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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

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Le Università sono fatte per imparare? No. Prova n. 13

Tempo fa ci chiedevamo: ma perché l’ on line e l’ information technology non rivoluzionano il mondo delle università?

Sembra incredibile ma mia nipote frequenta l’ ateneo esattamente come facevo io: avanti e indietro sui treni, magari con un’ ora di lezione fissata al mattino e una al pomeriggio (le quattro in mezzo girovagando in cerca di un angolino per studiare che sia il meno scomodo e freddo possibile).

Eppure, standosene a casa, potrebbe assistere comoda (molto di più che in presenza) alle lezioni dei professori più prestigiosi del mondo. Riascoltarsele e studiare al calduccio nella sua cameretta cominciando da subito senza perdere tempo. Magari interagendo con una compagnia scelta. Magari ordinando, ripetendo e personalizzando gli ascolti come si crede.

A costi bassissimi, la crema intellettuale potrebbe far lezione a moltissimi studenti sparsi in tutto il mondo. Eppure una rivoluzione del genere non sembra essere affatto all’ orizzonte.

Nelle nostre Università, tutto scorre placido, esattamente come se niente fosse successo.

Si potrebbe fare a meno di gran parte della classe docente e di gran parte dell’ “hardware” universitario (immensi e prestigiosi palazzoni stipati di libri e dalla manutenzione costosissima).

Wary Meyers

Questa affermazione potrebbe far drizzare le orecchie, ma io non penso che il blocco innovativo sia da imputare esclusivamente a resistenze di “casta”.

La risposta all’ enigma, per quanto sgradevole, mi sembra invece piuttosto facile: evidentemente le Università hanno poco a che fare con l’ istruzione di chi le frequenta. Il loro obiettivo è un altro.

Ma d’ altronde, basta fare un minimo di introspezione per accorgersene.

Gran parte delle abilità richieste vengono acquisite sul posto di lavoro. Dài, guardiamoci negli occhi, per chi non è così? Il sapere acquisito all’ università, se mai c’ è stato, è da subito remoto e perduto per sempre.

Non voglio con questo insinuare che le Università siano inutili: operano pur sempre una costosissima cernita molto apprezzata dalle aziende.

Per esempio, il sistema universitario indica quali sono i ragazzi più docili, coscienziosi e conformisti. Almeno le università più dure.

Chi non lo sottoscriverebbe?: bisogna avere un’ indole del genere per sopportare anni e anni di duro studio.

Questa informazione, lungi dall’ essere secondaria, è molto valorizzata da chi assume (provate a portarvi in casa un semi-teppista lunatico, magari anche intelligentissimo).

Certo, il costo per ottenere la cernita di cui sopra è decisamente sproporzionato, ma è anche “nazionalizzato” e quindi questo genere di sprechi non interessa il datori di lavoro.

Le aziende, dunque, sono molto sensibili alle informazioni che ricevono dalle università, conviene sempre assumere (e pagare di più) un laureato piuttosto che un diplomato. Cio’ fa sì che la laurea divenga “obbligatoria”, specie quando non si pagano i servizi ricevuti. E per lo più questo genere di servizi non si paga o si paga in misura ridotta!

Chi non vede in tutto cio’ un colossale spreco? L’ unica soluzione sarebbe quella di impedire a gran parte degli utenti di fruire del servizio (test severi all’ ingresso o innalzamento dei contributi), in modo che avere “certi titoli” o assumere gente con “certi titoli” non sia più sentito come “obbligatorio” visto che “certi titoli” sono ad appannaggio di un’ élite.

Quando il pc sostituirà la scuola e la domanda da cui siamo partiti non avrà più senso, forse, sarà un bel giorno.

p.s. che all’ Università non si vada né per imparare, né per insegnare è una delle tesi su cui lavora indefesso il “department of isn’t”.

Armen Alchian: una teoria dell’ accademia

De relato:

I heard Armen Alchian say in class that it was very hard to ascertain how the enormous tuitions at Ivy League-type schools were justifed by education, alone. He stated that he thought most of the value was from helping talented and motivated students find other talented and motivated people to marry.

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Bromuro

Nessuno guarda male chi si lancia in intemerate contro l’ università italica. Sparare a palle incatenate contro un nemico astratto e vago è uno sfogatoio che raccoglie sempre consensi.

Girando per la rete, poi, noto che si tratta di un leitmotiv suonato un po’ in tutti i maggiori paesi.

