Nel corso delle feste natalizie ho letto un libro mica male: Una donna di cuore, di Alice Munro.
Qui riserverò la mia attenzione solo al primo racconto della silloge nella speranza di dare un’ idea approssimativa di questa autrice contemporanea in odore di Nobel da parecchi anni.
Una letterata affida il suo messaggio allo stile ed è difficile rendere uno stile a parole, la cosa migliore, in casi del genere, consiste nell’ accumulare citazioni dirette e indirette, ed è proprio quello che farò.
C’ è stata un’ epoca in cui “senso del dovere” e “lealtà alla parola data” erano vissuti alla stregua di gabbie claustrofobiche da cui evadere alla ricerca di esprimere una più autentica “spinta vitale”. Oggi, in tempi di corruzione e volgarità diffusa, la cosa puo’ apparire singolare ma chi viene da una cultura puritana sa bene di cosa parlo. Noi cattolici, per capire meglio, possiamo ricorrere alla buona letteratura, a cominciare da questa prova della Munro.
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Ma partiamo pure con la storia. Nella prima parte alcuni ragazzini scoprono il cadavere del Sig. Willens in una palude.
La loro è un’ escursione in stile “stand by me” con uno scopo ben preciso:
… poter raccontare di aver nuotato nello Jutland prima ancora che si sciogliesse tutta la neve per terra…
Un nevaio “basso e testardo” rende meno proibitiva l’ impresa.
Ho detto “nuotare”? Diciamo meglio “agitare scompostamente gambe e braccia per fuggire poi frettolosamente a riva”. Tanto l’ importante è:
… il sollievo di sapere vera la propria fanfaronata…
Se nel racconto c’ è un leitmotiv, questi è “la schiavitù che impone il dovere della sincerità”.
Inutile precisare che l’ ambiente non è cattolico ma puritano. Enid, l’ eroina della Munro, sembra uscita da un racconto di Flannery al solo scopo di fiondarsi in un film di Van Triers.
Il gran finale sarà costruito intorno alle capacità catartiche della bugia, o meglio, della reticenza:
… quanti benefici poterono sbocciare dal suo silenzio… era in quel modo che si rendeva abitabile il mondo…
Ma torniamo ai ragazzi, sulla via del ritorno, forse galvanizzati dal segreto che custodiscono, fanno mille progetti sul futuro sognando a occhi aperti:
… nessuno sembrò accennare agli impegni scolastici…
Durante queste gite i nomi propri dei protagonisti sembrano banditi:
… per attirare l’ attenzione reciproca si limitavano a dire “ehi”…
L’ infanzia “campagnola” mi facilita nel capire le risonanze di questo passaggio. Da un lato provo il piacere di cogliere una sfumatura, dall’ altro l’ inquietudine di chi constata che se le allusioni sono tanto sottili, per una che ne intercetti, dieci te ne sfuggono.
Veniamo alla lezione numero uno di una qualsiasi scuola di scrittura creativa: la condizione psicologica dei personaggi deve essere resa solo mediante la descrizione di comportamenti. L’ esempio in corpore vivi qui si sostanzia nei bimbi che tornano in paese latori della ferale notizia:
… sulla via del ritorno camminarono in fretta. Di quando in quando accennavano a un trotto, senza mai rompere in una corsa vera e propria… oppressi dal peso della meta e dal dovere da compiere…
Il paese: bisogna figurarsi i paesi di una volta, quelli in cui la gente si saluta e saluta anche i bambini, forse per rispetto ai genitori:
… replicando i ragazzi non si degnavano mai di alzare lo sguardo oltre la borsetta delle signore e il pomo d’ Adamo degli uomini…
In famiglia. A pranzo. I due criteri da osservare prima di servire in tavola un paio di uova:
… nere di pepe e rugginose sugli smerli…
Abbozzo del tradizionale papà alticcio sempre a caccia di un pretesto per pestare. Mi ha colpito la fenomenologia della sberla: prima ti dice “fai il furbo eh? Meglio se fai attenzione…”:
… dopodiché, se gli restituivi lo sguardo o magari se non glielo restituivi, se posavi la forchetta o magari se proseguivi a mangiare… era facile che lui intonasse il breve ringhio che precede lo scatto del corpo…
Dopo le botte furiose ando-cojo-cojo (mamma compresa) e la casa a soqquadro, qualcuno suona sempre il campanello (di solito un amico del bar). Lui apre inventandosi un’ ilare fesseria che giustifichi sommariamente lo strepito appena cessato:
… non gli importava essere creduto. Diceva così per trasformare in burla tutto quanto accadeva in famiglia…
Poi se ne andava al bar, ma anche quando non era più in casa permaneva sempre il ricordo e la minaccia della sua presenza pazzoide.
Intanto, in quelle stesse case, le mamme dai ricci “lucidi come lumache” andavano perdendo le forze giorno dopo giorno limitandosi a dire: “mi preparo una borsa d’ acqua calda e me ne torno a letto”:
… lo ripeteva praticamente sempre, ma lo annunciava ogni volta come fosse un’ idea improvvisa…
E i bimbi cominciano a scoprire la vita annusando… la mamma…
… quell’ odore invitante e nauseabondo della sua biancheria intima…
Altrove, presso focolari più civili, i genitori mostrano invece “una severità esperta” e soprattutto non modificano il proprio atteggiamento una volta entrati in casa. Oltre a cio’, le mamme non giudicano i comportamenti dei figli solo in base agli effetti sui padri. Ma queste sono case in cui non si allestiscono nemmeno brande in sala da pranzo.
Una parola va spesa per la collocazione temporale della storia. La Munro ama i passati non troppo remoti, l’ ideale per far risuonare la nota melanconica che ha nelle corde. Qui, per esempio, siamo nell’ epoca in cui…
… i Sabati erano ancora un avvenimento…
I ragazzi si decidono a denunciare il loro macabro ritrovamento ma l’ operazione sfuma. E’ Bud, il più ciarliero, a mandare all’ aria tutto quanto. Quando lo sceriffo ancora sonnecchiante si alza in piedi dietro la scrivania, gli viene naturale rettificare l’ esordio preparato sostituendolo con queste parole:
… ha la bottega aperta…
Per poi scappare trattenendo una risata convulsa.
Mi è piaciuto molto anche il passaggio in cui i ragazzi interrompono discretamente il classico “sonnellino sul lavoro” dello sceriffo:
… la sua espressione impiegò un attimo per mettere a fuoco il luogo, l’ ora e le persone. Poi estrasse di tasca un vecchio orologio, come se contasse sul fatto che i ragazzini vogliono sempre sapere che ora è…
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Nella seconda parte del racconto la badante Enid assiste la Sig.ra Queen (27 anni) fino alla fine dei suoi giorni.
Mi sembra giusto dire fin da subito che Willens fu ucciso da Rupert, il marito della Sig.ra Queen, dopo essere stato sorpreso a fare lo sporcaccione con la moglie. Enid lo apprenderà dalla signora stessa che ricorda molto bene quel giorno:
… l’ odore dei vestiti zuppi di sangue bruciati nel camino dette alla signora un voltastomaco tale da indurla a credere che il suo star male iniziò da lì…
Ma andiamo con ordine: la Sig.ra Queen è una malata impegnativa:
… anche nel corso della conversazione più banale si mostrava enormemente esigente e tesa…
Per quanto nessuno dei due fece mai accenno a questo fatto, Enid ricordava bene Rupert, il marito della malata era stato suo compagno di scuola:
… quello era esattamente il sorriso che sfoderava Rupert al tempo del liceo, per difendersi da possibili prese in giro…
Enid e le sue amiche lo punzecchiavano continuamente; era per loro piacevole…
… guardargli il collo farsi rosso…
Perché allora volevano vederlo umiliato?
… solo perché avevano il potere di farlo…
Lui era al banco proprio di dietro e quando capitava che le appoggiasse un dito sulla spalla per richiamare la sua attenzione e chiedere un suggerimento…
… lei si sentiva… perdonata…
Ora l’ abbronzatura del contadino aveva preso il posto dei rossori.
Alle amiche di scuola è infine riservato il ricordo di un ricordo:
… successivamente ne aveva aiutate alcune a partorire in casa per ritrovarle piegate nella loro sicumera…
I rapporti con la malata. Enid, tanto per allentare la tensione, racconta alla Sig.ra come lei e sua madre se la cavassero benissimo anche senza uomini in casa…
… intendeva buttarla sullo scherzo ma non funzionò…
I malati vanno sempre presi un po’ in giro:
… crede forse che non abbia mai visto un sedere prima d’ ora?…
I malati hanno il vizietto di ripetere a voce alta quel che pensano che gli altri pensino:
… ma quando la farà finita questa qui?… quando potremo finalmente buttarla via come un gattino morto?…
Sapeste quanta energia preziosa sprecano i malati per inveire contro i sani! L’ acrimonia trasfigura la loro fisionomia e ce ne vuole prima che si sistemino sui binari della loro agonia.
… tornavano a galla antiche faide, vecchie rampogne e persino un castigo ingiusto subito settant’ anni prima…
Le tette della malata:
… piccole sacche vuote con due acini d’ uva passa come capezzoli…
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Qui cade un inciso fondamentale dove si narra di come Enid dovette rinunciare al sogno della sua vita: diventare infermiera professionale. Mentre il padre moriva all’ ospedale di Walley, le disse con tono calmo e razionale (era un agente immobiliare): “non mi piace che tu possa lavorare in un posto come questo”.
… si era messo in testa che il mestiere di infermiera rendesse la donna volgare… la dimestichezza con la nudità maschile modificava una ragazza così come modificava la considerazione che avrebbero avuto gli uomini di lei…
Il Padre chiede dunque a Enid, già avviata in modo promettente a quegli studi, di rinunciare.
Il carattere della madre di Enid è vividamente descritto riportando la sua reazione alla richiesta, non occorre altro:
… Eh dài. Tu promettiglielo. Che differenza vuoi che faccia?…
Enid la ritenne una frase sconvolgente ma non fece commenti, era coerente con il modo che aveva sua madre di vedere un sacco di cose.
Rinunciò agli studi dedicandosi unicamente ai moribondi (quello non poteva essere considerato un lavoro da infermiera):
… e così, senza intoppi di sorta, ancora giovane, scivolava dentro quel ruolo essenziale, socialmente cruciale, ma anche solitario…
E adesso, eccola lì la nostra Enid:
… impegnata a consumare la vita fingendo che non fosse così…
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Il marito della malata, ovvero l’ assassino, è un contadino, uno che a furia di lavorare non riesce più a levarsi di dosso il sudore invecchiato:
… uno con cui ha senso scambiarsi solo frasi frettolose e esclusivamente di ordine pratico…
Per convivere con tipi del genere è necessaria la conoscenza di certi codici, fortunatamente Enid li domina:
… e lei gli chiedeva se avesse voglia di una tazza di tè… naturalmente lui rispondeva che non era il caso, e lei glielo preparava lo stesso intuendo che quella risposta poteva benissimo coincidere con un sì espresso secondo le buone maniere di campagna…
Guardandolo ora era davvero impossibile immaginarselo sottolineare con la penna rossa “l’ editto di Nantes” mettendoci accanto la nota N.B.
