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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

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Se ce l’ abbiamo nel melone

Getto la spugna, lo faccio da inguaribile ottimista, rinuncio a ogni apologia liberista e mi ritiro alla chetichella: è tempo perso.

Cosa occorre in fondo per essere  impermeabili al vangelo “mercatista”?

Molto poco: basta essere spontanei, sensibili ed empatici verso il prossimo.

In altri termini, basta essere “uomini” fatti e finiti, e della pasta migliore, stando al comune buon senso.

Il nostro cervello ci rende antiliberisti, siamo costruiti per scendere in piazza, “occupare wall street” e combattere l’ anarchia del “mercato selvaggio”;  questo ci dice chi studia i nessi tra psicologia e ideologia: siamo degli “statalisti naturali”, non si scampa, ce l’ abbiamo nel melone.

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Qualsiasi brufolosa manifestazione studentesca offre uno spettacolo ripugnante, almeno ai miei occhi, ma come non riconoscerne una certa spontraneità? Il liberismo appare sempre più come un’ ideologia “vietata ai minori”. E’ impensabile sotto una certa età, è inconcepibile da tenere menti al riparo da ogni artificiosa sofisticazione.

Io stesso, che mi ritengo un “militante” pro-market, faccio fatica a riconvertirmi ogni giorno: messo di fronte alla prima pagina di un giornale il primo istinto mi fa sbandare verso ricette antiliberali. Per tornare sulla strada maestra ho bisogno di concentrazione, di fare mente locale e ricalibrare il pensiero… una faticaccia.

In genere per tutti noi il “bene” non puo’ essere casuale, riteniamo scandaloso che possa emergere senza “intenzioni” specifiche, non riusciamo proprio a pensarlo come tale: se un bene si realizza, da qualche parte un Uomo della Provvidenza è in azione; così come se un Male ci affligge, dietro le quinte sta operando un Cattivone, e se proprio non è immediatamente visibile ripieghiamo volentieri sulle sempre disponibili tesi complottiste.

Da un lato converrebbe rimeditare una versione aggiornata di un concetto profondo come quello di “Abbandono alla Provvidenza”, dall’ altro i meccanismi cognitivi che ci spingono nelle braccia di Dio sono in fondo gli stessi che sviluppano la fiducia nel Big Government, da qui i nostri guai.

Spremendoci, possiamo al limite immaginare le strade che portano all’ inferno come lastricate da cattive intenzioni, ma difficilmente siamo in grado di immaginare le strade che portano al paradiso come non lastricate da alcuna intenzione.

Siamo fatti così: dopo aver pensato al Grande Problema cerchiamo la Grande Soluzione, e, una volta escogitata, sentiamo di poterci concedere un giusto riposo, il nostro lavoro intellettuale è felicemente concluso: le istruzioni ci sono, basterà demandare la loro esecuzione a un soggetto sufficientemente potente, meglio se Onnipotente. Un Governo purchessia fa proprio il caso nostro.

Rubano? Mettiamoli in galera. Ingrassano? Mettiamoli a dieta. Speculano? Regoliamoli. Evadono? Sanzioniamoli. Si arricchiscono? Tassiamoli. Scandalizzano? Censuriamoli.

Semplice no? Scendiamo dunque in piazza per urlare le nostre Soluzioni a cui solo il Maligno puo’ opporsi.

Trincerati nel baretto sforniamo Soluzioni a raffica tutto il santo giorno, basta dare per scontata la presenza di un Governo a cui passare i nostri suggerimenti, ci penserà lui. E se il governo reale tentenna, basterà potenziarlo affinché non accampi più scuse.

L’ ideologia antimarket è coriacea, non sembra nemmeno sensibile agli interessi materiali: se vinciamo alla lotteria il nostro voto politico non cambia!

Siamo dunque di fronte a una preferenza pura che dipende per lo più dal carattere: sulle modalità di questa dipendenza, poi, possiamo sbizzarrirci; esempio:

… critics of the free market are more neurotic… than proponents…

People high in Stability realize that, objectively speaking, life in First World countries is good and getting better all the time.

As long as government leaves well enough alone, our problems will take care of themselves…

People low in Stability, on the other hand, habitually blow minor problems out of proportion.

Even when they live in First World countries, they manage to convince themselves that the sky is falling.

Their typically neurotic response… is to beg for Big Brother to save them from their largely imaginary problems.

When government solutions don’t work out, they misinterpret it as further proof that life is hopeless – not that their “solutions” were ill-conceived.

I liberali affannosamente hanno messo a punto una miriade di teorie per spiegare la crescente invadenza dello Stato nel corso del secolo passato: dalla diffusione di ideologie socialisteggianti, alle dinamiche parassitarie della burocrazia, si è tirato in ballo di tutto, ma poiché nessuna regge è tempo allora di accettare la spiacevole e cruda verità: se lo Stato cresce è perché lo vogliamo noi, il nostro cervello, la nostra psicologia, ne ha bisogno per pensare con meno sforzo.

… Democratic government cannot grow large, and stay large, against the express wishes of a substantial majority of the population…

Poi ci sono gli “ottimisti”, che, numeri alla mano, cercano di consolarsi: “ dopo tutto i pro-market sono tipi più intelligenti e istruiti, il futuro è loro”.

Macché: sebbene sia vero che istruzione e quoziente intellettivo tendano a crescere nella popolazione portandola su medie oggi riservate all’ élite liberista, è anche vero che lo sviluppo tecnologico avanza di pari passo.

Ma che c’ entra lo sviluppo tecnologico adesso?

