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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

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Film visto ieri: Gli aristogatti

In amore la “mobilità sociale” fa sempre effetto. Qui Romeo, gattaccio dei bassifondi, conquista Duchessa, micetta altolocata…

La cosa più riuscita del film: la lezione di musica in salotto.

La cosa meno riuscita: l’ impiego dei dialetti per segnalare l’ estrazione popolare.

E poi, dài, non si puo’ avere il protagonista maschile con una voce da basso/baritono. Stride ogni volta che apre bocca! La parte del “bello & coraggioso” si assegna al tenore, è risaputo. Nel paese dell’ Opera certe sviste saltano all’ occhio.

Non sono un particolare cultore di “inseguimenti” ma quelli che ingaggiano Edgard-Napoleone-Lafayette valgono quelli di Tom & Jerry, così come il parossismo e l’ inventiva delle loro risse non sfigura nemmeno di fronte a quelle di Braccio di Ferro.

A proposito di Edgard… che strano, di punto in bianco e senza alcuna premonizione diventa “il cattivo” della storia. Di sicuro è più simpatico lui della stucchevole vecchia. Forse – proprio come gli spettatori più tradizionalisti (penso a mia mamma) – ha ricevuto unO choc nell’ apprendere che, dopo un’ onorata esistenza “a servizio”, era stato diseredato… in favore dei gatti!

Aristogatti

Film visto ieri: Cenerentola

Le “eroine” di Disney non sono mai particolarmente “eroiche”, si limitano a mantenersi di buon umore nonostante le condizioni avverse.

Lo avevo già notato con Biancaneve.

Il bene non consiste nel fare la cosa giusta ma nell’ avere un buon carattere.

Qualcuno si lamenta che sono “passive”, io ci vedo piuttosto il trionfo della virtù sulla deontologia: forgiare il temperamento (che farà la scelta giusta al momento giusto) è più importante che conoscere a menadito i principi a cui uniformarsi (per fare la scelta giusta).

Cio’ consente di collocare il vero bene nel futuro (“e vissero felici e contenti”) prima ancora che nel presente delle vicende narrate. In altri termini: io ci metto la mano sul fuoco che Cenerentola e Biancaneve vivranno “felici e contente”, il buon carattere e la nobile estrazione garantisce loro la felicità.

[… l’ incognita, semmai, sono i Principi. Di loro sappiamo così poco… ma forse basta la garanzia del sangue blu…]

P.S. che noia tutte quelle gag coi topi, specie quando avulse dal contesto narrativo.

P.S. il “buono angelico” (Cenerentola) stravince sul “buono grottesco” (topi); il “cattivo sublime” (matrigna) stravince sul “cattivo grottesco” (sorellastre e gatto lucifero). Insomma, il grottesco non si sposa con Disney.

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Film visto ieri: La carica dei 101

Menzione speciale alla sigla di testa: grafica optical (le “macchie” si prestano) e musiche schizoidi.

Scatta il ricordo di di Carl Stalling, compositore sottovalutato che John Zorn sdoganò sul finire del secolo scorso. Suoi gli esplosivi commenti musicali ai rapsodici cartoni della Warner.

Il film presenta due civiltà: quella canina e quella bipede, sorprende quanto poco comunichino tra loro. La prima appare comunque superiore.

Tra i cattivi, Crudelia è passata negli annali (il suo clacson fa compagnia a quello di Bruno Cortona), ma io prediligo il segaligno Gaspare (sarà per la voce vellutata di Walter Matthau).

A proposito dell’ inetta coppia Gaspare-Orazio, in almeno due scene (l’ irruzione maldestra in casa altrui e le sedute alienanti davanti alla TV in compagnia dei rapiti) richiama i villain di Fargo.

Il personaggio di Ronnie, cagnolino obeso che dice sempre “mamma ho fame”, oggi, nella società medicalizzata, non sarebbe praticabile. La sua condizione è da considerare patologica e da esibire solo col filtro di robusti eufemismi.