I sogni della protagonista in quel periodo – lei li chiamava “lerciume mentale” – sono squisitamente puritani:
… atti sessuali o tentativi di atti sessuali (talvolta impediti da intrusi o improvvisi cambi di scena) con partner assolutamente proibiti o impensabili. Grassi neonati, o pazienti fasciati da bende, o sua madre…
Si risvegliava restando nel letto come una carcassa vuota. Finché la vera Enid, con tutta la sua vergogna e la sua incredulità, tornava a scorrerle nelle vene…
Per la Sig.ra Queen si avvicina la fine; breve visita (indotta) del rude consorte alla malata:
… Enid pensò di eclissarsi sulla veranda ma faceva troppo fresco, temeva di sentire involontariamente discorsi intimi, magari l’ accenno di una lite…
Due giorni prima della morte, Enid è padrona della situazione:
… una meno esperta di lei l’ avrebbe creduta morta…
Il giorno pima:
… l’ energia tornò a fluire nel corpo della malata in quel modo innaturale e ingannevole… la signora volle sedersi appoggiandosi ai cuscini…
Il giorno della morte.
Una “badante terminale” sa sempre qualche giorno prima quale sarà il giorno della morte, ovvero:
… il giorno in cui verrà offerta dell’ acqua che non sarà più considerata…
Enid fece dormire le due bambine della moribonda di sotto:
… si ricorderanno per sempre di aver dormito quaggiù…
Ci si ricorda sempre di quando da piccoli si è dormito in un posto diverso dal solito. Per Enid era importante fare di quel giorno un giorno speciale.
Tra le immagini allucinate dell’ agonia anche quella del corpo di Willens appena reduce dal pestaggio ricevuto:
… niente tagli né lividi… forse era ancora presto… la roba che gli colava dalla bocca non era nemmeno sangue… era rosa…
Il giorno dopo la morte.
Enid annuncia che se ne andrà nel pomeriggio:
… ora che i parenti, sollevati dall’ imminente partenza di chi stava così saldamente al timone della casa, si sentivano con le mani libere, cominciarono a fioccare i complimenti…
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Nel finale, Enid, ormai tornata a casa sua deve decidere se mettere Rupert di fronte alla sua colpa. Una decisione travagliata:
… girarsi nel letto e muovere il corpo le scombussolava tutte le informazioni che aveva nella testa… per cui cercava di farlo il meno possibile…
Enid sa benissimo che chi sbaglia deve essere punito ma soprattutto sa a memoria il perché:
… per quanto si sta male altrimenti dentro di sè… se fai una bruttissima cosa e non vieni punito stai peggio, molto peggio che se vieni punito…
Enid si prepara per tornare alla casa del vedovo:
… si puntò i capelli con una treccia e si mise la cipria… le parevano cose tanto superflue, quanto irrinunciabili…
La conversazione di Rupert è, come al solito, afasica:
… a bloccarlo, quella volta, era lo stupore più che l’ ostilità…
Il finale della storia è ambiguo ma prevale la sensazione che per la prima volta in vita sua Enid non abbia “dato corso alla Giustizia”. Il passaggio chiave da cui si evince tutto cio’ l’ ho già citato ma vale la pena di ripeterlo:
… quanti benefici potevano sbocciare dal suo silenzio… era in quel modo che si rendeva abitabile il mondo…
L’ ultima immagine che ci viene data di Enid:
… era scoppiata a piangere. Non per dolore, ma per l’ ondata di sollievo che nemmeno sapeva di aver cercato.
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Il libro si chiude ma tante domande restano aperte. Qualche esempio.
Enid ha rinunciato definitivamente ad agire contro Rupert?
Penso proprio di sì, anche se il racconto si chiude con i due che ancora discutono.
Enid “rinuncia” a fare giustizia per un senso di colpa che risaliva ai tempi del Liceo? Oppure il suo inatteso “lassismo etico” è una scelta a tutela delle figlie di Rupert?
Penso proprio di no. Enid vuole rompere l’ ossessione per la “schiena dritta” e la “rettitudine inflessibile” che le viene dalla sua cultura puritana: cio’ che ha rovinato la sua esistenza non deve fare ulteriori danni.
Potrei proseguire, ma ce n’ è già a sufficienza per una seconda lettura in cerca di conferme e/o rettifiche sulle ipotesi formulate.
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Per chiudere due parole sull’ autrice, che poi sono due parole sull’ eterna questione delle genealogie.
C’ è un lato “mostruoso” nelle eroine della Munro, per questo mi è venuto da evocare le stramberie di Flannery e le ossessioni di Lars. Ma sarebbe una genealogia sbagliata poiché dimentica una figura di riferimento come Henry James. L’ omaggio al romanziere americano si sostanzia innanzitutto nella qualità enigmatica dei racconti: li leggi con la sensazione che presto o tardi qualcuno ti metta al corrente di notizie sconcertanti (e per un lettore è una sensazione piacevole). Poi c’ è la nota melanconica della voce narrante che sembra dire a ogni rigo: il tempo che passa lascia di te sempre qualcosa in meno e mai qualcosa in più.
Carlo Emilio Gadda – Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Un immagine che s’ impone…
… quella del nodo, del groviglio, del gomitolo… dello “gliuommero”… ma anche, perché no?, la Cattedrale incompiuta…
… tra le categorie mentali dell’ Autore…
… ve n’ era una curiosa… quella del fico secco… comprendeva tutto cio’ che è arido, ingeneroso, rattrappito…
… paradigmi sul rigo gaddiano…
… procede con spostamenti spastici, tra una sincope e un’ apoplessia maccheronica, non racconta in linea retta ma finge di perdere il filo… lo scopo è quello di minare lo schematismo cachettico delle idee seriose facendo ricorso alle armoniche sapienti del romanesco…
Filosofia di fondo:
… sentita vocazione antiaccademica e diffusa sfiducia nella lingua codice…
Veniamo ora al romanzo. Innanzitutto, strano finale:
… il romanzo deve considerarsi letterariamente concluso poiché il commissario capisce chi è il colpevole… e questo anche se il lettore non capisce o non capisce che lui capisce… [cio’ non toglie che l’ autore si irritò ferocemente con Garzanti il quale osò apporre la parola Fine in conclusione del volume]
Sul Gran Lombardo, il marchio manzoniano…
… facile da rinvenire in quell’ amore istintivo per il formicolio della vita…
A pag. 2 entra il protagonista…
… con quel suo fare un po’ tonto come di persona in combattimento contro digestioni laboriose… l’ abbigliamento tradiva una paga statale…
… le laconiche sentenze del commissario…
… rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, di giorni, di mesi, dall’ annunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio…
… ragazze che passano per la via…
… co’ la treccia appennollone…
… appunti mentali sulla servetta…
… dal di lei collo, ancora piuttosto lungo sotto la capigliatura, veniva fuori quella vocina fatta di sì e di no, come le poche note del lamento di un clarino…
… presagio…
… Ingravallo notò che due o tre volte, a mezza voce, aveva detto mah… chi dice mah cuor contento non ha…
… un attimo prima dell’ annuncio…
… Don Ciccio stava per vedere il fondo dell’ ultimo per così dire calice – un cinque anni bianco extra secco ora del Cavalier Bianchi Empedocle & Figlio, Albano Laziale, da sognarseli perfino in questura, il vino, il bicchiere, il Padre, il Figlio e il Lazio… – e quando il bianco secco ancora gli titillava il velopendolo, lei parlò…
… convenevoli…
… “dottor Ingravallo” bofonchiò Ingravallo spiccicandosi appena dalla sedia, e stringendo quasi a malincuore, la mano che quello gli porgeva…
… presentimenti…
… una voce… una voce poco fa già gli sussurrava in cassa, nella cassa, non sapeva neanche lui se del cervello o del cuore…
… un’ occhiata alla casa…
… e quella zuccheriera d’ argento memore delle vacche grasse… con una ghianda d’ oro e due foglioline d’ argento sul coperchio. Già: per tirarla su.
