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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

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Riavvolgere la pellicola

Simon Conway Morris – The deep structure of biology -

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Oggi Cina e India (un terzo dell’ umanità) hanno adottato architetture istituzionali vicine a quelle classiche dell’ Occidente.

In una parola i cronisti sintetizzano dicendo che si sono “convertite” al capitalismo.

Ma come è possibile che civiltà e culture tanto peculiari adottino poi soluzioni importate da mondi così distanti?

Probabilmente esistono vincoli ambientali legati all’ efficienza che si fanno sentire indipendentemente dalla cultura dei popoli. Se così fosse attendiamo presto una svolta anche nei paesi islamici.

Gli economisti sono soliti parlare di “grande convergenza”, un fenomeno complesso di lungo periodo tale per cui istituzioni economiche anche molto lontane tra loro tenderebbero ad evolvere nella stessa direzione.

Lentamente, sperimentando sia accelerazioni che dietrofront, ma pur sempre nello stessa direzione.

Robert Barro è lo studioso che funge meglio da guida per chi vuole approfondire questa affascinante tematica.

Domanda: quello che accade nelle istituzioni umane puo’ accadere anche per le diverse forme di vita che abitano il nostro pianeta?

Non sarebbe una sorpresa: economia e biologia hanno interagito fin dai tempi eroici di Malthus e Darwin. 

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Ci sono modi alternativi per porre l’ interrogativo della convergenza.

Potremmo chiederci: se la storia del nostro pianeta fosse  un film e noi avessimo la possibilità di riavvolgere la pellicola per iniziare una nuova proiezione, rivedremmo più o meno lo stesso racconto con gli stessi protagonisti?

Ma si puo’ semplificare ulteriormente chiedendo: il mondo è un posto prevedibile?

… in buona parte sì, altrimenti che senso avrebbe la nostra ricerca, quella scientifica in particolare?…

Chi risponde così non si lascia deprimere certo dai molti fenomeni caotici:

… anche un mondo in cui il battito d’ ali di una farfalla provoca uragani è un mondo strutturato in cui è possibile fare previsioni sensate anche se non esatte… la meteorologia, per esempio, è tutt’ altro che una disciplina priva di senso finché mantiene un’ appropriata modestia…

Ma ecco che si profila all’ orizzonte un’ eccezione:

… le scienze servono anche per porre le basi a previsioni magari approssimative ma sensate… eppure si pretende che questo potere svanisca quando parliamo di biologia evolutiva… ventilare delle ipotesi sull’ evoluzione futura delle specie ha l’ aria di violare il sacro dogma del caso come unico gestore degli organismi vitali… l’ evoluzione non deve seguire e non seguirebbe nessun sentiero… sarebbe un processo cieco con un punto d’ arrivo indeterminato…

In effetti i meccanismi dell’ ereditarietà genetica sono imperniati sulle “mutazioni”, ovvero su un fenomeno completamente casuale.

Tuttavia l’ evoluzione biologica non è fatta solo di ereditarietà:

… sembra sempre più chiaro che anche i processi evolutivi siano in qualche modo vincolati se non prevedibili…

Quando il dinamismo della vita naturale appare “indirizzato” si parla di “evoluzione convergente”:

… pensate solo all’ occhio dei cefalopodi e dei vertebrati… è un meccanismo estremamente sofisticato e molto simile nelle due specie… eppure si tratta di specie molto distanti tra loro da un punto di vista evolutivo… parliamo di lignaggi debolmente imparentati… E’ praticamente certo che il loro antenato comune non avesse occhi… evidentemente i processi evolutivi hanno seguito percorsi convergenti… che hanno elaborato soluzioni evolutive simili per il semplice fatto che erano soluzioni evolutive ottimali…

Ma dell’ intelligenza si puo’ dire la stessa cosa?

… in buona parte sì… l’ intelligenza è emersa spesso in modo indipendente nelle varie specie… il confronto tra l’ intelligenza dei cetacei e quella delle scimmie è noto… per non parlare di quella degli uccelli… la strategia dell’ intelligenza è una nicchia molto frequentata… persino dalle piante!… una nicchia in cui l’ uomo eccelle…

Lo studio dei processi evolutivi è ben lungi dall’ esaurirsi, chi lo intraprende sa bene che esistono molte tematiche ancora apertissime:

… c’ è quella relativa al gene egoista, quella relativa alla selezione di gruppo, c’ è chi si dedica all’ applicazione della teoria dei giochi, chi si concentra sulle grandi estinzioni… poi c’ è anche chi studia gli effetti di lungo periodo e i fenomeni di evoluzione convergente…

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Charles Darwin ereditò da nonno Erasmus, un deista, sentimenti e ideali progressisti:

… è nella nostra natura migliorare la nostra condizione e le nostre conoscenze… la vita sulla terra si configura come un continuo progresso… dal blob iniziale alla meraviglia dell’ uomo…

Per Erasmus il mondo aveva un fine che perseguiva pervicacemente attraverso un progresso graduale.

… una credenza differente da quella del coevo William Paley, per il quale il fine della vita era stato progettato e risiedeva nelle intenzioni divine…

Erasmus concentrava il suo sguardo in avanti, Paley indietro.

… già da subito molti cristiani considerarono datata la concezione di Paley e finirono nelle braccia di Darwin…

La posizione di Erasmus traspare in modo chiaro nelle parole del cardinale Newman:

… credo nel progresso della vita perché credo in Dio ma non credo in Dio perché vedo un progetto che va realizzandosi…

Una prospettiva affascinante che non seduce solo i credenti, anche Herbert Spencer sarà ben felice di collegare due concetti come “progresso” e “evoluzione”.

D’ altronde, il concetto darwiniano di “selezione” si concilia con quello di “progetto in costruzione”, purché ci si converta dall’ idea di “progetto” così come era concepita da Paley a quella di “progresso” elaborata da Erasmus e da Newman.

… Darwin credeva in Dio e fu deista come suo nonno…

L’ evoluzione progredisce? Ci sono parecchi indizi che sia così ma in ultima analisi bisogna crederlo proprio come bisogna credere che una società libera sia destinata a progredire:

… i processi di adattamento conducono a forme di progresso… gli organismi e le diverse linee evolutive sono in competizione tra loro e quel che succede nel lungo periodo è che alcuni riescono a prevalere sugli altri… non si tratta di miglioramenti assoluti ma relativi all’ ambiente che funge da filtro… non si tratta di adottare soluzioni ottimali ma solo migliori rispetto a quelle dei rivali… molto spesso diverse specie puntano sulla medesima soluzione… è del tutto normale che accada visto che fronteggiano lo stesso ambiente… ovvero lo stesso problema…

Per Darwin, comunque, questi “meriti relativi” erano più che sufficienti per vedere nella natura una qualche forma di progresso e per considerare il cervello umano come un punto d’ arrivo dei processi d’ adattamento:

… il mondo di Darwin era profondamente finalizzato anche se in  modo non tradizionale… per chi vedeva nell’ evoluzione un avanzamento progressivo verso una meta, ebbene, la descrizione darwiniana si rivelava particolarmente aperta a questa sensibilità…

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Dai tempi di Darwin la teoria è maturata ma puo’ veramente dirsi cambiata sotto questo punto specifico?

… oggi alcuni studiosi come Stephen Jay Gould si discostano dal maestro negando risolutamente che i cambiamenti in natura possano mai avere un fine… per i “gouldiani” la vita è mera contingenza…

Ma è questa la voce ufficiale dell’ evoluzionismo contemporaneo?

… chiaramente no… se noi pensiamo ai processi in termini di adattamento… I darwinisti contemporanei supportano l’ idea di evoluzione vincolata da un disegno non meno e forse più di Darwin stesso… e questo anche se non si puo’ negare che molti scienziati evoluzionisti abbiano rotto con il darwinismo ortodosso

George Williams (uno che dei preti amava solo ascoltare l’ “andate in pace”):

… ogni volta che penso al cambiamento come adattamento funzionale dovuto alla selezione ambientale mi viene naturale usare termini che richiamano alla mente concetti vicini a un progetto intenzionale…

Simon Conway Morris è il paleontologo che più di tutti oggi  lavora per rinfrescare una visione darwiniana da opporsi a quella gouldiana:

… solo certe aeree (nicchie) dello spazio morfologico possono favorire la vita… la selezione naturale preme per favorire l’ occupazione efficiente  di queste nicchie indirizzando di fatto gli organismi verso di esse… quindi, se le nicchie esistono, presto o tardi verranno occupate… ma piuttosto “presto” che “tardi” considerata la mano invisibile che è in azione e sospinge la vita in quel senso…

SCM ci mostra innumerevoli casi in cui la storia della vita ha mostrato forme di convergenza. Inutile fare elenchi noiosi, giusto un esempio trattato nel libro:

… le zanne a coltello sono un caso classico… si svilupparono sia nelle specie a placenta del nord America sia nei marsupiali del sud America… due specie molto lontane dal punto di vista della parentela evolutiva… evidentemente c’ era una nicchia che favoriva un certo tipo di predatore e una soluzione simile attecchì su lignaggi ben diversi…

La storia della vita non è una roulette ma è fortemente vincolata alle pressioni ambientali:

… una catena ben precisa di specie è destinata ad emergere così come è destinato ad emergere anche l’ uomo… che con i suoi occhi, i suoi orecchi, occupa nicchie già occupate efficientemente da altri ma con la sua intelligenza occupa una nicchia occupata in modo molto meno efficiente da altri e che attendeva un campione destinato prima o poi ad arrivare…

Per quanto l’ idea di SCM, quella per cui esistono nicchie ecologiche che attendono solo di essere invase, sia assolutamente nel solco del darwinismo classico, c’ è chi obietta:

… le specie non si limitano ad occupare le nicchie ma contribuiscono alla loro creazione…

E’ vero, ma anche Cina e India oltre ad operare sul mercato internazionale contribuiscono a mutarlo radicalmente, questo non mette a repentaglio la loro competitività.

… forse esiste qualcosa che possiamo considerare specifico del nostro pianeta… qualcosa di costante che rende sufficientemente stabili le nicchie… le quali sono scoperte piuttosto che create… l’ evoluzione darwiniana non spiega l’ esistenza dell’ ossigeno e dell’ idrogeno e nemmeno i legami chimico fisici che rendono possibile l’ acqua… se pensiamo alla terra, all’ acqua, all’ aria come a nicchie basiche, allora dobbiamo concludere che si tratta di nicchie date…

Stephen Jay Gould invita continuamente l’ uomo a non montarsi la testa:

… ci sono batteri che hanno fatto molto meglio di noi nella lotta per la sopravvivenza…

Ma l’ uomo ha fatto particolarmente bene nella sua nicchia, quella che valorizza l’ intelligenza, una nicchia che esiste e che aspettava il suo campione. Per questo che SCM, contro Gould, parla di “uomo inevitabile”:

… anche SJG, d’ altronde, ammette che gli organismi semplici come i batteri non possono migliorarsi divenendo più semplici… devono necessariamente puntare sulla complessità… cosicché la selezione naturale esercita una pressione affinché si occupino nicchie via via più complesse…

Se l’ uomo è inevitabile, quali sono le conseguenze?:

… qualora esista vita su un numero sufficiente di altri pianeti, probabilmente esisteranno anche esseri simili all’ uomo…

Ci sono però anche conseguenze teologiche:

… l’ evoluzione convergente ci dice che la vita umana non è frutto di un caso… laddove c’ è vita soggetta ai processi di ereditarietà e adattamento dobbiamo aspettarci anche l’ uomo…

Informazione preziosa, soprattutto se abbinata al fatto che la vita nell’ universo è altamente improbabile. Provate un po’ a tener conto di entrambe le cose e fate le vostre deduzioni!

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E’ strano ma l’ evoluzione vista dal credente assomiglia molto di più a quella dei darwiniani duri e puri che non a quella degli evoluzionisti moderati.

Se Richard Dawkins non si fosse imbarcato in una crociata anti-cristiana, tanto per dire, sarebbe stato un ottimo didatta per i cristiani desiderosi di avvicinarsi ai misteri dei meccanismi evolutivi. Molto più che il moderato Stephen Jay Gould! Il regno del caos che prospetta quest’ ultimo mal si accorda con la teleologia naturale cristiana.

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Tuttavia, il darwiniano duro e puro cerca di liberarsi da contiguità che ritiene compromettenti ripetendo in modo martellante che ravvisare uno scopo nel dinamismo della natura è mera illusione.

… non esiste una direzione indipendente dall’ ambiente… l’ unica direzione assunta è del tutto relativa… e la sua effettiva azione puo’ creare spiacevoli illusioni… progresso? ma progresso rispetto a cosa? gli evoluzionisti moderni non possono parlare di “progresso” in modo sensato…

E’ in questo senso che Richard Dawkins introduce la metafora dell’ “orologiaio” cieco”.

Ma intanto, diversamente da Gould, la presenza di una “direzione” è ammessa, cosicché l’ uomo è considerato inevitabile e anche la negazione di un “progresso” diventa per il darwinista ateo un atto di fede ancor più impervio della sua affermazione. Le parole di Richard Lewontin sono illuminanti in merito:

… noi darwiniani atei prendiamo posizione in favore degli argomenti scientifici dell’ evoluzionismo e solo di quelli in virtù di un impegno precedente in favore del materialismo…

Secondo i darwinisti atei bisogna distinguere tra direzione e scopo, chi ravvisa uno scopo è in preda a illusioni, illusioni, del resto, che hanno la loro brava spiegazione:

… la selezione naturale ha chiaramente avvantaggiato i comportamenti ben motivati… ovvero le menti allenate a rintracciare ovunque uno scopo preciso… per questo che ci sembra di vederlo dappertutto, anche nei processi naturali… i darwiniani teisti, per non rinunciare a questo istinto confondono la direzione con lo scopo ma il passaggio dal primo al secondo concetto è velleitario… D’ altronde resta vero che l’ evoluzione convergente si pone saldamente all’ interno del paradigma darwiniano e si presta anche a un’ interpretazione riduzionista…

L’ interpretazione riduzionista della “direzione evolutiva” è sempre ammessa, ci mancherebbe, ma chi non coglie nel passaggio citato una strategia difensiva?

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Potrei concludere dicendo che il lavoro di SCM non costituisce una prova scientifica in favore dell’ esistenza di uno “scopo” nella natura…

… tuttavia, il fatto che esistano pressioni in grado di indirizzare la vita non puo’ essere negato… e il fatto che si tenti di capire come agiscono queste pressioni è nell’ istinto di ogni scienziato… un istinto vicino a quello dell’ uomo religioso il quale, intuendo anch’ egli la presenza di una direzione, la interpreta nel senso di scopo superiore… fornendo una visione che l’ uomo di scienza non puo’ provare ma puo’ facilmente capire e condividere…

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Libertari, ultima chiamata.

Vuoi convertirti all’ anarchia?

Il modo migliore per farlo è leggere l’ ultimo libro di Michael Huemer, The Problem of Political Authority: An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey.

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MH non ha teorie da proporre, rinuncia a definire cosa sia la libertà o cosa sia la proprietà personale, evita con cura d’ imbarcarsi in ragionamenti sopraffini quanto astratti, chiede piuttosto al lettore di meditare su un fatto.

FATTO: Giovanni ha un problema: non riesce a sopportare che molta gente stia al mondo in perenne stato di bisogno. E’ un sentimento nobile il suo, e per questo sentimento riscuote l’ ammirazione di molti. Ma Giovanni non si limita ai sentimenti e passa presto all’ azione dedicando di fatto tutto il suo tempo libero al volontariato presso una ONLUS della sua città. Nonostante questa scelta lo appaghi, nota che ci vorrebbe molto di più per alleviare in modo significativo le molte sofferenze inique con cui entra in contatto giorno per giorno. Chiede ai vicini di collaborare attraverso delle donazioni decidendo al contempo di sequestrare e imprigionare nella sua cantina chi non è disposto a farlo in un modo che lui reputa adeguato.

OSSERVAZIONE: Chiunque legga una storia del genere condanna il comportamento di Giovanni. La sua voglia di aiutare il prossimo e commendevole ma le sue pratiche estorsive ripugnano al buon senso e fanno di lui un pericoloso fanatico. Possiamo chiedere a un berlusconiano, a un fascista, a un comunista, a un terzomondista, a un sincero democratico, a un liberista, a un nazionalista, a un idealista, a un pragmatico, a un conservatore, a un progressista… possiamo chiedere a chiunque e la risposta sarà sempre di ferma condanna. Una condanna che prescinde l’ ideologia di provenienza e la simpatia istintiva che si prova verso il generoso Giovanni.

LA DOMANDA DI MICHAEL HUEMER: perché chi condanna tanto fermamente Giovanni poi tollera, e magari loda, soggetti che tengono un comportamento analogo? Esempio: lo Stato?

Cosa dà al governo statale il diritto di comportarsi con modalità che se fossero osservate da chiunque altro sarebbero oggetto di dure reprimende?

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I filosofi della politica, imbarazzati da questo semplice quesito, hanno elaborato nel corso dei secoli alcune teorie per aggirare l’ ostacolo:

… c’ è chi ha parlato di contratto sociale… come se  fossimo legati da un accordo… lo stato non è che un contratto, si dice… il problema di questo approccio è che un contratto del genere non esiste nella realtà… neanche in forma implicita… come si puo’ porre in modo credibile a fondamento della nostra vita condivisa qualcosa che non esiste?…

Altri hanno puntato sull’ elemento democratico:

… ma l’ elemento democratico di per sé non conferisce alcuna legittimità… la cosa è palese… se Qui, Quo e Qua vogliono esibirsi in un quartetto d’ archi non possono costringere Paperino a studiare il violoncello con la minaccia delle armi adducendo che la bizzarra vessazione è stata decisa da tutti gli interessati a maggioranza qualificata ed è quindi legittima…

Un precetto etico non sarà mai accettabile per il solo fatto che è stato deciso a maggioranza.

Molti pragmatici seguono Hobbes: senza un governo la società degenera in una lotta di “tutti contro tutti”, anche i tipi più bonari si trasformano in brutti ceffi.

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… ma una teoria del genere legittimerebbe solo una parte infinitesimale del potere che oggi il governo pretende di esercitare e che noi gli riconosciamo senza sollevare grandi obiezioni… Non serve nemmeno discuterla nel merito – e ci sarebbe molto da discutere – per ritenerla inadeguata a giustificare cio’ che ci preme giustificare…

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Stringi stringi, la domanda tipica a cui deve rispondere chi si occupa di filosofia politica è questa:

… il governo politico dovrebbe avere vincoli morali simili a quelli che sono tenuti ad osservare gli agenti privati…?

… poiché il buon senso ci dice che tutti dovremmo essere sottoposti ai medesimi vincoli morali e che non esistano soggetti “moralmente superiori”… dobbiamo concludere che in politica l’ unica posizione compatibile con il buon senso è quella libertaria… giusto l’ evidenza palmare e solidamente dimostrata di costi elevatissimi potrebbe indurci a deviare dal solco libertario…

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Provo un’ empatia istintiva con le posizioni di MH perché evita abilmente sia le presuntuose petizioni di principio che il sofistico conseguenzialismo.

La teoria dei diritti naturali non è necessaria, cosicché i vari contro-esempi che la confutano non disturbano. L’ utilitarismo non è tirato in ballo, cosicché tutta la sequela di debolezze che lo minano non rileva.

Non è necessario definire con il bilancino i limiti della libertà personale, non occorre nemmeno avere una teoria della proprietà.

Delle semplici analogie bastano e avanzano.

MH si limita a porre degli esempi che il buon senso e l’ intuizione etica di ciascuno risolve senza difficoltà – vedi il caso di Giovanni –, dopodiché ci viene chiesto semplicemente di seguire le regole intuite dal buon senso anche in casi analoghi a quello proposto.