C’ entra eccome! Lo sviluppo tecnologico è decisivo: solo la mancanza di mezzi in grado di conferire potenza allo Stato ci fa dubitare per un attimo del suo ruolo salvifico:

… perform a very simple thought experiment… Assume that we had no cars, no trucks, no planes, no telephones, no TV or radio, and no rail network.

Of course we would al  be much poorer. But how large could government be? Government might take on more characteristics of a petty tyrant, but we would not expect to find the modern administrative state, commanding forty to fifty percent of gross domestic product in the developed nations, and reaching into the lives of every individual daily.

Think also about the timing of these innovations. The lag between technology and governmental growth is not a very long one…

Avere robuste cinghie per legare il paziente al tavolaccio è la premessa per operarlo. Avere un ferreo controllo sulla società è decisivo per “pianificarla” secondo le teorie elaborate al bar o nei centri studi: noi abbiamo continuamente delle idee e vogliamo “più Stato” affinché esista una Potenza che le realizzi; non appena i mezzi lo consentono, ce lo prendiamo.

Lo sviluppo tecnologico foraggia la tentazione “centralista” imponendo così una melanconica conclusione: il mercato genera innovazione e l’ innovazione genera statalismo. Non vedo vie d’ uscita: getto la spugna e mi defilo alla chetichella.

Alan Gerber et al: Personality Traits and the Dimensions of Political Ideology

Tyler Cowen: Does Technology Drive the Growth of Government?

Troppa avanguardia?

Molti amanti della musica lamentano da sempre la presenza ingombrante di avanguardie artistiche astruse e incomprensibili. Si puo’ liquidare questa posizione come retrograda, oppure si puo’ giustificarne il senso. Oggi provo a simpatizzare con questa seconda opzione.

NODI

Il mondo dell’ arte è davvero strano, difficilmente inquadrabile negli schemi tradizionali:

… Artists both produce and consume their own work… artists seek not only profit, but also fame, critical praise, the satisfaction of creating works that speak to them personally and the enjoyment which flows from artistic labor. Most generally, artists produce works of a type which pleases themselves, in addition to pleasing the market…

Per un qualche motivo capita che l’ artista cessi di rivolgersi al pubblico per concentrarsi unicamente sulla sua musa:

… Beethoven wrote his late string quartets to satisfy his creative urges, knowing the works were too complex to satisfy a wide public audience at the time. Donatello and Michelangelo, perhaps the best-known sculptors from the Italian Renaissance, would walk away from commissions if they could not determine the content of the project… James Joyce chose a level  of esoterica for his Finnegans Wake that excluded most of the world’s readers, even intellectually inclined ones…

Cominciamo innanzitutto a capire come mai artisti e intellettuali in genere odino l mercato:

The trade-off between pecuniary and non-pecuniary benefits may help to explain the notorious antipathy of many artists towards the market. The market “disciplines” the artist and forces him to pay a price for producing the art he most desires. Artists typically feel that market incentives lower the quality of art… and forces him to pay a price for producing the art he most desires. Artists typically feel that market incentives lower the quality of art…  Intuitively, the more the artist works in the art sector the more income he loses from a shift to higher satisfaction, but less saleable, art. An amateur artist who receives most of his income from labor in the manufacturing sector can afford to produce his own brand of art at little loss in income….

Ora è chiaro perché gli artisti più significativi – almeno un tempo – fossero ricchi di famiglia: l’ arte pura è una melodiosa sirena soprattutto per l’ ereditiere:

French cultural activity, for instance, relied heavily upon family funds and bequests. French painters who lived from family wealth include Delacroix, Corot, Courbet, Seurat, Degas, Manet, Cezanne, Toulouse-Lautrec, and Moreau; the list of writers includes Baudelaire, Verlaine, Flaubert, and Proust…

Capiamo anche perché certe avanguardie un po’ cervellotiche siano possibili soprattutto in presenza di sussidio governativo; il fatto è che tutto cio’ crea una spirale perversa:

… The dependence of artistic satisfaction on government support introduces a possible bias into decision making. As government support increases, artists turn away from market sales and art wages fall. Thus, as government support increases, the market appears to become more philistine and the argument for government funding appears stronger…

Ma cos’ è esattamente l’ avanguardia?

…Art is typically considered avant-garde if the style is offbeat and the product appeals to a select few. John Cage’s compositions or James Joyce’s Finnegans Wake provide paradigmatic examples of avant-garde art. We can hypothesize that artists prefer these styles for their artistic complexity and novelty, the same factors that make them inaccessible to the public and popular with high-brow critics…

Si ha sempre la sensazione che le arti visive guidino lo sviluppo delle arti in generale. I pittori son sempre più “avanti”, seguono i musicisti, poi arriva il teatro e buoni ultimi i cineasti. La spiegazione è abbastanza semplice:

… When creative labor accounts for only one percent of total cost, however, an offer to lower artistic wages to zero will probably not induce the shareholders to move in less popular directions. Thus, artistic products tend to fit into money-making popular culture genres when shareholders have a strong influence on the final product, and tend more towards the avant-garde when shareholders are absent or have little influence…

Film is a more capital intensive medium than theatre and theatre is a more capital intensive medium than painting.

Si noti anche che l’ avanguardia è un fenomeno tipico dei paesi ricchi:

avant-garde art have flourished to such a considerable degree in wealthy capitalist countries.