… l’ offerta…
… accettò una polputa sigaretta dal Balducci (che gli squadernò il portasigarette d’ oro sotto il mento con un tatràc repentino)…
… ingresso in sala da pranzo del quadrupede…
… fece solo una carezzaccia alla canina: che da quei béf béf così stizzosi, cattiva!, trascorse a dei ringhi decrescenti, come d’ un temporalino in ritirata, al fine si chetò…
… arrivano ospiti…
… l’ annuncio un po’ canoro un po’ pecoraro dell’ Assunta nascondeva un rossore sottocutaneo impercettibile…
… dopo la disgrazia, l’ immancabile folla dei curiosi…
… un portalettere in istato di estrema gravidanza, più curioso di tutti, dava, della sua borsa colma, in culo a tutti: che borbottavano mannaggia, e poi ancora mannaggia, mannaggia, uno dopo l’ altro, man mano che il borsone provvedeva a urtarli nel didietro…
… non solo bipedi…
… torno torno, un barboncino bianco scodinzolava eccitato e de tanto in tanto… stritolato dalle relatrici… abbaiava puro lui: il più autorevolmente possibile…
… i Bottafava…
… avevano gridato “al ladro, al ladro” per primi ed esigevano ora adeguato riconoscimento… lui nell’ inseguimento (per la verità appena accennato) aveva anche estratto un grosso revolver che volle esibire chiedendo spazio agli astanti…
… verbalizzare le testimonianze…
… omise i “Gesù”, “Gesù mio bello”! “Sor commissario mio”… e altre interiezioni-invocazioni di cui la “signora” Manuela Petacchioni non tralasciava d’ inzeppare il suo referto…
… la derubata…
… un tono languido in tutta la traumatizzata persona… un négligé un po’ imprevisto tra giapponese e madrileno… un baffo bleu sul volto piuttosto vizzo… la pelle pallida come d’ un geco infarinato… e poi…un sottointeso: “una donna sola ha sempre paura ad aprire”…
… donne & armadi stagionati…
… come tutte le donne sole in casa, trascorreva le ore in stato d’ angustia, o perlomeno di dubitosa e tormentata aspettativa… da un po’ di tempo quel suo perenne pavore nei confronti del trillo del campanello s’ era intellettualizzato in un complesso d’ immagini e figurazioni ossedenti: uomini mascherati con suole di feltro ai piedi… irruzioni repentine per quanto tacite in anticamera… vittima già ipotecata con allegate eventuali “sevizzie”… parola questa che la riempiva di indicibili orgasmi contrastanti… con il commento di un batticuore per un crac improvviso, nel buio, di un qualche armadio più stagionato degli altri… il pensiero dominante, a ogni trillo, soleva coagularsi in quel “chi è”, belato o raglio abituale di ogni reclusa… il suo patema testimoniale ci mise davvero poco a deflagrare in epos… concluse la testimonianza che soffio’ il naso trombettando come una vedova…
… caldaie de Roma…
… la sacra fiamma d’ ogni impianto termico, a Roma, si estingueva a Marzo alle Idi, ma talvolta addirittura a le none quando non a le calende… negli inverni doppi a epilogo protratto… come fu quello del ventisette, la si alimentò per tutto il mese e la si lasciò smorire d’ un prolungato languore… non senza accademia e diatriba fra casigliani opinanti, roboanti, fra i volenti e i nolenti, gli squattrinati e i quattrinosi, fra micragnosi e scialacquatori…
… il reticente…
… er sor Filippo, alto, scuro a soprabito, co la panza un po’ a pera e le spalle incartocchiate e un tantinello pioventi, di viso tra impaurito e malinconico… e in mezzo un nasone alla timoniera da prevosto che doveva fare le gran trombe del Giudizio a soffiallo…
… i passi dell’ assassino…
… impercepiti dal passante distratto o che va di prescia…
… in calce…
… quell’ orribile e interminabile garbuglio della firma…
… congedo del testimone… la Petacchioni lascia la questura…
… sommovendo er culo come na’ quaja e ticchettando in difficile equilibrio sui tacchi delli scarpini boni… come una scrofona su quelli zoccoletti che cianno…
… la mezza…
… sopore d’ ufficio…
… il gentile clima del Cacco…
… un odorino sincretico, come di caserma o del loggione der teatro Jovinelli… tra d’ ascelle e de’ piedi… ed altri effluvi ed olezzi più o meno marzolini, che era una delizia annasalli…
… confessione…
… abbandonatosi a quella specie di logorrea a cui si danno vinte certe anime in pena…
… profonda malinconica nota…
… o cor mappamondo in aria, inchinate a soffiar er naso a un pupetto, o a toccà si s’ è bagnato: che è propio allore che je se vede er mejo… a la serva… tutta la salute sua…
… entra la coppia…
… la sposa, povera pupa, arrivò co’ lo sposo, preceduti da na’ panza come una mongolfiera a San Giovanni… lei arrossì, abbassò gli occhi sul ventre come l’ Annunziata quanno che l’ angelo se mette a spiegaje tutta la faccenda…
… il Roma-Napoli nella campagna laziale…
… sopraggiunge con vivido terrore delle galline di guardia… il locomotore circondato da lividi lampi sul pantografo, alle sospensioni e ai giunti… e dietro tutto il fragore iterato, iterato ad ogni assale… da svellere ogni ago degli scambi… con quelle che seguitavano a starnazzare… levandosi a volo… strangullandosi ne’ loro straziati vocalizzi, regalando bianche piume al vortice…
… veduta suburbana…
… carovane bianche di nuvole trascorrevano a mezzo marzo nel cielo da nullo reale perseguite… anche loro però c’ era chi s’ incaricava d’ uncinarle… ed erano le vette argentate delle antenne… come punte di pettine di carda un’ ovatta… nel vello del fuggente niveo gregge…
… panino in trattoria a li castelli…
… col rosbiffe a comodo divano per fette di mortadella lì morbidamente adagiata in fette alterne a opera dei diti peritissimi e paffutelli del Maccheronaro: che le tegumentò alfine, un colpo d’ occhio a collaudo, uno a congedo, del pre-resecato, pre-accantonato, tetto o coperchio (er mezzo sfilatino de sopra): sporgendo lui er labbro sotto, ma un millimetro appena: intanto che la pappagorgia compressa e per così dire appiattita contro il colletto… finì per nascondergli tutta la cravattina di primavera, a farfalle… con piselloni verdi… la torpediniera d’ alto mare fu varata e porta con labbro sporgente al diletto cliente… “semo o non semo”… parve significare lo sguardo… il cliente mise il dente indove si meritava di metterlo… dopo un paio di mozzichi la bocca prese a somigliare a una molazza… nun ce la faceva a risponne… si quercune je domannava, quello girava gli occhi, due occhioni tonni tonni… co’ l’ aria d’ avé capito…
… il dottò medita il caso anche fuori orario…
… mandò giù qualche boccone alla meno peggio, cor capoccione sur piatto… di quelli spezzatini de muscolo de caucciù… il demone della “ricostruzione dei fatti” gli martellava sulle tempie… amoroso bersaglio d’ alcuni “ma che c’ è stasera dottore?”… della impareggiabile padrona tutta in ansie, in premure: che non finiva più di roteargli attorno, a lui, al servito…
… hop, hop…
… il cavallino, in discesa, dopo aver contrastato col culetto magro le strappate del biroccio… che gli sopravvennero sulle chiappe come schiaffi del mare sull’ arena… puntò le zambe sul sodo della strada senza più levarle… ormai spento, sdrucciolò un tantino… rivolgendo appena alla tirata di redini il capo… che sembro significare “acci tui e de tuo nonno in carriola… propio adesso che annavamo così bene”… nel frattempo sopraggiungeva il Pestalozzi con si poco fluente veicolo: una bici che era na scatola de musica… un cro cro ne li mozzi… pareva na machina per sgranocchià er torrone…
… boschi lontani…
… da un leccio alla scure superstite giungeva il disperato dittongo del chiù… e come appello intermittente, l’ implorante giambo del cucù…
… arrivo in cascina…
… furono accolti dai furibondi latrati d’ un bastardaccio di cui quasi non si vedevan gli occhi… ma i denti radi e canini con paura… tant’ era irsuto… mezzo spinone, mezzo maremmano, mezzo fottut’ in gulo… ma per buona sorte a catena…
… zuffa tra le belle di notte…
… sei una mignotta… una spia… disse in un sudor diaccio… smaniosa che il litigio non avesse fine… con un tentato bisbiglio che gli riuscì granuloso di catarri… guardando oltre le punte delle orecchie del cavallo… che gli servivano quasi da mirino per inquadrare il nulla della campagna…
… il mondo percepito dalla cameretta…
… raggiunta in una sonnolenza rischiarata da brevi lampi… tra un battere e l’ altro del sangue agli orecchi… raggiunta dal verso della moto del maresciallo… quelo grosso… la si udiva sparacchiare in lontananza un po’ per tutto lungo strada e stradina… e fremere ai passaggi chiusi indispettita in un corruccio…
… collina romana…
… i diedri delle case la coronavano al sommo… in basso, i popolati paesi… il tramme e la via consolare…
… zone franche in caserma…
… quelle stanze ove si esplicavano al meglio le tecniche ciondolatorie e distratte… quando che si liberano quei sbadigliacci che magari girano per ore nella gola… come leoni in gabbia…
… fancazzisti al mercato…
… esprimeva il suo dinoccolato ottimismo sufolando in sordina… atteggiando appena i labbri… o sostando chiotto chiotto… le mani in tasca e la gobba infreddolita sotto il pastrano… un pastranuccio da mezza stagione fasulla… contribuiva all’ immagine da bellimbusto assonnato in cerca di una cicca da poté fumà…
… banchi…
… pervenne alfine al reame di Tollo e Anco dove adagiate sul tagliare, prone, più raramente supine o addormitesi di lato, le porchette dalla pelle d’ oro esibivano i lor visceri di rosmarino e timo…
… consigli per gli acquisti…
… la porca, la porca, signore c’ avemo la bella porca d’ Ariccia co’ n bosco de rosmarino in de la panza! Co le patatine de staggione! (la stagione se la sognava lui, erano le patate vecchie fatte a pezzi tutte puntolini di prezzemolo… inficiate nella grascia de la porca…)…
… l’ arresto tra le massaie…
… gli si erano rizzati ai fianchi du figuri, du tipi de pizzichini un ber po’ più scuri de lui… uno de qua, uno de là, come i silenti gendarmi che Pulcinella percepisce dopo un po’ in uno sgomento improvviso… “la porca, la porca” sì la porca ho capito, pareva dire a se stesso mentre abbassava la voce “a por-ca” sillabò esangue “a por…” e quel po’ di fiato gli smoriva in gola come la fiamma d’ un moccolaccio quanno sbava cera e se strugge tutto in un lago de puzza cor codino fritto nel mezzo…
… buongiorno!…
… quando il trillo iracondo si sganciò tutt’ a un tratto nel silenzio della casa addormentata, erompendo inatteso da quel pataccone della sveglia semovente sul marmo (del tavolino) ad annunziare le nuove grane del giorno, ecco che due picchi ad uscio della padrona, discreti, autenticarono l’ ammonimento furioso dell’ imbecillissimo…
… abluzioni…
… si rigrattò il testone, si appressò alla vaschetta, e dato libero corso alle linfe s’ insaponò il naso e la faccia, il collo e le orecchie. Sgrullò il parruccone sotto il rubinetto alto del lavabo, con quei soffi e quele strombate de naso come di foca venuta a galla dopo mille rigiri sott’ acqua… ch’ ereno ogni mattina dar bagno “occupato” l’ indizio indefettibile della sua presenza…
… di traverso…
… lo prese uno strangullone, si fè paonazzo nel volto: le briciole nella trachea… a momenti sparava tutto dal naso… carbonchioli e caffelatte…
… auto di servizio…
… filò come poteva, coi budelli che abbottavano, benché molli molli, e al primo sasso che intrupparono ciavevano già voja de schioppà: la frizione facva caràche ad ogni svorta de strada, a ‘gni cane che se metteva davanti… in Via Giovanni Lanza tancheggiò e rollò nelle pozze per cento metri… imbattendosi in cunette non ancora verbalizzate dal Touring…
… a rapporto…
… si mise in ascolto dopo una battuta non sùbita e piuttosto molla dei tacchi…
… irruzione nelle baracche…
… “Polizia, vente a uprì… dovemo entrà”… ragazzi, polli, donne, du cagnoletti bastardo cor codino arrotolato in alto, a pastorale, che je scopriva tutta la bellezza: non finivano più di guardare, d’ abbaiare, du occhietti neri stupiti con la meraviglia nei volti… nelle gronde non vea canala, né parato alcuno detta “mantovana”… scheccherarono le dissennate galline…
… vassoio d’ entrata…
… fu introdotto tutto il rognoneggiante sincretismo di una portata di capretto…
… il morituro…
… una faccia ossuta e cachettica posava nel cuscino… nell’ immobilità rugosa dei fossili… d’ un giallo bruno da museo egizio… la quiete spenta della sua guardata si opponeva agli eventi straniando quel volta d’ atzeca… un lezzo ivi di panni sudici e di persone poco lavabili e poco lavate… di feci male accantonate nella degenza…
Come si esce da una cocente delusione esistenziale? Argomento interessante.
Ancora più interessante, capire come non si esce.