MH non è dogmatico: quando il danno che deriva dal seguire le regole del buon senso è palmare, è il buon senso stesso che ci chiede l’ eccezione.

Che Giovanni sbagli ce lo dice il buon senso, che non esistono soggetti moralmente superiori ce lo dice il buon senso… eccetera eccetera

Il buon senso diventa così la radice del libertarismo.

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Il libertarismo di MH lascia ampio spazio alle scienze sociali.

Torniamo per un attimo a quanto dicevo un attimo fa: “… quando il danno che deriva dal seguire le regole del buon senso è palmare…”.

E chi stabilisce le “evidenze palmari”? Non certo l’ esperienza aneddotica di Pinco Pallino ma i metodi statistici delle scienze sociali.

E’ attraverso di esse che noi siamo tenuti a dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che una certa pratica è socialmente devastante e va quindi proibita.

La pornografia su internet è “socialmente devastante”?

Per molti riduce addirittura gli stupri. Sia come sia non esistono prove palmari che sia “socialmente devastante”, di conseguenza le regole libertarie che hanno radice nel buon senso continuano a valere.

E l’ immigrazione? Idem.

E il libero porto d’ armi? Idem.

E la droga? Idem.

Eccetera, eccetera.

Vi garantisco che un uso rigoroso della statistica riesce a dimostrare ben poco, ovvero, confuta in modo rigoroso chi ritiene di aver dimostrato qualcosa. Potrei sbizzarrirmi con gli esempi: più soldi alla scuola? Devi dimostrarmi che la cosa serve, dice il libertario (mettendo facilmente in dubbio che la cosa sia mai servita in passato). E così per tutto il resto.

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MH convince meno nella seconda parte del libro, quando difende la posizione anarco-capitalista.

Se guardo alla storia delle società umane posso dire due cose:

1. Hobbes ha torto marcio: l’ assenza di governo non produce affatto l’ anarchia del tutti contro tutti ma si traduce sempre in un ordine naturale.

2. Purtroppo l’ ordine naturale che emerge è di tipo clanico e assomiglia ben poco a quello tanto amato dai libertari, potrebbe essere a malapena digerito da un conservatore duro e puro.

[… forse abbiamo scoperto come mai esiste un filo rosso che lega libertari e conservatori: le società che nascono secondo l’ idealizzazione libertaria producono poi valori tipicamente conservatori (famiglia estesa, onore, sangue…)…]

Dei valori libertari c’ è poco o niente. Come ottenerli, allora?

Ho la netta sensazione che per produrli sia necessario affidare allo Stato almeno un paio di missioni: coordinare la produzione di alcuni beni pubblici (difesa, giustizia, utilities) e compensare le esternalità evidenti (inquinamento).

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In tutta questa discussione c’ è una domanda che aleggia come un convitato di pietra: se la presenza di un governo esteso è sia irrazionale che contraria al buon senso, perché i governi centrali esistono, persistono e sono ormai una soluzione universalmente adottata?

Per molti il fatto che un governo esista e persista è di per sé qualcosa che lo giustifica.

Questo è un modo per dire che le spiegazioni non interessano, ad altri invece interessano eccome e tentano di darne.

Presso i libertari va per la maggiore questa:

… una volta che lo stato s’ insedia comincia a formarsi una classe burocratico-clientelare che prospera più o meno indirettamente grazie alle attività statali… è una classe composta da persone che conoscono a fondo i meccanismi dello stato e che sono interessate ad estenderne le funzioni quanto più  possibile… l’ azione di queste minoranze organizzate e competenti fa premio sugli interessi della maggioranza ignorante…

Non mi convince: si puo’ prendere in giro qualcuno per molto tempo, si possono prendere in giro molte persone per un certo tempo ma non si possono prendere in giro tutti per sempre.

No, siamo noi a volere lo stato-mamma, solo una sparuta minoranza ne farebbe volentieri a meno. Parlando con amici e conoscenti mi accorgo che sono anche più statalisti dei boiardi ministeriali.

Occorre una teoria alternativa, la mia preferita è questa:

… le persone sono mediamente molto più sconvolte da piccoli soprusi sporadici, anonimi e imprevedibili, piuttosto che da grandi soprusi costanti, identificabili e prevedibili… Gli anarchici sostengono che il Governo non si differenzia dal semplice bandito di strada se non per il fatto che il governo dopo averti rapinato senza indossare una maschera non scappa ma resta alle tue calcagna in attesa di rapinarti anche il giorno dopo… non si rendono conto che proprio questa caratteristica spiega il successo dello Stato moderno… infatti, una ragione per cui ci si sottomette alle coercizioni governative sta proprio nel fatto che esse sono relativamente costanti, che i leader di governo siano ben identificabili e le loro vessazioni tutto sommato prevedibili…

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Abbiamo un rapporto strano con il rischio: la sicurezza ci crea dipendenza.

La nostra avversione al rischio cresce fino a diventare una vera avversione alle perdite.

E che problema c’ è?, dicono in molti, in fondo un alto grado di avversione al rischio non esprime altro che una “preferenza” e lo stato è la risposta razionale a questa preferenza del tutto legittima. Avere una preferenza non significa essere in errore.

Bè, devo riconoscere che chi parla così ha solide ragioni.

Ma l’ avversione alla perdita è anch’ essa una preferenza?

Non saprei come negarlo, anche se sembra una preferenza a dir poco particolare. Potremmo chiamarla una “preferenza irrazionale”!

Veramente non saprei dire se il concetto di “preferenza irrazionale” abbia senso, mi sa di no.

Ma giudicate voi, mi limito a chiarire i termini per chi non mastica di queste cose:

1. Avversione al rischio: preferisco intascare 100 anziché 150 perché 100 sono sicuri mentre 150 sono incerti.

2. Avversione alla perdita: sebbene entrambe le ricchezze siano certe, preferisco avere 100 anziché 150 perché per avere 150 dovrei prima ottenere 200 e poi perdere 50. Il dispiacere per la perdita sarebbe tale da non poter essere compensato dal guadagno netto finale, per quanto questo guadagno sia certo.

Non so se l’ avversione alla perdita sia una semplice preferenza o un bias psicologico ma ho la netta sensazione che la metamorfosi dell’ avversione al rischio in avversione alla perdita faccia crescere una genuina domanda di Stato-mamma.

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Se non ritornerete come bambini…

ARTISTA: e voilà, ti piace la mia ultima opera?

ARTIGIANO: splendida, ma si puo’ migliorare.

ARTISTA: migliorare? E come?

ARTIGIANO: con un’ altrettanto splendida cornice che la esalti. Ci penso io.

ARTISTA: forse non hai tutti i torti, sono nelle tue mani.

Un mese dopo.

ARTISTA: la sai la novità? Ho bruciato tutto, l’ opera che ti avevo mostrato non esiste più. Sono ripartito da zero e questo è il mio nuovo parto.

ARTIGIANO: eccellente… certo che la cornice progettata per l’ opera precedente è inservibile, dovrò predisporne un’ altra. Pazienza.

ARTISTA: e come darti torto! Sai che ti dico? Sento già nuovi “stimoli”, ho l’ impressione che presto servirà una nuova cornice. Anzi, ho l’ impressione che se ti occuperai delle mie creazioni il lavoro non ti mancherà mai.

ARTIGIANO. Bene! Sono qui apposta.

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Justin Barrett – Cognitive science, religion and theology: from human mind to divine mind

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Come pensare al rapporto fede/scienza?

Bè, molti vedono lo scienziato nei panni dell’ ARTISTA e il teologo nei panni dell’ ARTIGIANO: la scienza procede autonoma e la teologia la insegue per fornirle di volta in volta la giusta cornice.

In parte è senz’ altro così ma spesso il rapporto è più diretto: la fede parla direttamente della scienza e la giudica come attività umana. Oppure, e qui ci occupiamo proprio di questo, la scienza ci parla direttamente della fede cercando di spiegarla in quanto fenomeno umano.

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Ci sono scienziati che indagano sul perché siamo religiosi, sul perché seguiamo certi riti, sul perché condividiamo certe credenze con gli altri, eccetera.

Il solo porsi queste domande da una posizione estranea alla teologia desta il sospetto di molti, ma si tratta di sospetti infondati, dettati per lo più dall’ ignoranza.

… le scienze cognitive ci spiegano come pensiamo, come formiamo le nostre credenze e come diamo senso alle cose. Mi sembra che le scoperte in questo campo possano riguardare da vicino gli interessi dei teologi…

Ascoltare cosa ha da dire un “cognitivista” sull’ esperienza religiosa è molto edificante. Spero che i preti lo facciano sempre più spesso, le dritte dello scienziato migliorano la qualità della nostra fede:

… le connessioni tra cognitivismo e teologia sono molte e sono forti…

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Aristotele lo aveva anticipato e la scienza contemporanea lo ripete, gli uomini hanno un tratto distintivo ben preciso: pensano.

… in realtà bisognerebbe dire che riflettono

Che differenza c’ è?

… riflettere implica pensare al proprio pensiero e a quello altrui… prendere decisioni in base agli stati mentali che esistono in noi e che ipotizziamo possano esistere nelle altre persone…

Gli animali sembra proprio non facciano niente del genere: se pensano, pensano quello a quello che vedono (o ascoltano o sentono…). Una differenza non da poco.

Ma del “pensiero” non si occupano i neuroscienziati? Come distinguerli dai cognitivisti?:

… se mi chiedo come mai mia figlia mi ha fatto trovare un fiore sul cuscino dopo che quella serata turbolenta è perché desidero capire le ragioni profonde del suo gesto… un neuroscienziato avrebbe di sicuro la risposta pronta (lo so perché è sempre la stessa): è il suo cervello che glielo ha fatto fare… ma rispondere indicando un’ area fisica (del cervello) che ha subito certe mutazioni è una risposta per molti insoddisfacente… un po’ come se chiedessi: “come funziona il governo degli USA?” e voi rispondeste dicendo che il governo USA si trova a Washington… E’ molto importante sapere che il governo USA si trova a Washington ma saperlo non esaudisce la mia richiesta…

Le neuroscienze si occupano dell’ hardware, i cognitivisti del software. Se il monitor del pc mi mostra un errore, chiedo spiegazioni all’ esperto ma resto deluso se l’ esperto comincia a elucubrare intorno ai semiconduttori e al silicio, sono più interessato al comando che mi consente di uscire dall’ impasse e a come evitare di ripiombarci.

… le scienze cognitive si occupano della mente delle persone e stanno un po’ a cavallo tra psicologia e computer science… con una spruzzatina di linguistica, neuroscienze… antropologia e… teologia!

Già, anche teologia: chi si occupa di “come è costruita” la nostra testa si occupa anche delle idee innate, quelle che pensiamo con più naturalezza. La cosa è “teologicamente” rilevante, vedrete.

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La nostra mente ha dei limiti…

… altrimenti leggeremmo un libro di mille pagine in mezzora…

Li arginiamo ricorrendo alle cosiddette credenze inconsce o “irriflesse”.

A ogni nostra azione è sottesa una credenza ma quasi sempre questa credenza è “irriflessa”:

… poiché possediamo una memoria limitata la mente sopperisce compattando le informazioni in credenze spontanee e all’ apparenza ingiustificate…

L’ 80% delle nostre credenze deriva per esempio da testimonianze non verificate di terzi, è così anche in ambito scientifico.

… per noi il principio di credulità è qualcosa di innato: crediamo agli altri a meno di possedere valide ragioni per non farlo…

Una cosa è certa: questo modo di procedere della mente la conduce a compiere una marea di errori.

… anche le credenze frutto di riflessione sono  spesso errate… per il semplice fatto che sono pur sempre fondate su credenze irriflesse…

La credenza istintiva fa da default alla credenza meditata, la seconda si innesca sulla prima e non c’ è modo di svincolarle:

… l’ intuito ci tradisce spesso, lo si ripete in continuazione ed è vero… non si ripete abbastanza che non abbiamo a disposizione altro che l’ intuito per fondare la nostra conoscenza…

Esistono alcune forme di intuito universali, tutti noi le possediamo.

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L’ uomo è un animale “avido di senso”, chiede sempre “perché?”…

… e siccome le cose da conoscere sono tante… troppe… si cumulano una serie impressionante di credenze irriflesse che sopperiscono alla capienza mnemonica…

Per scoprire i meccanismi fondamentali della mente la cosa migliore è guardare ai bambini:

… se il corpo delle credenze del mondo adulto è molto variegato, per i bambini le cose stanno diversamente…

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Anche i bambini sono “avidi di senso”; i bambini sono dei “ricercatori naturali”, ce lo ha spiegato con dovizia di particolari Alison Gopnik (ht diana), ma fermarsi a questa conclusione sarebbe sbagliato, bisogna aggiungere che la loro ricerca segue direzioni ben precise.

Innanzitutto i bambini posseggono un’ ontologia intuitiva:

… tutti i bimbi concettualizzano spazio e oggetti… successivamente distinguono gli oggetti inanimati (statici) da quelli vitali (che crescono)… tra gli oggetti vitali distinguono quelli animati (che mostrano movimenti autonomi) e tra questi ultimi quelli che pensano (che mostrano di avere rappresentazioni mentali al loro interno)…

I bambini sono “essenzialisti”:

… intuiscono che le proprietà visibili di un oggetto derivano tutte da un’ unica proprietà invisibile…

Ci sono per loro idee controintuitive:

… le idee controintuitive sono quelle che mescolano le categorie dell’ ontologia intuitiva: un sasso che cresce, un albero che parla…

***

Anche l’ idea di Dio è controintuitiva.

Ma allora l’ insegnamento religioso richiede forzature?

Le scienze cognitive ci mostrano che è vero il contrario: il bambino non possiede l’ idea di dio ma possiede tutte le categorie per adottarla senza troppe difficoltà.

D’ altronde ne occorrono poche, giusto le fondamentali. Dio è un concetto “modestamente” controintuitivo per il bambino.

Potremmo dire che si adatta bene al suo equipaggiamento cognitivo.

Una cosa è certa: come “teoria del tutto” è senz’ altro la più semplice (vedremo meglio in che senso).

Ma un bambino riesce a concepire l’ infinito? L’ onniscienza, l’ onnipotenza eccetera?

… in buona parte sì… tanto è vero che apprezza molto i supereroi… e Dio non è altro che un super-supereroe…

***

Poiché anche il bambino è avido di senso, è buona cosa indagare le strategie migliori per aiutarlo nella sua ricerca.

Una tra tutte s’ impone: chiamiamola pure “funzionalismo”. 

Il bambino chede: perché c’ è “questo”? Risposta: perché serve a fare “questo”. Il bambino è soddisfatto.

… per un bambino è importante sapere che un oggetto serve a qualcosa di specifico, avere questa informazione appaga la sua sete di senso…

In particolare il bambino è soddisfatto della spiegazione di “qualcosa” quando viene a sapere che quel “qualcosa” serve a “qualcuno”.

Deborah Kelman parla di teleologia promiscua:

… chiedendo a un bimbo perché quella roccia è a punta probabilmente ipotizzerà che è così affinché gli uccelli non si posino alla sommità… o altre spiegazioni del genere…

Tra i bambini si sviluppano molti dibattiti filosofici:

… in genere si tratta di stabilire per cosa è fatto un certo oggetto…

I bambini sono avidi di “risposte teleologiche” e ne offrono a loro volta.

… in età prescolare i bambini sono inclini a vedere il mondo come avente uno scopo e a vedere un essere intenzionale dietro a tutto…

Diciamo che i bambini sono dei complottisti nati (così come i complottisti nati sono dei bambinoni).

… persino gli scienziati se costretti a pensare in fretta mostrano bias in favore di spiegazioni teleologiche, salvo correggersi quando possono pensare con calma…

Francis Crick:

… gli evoluzionisti devono costantemente tenere a mente che il mondo non è progettato ma si è evoluto… capisco che si tratta di una forzatura per la nostra mente ma è una forzatura decisiva per la comprensione del reale…

***

Ai bambini piacciono le storie. Soprattutto le storie con le persone (o con animali antropomorfizzati).

Anche per noi è così, in genere preferiamo le storie in cui delle menti interagiscono:

… la cognizione naturale ci dice che le persone hanno un corpo, una forza vitale (spirito)… una propria specificità (anima) e una coscienza che le rende moralmente responsabili (mente)… con questo materiale è possibile costruire storie affascinanti…

Si tratta di credenze naturali, irriflesse. Ed è certo che senza questi ingredienti sarebbe difficile concepire anche solo Biancaneve.

I bambini sono molto sensibili al fattore mentale:

… ancora prima di parlare… selezionano lo sguardo del genitore, la sua faccia… imitano alcune espressioni di base… vocalizzano in loro presenza… rivolgono i loro occhi nella direzione in cui li rivolge il genitore… al di là delle forme non tutto è uguale… il viso del genitore non è un cespuglio, non è nemmeno il braccio del genitore… è la sede di una mente…

I bambini sono dei “dualisti” istintivi. Presto cominciano a fare cose che un animale forse non ha mai fatto e non farà mai, per esempio:

… Nicola vorrebbe che Giovanni pensi di essere antipatico ad Anna…

Nicola sarà anche un bastardino, però concepisce pensieri “autentici”. Pensieri che hanno per oggetto gli stati mentali altrui. Probabilmente già si mette “nei panni” degli altri.

Aggiungiamoci una precoce intuizione morale:

… pensare a merito e colpa significa pensare alla mente umana…

La cosa è teologicamente rilevante:

… poiché dio è un puro agente intenzionale che giudica le nostre colpe, difficilmente puo’ essere concepito da chi non è in grado di concepire un concetto come la mente altrui…

Il perché della rilevanza lo capiremo meglio dopo.

***

Ogni comunità umana ha da sempre concepito un concetto come quello di Dio, da quanto detto la cosa è tutt’ altro che singolare. E’ un concetto grazie al quale la vita di molti trova un suo senso. Questa è una prova a favore dell’ esistenza di Dio?

Mmmmm:

… l’ ubiquità di Dio nelle culture umane non puo’ indicare il fatto che esiste… anche i quark esistono ma non sono concetti tanto diffusi…

La cosa migliore sta nel cambiare la domanda:

… perchè tutte le comunità umane credono nell’ esistenza dello spazio tridimensionale?…

Forse perché la nostra mente è costruita per pensare in un certo modo.

Ma perché allora l’ ubiquità di Dio?

… lo abbiamo visto con i bambini… l’ uomo è avido di senso e preferisce gli venga servito nella forma di agente intenzionale che sta dietro le cose progettando un piano… è l’ identikit di Dio, almeno quando la cosa a cui dare un senso è l’ universo…

***

Possiamo fidarci delle nostre facoltà cognitive primarie?

… per molti il fatto di ricorrere a credenze irriflesse è sintomo di errore…

In effetti le credenze irriflesse ci conducono spesso in errore. Ma allora perché esistono?

… la credenza irriflessa non è sintomo di errore ma una modalità per gestire gli errori… alcuni errori sono meglio di altri… “better safe than sorry”…

Sembra che il nostro cervello stipuli in automatico una specie di scommessa pascaliana, una pratica che ci sembrava tanto astratta e lontana è invece così intima e vicina.

***

E’ un  peccato che i preti spesso ignorino le scienze. Probabilmente le scienze sono più compatibili con la fede che con le filosofie naturalistiche:

… Il lavoro di Alvin Plantinga dimostra che una scienza affidabile, ovvero prodotta da menti umane affidabili, è più compatibile con un evoluzionismo guidato da Dio che con un evoluzionismo cieco…

Comprendere il “fine tuning” o l’ “evoluzione convergente” rinvigorisce la fede. Ma anche comprendere come funziona la mente umana puo’ farlo.