High art in general has flourished in relatively prosperous societies. The high art of the Renaissance came from Florence and the Italian city-states, the richest part of the Western world in their day. Periclean Athens was a relatively wealthy trading city. Shakespeare, Mozart, Beethoven, and the French Impressionists all relied upon growing propserity to sustain their activities…

Avant-garde art, a product of recent times, tends to flourish only in extremely wealthy societies. Avant-garde artists such as John Cage or Nam June Paik can earn a living in wealthy capitalist societies; we cannot imagine such artists having managed to support themselves in Colonial America, for instance.

Il motivo è abbastanza semplice:

… In 1875 it required 1800 hours of labor to earn enough income to feed oneself, today it requires just 260 hours (Fogel, 1999). This effective increase in income is used to purchase “leisure time,” time to do what we like rather than what we must. One application of this general result is that as the wealth of society increases the number of market sales required to support an artist decreases. Thus, the wealthier the society the more liberated the artist…

Un altro fenomeno dell’ arte contemporanea è la forte divergenza tra cultura alta e cultura bassa (cultural split):

Mozart, Haydn, and Beethoven were very successful with public audiences, both in the concert arena and with their sheet music. Today we have many renowned composers – Carter, Boulez, Babbitt, and many others – who receive high critical plaudits but have virtually no public audience. At the same time many popular artists – George Michael, Michael Bolton, Paula Abdul – sell millions of recordings but may not pass into the history books or receive critical praise. We observe similar phenomena in painting and literature. The most renowned painters of the Italian Renaissance created styles that appealed to a broad public, whereas the most renowned painters today have moved in a less popular direction.  Similarly, John Grisham sells more copies than Gabriel Garcia Marquez or Claude Simon does. In earlier times, renowned writers, such as Dickens, Balzac, or Hugo were the bestselling authors of their day but this phenomena appears to become progressively rarer. An examination of modern best-seller lists also illustrates this tendency…

Spiegazione:

The divergence between high and low culture over time follows from several factors… as an artist’s income increases, whether from general economic growth or an increase in the demand for art, the artist becomes more willing to sacrifice income in return for the non-pecuniary benefits of higher satisfaction art. Economic growth also tends to lower capital costs and so… the preferences of artists come to play a larger and larger… role in genres once considered purely popular. For the artist, economic growth brings liberation from the market…

But not all artists are motivated by non-pecuniary benefits. As the size of the market increases, many artists become more avant-garde but the number of “crowd pleaser” artists will increase as well. Mass culture will attain greater size and scope. As both popular and avant-garde sectors grow, we will observe an apparent divergence of high and low culture. The avant-garde artists have a smaller chance of taking the greatest market share, and the crowd pleaser artists have a smaller chance of winning critical acclaim…

Come colmare lo iato? Estendere i mercati e rendere l’ arte “riproducibile” puo’ aiutare

… A uniform increase in the size of market will therefore tend to homogenize the choices of artists. Artist’s previously focused on market sales will take some of their higher wages in the form of aesthetic satisfaction while artist’s who previously focused only on satisfying their own tastes will be induced to conform more closley to market demands…

Un’ ultima osservazione: le tasse incrementano la qualità dell’ arte prodotta:

Taxes can increase the number of artists and the quality of art because taxation increases non-pecuniary returns relative to pecuniary returns… The intuition behind proposition 3.2 is straightforward – a tax on money income leaves the non-pecuniary return to labor in the arts untaxed… Consider, for example, a wage tax of 100%; in such a case every artist would produce only to satisfy their own aesthetic demands.

Modern governments, therefore, provide very considerable incentives for avant-garde and high art, to the extent that creators pursue non-pecuniary benefits. High marginal rates of income taxation encourage artists to increase the supply of avant-garde and high art. This indirect support of high art and the avant-garde may be far greater than the direct effects of government support.

Insomma, un paese ad alta tassazione e con una cultura in buona parte sussidiata produce un eccesso di avanguardie e di qualità artistica: la lamentazione di molti musicofili sarebbe quindi giustificata.

Tyler Cowen Alexander Tabarrok – An Economic Theory of Avant-Garde and Popular Art, or High and Low Culture

Perché siamo molto più poveri di quel che raccontano le statistiche?

Spesso sento parlare delle inadeguatezze del PIL come misuratore del benessere.

Chi puo’ negare talune insufficienze? Le statistiche spesso mentono, e in questo ambito lo fanno spesso e volentieri.

Nausicaa Distribution

Senonché, chi esprime dubbi in merito si butta successivamente a capofitto in proposte quanto meno dubbie. La radice ideologica di suggeritori tutt’ altro che disinteressati è evidente.

L’ immagine che danno costoro è quella di dottori che, al capezzale di un lebbroso, si consultano su come curare un’ influenzina collaterale e per di più ineliminabile.

A latere dei grossi guai di salute, magari c’ è pure l’ influenzina di cui sopra. La mia impressione è che, comunque, nelle mani di questi dottori sia destinata a degenerare.

Ma oggi il punto non è questo. Oggi vorrei occuparmi invece della “lebbra”. Ovvero di quelle croste che i solerti “dottori” della stampa popolare trascurano in favore di inezie più funzionali “all’ altro mondo possibile”.

Partiamo allora con alcune considerazioni sulla spesa governativa in generale.