La Tv, tra una salva di pubblicità e l’ altra, trasmette le immagini del crollo del muro: sul divano lui, un comunista non pentito intento nella sterile attività di chiarire a se stesso, in un’ epoca di eccitanti contraddizioni, certi grovigli teorici: possibile che la Storia abbia chiuso bottega.
La storia di un’ anima incagliata che va mummificandosi giorno dopo giorno tra parole in subbuglio che traboccano e che nessuno vuol più sentire, una storia narrata in modo empatico ricorrendo a un linguaggio da delibare a ogni pagina.
… i due di picche della Storia sono i più amari…
… troppa esposizione al mondo stampato sulla carta…
… regolarmente, dopo mezzanotte, un bruciore sembrava pizzicarlo dietro agli occhi… ma si continuava…
… vita da topo (di biblioteca)…
… tutta quella vita passata a inalare l’ odore acre dell’ inchiostro fresco, ad attivare le antenne dei polpastrelli, a ordinare il catasto della mente… a liberare gli occhi cisposi… a occultare l’ aria cerea… le concavità emaciate…
… lavoro ben fatto o sterile esattezza?…
… gli aleggiava intorno un demone… l’ arte dello scrupolo che mette ordine nel mondo… lì insensato ribrezzo per l’ approssimazione…
… cosa chiede il mercato…
… un lavoro affrettato… opera di mani inesperte o perseguitate…
… finalmente all’ aria aperta… ancora fisime…
… la carta straccia svolazzante lo feriva come uno spreco…
… albeggia…
… ed ecco la mattina stampare le prime ombre sul tetto del magazzino…
… passivi sul pullman, in osservazione dell’ autista…
… la precisione dei gesti lo consolava e lo affascinava… quel colpetto dato alla manopola del freno…
… la piovra democratica…
… gli “anni vociferanti” lo assediavano senza scampo…
… al mercato…
… le bancarelle lo adescavano, variopinte e opulente come tappeti persiani… aveva così pochi bisogni già di suo… ed ecco che un mondo impazzito per il superfluo lo spingeva a coltivare una santa privazione, un chiericato dell’ astinenza…
… da che parte soffia il vento?…
… si girò verso il delfino rampante…
… a Roma finisce la guerra…
… con l’ accompagnamento di sparatorie erratiche…
… le prime riunioni di partito…
… il ronzio della retorica sciorinata da voci cittadine rauche di tabacco e insonnia…
… le obiezioni non erano ben viste…
… si segregò come un lebbroso… cominciava il suo lungo soggiorno nel ventre della balena…
… mezzo secolo dopo, ormai al termine di tutto, ancora quei miserandi sabba marxisti…
… il compagno Lombardi era uno specialista della domanda obliqua… nell’ esporre con voce melliflua cominciava piano piano a capire cosa voleva dire fino a eccitarsi per le proprie tesi… proseguiva finché la focosa oratoria veniva meno, il che accadeva quasi subito… con lui il dibattito si disperdeva, era inconcludente e aggressivo…
… un altro Compagno…
… tendeva a scivolare in un lieve torpore nel corso dei dibattici teorici…
… parlare in pubblico…
… l’ intensità della sua voce lo mise a disagio…
… messaggio cruciale…
… lo disse piano dopo la pausa… formando con la bocca una O quasi perfetta di eccitazione generosa…
… conclusione dei lavori…
… si tennero per mani, imbarazzati, la retorica faceva male… ma cantò anche lui, stonato…
… sera, prima di coricarsi…
… si era stropicciato gli occhi per provocare una pioggia di stelle sul cristallino…
… la prima volta in un supermercato di Berlino ovest…
… barcollavano tra gli scaffali svuotandoli con gesti da sonnambuli…
… Sessant’ anni e la solita decisione da prendere in merito alla prima cataratta…
… secondo la mia opinione un’ operazione le porterebbe soltanto disagi e false speranze… l’ occhio sinistro si mette in sciopero caro signore… uno sciopero definitivo…
… la religione…
… cosa lasciò Cristo alla sua piccola mafia… dopo la mancata venuta la Chiesa prese a distribuire il calmante… ordine, obbedienza, docilità… in questa valle di sofferenze… indennizzo nell’ aldilà… dopo la curva del tempo…
… quel Messia che non arriva…
… i comunisti resteranno i soli a leggere i Vangeli, a capirli fino in fondo…
… le torture rievocate mentalmente…
… testicoli nel morsetto…
… inspiegabili dispetti di un uomo solo…
… subito, con grande loquacità, diede indicazioni fuorvianti agli sconosciuti…
… un secondo prima di dormire…
… sentì in dissolvenza il singhiozzo e il fischio dello sciacquone al piano superiore…
… c’ è persino una mini storia d’ amore…
… lui percepì la vicinanza della sua guancia… le labbra gli scivolarono sul corpo soffermandosi dove stagnava la stanchezza…
… gioventù…
… con la loro ardente speranza costringevano il futuro ad accadere…
… strane figurine che emergono dal nulla per ripiombarci dopo due righi…
… il cameriere puliva i tavoli intorno a loro con evidente disapprovazione…
… infine… il pensionamento…
… quella landa sterile del suo riposo…
… mass murder…
… al più io riesco a immaginare, diciamo, mille persone, in una sala… o, vagamente, qualche migliaio in uno stadio… una cifra come un milione per me non significa niente… venticinque milioni poi… ci dicono che questo è il numero di Stalin… venticinque… posso pronunciare la cifra ma la realtà, il suo significato concreto mi sfugge… e allora mi concentro su un unico essere umano… una suora che arrestarono nel 37 per atteggiamenti controrivoluzionari… le pisciarono in bocca… le chiesero se era buono come il vino della Comunione… e la stuprarono… i polsi legati col fil di ferro perché il dolore aumentasse… mi sforzo di vedere in suor Evgenija quei 24.999.999 altri esseri umani ammazzati dalle fiere leggi scientifiche del progresso sociale… “siano infrante le catene” così potremo utilizzarle per fustigarvi a morte…
… l’ accusa…
… il prodotto del tuo socialismo scientifico non era nemmeno il regno di Satana annunciato da apocalittici e inquisitori… era qualcosa di più piccolo, di più meschino, di più disumano… i tuoi Messia terrestri non erano altro che teppisti ipocriti…
… la difesa…
… il nostro grande errore, quello di sopravvalutare l’ uomo, l’ errore che ci ha traviato, è in assoluto la cosa più nobile dello spirito umano nella nostra tremenda storia… il capitalismo non si è mai spinto a tanto… pensa avendo in mente l’ uomo medio… e che media mediocre… investe sull’ avidità… sui suoi interessi meschini… blandisce i suoi interessi per i giocattoli materiali e le vacanze al sole… gli solletica la pancia affinché si giri pregandolo di continuare… il capitalismo non ha nemmeno lasciato l’ uomo al punto in cui l’ ha trovato, l’ ha reso più piccolo regalandogli la faccia beata degli imbecilli… siamo davanti a una muta che ulula per ottenere prodotti di lusso… che grugnisce con il muso nel truogolo… siamo posseduti dal possedere… hai letto di quei bambini americani?… ventisette ore alla settimana davanti alla TV… che cos’ è la tua aspirina sacramentale davanti alla TV?… il marxismo ha riempito le sale da concerto e le biblioteche… ha reso gratuita l’ entrata ai musei… ha dato agli insegnanti uno stipendio decente e uno statuto eminente nella società… sono un marxista, sono e rimango un comunista, altrimenti non potrei fare il lavoro che faccio: il correttore di bozze… se trionfa la California non esisteranno più correttori, le macchine se la cavano meglio… ora lavoro finché mi duole la testa per arrivare alla perfezione, per eliminare ogni infimo refuso da un testo che nessuno leggerà mai… l’ esattezza… la santità dell’ esattezza… l’ Utopia significa solo l’ esattezza… il Comunismo è un modo per togliere gli errata dalla Storia… dall’ Uomo…
… la sentenza…
… non sopporto la musica di oggi, il mio stomaco si ribella… non sopporto né la plastica né la pornografia… ma qualche mese fa un concerto rock organizzato per raccogliere milioni di dollari a favore di opere di carità è andato avanti per ventiquattr’ ore… mentre noi davamo conferenze su Kant, suonavamo Schubert, e nello stesso giorno spedivamo milioni di persone nelle camere a gas… nel nostro mondo i bambini nascono vecchi, basta guardare i loro occhi e le loro bocche in quelle immagini dalla Romania.. se l’ America è infantile, e forse lo è, che difetto fortunato! La Coca Cola ci torce le budella… ma frizza!
… sprofondiamoci ora in maestosi racconti ingarbugliati e lenti, che sembrano chiedere di essere seguiti con distratta attenzione se non franco disinteresse… lunghe storie a più voci dove le date non coincidono, dove nulla coincide… memorie sempre al limite della chiacchiera… con al fondo una menzogna di base e molte aggiunte dell’ immaginazione popolare a questo nucleo insignificante… sola difesa, a volte, un’ intuizione fulminea che per un attimo tutto ricompone miracolosamente prima di abbandonarci…
?
In questa Napoli snervante e imbarocchita tutto è sfarzo e grandezza; ovunque miraggi, imbrogli, febbri e venti lunari. In questa Napoli, crogiolo di capre e coupés, i vicoli si attorcigliano strangolando chi tenta di mapparli razionalmente; le storie – che fioriscono ovunque, persino nel bel mezzo di una frase già opulenta – proliferano fino ad asfissiare chi è poco incline all’ incanto, chi non è protetto da una certa storditaggine dello spirito, nonché chi è animato da malsane voluttà di comprensione.
Regna un convulso disordine borbonico, complicati e ridicoli fatti tessono una trama stellare. Un intrico di pregiudizi si annoda intorno a eventi volatili appannando i già deboli lumi della ragione.
Il signoraggio sul “mistero non buonode li cunti” si esercita al meglio sapendo reprimere la folla di interrogativi che le incongruenze fanno sorgere, ma anche e soprattutto nel ricordarsi sempre che dietro la burrasca non vi è nulla se non il glu glu di un’ acqua che si perde nel buco nero dello scolo.
Ingegno, eleganza e stile di vita sono branchie imprescindibili per respirare in questo acquario crepato. Il sogno e lo scherzo si rovesciano di continuo l’ uno nell’ altro, la gaia vita partenopea è concepita come infinito piacere mondano. Nulla si produce, tutto si dona ma non per generosità, bensì al fine di indurre nel beneficiato una miscela di piacere e dispetto. Nulla si dice se non la diceria, ci si insulta con colate laviche d’ improperi che rimpiazzano d’ un botto placidità atarassiche, ci si ammala solo di malattie alla moda. Ammalarsi di languore, per esempio, è cosa molto ambita.