Dopo aver rinvigorito l’ argomento teleologico, rinvigorisce anche quello cosmologico:

… perché l’ argomento cosmologico giri è necessario concepire l’ universo come un oggetto… per la nostra mente un’ operazione del genere risulta molto semplice…

Come dimostra il lavoro di Johan De Smedt e Helen De Cruz:

… il ragionamento causale che sta alla base dell’ argomento cosmologico è tutt’ altro che arbitrario… lo impieghiamo molto spesso e già nei bambini risulta essere, al fianco del funzionalismo teleologico, una strategia privilegiata per l’ acquisizione di senso…

A queste considerazioni basta poi applicare l’ epistemologia reidiana: ogni intuizione naturale deve essere considerata vera finché non è dimostrata falsa.

***

Ma veniamo a quello che secondo me è l’ aspetto più rilevante dell’ intera faccenda.

Nelle dispute teologiche spesso si sente l’ ateo accusare la controparte: “provami la tua credenza” e di fronte al fallimento di costui si pensa di aver adempiuto brillantemente al proprio compito confutatorio.

… chi studia le credenze irriflesse spesso si limita a sottolineare gli svarioni a cui ci conducono… ma tutte le nostre credenze sono irriflesse o originano da credenze irriflesse… quindi ha poco senso insistere sulla fallacia di queste ultime…

Smantellare le credenze ingiustificate azzererebbe le nostre credenze.

Una posizione insostenibile a cui fa da argine l’ epistemologia reidiana:

… anziché abbracciare uno scetticismo radicale sarebbe preferibile adottare una posizione iniziale di fiducia nelle nostre facoltà cognitive…

Le nostre facoltà cognitive sono “innocenti finché non le dimostriamo colpevoli.

Con un colpo da maestro Reid fa fuori Hume.

Con un altro colpo da maestro il “rasoio di Reid” fa fuori il “rasoio di Ocham”. Per Ocham, a parità di potere esplicativo, il resoconto più semplice è quello che non moltiplica gli enti, per Reid è quello che meglio si attaglia alle nostre facoltà cognitive.

La semplicità di Occham è formale, quella di Reid è sostanzale. Posso dire che oggi siamo tutti reidiani? Spero di sì.

Se lo siamo diventa cruciale indagare sulle nostre facoltà cognitive naturali. Molte diatribe infinite troverebbero lì la loro soluzione. Non si tratterebbe più di stabilire chi ha ragione ma su chi grava l’ onere della prova.

***

… per qualche ragione, quando si spiega il perché crediamo a qualcosa, si è tentati di concludere che quella credenza è falsa…

Esempio: perché la gente crede nell’ anima?

Perché possiede un meccanismo cognitivo che produce questa credenza irriflessa.

Ottima risposta, ma si corre subito a precisare che una risposta del genere nulla ci dice sulla verità della credenza.

… la conclusione più sensata è quella opposta: se il vostro sistema cognitivo produce spontaneamente certe credenze siete più che giustificati a crederle vere salvo prova contraria…

Altro dubbio spesso avanzato:

… poiché la fede deriva da un meccanismo cognitivo e non da un’ evidenza, allora il suo contenuto è inaffidabile…

Ma anche le “evidenze” sono tali grazie a un meccanismo cognitivo:

… la difficoltà dell’ obiezione sta nell’ assumere implicitamente cosa sia evidente e cosa conti come tale…

Altro dubbio:

… se il concetto di Dio è tanto naturale perché esistono tanti dei e tanto differenti tra loro

Sarebbe sbagliato prendere a pretesto questa varietà per ritenere che la credenza in Dio non sia giustificata:

… se al passare di una macchina, Giovanni la ricorda verde, Mauro indaco e Mino glauco, non siamo autorizzati a concludere che la macchina non sia passata di lì…

Possiamo concludere dicendo che tra teisti e ateisti c’ è sempre guerra aperta, e anche quando le cose vanno meglio le conversioni sono poche.

Ma tra teisti e ateisti c’ è anche un’ asimmetria: poiché l’ ipotesi atea è più sofisticata, ovvero meno intuitiva, su di essa grava l’ onere della prova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ universo al polso

Da che mondo e mondo gli apologeti della religione hanno sempre creduto di avere un asso nella manica da giocare nella partita sull’ esistenza di Dio: l’ argomento (o analogia) dell’ orologio.

Da Cartesio a Boyle, giù giù fino a Paley, si custodiva l’ “arma segreta” con mal represso compiacimento per poi utilizzarla al momento opportuno.

La storiella era sceneggiata all’ incirca così: se rinvenite nel bosco un orologio, cosa vi viene fatto di pensare? Che qualcuno l’ abbia perduto o abbandonato, ovvio. E questo qualcuno dove se l’ era procacciato? Presso il proprietario precedente. E in cima alla catena dei proprietari chi ci sta? Ma è chiaro, il costruttore, colui che ha progettato l’ oggetto e lo ha assemblato grazie alle sue competenze.

Se c’ è un orologio da qualche parte ci sarà anche il suo costruttore, è una necessità. Non puo’ certo essersi assemblato spontaneamente grazie alle forze casuali della natura, un colpo di vento qui e un colpo di vento là. Seee!

E visto che assomiglia tanto a un orologio, lo stesso dicasi per il cosmo: non puo’ esistere senza un architetto che si sia incaricato di progettarlo e costruirlo. Il caso è impotente di fronte a simili prodigi.

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Ma siamo proprio sicuri che il caso non possa fare niente del genere?

In verità lo studio dell’ evoluzione ci ha mostrato che il caso fa miracoli. A lasciarlo lavorare non è da meno dell’ architetto più ingegnoso, e la scoperta ha ringalluzzito gli atei.

L’ argomento dell’ orologio è caduto in disgrazia massacrato dagli assalti ferini di Richard Dawkins e della sua orda.

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I sostenitori del Disegno Intelligente insinuano dubbi facendo notare che in natura esistono orologi particolarmente complicati.

Diciamolo francamente, non mi sembra un’ obiezione di grande rilievo.

In fondo, se il caso fabbrica orologi di media complessità, forse ne fabbrica anche di più complicati. Una volta accettata la prima affermazione come un dato di fatto faccio fatica a respingere in modo convinto la seconda.

La concorrenza dell’ Orologiaio sembra spiazzata una volta per tutte.

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Ma ecco tutto d’ un tratto verificarsi un colpo di scena: gli orologi non si rinvengono solo nei boschi dietro casa!

John Leslie nel suo libro Universes ci ha fatto notare che sono stati rinvenuti anche nei primi stadi del nostro universo.

Molti sono stati rinvenuti addirittura all’ inizio!

Per gli atei ringalluzziti la cosa è piuttosto imbarazzante perché nei primi stadi dell’ universo l’ evoluzione opera con difficoltà e all’ inizio dell’ universo non opera proprio per niente. Occorrono diverse ipotesi ad hoc per risistemare le cose nel senso desiderato da loro.

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John Leslie, come dicevamo, è il filosofo che ha pensato più a fondo questo fenomeno, vale la pena di ascoltarlo.

… il nostro universo contiene tracce di vita … ammettiamo che questo fatto sia altamente improbabile, evidentemente le condizioni di partenza che lo hanno reso possibile sono del tutto particolari e richiedono una spiegazione…

E poiché parliamo di “condizioni iniziali” dell’ universo, l’ evoluzione non spiega nulla.

***

JL si dedica dapprima ad una rassegna delle teorie scientifiche più solide per mostrarci come il nostro universo di fatto sia altamente improbabile. L’ ipotesi che ha formulato inizialmente solo per amor di discussione non è affatto peregrina, anzi, è la più accreditata. Pensando al cosmo, basterebbero infatti piccoli cambiamenti nelle condizioni di partenza per ottenere qualcosa di completamente diverso.

La forza nucleare debole, la forza nucleare forte, la massa delle particelle, l’ elettromagnetismo… sono fenomeni tarati in modo molto particolare e se solo questa taratura differisse leggermente la vita sarebbe impensabile.

La scienza sembra dunque dirci che il nostro universo è altamente improbabile, esiste un consenso ragguardevole sul punto.

Il consenso scema quando si passa alle spiegazioni del fenomeno.

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Prima spiegazione: trattasi di straordinaria coincidenza. Amen.

E’ un po’ come dire che non ci interessa spiegare alcunché. Oppure che la cosa è inspiegabile ed è inutile perderci tempo.

E’ vero, si pensa, la vita andrebbe spiegata ma Darwin ci basta, quel che non rientra nel suo paradigma è inspiegabile per definizione. Lo sostengono molti darwinisti più realisti del re.

Per costoro non ha senso dire cose del tipo “le condizioni iniziali sono improbabili” perché le probabilità si applicano solo a fenomeni osservabili.

Questo modo di ragionare è fallace: implica che se il mondo fosse stato creato da un demone mediante il lancio di dadi la cosa non potrebbe essere descritta probabilisticamente, il che è assurdo.

Inoltre oggi sappiamo, anche grazie al matematico italiano Bruno De Finetti, che  le fondamenta del calcolo probabilistico sono soggettive. Quindi, o si ha il coraggio di espellerlo dall’ alveo della razionalità o lo si accetta per quello che è.

Seconda spiegazione: si osserva sarcasticamente che è un po’ come essere chiamati a spiegare la “meravigliosa coincidenza” per cui il fiume passa esattamente sotto tutti i ponti. Basta “pensare al contrario” e tutti i misteri si rivelano puerili.

Mmmmm. L’ analogia non sembra calzante. Sarà anche una spiegazione a molti “falsi problemi” ma non sembra proprio la spiegazione al “nostro problema”.

Scoprire che i ponti sono costruiti ad hoc sul fiume, in cosa si traduce nel nostro caso? Forse nella scoperta che l’ universo è quello che è per il fatto stesso che in esso esiste la vita? Ma che senso ha?

Qualsiasi forma di vita in qualsiasi universo immaginario sembra altamente improbabile, chi racconta storielle sarcastiche che invitano a “pensare al contrario” sembra non afferrare il punto decisivo.

Terza spiegazione: un Dio buono ha “sintonizzato” l’ universo in modo che in esso emergesse la vita.

Andiamo un po’ meglio, a molti non piacerà ma per lo meno è una spiegazione e sembra adatta al problema per come ci viene formalmente  posto.

Quarta spiegazione: esistono molti universi. In un caso del genere è chiaro che quanti più universi esistono, tanto meno improbabile diventa il fatto che esista un universo che contiene la vita e quindi l’ uomo.

Anche questa è una spiegazione. Altrettanto indimostrata ma pur sempre una spiegazione formalmente corretta.

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Giovanni: se l’ universo non contenesse segni di vita nessuno potrebbe osservarlo e non ci sarebbe alcunché da spiegare. Cio’ dimostra che non c’ è nulla da spiegare.

John Leslie: parli come se ci fosse un nesso causale tra l’ esistenza dell’ osservatore e l’ esistenza dell’ universo ma così non è. E’ vero invece il contrario.

Giovanni: forse non mi sono spiegato, intendevo dire che se non ci fossi stato tu ad osservare l’ universo ci sarebbe stato un altro a dire “che coincidenza meravigliosa!”. E se non ci fosse stato lui ci sarebbe comunque stato un altro ancora. Insomma, la “coincidenza meravigliosa” è un’ illusione. Fammi fare un’ altra analogia: il fatto che chi vince la lotteria abbia una fortuna sfacciata non significa che se qualcuno vince siamo di fronte a una “coincidenza meravigliosa”.

Leslie: calma, la coincidenza meravigliosa non riguarda il fatto che oggi io sia qui ad osservare l’ universo ma il fatto che esista un osservatore qualsiasi in grado di farlo. La coincidenza meravigliosa non riguarda il fatto che esista il nostro universo ma che esista un universo come il nostro, ovvero un universo qualsiasi che ospiti la vita. A vincere la lotteria non è stato il nostro universo specifico ma l’ insieme degli universi “life-containing”. Come te lo spieghi? Puro caso?

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Qualora il nostro universo fosse altamente improbabile restano in campo solo l’ ipotesi di Dio e quella dei “molti universi”.

John Leslie non si interessa molto alle caratteristiche del Dio da ipotizzare. Quello a cui pensa è semplicemente un Dio che sottomette l’ universo alle sue leggi e non è nemmeno necessario che lo crei dal nulla, potrebbe anche essere eterno, nulla cambierebbe.

Il Dio di Leslie è una pura forza ordinativa.

Ma perché un simile Dio fa quello che fa? Perché è buono: ecco un’ altra sua caratteristica. Evidentemente la vita è un bene. Chi è a disagio con queste categorie puo’ tranquillamente assumere che non sappiamo affatto perché il Dio di Leslie fa quello che fa.

Il Dio di Leslie assomiglia al tipico Dio neoplatonico. Un Dio minimale.

***

Se un plotone di esecuzione vi spara e restate vivi perché tutte le pallottole vi hanno mancato, voi cosa pensate?

Pensate al caso?

Probabilmente no. Pensate piuttosto al fatto che vi abbiano risparmiato.

Ma potreste anche pensare che la vostra esecuzione ha avuto luogo miliardi di volte e voi state vivendo il caso specifico in cui tutti i cecchini vi hanno mancato. Tra miliardi e miliardi di casi esisterà necessariamente anche questo caso alquanto singolare. In fondo basta mettere miliardi e miliardi di scimmie davanti a una macchina da scrivere e un sonetto di Shakespeare prima o poi lo si ottiene.

Non è nemmeno necessario che esistano infiniti universi per neutralizzare l’ ipotesi teistica: più universi alternativi esistono, più il nostro universo diventa probabile e quindi spiegabile senza ricorrere alla figura di un Fine Tuner.

Qui è meglio ricordare quanto già si diceva: quando dico “molti universi” intendo “molti universi diversi dal nostro” e non “molti universi simili al nostro”, ovvero universi “life-containing”.

Espongo il concetto in altri termini: ammettiamo che sui protoni rinvenissimo il marchio “made by God”, dovendo escludere un’ incursione di marziani giocherelloni, la cosa potrebbe comunque essere spiegata in termini naturali da chi potesse dimostrare l’ esistenza di “molti universi simili al nostro”. Tuttavia, anche una dimostrazione del genere non basterebbe per escludere l’ esistenza di un Fine Tuner.

***

Adesso, diciamocelo francamente, l’ ipotesi dei “molti universi” è un’ offesa alla semplicità. Perché mai dovremmo formularla?

Eppure è stata suggerita da parecchi filosofi aristotelici nel medioevo e anche da molti scienziati rispettabili: Einstein, Dirac, Eddington, Wheeler, Penrose, Barrow, Tipler…

Nonostante si siano cimentati tanti illustri cervelli, la visione dei “molti mondi” resta piuttosto oscura e proprio perché tale immune da attacchi dettagliati. Si puo’ tranquillamente concludere dicendo che la filosofia non ha fornito argomenti validi per supportare una simile ipotesi che resta bizzarra a dir poco.

***

Vogliamo tirare le somme?

Intimoriti da Galileo e Darwin molti religiosi si affrettano a dire che la religione si fonda sulla fede e non sulla scienza. D’ altro canto molti filosofi si affrettano a dire che l’ argomento dell’ orologio è stato smontato per sempre. Leslie si smarca da questa schiera per affermare che così non è, le cose sono un po’ più complesse e l’ analogia dell’ Orologiaio, espulsa dalla porta, rientra dalla finestra.

***

Ma dove si ferma l’ argomento di Leslie?

Innanzitutto l’ ipotesi di Dio resta in concorrenza alla pari con l’ ipotesi dei “molti mondi”. In fondo molti ritengono “bizzarra” anche l’ ipotesi di un Dio, anche se così consustanziale alla storia dell’ umanità.

Poi l’ universo descritto da JL potrebbe essere un universo di pupazzi privi di libero arbitrio.

Infine, sulla base di quanto detto finore, nulla puo’ essere detto sul fenomeno del male.

Nonostante questi limiti lo sforzo di Leslie resta ancora oggi uno dei più produttivi, vale la pena di ricordarlo.

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John Leslie – Universes

 

 

 

 

 

 

Homo Hypocritus

Negare, negare sempre, anche l’ evidenza, anche a se stessi. Guarda e impara:

Divertente, ma ci dobbiamo preoccupare per lui?

Macché, tutt’ altro. Semplicemente un Homo Hypocritus in erba che cresce forte e sano. Tutto bene, quindi.

Ragiona: che c’ è di male? Il cucciolo comincia in modo grezzo a sperimentare la fondamentale arte dell’ inganno. E’ nella sua come nella nostra natura. Se i primi tentativi sembrano un po’ ingenui è perché deve ancora imparare che re Inganno richiede una corte di Mezze Verità per regnare. Tuttavia il piccolo ha forse già scoperto l’ arma più micidiale per ingannare il prossimo, ovvero l’ arte di ingannare se stessi. E se ancora non l’ ha scoperta, è sulla giusta strada.

Diamogli tempo e sarà dei nostri.

***

Secondo Robert Trivers i tempi sono maturi…

… ormai è possibile formulare una teoria generale dell’ autoinganno basata sulla logica evoluzionista…

L’ argomento prescelto per il suo ultimo libro è piuttosto deprimente: il trionfo dell’ ipocrisia.

Talmente deprimente che un credente potrebbe pensarlo come un libro di scienze naturali sul Peccato Originale.

Non a caso RT dedica un capitoletto alla preveggenza del Padre Nostro.

Perché mentiamo agli altri e a noi stessi? Perché proiettiamo istintivamente sugli altri i nostri difetti? Perché reprimiamo le memorie dolorose? Perché ne costruiamo di completamente false? Perché ci sovrastimiamo? Insomma, perché degradiamo la realtà? Ma soprattutto, perché la selezione naturale favorisce queste deprecabili pratiche?

La nostra personalità ha un lato oscuro che fatichiamo a considerare perché ci inquieta…

… ma è anche fonte di umorismo e feconde sorprese intellettuali…

La cosa riguarda da vicino quella particolare scimmia che è l’ uomo:

il linguaggio, ovvero il dono più prezioso che abbiamo ricevuto… non solo ci consente di dire bugie ma anche di essere particolarmente creativi… abbiamo poi in dotazione organi meravigliosi in grado di valutare l’ informazione giunta fino a noi e di modificarla opportunamente prima di inviarla alla coscienza…

Ma perché mentiamo a noi stessi?

… essenzialmente per mentire meglio agli altri… lo sforzo cognitivo è inferiore se il cervello non è consapevole delle contraddizioni in cui incorre… non pensate alle bugie autoinflitte come a forme consolatorie e difensive… le motivazioni fondamentali sono offensive…

Ma cosa significa spiegare un comportamento in termini di “logica evolutiva”?

… significa spiegarlo in termini di vantaggio biologico… dove il vantaggio è misurato come effetto positivo sulle chance di sopravvivenza e riproduzione…

E non confondiamo “vantaggio biologico” e “vantaggio psicologico”…

… l’ autoinganno ci fa sentire bene ma non spiega il radicamento della pratica poiché non dimostra affatto che i benefici siano superiori ai costi… esistono infatti “costi biologici” notevoli nel perdere il contatto con la realtà… il depresso potrebbe alleviare le sue sofferenze mediante forme artefatte di deresponsabilizzazione ma non aumenta per questo le sue probabilità di riproduzione…

Prendiamo un problema qualsiasi: perché esistono due sessi?:

… ogni uomo può avere migliaia di figli, ogni donna puo’ averne al massimo una dozzina…  la legge evolutiva seleziona fenomeni naturali che massimizzano numero e cura della prole… il fatto che esistano due sessi (donna e uomo) si spiega allora perché un giusto mix garantisca sia la numerosità della prole (uomo), sia la cura della stessa (donna)…

Ecco spiegato un fatto naturale (esistenza di due sessi differenti) in termini evolutivi.

Veniamo ora al “problema sociale”. Come schematizzarlo?