… Per comprendere quanto siano inaffidabili le talvolta rassicuranti misurazioni della produttività economica nelle nazioni sviluppate, basta prestare attenzione a come il PIL viene calcolato…

… per partire con un semplice esempio consideriamo il fruttivendolo sottocasa: se ci vende una mela a 1 euro il PIL incrementa di 1 euro… puo’ darsi che la mela venduta sia la proverbiale “mela marcia” ma se continuiamo a comprare probabilmente le cose stanno diversamente e la misurazione fatta deve ritenersi affidabile…

Ora concentriamoci sull’ azione di governo: se il governo spende 1 milione di euro per una strada come misureremo il suo contributo al PIL? Diversamente dalla mela, nessuno comprerà mai quella strada!… per convenzione si è deciso di ritenere che il contributo governativo al PIL sia pari ai costi sostenuti: più si spende, più si crea ricchezza… per definizione…

… Talvolta i beni e i servizi governativi valgono ampiamente il loro costo ma non sempre è così… nel tempo il ruolo dei governi si è enormemente allargato… oggi possiamo dire che 1 euro speso in più non sarà speso in settori chiave dell’ attività pubblica ma in settori collaterali… cosicché cresce il dubbio che il contributo al PIL sia sovrastimato…

“Al margine” i governi diventano sempre meno produttivi… tuttavia le convenzioni statistiche non fanno differenza tra l’ euro speso negli anni cinquanta, quanto il Governo si concentrava sulle sue funzioni caratteristiche, e l’ euro speso oggi… Detto in altri termini: l’ euro speso per allargare una strada di montagna perennemente deserta, in termini di ricchezza misurata, vale quanto quello speso per costruire un’ arteria viabilistica che collega importanti centri commerciali…

Ora confrontiamo tutto questo con la spesa che facciamo dal fruttivendolo… come nel caso della spesa governativa, anche nel nostro caso una mela in più ha (forse) meno valore della mela ricevuta per prima… ma cio’ si ripercuote sul prezzo esercitando una pressione al ribasso: più mele in circolazione, prezzi più bassi e minor contribuzione al PIL e alla produttività misurata… qui possiamo considerare i prezzi e non i costi!… tuttavia cio’ non è possibile nel settore pubblico, dove un euro sprecato vale necessariamente come un euro essenziale…

… Ricordiamoci allora di una massima ovvia per gli economisti, meno per i profani:

…Più ampio è il ruolo dei governi nell’ economia, più le misura del PIL sovrastimano il benessere del cittadino…

… Chiudo segnalando  cio’ che invece anche i profani dovrebbero sapere, ovvero che da noi negli ultimi 50 anni il ruolo dei governi nell’ economia si è notevolmente accresciuto…

Ora sappiamo meglio perché gli incrementi di produttività che talvolta vengono segnalati non siano poi così affidabili: derivano da una contabilità afflitta dai limiti di cui abbiamo appena parlato… l’ ipotesi che siamo in mezzo ad una “grande stagnazione” regge anche in presenza di quelle cifre…

Tyler Cowen – The great stagnation

Passando a qualche esempio concreto, occupiamoci di sanità.

… La spesa governativa nel settore sanitario è elevata… ma qui c’ è di più… noi sappiamo riconoscere una mela cattiva evitandone l’ acquisto, ma difficilmente riusciamo a valutare i servizi di un medico o l’ efficacia reale di una medicina… nel dubbio “compriamo” anche perché, in caso contrario, “segnaleremmo” la scarsa cura che abbiamo per la nostra salute e per quella dei nostri famigliari… avere speranza e segnalare di avere speranza anche contro le evidenze diventa cruciale… così facendo teniamo un comportamento irrazionale che per questo prodotto vanifica il market-test… e senza “market-test”, anche la misurazione del PIL diviene inaffidabile… non ne faccio un discorso ideologico, un bias del genere affligge sia i sistemi pubblici che quelli privati…

… gli Stati Uniti hanno una spesa medica molto elevata se comparata a quella di altri paesi… eppure il loro sistema sanitario non sembra chiaramente superiore… ma in generale sembrerebbe che, a parità del resto, spendere di più in prodotti sanitari non renda le persone più sane…

… I ciprioti e i greci spendono infinitamente meno senza ripercussioni sulla loro salute… certo, la dieta, gli esercizi e lo stile di vita conta… in più possiamo dire che negli USA gli ospedali sono più carini, i trattamenti più specializzati e le medicine più variegate… possiamo dire che solo negli USA riceverete “cure di frontiera”  altrove inaccessibili… possiamo dire molte cose ma resta fondamentale sapere che la spesa sanitaria, per sua natura, è particolarmente inefficiente… tanto è vero che la speranza di vita non varia con le cure ricevute…

… inutile aggiungere che uno dei settori maggiormente in crescita nelle nostre economie è quello sanitario… un settore che si presta poco al market-test e che quindi falsa pesantemente la misurazione della nostra ricchezza…

Tyler Cowen – The great stagnation

Il discorso cambia poco quando si passa a parlare di scuola:

… La nostra spesa in servizi educativi è cresciuta “enormemente”, ha dunque senso chiedersi se i nostri ragazzi siano “enormemente” più istruiti che in passato?… risponde il National Assessment of Educational Progress: “nella lettura il punteggio medio di un diciasettenne oggi è sostanzialmente pari a quello riportato nel 1971”… in matematica idem…

… dobbiamo anche considerare che la scuola di oggi lavora con ragazzi più intelligenti (Flynn effect) e che vivono in un contesto socio-economico migliore…

… aggiungo che i tassi di completamento degli studi si sono abbassati dopo aver raggiunto il loro picco a fine anni sessanta…

… tutto cio’ a fronte di una spesa che non ha mai cessato di innalzarsi… rispetto al 1970 oggi spendiamo il doppio per ogni allievo…

