrata ma pur sempre una spiegazione formalmente corretta.

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Giovanni: se l’ universo non contenesse segni di vita nessuno potrebbe osservarlo e non ci sarebbe alcunché da spiegare. Cio’ dimostra che non c’ è nulla da spiegare.

John Leslie: parli come se ci fosse un nesso causale tra l’ esistenza dell’ osservatore e l’ esistenza dell’ universo ma così non è. E’ vero invece il contrario.

Giovanni: forse non mi sono spiegato, intendevo dire che se non ci fossi stato tu ad osservare l’ universo ci sarebbe stato un altro a dire “che coincidenza meravigliosa!”. E se non ci fosse stato lui ci sarebbe comunque stato un altro ancora. Insomma, la “coincidenza meravigliosa” è un’ illusione. Fammi fare un’ altra analogia: il fatto che chi vince la lotteria abbia una fortuna sfacciata non significa che se qualcuno vince siamo di fronte a una “coincidenza meravigliosa”.

Leslie: calma, la coincidenza meravigliosa non riguarda il fatto che oggi io sia qui ad osservare l’ universo ma il fatto che esista un osservatore qualsiasi in grado di farlo. La coincidenza meravigliosa non riguarda il fatto che esista il nostro universo ma che esista un universo come il nostro, ovvero un universo qualsiasi che ospiti la vita. A vincere la lotteria non è stato il nostro universo specifico ma l’ insieme degli universi “life-containing”. Come te lo spieghi? Puro caso?

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Qualora il nostro universo fosse altamente improbabile restano in campo solo l’ ipotesi di Dio e quella dei “molti universi”.

John Leslie non si interessa molto alle caratteristiche del Dio da ipotizzare. Quello a cui pensa è semplicemente un Dio che sottomette l’ universo alle sue leggi e non è nemmeno necessario che lo crei dal nulla, potrebbe anche essere eterno, nulla cambierebbe.

Il Dio di Leslie è una pura forza ordinativa.

Ma perché un simile Dio fa quello che fa? Perché è buono: ecco un’ altra sua caratteristica. Evidentemente la vita è un bene. Chi è a disagio con queste categorie puo’ tranquillamente assumere che non sappiamo affatto perché il Dio di Leslie fa quello che fa.

Il Dio di Leslie assomiglia al tipico Dio neoplatonico. Un Dio minimale.

***

Se un plotone di esecuzione vi spara e restate vivi perché tutte le pallottole vi hanno mancato, voi cosa pensate?

Pensate al caso?

Probabilmente no. Pensate piuttosto al fatto che vi abbiano risparmiato.

Ma potreste anche pensare che la vostra esecuzione ha avuto luogo miliardi di volte e voi state vivendo il caso specifico in cui tutti i cecchini vi hanno mancato. Tra miliardi e miliardi di casi esisterà necessariamente anche questo caso alquanto singolare. In fondo basta mettere miliardi e miliardi di scimmie davanti a una macchina da scrivere e un sonetto di Shakespeare prima o poi lo si ottiene.

Non è nemmeno necessario che esistano infiniti universi per neutralizzare l’ ipotesi teistica: più universi alternativi esistono, più il nostro universo diventa probabile e quindi spiegabile senza ricorrere alla figura di un Fine Tuner.

Qui è meglio ricordare quanto già si diceva: quando dico “molti universi” intendo “molti universi diversi dal nostro” e non “molti universi simili al nostro”, ovvero universi “life-containing”.

Espongo il concetto in altri termini: ammettiamo che sui protoni rinvenissimo il marchio “made by God”, dovendo escludere un’ incursione di marziani giocherelloni, la cosa potrebbe comunque essere spiegata in termini naturali da chi potesse dimostrare l’ esistenza di “molti universi simili al nostro”. Tuttavia, anche una dimostrazione del genere non basterebbe per escludere l’ esistenza di un Fine Tuner.

***

Adesso, diciamocelo francamente, l’ ipotesi dei “molti universi” è un’ offesa alla semplicità. Perché mai dovremmo formularla?