… due individui si incontrano ed entrano in relazione… se entrambi sono ben disposti e collaborano verranno ripagati da questa scelta ma se confliggono subiranno entrambi un costo… Purtroppo tradire chi è in buona fede è il comportamento che ripaga di più in termini evolutivi… così come fidarsi di un traditore è il comportamento più penalizzante…

Le regole del gioco sono semplici ma le strategie implementate per vincere possono essere anche molto complesse.

L’ Homo Hypocritus non è poi così strano:

… le strategie di bluff e auto-bluff non dovrebbero sorprendere perché si presentano anche in altre specie…

Per qualcuno l’ intelligenza sarebbe l’ antidoto. Ma…

… è l’ intelligenza stessa ad essere un sottoprodotto dell’ ipocrisia. E non consola molto il fatto che la direzione del nesso di causalità tra queste due variabili sia incerto…

Puntare sulla valutazione coscienziosa delle circostanze non è una buona idea:

… di solito attiviamo la coscienza dopo aver agito, prima ci affidiamo ad altre facoltà… per lo più con la coscienza non ragioniamo, con la coscienza razionalizziamo la realtà a seconda delle nostre esigenze…

Ma  autoingannarsi è davvero una pratica tanto demoniaca?

… dipende… per esempio fa bene alla salute… specie al sistema immunitario…

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A questo punto RT affronta diversi settori della vita quotidiana in cui si ricorre comunemente all’ ipocrisia. Io mi limiterò a considerare famiglia e religione, due ambiti in cui più fissiamo la realtà e più ci appare in movimento anche quando è immobile.

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L’ inganno e l’ autoinganno sono due formidabili armi evolutive ma contro i nostri nemici dichiarati (gli estranei) non sono poi così “formidabili” visto che divengono prevedibili.

A volte diventa più cruciale far capire al nostro nemico che non lo stiamo ingannando. E’ per questo che Cesare brucia le navi quando sbarca nelle terre straniere che intende invadere: i nemici sapranno che fa sul serio e si arrenderanno senza simulare una bellicosità che non appartiene loro.

In famiglia le cose vanno diversamente: le aspettative dell’ altro sono più sfumate e quindi le simulazioni più efficaci.

La famiglia è un gruppo di individui geneticamente connessi e nei rapporti infra-gruppo vale la regola di Hamilton:

…se due individui hanno un fattore di connessione genetica pari a un mezzo (esempio due fratelli)… pur aspettandoci che il primo individuo tenterà di ottenere dei vantaggi a scapito del secondo, a questo comportamento porrà un limite evitando che le sofferenze della “vittima” siano più che doppie rispetto al godimento del “carnefice”…

Si tratta di sfumature che creano un ambiente favorevole all’ ipocrisia.

Il gioco familiare è altrettanto semplice quanto il gioco sociale:

… i genitori devono decidere come e quanti sforzi investire nella prole… quest’ ultima deve tentare di sfruttare al massimo i genitori indirizzando su di sè gli sforzi… queste spinte egoistiche sono temperate dalla regola di Hamilton…

L’ inganno serve ai figli per esagerare i loro bisogni e serve ai genitori per apparire più deboli e quindi dare meno a chi ritengono abbia meno bisogni.

In alcuni casi perversi i genitori vogliono dare meno indipendentemente dai bisogni. In questo caso l’ autoinganno è una buona strategia per figli che non hanno accesso a una exit-strategy:

… la convivenza forzata condiziona la strategia dei figli abusati per i quali diventa conveniente autoingannarsi attraverso una dissociazione che minimizzi gli abusi ricevuti… resistere o denunciare renderebbe le cose anche peggiori…

I genitori hanno interessi differenti poiché trasferiscono in modo differente il loro patrimonio genetico ai figli…

… per comprendere le dinamiche familiari è buona cosa immaginare la prole come portatrice di un’ identità scissa che persegue interessi multipli e divergenti… le due principali identità saranno quella materna e quella paterna…

I figli “preferiti” di un genitore saranno quelli che ricevono da lui la parte più cospicua di eredità genetica. La preferenza è sempre accompagnata dal classico autoinganno per cui “i figli preferiti” non esistono per definizione.

Geni differenti hanno regole ereditarie differenti e a volte sono isolabili delle regolarità. Per esempio, il cromosoma Y viene trasmesso da padre in figlio mentre il cromosoma X viene trasmesso dal padre alla figlia. Ora, quest’ ultimo è 10 volte più “ricco” da un punto di vista genetico…

… in realtà non ci sono chiari segni di una preferenza del padre verso le bambine anche se esistono evidenze di una predilezione nei confronti delle nipotine da parte delle nonne paterne

Ci sono alcuni insegnamenti ricorrenti che i genitori impartiscono ai figli:

… la connessione genetica tra genitori e figli è più potente rispetto a quella tra fratelli… è quindi normale che i primi spingano i secondi verso comportamenti reciproci più improntati all’ equità rispetto a quelli istintivi…

D’ altro canto padre e madre, in ambito familiare, avranno anche messaggi conflittuali da trasmettere. Tanto per restare in tema di reciprocità:

… il patrimonio del padre spingerà i figli verso comportamenti più egoistici per la possibile presenza di fratellastri mentre il patrimonio della madre sarà improntato alla condivisione in modo da realizzare una ripartizione equa… e questo è ovvio visto che la madre è certa…

Ho detto “in ambito familiare” non a caso. In ambito sociale, infatti, il messaggio si ribalta:

… l’ eredità materna spinge a comportamenti più gretti e improntati al familismo… l’ eredità paterna spinge a comportamenti più equi… questo perché l’ uomo dissemina la sua numerosa prole nel gruppo allargato mentre la donna concentra la sua esigua prole nella famiglia…

I geni paterni agiscono con la logica di cui sopra già nella vita uterina del feto:

… un eccesso di ifg2 (gene paterno) moltiplica il fattore di crescita fetale assorbendo risorse sottratte a eventuali competitori… il gene materno ifg3 ha invece l’ effetto contrario…

L’ identità scissa della prole è messa a dura prova quando i genitori litigano:

… quando i genitori litigano è un po’ come se dentro di lui litigassero le sue due identità… puo’ essere una sofferenza lacerante… alla base della quale sta la minaccia di un fratellastro…

A 2/3 anni il bambino comincia a mentire sistematicamente:

… finti pianti per invocare cure… riconoscibili dal fatto che spesso si interrompono per dar modo al piccolo di capire se qualcuno sta ascoltando… Finte risate per dimostrare che si partecipa alla vita familiare… già a questa età l’ inganno varia ed è modulato sulla potenziale vittima… Uno studio recente rivela che a due anni e mezzo si mente una volta ogni due ore… le “bugie bianche” subentrano a 5/6 anni… L’ intelligenza del bambino è correlata in modo potente con l’ inclinazione a mentire e l’ inclinazione a mentire è correlata con l’ inclinazione a mentire a se stessi…

Vorrei soffermarmi su questa realtà sperimentale:

… sebbene manchi una chiara evidenza per l’ uomo adulto sembra ormai assodato che nelle scimmie superiori e nei bambini le capacità e l’ intelligenza crescono al crescere della disonestà [intellettuale]…

Certo che sarebbe interessante capire come far tesoro di questo dato. Pensiamo solo alla politica.

Si potrebbe provare così: le istituzioni contano più della moralizzazione, ovvero, privilegiando l’ etica sacrifichiamo le capacità mentre rendendola conveniente tramite istituzioni ben concepite salviamo capra e cavoli.

A proposito di politica:

… i soggetti carismatici con particolare attitudine alla leadership presentano… una maggiore propensione all’ inganno e all’ autoinganno… nonché una più debole capacità di smascherare i comportamenti ipocriti di chi li circonda (in genere i sottoposto)…

Anche in ambito accademico

… i soggetti intellettualmente più dotati sono più propensi a ricorrere a manipolazioni su di sé e sugli altri…

Poiché il gioco è propedeutico alla vita in società, non sorprende che gran parte dei giochi esaltino la capacità di bluff:

… nei giochi si bluffa senza sensi di colpa… è il viatico ideale per poi tessere quella rete di piccoli inganni e reticenze che ci sarà tanto utile in società…

L’ autoinganno è favorito dalla selezione naturale, perché dovremmo disinnescarlo nella nostra opera educativa?

… per me la risposta è semplice: non credo in una vita, in una relazione, in una società costruita sull’ inganno…

C’ è un problema: più riusciamo a costruire una vita, una relazione, una società senza ricorrere all’ inganno e all’ autoinganno, più inganno e autoinganno diventano efficaci.

Chi s’ impegna per la verità conferisce valore all’ inganno, chi è tollerante svaluta l’ inganno. Se contano le intenzioni, poco male, ma se contano i fatti…

In famiglia la retorica della trasparenza rende l’ ipocrisia inconscia un’ arma quasi irrinunciabile.

Quando una società diventa completamente “trasparente”, le parole scambiate dietro le quinte sono poche ma dal peso decisivo. La società dello streaming è storia di oggi: http://www.corriere.it/politica/13_marzo_27/battista-al-vertice-come-al-grande-fratello_b1807690-96c9-11e2-b7d6-c608a71e3eb8.shtml#.UVLk6mFlvzk.twitter

Ad ogni modo penso sia giusto, almeno a parole, combattere l’ ipocrisia.

Ma come possono i genitori combattere l’ ipocrisia dei figli (qualora lo si ritenga cosa buona e giusta)?:

… la punizione funziona poco… perché la si puo’ evitare ingannando… e quindi finisce paradossalmente per diventare un incentivo a raffinare gli espedienti…

Altro errore da evitare:

contraddirsi… essere incoerenti… ricorrere a bugie in presenza dei bimbi… sono molto sensibili a questi comportamenti…

Qualcuno pone al bimbo le domande cruciali “guardandolo fisso negli occhi”:

… puo’ funzionare perché mentire è difficile e farlo guardandosi negli occhi lo è ancora di più… detto questo è possibile che si sviluppino tecniche sofisticate come l’ autoinganno…

La cosa migliore da fare è dare il buon esempio evitando la reticenza. Anche su questioni cruciali come la separazione o la morte di un genitore:

… creare un ambiente improntato alla fiducia è la cosa migliore per la crescita dei nostri figli…

ingannoooo

La religione è un ambito dove gli autoinganni abbondano, non si puo’ negarlo.

… qualcuno si è spinto a dire che è la religione in sé a costituire un immenso autoinganno… un grande nonsense con effetti dannosi sull’ umanità, compresa quella fetta di umanità che la professa… una grande illusione perpetratasi grazie all’ inganno… Le cose potrebbero anche stare così ma chi lo sostiene non ha una teoria seria e si limita a proporre una metafora… la religione sarebbe come un virus che si diffonde nel corpo dell’ umanità… un virus che viaggia contagiando le menti degli uomini più deboli… un meme che ci minaccia… Ora, non si puo’ dire che una metafora, per quanto suggestiva, possa costituire un serio fondamento per una teoria evolutiva plausibile… Quando questi crociati dell’ ateismo sostengono con sicumera che tra venticinque anni le religioni saranno sparite mi viene da sorridere e pagherei per parlare con qualcuno di loro tra venticinque anni… semmai ci sarà ancora qualcuno in circolazione…

Darwin o Gesù?

… la verità probabilmente sta nel mezzo… la religione fa ampio ricorso all’ autoinganno, penso alle preghiere per l’ intercessione, al ripudio della razionalità e al conferimento di uno status speciale all’ adepto… ma c’ è pur sempre nelle religioni un nucleo irriducibile che punta sulla verità delle cose… per esempio, sembra un paradosso, in quelle religioni che insistono molto nel denunciare il rischio di autoingannarsi… la cosa migliore consiste nell’ analizzarle pazientemente separando le credenze fallaci da quelle benefiche…

***

Ma perché non ci basta una fede probabilistica e riteniamo di doverla rafforzare per autoingannarci?

Innanzitutto perché una fede piena fa bene alla salute:

… salute e religiosità sono positivamente correlate… forse perché la persona religiosa è inserita in un gruppo di mutuo supporto… forse perché stabilire relazioni forti aiuta… forse perché molte religioni consentono al fedele di confessare in privato i propri traumi sfogandosi…

Fin qui la religione potrebbe essere facilmente sostituita da pratiche alternative. Ma c’ è anche qualcosa che è più specifico:

… il possedere una forte credenza  è positivo di per sè per la nostra salute mentale… anche avere a disposizione una struttura di significati attraverso la quale comprendere e agire nel mondo conferisce benefici psicologici non indifferenti…

***

Il celibato richiesto ai preti è facilmente giustificabile in termini teorici: obbliga alla dedizione completa.

Ma lo è anche in termini pratici: limita la corruzione azzerando il nepotismo:

… nella Chiesa Cattolica le dinastie sono molto rare… almeno se la confrontiamo con Nord Corea, Siria, Egitto, Giordania, India, Haiti, sette americane…

Forse dovremmo imporlo ai politici.

Ma perché il celibato è maschile?

… perché è più facile… nel maschio l’ attaccamento alla famiglia è più tenue…

Detto questo, alcune dichiarazioni della CC in tema di celibato appaiono quantomeno bizzarre:

… il celibato non contribuirebbe alla pedofilia dei preti mentre l’ omosessualità sì…

E’ chiaro invece che, a parità di tutto il resto, sia il gruppo dei celibi che il gruppo degli omosessuali sono più esposti a fenomeni di pedofilia. Per comprimere il fenomeno è normale si chieda loro standard morali più elevati.

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Le religioni più promettenti sono quelle aperte, universali e che puntano sull’ evangelizzazione (conversione dell’ infedele). Insomma, il cattolicesimo sembra più funzionale dell’ ebraismo:

… spesso i precetti religiosi richiedono o consigliano in modo pressante matrimoni tra correligionari, il che favorisce la congiunzione tra consanguinei con i noti inconvenienti che questo comporta in termini di diversificazione di rischio epidemico… solo le conversioni frequenti e l’ apertura a tutti i gruppi sociali possono neutralizzare il fenomeno…

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Molte religioni ci mettono in guardia dall’ autoinganno:

… Matteo 7: 1-5 è un invito a non giudicare il prossimo… la pagliuzza e la trave… chi è senza macchia scagli la prima pietra… la parabola del buon Samaritano…

Per non dire del Padre Nostro. “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”:

… una professione di umiltà del soggetto di fronte alla realtà e al suo piano più ampio… ci si impegna di fronte al reale e al rischio di auto-suggestione…

“non indurci in tentazione”:

… un’ ammissione di debolezza volta a mettere in guardia il fedele arrogante…

Forse il cattolicesimo dovrebbe puntare su questa peculiarità. Già Gide affermava:

… Gesù non ha detto nulla di sconvolgente sull’ amore… si è limitato a ripetere verità già diffuse da secoli… il vero messaggio rivoluzionario del cristianesimo è un altro: non giudicare

***

L’ autonganno si manifesta con le preghiere d’ intercessione. Esperimenti multimilionari sono stati approntati per misurarne l’ effetto. Risultato:

… nessun effetto… anzi, i soggetti informati che si pregava per loro hanno avuto mediamente una degenza post operatoria peggiore…

Nell’ esperimento Benson, quello a cui fa cenno RT, i gruppi di preghiera non conoscevano i destinatari delle loro richieste d’ intercessione. Secondo Richard Swinburne cio’ invaliderebbe l’ esperimento poiché la dottrina teologica sottesa alla preghiera d’ intercessione parla chiaro. C’ è una metafora che rende bene i dubbi del professore oxoniense: 

… what I have written… can be seen by an analogy. Suppose that I am a rich man who  sometimes gives sums of  money to worthy causes, and that I am very well informed and I know just how useful (or not) different gifts would be. I receive many letters asking me to give such gifts. Some foundation wants to know if there is any point in people writing such letters to me – do they make any difference to whether know if there is any point in people writing such letters to me – do they make any difference to whether  I give money to this cause or that? So the foundation commissions a study. Many people are enrolled to write letters to me on behalf of several causes rather than others in order to see whether subsequently I give more to those causes rather than to the other causes. In fact, let us suppose, I am normally moved by such letters; I think that the fact that many people take the trouble to write to me on behalf of some cause about which they care a lot is a reason for giving to that cause. But I now discover why I am suddenly bombarded with a stream of letters on behalf of certain causes; and I realise that on this
occasion, unlike on other occasions, the letter writers have no deep concern for the causes for which they write. So of course on this occasion I pay no attention to the letters…

Braciole

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Siete in fila dal macellaio per acquistare una braciola e vi coglie uno scrupolo etico: sarà giusto quel che state facendo? E’ il caso di procedere o di andarsene per abbracciare il vegetarianesimo una volta per tutte?

L’ animale, per quanto bestia, soffre e urla il suo dolore. Avete l’ impressione di essere coinvolti in qualcosa di terribile. State lì, in coda, proprio come ci stanno i corvi e le iene in attesa che il cucciolo spiri.

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Forse gli animali vantano davvero dei diritti, almeno le razze superiori. O no?

Un filosofo come Murray Newton Rothbard risponde secco:

… sono pronto a riconoscere agli animali ogni diritto che mi chiederanno…

Queste due righe racchiudono in modo icastico il “no” della tradizione: gli animali avranno diritti giuridici solo quando saremo pronti a riconoscere anche le loro responsabilità giuridiche.

Detto cio’, sia chiaro, per MNR gli animali hanno tutti i diritti che ritiene di conferire loro il padrone, compreso il deferente bacio della zampa imposto all’ ospite bipede ammesso in casa.

Sulla sponda opposta si colloca il controverso filosofo australiano Peter Singer.

Nel giustificare talune forme di infanticidio, costui attribuisce all’ animale uno status etico più elevato rispetto a quello  tipico del bimbo disabile.

Per Singer il “sentire” è tutto e una capacità percettiva menomata ci fa regredire verso la sfera degli oggetti.

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Lo spettro è dunque ampio e forse una tra le soluzioni intermedie più promettenti è quella delineata da Robert Nozick:

etica kantiana per gli uomini ed etica utilitarista per gli animali…

Cio’ significa che solo l’ uomo puo’ vantare dei diritti più o meno assoluti.

Per dirlo con una formula: l’ uomo è sempre fine e mai mezzo.

Tradotto con un esempio facile facile: per salvare cinque meravigliose persone bisognose di un trapianto d’ organi non sarà mai lecito sacrificare uno scorbutico misantropo senza parenti particolarmente in salute!

Al contrario, quando consideriamo il mondo animale, poiché il fine giustifica i mezzi, sarà lecito massimizzare la felicità complessiva della comunità… “omoanimalesca”.

Una soluzione del genere ha il pregio di distinguere chiaramente tra uomo e animale e, contemporaneamente, di condannare senza appello le violenze gratuite contro questi ultimi.

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Da questa premessa prende le mosse il saggio di Robin Hanson sul vegetarianesimo (Meat is moral).

Siamo fortunati perché quando si parla di utilitarismo RH è la persona più adatta da consultare.

Per RH un’ azione è buona solo se produce conseguenze complessivamente buone.

RH ha il pregio di praticare questo imperativo sempre e comunque, è l’ utilitarista più coerente che conosca…

[… secondo lui la shoah è esecrabile solo in virtù del fatto che “… il numero di nazisti coinvolti nel progetto era insufficiente…”!…]

sarà difficile andare d’ accordo con lui ma sarà molto facile capirsi e capire.

Per esempio, questo suo saggio è caratterizzato come anti-vegetariano ma io non escludo affatto che RH sia un vegetariano, anzi: ha una vera passione per gli argomenti che confutano le sue vedute.

Non temendo le possibili conseguenze imbarazzanti dell’ etica che professa, puo’ illustrarla senza tanti orpelli, sfumature e correzioni in corsa. Un intellettuale onesto fino in fondo. Merce rara.

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Bene, detto questo possiamo ricominciare: siete in fila dal macellaio per acquistare una braciola e vi coglie uno scrupolo etico: sarà giusto quel che state facendo? E’ il caso di procedere o di andarsene per abbracciare il vegetarianesimo una volta per tutte?

