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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Archivi Categorie: consumismo pubblicità

Cosa c’ è che non va nella pubblicità commerciale?

… molti su questo punto hanno le idee abbastanza chiare: la pubblicità ci fa agire come non vorremmo sospingendoci verso un consumismo materialista che devasta il pianeta…

Ma come tesse i suoi inganni questa moderna Circe? Semplice, ci “vende sogni” e identità.

E qui le cose cominciano a non quadrarmi… sogni e identità sono beni intangibili, ovvero a impatto ecologico pari a zero.

[… ipotizziamo un mondo dove l’ unico bene prodotto siano le borsette: se, grazie alla pubblicità, sono disposto a pagare una borsetta dieci volte il suo valore intrinseco per il solo fatto che “è di marca” e acquisto il “sogno” prima ancora che il bene materiale, cio’ significa che in un mondo senza pubblicità dove l’ unico bene di scambio sono le borsette, a parità di spesa, comprerei nove borsette  con tutto quel che ne deriva in termini di “devastazione ambientale”……]

Gli ecologisti dovrebbero gioire e ringraziare, anziché vituperare…

Altra “subdola” strategia pubblicitaria consiste nel ricordare al consumatore cio’ che tralascerebbe se lasciato a se stesso…

Ora non ci resta che capire perché quando questa stessa funzione è svolta da innovatori e imprenditori parliamo della cosa in tono celebrativo anziché riprovevole…

genitori

Entra anche tu nel club degli “spalmatori”:

Pensierino del giorno

Diversi studi ci confermano che chi sente il proprio aspetto fisico come “inadeguato” rispetto al “modello prevalente”, tende a centrare i giudizi su di sé e sugli altri intorno a valori “più profondi”: intelligenza, bontà, senso dell’ umorismo…

Ora, se ci fate caso, nulla più della pubblicità commerciale “produce inadeguatezza” e quindi, indirettamente, aiuta la diffusione presso la massa dei cosiddetti “valori profondi”.

Questo merito non solo non viene riconosciuto; al contrario, la Pubblicità deve sobbarcarsi l’ accusa di propalare solo valori superficiali.

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Carlo Petrini, Steve Jobs e la pubblicità

These two views seem to go together often:

  1. People are consuming too much
  2. The advertising industry makes people want things they wouldn’t otherwise want, worsening the problem

The reasoning behind 1) is usually that consumption requires natural resources, and those resources will run out. It follows from this that less natural-resource intensive consumption is better* i.e. the environmentalist prefers you to spend your money attending a dance or a psychologist than buying new clothes or jet skis, assuming the psychologist and dance organisers don’t spend all their income on clothes and jet skis and such.

How does the advertising industry get people to buy things they wouldn’t otherwise buy? One practice they are commonly accused of is selling dreams, ideals, identities and attitudes along with products. They convince you (at some level) that if you had that champagne your whole life would be that much more classy. So you buy into the dream though you would have walked right past the yellow bubbly liquid.

But doesn’t this just mean they are selling you a less natural-resource-intensive product? The advertisers have packaged the natural-resource intensive drink with a very non-natural-resource intensive thing – classiness – and sold you the two together.

Yes, maybe you have bought a drink you wouldn’t otherwise have bought. But overall this deal seems likely to be a good thing from the environmentalist perspective…

My guess is that in general, buying intangible ideas along with more resource intensive products is better for the environment than the average alternative purchase a given person would make…

Another thing advertisers do is tell you about things you wouldn’t have thought of wanting otherwise, or remind you of things you had forgotten about. When innovators… do this we celebrate it. Is there any difference when advertisers do it?… leggi tutto.

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Invidiosi e riduzione del danno

Robert Frank condivide l’ idea che la competizione per lo status si è spostata sui consumi.

Una volta ci facevamo belli ostentando i muscoli, oggi ci facciamo belli ostentando i nostri consumi. Per questo abbiamo bisogno di renderli particolari.

Da ciò consegue il fatto che l’ overconsuption implichi uno spreco di risorse recuperabili via tassazione. Ha scritto anche un libro sull’ argomento.

Stornare la competizione dai consumi alla produzione puo’ anche essere una buona idea, ma attenzione a non esagerare:

Competition for status is inevitable.

If people can not compete with wristwatches and cars, they will compete in other ways. Think about schools or prisons. Both of these places contain a lot of status competition, and there is a lot of anxiety as the strong ridicule and bully the weak, often using physical violence. Yet, these are also materially egalitarian societies, where differences in wealth are slight relative to ‘real life’.

Reducing consumption inequality would not diminish status competition but rather channel it to less benign spheres. When a wealthy jerk buys a new Porsche or adds on to his summer cottage, this is much less annoying to me than the annoying jerks I knew in school (or conceive of in prison). Socialist countries where workers were not so material different had as much stress and anxiety than any Western country, which probably is why there is so much alcoholism in Cuba and Russia.