… forse i miglioramenti non sono misurabili dai test… tuttavia il minimo da dire è che in questo campo  non esiste una chiara correlazione tra spesa e risultati…

… la gran parte della spesa educativa è nelle mani dello Stato… cosicché, diversamente dai servigi del fruttivendolo, non esiste un market-test che renda credibile la contribuzione al PIL di questo settore…

… un’ assunzione supplementare si rifletterà in una maggiore ricchezza del paese in termini di PIL misurato, anche se quell’ insegnante non insegnerà mai nulla a nessuno limitandosi a percepire lo stipendio scaldando la cattedra…

… è sorprendente che di anno in anno spendiamo in modo crescente per la nostra scuola in assenza di ritorni chiari… riuscite a pensare a qualcosa del genere che vi tocchi direttamente?… che riguardi magari il vostro pc, o il ristorante, o i vestiti, o l’ automobile…

Tyler Cowen – The great stagnation

 

Una conclusione s’ impone:

Tre dei settori di spesa tra i più notevoli e dall’ importanza crescente si riflettono in modo distorto sul PIL gonfiandolo a dismisura senza averne chiaro titolo… per me da tutto cio’ dobbiamo trarre una conclusione drastica: i numeri mentono, siamo molto più poveri di quel che ci raccontano.

I Jetsons traditi

A parte le magie apparenti di internet, in termini materiali la nostra vita non è molto diversa da cio’ che era negli anni cinquanta… guidiamo ancora auto, usiamo frigoriferi… e accendiamo la luce con l’ interruttore, anche se forse molti di noi ce l’ hanno graduale…

… Le meraviglie illustrate nel cartone dei Jetson, che risale agli anni sessanta, non si sono mai realizzate. Non viviamo per sempre, non visitiamo colonie su Marte, non viaggiamo su piccole navicelle personali… La vita è migliorata e abbiamo più cose, ma l’ innovazione ha rallentato fortemente la sua corsa tradendo le aspettative che si potevano nutrire ancora solo poche generazioni fa…

… La mia vita migliorerebbe di molto se avessi a disposizione una macchina del teletrasporto… ma avere a disposizione frigo sempre più ampi che tritano il ghiaccio costituisce un miglioramento quasi irrilevante a cui pochi sono realmente interessati…

… molti pensano all’ allunaggio del 1969 come ad un punto divisivo che ha segnato l’ inizio di una grande stagnazione

… oggi “cresce” solo chi è indietro e puo’ seguire le nostre orme (catch-up growth)… ma chi ha raggiunto la frontiera tecnologica è condannato ai piccoli passi (magari all’ indietro)…

… Credete forse che le crisi a ripetizione di questi anni non siano correlate con questa grande stagnazione tecnologica?… non è così, abbiamo raccolto tutti i frutti della precedente innovazione e ora avanzare è tremendamente difficile… di volta in volta ci illudiamo di poterlo fare con internet o con le nuove tecnologie finanziarie ma, puntualmente, scoppia una bolla che ci risbatte al punto di partenza… quando ci sembra di “avanzare” spediti capiamo presto che le cose stanno diversamente: ci si arricchisce a debito (destra) oppure investendo su improduttivi “big government” (sinistra)… si tratta di illusioni ciclicamente disvelate… sarebbe meglio rassegnarsi a considerare terminata un’ età dell’ oro e, eventualmente, a mettere le basi per la prossima… ma “mettere le basi” non è esattamente un compito a cui la politica si presta con docilità…

Tyler Cowen – The great stagnation

Dunque la distinzione tra e-book e libro cartaceo non puo’ essere paragonata a quella che esiste tra lavatrice e lavatoio. Consideravamo i nostri genitori come abitanti di una foresta pietrificata e ora scopriamo che sono stati loro a vivere in un mondo realmente rivoluzionario, un mondo in cui la vita delle persone cambiava realmente da un anno all’ altro.

Rileggendo queste parole mi vengono in mente certi economisti della “decrescita” felice, secondo loro la crescita economica non porta a ad un maggior benessere. Lo sostengono riferendosi implicitamente alle molte ansie della modernità.

In realtà siamo reduci da decenni di stagnazione e non sembra che la cosa abbia reso poi tanto “felici” i protagonisti.

Sarebbe forse più assennato e più aderente ai fatti sostenere che il nostro benessere non cresce proprio perché i tempi d’ oro dello sviluppo sono finiti da un pezzo, almeno nelle nazioni più avanzate. 

Lo scrollone di internet

Negli USA il reddito mediano stagna dal 1980, così come è sensibilmente rallentato il tasso d’ innovazione tecnologica.

La stessa dinamica si registra un po’ ovunque nei paesi ricchi.

Cosa sta succedendo all’ Occidente?

Ecco l’ idea di Cowen: le grandi innovazioni del XVIII e XIX secolo hanno dato una scrollata all’ albero.  I grandi governi del secolo XX hanno raccolto i frutti a terra.

Ora di frutti in terra non ce ne sono più molti e la raccolta sembra esaurirsi, senonché gli uomini del governo esteso non hanno nessuna voglia di cedere nuovamente la pianta nelle mani degli scrollatori.

Per avere un’ idea di “low-hanging-fruit” ci si concentri per un attimo sull’ istruzione: rendere più produttivo un analfabeta è relativamente facile ma legare oggi gli investimenti educativi alla crescita economica è praticamente impossibile. Al di là di ogni retorica, chi potrebbe negarlo?