Se siete in procinto di compiere il grande passo forse vi interesserà sapere che:

… ordinando la braciola voi non danneggiate i maiali ma li aiutate

Eppure ordinando una braciola commissiono la morte di un maiale!

… errato… voi vi limitate a commissionare la carne di un animale già morto…

Sarà vero per quel maiale specifico ma per gli altri maiali che stanno nella fattoria o in allevamento?

… verranno uccisi comunque

Ma se contribuisco a comprimere la domanda di braciole la carneficina prima o poi cesserà o rallenterà. In effetti mi accorgo di avere a cuore soprattutto la vita dei “maiali futuri”, quelli che ora nemmeno sono nati.

… di male in peggio… dovrai infatti convenire che la tua azione li danneggia poiché i “maiali futuri” che avranno la fortuna di vedere la luce di questo mondo diminuiranno drasticamente anche per colpa tua…

Si sarà capito che per RH non esiste una relazione tra dieta vegetariana e riconoscimento dei diritti all’ animale, e laddove dovesse esistere sarebbe comunque una relazione inversa.

Cosa vi avevo detto? Abbiamo a che fare con un utilitarista tutto d’ un pezzo. Un vero osso duro.

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RH ci fa solo notare che l’ alternativa ai maiali dalla vita breve non sono maiali dalla vita lunga ma maiali dalla vita ancora più breve. Anzi, dalla vita inesistente.

Se così stanno le cose, secondo l’ etica conseguenzialista la scelta è obbligata.

… chi non consuma carne consuma altri alimenti la cui produzione impegna il suolo come se non più dell’ allevamento… è da escludere quindi che un longevo maiale selvatico rimpiazzi il maiale domestico…

Ecco allora la reale alternativa:

… bisogna decidersi se sacrificare la già breve vita di un maiale o quella di un asparago… e poiché l’ asparago non ha uno statuto morale degno di nota, la scelta in favore dei maiali s’ impone…

Ma questa è proprio la scelta che compie inconsapevolmente l’ amante di braciole. Da qui la conclusione:

… per chi ha a cuore i diritti degli animali consumare braciole non è solo consentito ma addirittura doveroso… Al contrario, la pratica vegetariana è di fatto immorale e dannosa per gli animali che si vorrebbe proteggere…

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E’ giusto o sbagliato creare vite che saranno poi interrotte?

… in un’ ottica utilitarista non solo è giusto ma è doveroso se sono vite che vale la pena vivere

Giudicare l’ esistenza di questa condizione non è facile, mettersi nei panni di un maiale d’ allevamento è impresa ardua:

… a mio giudizio la vita in allevamento e nelle fattorie vale la pena di essere vissuta… d’ altronde a giudicare dai maiali che ho visto sembra trasparire una sete di vita più che di morte… non hanno nessuna intenzione di “farla finita”…

Forse ha un certo peso anche il fatto che alcune razze siano selezionate esclusivamente per l’ allevamento, sopportano bene la loro situazione e fuori da quel contesto avrebbero ancora più problemi.

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Naturalmente il ragionamento di Hanson presenta dei punti deboli.

Non penso proprio che gli amanti delle braciole abbiano in mente niente del genere e mi chiedo allora se una scelta etica possa mai esistere senza un’ intenzione etica. Per un utilitarista non ci sono problemi, ma per noi?

Come possiamo poi sapere che un animale non voglia suicidarsi?

Forse non ha nemmeno le facoltà mentali per deciderlo.

Oppure non ha i mezzi.

D’ altro canto è pure vero che, quanto più ipotizziamo ridotte le sue facoltà mentali, tanto meno siamo indotti a farne un titolare di diritti.

Forse il suicidio è doloroso in sé, per quanto si desiderino le conseguenze che comporta. Dopotutto per i maiali non esistono cliniche svizzere con tutti i comfort.

L’ evoluzione puo’ aver sviluppato dei bias che ingannano il maiale circa la scelta migliore da compiere: il maiale fenotipo e il suo “gene egoista” avrebbero infatti interessi divergenti qualora il suicidio fosse la via preferibile per il primo.

Certo, il fatto è che molti di noi si suiciderebbero se ridotti a una vita da maiali di allevamento ma la cosa non sembra molto rilevante poiché molti di noi si suiciderebbero anche se costretti a una vita da maiali selvaggi!

Andrebbe evitata ogni antropomorfizzazione.

Eppure, come faccio a giudicare se non “antropomorfizzo” almeno un po’?

Forse un simile giudizio non è solo difficile, è impossibile. Meglio rassegnarsi. In questo caso però un pregiudizio in favore della vita sarebbe plausibile. O no?

Potremmo tagliare la testa al toro e decidere di non preoccuparci per la vita dei “maiali futuri”. Rinunceremmo però anche alla massimizzazione dell’ utilità generale uscendo di fatto dall’ ottica utilitarista. Senza contare che i maiali esistenti, come ricordava RH, sarebbero comunque spacciati e allora tanto varrebbe mangiarli.

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L’ opzione vegetariana è dunque immorale?

Direi che all’ interno di una prospettiva utilitarista l’ argomento di RH regge e suffraga per lo meno questa conclusione minimale.

L’ animalista coerente è tenuto a mangiare carne a più non posso?

Francamente nemmeno RH ha il coraggio di spingersi fino a un simile paradosso.

E allora, che fare?

Consiglierei chi intende rispettare in modo intelligente il mondo animale di mantenere la propria dieta carnivora, magari sobbarcandosi un supplemento di ricerca e di spesa per rifornirsi presso allevamenti conformi a certi standard. 

 

Aggiunta:

Ieri ho letto sul corriere questa notizia: Alexander Songorwa, responsabile per i parchi e la conservazione delle specie selvatiche della Tanzania, con un appello sul NYT chiede aiuto ai cacciatori USA promettendo che il leone non verrà inserito tra le specie in pericolo. Obiettivo: salvare i leoni (consentendo di ucciderne di più). Se i turisti americani non potranno riportare i propri trofei a casa, inevitabilmente sceglieranno altre mete e altri tipi di caccia, il che significherebbe anche un declino dell’intero impianto di gestione dei grandi parchi africani. Perdere questo genere di turismo sarebbe rovinoso per gli sforzi di conservazione. I cacciatori spendono il triplo di un turista qualsiasi e spesso contribuiscono di tasca propria al ripopolamento. Songorwa è l’equivalente del nostro ministro dell’Ambiente, è un ambientalista impegnato a contrastare la terribile piaga del bracconaggio e interessato alla conservazione della fauna nella propria nazione.

Non so perché ma ho come l’ impressione che una notizia del genere stia bene in fondo a questo post.

Il dio della monetina

Come deve votare il buon cattolico?

Per quanto la Chiesa non dia indicazioni vincolanti, suggerisce di orientarsi verso quelle forze politiche disposte a dare battaglia in difesa dei cosiddetti “principi non negoziabili”, ovvero:

1. difesa della libertà di istruzione e di religione

2. difesa della famiglia naturale fondata sul matrimonio tra uomo e donna;

3. difesa della vita dal concepimento al termine naturale.

In sé si tratta di battaglie alte e nobili, ma bisogna tener conto che in sede di voto va giudicata la loro natura politica.

E allora mi scappa una confessione: la prima battaglia mi entusiasma, la seconda molto meno.

La terza mi provoca sentimenti misti – tra aborto, eutanasia e testamento biologico c’ è una bella differenza! Meglio allora accantonarla evitando così l’ appesantimento dei distinguo.

Ma come tradurre un simile giudizio “di pancia” in un giudizio più meditato? Ci provo.

La prima battaglia sembra dire: “non siamo tutti uguali, lasciateci vivere a modo nostro”.

Mentre la seconda, di fatto, dice: “bene o male siamo tutti uguali, non consentite ad altri di vivere in modo differente da noi”.

Con la prima è come se si dicesse: “lasciateci sperimentare vie nuove alternative”.

Con la seconda, invece: “sappiamo già abbastanza, consentire la sperimentazione di vie nuove è un puro spreco di risorse”.

A questo punto spero che le cose siano un po’ più chiare: quanto più uno valorizza diversità e sperimentazione, tanto più abbraccia la prima battaglia e dubita della seconda.

Ma la sperimentazione puo’ trasformarsi in un valore?

Io penso di sì: rende umile la conoscenza e impedisce di abusarne.

Ci sono sublimi realtà ultraterrene che per la loro natura possiamo conoscere solo con il concorso della Grazia: che irresponsabile chi rifiuta tale illuminazione! Che provinciale chi parte con un atto di chiusura anziché con un atto di fiducia! Che ottusità dimostra chi non riversa sullo scettico l’ onere della prova.

Ci sono poi realtà mondane che possiamo conoscere grazie al metodo sperimentale: che presuntuoso chi rifiuta di mettere alla prova le proprie idee, che arrogante chi pensa che tutto si esaurisca nel proprio intuito, che atto di protervia dar peso solo alla propria esperienza personale, che grezza semplificazione ritenere che gli altri siano come noi o comunque sempre uniformabili a noi.

Le realtà mondane sono più disordinate e variegate di come ci piace rappresentarle. Per questo andrebbero accostate con umiltà.

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Se avete la mia età probabilmente da piccoli avrete dormito nella culla a faccia in giù:

… era il metodo più consigliato, reso famoso dal pediatra Benjamin Spock… se il bambino supino vomita è probabile che si soffochi nel suo vomito… e in effetti molti casi del genere furono riscontrati…

Oggi sappiamo che per alcune decine di migliaia di famiglie questo amorevole consiglio risultò fatale:

… il tasso di mortalità relativamente basso ha fatto sì che ci volessero anni per giungere alla verità su questa prassi…

Spock non fu certo accusato di infanticidio seriale, si era espresso in buona fede sulla base di ragionamenti plausibili e di un’ esperienza pluridecennale formatasi con tutti i crismi sul campo.

Fu solo nel 1988, dopo una serie rigorosa di sperimentazioni, che la prassi mutò:

… tra il 1970 e il 1988 morirono circa sessantamila neonati… la teoria e il buon senso causarono una strage degli innocenti…

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Nel XVII secolo Jan Baptist van Helmont sfidò i dottori dell’ epoca cercando di dimostrare che salassi e purghe non arrecavano alcun beneficio:

… tiriamo fuori dagli ospedali e dalle baracche 500 persone con febbre, pleurite eccetera. Dividiamole a metà, tiriamo a sorte quale metà viene con me e quale con voi: io li curerò senza purghe e salassi, voi fate come volete… vedremo quanti funerali avremo a testa…

Questa non fu l’ unica sfida lanciata da Helmont e a qualcuno lo strano dottore apparirà un po’ macabro, “contare i funerali” era il suo passatempo preferito. Eppure gli dobbiamo tanto, l’ applicazione reiterata delle sanguisughe su tutto il corpo è a dir poco sgradevole.

 

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Aceto, acido solforico, acqua di mare, noce moscata, sidro o agrumi? All’ epoca di James Lind non si sapeva bene come curare i malati di scorbuto, cosicché si puo’ capire il suo imbarazzo quando dopo otto settimane di navigazione ben trenta marinai cominciarono a soffrirne:

… il buon Lind mise da parte le sue convinzioni e il suo intuito per selezionare una dozzina di soggetti con la malattia al medesimo stadio… li divise casualmente per coppie somministrando a ciascuna coppia una cura differente…

Solo la coppia che mangiò arance e limoni migliorò, gli altri morirono. Qualcuno, con calma, scoprì in seguito che lo scorbuto deriva da una deficienza di vitamina C, ma in attesa dell’ annuncio, molte vite umane si misero in salvo.

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Sembra semplice procedere in questo modo  ma esiste un problema etico:

… una volta sorto il sospetto su quale sia la cura migliore… i problemi etici vengono a galla… come potremmo replicare l’ esperimento di Lind rifiutando arance e limoni?…

La cavia umana non è una cavia qualsiasi, puo’ dare il suo consenso. Affidarsi al consenso evitando paternalismi troppo soffocanti consente di aggirare l’ obiezione etica.

Quante vite hanno salvato i genitori che accettarono di far dormire proni i loro bimbi? E quante i marinai che accettarono di curarsi con l’ acido solforico? Il paternalismo forse li avrebbe protetti con la sua potente egida ma avrebbe condannando le generazioni future.

Oggi, in un’ epoca in cui il paternalismo non manca, la sperimentazione è presa di mira e i paradossi fioccano:

… il ricercatore che volesse condurre un esperimento controllato confrontando due cure differenti dovrebbe rispondere a un comitato etico… il medico che si limita a prescrivere una delle due cure basandosi su intuito ed esperienza personale, no… è semplicemente uno che fa il suo lavoro…

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Un altro sperimentatore indefesso fu Archie Cochrane 

… propose un esperimento per individuare le punizioni più efficaci contro la pessima condotta degli scolari: una lavata di capo, la detenzione o le frustate… non riuscì a convincere nessuno a inserire le frustate poiché ai più sembrava una cosa deplorevole…

Il fatto è che nelle varie scuole del paese gli studenti venivano frustati comunque e Cochrane dubitava che questa pratica funzionasse:

… l’ avversione al metodo sperimentale su questioni del genere fu tale da far prevalere uno scrupolo di coscienza in realtà infondato…

L’ equivoco di cui fu vittima Cochrane si manifesta ancora oggi. Non ci si rende conto che:

… spesso l’ alternativa agli esperimenti controllati sono gli esperimenti non controllati… i quali sono peggiori e insegnano poco o nulla…

***

Il metodo sperimentale soffre di un altro grave inconveniente: poiché i risultati sono imprevedibili, potrebbero dispiacerci e questo ci fa tentennare. Chissà perché ma noi ci affezioniamo ad alcune idee e soffriamo se chiamati dall’ evidenza ad abbandonarle.

Altre volte è persino peggio: sono in gioco veri e propri interessi materiali.

Archie Cochrane condusse un esperimento controllato sull’ efficacia delle cure coronariche, voleva verificare se i pazienti curati a casa reagissero meglio di quelli curati in ospedale:

… in un briefing divenuto famoso illustrò ai suoi colleghi che i gruppi di pazienti curati a casa mostravano una mortalità superiore. La maggior parte reagì dicendo: “Archie, se davvero hai un’ etica devi sospendere l’ esperimento impedendo che i pazienti continuino a curarsi a casa”. Archie li lasciò parlare a lungo finché non rivelò di aver mentito, i numeri dicevano il contrario, la mortalità era più elevata tra i pazienti curati in ospedale. Dopo questa rivelazione, anche se Archie non la pose direttamente, aleggiò a lungo una domanda: adesso i medici avrebbero forse preteso di chiudere immediatamente le loro unità? Naturalmente non fu così… ci si limitò a virare verso posizioni di scetticismo…

***

Quali sono le conseguenze delle emissioni di biossido di carbonio sul clima globale?

Boh. Le osservazioni che possiamo fare e gli scenari che possiamo congetturare non sono rigorosi.

Ci sono questioni su cui a rigore non si puo’ sperimentare. Di “clima globale” ce n’ è uno solo e quindi la formazione di sottogruppi di controllo è preclusa.

Molti pensano che la realtà sociale non si presti a esperimenti. E’ troppo complessa e vede all’ opera una moltitudine di variabili interconnesse tra loro che non si fanno isolare in un laboratorio.

Le difficoltà non mancano, eppure, con uno sforzo ben calibrato, è possibile condurre anche in questo ambito esperimenti significativi.

Dirò di più, nelle scienze sociali il genio del ricercatore si manifesta più nell’ ideazione di esperimenti che nell’ ideazione di teorie.

Come misurare la “corruzione”, la “coesione comunitaria”, la moralità, il “capitale umano” eccetera? Non è facile, sono concetti sfuggenti. Ma non è nemmeno impossibile e ci sono esempi illuminanti che lo dimostrano.

***

I cosiddetti “randomisti” hanno cercato di affrontare il problema delle politiche in favore dei paesi poveri. Come aiutarli sul serio?:

… se con le nostre donazioni non sappiamo se stiamo facendo loro del bene, allora non siamo molto diversi dai medici del medioevo con le loro sanguisughe…

Molte associazioni filantropiche si rivolgono a loro per indirizzare gli investimenti:

… l’ ICS finanziò un programma di assistenza scolastica fornendo testi di inglese, matematica e scienze… invece di distribuire il materiale scegliendo semplicemente le 25 scuole più meritevoli, o più facili da raggiungere, su consiglio di tre “randomisti” (Kremer, Glewwe e Moulin)… le scuole vennero selezionate a casaccio… Tutti i tradizionali metodi statistici suggerivano che i libri di testo avevano un effetto molto positivo sul rendimento scolastico… ma Kremer e compagni trovarono ben poche prove a sostegno… gran parte delle ONG non si sarebbero mai curate di fare analisi tanto meticolose… al contrario si sarebbero affidate alle analisi che confermavano l’ efficacia dei libri di testo… Si passò a sperimentare soluzioni alternative (grandi album, plastici illustrativi e altro materiale didattico) per concludere che il profitto scolastico s’ impennava maggiormente investendo… in medicine per la cura dei bambini affetti dai vermi… non è certo l’ idea che viene in mente per prima quando s’ intende promuovere istruzione e cultura in un paese povero come il Kenya…

Alcuni donatori si mostrarono a disagio: a loro piaceva pensarsi come diffusori di cultura e il finanziare la cultura distribuendo libri era per loro un “progetto vetrina” ottimale.

Non mancò nemmeno l’ obiezione etica, quella di chi sostenne: non si sperimenta sulla pelle dei bambini.

In questi casi la difesa canonica del “randomista” suona così:

… i fondi erano comunque insufficienti per un finanziamento generalizzato dei programmi e la sperimentazione si limitava a fare di necessità virtù…

A volte la provvidenza si manifesta sotto forma di “fondi insufficienti”.

***

Se siete persone di cuore che donano generosamente a favore dei più sfortunati, mi complimento con voi. Se poi avete l’ accortezza di donare ad associazioni che si fanno controllare dai randomisti, allora tanto di cappello.

[… ci sono tante associazioni meritevoli ma forse le più meritevoli sono quelle che si prendono la briga di controllare i meriti delle altre. Penso a GiveWell. Forse la donazione più oculata è proprio quella fatta alle società che testano le organizzazioni filantropiche, peccato che spesso siano “profit” e nell’ ambito della filantropia vige ancora l’ assurda distinzione tra “profit” e “no profit”…]

I randomisti si affidano alla “monetina”, il metodo del testa o croce doma la complessità e compie il miracolo di trasformare la semplice “correlazione” in “causa”.

Provo a darne una descrizione intuitiva: se suddividete il campione-cavia in sottogruppi e somministrare casualmente il trattamento, l’ interferenza delle variabili estranee tende a dissolversi.

Nel caso degli esperimenti sulle donazioni ai paesi sottosviluppati i gruppi potrebbero essere rappresentati dai singoli villaggi.

Esempio: c’ è il dubbio che la vicinanza del villaggio all’ acqua interferisca nell’ esperimento in corso compromettendo un giudizio equilibrato sull’ esito? Nessuna paura perché scegliendo a caso i villaggi ne avremo sia di vicini all’ acqua sia di lontani cosicché questa variabile estranea verrà neutralizzata.

E lo stesso varrà per tutte le altre, soprattutto le più insidiose, ovvero quelle a noi ignote e a cui non avremmo mai pensato.

Fuori dall’ accademia i randomisti devono lottare duramente per conquistarsi un credito:

… è imbarazzante difendere un sistema che lancia in aria una monetina…

In effetti il dio della monetina è un dio minore, un dio in incognito e senza pretese, disprezzato dai più; ma forse è proprio a lui e alle sue scarne indicazioni che dobbiamo rivolgerci per capire e agire assennatamente.