Eppure è stata suggerita da parecchi filosofi aristotelici nel medioevo e anche da molti scienziati rispettabili: Einstein, Dirac, Eddington, Wheeler, Penrose, Barrow, Tipler…

Nonostante si siano cimentati tanti illustri cervelli, la visione dei “molti mondi” resta piuttosto oscura e proprio perché tale immune da attacchi dettagliati. Si puo’ tranquillamente concludere dicendo che la filosofia non ha fornito argomenti validi per supportare una simile ipotesi che resta bizzarra a dir poco.

***

Vogliamo tirare le somme?

Intimoriti da Galileo e Darwin molti religiosi si affrettano a dire che la religione si fonda sulla fede e non sulla scienza. D’ altro canto molti filosofi si affrettano a dire che l’ argomento dell’ orologio è stato smontato per sempre. Leslie si smarca da questa schiera per affermare che così non è, le cose sono un po’ più complesse e l’ analogia dell’ Orologiaio, espulsa dalla porta, rientra dalla finestra.

***

Ma dove si ferma l’ argomento di Leslie?

Innanzitutto l’ ipotesi di Dio resta in concorrenza alla pari con l’ ipotesi dei “molti mondi”. In fondo molti ritengono “bizzarra” anche l’ ipotesi di un Dio, anche se così consustanziale alla storia dell’ umanità.

Poi l’ universo descritto da JL potrebbe essere un universo di pupazzi privi di libero arbitrio.

Infine, sulla base di quanto detto finore, nulla puo’ essere detto sul fenomeno del male.

Nonostante questi limiti lo sforzo di Leslie resta ancora oggi uno dei più produttivi, vale la pena di ricordarlo.

***

John Leslie – Universes

 

 

 

 

 

 

Rodotà, Zagrebelski, Gino Strada… e il brutto affare di Steubenville.

Stefano Rodotà presidente? Mi butto dalla Torre Velasca.

Gustavo Zagrebelski? Ditemi dove Italo raggiunge la massima velocità che mi lego ai binari.

Gino Strada? Mi faccio esplodere

tweet di Giuliano Ferrara

Vi ricordate i misfatti di Steubenville?: una donna subì uno stupro in stato d’ incoscienza (era drogata). Successivamente venne a sapere della cosa da fonti terze e denunciò i colpevoli che furono prontamente condannati.

Ora, la donna non subì alcun danno fisico, né prima né dopo aveva mai sospettato dell’ accaduto, eppure lo stupratore ricevette una severa condanna. E’ giusto che chi non procura danni oggettivi a terzi venga condannato?

Si dirà: già il solo sapere la verità fa insorgere un costo psicologico.

E’ vero, per quanto questi costi soggettivi siano difficili da quantificare, nessuno puo’ negarne l’ esistenza e la rilevanza.

Purtroppo dare peso ai danni soggettivi ha conseguenze imbarazzanti.

***

Ieri sera, nella sua trasmissione, Gad Lerner ha avanzato a sorpresa le candidature a Presidente della Repubblica di, nell’ ordine, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelski e Gino Strada. A momenti mi prendeva uno stranguglione. L’ ho vissuta come un’ imboscata mediatica che mi ha pervaso di sensazioni estremamente fastidiose. Irritazione e tristezza, dopo avermi circondato, hanno espugnato sia il cuore che il cervello. Una serata di merda, un vero e proprio stato di malessere, è stato come se in preda a un raptus Giletti si fosse smutandato in prime time; averlo saputo prima avrei di certo cambiato canale, queste sono cose che non si fanno, non si molesta così la gente proprio mentre è a casa sua e si gode un po’ di innocua TV prima di andare a letto.

Lerner la chiama “rosa”, io lo chiamo “branco”. Qualcosa da temere e da fuggire.

Comunque sia, Lerner ieri sera mi ha imposto dei costi psicologici non indifferenti, tanto è vero che oggi sono uno straccio, e lo resterò per chissà quanto tempo!