Entrati nel radioso golfo mediterraneo si è invasi dal profumo molle e stordente di una primavera che spinge a bighellonare su una scena di cartapesta in cui tutto è fermo, tutto stagna. Tutto tranne i pensieri nella nostra testa, nessuno di loro sembra disposto a riposarsi. Un qualche Spirito del Male e del Bello ha trasformato i nomi dei protagonisti in soprannomi e l’ esistenza in nulla più che un vezzo retorico:
… senza retorica, nulla di serio e di vero puo’ essere detto mancando quel falso che è misura e supporto del vero…
La realtà esiste solo affinché vi si aggiunga qualcosa: un orpello, un fregio, una voluta, uno stucco. Ma la decorazione più gradita resta il pettegolezzo che taglia i panni addosso. Il bordone atroce del pettegolezzo continuo, quello più felice di esagerare in sospetti e giudizi, è sempre scortato da curiosità impietose che sono il propellente per farlo “viaggiare”, e da false indignazioni che gli rendono onore ovunque passi. Ogni evento è lavorato da instancabili lingue. Il contenuto del loro messaggio puo’ variare ma per tonificare curiosità e indignazione nulla di meglio che riferire un mortal dolore per felicità altrui.
… l’ orribile patimento di un cuore per il di più che crede di intravedere in un altro… questo insondabile mistero da cui muove l’ Universo… questo mistero nessuno, solo la religione, chi l’ abbia, puo’ illuminare…
Il fascino strano dell’ autoctono forse sta nel suo essere un grosso e rustico bambino dalle origini losche e servili. E’ persona superficiale e ordinaria; passionale e dispettosa; boriosa e indifferente; feroce e innocente; gelosa e benevola; superba e ignorante (simil capra): lo capisci da come stacca lo sguardo dal bello; per mantenersi intatto abita case prive di libri. Se concepisce un pensiero lo allontana da sé come estraneo alla sua natura; in fondo è affezionato ai suoi dolori, guai a offrirgli un sollievo. Una lieve crudeltà contrassegna ogni suo gesto, quasi sempre spregiudicato e infantile. Non ama e non si ama limitandosi a offrire al prossimo un mutismo esteriore e interiore che confonde e moltiplica le congetture.
Lo straniero non ha figli e ne è contento, giunge da terre ricche, solide, fredde e ragionevoli (Liegi?) è noiosamente riverito da gente che si occupa di lui per alleggerirgli il peso della felicità; viene quaggiù cercando di perdere la memoria e incontrare la bellezza. Quando ci riesce lo capisci a causa dei gridolini ammirati che emette. Trema per l’ assalto di troppe confuse emozioni, dopodiché si ritira febbricitante in camera sua dicendo che “non riceve”. Ad ogni modo è riconoscibile anche per la raffinata prodigalità con il servidorame (che lo giudica bestia dalla generosità contro natura) oltre che per gli occhi azzurri e allucinati e per il fatto di non reagire subito agli annunci terribili. Nell’ ira, infatti, sa che parlerebbe a vanvera non essendo in grado di esteriorizzare il tragico. Dà per scontato che Napoli non sia Europa e non distingue la popolazione autoctona dalla fauna sentendosi in dovere di ammirarla con gli occhi e criticarla con la testa.
Fortunato chi “scala” il nostro intellettuale più prestigioso dal versante del “Diario Minimo” anziché da quello più impegnativo de “Il Nome della Rosa”, ci guadagna sia in qualità che in quantità.
La distanza breve è cruciale per la prosa ludica, che ha notoriamente il fiato corto: un bel gioco dura poco, com’ è noto.
Il “fortunato” si troverà tra le mani degli arzilli mini-saggi; in realtà, scorse poche righe, tutto assumerà una veste “adulterata”. Benvenuto tra i simulacri di Eco.
La qualità squisita della scrittura autorizza poi a parlare di vera e propria “falsificazione letteraria”.
Pastiches, parodie, imitazioni… roba da non prendere sul serio che svolge al meglio la funzione della roba poco seria: quella di gettare un’ ombra di diffidenza sulle robe troppo serie.
E sempre tenendo presente che spesso ridicolizzare significa omaggiare il ridicolizzato.
***
Passando alla polpa, direi che su tutto primeggia l’ elogio della faccia tosta e trista di Franti.
Chi non è venuto a contatto con la languorosa melassa del libro Cuore non sa cosa si è perso. Si è perso innanzitutto l’ occasione di coltivare il proprio lato bestiale e crudele, unica àncora di salvezza per chi vuole evadere da…
… quell’ orgia di perdoni fraterni, di baci appiccicaticci, di abbracci interclassisti… dove tutti si comprendono, si accarezzano e baciano le mani a voscienza…
Ho sempre sperato che Pinocchio – il vero controcanto a Cuore – infili il suo naso nel bulbo oculare di Enrico Bottini trapassandone retina e cervello. Ma non avevo mai pensato a riporre le mie speranze in un tipo come Franti:
… ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa… su quelle unghie rose…
Eco, che a quanto pare “è della compagnia”, lavora sodo per convincerci che il nostro uomo è lui: è lui che puo’ dar fuoco…
… a quell’ ideologia dolciastra rappresentata dall’ ambiguo socialismo umanitario protofascista tanto caro a squallidi filistei guerrafondai e paternalisti…
… come appunto il padre di Enrico Bottini, un tale che…
… passa calda calda la carezza del Re alla prole…
Imbattersi nel Franti è come prendere una boccata d’ aria, con Franti presente in aula, si spalancano porte e finestre dell’ asfittica scuola del Regno:
… Preside [prima di pronunciare la sospensione al cospetto del monello e relativa madre vedova]: “Franti, tu uccidi tua madre!” … e l’ infame sorrise…
Franti “fa civetta” a tutto e a tutti, non manca di ridere in faccia al soldato zoppo sconcertando chi un attimo prima trascinava con orgoglio la sua menomazione.
Più che ridere sogghigna. C’ è qualcosa di animalesco nel suo ghigno.
Ride di tutto, ride in modo osceno, la sua è una Negazione che assume i modi del riso, una vera e propria scepsi del riso.
Già Baudelaire identificava il riso con il diabolico rinvenendo in esso il principio del Male.
Per apprezzare questa figura è necessario un continuo ma proficuo lavoro di decriptaggio:
… perché di lui il libro ci parla come gli storici romani ci parlavano dei cartaginesi…
Ma è un lavoro che ripaga:
… il crescendo delle sue nefandezze assume volumi wagneriani…
La sociologia fasulla di Cuore è messa duramente alla prova:
… il mostro si installa dentro un ordine e lo mina deformandone la fisionomia con atti di gratuita iconoclastia… solo di fronte al riso l’ Ordine misura la sua forza…
E l’ Ordine dell’ odiato De Amicis sembra proprio scricchiolare. Con un po’ d’ immaginazione possiamo prefigurare il “botto”.
Il botto sparato da Franti trasfigurato in Gaetano Bresci.
***
Nel saggio “Dove andremo a finire” ci si rifà invece alle descrizioni apocalittiche di una società decadente e conformista. Chi scrive è un uomo dell’ antica Grecia già alle prese con quella che diverrà nei duemila e rotti anni successivi la noiosissima antropologia negativa dell’ uomo-massa e il rimpianto per un tempo perduto in cui tutti (“… ai miei tempi…”) erano più raffinati e arguti.
Il modello stilistico – nonché il bersaglio parodistico – è Adorno e l’ adornismo francofortese.
Gli eroi sono invece i tipi come Eraclito…
… e quelli che intenzionalmente scrivono in modo oscuro affinché si accostino solo coloro che possono…
Ahi noi, a quanto pare quei libri oggi sono aperti da ogni scimmia sapiente, la quale non manca di credersi più saputa del Maestro.
Viviamo in mondi in cui il tiranno assume le sembianze…
… di una folla dalle cento orecchie e dalle cento menti acculturate secondo la modalità diluita dei digest…
L’ uomo-massa – un sonnambulo coatto – nella sciagurata corsa al dibattito intende mettere in vetrina con iattanza…
… il suo gusto mediocre… l’ amore filisteo per la conversazione e per l’ alibi filosofico… Ha eletto la distrazione a valore religioso… è permeato da un desiderio di sapere, da una voglia d’ informazione e da una foia di vedere coi suoi occhi… non solo, dalla sua ebete contentezza… nonché da certo appagato torpore in cui si crogiola… si direbbe che abbia realmente visto, udito e compreso…
L’ Accademia non è immune da colpe
… offrendogli generosa il “rumore” in cui lui si avvolge come un’ ostrica…
In chiusura ci si dedica anche a indagare i modi dei pubblicitari e di altri callidi sfruttatori che si accaniscono sul…
… succube beota emotivamente manipolato e ristretto in ambiti cogenti… nonché sui nostri giovani fatti gregge nei ginnasi…
***
L’ uomo-massa, in un certo senso, è vezzeggiato e trattato coi guanti:
… non gli si chiede mai di diventare altro da cio’ che è già…
Riceve da ogni elettrodomestico il suo narcotico, in particolare dalla Tv, vero tempio in cui si adora la Medietà:
… un tempo l’ idolo era Giuliette Greco, oggi è l’ Annunciatrice: bellezza modesta, sex appeal limitato, gusto discutibile, una certa casalinga inespressività…
Ma l’ archetipo dell’ eroe è Mike Bongiorno, oggetto di (leggendaria) trattazione a parte:
… si vende per quel che è senza porre in stato d’ inferiorità nessuno… lo spettatore, anche il più sprovveduto, vede glorificare e assurgere a dignità nazionale il ritratto dei propri limiti… MB non si vergogna di essere ignorante e non prova la tentazione di istruirsi… entra in contatto con le più vertiginose vette dello scibile umano e ne esce vergine confortando le altrui tendenze all’ apatia e alla pigrizia mentale… si mostra all’ oscuro dei fatti e altresì intenzionato a non apprendere nulla… in compenso dispensa sincera e primitiva ammirazione per colui che sa… di cui pone in evidenza le qualità da manuale (memoria, erudizione…)… Nel mondo di MB si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quel che dicono… non lo sfiora minimamente l’ idea che la cultura possa avere una funzione critica o creativa… si rivolge a noi con il suo basic italian… senza avventurarsi mai in incisi o parentesi… non usa espressioni ellittiche… non allude… qualsiasi spettatore avverte che, all’ occasione, potrebbe superarlo in facondia… E’ privo di senso dell’ umorismo… ride perché è contento della realtà, non perché ne trova ridicola la sua deformazione… gli sfugge la natura del paradosso… quando gli viene proposto… lo ripropone con aria divertita e scuote il capo sottintendendo come l’ interlocutore sia davvero un tipo simpaticamente anormale… rifiuta di sospettare che in quella figura retorica possa annidarsi un grano di verità… Ricevute spiegazioni non tenta mai di approfondire… rispetta sempre l’ opinioni altrui, non per proposito ideologico ma per disinteresse… rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere poiché ognuno si trova già al suo livello… nessuna religione è stata mai tanto indulgente coi suoi fedeli…
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Prima di chiudere bisogna citare per forza anche “Dolenti declinare”, siamo in una casa editrice immaginaria in cui giungono per essere vagliati alcuni manoscritti che proprio non convincono. Per esempio… la Sacra Bibbia:
… si inizia bene, la polpa c’ è: sesso (moltissimo), adulterio, sodomia, incesti, guerre, massacri e così via… ma poi cominciano a cumularsi mille cose con infinite varianti sul tema finché il libro non si trasforma in un omnibus mostruoso…
L’ Odissea ha molte più speranze:
… con Nausicaa c’ è un momento “lolistico”… ci sono poi scene con giganti monocoli, cannibali e persino un po’ di droga (il loto non è nella lista e non dovrebbero esserci problemi con il Nacotics Bureau)… le scene finali sono nella migliore tradizione western, la scazzottatura è robusta e la prova dell’ arco è tenuta bene sul filo della suspense… molto meglio rispetto alla prima prova dell’ autore – troppo statica! – … mi chiedo se cio’ che abbiamo davanti sia tutta farina del suo sacco…
A Dante viene riconosciuto talento tecnico e “fiato” narrativo. Peccato che per la Commedia esista una controindicazione grande come una casa:
… la scelta – dettata da velleità avanguardistiche – del dialetto toscano…
Anche la Gerusalemme del Tasso trova le sue resistenze nell’ ufficio marketing.