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Gli esperimenti non finiscono mai.

Questo forse non è molto chiaro al profano il quale spesso sente parlare di “comunità scientifica” e pensa che esistano delle “verità ufficiali” di fronte alle quali proseguire la sperimentazione è insensato. Una simile idea non consente di capire che in ambito scientifico le verità emergono in modo decentralizzato:

… in science truth is not established by an authoritative committee but by a decentralized process which (sometimes) results in everyone or almost everyone in the field agreeing…

L’ idea di verità ufficiale e di comunità scientifica soffre di un difetto insormontabile:

Part of the problem with that approach is that, the more often it is followed, the less well it will work. You start out with a body that exists to let experts interact with each other, and so really does represent more or less disinterested expert opinion. It is asked to offer an authoritative judgement on some controversy: whether capital punishment deters murder, the effect on crime rates of permitting concealed carry of handguns, the effect of second hand smoke on human health.

The first time it might work, although even then there is the risk that the committee established to give judgement will end up dominated not by the most expert but by the most partisan. But the more times the process is repeated, the greater the incentive of people who want their views to get authoritative support to get themselves or their friends positions of influence within the organization, to keep those they disapprove of out of such positions, and so to divert it from its original purpose to becoming a rubber stamp for their views. The result is to subvert both the organization and the scientific enterprise, especially if support by official truth becomes an important determinant of research funding.

Insomma, anche gli esperimenti vanno sperimentati attraverso una concorrenza continua e paritaria. La monetina non deve mai smettere di rotolare!

Jeffrey Sachs è un grande nemico dei randomisti, lui non crede affatto che una monetina possa “domare la complessità”, un progetto ha qualche chance solo se sufficientemente vasto da coinvolgere tutto il contesto: l’ intuito maturato con una grande esperienza sul campo valgono più delle monetine. Anche per questo si dedica a progetti ambiziosi e molto articolati da implementare globalmente nell’ intero Paese che intende aiutare.

In linea di principio anche le sue geniali architetture d’ aiuto potrebbero essere testate, tuttavia Jeffrey ha deciso diversamente:

… dubito del valore etico di questi test… mi fa star male lavorare in un villaggio privo persino di zanzariere…

In realtà quella di Jeffrey è una caricatura dei randomisti:

… così come in campo medico le nuove medicine vengono messe a confronto con le migliori esistenti… lo stesso vale nell’ economia dello sviluppo: laddove i fondi non mancano, le ricette alternative vengono confrontate con le migliori ricette già esistenti… aiuti in natura, per esempio, vengono confrontati con aiuti in denaro che la popolazione puo’ spendere come crede…

E’ davvero difficile capire dove stia il problema, tranne per le persone che si sono convinte in anticipo di conoscere la soluzione.

Oppure per le persone che amano esibire i frutti del proprio lavoro:

… certi approcci attirano le donazioni più di altri… concentrando le risorse puoi ripulire per benino un villaggio facendo vedere subito al mondo intero quel che hai fatto… puoi mostrare l’ esito dei tuoi sforzi e il destino delle donazioni… anche se l’ effetto inizialmente sfolgorante è destinato a sbiadire inesorabilmente nel tempo…

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Un randomista deve poter valutare cosa funziona e cosa no. Non è sempre facile.

Diventa fondamentale organizzarsi per raccogliere i vari feedback. Questa esigenza contrappone, almeno a livello di slogan, i randomisti ai no-global:

… anziché creare un mondo migliore dobbiamo creare un mondo con cicli di feedback migliori…

I genitori che pagano per la scuola frequentata dai figli si attivano per raccogliere feedback accurati ma un donatore che sostiene un progetto di sviluppo nel terzo mondo ha molte più difficoltà se vuole toccare con mano l’ opera a cui contribuisce, probabilmente non incontrerà mai i beneficiari, non parlerà mai con loro ma soprattutto non parlerà mai con chi ha ricevuto aiuti in forme diverse.

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Paul Romer è un tipo particolare. Recentemente ha rifiutato il ruolo di economista capo alla Banca Mondiale perché vuole inseguire un suo sogno. E’ un po’ come se un Sacerdote si rifiutasse di diventare Papa per poter seguire i monelli dell’ oratorio.

Romer vorrebbe creare una nuova Chicago in Congo, il suo progetto è noto come “charter city”:

… le charter city sono città a statuto speciale, autonome rispetto alle aeree circostanti, dotate di proprie infrastrutture e di una propria legislazione…

Dal Vaticano, ai comuni italiani fino a Lubecca per arrivare a Singapore, Dubai e Hong Kong, gli esempi di città stato di successo non mancano ma Romer, anziché affidarsi alla storia, vorrebbe affidarsi agli sperimentatori.

Una specie di neo-colonialismo sui generis:

… il Paese povero dovrebbe cedere volontariamente la sovranità di un suo territorio a un Paese straniero affinché quest’ ultimo faccia sorgere lì la sua charter city…

La charter city è una specie di bolla legale-amministrativa e una zona franca sul piano economico:

… Cuba e gli USA potrebbero accordarsi per cedere al Canada la baia di Guantanamo affinché venga trasformata in una Hong Kong caraibica…

La tutela straniera offrirebbe credibilità a quei territori e i cittadini locali voterebbero con i piedi trasferendosi dove credono. La concorrenza tra “neo colonizzatori” sarebbe la benvenuta:

… riformare le normative di un paese è impresa non da poco ma costruire una piccola città dove tali normative siano più semplici è relativamente facile…

Si conta molto sul contagio delle pratiche migliori.

In fondo, se la Cina è diventata la super potenza economica che è, probabilmente lo si deve ai successi precedenti di un impertinente dirimpettaio come Hong Kong:

… si tratta di esperimenti abbastanza grandi da cogliere la complessità della vita sociale ma abbastanza piccoli da consentire che una dozzina o una centinaia di esperimenti simili possa svolgersi in parallelo…

La charter city offre un meccanismo ottimale per distinguere successi e fallimenti:

… se una di loro non riuscisse ad attrarre i cittadini o il mondo degli affari, il fallimento sarebbe irrimediabile… il diritto dei cittadini ad andarsene garantisce un giudizio spassionato sull’ esperimento…

La libertà di scelta, oltre a tutelarci contro l’ obiezione etica, ci garantisce un feedback importante.

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Il metodo sperimentale è faticoso ma garantisce solidi progressi nella conoscenza della realtà, sia quella fisica che quelle sociale.

L’ obiezione etica si supera affidandosi alla responsabilità individuale, quella metodologica affidandosi alla creatività dei ricercatori.

Nella storia poche istituzioni hanno esaltato l’ umiltà, la libertà e la creatività umana quanto la Chiesa Cattolica. Spero allora che la sensibilità a questi valori si rifletta al più presto in una dottrina sociale orientata sempre più al metodo sperimentale.

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Le ultime righe me le prendo per una precisazione.

Primo, sono stato troppo critico verso la Chiesa? Pretendo forse di “insegnare al Papa il suo mestiere”?

Spero di no, il mio è solo un atto di sincerità e a dirla tutto non comprenderei un’ accusa del genere.

Secondo, con un simile post m’ iscrivo di fatto al club dei cosiddetti “cattolici adulti”?

No.

Il mio intento non è quello di contribuire in modo critico all’ avanzamento e alla modernizzazione della Chiesa.

Dicendo quel che dico non mi arrogo dei meriti, semmai delle colpe. L’ unico merito, al limite, consiste nel non dissimulare le colpe. La mia è una confessione più che un contributo.

Insomma, se devo pensare a un contesto per questo sfogo, il confessionale forse è più adatto dell’ agorà.

Undicesimo: non inquinare.

In tema di “comandamenti da rispettare” sarebbe bene diffidare delle liste pletoriche.

E intendo come tali quelle che vanno oltre i due punti.

Il fatto è che a queste regole di vita non basta attenervisi, bisogna farlo con coscienza, ovvero con qualcosa che va facilmente in panne se sfrucugliato di continuo.

La famigerata “coscienza ambientale”, poi, è particolarmente delicata: inoculata nell’ inerme bambino insieme all’ antipolio, viene successivamente innaffiata da un esercito di maestrine premurose e fatta sbocciare da benemeriti insegnanti di lettere specializzati nel prenderti da parte blandendo la tua precoce maturità e indirizzandola verso “impegni esistenziali” all’ altezza: a quel punto, una volta ti buttavi su Pavese, oggi ti butti su Gaia. Più tardi, nell’ era dei cinismi universitari, scoccherà il colpo di fulmine nei confronti di oscure quanto seducenti equazioni di terzo grado messe a punto da “parascienziati verdi” con tribuna sui giornali di Confindustria (dove i vari Napoletano & Riotta devono lavare una coscienza sporca) o nella TV di Stato (dove i vari Tozzi & Colò devono ostentare una coscienza immacolata).

Usciti dal doveroso tunnel catechistico della giovinezza, non si guadagna molto in termini di condizionamento cognitivo: nel bel mondo, nicchiare sull’ argomento del risparmio energetico ti rende riprovevole moralmente ed esteticamente; e se sei tanto sprovveduto da cascarci, ti ritroverai presto alle calcagna i monopolisti del buon gusto con la bava alla bocca e l’ oscillante ditino alzato. Il prezzo da pagare sarà salato: prediche a gogò intonate alla luce del sole e sabotaggi orditi nell’ ombra.

Sfortunatamente, la causa ambientalista si materializza sempre più spesso in una sequela di fedeli che hanno smesso di “credere” per poter “abboccare”; e proprio come desidera ogni buon fedele ottuso, la loro è una chiesa particolarmente esigente con tanto di roghi e scomuniche, ma soprattutto con liste sterminate di prescrizioni a cui è tenuto anche il miscredente (il concetto di laicità qui non attecchisce). Per tenersi al passo e non essere indicate al pubblico ludibrio, persino le chiese  tradizionali hanno dovuto postillare in fretta e furia i loro scheletrici decaloghi: undicesimo, ricicla!

A questo punto scatta la domanda impertinente: ma la “coscienza ambientale” è uno strumento per preservare il pianeta o per guadagnarsi un qualche Paradiso post-moderno?

Il sospetto che per molti “ambientalisti-devoti” valga la seconda ipotesi è solido. In questo post cercherò di rafforzarlo ulteriormente.

AMBIENTTTTT

… nessuno ha più dubbi riguardo alla presenza di un effetto serra… a essere oggetto di dispute è invece quanto ce ne dovremmo preoccupare e cosa dovremmo fare…

Il primo problema è troppo difficile, implica analisi delle preferenze, considerazioni etiche intorno alle generazioni future e altri labirinti filosofici da cui non saprei bene come uscire. Quindi lo accantono.

Il secondo sembra invece avere una risposta molto semplice: “non inquinare”.

E’ la tipica risposta degli ambientalisti, ed è anche il motivo per cui una persona ragionevole conclude che “l’ ambiente è una cosa troppo seria per lasciarla agli ambientalisti”:

… chi risponde così confonde l’ importanza del problema con la semplicità delle soluzioni… è tipico della mentalità “verde” mescolare senza costrutto obiettivi e programmi…

Innanzitutto non è facile “rispettare il pianeta”, occorre una cultura spaventosa, oltre che una calcolatrice sempre a disposizione:

… chi nei consumi sostituisce il caffé con il latte forse non sa di inquinare di più… avendo nella testa le giuste nozioni e tra le mani una buona calcolatrice potreste scoprirlo da soli… ma non è facile come sembra…

I fanatici dello slow food, per esempio, si credono  “amici della terra” a prescindere; illusi:

… comprare prodotti locali riduce i trasporti ma spesso è controproducente… il cibo importato proviene da luoghi con condizioni climatiche molto più adatte… consumare l’ agnello italiano piuttosto che quello neozelandese ci rende degli “inquinatori netti” del pianeta… privilegiare i pomodori nostrani su quelli spagnoli è una scelta maldestra per chi tiene alla propria “coscienza ambientalista”… le emissioni dei TIR sono ampliamente controbilanciate dal fatto che la Spagna è baciata dal sole… il vino cileno deve viaggiare intorno al mondo ma per un inglese sensibile all’ ambiente è da preferire di gran lunga a molti vini locali… spesso il supermercato è rifornito con silos capienti che minimizzano il numero dei trasporti a lunga distanza e inoltre è più prossimo del contadino verso cui fate la spola incessantemente per fare le vostre piccole spesucce e meritarvi il titolo di “amico della terra” che compra a km/zero… e non preoccupatevi troppo del sacchetto di plastica, sprigiona un millesimo dell’ anidride carbonica emessa per ottenere i cibi che contiene…

Capito quante cose bisogna sapere? A quanto pare un compito arduo anche per chi possiede una cultura sopra la media come i fanatici dello slow food (che se si limitassero a magnare sarebbero più simpatici e farebbero meno gaffe).

I calcoli sono complicati e riservano sorprese:

… il classico bus londinese trasporta in media 13 persone mentre l’ auto 1,6… è quest’ ultima, di conseguenza, ad avere l’ impatto ambientale più favorevole!… anche la lavastoviglie consuma meno anidride carbonica del lavaggio a mano…

Fare l’ ambientalista serio è una vitaccia. Inquinare meno è un mestiere a tempo pieno, richiede una vita spesa nello studio delle emissioni di anidride carbonica. Calcolare l’ “impronta di carbonio” per ogni oggetto con cui interagiamo o interagisce colui con il quale interagiamo (o…), impegna tempo ed energie: gli esiti, poi, sono sempre da rivedere, e anche limitandosi a un esame sommario ci sono migliaia di fattori di cui tenere conto:

… nel momento in cui ci sentiamo stremati dal calcolo… capiamo anche che lo sforzo profuso è ancora insufficiente… decidendo di consumare quella bevanda locale al bar sotto casa, abbiamo scordato di soppesare il pendolarismo del barista che ce la serve, nonché i doppi vetri del locale e gli spostamenti del contadino che fornisce quei semini così caratteristici… si tratta forse delle variabili più importanti e noi le abbiamo trascurate per anni… insomma, ci sono miliardi di scelte tutte concatenate tra loro che sfuggono anche al controllo dei “ben intenzionati”…

Non contate troppo sul parere degli esperti, divergono quasi sempre, e la cosa è più che ragionevole: basta considerare, che ne so, condizioni di traffico leggermente diverse e i conti non tornano più:

… ci sono stati epocali scontri di civiltà sull’ “impronta ambientale” delle banane… non resta che girare con una pila di ricerche al seguito da consultare di frequente… e attenzione ai frequenti aggiornamenti della letteratura!…

Forse il modo migliore di fare colazione salvando il pianeta consiste nel “non fare colazione”. Più ti astieni, meno inquini e chi si sopprime inquina ancora meno.

Tuttavia, su questo versante gli eroi scarseggino. L’ ambientalismo non occupa mai per intero la nostra coscienza – e per fortuna!-, convive, per esempio, con la voglia del caffelatte. Ma soprattutto non occupa minimamente quella della maggioranza delle persone, a cui sarebbe risibile proporre una scelta vegana. Se è impossibile “non consumare” in generale, la scelta di “cosa consumare” riemerge continuamente.

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Per fortuna esiste una soluzione. E’ semplice, precisa, razionale, di facile implementazione e non richiede programmi ambiziosi: prezzare l’ anidride carbonica.

… un accordo intergovernativo dovrebbe proporre una tassa di X euro per tonnellata di carbonio contenuto nel combustibile fossile estratto… incassata dai produttori e veicolata nel sistema dei prezzi di mercato, verrebbe ddiffusa tra i cittadini…

Ogni prodotto che “consuma” energia comincerebbe a riflettere in qualche modo la presenza di un simile balzello:

… un camionista che ignorasse l’ eventuale prezzo più alto del gasolio finirebbe semplicemente fuori mercato e lo stesso accadrebbe per che coltiva pomodori in serra…

Prezzare l’ anidride carbonica risolve senza sprechi il problema degli incentivi alle fonti alternative: quelle che funzionano davvero (e solo quelle!) diverranno automaticamente convenienti.

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La bontà della soluzione proposta salta all’ occhio soprattutto se confrontata con le alternative scellerate ma tanto care ai sedicenti ambientalisti.

Prendiamone in considerazione una che compendi in qualche modo anche le altre:

la legge Merton prevede che ogni intervento edilizio dovesse ricomprendere la capacità di generare almeno il 10% in termini di energia rinnovabile di cio’ che l’ edificio avrebbe consumato in futuro…

All’ apparenza la norma offre, a zero spese per il governo, un sistema semplice e intuitivo per incoraggiare qualcosa che la gente ritiene auspicabile.

Ma:

… il prevedibile inconveniente è che aver installato uno strumento per rinnovare l’ energia non significa automaticamente che verrà utilizzato

Ci si mette a posto con la legge, dopodiché si fa cio’ che conviene. L’ effetto netto è un puro spreco di risorse con vantaggi nulli sull’ ambiente: installo i pannelli solari, incasso le licenze (e magari anche i finanziamenti) per poi continuare a inquinare esattamente come prima.

Siccome le regole ottuse sono il prodotto di menti ottuse, la possibilità che si perseveri di fronte a fallimenti lampanti sono alte. Infatti alcuni amministratori hanno posto l’ obbligo di utilizzo delle rinnovabili istallate per avere le licenze. Cosa è successo?

… immaginatevi i controlli ipertrofici necessari… con un battaglione di vigili urbani che piantonano le vostre caldaie per misurare l’a percentuale di utilizzo di quelle a pellet rispetto alle tradizionali…

Ma c’ è di peggio, lasciamo la parola all’ Ing. Palmer che ha recentemente restaurato l’ Elizabeth House:

… date le dimensioni dell’ edificio, per adempiere alla norma, abbiamo progettato una caldaia a biomassa con un deposito per il combustibile grande come una piscina di 25 metri… al fine di soddisfare il fabbisogno di (soli) 14 giorni (!)… Ho calcolato che per mantenere a livello il deposito con ciocchi di legno e truciolato dell’ IKEA fosse necessario che due camion di circa 40 tonnellate ciascuno facessero un viaggio settimanale dalla periferia fino al centro di Londra scaricando il contenuto nell’ area preposta…

A questo punto spero che anche gli entusiasti della legge Merton avranno smesso di saltellare gioiosamente e si siano messi in ascolto.

Altri inconvenienti? Le riparazioni.

… i proprietari dell’ edificio non saranno contenti di riparare costose apparecchiature… specie perché spesso sono tecnologie ancora poco mature… se qualcuno mette dei pannelli fotovoltaici che si guastano subito dopo la garanzia… è ben difficile che abbia voglia di mettere mano al portafoglio per sostituirli quando i finanziamenti sono ormai incassati e ha una caldaia tradizionale a disposizione…

Altri inconvenienti? L’ efficienza:

… una grande turbina eolica in cima alla collina puo’ essere anche efficace ma una piccola turbina sul mio tetto circondato da edifici più alti e messa lì solo per ottenere una licenza edilizia, lo è decisamente meno…  

Altri inconvenienti? L’ ottusa pervicacia nel perseverare:

… è possibile che persino l’ ambientalismo più sciagurato, se lasciato a se stesso, impari dai propri errori… ma le normative di governo, per loro stessa natura, tendono in qualche modo a essere impermeabili alle opportunità di miglioramento…

Altri inconvenienti? Trovateli voi, è facile!

Visto che casino? E per carità di dio non apro il capitolo tragicomico dell’ “etanolo” dove i “benintenzionati”, con tutto l’ apparato di regolamenti e contro regolamenti che si portano sempre dietro, hanno fatto una specie di strage degli innocenti.