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Film visto ieri: L’ imbalsamatore

… mi fa andar via il latte…

Con questa laconica scusa Sara si è dapprima rifiutata di affiancarmi nella visione.

Tuttavia si sbagliava, nonostante le carcasse di uomini e animali abbondino, siamo ben distanti dal film horror.

Il genere resta indefinito. Resta indefinita persino la relazione di fondo che lega i due protagonisti e muove tutta la storia: boss/affiliato? maestro/allievo? padre/figlio? amante/amante?

Che il mare non bagni Napoli, qui lo si vede chiaramente. La costiera amalfitana è lontana anni luce.

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Lui, il bellissimo Valerio, sceglierà la bellissima Deborah o il perverso nano gay cinquantenne? Il fascino del tassidermista sembra avere lentamente la meglio sia su Valerio che su di me. Deborah e Sara non hanno parole.

Allo Zoo l’ incontro fatale.

 

Un napoletano solfeggiato dall’ inizio alla fine come meglio non si potrebbe produce un effetto/realtà che nemmeno la musica patinata riesce a guastare (Rava, un po’ meno eco, per la miseria!).

Garrone è il meglio su piazza e con lui non ha senso smettere, quindi presto ci toccherà anche Reality.

Tuttavia non sono arrivato a questo film pedinando il regista. Mi ero invece appassionato al processo subito da Lucio Fulci (e produzione) in seguito alla bollente scena in cui la Bouchet nuda seduceva un bambino. Gli imputati se la cavarono egregiamente poiché riuscirono a dimostrare che il bambino ripreso di spalle era in realtà un nano. Per la precisione Ernesto Mahieux, ovvero l’ “imbalsamatore” di trent’ anni dopo.

Film visto ieri: Senza scrittori

Un documentario di Archibugi e Cortelessa sul mondo letterario ed editoriale italiano.

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PRIMA PARTE. Interviste alla kermesse mondana dello Strega.

In questi casi se la cava sempre meglio chi si rifugia nei pettegolezzi (i motivi triviali dell’ astio di Pasolini verso Fenoglio) o nei tecnicismi (chi-raccomanda-chi e il giochetto dei retroscena).

Il malcapitato che tenta per un attimo di stare all’ altezza del suo Pensiero d’ Artista intonando elucubrazioni apodittiche, stecca regolarmente.

Ma io sarei magnanimo: al cospetto dell’ Arte ci stai con nonchalance solo creandola o fruendola, due attività solipsistiche. E’ imbarazzante starci invece tutti ammassati, truccati, profumati, illuminati, con la flute in mano distribuendo buongiorno e buonasera a destra e a manca.

Almeno, non so voi, ma io già solo quando si accendono le luci alla fine di una proiezione o di un concerto mi sento come in mutande e con la voglia di parlare d’ altro.

senza scritt

SECONDA PARTE. La letteratura nell’ epoca della società commerciale.

Si sa, la società commerciale procede rapida per distruzioni creative e i “distrutti” la inseguono lamentandosi e invocando che “un altro mondo è possibile”.

Dato che domina meglio la lingua, sembra quasi che il “libraio indipendente” abbia più ragioni del fruttivendolo (indipendente?) ma è solo un’ illusione ottica. Il secondo è messo peggio: neanche uno straccio di parlamentare che lotti contro il famigerato sconto sui peperoni dell’ Esselunga.

Il resto sono inconvenienti da crisi di abbondanza. Un genere di crisi che non impressiona moltissimo noi pendolari.

D’ altronde la società commerciale mette al centro il consumatore e l’ unica cosa sensata da chiedersi è se ci sia riuscita. Bè, vediamo, in fondo io sono un consumatore. Dunque, vent’ anni fa avevo una lista lunga da lì a lì di libri introvabili e sul comodino impolverato un libretto in seconda lettura pieno d’ orecchie. Oggi la lista è striminzita (giusto l’ Orcynus Orca di Stefano D’ Arrigo)e quelli che ieri sarebbero stati libri fantasma sono oggi libri in carta e ossa impilati sul comodino. Direi che la mia esperienza è positiva.