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Che differenza c’ è tra lo stupro di Steubenville e l’ atto di avanzare candidature tanto disturbanti?

In termini qualitativi nessuna: né Lerner con il suo “branco”, né lo stupratore hanno arrecato alcun danno materiale a chicchessia. Tuttavia sia Lerner che lo stupratore hanno indirettamente causato dei costi psicologici a persone che chiameremo “vittime”.

In termini quantitativi molte.

E infatti io non pretendo che Lerner vada in galera, solo che mi risarcisca per i danni che ho subito. Diciamo che cento euro potrebbero bastare. Ok, cinquanta e non ne parliamo più.

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Si potrebbero fare esempi meno “emotivamente coinvolgenti”.

Ammettiamo che Giovanni rubi la mia macchina nottetempo rimettendola dove l’ ha trovata al mattino, senonché vengo a sapere dei traffici di Giovanni grazie a una microtelecamera istallata a bordo. Il vecchio ladruncolo non mi ha imposto alcun danno materiale, bensì un costo psicologico. E’ colpevole di qualcosa? Lo stesso dicasi se Giovanni usasse la casa dove abito a mia insaputa mentre sono in vacanza, avendo cura di risistemare tutto al mio rientro. I costi che sopporto dopo aver scoperto la manovra grazie a una telecamera sono solo psicologici, ma forse è ugualmente colpevole di qualcosa.

Uno vi ferma per strada e vi fa: sono sinceramente afflitto dal fatto che divorzi, o che ti connetti a siti pornografici in rete, o che fai uso di contraccettivi. Con il tuo comportamento mi imponi dei costi psicologici non indifferenti, lo sai?

Rispondete sinceramente: vi sentite forse colpevoli per i danni che avete causato allo sconosciuto? Vi sentite in dovere di rimediare in qualche modo correggendo le vostre abitudini o liquidando un risarcimento?

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Non complichiamoci la vita, sospendiamo le risposte. Limitiamoci a osservare che le situazioni sembrano analoghe e che quindi dovrebbero avere tutte la medesima risposta, qualunque essa sia.

***

Una conclusione decisamente imbarazzante.

E’ un imbarazzo direttamente proporzionale all’ imbarazzante sopravvalutazione di un autore come John Stuart Mill. Fu lui il primo a dire che la mia libertà termina dove inizia la tua. Fu lui il primo a dire che la mia libertà è legittima solo se non arreca danni a terzi.

Si tratta di formule vuote. Di semplicità apparente e di semplicismo reale che i libertari amano ripetere a pappagallo senza rendersi conto che su questi precetti puoi costruire di tutto: dalla società più autoritaria alla società più disgustosamente anarchica.

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Per sbrogliare la matassa è necessario complicare un pochino. Spero molto poco.

La libertà ha almeno due scudi: proprietà e responsabilità.

La proprietà mi garantisce l’ uso esclusivo di alcuni oggetti, la responsabilità mi impone il risarcimento dei danni oggettivi procurati a terzi.

I due scudi sono alternativi, bisogna scegliere quale usare a seconda delle convenienze.

Una scelta non sempre facile, il che, purtroppo, impedisce l’ uso di formule semplicistiche.

Quando si enfatizza la “responsabilità”, la nozione di “danno oggettivo” diventa centrale, quando si usa la nozione di “proprietà”, assume rilievo la nozione di “mera interferenza” nella proprietà altrui.

Quando la nozione di “danno oggettivo” è centrale, allora tutte le situazioni precedenti diventano analoghe, poiché tutte procurano solo un danno soggettivo. Sia lo stupro all’ incosciente che avanzare la candidatura di Rodotà procura costi psicologici a carico delle vittime ma nessun “danno oggettivo” facilmente quantificabile.

Anche se poniamo al centro il concetto di “mera interferenza” le fattispecie sono analoghe, sebbene in senso opposto: lo stupratore ha manipolato il corpo altrui, così come Lerner s’ incrudelisce sul cervello altrui con iniziative altamente disturbanti.