AMBIENNN

La carbon tax funziona perché non è un “progetto” ma si affida all’ evoluzione economica. L’ ideale per sciogliere nodi intricati. Questo almeno per chi crede che…

… l’ evoluzione è più intelligente di noi… lasciandola lavorare scatena milioni di esperimenti individuali volti al taglio delle emissioni di anidride carbonica per il solo motivo che tagliare le proprie emissioni fa risparmiare soldi…

La soluzione carbon tax non richiede di dare percentuali (sballate), di dare soglie (opinabili), di definire (arbitrariamente) cosa sia e cosa non sia “rinnovabile”, non verranno implicati giudizi arbitrari

… ma soprattutto, le apparenti debolezze si trasformeranno in punti di forza…

Esempi? Prendiamo un’ apparente debolezza: chi paga? Risposta semplice e sorprendente:

… non importa!…

Altra apparente debolezza: quali conseguenze (da un economia con carbonio ad alto costo)? Risposta:

… non lo sappiamo, e questo è il bello!… l’ evoluzione economica, inclinando il campo da gioco secondo nuove regole, cioé rendendo i “gas serra  più costosi, produrrà esiti inattesi… I governi non sono tenuti a scegliere modi specifici per salvare il pianeta ma solo a “inclinare il campo da gioco”…

Veniamo all’ ultima apparente “debolezza” della soluzione evolutiva, quella più sintomatica:

… il prezzo è qualcosa di cui teniamo conto tutti a prescindere dalla nostra coscienza ambientale…

Orrore: la coscienza ambientale non serve più per salvare il pianeta, basta soppesare prezzi e voglie, proprio come fa da sempre il buon vecchio consumista.

E che ce ne facciamo adesso delle vaccinazioni già pronte, dell’ esercito di maestrine premurose, dell’ insegnante missionario, dei guru verdi che pontificano sulla TV di stato e sull’ organo di Confindustria? Dei monopolisti del buon gusto? Che ce ne facciamo di un’ intera chiesa con tutti i suoi riti e i suoi chierichetti?

Risposta da dire con gli occhi: niente, li buttiamo nel cesso e tiriamo lo sciacquone.

La cosa puo’ dispiacere solo a chi considera la “coscienza ambientale” uno strumento per guadagnarsi l’ accesso a Paradisi post-moderni in cui San Pietro alza la sbarra solo a chi “ricicla & coibenta” a prescindere. Ecco, a tutti gli scornati del caso consiglio caldamente di indirizzare la loro prorompente spiritualità verso i meno evanescenti Paradisi della tradizione.

AMBIENTTTT

 

Apologia di Cimabue

Il bizzarro compito dell’ economia è di dimostrare quanto poco sappiamo di quel che pensiamo di sapere.

August Frederich Von Hayek – La presunzione fatale

 

Il nuovo libro di Tim Harford è ispirato da una semplice considerazione:

… ci vorrebbe una vita per costruire un tostapane… eppure, cosa incredibile, se ne trovano sotto casa di affidabili ad un costo che non supera l’ ora di lavoro…

Thomas Twaites qualche anno fa tentò di realizzarne uno partendo da zero, e mal gliene incolse. In fondo, pensava il tapino, basta solo mettere insieme 400 pezzi.

… decisi di semplificarmi la vita copiando il modello più rudimentale… per il ferro mi recai nelle miniere del Galles… devo ammettere che ne approfittai per una vacanza… per il rame, dopo un contatto abortito con i cileni, ripiegai sull’ elettrolisi applicata alle acque inquinate presso un vecchio impianto di Anglesey… Il nickel tentai di procacciarmelo fondendo delle monete d’ epoca e riciclando il materiale filamentoso presso i laboratori messi graziosamente a mia disposizione dal College. Alla mica rinunciai facendomela spedire direttamente da produttori inglesi… per la plastica chiesi il permesso alla BP di recarmi su una piattaforma e ottenere così petrolio greggio, permesso rifiutato… mi detti così da fare con l’ amido di patate… un’ esperienza allucinante… alcune lumache si divorarono tutto nottetempo… ma alla fini riuscii a ottenere una quantità minima…

Nonostante anni di lavoro frustrato, sforzi erculei e  molti compromessi, il prodotto finito era di forma piuttosto… “amorfa”:

… ma funzionava!… almeno in certe condizioni: quando lo attaccavo a una batteria il tostapane scaldava… purtroppo quando l’ ho attaccato alla corrente si è… auto-tostato…

Morale: viviamo in un mondo complicato dove anche la produzione di un articolo banale come il tostapane va al di là di ogni umana comprensione. Oltretutto questo genere di problemi è da classificare tra i “semplici”:

… è difficile che il pane assuma per sé un ruolo attivo… non risponde alle tue strategie… non mette in campo contro-mosse, non cerca di fregarti come farebbe una squadra di banchieri d’ investimento… non cerca di ucciderti come potrebbe fare una cellula terroristica… non interagisce… sta semplicemente lì ad attendere la tua soluzione… in un certo senso si potrebbe dire che lui, poverino, “collabora”…

Inoltre:

… su piazze importanti come Londra e New York vengono offerti dieci miliardi di prodotti diversi, spesso molto più complicati di un tostapane…

Che dire?

La conclusione è che ci sono dei veri e propri “miracoli laici” a cui ci siamo abituati e che ora diamo per scontati.

Costruire un tostapane è un’ impresa titanica, come del resto costruire una matita quale la conosciamo (chiedere a David Thoreau).

 

 Eppure, proprio quando ne abbiamo bisogno, sia il tostapane che la matita sono lì che ci aspettano a pochi metri da casa nostra e a costi irrisori. Chi ha realizzato l’ impresa? Chi ha coordinato la miriade di persone coinvolte nel progetto? Sarebbe bene scoprirlo visto che questo genio ci ha arricchito come non mai nella storia dell’ uomo.

Certo che, al di là del mistero, c’ è da essere orgogliosi:

le società del passato, dal feudalesimo all’ economia pianificata, avevano tentato di perseguire questo obiettivo fallendo miseramente…

Ma anche preoccupati:

… il tostapane e la matita sono simboli di quanto sia sofisticato il mondo che abbiamo costruito ma anche degli ostacoli che attendono chi intende cambiarlo…

Veniamo ora alle possibili risposte.

Forse il segreto sta nello studio. Con tutte le università, i professori e gli scienziati che circolano, i problemi, anche i più ostici, si sciolgono come neve al sole, dove il sole è rappresentato proprio da cotante intelligenze e dalla moltitudine di biblioteche a loro supporto.

Errato. Le soluzioni  di cui parliamo non possono stare in una testa, e nemmeno in poche e selezionate teste chiamate a interagire in una torre d’ avorio.

Perché, faccio per dire, Obama o Berlusconi hanno deluso?

… tutti si aspettavano troppo da un unico essere umano o dal pool di esperti che costui poteva mettere insieme… abbiamo un tremendo bisogno di credere nell’ efficacia di un leader… quando la sfida è complicata cerchiamo un genio che l’ affronti in nostra vece… l’ errore non sta nell’ avere eletto i candidati sbagliati ma nel sovrastimare le reali possibilità che una leadership nel mondo moderno ha di raggiungere certi obiettivi…

Philip Tetlock, in vent’ anni di ricerche, ha indagato a lungo i limiti dell’ expertise in politica:

… nel verificare le previsioni raccolte abbiamo notato errori sistematici… sintomo delle difficoltà incontrate dal “professionista” nel comprendere e dominare la complessità sociale… certo, la differenza con il profano è evidente… tuttavia, sulla base di un qualsiasi standard oggettivo, i benefici dell’ expertise restano davvero modesti…

Se uno legge Tetlock, sembra emergere chiaramente una lezione talmente radicale che l’ autore stesso è restio a trarre: “pensa con la tua testa!”.

Se con la politica andiamo male, con il management andiamo anche peggio. Vi ricordate il libro di Peters e Waterman “Alla scoperta dell’ eccellenza”?

… in uno studio accurato sull’ eccellenza nel mondo degli affari… i due guru misero assieme una serie di giudizi creando una lista di 43 imprese governate in modo eccellente…

Solo 2 anni dopo Business Week pubblicò un articolo intitolato: “Oops… e adesso chi è eccellente?”. Delle 43 aziende un terzo era fallito o versava i gravi guai finanziari.

C’ è da meravigliarsi?

… no… Leslie Hanna stilò una lista delle aziende più potenti del 1912… dieci delle prime cento sparirono nel giro di un decennio… e più della metà negli ottanta anni successivi…

Eppure è proprio il mondo delle imprese che con un suo bidibibodibibu tutto particolare realizza sia il miracolo del tostapane che quello della matita! La lezione da trarre:

… sembra che il fallimento sia parte integrante di un mondo in grado di risolvere problemi sofisticati… e il bello è che i tassi di fallimento sono ancora più elevati nei settori nuovi e dinamici…

Ma perché un sistema vincente è così ricco di fallimenti?

… in parte perché i problemi sono complicati, lo abbiamo visto… in parte perché per sopravvivere non è sufficiente essere bravi, bisogna essere i migliori… se sei solo “bravo” l’ estinzione è il tuo destino…

C’ è spazio per pochi, come sul podio delle Olimpiadi.

I settori economici “tranquilli” sono anche i più stagnanti:

… l’ industria di maggior successo degli ultimi 40 anni, quella informatica, è stata costruita un fallimento dopo l’ altro… proprio come il tostapane che ha mandato in tilt Thomas Thwaites, è a sua volta il risultato di tentativi ed errori… il mercato trova a tentoni la via giusta…

I biologi hanno una parola per descrivere quel processo che seleziona il meglio grazie agli insuccessi: evoluzione.

L’ evoluzione ha qualcosa di sconcertante…

… data la nostra istintiva convinzione che problemi complicatissimi richiedano soluzioni a tavolino progettate da cervelloni altrettanto raffinati… rimaniamo spiazzati nell’ apprendere che l’ evoluzione… ovvero lo sciogli-nodi più potente in natura… sia così semplice e in gran parte casuale:… applichi una variante a cio’ che hai, elimini gli errori e ti tieni i successi, e così all’ infinito…

Il “prova e sbaglia” non è altro che l’ algoritmo evolutivo:

… l’ unico in grado di raggiungere un buon compromesso fra la scoperta del nuovo e lo sfruttamento di cio’ che è già noto…

E’ un algoritmo che ci ha regalato molte “soluzioni”:

… in biologia la fotosintesi, l’ occhio, il latte della mamma… nel commercio la contabilità a partita doppia, la cambiale, il 3 X 2…

Molti, forse a causa degli stipendi profumati, pensano che i dirigenti delle grandi aziende debbano avere grandi qualità. Ma come si concilia la “meritocrazia” con la “cecità” evolutiva?

Si concilia male, molto male. E le ricerche del “fastidiosissimo” economista Paul Ormerod ce lo ricorda continuamente:

… Ormerod ha studiato le statistiche sulla morte dei giganti industriali e le ha comparate con  dati della storia dei fossili nell’ ultimo mezzo miliardo di anni… rilevando che la configurazione delle estinzioni è alquanto simile per picchi e frequenze… le estinzioni biologiche e quelle aziendali sono affini…

Piuttosto inquietante:

… se le aziende fossero davvero in grado di elaborare strategie di successo… allora l’ estinzione delle aziende dovrebbe assumere caratteristiche del tutto differenti dall’ estinzione biologica… che é in gran parte casuale…

L’ evoluzione casuale è migliore dei manager superpagati.

Sembrerebbe che la Apple possa sostituire Steve Jobs con una scimmia che gioca a freccette!

Le cose non stanno proprio così, anche se è buona cosa pensare al merito come a un algoritmo più che a qualcosa con nomi e cognomi o a prestigiose Università. Purtroppo o per fortuna il ruolo del caso nei successi personali tende a essere sottovalutato mentre la mossa decisiva sta proprio nell’ indirizzare correttamente questa forza a livello di sistema.

Per chiudere la sezione mi permetto solo di ricordare che l’ analogia evoluzione/mercato non bisognerebbe spingerla troppo oltre, altrimenti qualcuno pensa davvero che siano la stessa cosa e attacca la tiritera sul “capitalismo darwiniano”.

***

Procedere per “tentativi ed errori”, ecco il segreto per sciogliere i mega-nodi più tenaci. Ma perché siamo tanto restii ad applicare la ricetta che Madre Natura ci propone come la più efficace?

… la reputazione di “voltafaccia” sembra essere un insulto… ma se prendiamo sul serio il metodo empirico, cambiare opinione molto spesso dovrebbe essere la norma… una flessibilità da esibire con orgoglio… e invece c’ è chi si vanta perché “tira dritto” per la sua strada… o perché non fa mai “marcia indietro”… o “non tradisce” le sue idee…

Dovremmo allora valorizzare meglio la nostra “formula vincente”…

… in modo da sfruttarla per affrontare problemi all’ apparenza irrisolvibili: cambiamenti climatici, guerre civili, instabilità finanziaria… presto vedremo come…

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La Storia ci mostra come l’ orrore per gli errori sia un errore madornale. Un esempio?

Si dice che l’ economista sia uno “scienziato senza laboratorio”, questo non è del tutto vero: l’ Unione Sovietica fu un immenso laboratorio:

… dire che l’ Unione Sovietica si è rivelata un disastro non è una novità, ma i motivi particolari per cui il progetto è fallito vengono spesso trascurati…

Persone crudeli hanno recentemente rispolverato i peana innalzati da Eugenio Scalfari ai successi che l’ Unione Sovietica ottenne in campo economico. Con un uomo anziano certe cose non si fanno, soprattutto se entusiasmi del genere erano condivisi da molti, negli anni cinquanta. Ok, Scalfari fu un mezzo fascista e un mezzo comunista, ma chi in Italia non lo fu? Pochi benemeriti che si contano sulle dita di una mano.

I fascio-comunisti a metà sono in genere dei moralisti tutto d’ un pezzo e la mostruosa macchia morale dell’ Unione Sovietica è ormai captata anche dalle loro sensibili antenne. Sul piano economico, invece, le cose restano ancora oggi molto più elusive:

… tendiamo a pensare che l’ economia pianificata sia crollata perché mancava l’ effetto galvanizzante della ricerca di un profitto… ma questo non è del tutto vero perché l’ URSS era pieno di personaggi creativi a prescindere dall’ esca… e non mancavano nemmeno le tecniche motivazionali e gli incentivi sia positivi che (orribilmente) negativi…

Le lacune endemiche del sistema vanno forse cercate (anche) altrove…

… in una patologica incapacità di sperimentare… per i pianificatori è impossibile tollerare un’ autentica varietà di metodi per risolvere un problema… l’ ingegnere sociale ha in mente solo problemi ingegneristici: un problema, una soluzione… il resto è “spreco” di risorse… nella città modello di Magnitogorsk esistevano solo due tipi di abitazione “A” e “B”, ed erano le uniche concessioni alla diversità che la città poteva offrire…

Basta? No:

… il pianificatore, per quanto entusiasta e in buona fede, fatica a decidere cosa funzioni e cosa no… per conoscere quali esperimenti hanno dato esito positivo bisogna contare su feedback affidabili… che nel caso dell’ URSS erano ferocemente repressi…

Qui si narrano le vicende dell’ Ing. Palchinsky, un pianificatore illuminato che a un certo punto “comprese” il nocciolo della questione stilando quei principi che lo condussero dritto dritto in Siberia:

… primo, testare nuove idee e provare strade alternative… secondo, sperimentare in modo da sopravvivere ai fallimenti… terzo, cercare riscontri e imparare dai propri errori… Il primo principio potremmo chiamarlo “variazione”, il secondo “sostenibilità” e il terzo “selezione”… Finì nel Gulag con un’ accusa terribile: sabotaggio della grandiosa industria sovietica con l’ intento di perseguire “obiettivi minimali”… Poiché era una testa dura alla Giordano Bruno, non ritrattò e fu condannato a morte…

***

Ma anche nelle grandi organizzazioni democratiche e commerciali dell’ Occidente liberale, il metodo del “prova e sbaglia” risulta a dir poco problematico nella sua applicazione:

… la “variazione” è sempre difficile per una tendenza intrinseca: la mania di grandezza… i grandi progetti attirano l’ attenzione e dimostrano che il leader porta a termine le cose…

Proviamo a prendere sul serio l’ idea di “variazione”:

… se la varietà è un valore… bisogna ammettere che standard qualitativi uniformemente alti (penso ora al sistema sanitario su base regionale), non solo sono difficili da ottenere, ma nemmeno sono auspicabili…

Terribile, nevvero?

Il fatto è che ci piace pensare al mondo come a un “problema risolto” anziché come a un problema che torna a riproporsi all’ infinito mettendoci alla prova in un’ apparente fatica di Sisifo.

L’ epitome del problema risolto è la Coca Cola (ramo bibite gasate), almeno per come compare nella famosa uscita di Andy Wharol:

… quando vedi in TV la pubblicità della Coca sai che anche il Presidente la beve e che anche tu puoi berla… una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro puo’ darti una Coca migliore di quella che beve il barbone all’ angolo della strada… ogni Coca è uguale a tutte le altre e ogni Coca è buona. Liz Taylor lo sa, lo sa il barbone, lo sai te e lo sa anche il Presidente…

Nel mondo cocalesco dipinto da Wharol tutto è fermo, bidimensionale, congelato, stabilizzato, pacificato. Tutto è risolto e tutti beneficiano della soluzione. Ma noi non viviamo né nella monumentale Unione Sovietica, né nella narcosi wharoliana, per questo abbiamo bisogno di dinamismo, di errori, di cadute, di differenze, di varietà e di irritanti diseguaglianze.

Ma non è solo la “varietà” a creare problemi:

… altrettanto difficile, per le organizzazioni tradizionali, è provvedere alla “selezione” di quel che ha funzionato sul campo…

Almeno metà dei progetti pilota fallisce e a un politico, per esempio, non piace molto mostrare in pubblico i propri fallimenti, verrebbe irriso quanto e più di Cimabue:

… dovremmo invece tollerare, se non celebrare, tutti i politici che mettono alla prova le loro idee in modo talmente coraggioso da dimostrare che molte non funzionano… ma in realtà non lo facciamo mai…

Come se non bastasse, c’ è un limite ai feedback sinceri che un boss vuole ricevere, anche per questo indoriamo la pillola fino a tramutarci in tanti yes-man:

… si arriva all’ estremo che persino quando il boss vorrebbe un riscontro onesto sulle sue scelte non riesce a riceverlo per quanto si impegni…

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Ma lasciamo perdere le grandi organizzazioni e guardiamo per un attimo dentro noi stessi. Perché é così difficile imparare dai propri errori? I pokeristi sembrano i più titolati a rispondere:

… diversi giocatori professionisti mi hanno raccontato che il rischio di perdere il controllo non è particolarmente alto quando si vince un piatto consistente e fa capolino l’ euforia… ma quando si è appena perso un sacco di soldi per una cattiva giocata o per una strategia sbagliata… Perdere puo’ mandare in tilt anche il giocatore più freddo… riconoscere la sconfitta e ricalibrare il gioco è l’ unica cosa da fare, per quanto doloroso sia… il giocatore si mette invece a fare puntate folli per riequilibrare quella che ritiene essere solo una situazione temporanea… non è la perdita iniziale a rovinarlo ma le mosse successive…

E’ difficile “procedere per errori” quando non sappiamo affatto convivere con i nostri errori.

Il fenomeno si chiama “loss aversion”, da non confondere con la semplice “risk aversion”.  La prima è un bias cognitivo, la seconda una semplice preferenza sui rischi. Solo la prima produce comportamenti all’ apparenza assurdi come, per esempio, rinunciare a qualcosa solo perché in futuro potremmo perderla.

Fortunatamente gli esempi concreti per capire non mancano. Giusto l’ altro giorno, avendo comprato il biglietto per uno spettacolo a lungo atteso, volevo andarci anche se leggermente influenzato, non riuscivo davvero ad accettare l’ idea di sprecare i soldi. Anche se “sprecare” quei soldi era di gran lunga la strategia migliore di procedere nelle mie condizioni.