Con questo non voglio affermare di essere oggi un lettore più felice. Ma darei la colpa all’ età, non più incline all’ entusiasmo. Oppure all’ ingordigia. Oppure a filtri difettosi da cambiare o manutenere. Insomma, dovrei lavorare meglio su di me e non tanto su quel sistema che ogni giorno stupisce per la prontezza con cui mi serve.

Penso che questa sia un’ esperienza comune in grado di condannare alla disoccupazione qualsiasi criticone sociale, almeno in questo campo. Ma è solo un attimo, poi si riprendono in mano i vecchi ferri del mestiere (concetti come “menti manipolabili”, “bisogni indotti”, “falsa coscienza”) e ci si accorge che il lavoro non mancherà mai.

Film visto ieri: Una separazione

Pochissimi secondi siamo già trasportati in un altro mondo, un mondo surreale: l’Iran degli anni 2000, nei suoi contrasti di modernità e arretratezza, di islam e occidentalizzazione, di soggiogazione femminile e voglia di emancipazione.

D’accordo, si tratta di un regista, Asghar Farhadi, che sappiamo non essere allineato col regime. In effetti, tutto il film è un salto mortale continuo, sul filo di temi urticanti. E’ vero: a noi spettatori occidentali superficiali può anche sembrare che in fondo il conflitto tra Nader, più tradizionalista, e la moglie Simin, con la sua voglia di espatriare, sia il tema del film. O che lo siano tante altre questioni che si possono pescare da un film che è un pozzo fecondissimo. I limiti della giustizia, per esempio: chiamata a dirimere questioni che non sono chiare nemmeno agli stessi protagonisti che le hanno vissute, ciascuno in preda ai suoi dubbi sull’avere ragione o meno. Oppure il problema dell’accudimento del vecchio padre di Nader, malato di alzheimer. Oppure la questione femminile, o quella religiosa.

Tutto questo occupa la grandissima parte del film, ma in fondo sono pretesti. Il centro del film è un altro. E qui non c’è oriente né occidente. Non c’è islam né cristianesimo. Non c’è marito né moglie. Tocca tutti. La vera protagonista è la figlia undicenne della coppia in crisi, Termeh.

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I grandi se la contendono, la tirano ognuno dalla sua, sempre cercando il meglio per lei, ma senza riuscire calcolare tutte le conseguenze di quel meglio. E’ un film sul senso di responsabilità, così difficile da gestire in modo maturo. Ed è nell’ultima agghiacciante scena che si scorge tutto il dramma della pellicola, più che nei molti eventi drammatici che si susseguono nella storia. Pochi interminabili minuti che da soli varrebbero un film.

A mio parere, imperdibile.

Film visto ieri: Biancaneve

Nella prima parte una Biancaneve coperta di stracci ramazza tutto il santo giorno il palazzo della Regina Cattiva che la vorrebbe morta.

Nella seconda parte ramazza tutto il santo giorno la casetta dei sette nani che la riempiono di coccole.

La terza parte non la vediamo ma scorgiamo sullo sfondo il Castello che ramazzerà felice e contenta per il resto dei suoi anni.

Cinque stelle.

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La migrazione degli zombi

Mi piacciono gli zombi ma aborro i film horror. Che fare?

Clemens Behr

Niente paura, da qualche decennio i morti viventi stanno evacuando dalle storie truculente: esiste un filone di film d’ autore tutt’ altro che horror, ma non per questo meno zeppo di “zombi”.

Pensando a una possibile genealogia mi viene da fare i nomi di Kaurismaki e Jarmush (qualcuno c’ infila i Coen). L’ umanità che popola le storie del primo, appena fuoriuscita dal frigorifero sovietico, osserva col ghiacciolo che pende dal naso un mondo che hanno sognato a lungo e che ora sfreccia loro accanto senza degnarli di uno sguardo. Quella del secondo, anziché uscire, entra invece in un esilio letargico trovando un certo sollievo nell’ anticipare il proprio trapasso verso dimensioni più… “anaffettive”.