Che bello, dopo la lettura degli ultimi dati OCSE, potersene uscire trionfanti con l’ annuncio che “stiamo peggiorando” La gioia di suonare questo allarme ci pervade come un brivido. E se “stiamo migliorando” possiamo sempre omettere di dar conto del rassicurante segnale per concentrarci sulla poco dignitosa posizione in classifica. Qualcosa di “vergognoso” si troverà, anche se magari saremo costretti a rovistare tra le appendici.

Più difficile osare l’ inosabile. Per esempio dire che c’ è “troppa istruzione superiore”. Al punto che chi lo fa deve in qualche modo dissimulare l’ argomento per trasfigurarlo, che ne so, nell’ elogio del lavoro manuale.

Possiamo dire tra gli applausi che siamo “male educati” ma non possiamo dire che siamo “iper-educati”.

Alla fine, anche per chi ammette le due verità, il paradigma più rassicurante è offerto da quelle storielle in grado di rendere interdipendenti i due capi d’ accusa: la democratizzazione del sapere universitario ha abbassato il livello rendendo la frequenza delle nostre università scarsamente produttiva, sia per chi ambisce ad una qualità più elevata, sia per chi si ritrova a passeggiare nei lunghi corridoi degli atenei solo perché soggetto a “pressioni sociali” che arrivano da tutte le parti.

Una simile visione è gradita ai fans della “meritocrazia”: basterebbe in qualche modo alzare la qualità dell’ istruzione selezionando i frequentanti. Non è facile, ma per lo meno avremmo un lavoro da fare e dei fondi da allocare.

Cosicché tutti ripiegano su questa storiella pur di non considerare un paradigma ben più inquietante, eccolo: quand’ anche si ponesse rimedio alla “mala-educazione”, non è detto scompaia la “iper-educazione”. Facciamo un esempio: il paese delle “università da sogno” – USA – ha scoperto quanto poco i suoi atenei formino chi intende sbarcare preparato nel mondo del lavoro. In altre parole, il capitale umano che si accumula in quei santuari del sapere è minimo: un semestre potrebbe comodamente sostituire i quattro anni canonici. Conclusione: lì – dove qualità docet – più che altrove la bestia grama della “overeducation” fa sentire il suo morso.

Come darsene ragione? Secondo Arnold Kling andare all’ università è un modo per far capire al datore di lavoro da cui saremo esaminati quanto si è in grado di rispettare la “gerarchia”, per questo bisogna restarci tanto: solo un tempo prolungato offre un test attendibile delle proprie capacità di ossequio:

in hierarchy, signaling respect for the hierarchy is very important…That is, part of the process of getting ahead in academia is showing respect for the academic hierarchy.

I think this offers a potential insight into the signaling role of education. It does not just signal intelligence or conscientiousness, which could be signaled more cheaply in other ways. It signals respect for hierarchy. Thus, large organizations will tend to value educational credentials, while small organizations may not need to do so.

There is no cheap alternative to educational credentials if you want to signal respect for hierarchy. … Any attempt to evade the educational credential system inherently signals a lack of respect for hierarchy!

Gli studi accademici sarebbero dunque una specie di bromuro.

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Strano, perché noi di solito siamo portati a vederli come un fattore “liberante”, una spinta al criticismo più irrequieto; pensiamo, ad esempio, che sia fatale per un paese autoritario ed arretrato garantire un livello educativo elevato alla gioventù locale.

Davvero? Eppure:

Counter to modernization theory, increased human capital [from education] did not produce more pro-democratic or secular attitudes and, if anything, it strengthened ethnic identification.

A quanto pare, anche su questo fronte, la versione accademia/bromuro esce indenne. E’ il caso di approfondire.

 

 

>Foto multicolor della scuola privata italica

>
I dati indicano che gli studenti delle private hanno in media punteggi inferiori (ai test PISA) rispetto a quelli delle pubbliche. L’Italia è uno dei pochi casi in cui questo succede: di solito è vero il contrario. Secondo alcune analisi, la minor performance delle scuole private è dovuta al fatto che esse tendono a reclutare gli studenti meno motivati, quelli che fanno fatica ad avanzare nella scuola pubblica.

Il rigo rosso è opinabile visto che i dati non consentono un raffronto: i test Pisa non intendevano comparare scuole statali e scuole private, cosicchè il campione delle scuole private testato non è per nulla rappresentativo.

A cio’ aggiungerei che la differenza tra statali e private non finanziate (3%) è statisticamente insignificante. Nel grafico, costruito in fretta e furia a fini propagandistici dopo le uscite del Premier, il troncamento delle ordinate oscura l’ irrilevanza del divario.

Tuttavia, e qui ragiono a lume di naso, non mi sorprenderebbe riscontrare risultati simili anche in una vera ricerca.