Bohemians and scribes like to think that if there was no material wealth there would be no stress, but really they are thinking: if we competed purely on intellectual grounds, I would be on top!… leggi tutto

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La battaglia delle ruote

Il pavone maschio sgrana la fantasmagorica ruota e la pavoncella resa cieca cade sopraffatta ai su suoi piedi alle sue zampette. E’ fatta! la famiglia si eterna, e per molti tutto finisce qui.

Chiedete a un etologo, vi spiegherà come i rituali della seduzione siano centrali nel mondo animale: niente seduzione, niente riproduzione; niente riproduzione… insomma, non c’ è bisogno di essere Richard Dawkins per capire che in questo caso le cose non si mettono bene per i “geni egoisti” coinvolti.

Anche l’ uomo ha i suoi rituali e comprenderli serve a capire molte cose… per esempio… la genesi del consumismo capitalista.

Molti non sembrano bisognosi di capire alcunché a riguardo, sanno già tutto in merito e ripetono un po’ a pappagallo la lezione di Francoforte: le multinazionali inducono bisogni artificiosi che poi soddisfano. Loro si arricchiscono e noi ci impoveriamo, questo perché ci costringono a comportarci contro le nostre autentiche intenzioni. Da questa ipnosi nascono i due gemellini diabolici: capitalismo & consumismo.

Io mi domando e dico: avete davvero intenzione di comprare una narrazione tanto piena di buchi?

Non sentite che scorre male? Che qualcosa fa diga?

Il buon senso innanzitutto, che non sembra rassegnarsi: certo, esistono dei condizionamenti, ma non mi sembra di vivere tra gli zombi!

Non si capisce poi dove corra la linea che separa ipnotizzati e illuminati. Alcuni, non si sa bene perché, sono immersi nella “falsa coscienza”, altri no. Ma oltre alla discrezionalità nel porla c’ è anche il potente  conflitto d’ interesse di chi la pone! Tutto diventa presto così viscido e poco affidabile.

Manca poi nella ricostruzione la parte biologica, quella più gradita dai duri e puri: come si spiega in termini evolutivi una dinamica del genere? Le personalità più fascinose appartengono spesso al partito anti-sistema, una considerazione che è pietra d’ inciampo, anzi, macigno.

Se questi primi tre motivi già vi bastano per buttare tutto a mare, vi propongo una storia alternativa. Comincio con una distinzione semplice semplice: c’ era una volta l’ era della sussistenza, poi è arrivata l’ era dell’ abbondanza, la nostra.

Nell’ era della sussistenza si “seduceva”… sussistendo: so procurarmi le risorse, magari mi approprio anche delle tue, così crepi e mi riproduco con successo. Mors tua viata mea.

Nell’ era dell’ abbondanza le cose vanno un po’ diversamente: con il “miracolo laico” dello scambio e la speculazione abbiamo imparato a non sopprimere il “perdente”, anzi, c’ inchiniamo deferenti alle sue “incazzature piazzaiole”. Nel piagnisteo generalizzato della società contemporanea si fa un tale baccano che sembra esistano solo “perdenti & sfruttati”, gli altri si nascondono vergognosi. Dove si è spostata allora la lotta decisiva?

Prima di rispondere si noti che, certo, nella corsa all’ accaparramento delle risorse qualcuno ha la meglio, ma, biologicamente parlando, che ruolo gioca un conto corrente a nove zeri? E’ come una ruota di pavone ripiegata, corposa ma occulta, occorre sgranarla. Per esibire il nostro status non possiamo girare con l’ estratto titoli tatuato sul corpo facendoci belli.

Ecco allora il nuovo terreno dove condurre la battaglia delle ruote: il consumo.

Consumare equivale a sgranare la ruota. Il consumo è un’ esibizione di forza e arguzia con la quale mandiamo in circolo feromoni. Il consumo segnala il nostro status attirando come mosche rispetto e partner.

E qui si scopre che le ruote del consumista sono molto particolari, a volte un bouquet di scelte “originali” ha più successo di consumi costosi ma pacchiani. L’ originalità e la sapienza nello scegliere possono compensare di gran lunga le disponibilità iniziali. Le strategie di consumo soccorrono chi è soccombuto nella fase produttiva.

Il capitalismo consumista è alla sua radice una competizione tra consumatori, i quali riconducono alla sfera consumistica lo scontro millenario per la seduzione e la riproduzione. Le grandi compagnie sono delle comprimarie, giocano il ruolo di solerti cavalier serventi che elaborano e forniscono sempre nuove armi ai contendenti.