Vado avanti? Guardatevi la trasmissione dei “pacchi” su Rai Uno, spero sappiate le regole del gioco:

… statistiche alla mano, il comportamento più stupefacente è quello dei concorrenti inizialmente penalizzati dall’ estrazione di un pacco particolarmente munifico… costoro, nel prosieguo del gioco… raramente accettano le proposte del banco, anche quando sono molto ma molto convenienti… anche se in altri contesti le avrebbero accettate… e questo perché facendolo sentono di rimanere come “imprigionati” nella sfortuna che li ha colpiti in partenza… continuando a giocare invece sentono di avere una possibilità di riscatto… ma a loro sono riservate cocenti disillusioni…

Morale: il metodo “prova e sbaglia” è il migliore quando dobbiamo far fronte a problemi dove la calcolatrice s’ arrende, peccato sia tanto contrario al nostro istinto e al nostro benessere psichico.

 

Solo una piccola aggiunta off topic sulla psicologia della “loss aversion”. Probabilmente sta proprio lì la chiave per capire l’ esistenza niente po’ po’ di meno che… dello Stato! Sì, perché questa è la mia teoria dello Stato preferita:

… molti filosofi della politica si chiedono perché tolleriamo dallo Stato coercizioni che non tollereremmo mai se a imporcele fosse chiunque altro… La mia ipotesi è che le persone siano mediamente molto più sconvolte da piccoli soprusi sporadici, anonimi e imprevedibili, piuttosto che da grandi soprusi costanti, identificabili e prevedibili… Gli anarchici sostengono che il Governo non si differenzia dal semplice bandito di strada, senonché il governo dopo averti rapinato senza indossare una maschera non scappa ma resta alle tue calcagna in attesa di rapinarti anche il giorno dopo… non si rendono conto che proprio questa caratteristica spiega il successo dello Stato moderno… infatti, una ragione per cui ci si sottomette alle coercizioni governative sta proprio nel fatto che esse sono relativamente costanti, che i leader di governo siano ben identificabili e le loro azioni abbastanza prevedibili…

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Se il nemico si chiama “loss aversion”, cosa si puo’ fare?

Forse niente. Oppure si puo’ “lavorare su se stessi” facendo dei proponimenti per l’ anno nuovo:

… nel 2013 combatterò risoluto l’ avversione alle perdite… mi riprometto di moltiplicare i progetti andando incontro a tanti piccoli fallimenti… il mondo è pieno di micro esperimenti che possiamo fare e a cui di solito rinunciamo a causa della “loss aversion”: andare a quella festa dove potremmo incontrare qualcuno d’ interessante… coltivare un nuovo hobby… avvicinarsi a un movimento politico… imparare a mettere insieme una torta al cioccolato… prendermi un personal trainer… oppure, se proprio sono a corto di idee, leggere il libro di Peter Sims “Little bets”… Il punto è che non mi aspetto affatto che la gran parte di questi progetti prenda una buona piega… il personal trainer probabilmente sarà uno spreco di denaro e di tempo… la festa presumibilmente sarà noiosa, non ho una gran voglia di mettermi ai fornelli e a casa mia sto sempre meglio che in piazza a gridare slogan… ma non importa perché le “perdite” a cui andrò incontro saranno comunque piccole e  ampiamente compensate quando uno solo di questi progetti si rivelerà pienamente soddisfacente e mi farà “svoltare”… quante più perdite sopporterò, tanto più probabilmente il gioco complessivo si chiuderà in attivo…

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A questo punto sarebbe bello trattare un problema concreto alla luce di queste scoperte. Si potrebbe iniziare con i cambiamenti climatici!

Direi che la “complessità” non manca, ma forse è meglio rinviare a un altro post.

Qui cerco invece di trarre un primo insegnamento da quanto detto.

L’ algoritmo evolutivo, l’ avrete notato, assomiglia molto alla canonica “soluzione liberale”.

Scopriamo quindi che quest’ ultima non dovrebbe essere confusa e messa in concorrenza con le altre soluzioni poiché essa consiste essenzialmente in un “passo indietro”, in una dichiarazione d’ ignoranza, in una rinuncia a “risolvere” e in una cessione di potere alle forze naturali che sbagliando, correggendosi e copiandosi ottusamente, faranno emergere una ricetta migliore e sempre migliorabile.

In questo senso, il liberalismo non puo’ essere considerato un’ ideologia, non consiste in soluzioni preconfezionate ma, al limite, in una meticolosa preparazione del terreno su cui si confronteranno i veri “cercatori di soluzioni”.

Il liberale deve usare la logica, ma non per edificare fragili costruzioni, bensì per far vacillare le più pretenziose e animare la concorrenza. Il liberale deve impratichirsi con la statistica, ma non per dimostrare l’ esistenza di arcane relazioni su cui fondare la Verità, bensì per revocare in dubbio quella più arrogante rigettandola nel maelstrom delle idee indimostrate. Insomma, è bene che il liberale sfoggi un certo genio, ma solo per indebolire il genio apodittico di chi vorrebbe parlare col megafono a nome di tutti.

Non manca un lato oscuro in tutto cio’: è naturale sentirsi e dichiararsi ignoranti? E’ naturale fare un “passo indietro”? E’ naturale ergere l’ errore a simbolo della conoscenza?

Direi di no, il “liberalismo” è contro-natura e difficilmente farà mai breccia nella massa.

Fiero allora di appartenere a un’ élite, il liberale dimentica subito le basi del suo credo e gonfia inopinatamente il petto: più arrogante di lui c’ è forse solo l’ “evoluzionista” militante! Non sorprende davvero apprendere da questo libro che i due siano cugini primi.           

Beati gli umili

… l’ umiltà è la presunzione di chi l’ ha preso in quel posto…

anonimo

Ma che significa essere “umili”?

In un saggio sull’ argomento, Robert Roberts, docente di etica alla Baylor University, comincia facendo quello che faremmo tutti, ovvero legge alla voce “umiltà” dell’ English Oxford Dictionary:

… umiltà è la qualità dell’ essere umili, ovvero dell’ avere una modesta opinione di sé…

Ma avere “una bassa opinione di sé” è tutt’ altro che una virtù!

Purtroppo, Hume e altri filosofi appartenenti alla tradizione empirica, identificarono il sentimento di umiltà con una carente auto-stima.

Qualcuno cercò allora di aggiustare il tiro pensando all’ umile come a persona che, esente da presunzioni, riesce a giudicare se stesso e gli altri con una certa accuratezza.

Anche qui non ci siamo.

Forse che il più grande pianista del mondo è umile perché ritiene – giustamente – di essere tale? Costui, è vero, non si sovrastima ma, non scherziamo, l’ umiltà è altra cosa. Giudicare sé e gli altri in modo corretto, al limite, rivela onestà intellettuale più che umiltà:

… andrei oltre dicendo che chi si concentra troppo sui giudizi, sia verso sé che verso gli altri, difficilmente coltiverà la virtù dell’ umiltà…

Altri confondono umiltà e conformismo:

… essere umili non significa andare con il gregge, sebbene nella tradizione orientale qualcosa del genere, magari spurgato delle connotazioni negative… puo’ essere vero…

Non parliamo poi di chi assimila umiltà e servilismo. Costoro usano il termine in modo denigratorio.

umili

Secondo la tradizione cristiana, Gesù di Nazareth è il perfetto modello di umiltà. Vediamolo allora da vicino:

… abbiamo di fronte una persona che si disinteressa del suo status…

Gesù non è interessato a confezionare accattivanti “biglietti da visita”. La cura dell’ “immagine” non è in cima ai suoi pensieri.

Nasce in una stalla e lava i piedi ai suoi discepoli. Più sfigato di così!

Allo stesso tempo, Gesù, è perfettamente consapevole della sua condizione superiore di figlio di Dio e, quando si viene al dunque, non fa niente per dissimularla. Anzi, sul punto è “scandalosamente” chiaro, la sua “scorrettezza politica” rischia spesso di offendere l’ interlocutore. Pagherà cara la chiarezza e la mancanza di peli sulla lingua.

Secondo questo modello, quindi, l’ umiltà coincide con un disinteresse per l’ apparire. Un disinteresse ben lontano dall’ ignoranza circa le proprie doti e la propria natura. Trascurare le apparenze per dedicarsi alla sostanza è tipico di Gesù.

In questo senso Socrate lo anticipa. Il filosofo greco prende continuamente le distanze sia dalla falsa modestia che dalla ricerca di approvazione sociale.

L’ esempio di questi giganti è straordinario, e ce lo conferma la scienza contemporanea:

… per i primati, incluso l’ uomo, la caratteristica saliente dell’ ambiente in cui sono immersi, è rappresentata dalle tensioni che la “caccia allo status” crea tra gli agenti… se mai esiste un sentimento universale nello spazio e nel tempo questi è l’ invidia…

Insomma, vogliamo essere degli “alpha”, se non in assoluto, perlomeno rispetto a qualcuno.

Solo quando questa ansia viene frenata – per esempio dall’ amore per Dio o da qualche altro interesse genuino – noi potremo imboccare la via dell’ umiltà.

Ricordiamo che dallo “status” dipende la nostra rispettabilità e la nostra reputazione sociale, nonché una serie di conseguenze pratiche. Per questo risulta tanto difficile trascurarlo.

Il progetto di fare dell’ umiltà una virtù si scontra allora con il fatto che potrebbe essere impossibile praticarla in modo verace e i “doveri impossibili” sono anche “doveri insensati”.

umil

La psicologia evolutiva interpreta praticamente tutto in termini di “caccia allo status”. Dallo status dipendono in modo cruciale le opportunità di riproduzione. Lo sfigato medio non ha una prole numerosa.

Perché desideriamo vestire bene? Perché essere eleganti ci piace, ma anche per curare il nostro status. Perché vogliamo una casa dignitosa? Perché abitare una bella casa è meglio che abitare una casa squallida, ma anche per coltivare il nostro status. Perché vogliamo fare “vacanze speciali”? Perché siamo alla ricerca di comodità o di emozioni forti, ma anche per innalzare il nostro status presso i terzi che ne vengono a conoscenza.

Non facciamo mai qualcosa (solo) per fare quella cosa, in realtà stiamo lavorando al nostro status. A chi nelle università  studia queste tematiche viene assegnato un sintomatico nomignolo: “departement isn’t”: non si cucina un piatto appetitoso perché ci piace mangiarlo, non si va a votare perché si sposa la linea di un certo partito, non ci si fidanza perché siamo intimamente innamorati di quella persona…

E le percentuali? Mah, vogliamo fare un 50 e 50?

Per lo psicologo evolutivo, insomma, l’ uomo è dominato da una fissa: lo status. Hai voglia a incitarlo all’ umiltà! L’ insegnamento di Cristo si rivolge a gente nei cui geni è scritta una storia differente. La personalità umile è  contro-natura.

Si parla di Homo Hypocritus proprio perché lo status, oltre a essere tremendamente importante, è anche facilmente falsificabile.

Lo status è sempre relativo, dipende quindi da un confronto con gli altri, una “guerra dei tutti contro tutti” in cui si sprecano energie preziose nel pompare in modo credibile il proprio e nel demistifcare il pompaggio altrui.

In questa guerra l’ arte dell’ ipocrisia è cruciale e poiché l’ umiltà intacca proprio l’ ipocrisia, cominciamo a cogliere il legame tra “umiltà” e “verità”.

In merito a umiltà, status e ipocrisia, il prof. Robert Trivers ha elaborato una teoria ingegnosa quanto convincente. Per lui l’ arte dell’ ipocrisia è funzionale all’ implementazione di strategie vincenti dal punto di vista evolutivo.

Se riusciamo a presentarci meglio di cio’ che siamo e, nello stesso tempo, coltiviamo competenze idonee a smascherare l’ ipocrisia altrui, saremo dei vincenti.

C’ è un piccolo inconveniente: le competenze sviluppate dagli altri per smascherare la nostra ipocrisia progrediscono quanto la nostra abilità a dissimulare.

Smascherare l’ ipocrisia altrui non è poi così difficile. Chi mente manifesta segnali di nervosismo e chi riesce a dominare il nervosismo fa emergere comunque la classica freddezza artefatta del mentitore; insomma, ci sono mille segnali che ci denunciano! Inoltre, al mentitore viene richiesto un grande sforzo cognitivo: deve infatti distruggere l’ edificio della verità e rimpiazzarlo con uno fasullo! Mica paglia: la memoria è sottoposta a uno stress non indifferente, bisogna ricordarsi e incastrare le proprie bugie per non cadere in contraddizione sul lungo termine. Guai a chi non organizza in modo “scientifico” le proprie ipocrisie!

Sono problemi ardui che potrebbero orientarci verso una soluzione di “second best”: la sincerità. Ricordiamoci che in questa morra il “bugiardo” sopravanza il “sincero” ma il “bugiardo sbugiardato” perde con tutti.

Fortunatamente (o sfortunatamente), Madre Natura ha sviluppato nel nostro organismo un’ arma letale: l’ autoinganno. Ricorrendo all’ autoinganno, dominare il “nervosismo” e l’ “organizzazione” delle mezze verità diventa molto meno impegnativo. Autoingannandoci potremo sfoggiare un’ ipocrisia calma e coerente.

*** 

L’ umiltà è dunque un obiettivo molto ambizioso per almeno due motivi: 1. la presunzione è pur sempre una brutta gatta da pelare (temiamo il giudizio altrui) e 2. noi per primi crediamo di essere già umili a sufficienza (temiamo il giudizio della nostra coscienza).

Non ammetterei mai di avere preoccupazioni di status nel momento in cui scelgo una camicia, oppure se sistemo la casa dei miei sogni, né tantomeno quando si tratta di scegliere se e dove andare in vacanza. Anzi, trovo offensivo che qualcuno possa anche solo insinuare l’ esistenza di preoccupazioni tanto meschine. Oltretutto mi sento sincero quando nego un collegamento che invece è patente. Questo perché, spiega il Prof. Trivers, sia la trasparenza che l’ ipocrisia nuda e cruda sono strategie perdenti. L’ ipocrisia unita all’ autoinganno, per contro, vince su tutti i fronti!

Inutile aggiungere che, poiché la selezione naturale ci ha prescelti, la nostra strategia deve necessariamente essere quella vincente.

Il libro del prof. Trivers è ricco di aneddoti illuminanti. In uno, per esempio, le fotografie delle “cavie umane” vengono manipolate in modo da abbellire o imbruttire le persone che vi compaiono. Si è notato come gli interessati si riconoscano più velocemente nelle prime. Evidentemente – autoingannandosi – si pensano più belli di quel che sono.

In un altro viene detto a dei bambini di non spiare il giocattolo racchiuso in una scatola presente nella stanza dove verranno lasciati soli. Naturalmente la maggior parte di loro, tradendo la parola data, spia. Ma la cosa più interessante è che la probabilità di spiare cresce con l’ IQ del bambino. Poiché l’ intelligenza ci serve per rintracciare strategie vincenti, se ne deduce che la “propensione al tradimento” sia tale. L’ inganno e l’ autoinganno non fanno che rispecchiare una “propensione al tradimento”.

… l’ ipocrisia ci aiuta a rappresentare e a rappresentarci il mondo in modo distorto per affrontare al meglio la competizione con gli altri… cio’ comporta una continua inflazione delle nostre conquiste e delle nostre competenze… una svalutazione dei fallimenti e una razionalizzazione degli errori… l’ ipocrisia gioca un ruolo fondamentale in questo processo in quanto si mente molto più efficacemente agli altri se si sa mentire a se stessi… la capacità di autoingannarsi è un  caratteristica vincente selezionata dall’ evoluzione per vivere in società proprio come la pelle chiara è selezionata per vivere nelle regioni nordiche e quella scura per vivere all’ equatore…

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C’ è chi si rassegna a considerare l’ ossessione per lo status connaturata all’ uomo e cerca di consolarsi: meglio le guerre non cruente che quelle cruente. Meglio la caccia allo status veicolata dalla pubblicità che quella veicolata dalle guerre.

Ci sono dei “rassegnati” che cercano poi di metterci una pezza esortando a costruire una società ricca e variegata in cui ciascuno di noi possa trovare una nicchia in cui primeggiare e appagare le sue vanità.

C’ è invece chi non si rassegna e grida “beati gli umili”, convinto che l’ umiltà si possa conquistare indipendentemente dal cablaggio dei nostri cervelli.

La mia posizione? Trovo che, tutto sommato, l’ introspezione sia un buon antidoto all’ autoinganno. Ma, proprio perché il resoconto di RT sembra abbastanza convincente, non saprei se raccomandarlo a tutti (me compreso): un’ introspezione troppo accurata potrebbe disarmarci lasciadoci inermi.

La conclusione è dunque sorprendente: l’ umiltà è una virtù élitaria. Roba per pochi. Roba per chi riesce a compensare l’ ipocrisia con altre doti evolutive. In partenza avrei detto il contrario, l’ umiltà mi appariva più come una virtù tipica della massa.

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P.S. Umiltà e conoscenza

Una cosa comunque è certa: se l’ umiltà dichiara guerra alla “ricerca dello status”, dichiara guerra anche all’ “auotinganno” divenendo così, almeno all’ apparenza, uno strumento di verità.

Veniamo così alla cosiddetta “umiltà intellettuale”: perché desideriamo conoscere? In parte per amore della verità, in parte per coltivare il nostro status.

E le percentuali? Anche qui 50 e 50? Secondo il San Paolo della lettera ai Corinzi, quello per cui “la conoscenza inorgoglisce, l’ amore edifica”, probabilmente anche 40 e 60!

Ma l’ umiltà è poi davvero “strumento di verità”? Non ne sono del tutto convinto. Sicuramente alimenta il nostro amore per la verità, ma da qui a essere funzionale al suo conseguimento ne corre.

Purtroppo gli esempi di grandi scienziati “poco umili” sono parecchi.

Galilei non dubitò mai delle sue tesi pur avendo in mano ben poche prove oggettive.

James Watson

… nella sua biografia ammette candidamente che lui e Francis Crick, allorché scoprirono la struttura fondamentale del DNA, erano motivati da molto più che un desiderio di conoscenza scientifica… cercavano un posto nei libri di storia e il riconoscimento dei colleghi… in particolare temevano che Linus Pauling arrivasse prima alla scoperta e non esitarono a utilizzare la strumentazione ideata da Rosalind Franklin senza chiedere il suo permesso…

Spesso percepiamo la nostra immagine sfregiata dallo spettro di una correzione ricevuta da un nostro pari. Quando cio’ avviene, emerge l’ istinto di correre a buttarla in rissa pur di provare (innanzitutto a noi stessi) che siamo nel giusto e che la nostra condizione primigenia è stata ripristinata:

… per chi difetta di umiltà è particolarmente seccante essere corretto in un forum pubblico… il disturbo che se ne riceve fa passare presto in secondo piano la ricerca della verità…

Un sintomo dell’ arroganza è l’ attacco ad hominem:

… chi è intellettualmente umile considera gli argomenti indipendentemente dalle persone che li espongono… costui non sferrerà mai un attacco ad hominem, non è interessato alle persone e ai confronti tra persone… ma unicamente alle idee di cui sono portatrici…

RR si concentra poi sulle radici dell’ arroganza intellettuale:

… nella ricerca, i precoci successi rischiano di portare una certa arroganza negli scienziati affermati…

In effetti ho notato che è senz’ altro importante studiare il lavoro dei Nobel, purché ci si concentri su quello prodotto prima del ricevimento del premio. Quello successivo, spesso nemmeno esiste, e quando esiste di solito ha scarso valore.

Si osa perfino portare Einstein come esempio negativo:

… il suo biografo disse che dopo l’ elaborazione della teoria della relatività, non essendo riuscito ad accettare i fondamenti della meccanica quantistica, non riuscì mai nemmeno a dare un contributo apprezzabile in un campo tanto importante…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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