Qualcuno opina osservando che internet è un’ innovazione di portata almeno pari all’ elettricità. In questo senso il suo scrollone è imponente e manda all’ aria molte cose, tra cui la tesi che stiamo discutendo.

Staremo a vedere, sta di fatto che per ora non sembra proprio, e di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia ormai.

Ad oggi l’ avvento di Internet si riflette poco nelle statistiche legate allo sviluppo: l’ Ipod ha creato 14000 posti di lavoro e Facebook meno di 2000. Quisquilie.

Perché?

Forse internet, più che uno strumento, è un fine. Non serve ad investire, quanto a consumare.

Mi spiego meglio con un esempio banale.

Prima potevi tagliare i ponti e chiuderti in casa massimo per un paio di giorni, dopodiché, pena il soffocamento, era giocoforza uscire per una boccata d’ aria e di contatto umano. Oggi puoi barricarti in cameretta doppiando la settimana, il tempo vola e tu viaggi con la mente senza mai atterrare.

Esagero?

Cio’ non toglie che internet favorisca l’ isolamento e l’ introversione, cosicché l’ “isolato” e l’ “introverso” sono i maggiori beneficiati; sono loro gli “eroi sociali” del nostro tempo. Nel nuovo mondo i timidi vanno a nozze (anche nel vero senso della parola).

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Alla fine bisogna concludere con un certo sconcerto che chi utilizza la rete per progettare e costruire concretamente qualcosa gratta solo la superfice dell’ innovazione finendo per trattarla come un telefono superveloce o un’ adunata oceanica. Cose che in fondo c’ erano anche prima.

La profonda natura del nuovo si disvela con ritrosia a chi non sacrifica la propria socialità divenendo un po’ “più autistico”.

Internet resta un fattore liberante, ma un fattore interiore: i Grandi Governi regolano ogni forma di vita ma difficilmente avranno accesso alla nostra vita interiore.

Detto questo, vediamo ora come queste considerazioni si riflettano poi sulle statistiche produttive.

Un patito potrebbe decidere di rinunciare alle vacanze per starsene quindici giorni ipnotizzato dalla realtà virtuale di internet. In un caso del genere il PIL di quel paese diminuirebbe per effetto dell’ innovazione. Un concetto spiazzante che non viene subito afferrato poiché di solito associamo in automatico innovazione-sviluppo-pil.

Questo esempio estremo rende chiaro cosa intende Cowen quando si mostra scettico sulla portata economica della rete. Somiglia troppo ad una droga per essere realmente produttiva.

***

Se questo è il mondo in cui viviamo la domanda diventa: dobbiamo tornare alla stagione degli scrollatori selvaggi?

Possiamo davvero farlo? O è meglio rassegnarci  e vivere felici (e autistici) nella stagnazione?

Tyler Cowen – The Great Stagnation

>Altro che persuasori occulti!

>Mentre sognavate, avete mai avuto la sensazione che stavate sognando?

Avete mai sperimentato la metamorfosi che trasforma radicalmente eventi esterni al sogno in eventi interni? Per esempio: la sveglia che suona sul comodino, dentro al sogno diventa una sirena dei pompieri.

Se sì, ci sono le basi per apprezzare Inception.

Quello che sicuramente non avete sperimentato, comunque, è il “sogno condiviso”.

Non fa nulla, potete immaginarvelo: se due sognatori sono in qualche modo fisicamente connessi, i loro impulsi cerebrali (i sogni non sono altro che impulsi cerebrali) interagiscono; ipotizzando una qualche forma di addestramento, si puo’ immaginare una qualche forma di coordinamento dell’ interazione. Si puo’ anche immaginare che un terzo sognatore “forzato” (la vittima) possa essere influenzato dagli “addestrati” attraverso la sottrazione o l’ innesto di idee che rendano poi quella persona diversa al suo risveglio.

Altro che “persuasori occulti”!

Tutto quadra, in teoria.

E tutto il resto è cinema, cinema scatenato, come è facile immaginare.

Altra domanda che senz’ altro vi ha tormentato a lungo: cosa passa nella testa di Giucas Casella quando legge e domina la mente altrui?

Come escludere che viva avventure in parte simili a quelle di Di Caprio?

***

Se un impulso cerebrale che ha luogo nella realtà puo’ essere trasformato nel sogno in un elefante o in un elicottero che precipita o in un treno in corsa, immaginatevi quali e quante spettacolari avventure possono essere messe in scena: un senso di colpa verso la moglie tradita puo’ trasformarsi in una tigre antropofaga che irrompe nel sogno all’ improvviso.

Consiglio due autori “colti” per prendere confidenza con la dimensione di Inception.

Antonin Artaud: per lui la nostra mente era un palcoscenico; era anche l’ unico Teatro in cui lui volesse rappresentare le sue pièce. La smisurata crudeltà che metteva in scena, non era altro che la metaforizzazione di pensieri intimi. Così, in Inception, le rocambolesche avventure sono un coacervo di metafore che noi dobbiamo interpretare e che rinviano alla quasi-immobile intimità del reale.

Tyler Cowen: per lui il grado di interiorizzazione (autismo, sogno, preghiera…) osservabile in una società, misura il grado di avanzamento di quella civiltà. Probabilmente esistono molte forme di vita intelligente nell’ universo, civiltà molto più avanzate della nostra, ma di esse non abbiamo notizia ed è normale che sia così: a causa dell’ inevitabile introflaessione a cui tende ogni intelligenza superiore, non sono interessate al contatto con noi.