… parliamoci chiaro: la storia riguarda i crociati e la presa di Gerusalemme, un argomento di carattere religioso… ci giochiamo tutti i giovani extraparlamentari… come rifilare loro roba del genere?…
Kafka Franz (Il Processo) lascia invece non poche perplessità di natura stilistica:
… sembra quasi che abbia scritto sotto censura… zeppo di allusioni imprecise, senza nomi di persone, luoghi e cose… questi giovani scrittori credono di far “poesia” perché dicono “un uomo” invece di “il signor tale nel posto Tale all’ ora Tale”…
Utile manuale con qualche dritta per i cattolici liberi su “come cavarsela” oggi in Italia. Non facile, i “nemici” sono tanti.
Come cavarsela con gli scassamaroni.
Se in Italia dici che sei cattolico trovi sempre qualcuno che ti rompe i maroni. Dal momento in cui lo scassamaroni fa la faccia del tipo “ma guarda un po’ sto pistola” al momento in cui attacca a parlare dell’ “assurda posizione della Chiesa sugli anti-concezionali” puoi contare fino a 8. A 10 non arrivi. E’ una forma di crudele martirio che speriamo venga calcolato qualcosa in Paradiso.
Come cavarsela con i preti tediosi.
Detti anche collo torto (Gianni Brera) o clerical style. Alcune movenze e gestualità (sfregamento continuo di mani che si rigirano, abbassamenti inspiegabili di voce), li rendono riconoscibili. Al punto che di chi non le possiede ci si dice subito appena dopo il congedo: “non sembra neanche un prete”. Quando un prete tedioso ti prende sottobraccio chiedendoti un favorino con toni da pia parrocchiana, meglio sospettare. Il prete tedioso non capisce proprio cosa c’ entrino i laici con Cristo, ma capisce sempre benissimo che possano venir buoni per imbiancare un muro in Oratorio.
Come cavarsela con la politica.
Secondo la pubblicistica il cattolico che si dà alla politica dovrebbe essere un monaco che passa di lì per caso. L’ unico babbeo della brigata. Prete in trasferta parlamentare. Si scandalizzano se solo dimostri di avere un interesse materiale da difendere.
Come cavarsela con i pregiudizi.
“Ma lui è un cattolico!”… e si chiude il discorso. Se uno ha più dei soliti due figli… “ma è un cattolico!”, e si chiude il discorso. Se due restano sposati tutta la vita… “ma trattasi di cattolici!”, e ci si è data una ragione, si puo’ passare ad altro. Il fatto che certe cose le facciano i cattolici rende tremendamente meno interessante la faccenda. Del resto, cosa c’ è di meno interessante del poeta cattolico o del rock cattolico!
Come cavarsela con i figli.
Compaiono sotto forma di domande (a martello) prima ancora di arrivare: perché non nascono? Poi si prosegue: perché non smettono di nascere? Perché non dorme? Perché dorme troppo? Perché è abulico? Perché fa tutti i corsi tranne quello di danza kabuki? Perché uno così bravo è tanto somaro a scuola?… domande che sono aritmia pura, che ti percuotono tra astio verso la professoressa e cazziatone alla prole… è tutto un correre in giro affannati, un organizzare di baby sitters e surrogati… Pensare che basti qualche orsù fa ridere i polli… l’ uomo non è fatto per la famiglia ma per la tribù… la famiglia isolata è perduta e solo nella tribù padri e madri riescono a fare la cosa più difficile e sana che c’ è da fare con un figlio: ritirarsi.
Come cavarsela con il sesso.
Se come il famoso scrittore francese, consideri che viverlo senza prospettiva e senza aggancio alla totalità ti porti nel modesto “infinito dei cani”, non sarà facile per te cavartela. Cominciamo col dire che il corso fidanzati in parrocchia difficilmente cambia le abitudini. Meglio cominciare da Rilke e scoprire con lui cos’ è l’ amore.
Come cavarsela con i soldi.
“Ah, se almeno la Chiesa fosse povera…”. E’ lo stesso refrain di Giuda, il patrono dei pauperisti. La Chiesa povera e nuda è cosa sognata solo dai ben vestiti. Naturalmente, chi vede bene la povertà della Chiesa vede bene anche il matrimonio dei preti e la rinuncia alla castità. La tanto vituperata ricchezza, per costoro, non ha mai a che fare con il comfort di una bella famigliola o con il piacere di una bella scopata all’ occorrenza.
Come cavarsela con l’ aldilà.
“Beato te che credi nell’ aldilà dove poi si sistemano le cose”. Ti parlano così pensandoti come uno che gira con il briscolone nella manica, oppure con in tasca la polizza assicurativa vinta alla lotteria. Come se sopportassi meglio l’ idraulico che ti frega facendo male i lavori o il barista che ti ciula portandoti roba scondita. Con aria affranta, poi, abbassano lo sguardo e confessano “… il fatto è che io non credo che esista nulla dopo”. E chi se ne frega se ci credi o no! Il problema della fede riguarda innanzitutto aldiqua, mica l’ aldilà: l’ eterno è solo una dimensione del tempo presente. Per Dante l’ aldilà cominciava già nel viso di Beatrice, nell’ incontro con la sua bellezza terrena.
Davide Rondoni-Stefano Del Magno - Manuale di sopravvivenza di un cattolico libero in Italia.
La poesia narrativa elisabettiana ferma sulla pagina una delle eroine più espressive di Ovidio per farla soffrire e godere ben oltre i pudici limiti consueti.
Dalla torre in cui vive in compagnia della laida nana che le fa da nutrice, la bella teme che, oltre la bufera, sia qualche sgualdrina a trattenere l’ amato supposto infedele.
Ma ostacolo invalicabile all’ unione è soprattutto il voto di castità che vincola la sacerdotessa di Venere. La passione sarà tale che le angustie e le prudenze sociali verranno ben presto smantellate.
Seguendo le intime transizioni dal desiderio al timore, impariamo che le dolci tenerezze d’ amore sono inseparabili dalla percezione umiliante della violenza.
La musa spossata di questa voce proto-decadente è prodiga di altri insegnamenti, esempio: il destino è più potente dell’ amore e ben presto ammorbidisce i rigori inflessibili dell’ allucinata gioventù.
Marlowe non esita un attimo ad aggirare la pedante conclusione tragica della leggenda per sprofondare il tutto nella vertigine di un gorgo singolare dove tragedia, desiderio, amore, gloria, bellezza si mescolano confondendosi in modo che i protagonisti superino i limiti umani per finire chissà dove.
Psicologia e trascendenza amorosa traboccano da ogni pagina:
Come ci s’ innamora?
… fissandola smarrì la vista nel suo volto…
Potere dello sguardo:
… la sua vista disacerbava il bifolco più rozzo… il barbaro guerriero tracio, mai intenerito, s’ inteneriva…
Pendere dalle labbra dell’ amata:
… rapiti, le sentenze attendevano dai suoi occhi sdegnosi…
Come si cura il mal d’ amore?:
… c’ è chi sospira, chi s’ infuria… e chi compila satire mordaci… ma ahimè, troppo tardi… poiché mai in odio si muta amore…
Arredamento di alcova e vestiti:
… ovunque sula maiolica e la batista Dèi travolti in orge inebrianti e satiri estasiati da incesti e stupri…
Riconoscere il vero amore:
… quando la ragione domina, l’ amore è scarso… chi mai ha amato se non al primo sguardo?…
Dialogo tra innamorati:
… si parlano gli amanti esprimendosi col tocco delle mani: muto è il vero amore… i segni silenti impigliano i vinti cuori… a ogni parola ella il volto distoglie e sempre lo contrasta quando non desiste…
Contro la castità:
… come le auree corde stonate, inasprite vibrano le donne a lungo rimaste intatte… se usati i vasi d’ ottone brillano vivaci… e dove la differenza tra la ricca miniera e il vile terriccio?… le donne sole periscono come case abbandonate… l’ “uno” non fa numero… solo Pallade dai seni di selce fu fatta per la vita solitaria… se troppo difesa la beltà trascolora nel grigio… castità… insensati uomini la considerano virtù, ma quale virtù è nativa? Ancor meno le si puo’ attribuire onore: l’ onore lo si conquista con atti…
Appena prima del sì:
… rifiutò in modo da non toglierli ogni speranza offrendosi con sguardi dal diniego cedevole… il che d’ improvviso accese in lui il vigore dell’ eloquio e della supplica…
Appena dopo il sì:
… la di lui scimmiesca esultanza…
Amore corrisposto:
… soavi sono i baci, gli abbracci soavi, quando s’ incontrano impulsi e aneliti somiglianti… laddove la bilancia segna equivalenti inclinazioni…
Strategia del tira-e-molla:
… mentre parve abbandonarglisi, lo eluse, e quando egli pensò più imminente il successo, simile all’ albero di Tantalo, si ritrasse e pur sembrando prodiga, la verginità serbò… tribolò [Leandro] come Sisifo invano, finché a negoziati teneri non succedette tenero armistizio… sono guerre in cui le donne usano soltanto la metà delle forze… alfine sui frementi seni di lei qualcosa lui disse… e sospirò il resto… mai sovrano custodì un diadema con tanta determinazione quanta ne mise lei per preservare la sua gemma…
Ognuno a casa sua:
… la bellezza dell’ altro che da vicino ravviva, separata e lontana, là dove amava, trucida e rende simili a eredi in esilio…
Bando alla saggezza:
… l’ amore, se avversato, cresce in passione… nulla l’ amante più dei consigli aborre… è un ardente cavallo che sdegna superbo chi gli diriga la cervice… spezza le redini… sputa il morso e scalciando segna il terreno… quanto più lo si frena tanto più lo si sfrena…
Compensazioni:
… Ero si ritrasse e nel tepido suo posto si distese Leandro… per saggiar quel calore intenso che risveglia le anime in declino come se attingessero a nettare nell’ oro incoppato…
Pre-alba:
… mentre i piedi nudi sgusciano dalle coperte, lui l’ avvince all’ improvviso e come sirena scivola sull’ impiantito; una metà di lei appare, l’ altra rimane celata… la chioma come nube d’ oriente fugace… fece balenare nell’ orrida notte una falsa alba… monito di quella che a breve avrebbe rischiarato l’ onta…
Non è perchè l’ha scritto un mio amico e neanche perchè i luoghi mi sono familiari e neppure per una sorta di rivalsa nei confronti di chi buggera certa editoria: TRA DUE MONDI narra una storia estremamente delicata tra momenti di storia.