Oggi alla sparuta pattuglia si unisce il nostrano Sorrentino.

Qui Cheyenne, lo zombi, vince una partita a ping pong in una scena epocale (l’ epoca è quella del “banale memorabile”). Nulla da invidiare alle gag dei portieri scemi di Mistery Train.

Qui lo zombi fatto e finito canta con un aspirante zombi:

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Da un po’ di tempo la “pattuglia” ha cominciato a prediligere il “lieto fine”. Anche Cheyenne si “scongela” grazie a una feroce vendetta che noi mammiferi a sangue caldo non capiremo mai fino in fondo (fa camminare nudo nella neve un innocuo vecchietto a suo tempo kapò ad Auschwitz):

Definitivamente “scongelato” puo’ salvare altre anime che aveva contribuito a imprigionare tra i ghiacci:

… lei è la mamma in perenne attesa del figlio che da bravo adolescente dark si era suicidato anni fa coerente con la filosofia “zombificante” dei suoi idoli…

Non so ben dire se questi film possano essere definiti “belli”, probabilmente non piacciono a tutti, di sicuro li sento come i “miei film”, una categoria estetica molto particolare il cui valore non sarei in grado di stimare.

… la storia di Cheyenne non è biografica, ma chi non ha pensato per un attimo a Robert Smith?… Tra gli ultra quarantenni ben pochi, credo…

… tanto poi ne faremo un altro…

… aggrappati piccolino, aggrappati forte… e non disperare: il mondo è pieno di placente…

… lui, all’ insaputa di lei, lo porta dall’ acquirente (“… tanto ne faremo un altro…”)

Trama: lui e lei sono giovani, belli e spiantati: vivono di espedienti, caldo o freddo, sempre all’ aperto; con l’ ottundente bordone del traffico parigino a far da ovatta nelle orecchie e a sbiadire il tipico grugnito francese della banlieu; quando ecco una “visita” inaspettata.

Povere donne, sempre la solita solfa… sembra che debba nascerti un bimbo, prepari il corredino e tutto, ed ecco che te ne nascono due… il secondo alto un metro e ottanta…

NMARGHERITA

Il film si chiude ancora con doglie, travaglio e (ri)nascita (del bietolone); speriamo bene… ma di questi tempi il “bene” e il “male” sono secondari,  “sperare” è già tanta roba… lo considero a tutti gli effetti un “… e vissero felici e contenti…” in salsa Dardenne.

 

F.lli Dardenne – L’ enfant

Scettri di carta pesta

Mario Monicelli – Un borghese piccolo piccolo

Trama:

Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) è un modesto impiegato alla soglia della pensione in un ufficio pubblico della capitale. La sua vita si divide tra lavoro e famiglia. Con la moglie (Shelley Winters) condivide grandi aspettative per il figlio Mario (Vincenzo Crocitti), neo-diplomato ragioniere, un ragazzo non molto brillante che asseconda volentieri gli sforzi che il padre compie per impiegarlo nello stesso ufficio.

Giovanni si espone nel tentativo di aiutare il figlio, fino al punto di umiliarsi nei confronti dei suoi superiori, iscrivendosi a una loggia massonica che gli consentirà di acquisire amicizie e favoritismi ai quali prima non avrebbe mai potuto accedere.

Proprio quando i tentativi di Giovanni Vivaldi sembrano volgere al successo, il figlio Mario rimane ucciso, colpito da una pallottola vagante esplosa nel corso di una sparatoria successiva a una rapina nella quale padre e figlio si trovano accidentalmente coinvolti.