Nel video Cobb addestra Arianna alla condivisione dei sogni.

problemi video?: http://www.youtube.com/watch?v=DzTI_xqaVbY

>Riflettere per anni

>Parlando di Robin Hanson:

“… ancora secondo Robin, i soldi che le società avanzate spendono per l’ assistenza sanitaria sono sprecati. Giacchè i medici uccidono tante persone quante ne salvano, vivremmo altrettanto a lungo anche senza di loro. Tutto questo sa un po’ di follia ma il fatto è che i dati, oltre un certo livello, non mostrano alcuna correlazione, sia a livello internazionale che a livello nazionale, tra spesa sanitaria e aspettativa di vita…

… Bryan Caplan, altro mio amico e collega, la mette così: “Quando l’ economista tipo mi illustra la sua ultima ricerca, la mia reazione standard è “Ah… forse”. Poi l’ accantono per sempre. Quando è Robin Hanson a illustrarmi la sua ultima ricerca, la mia reazione standard è: “No, impossibile”. Poi ci rifletto per anni”.

Tyler Cowen – No crac.

>Mance e altra beneficienza

>La mancia, sebbene ci faccia sentire generosi, non è che uno spreco. Il mercato dei camerieri è competitivo e la maggior parte di loro vengono pagati per quanto valgono. Se i clienti danno loro di più, i datori di lavoro avranno la scusa per pagarli meno. I camerieri non percepiranno più soldi ma i titolari dei ristoranti sì, a spese dei clienti. E’ questoil genere di altruismo che avevamo in mente?

Tyler Cowen – No-crac

Tratto dal capitolo che passa in rassegna le strategie migliori per fare beneficienza.

Secondo Tyler chi vuole fare beneficienza deve prima pensare a cosa manca realmente: certo, mancano i soldi. Ma per le grandi cause i nostri soldi sono una goccia nel mare. Cio’ che manca veramente sono i donatori, e sul loro numero possiamo incidere più di quanto crediamo..

Nel campo della beneficienza c’ è sempre la “causa del mese” che produce un “effetto valanga” straordinario. Una volta è lo tsunami, poi c’ è Katrina… Ecco, dovremmo dedicarci alla “causa del mese” contribuendo all’ “effetto valanga” che fa donare anche chi di solito non dona.

Evitiamo cause stantie che creano il “mendicante di professione”; evitiamo dunque di fare l’ elemosina per le strade di Calcutta. Se proprio cerchiamo un meritevole per strada, beneficiamo il barbone avvolto nei cartoni, non se l’ aspetterà.

Sarà bene anche una piccola donazione regolare. E’ molto importante per gli enti filantropici avere un archivio dei “fedelissimi”, ma attenzione: chiediamo al nostro ente di fiducia di non vendere mai in nessun caso il nostro nome ad altri enti, è una procedura comunissima che mina un bene primario nel nostro caso: la fedeltà.

>Economia dell’ anima

>L’ economia non si occupa di soldi, si occupa di scarsità.

Il suo concetto chiave è quello di “incentivo”. I soldi forniscono buoni incentivi, ma ne esistono anche altri.

Nell’ era dell’ abbondanza, quella in cui viviamo, i soldi scarseggiano sempre meno, cosicchè l’ economia finisce per occuparsi sempre più d’ altro.

Chiediamoci cosa scarseggia realmente nella cornucopia della contemporaneità?

Mi viene in mente il mondo della cultura: mai come oggi siamo sommersi da un profluvio di cultura che sgorga da ogni dove. I “Capolavori” ci tengono sotto assedio, è perfino difficile schivarli. Con pochi euro ti porti a casa l’ integrale delle cantate di Bach in esecuzione prestigiosa.

E nel frattempo accatastiamo libri intonsi, per non parlare dei cd acquistati che giacciono inascoltati.

Cosa manca allora?

Bè, mancano: attenzione, tempo e reale interesse.

E’ una “triade” cruciale e per produrla in modo efficiente dobbiamo consultare un buon economista che si occupi di questi beni, un economista dell’ anima come Tyler Cowen, per esempio.

Lui ci dirà che dobbiamo partire riconoscendo una triste verità: pochi di noi sono interessati all’ “arte per l’ arte”, quasi tutti ci esaltiamo invece per quell’ arte in grado di ornare ed esaltare il cosiddetto “Fattore-Io”.

Coltivare la nostra autoimmagine attraverso i consumi culturali è decisivo, vogliamo stare al centro della scena, anche quando siamo semplici spettatori.

Riconoscere il ruolo chiave del “Fattore-Io” è la prima mossa per rendere più efficiente la produzione della triade e vivere “felici & acculturati”.

Chi se lo dimentica è destinato a fallire facendo naufragio nella noia.

I sovietici si erano dimenticati il naturale egoismo degli uomini, se trattando di cultura dimentichiamo il nostro naturale narcisismo siamo destinati alla stessa fine.

Guardando Dogville, è solo un esempio, ho vinto i momenti di stanca anche perchè ero impegnato a spremere l’ essenza del film visto che volevo scrivere due righe sul blog.

L’ impegno che avevo preso con me stesso mi ha fatto superare quella noia intermittente che non risparmia nessun “capolavoro” e che spesso ci demotiva (chissà perchè i film “artistici” scivolano misteriosamente sempre sul fondo della pila dei dvd ancora da visionare).

Improvvisamente Grace ha cessato di essere la protagonista della storia e io, con la breve riflessione finale che mi ero impegnato a svolgere, ho guadagnato il centro della scena.