Non resta che una terza alternativa: nei due casi dobbiamo utilizzare scudi differenti giungendo a conclusioni differenti.

Ma come individuare un criterio sensato?

Tesi: conviene usare lo scudo della proprietà quando uno scambio tra potenziale vittima e potenziale carnefice è possibile, tanto più se i danni eventuali non sono quantificabili in quanto soggettivi. Conviene usare lo scudo della responsabilità quando lo scambio è difficile, tanto più se i danni sono facilmente quantificabili in quanto oggettivi.

dannnooo

Mi spiego un po’ meglio.

La proprietà è lo scudo ottimale perché facilita una contrattazione, e contrattando si quantificano in modo ottimale anche i danni più interiori e difficilmente esplicitabili. Quando lo scudo della proprietà non è applicabile si ripiega sulla responsabilità, anche se in questo caso ha senso considerare solo i danni oggettivi per non scadere in arbitri.

Facciamo una caso tipico in cui si slitta dallo scudo della proprietà a quello della responsabilità: anche tra chi guida rispettando il codice ci sarà chi è più e chi meno spericolato; lo spericolato impone un rischio a terzi procurando un costo soggettivo. In questo caso lo scudo della “proprietà” è inapplicabile: non posso certo contrattare con chiunque incontro per strada un risarcimento per il rischio che la mia guida gli impone! Le vittime sono disperse e il costo che sopportano ha una natura intima tutt’ altro che oggettiva. Bisogna quindi ripiegare sullo scudo della responsabilità: qualora procurerò danni oggettivi a terzi sarò chiamato a risarcire.

Ricapitolando: se c’ è scambiabilità dei diritti si opti per lo scudo della “proprietà” a prescindere dal tipo di danni procurati.

Se non c’ è scambiabilità e i danni sono oggettivi, viene comodo adottare lo scudo della responsabilità.

Se non c’ è scambiabilità e i danni sono soggettivi (psicologici), non resta che il buon senso, che spesso significa: liberi tutti e ognuno agisca come crede.

***

Detto questo, veniamo finalmente a noi.

Il costo psicologico che deriva dal sapere di essere state stuprate è difficilmente quantificabile, quindi la cosa migliore è che “carnefice” e “vittima” si accordino autonomamente sul prezzo prima di agire. Se il “carnefice” non lo fa e agisce senza autorizzazione su una proprietà altrui, per quanto non procuri alcun danno oggettivo, ha senso considerarlo colpevole visto che aveva un’ alternativa ottima a sua disposizione.

Ancora: il costo psicologico che deriva dal sapere che la propria casa è stata invasa da terzi è difficile da quantificare. D’ altra parte sarebbe stato facile per gli “invasori” trattare fin da subito con i legittimi proprietari un affitto temporaneo. Quindi, se lo squatter si rifiuta di trattare e “invade” è colpevole a prescindere dalla diligenza con cui rimette tutto in ordine all’ arrivo del proprietario.

Ma come puo’ Lerner trattare con chi si sente profondamente disturbato da provocazioni che forse lui nemmeno reputa tali? Le vittime come me sono tante (spero) ma sono disperse e poco identificabili. Inoltre subiscono un costo interiore che, anche se elevato (e dio sa quanto), non possono dimostrare in modo oggettivo. Né lo scudo della proprietà (trattativa) né lo scudo della responsabilità (quantificazione oggettiva da parte di un giudice) sembra essere applicabile. In questi casi ognuno faccia quel che vuole.

Inutile aggiungere che nella situazione di Lerner sono anche il porno-consumatore, il divorziatore seriale, chi usa contraccettivi, chi non prega regolarmente, chi prega regolarmente eccetera.

***

Vuoi approfondire? Leggi il cap. 15 de: “L’ordine del diritto”. Perché l’analisi economica può servire al diritto” di  David D. Friedman

 

 

 

P.S. Compito a casa: come applicare quanto detto nel post al tema del silenzio/assenso nella donazione degli organi?