Vi è piaciuta la storiella? Forse non fa strike ma abbatte molti più birilli della sua concorrente.

Una teoria del genere ha il pregio innanzitutto di essere in linea con la nostra biologia [… corollario: essendoci di mezzo la biologia, inutile perder tempo in crociate anti-consumistiche…].

Spiega anche il perché dietro ogni battaglia anti-consumistica covi una battaglia anti-capitalistica. Finché c’ è abbondanza, ovvero capitalismo, ci sarà consumismo.

E’ anche coerente anche con il fatto che molta merce ha un valore intrinseco irrisorio rispetto al valore di mercato. Non c’ è da scandalizzarsi: la merce, prima ancora che uno strumento, è un contrassegno, e quindi va valutata anche questa funzione.

E’ poi coerente con il linguaggio pubblicitario, che sempre più tenta di far entrare l’ acquirente in un “club” piuttosto che limitarsi a vendere il prodotto.

Purtroppo non è molto coerente con il concetto di “conformismo”.

Ma questo, lungi dall’ essere un inconveniente, è piuttosto la parte più interessante della faccenda.

“Conformismo” e “consumismo” non sono poi così amici come si vorrebbe, fateci caso.

La parolina magica di ogni buon marketing è “autenticità”, un concetto che non ha certo la faccia del conformista!

Lo pseudo stregone del consumismo non ama il conformista, puzza di “stagnazione”, alla lunga la sua presenza è sabbia negli ingranaggi della macchina; ben altra prospettiva offrono i “ribelli”, loro sì che sono limoni carichi da spremere e vanno quindi tenuti cari; una volta torchiata la spremuta del ribelle addomesticato e rimasti con le bucce in mano, si spera ardentemente che nasca al più presto il successivo e lo si idealizza sempre più aggressivo e provocatorio, ce lo si augura che gridi la sua rabbia “contro il sistema” in modo stentoreo. Senza gente del genere la macchina, la moda e i “trends” grippano e s’ ingolfano nella triste parabola discendente del conformismo a oltranza.

Mi vengono in mente molti esempi in ambito musicale, ma penso sia inutile perdere tempo, se non lo vedete anche voi abitiamo pianeti diversi e non mi resta che rinviarvi alle ultime cose scritte su Jobs e sulle sue stilose creazioni..

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Non si vuole solo dire che con la contro-cultura si son sempre fatti dei gran soldi, questo doveva essere già chiaro da principio, si vuole dire di più: e cioè che le contro-culture sono il vero motore del consumismo capitalista perché con le loro proposte originali mettono a disposizione un arsenale (di idee e di gusti) grazie al quale i consumatori di domani, affiancati al meglio da una servile e non disinteressata industria, combatteranno nell’ era dell’ abbondanza una battaglia che più naturale non si puo’, una battaglia antica quanto il mondo e che per il secolarizzato uomo moderno è l’ unico fine che possiede questo universo senza scopo.

Fine.

Bene, se vi è piaciuto e la cosa vi convince (ma anche se non vi convince) potete continuare a farvi raccontare questa storia da: Joseph Heath e Andrew Potter (sinceri democratici). Ma potete esercitarvi anche con alcuni link:

Audio of a presentation given by Potter and Heath

Stuff White People Like

Great Interview with Christian Lander

White Whines

Look at this F**king Hipster

>Illusione di potenza

>… la falsa credenza più diffusa che passiamo in rassegna è quella per cui la presenza di messaggi nascosti nella pubblicità possa indurre all’ acquisto di prodotti o comunque a comportamenti non altrimenti voluti… ben il 76% del nostro campione di adulti crede in questo misterioso potere di influenzare le coscienze… i pregiudizi legati al concetto di “persuasione occulta” si basano sulla credenza per cui la gente sia straordinariamente sensibile a segnali anche deboli… e quindi manipolabile attraverso il sapiente uso di quei segnali… c’ è chi crede per esempio che incorporare nel commercial un nudo femminile accresca il desiderio per il prodotto reclamizzato… gli scienziati hanno dibattuto a lungo sulla capacità del cervello di processare messaggi verbali o iconici non acquisiti consciamente… arrivando alla conclusione che se anche potessimo in parte farlo, l’ interferenza non arriverebbe mai al punto da spingerci a comportamenti altrimenti non desiderati… tuttavia, nonostante la sperimentazione sul campo e l’ evidenza scientifica neghi validità al concetto di “persuasione occulta”, la gente continua a professare in merito un robusto pregiudizio… il fatto di credere nell’ esistenza di segnali recepiti inconsciamente da cui sarebbe difficile difendersi, è un effetto collaterale della “illusione di potenza”: noi tendiamo ad attribuire ai nostri cervelli una potenzialità (e quindi anche una sensibilità) ben superiore a quella effettiva… un’ illusione che talora genera speranze, talora genera paure… comunque, sempre ingiustificate…

Chabris/Simons – The Invisible Gorilla – Crown

Quando leggo certe analisi semiotiche che scorgono in tutte le pubblicità il contrassegno della pedofilia, mi viene in mente il capitoletto di Chabris/Simons. Chissà se il mio è solo un collegamento gratuito.

link

>Scegli il tuo Persuasore Occulto preferito

>Tutto il giorno attaccati alla TV e un cervello che va in pappa, ma la cosa peggiore – dirà qualcuno che mi sembra già di sentire – è che proprio da lì assumono passivamente i loro modelli.