No, non è neanche una storia, è la netta divaricazione presente, penso, in tutti noi, tra l’inseguire un mito, sanguinario, mortale, definitivo e il semplice, dolce, indulgente e a volte autoassolutorio quotidiano fluire del tempo. Eterno fluire del tempo a Milano fra le braccia di un ragazzo, nelle campagne di Marsala animale curato da una donna stupenda che parla una lingua incomprensibile, a Malta fra i compagni del prossimo viaggio atteso da una vita e ancora il fluire del tempo sul piroscafo diretto in Sicilia tenendo fra le braccia ancora una volta il ragazzo di Milano. Respiro profondo e respiro corto, ritmati e inaspettati allo stesso tempo.
Fino alla lettera a Francesco, dove il mito è svuotato dall’affettazione, l’immortale ucciso e il torto risarcito senza spargimento di sangue.
Ho letto la prima parte seguendo una cantilena e ci stava bene e non so se le rime che ho trovato erano volute o meno. Più pesante il seguito a volte forse ripetitivo. Mentre bellissima la lettera finale.
… apparve subito chiaro che ben presto un dio gonfio di sangue si sarebbe satollato…
… considerò le minacce in agguato nel futuro, e non gli riuscì di vedersi dritto e impavido al centro di esse… si ricordò delle immagini di gloria a spada sguainata, ma nell’ ombra dell’ imminente tumulto sospettò che si trattasse soltanto di quadri inverosimili…
Una delle esperienze più forti la vivi quando constati con lucidità e nel breve volgere di un attimo – magari dopo anni di riflessione anche esagerata su te stesso – che non sai bene chi sei, che non sai bene con chi hai a che fare e se puoi veramente contare su di te.
Capita di solito alla vigilia di un evento traumatico. E’ una sensazione che ho sperimentato prima della mia recente operazione chirurgica e che, nel libro letto in ospedale, prova anche il “soldatino blu” Henry Fleming. Lui non attende l’ accensione dei faretti in sala operatoria ma, tra conati di vomito e sorsate di rum, il segnale della carica che lo proietterà verso un trattamento privo di anestesie e forse nelle braccia della morte.
Chi sarò? Sarò un pavido? Un coraggioso? Un temerario?
Come per incanto diventi una variabile ignota a te stesso. Di fronte al “disastro” imminente le tue consuete leggi di vita non valgono più, quel che sapevi di te cessa di essere importante. Sei assalito da timori di stupidità e incompetenza. Come nella prima gioventù, devi rifarti un’ esperienza partendo da zero.
Ti isoli, cerchi di cavare dal cilindro risposte formidabili o massime che ti possano trarre d’ impaccio con un colpo da maestro. Ma non le trovi, il momento si avvicina e annaspi.
Capita spesso, non si creda. Specie in certi temperamenti che hanno fantasticato molto in passato e ora sono costretti al contatto incandescente con la realtà.
Henry apparteneva di diritto alla razza dei sognatori a occhi aperti, leggeva libroni come l’ Iliade agognando – e disperando – di assistere e partecipare attivamente a combattimenti simili a quelli dei Greci. Ma gli toccava con rammarico di vivere in un mondo in cui gli uomini erano – purtroppo – “migliori”, o comunque più timidi. Tutti. Tutti dei gentili timidoni tranne (forse) lui, il taciturno Henry.
Nel corso della sua “vita in utero” trascorsa al paesello, affrontava spesso i discorsi sulla guerra, anzi, li cercava e li provocava, specie con chi era di opinioni opposte alle sue. Una volta scatenato il dissenso, era davvero piacevole crogiolarsi in una discussione burrascosa certi che il proprio movente etico fosse inattaccabile. Viveva lavorando ogni giorno alla frase che avrebbe detto alla mamma al momento del distacco per l’ arruolamento volontario.
Ma poi, una volta al fronte, rintronato dal rombo del cannone, percorrendo i bordi più prossimi al mostruoso alterco guerresco, lambito dai primi proiettili che cominciano a fischiare mordendo i rami come se fossero mille minuscole accette, fu preso di mira da pensieri molesti e vigliacchi che allontanò a fatica e con vergogna.
Purtroppo tornarono. Cadde preda di un logorante tormento e cominciò per lui la battaglia più impegnativa, quella sul “fronte interno”. Sono battaglie che si svolgono nella mente ma che non si vincono mettendosi seduti e rintracciando in un pensiero la chiave risolutrice dell’ enigma.
In questi casi la propria vicinanza diventa scomoda… dopo tutti i ricami della gioventù, eccoti in compagnia di un probabile fifone. Si prova di tutto per verificare e disconfermare , ci si misura sul metro dei compagni ma senza cavare un ragno dal buco. Si sta allora in disparte occupati in un dibattito estenuante quanto inane con se stessi.
Dopodiché, l’ evidenza dei fatti: Henry è un coniglio, Henry scappa non visto a gambe levate. Corre nei boschi senza minimamente sapere da che parte sia la salvezza, gira intorno, qualcosa di simile all’ istinto delle falene lo tiene vicino alla battaglia. Una strana fortuna fa in modo che gli ostacoli davanti a lui cadano per trasformarsi in aiuto.
Nel corso della fuga senza meta, il dibattito esistenziale è rimpiazzato ora da una preoccupazione non meno impellente e forse ancor più consumante: come sopportare, una volta finito tutto, le occhiate scrutatrici dei compagni mentre si cerca di mettere in piedi qualche storiella a giustificazione di una condotta che ha rasentato l’ ignominia? In questi casi non esistono storie a cui si possa credere; le si imbastisce con lena accorgendosi che la propria mente è confusa e debole per qualsiasi operazione tranne che per scovare implacabilmente i punti deboli di quei patetici raccontini.
La sanzione sociale è una cappa terribile che incombe nelle società puritane. In altre storie una lettera scarlatta condannava, in questa una ferita incidentale al capo (il segno rosso del coraggio) salva.
Il finale è bellissimo; anzi, di più, è larochefoucauldiano: Henry viene accolto con onore e curato nelle file del suo reggimento, la vigliaccheria di Henry non potrà mai essere ricostruita da nessuno e lentamente svanisce anche nella mente del protagonista, è come non ci fosse mai stata.
Aveva commesso i suoi errori nelle tenebre… e quindi era ancora un uomo…
Ma non è tutto, la condizione periclitante si trasforma d’ incanto in una condizione privilegiata: Henry era stato in completa balia della sorte, e solo nelle mani della sorte un uomo diventa “un uomo esperto”. Quello che fino a un attimo prima veniva ritenuto da Henry un infamante curriculum, ora gli consente di darsi arie e atteggiarsi spontaneamente a veterano.
La lezione ricevuta è chiara e ti proietta dritto dritto nell’ età adulta: molti obblighi della vita si possono facilmente eludere, la legge dei compensi è indolente e cieca. Era stato nel bel mezzo di qualcosa di “mostruoso”, ma i “mostri” non colpiscono con precisione.
La vita è bella! Ma soprattutto è molto più facile del previsto. Forte di questa nuova autostima, Henry combatterà le battaglie a venire da vero eroe, e consacrato come eroe tornerà al paesello.
Recessi della coscienza di Henry a parte, restiamo noi gli unici testimoni di qualcosa che non riusciamo nemmeno più a considerare una vigliaccheria. Era qualcosa di più ricco e complesso. Forse era solo una coscienza in cammino verso il suo destino eroico.
Bella storia, ma soprattutto raccontata con stile. I lampi di Crane sono da grande scrittore.
Qui di seguito alcuni esempi.
La guerra non è una passeggiata.
… una volta un soldato alto raccolse tutto il suo coraggio e andò risolutamente a lavare una camicia…
Gira una voce tra le truppe.
… c’ è chi giudicava quanto si bisbigliava come un affronto personale… c’ è chi si sente in obbligo di difendere la veridicità della notizia di cui era ambasciatore aggirandosi qua e là per il campo con aria di grande importanza e un caratteristico disprezzo a fornire prove …
Vite interiori troppo intense:
… desiderava stare solo con certi nuovi pensieri che gli erano proprio allora venuti in mente…
Guerra sognata e guerra reale:
… aveva creduto che la guerra fosse un susseguirsi di combattimenti mortali con intervalli appena sufficienti per il sonno… ora sapeva che in questo genere di esperienze l’ attività preponderante consiste nello scaldarsi durante le lunghe pause che sospendono le lunghe e incomprensibili marce…
Il bullo:
… era un uomo un poco cencioso che gli sputava con grande abilità fra le scarpe… possedeva un gran fondo di sicumera infantile e inoffensiva…
Anche un puntino blu ha i suoi sogni nel cassetto:
… desiderò senza riserve tutto quanto aveva fuggito… essere nella sua fattoria… fare i suoi interminabili giri dalla casa al granaio, dal granaio ai campi, dai campi alla casa…
In trincea ci si addormenta un po’ come in ospedale:
… esausti… e oppressi dalla monotonia della propria sofferenza…
Come si riconosce un reggimento di sbarbatelli:
… i berretti si assomigliano tutti ancora troppo…
Ritirata!:
… la borraccia gli batteva ritmicamente contro la coscia e il tascapane gli oscillava mollemente. A ogni passo il moschetto gli si muoveva un poco sulla spalla… avvertiva l’ impressione di non avere il berretto ben saldo in testa… Hey, Henry… corri come una mucca!…
Squarci di bellezza intorno al mattatoio:
… nella luce da cattedrale di una foresta…
Cosa succede durante una battaglia?