Cio’ detto non andrebbe trascurato un fatto importante: le private vincono sul piano della consumer satisfaction. Non è poco per chi considera che la Scuola sia fatta per la Famiglia e non viceversa.

Teniamo poi sempre a mente che le nostre considerazioni NON sono svolte coeteris paribus: il costo per allievo nelle private quasi si dimezza!

Vogliamo poi dire che gli esiti dei test INVALSI non collimano affatto con quelli qui riportati? Ma è normale che sia così visto che, lo ripeto, chi ha predisposto questi test non era interessato ai temi che noi qui discutiamo.

Da ultimo, è utile ricordare che la concorrenza delle private giova alle statali: dove sono presenti le prime la qualità media delle seconde si innalza.

Anche il rigo verde sembra attendibile visto che tra le “private” hanno larga parte i CFP, scuole spesso chiamate a svolgere il “lavoro sporco”, quello di recupero drop out e avviamento alla professione.

E poi, sinceramente parlando, (e qui mi affido ancora al “lume di naso”) chi non conosce almeno un caso di famiglia disperata che ricorra alla scuola privata per il figlio lavativo? Con materiale del genere non si possono fare miracoli.

Ma a mio avviso, comunque, il rigo più importante è il rigo azzurro.

Per i noti motivi, in qualsiasi settore il servizio statale è sinonimo di qualità scadente. Non a caso ovunque nel mondo “le private” superano di parecchio “le statali”; è lo stesso buon senso a dirci che non potrebbe essere altrimenti: quel che vale in qalsiasi settore continua semplicemente a valere per la scuola. Perchè allora noi costituiamo un’ eccezione?

Forse perchè la scuola si uniforma alla società dove vivranno coloro che la frequentano.

E allora rileva il fatto che l’ Italia sia considerata il paese delle rendite: se il papà ha una farmacia, il figlio è a posto, anche lui sarà farmacista. L’ unica cosa che gli occorre per sistemarsi è il maledetto pezzo di carta.

Questo vale per molte attività, dal docente universitario al rappresentante di commercio, un posticino attende il figlio di papà o l’ amico… ormai esiste persino l’ albo degli Amministratori di Condominio.

Nelle società poco concorrenziali il pezzo di carta è tutto, e siccome le “private” devono garantirsi la consumer satisfaction fanno i salti mortali per accontentare il cliente.

Al contrario, in società concorrenziali come quelle nordiche o quelle anglosassoni, cio’ che serve è la preparazione; solo garantendo quella si puo’ massimizzare la consumer satisfaction.

Cosa concludere dopo i 12 righi neri di cui sopra?

Mi limito qui all’ insegnamento centrale: virare verso una società più competitiva (ovvero più libera) e investire quante più risorse possibile nella scuola privata.

Mi sembra che il discorso fili sia in teoria che in pratica.

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Per chiudere esprimo una mia opinione personale se chiamato in condizioni ideali a scegliere tra pubblico e privato. Ovunque nel mondo è la scuola privata a fornire l’ eccellenza, ma questo servizio costa; andatevi a vedere le tasse d’ iscrizione degli istituti più esclusivi.

Penso che sia possibile spuntare rette tanto elevate solo perchè la gente tende a sopravvalutare i servizi scolastici. Fortunatamente esiste una consolidata teoria dell’ Accademia che spiega bene questo bias.

In altri termini: non penso che il differenziale qualitativo compensi il differenziale che si riscontra nell’ impegno finanziario richiesto all’ utente.

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Fonti: il grafico con le conclusioni di cui al rigo rosso l’ ho tratto dal sito La Voce info. L’ osservazione di cui al rigo azzurro e la spiegazione di cui al rigo verde le traggo da un articolo sul Corriere della Sera di Maurizio Ferrera. Parecchi righi neri li eredito invece dai vari articoli di Luisa Ribolzi sul sito Il Sussidiario. La teoria dell’ Accademia è abbozzata sul sito Cato Unbound da Charles Murray e Bryan Caplan.

http://www.pietroichino.it/?p=13218

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2010/12/13/SCUOLA-Le-paritarie-abbassano-il-livello-solo-un-idea-falsa-di-Repubblica/133355/

>Scegli il tuo Persuasore Occulto preferito

>Tutto il giorno attaccati alla TV e un cervello che va in pappa, ma la cosa peggiore – dirà qualcuno che mi sembra già di sentire – è che proprio da lì assumono passivamente i loro modelli.

Prima osservazione: se le idee non le prendono da lì, le prenderanno altrove.