Prima osservazione: se le idee non le prendono da lì, le prenderanno altrove.

Nell’ ammollare Modelli a questa massa di cervelli amorfi, ci sono diversi agguerriti “operatori” in febbrile concorrenza (preti di ogni religione, sette, guru, gang, burocrati, mio cuggino…) ma oggi il più temibile competitore della Pubblicità è il Pedagogo (o Insegnante). Lo trovi sempre in prima fila ansioso di “forgiare” il Futuro della Società.

Nel valutare questa figura dobbiamo andare con i piedi di piompo perchè siamo pieni di pregiudizi (favorevoli) nei suoi confronti. Per quanto lui si lamenti la Pubblicità più o meno occulta della società dei consumi lo esalta, soprattutto agli occhi di noi genitori (vedi P.S. 3).

Come impostare una sinossi fruttuosa della tematica? Volendo fare un’ introduzione lunga un rigo all’ analisi possibile, direi che ogni Modello inoculato nelle tenere menti puo’ creare Indifferenza, Frustrazione e Felicità.

La pubblicità commerciale rifugge dall’ Indifferenza, teme la Frustrazione (anticamera possibile dell’ indifferenza) e, per fidelizzare i suoi clienti, auspica sopra ogni cosa Felicità per tutti.

L’ Insegnante, invece, non ha di queste remore e puo’ con animo pacificato proporre come Modello anche quello inarrivabile dello “Studioso caparbio che giunge fino al premio Nobel” pur conscio che così facendo, qualora avesse successo, spargerà ovunque intorno a sè una marea di Frustrazione e Indifferenza.

Detto in altri termini: alcuni modelli sembrano piuttosto squallidi, ma la grande maggioranza della nostra gioventù non ha speranza di mietere altrove le proprie piccole soddisfazioni. Alzare il livello creerebbe frustrazione e i primi a non volersi convincere di cio’ sono certi genitori troppo ambiziosi.

Già solo dall’ impostazione del problema si capisce come le cose siano più complicate del previsto.

Ad ogni modo il dibattito è aperto: Ads bias contro Teaching bias.

Ognuno è libero di partecipare, purchè lo faccia rimuovendo sin da subito almeno due pregiudizi:

1. I soldi non danno la felicità. – Sappiamo che le cose non stanno esattamente così.

2. Gli stereotipi – che la pubblicità ammanisce a go go – sono dannosi. – Se basta il buon senso a dirci che gli stereotipi possono essere utili, la ricerca sul campo aggiunge un po’ a sorpresa che gli stereotipi prodotti dalla società consumista sono molto “accurati”.

P.S. 1 Nel giudizio dobbiamo prescindere dall’ ampiezza del gruppo dei fruitori: è ovvio che un messaggio su misura sia più accurato di un messaggio per la massa.

P.S. 2 Nel giudizio si tenga presente che la scolarità è molto debolmente collegata con “progresso intellettuale” e “abilità” dei soggetti che fruiscono di quei servizi.

P.S. 3 L’ alta scolarità produce per contro “bromuro sociale”, ovvero una massa di giovani più rispettosa, gentile e controllabile. Cio’ piace ai governi che pubblicizzano molto la scuola: anche per questo molti si sorprendono ricordando i fatti di cui al p.s. 2.

P.S. 4 Integro ed esprimo il p.s. 2 in modo più vivido. Ve lo ricordate il paradosso dell’ acqua e del diamante?: l’ acqua è preziosa ma non costa nulla, il diamante è inutile ma costa un occhio della testa. La scuola incarna queste due merci: l’ istruzione di base è essenziale ma basta poco (anche una TV) per ottenerla, non ha senso preoccuparsene vista l’ abbondanza delle fonti a cui possiamo attingere; l’ istruzione superiore è come i brand più prestigiosi: esclusiva e costosa ma poco più di un orpello se si valuta il progresso intellettuale che conferisce ai suoi fruitori.

P.S. 5 Una valutazione generale sul tema trattato puo’ essere facilitata avendo in testa una teoria della pubblicità. Qui le 5 più comuni.

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