… un ufficiale impreca con empietà convenzionale… come se si fosse dato il martello sulle dita, a casa…
… un altro ufficiale a cavallo mostra la collera furibonda di un bambino viziato dimenando testa, braccia e gambe…
… un altro ufficiale si rivolge ai suoi uomini, per persuaderli, con il tono di una maestrina che parla a un gruppo di ragazzi della prima elementare… risparmiate il fuoco, ragazzi… non sparate fino a quando non ve lo dico io… aspettate che siano vicini… non fate gli sciocchi…
… un ufficiale impreca e gesticola in direzione dei suoi uomini come un pastore scontento che lotta con il gregge…
… c’ è una singolare mancanza di pose eroiche…
… c’ è un intrecciarsi di grida che ingiungono agli uomini della truppa di fare cose contrastanti e impossibili…
… i sensi, intorbiditi dal fragore, vogliono che tu svenga…
… guarda come il Colonnello trascina la gamba… ha avuto tutto la guerra che voleva…
… prima di sparare pensi sempre che il tuo fucile sia scarico e cerchi di concentrare la mente turbata ricordando il momento in cui l’ avevi ricaricato, ma non ci riesci… al primo colpo succede sempre così… a tutti…
… il tenente incrociò un soldato che, alla prima scarica dei suoi compagni era fuggito strillando… dietro le linee, quei due stavano recitando una scena a parte laggiù in fondo…
Come combattono le persone d’ indole pacifica?
… con la violenza esasperata degli animali domestici molestati… come pacifiche mucche tormentate dai cani…
Si parla in battaglia? Eccome!
… dalle sue labbra uscì una nera processione di bizzarre imprecazioni… un altro cominciò a parlare in tono querulo, come chi abbia perduto il suo cappello… perché non mandano rinforzi?… perché non ci vengono a salvare?…
Che facce hanno i feriti?
… hanno un espressione attonita e triste… come se un vecchio amico abbia giocato loro un brutto tiro… altri sono pieni di rancore per le loro ferite e pronti a imputare a chiunque la causa di esse… dopo la battaglia agonizzano al fianco dei codardi tornati silenziosamente sul posto… sono per loro dei rimproveri viventi… i morti stanno invece a terra in atteggiamenti fantastici, quasi si fossero schiantati dall’ alto… i cadaveri sono anche i più invidiati…
Come termina una battaglia?
… il fuoco diminuì d’ intensità fino a ridursi alle ultime fucilate vendicative… dopodiché comincia a correre di bocca in bocca sempre la stessa frase con diverse varianti: “bene, li abbiamo respinti…”…
Il temerario:
… un bimbo chiassoso, pieno di un’ audacia tutta inesperienza… sconsiderato, ostinato, geloso e ricco di un coraggio superficiale…
La coda di paglia:
… gli sembrò che tutte le teste, come mosse da un solo muscolo, si girassero verso di lui…
Rissa sfumata:
… ci fu una discussione molto ingarbugliata… ma durante quel chiarimento che non chiariva niente, il desiderio di dar pugni sembrò sfumare…
Non esageriamo la centralità delle nostre guerre!:
… quell’ angolo di mondo conduceva una strana esistenza battagliera…
Presso la truppa trapela la notizia di un possibile attacco:
… poi tornarono a sedere in atteggiamento di aver accettato la cosa… e vi meditarono sopra con cento varietà di espressioni… era un argomento grave, che dava da pensare…
Introduzione:
… tossì d’ un tratto a guisa di premessa e poi parlò…
Avanti… maaaarsh…
… la linea mosse lenta in avanti, come un muro che crolla… e con un ansito convulso che voleva essere un grido di esultanza il reggimento intraprese il suo viaggio…
Il riposo del soldato:
… il soldato si rigirava e tornava ad appoggiare il corpo dopo che l’ esperienza del sonno gli aveva insegnato le ineguaglianze e le asperità del terreno su cui giaceva…
… the mistake in applying complexity theory to human relationships such as the education, management, development aid, and helping in general is that the basic problem is NOT that the human “systems” are complex, “messy,” nonlinear, etc.The basic problem, across the whole range of the human helping relationships (like aid) between what might be called the “helper” and the “doer,” is that success lies in achieving more autonomy on the part of the doers, and autonomy is precisely the sort of thing that cannot be externally supplied or provided by the would-be helpers. This is the fundamental conundrum of all human helping relations, and it is the basic reason, not complexity, why engineering approaches and the like don’t work.Thus the application of complexity theory to development aid–as if the basic problem with aid was the complexity of the systems–is “unhelpful” from the get go. I could go on but this is only a comment; one could write a whole book on the topic…
Chris Blattman – esperto aiuti internazionali
Per molti versi “aiutare” il nostro prossimo è una missione impossibile: la mano che tendiamo verso di lui finisce troppo spesso per affondarlo: vorremmo trarlo in salvo ma lo feriamo mortalmente.
Silvio Cattarina è un professionista dell’ aiuto, ha trascorso la vita tra i tossici. E’ invecchiato con loro e loro gli hanno riempito le giornate con una serie infinita d’ imprevisti; anzi, gli hanno fatto scoprire che la vita stessa è un imprevisto e coincide esattamente con cio’ che non possiamo programmare qui e ora. E’ l’ eccedenza alla realtà pianificabile: una sovrabbondanza. Che ricchezza, che groviglio di situazioni procura la vicinanza di persone “pericolanti”! Nel loro dolore vive un mistero da cui è difficile distogliersi.
In questo libro cerca di portare alla luce una dinamica salvifica. Il circuito si compie in questi due passaggi: l’ “accidente” mette in luce i limiti della ragione, e ridimensionare la ragione serve a esaltare la speranza. Ecco allora il vero “carburante” che manda avanti chi aiuta: la speranza.
Ma la speranza è una virtù, e chi spera è un virtuoso. Purtroppo, comunicare l’ invito alla virtù è estremamente problematico.
Per un verso è frustrante ascoltare i guru ciellini: mai che diano un’ dato quantitativo, il loro esistenzialismo non glielo consente. Mai che siano informativi: sono giorni che leggo della comunità di Silvio e non ho la minima idea di quanti se ne salvino (10%? 90%?). Mai un lucido nelle loro conferenze.
Non si tratta d’ imperizia o di improvvisazione, tutt’ altro. Anche nei master Bocconi si insegna ormai l’ approccio motivazionale. Forse anche i manager si sono convinti della sua centralità.
Negli incontri con i santi ciellini, già durante i saluti iniziali, echeggiano le parole che chiuderanno l’ incontro: “adesso basta parlare, lavoriamo!”. Vige il santo timore per ogni “spiegazione”, il “cerebralismo” è uno stigma d’ immaturità, direi quasi un marchio d’ infamia.
[… alle radici della vita tutto è noto a tutti… guardando alla tele “Un giorno in Pretura”, per quanto all’ apparenza inorriditi, non abbiamo difficoltà a comprendere l’ assassino perché siamo tutti un po’ assassini…Nelle questioni d’ amore, tutto quel che c’ è da sapere si sa già. Si sa già che l’ amore è un “riconoscimento” e che il tossico ha bisogno di quello... si sa perché qualsiasi uomo ne fa esperienza: il chierichetto Silvio aiutava con orgoglio don Carlo alla Comunione, la mamma si presentava puntualmente ultima della colonna a occhi bassi e lui spingeva il piattino contro la gola perché, sorridendo furtivamente, alzasse per un attimo lo sguardo e lo “riconoscesse”… tutti sappiamo che nella vita di quaggiù le cose funzionano così… che sono quelle occhiate furtive a renderci felici, forti e a mandarci avanti… inutile perderci tempo con spiegazioni prolisse: esperienza! esperienza! esistenza! esistenza!…]
Lui non ti parlerà mai di “regole”, neanche sotto tortura. Per quanto da qualche parte custodirà pure le sue regole, risulta sempre animato dal proposito di nasconderle e minimizzarle, questo per regalare l’ intera scena alla virtù (ottimismo, speranza…).
La regola rassicura il discente: una volta comunicata, puo’ essere applicata da chiunque; non così la virtù: ormai chi sei sei e difficilmente riuscirai a rifarti da capo. Se ti viene detto “ama” e amerai a comando, non avrai ubbidito. Trattandosi di comandi a cui non è possibile ubbidire, diventa impossibile anche l’ estrazione di regole o di istruzioni.
La speranza è essenziale in una missione impossibile come quella dell’ aiuto: con essa possiamo mentire a noi stessi abbandonandoci nelle braccia di profezie che si autorealizzano.
L’ aiutante è innanzitutto un profeta. Un profeta di profezie che si autorealizzano.
Ma l’ operatore ha domande impellenti: che fare quando ti poni di fronte a chi ha bisogno?
Risposta esistenziale dettata da una vita passata in quella posizione tra i derelitti: nulla, aspetta che succeda qualcosa. Le parole arriveranno, l’ azione sarà ineludibile.
Il buon “operatore” finisce allora per assomigliare a un artista: un fascio d’ intuizioni penetranti e d’ ispirazioni insopprimibili.
Operare diagnosi di fronte allo “scarto umano” è una tentazione da scacciare: “se si presentasse qui Gesù non lo riconosceremmo”. L’ unica regola che vige è quindi enormemente dispersiva, un vero monumento all’ inefficienza: accogliere tutti.
Una specie di “santo spreco” in nome dell’ accoglienza.
Essere accolti è fondamentale: significa essere riconosciuti. La comunità esiste per essere una casa, la casa esiste per toglierti dall’ anonimato.
Ma chi è il tossico? Alla fine della lettura potrei dire che…
Il tossico è un narciso, il problema è che non sopporta il tuo bene perché viene da te e non da lui. Invece, odiando sì che è protagonista. Desidera ardentemente trasformarsi in un “caso”, magari il più impenetrabile della comunità. Se il genitore si lamenta: “a mio figlio non interessa niente di niente”, lui cercherà di diminuire ulteriormente i suo interessi perché quella è la via per “trasformarsi in un caso”.
Il tossico, nella sua debolezza, è un bullo che si sente chiamato alla guerra “solo contro tutti”.
Il tossico è un deluso: si viene al mondo circondati da promesse e se non vengono mantenute ci arrabbiamo, anche molto.
Il tossico è un Pinocchio, duro come un pezzo di legno, fa di tutto per restare burattino; il grillo parlante e i medici al capezzale sono gli psicologi. Dobbiamo far di tutto affinché in questa storia affollata da tanti Mastro Ciliegia (“… che me ne faccio di un pezzo di legno…”), spunti almeno un Mastro Geppetto (“birba d’ un figliolo…”). Dobbiamo far di tutto perché la comunità si trasformi nella pancia della balena: un posto dove padre e figlio possano parlarsi.
Il tossico è un figlio. Essere figlio è una vocazione ma deve esserci qualcuno che ti chiami.
Il tossico ha bisogno di un perdono scevro dalla retorica del perdono. Don Giussani in confessione si sentì dire: “Ho ucciso”, e lui: “quante volte?”. Era già “passato oltre”, aveva perdonato senza la retorica del perdono. Il perdono deve essere supportato dalla bellezza: a ogni perdono deve seguire una festa. L’ operatore deve vigilare di soppiatto e assicurarsi che l’ “ospite” rida. Che rida sempre, che sia felice.
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