Nell’ ammollare Modelli a questa massa di cervelli amorfi, ci sono diversi agguerriti “operatori” in febbrile concorrenza (preti di ogni religione, sette, guru, gang, burocrati, mio cuggino…) ma oggi il più temibile competitore della Pubblicità è il Pedagogo (o Insegnante). Lo trovi sempre in prima fila ansioso di “forgiare” il Futuro della Società.

Nel valutare questa figura dobbiamo andare con i piedi di piompo perchè siamo pieni di pregiudizi (favorevoli) nei suoi confronti. Per quanto lui si lamenti la Pubblicità più o meno occulta della società dei consumi lo esalta, soprattutto agli occhi di noi genitori (vedi P.S. 3).

Come impostare una sinossi fruttuosa della tematica? Volendo fare un’ introduzione lunga un rigo all’ analisi possibile, direi che ogni Modello inoculato nelle tenere menti puo’ creare Indifferenza, Frustrazione e Felicità.

La pubblicità commerciale rifugge dall’ Indifferenza, teme la Frustrazione (anticamera possibile dell’ indifferenza) e, per fidelizzare i suoi clienti, auspica sopra ogni cosa Felicità per tutti.

L’ Insegnante, invece, non ha di queste remore e puo’ con animo pacificato proporre come Modello anche quello inarrivabile dello “Studioso caparbio che giunge fino al premio Nobel” pur conscio che così facendo, qualora avesse successo, spargerà ovunque intorno a sè una marea di Frustrazione e Indifferenza.

Detto in altri termini: alcuni modelli sembrano piuttosto squallidi, ma la grande maggioranza della nostra gioventù non ha speranza di mietere altrove le proprie piccole soddisfazioni. Alzare il livello creerebbe frustrazione e i primi a non volersi convincere di cio’ sono certi genitori troppo ambiziosi.

Già solo dall’ impostazione del problema si capisce come le cose siano più complicate del previsto.

Ad ogni modo il dibattito è aperto: Ads bias contro Teaching bias.

Ognuno è libero di partecipare, purchè lo faccia rimuovendo sin da subito almeno due pregiudizi:

1. I soldi non danno la felicità. – Sappiamo che le cose non stanno esattamente così.

2. Gli stereotipi – che la pubblicità ammanisce a go go – sono dannosi. – Se basta il buon senso a dirci che gli stereotipi possono essere utili, la ricerca sul campo aggiunge un po’ a sorpresa che gli stereotipi prodotti dalla società consumista sono molto “accurati”.

P.S. 1 Nel giudizio dobbiamo prescindere dall’ ampiezza del gruppo dei fruitori: è ovvio che un messaggio su misura sia più accurato di un messaggio per la massa.

P.S. 2 Nel giudizio si tenga presente che la scolarità è molto debolmente collegata con “progresso intellettuale” e “abilità” dei soggetti che fruiscono di quei servizi.

P.S. 3 L’ alta scolarità produce per contro “bromuro sociale”, ovvero una massa di giovani più rispettosa, gentile e controllabile. Cio’ piace ai governi che pubblicizzano molto la scuola: anche per questo molti si sorprendono ricordando i fatti di cui al p.s. 2.

P.S. 4 Integro ed esprimo il p.s. 2 in modo più vivido. Ve lo ricordate il paradosso dell’ acqua e del diamante?: l’ acqua è preziosa ma non costa nulla, il diamante è inutile ma costa un occhio della testa. La scuola incarna queste due merci: l’ istruzione di base è essenziale ma basta poco (anche una TV) per ottenerla, non ha senso preoccuparsene vista l’ abbondanza delle fonti a cui possiamo attingere; l’ istruzione superiore è come i brand più prestigiosi: esclusiva e costosa ma poco più di un orpello se si valuta il progresso intellettuale che conferisce ai suoi fruitori.

P.S. 5 Una valutazione generale sul tema trattato puo’ essere facilitata avendo in testa una teoria della pubblicità. Qui le 5 più comuni.

>Più fondi per la dis-educazione

>Peter Thiel finanzia con 100.000 dollari gli studenti che abbandonano il Collage per aprire un’ impresa.

Siamo all’ incentivo del dropping out!

Recentemente sia il Corriere (Dario Di Vico) che il sole (Marraffa) si sono occupati dei lavori vittima di un’ ideologia tra le più perniciose: quella dell’ istruzione superiore per tutti a tutti i costi.

Chi oggi non si sente “incompleto” senza una laurea?

Ebbene, costoro sappiano che con quella laurea forse avrebbero avuto una vita diversa. Difficilmente avrebbero però delle competenze in più.

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