Il miracolo della matematica

… Stupende sono le tue opere!…

… venite e vedete le opere di Dio…

… mirabile nel suo agire sugli uomini…

… per questo in lui esultiamo di gioia…

lavagne

Seba e Luca sono stati compagni di scuola, si incontrano casualmente per strada dopo parecchi anni:

Seba: eilà, che piacere vecchio mio. Mi riconosci? Che fai di bello nella vita?

Luca: dopo 5 anni in banco insieme dovrei lasciarmi ingannare da un accenno di stempiatura? Certo che ti riconosco! Sai che mi sono sposato, ho due bambini e ho aperto un negozio di scarpe in centro, vienimi a trovare. E a te come butta?

Seba:  sono ancora uno scapolone impenitente… ma non posso lamentarmi, lavoro all’ università come ricercatore, sai che ho sempre avuto la passione delle statistiche. Oso dire di essere appagato, il mio pallino è lo studio dei trend della popolazione… chi nasce, chi muore, chi cresce, chi si estingue… queste cose qua insomma, forse non ti diranno niente… sembrano cavolate ma anche sulla base dei nostri studi i politici prendono le loro decisioni, tutto cio’ è abbastanza gratificante.

Luca: e ti porti sempre dietro il tuo lavoro a quanto vedo, cosa sono quelle scartoffie?

Seba: bah, hai ragione, sono le “nostre” scartoffie… questa per esempio è una “gaussiana”… pane quotidiano di noi statistici.

Luca: sei sempre stato il primo della classe, ma per me ‘sta roba è arabo… anche se non nego che ‘sto simbolino mi ricorda qualcosa… aspetta…

Seba: ci credo che ti ricorda qualcosa, è un semplicissimo pi greco, esprime il rapporto tra una circonferenza e il suo diametro, ricordi le lezioni con il prof. Caruso alla “Pellico”? Che spasso…

Luca: certo, che ignorante, il famoso pi greco del prof. Caruso. Ma cosa c’ entrano le circonferenze, i diametri e le altre diavolerie del prof. Caruso con i la conta dei morti e dei sopravvissuti?

Seba: per i nostri calcoli ‘sto numeretto è molto utile, e sospetto non solo per noi, anche se, a dirla tutta mi accorgo che non saprei esaudire la tua banale (scusa, eh) richiesta. Il fatto è che non ho la minima idea di cosa possano c’ entrare circonferenze e diametri con la fertilità di una popolazione! Anche se non potrei mai fare a meno di una robina meravigliosa come il pi greco non trovo collegamenti intelleggibili con l’ oggetto dei miei studi… sembra fatto apposta per noi statistici ma di certo così non è visto che per quanto ne so esiste da sempre, ben prima che comparissero i problemi di cui mi occupo. Forse dovremmo chiedere al prof. Caruso.

Luca: sai una cosa? Il fatto che un cervellone come te ammetta la sua impotenza di fronte a una questione tanto elementare un po’ mi consola. Io con le scarpe non ho mai avuto bisogno del pi greco e certe domande non me le sono mai poste.

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Arturo è un bambino molto sveglio, purtroppo i suoi non lo fanno mai uscire dalla sua stanzetta cosicché cresce in casa con l’ unica compagnia dei suoi giochini.

A dirla tutta “molto sveglio” è un eufemismo: trattasi di certosino genio matematico e i suoi genitori-sorveglianti se ne sono accorti da un pezzo. Forse anche per questo hanno messo sotto una campana di vetro il loro unico tesoro.

Ha iniziato a contare molto presto ordinando i suoi giochi e ora che è cresciuto si lancia in ardite speculazioni algebriche. Nessuno glielo chiede, non sembra far fatica. Anzi, si diverte un mondo.

Crescendo Arturo raffina la sua preparazione grazie al genio doc di cui è dotato. Inventa teoremi e scopre autonomamente aree avanzate della sua disciplina preferita. Dal calcolo probabilistico ai numeri complessi, prima o poi la sua mente lo porta ovunque.