L’evento tragico e le sofferenze che ne conseguono stravolgono la vita, le convinzioni e la morale dei coniugi Vivaldi. La moglie di Giovanni, colpita da malore, perde la voce e rimane gravemente invalida; Giovanni, accecato dal dolore e dall’odio, si getterà a capofitto in un’impresa solitaria e disperata, che lo porterà dapprima a individuare l’assassino del figlio, quindi a sottrarlo alla cattura della Polizia. Sequestrato l’uomo in una capanna isolata, Giovanni lo sottopone a una violenza cupa e inaudita che lo condurrà lentamente alla morte.

Per Giovanni arriva poi il momento della desiderata pensione e, dopo nemmeno un giorno, la triste morte della moglie oramai gravemente segnata dall’invalidità. Giovanni si prepara con serenità e rassegnazione a vivere la propria vecchiaia, ma uno scontro verbale involontario con un giovane sfaccendato gli farà rivivere quel ruolo di giustiziere che lo ha già portato e forse lo porterà a uccidere ancora.

Al suo meglio la maschera di Alberto Sordi evoca tenerezza e ribrezzo: un dissonante accordo che risuona chiaro in questo film come mai altrove.

Centrifugati da istinti divergenti come l’ autocommiserazione da un lato e la voglia di dissociarci dall’ altro, solleticati nel nostro istinto moralista, lo guardiamo agire impensieriti dalla familiarità con dinamiche che vorremmo tanto estranee al nostro mondo.

Prendiamone una: siamo a tavola (sancta sanctorum della famiglia borghese).

In mattinata Giovanni Vivaldi (Alberto) si è recato in ufficio con una missione: raccomandare al suo capo ufficio il figlio ragioniere per il concorso al Ministero.

Davanti alla pastasciutta il resoconto delle sue gesta è enfatico e ottimista. Si gonfia una bolla che la moglie fa esplodere con una “parolilla” di amaro scetticismo. Il Vivaldi collassa in una crisi di nervi che ne denuncia la fragilità di fondo: fuori dalla porta di casa passa la vita a camminare su un filo.

 

Ma in che mondo siamo?

Siamo nel mondo in cui il maschio è breadwinner, conduce la sua vita nella giungla d’ asfalto, un ambiente dove l’ evoluzione ha sagomato una super razza: l’ homo hypocritus.

Anche in casa il Maschio breadwinner-razza-Homo Hypocritus, prolunga i riti formali con cui tenere insieme i pezzi della sua fragile porcellana: coltiva la complicità del figlio maschio agitando uno scettro di cartapesta, vanta particolari competenze, ostenta sprezzo verso la donna di casa (che si presta alla commedia) relegandola pubblicamente a esclusive di secondo ordine.

Ma una volta al desco, col bamboccione a perdere il suo giorno altrove, si passa alla sostanza e l’ ottimismo (ipocrita) della volontà  è messo a dura prova da una “parolilla” pronunciata da chi detiene uno scettro molto meno visibile ma d’ oro zecchino.

La seconda parte del film è la sconvolgente metamorfosi della dabbenaggine in istinto criminale, quasi che il cumulo di tanta ipocrisia sia destinata prima o poi a far esplodere forme di insana sincerità, vera rappresentazione della banalità del male.

Tom Torrey quel giorno che linus impazzì e gli fece fuori tutti

Per qualcuno è anche la spettacolare denuncia del verminaio che sta sotto la pietra di certe vite asfittiche: la vita a cui ci condanna la società borghese.

Il film si presta bene a questa interpretazione (che nel merito s’ incaglia quando considerano gli antidoti e chi si oppone alla somministrazione).

Preferisco allora, per quanto forzata, l’ interpretazione contenuta in nuce nell’ ammonimento che Don Garavaglia ci fece al termine del corso fidanzati 2009: ricordatevi che ora vi sposerete e quindi sarete finalmente in tre. Poi, forse, arriveranno anche i figli.

Ecco, nella famiglia di Alberto mancava qualcuno, cosicché è bastato poco per ritrovarsi soli e con la mente sconvolta. 

 

 

 

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