Certo che chiuso lì dentro gli stimoli che riceve sono davvero pochi ma a quanto pare basta e avanza il suo entusiasmo. D’ altronde gran parte della matematica non è che un parto della mente e una volta che c’ è la “materia prima” del resto si puo’ fare a meno.

Quando Arturo diventa maggiorenne si libera dalla gabbia costruitagli dai genitori ed esce finalmente nel mondo assetato di conoscenze. La sua innata curiosità lo porta ad interessarsi delle scienze, in particolare della fisica. Ben presto si accorge di una coincidenza meravigliosa: gran parte delle cose che si era “inventato” nella sua cameretta si adattano perfettamente a descrivere un mondo di cui solo qualche mese prima era completamente all’ oscuro. Ma come è possibile? Non puo’ essere un caso, si chiede.

I giochi mentali condotti in solitudine da Arturo sono in qualche modo in relazione al moto dei pianeti e alle reazioni atomiche osservate al microscopio.

Francamente non si capisce cosa diavolo possa collegare le une alle altre.

Si tratta di un miracolo? All’ apparenza sì. Anche il genio di Arturo si sorprende ed è resta incapace di formalizzare il problema.

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Ma cosa c’ entra il pi greco con i trend della popolazione? E cosa c’ entrano i giochini mentali che Arturo ha fatto in solitudine con la descrizione puntuale di un universo mai visto né sentito prima?

Sono enigmi su cui aleggia un mistero noto come “irragionevole potenza della matematica”. Nessuno lo ha indagato meglio di Eugene Wigner, l’ autore del saggio che ho appena letto e che cito in calce.

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Cos’ è la matematica?

Esistono infinite teorie che spiegano un fatto. Il che è come dire che esistono infiniti modelli matematici che possiamo adattare per descrivere la nostra realtà.

Con che criterio scegliamo quello giusto?

La risposta è piuttosto strana. Specie per chi è entrato in contatto con la matematica solo frequentando la scuola.

La “bellezza”, ecco il criterio principe da adottare.

Semplicità ed eleganza in fondo sono forme di bellezza. Il modello giusto è anche il più bello, il più semplice, il più elegante.

La teoria di Tolomeo corretta con gli epicicli rende conto della realtà alla pari della teoria galileiana ma noi consideriamo corretta solo la seconda perché il modello matematico che sottende è più bello (più semplice, più elegante, più…).

Einsten disse che le uniche teorie che vale la pena di accettare sono quelle belle.

Tentiamo ora una definizione della matematica: è la scienza con cui si creano e si manipolano creativamente regole e concetti inventati (o scoperti?) dalla mente umana al solo scopo di sottoporsi a quella manipolazione. Una specie di gioco la cui unica caratteristica consiste nel fatto di essere interessante.

L’ interesse, la meraviglia, la bellezza sono dunque caratteristiche cruciali a cui dobbiamo necessariamente ricorrere quando vogliamo parlare di  matematica.

Una soluzione sbagliata fa perdere d’ interesse alla matematica: che me ne faccio di un oggetto mentale incongruo, considerarlo “vero” mi ripugna! Per fortuna esiste da qualche parte la soluzione giusta in grado di far risplendere di nuovo l’ intero edificio che mi sono costruito nella testa.

Alcuni concetti di partenza possono essere suggeriti dal mondo in cui viviamo (Arturo conta i suoi giocattoli) ma ben presto la matematica si emancipa dal mondo interloquendo unicamente con la nostra mente per poi re-incontrare di nuovo il mondo con coincidenze che lasciano sbigottiti. La parabola di Arturo sarà poco verosimile (difficile che esista un genio tanto grande in grado di fare proprio tutto da solo) ma resta logicamente plausibile e significativa.

Ci sono interi settori della matematica che non hanno (ancora) alcuna applicazione pratica ma i matematici non li abbandonano al pari di  “rami secchi”. Una speculazione matematica non si giudica dalle applicazioni che trova ma dall’ interesse, dallo stupore e dalla curiosità che desta in noi. Le applicazioni prima o poi verranno, sembra strano ma è così, l’ esperienza ce lo insegna.

E’ un miracolo che il ragionamento matematico possa spingersi tanto oltre senza incontrare contraddizioni così come è un miracolo che possa essere tanto utile nel descrivere il mondo fisico quando viene concepito trascurando completamente quel mondo.

Il miracolo, attenzione, non consiste nella potenza di questo strumento ma nel fatto che non abbiamo a che fare con un vero e proprio strumento: difficilmente uno strumento viene inventato (o scoperto) prima del fine a cui è preposto, specie se il fine è tanto complesso e lo strumento così perfettamente adatto alla bisogna.

Cosmologi e fisici quantistici hanno condotto autonomamente le loro osservazioni e quando si è trattato di descriverle hanno trovato una matematica già bella e pronta per lo scopo. Ma “pronta”, ripeto, è dire poco, dovremmo dire “miracolosamente adatta” allo scopo.

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Come far sparire sotto il tappeto l’ imbarazzante miracolo di cui gli scienziati sono testimoni (spesso inconsapevoli: vedi Seba)?

Mark Tegmark sostiene che la “meravigliosa coincidenza” si realizza perché l’ universo stesso è un ente matematico. In questo caso la coincidenza si trasformerebbe in necessità.

Ipotesi ardita, a dir poco.

Altri sostengono che il miracolo sparisce se postuliamo che ciascuno di noi vede nell’ universo cio’ che cerca.

Ipotesi scettica, a dir poco.

Altri sostengono che noi selezioniamo la matematica adatta, il resto è uno spreco.

Ok, il miracolo è ridimensionato nella sua portata ma non certo annullato.

C’ è chi fa notare che in fondo la matematica non spiega tutto, anzi.

Ok, il miracolo è ridimensionato ma non certo annullato.

Alcuni sostengono che l’ evoluzione abbia plasmato le nostre capacità matematiche.

Qui diventa decisivo capire se le verità matematiche siano inventate o scoperte.

Nel primo caso dipenderebbero dalla conformazione del nostro cervello, ovvero da un organo fisico soggetto all’ evoluzione. Nel secondo no.

Il fatto che spesso vengano alla luce senza che servano ad alcunché farebbe propendere per la scoperta: che senso ha inventarsi cose inutili? E’ più sensato che ricercando scopra cose che, almeno al momento, non mi servono.

Oltretutto, alcune di queste verità si presentano come oggettive ed eterne: quando il professore di geometria ci mostra come il rapporto tra circonferenza e diametro sia una costante, non sentiamo certo l’ esigenza che la cosa ci venga confermata dall’ evoluzionista. Una verità del genere ci appare corretta, eterna ed esente da ogni evoluzione, esisteva tale e quale anche prima che comparisse l’ homo sapiens e continuerà ad essere così anche dopo l’ estinzione dell’ uomo. Il nostro cervello è semplicemente in grado di captarne la presenza oggettiva. 

Si tratta di un’ evidenza illusoria? Puo’ darsi, ma l’ onere della prova spetta a chi punta sull’ illusione piuttosto che a chi punta sull’ evidenza. E siccome le prove latitano, teniamoci l’ evidenza, almeno per ora.

Comunque il tema è interessante e chi vuole approfondire puo’ seguire il dibattito tra Alain Connes e Jean-Pierre Changeux. Guardacaso il matematico è per la “scoperta” mentre il neuro-scienziato per l’ “invenzione”, ma poiché si tratta di due “vertici” nelle relative discipline vale la pena ascoltarli.

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Eugene Wigner conclude così: il miracolo con cui un linguaggio intimo come quello matematico aderisce meravigliosamente ad una realtà oggettiva esterna quale quella del mondo fisico resta inspiegabile. Molti di noi sentono il dovere di rendere grazie per un dono tanto concreto quanto poco meritato.

Ma chi ringraziare?

Wigner non risponde. Ringrazia e basta.

Ognuno lo faccia nella sua lingua.

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Eugene Wigner – l’ irrazionale potenza della matematica

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