Non c’ è niente che ci appassiona tanto quanto il “Fattore-Io”, se riuscissimo in qualche modo ad ancorarlo al prodotto culturale, anch’ esso diverrà attraente.

In altre parole, saremo riusciti a produrre “attenzione, tempo e interesse” per la cultura.

Chi disconosce il “Fattore-Io”, lo ripeto, non è un buon “economista dell’ anima”, spesso finirà per annoiarsi e rinunciare alla cultura.

Ormai, per ogni disco o concerto ascoltato, per ogni film visto, per ogni libro letto, mi sono impegnato a scrivere sempre due righe, una breve riflessione a posteriori. Lo faccio anche per agganciare il “Fattore Io” all’ opera d’ arte.

La riflessione scritta è uno scudo nei confronti della quantità sterminata di cultura che ci assedia, la sua importanza non è funzionale solo al dialogo che ne puo’ scaturire con chi mi è vicino ma anche alla produzione di “attenzione”, un bene così scarso nell’ era dell’ abbondanza.

Ma ci sono anche altri trucchi.

Guardando i film con Sara facciamo spesso scommesse sui finali.

A noi basta poter dire “te l’ avevo detto” per appagare il nostro “Fattore Io”; ma si possono puntare anche soldi, volendo.

About Elly è un film che ci ha appassionato molto e ce lo siamo bevuti tutto d’ un fiato a notte fonda: c’ era in ballo una bella scommessa e, chissà perchè, il film è diventato subito avvincente.

Di “About Elly”, oggettivamente, si possono dire almeno due cose: 1) è un film dallo spessore culturale indubitabile, ha fatto messe di premi un po’ ovunque ricevendo gli “osanna” della critica più sofisticata; 2) ma è anche un film piuttosto noioso e lento, Diana puo’ confermare.

Ebbene, direi allora che la tecnica delle scommesse ci ha consentito di produrre “attenzione, tempo e reale interesse” da dedicare a questo prezioso manufatto culturale.

*****

Perchè io sono un lettore entusiasta che non smetterebbe mai di leggere mentre la Sara si trascina sempre con lo stesso libro in mano per mesi quasi fosse un cilicio?

Perchè il volume “I Miserabili” giace da mesi sul comodino della Sara? Nel corso di tutto questo tempo io avrei potuto leggere l’ opera omnia di Shakespeare!

Io, in effetti, avrei sempre voglia di leggere: leggo in bagno, leggo in treno, leggo di notte quando tutti dormono, leggo la domenica e preferirei leggere piuttosto che “andare in vacanza”; i miei libri sono pasticciati, pieni di orecchie, spesso con la rilegatura a pezzi e le copertine perdute in qualche vagone di Trenitalia.

Per la Sara il momento deputato è uno solo: “a letto prima di dormire”. Senonchè, quasi sempre, quando giunge il “momento deputato”, allunga uno sguardo malinconico verso il volume accuratamente rilegato con sovracopertina, e dopo breve ed appannata riflessione rinuncia, sarà per domani. Ripone il sofisticato segnalibro all’ altezza dell’ ex-libris tra le pagine immacolate e chiude dolcemente tomo e occhi. E’ proprio una lettrice d’ altri tempi.

La differenza tra me e lei è l’ interesse reale per quel che si ha in mano.

Ma attenzione, c’ è qualcosa che complica il quadretto dato finora.

Sara è anche persona molto più curiosa ed intelligente di me, che sono piuttosto tardo; la sua vitalità mi sopravanza in tutti i campi e la sua capacità di interessarsi a tutto e a tutti mi sorprende; inoltre, avendo una laurea in lettere, è anche più ferrata in materia.

Ma allora cosa c’ è che non va in lei nel comparto “libri & lettura”?

Probabilmente, nell’ era dell’ abbondanza, per leggere con entusiasmo i grandi capolavori della letteratura, più che la laurea in lettere, serve la laurea in economia. L’ “economista interiore” a cui si affida Sara, non le consente di produrre in modo efficiente “attenzione e interesse”, due risorse fondamentali.

Innanzitutto, qundo ho in mano un libro, io “salto” e “abbandono” spesso e volentieri, cosicchè mi trovo a leggere quasi sempre roba per me di estremo interesse.

La Sara, per contro, non si limita a tenere il segno della pagina, tiene anche il sotto-segno del paragrafo: deve ripartire da lì o va tutto a monte. Probabilmente, l’ economista interiore a cui si affida crede che al mondo esista un solo libro. Non ha capito che se c’ è qualcosa che non scarseggia è proprio la materia prima, ovvero i capolavori letterari.

La sapienza nel “saltare” uno non l’ improvvisa, se la costruisce nel tempo imparando a conoscere se stesso e i vari generi letterari. Si commettono errori e si ricomincia. Ma chi non comincia mai, l’ esperienza non se la farà mai e rimarrà per la vita un lettore assonnato.

L’ economista Robert Hall diceva che chi non ha mai perso un aereo passa troppo tempo in aereoporto.

Il “Fattore Io” è decisivo per imparare a “saltare” leggendo, e qui torniamo a bomba.

Lasciamo per un attimo perdere i “salti” per noia conclamata, quelli li sanno fare tutti, è altresì vero che nei grandi capolavori è difficile imbattersi in pagine noiose, specie se parliamo di autori vicino a noi che rispecchiano la sensibilità contemporanea.

Si puo’ “saltare” anche quando si è preso possesso pienamente del libro. Ovvero, dopo che si è guadagnata una propria interpretazione originale, il che equivale ad aver marcato il territorio.

“Mettere le nostre mani” sul capolavoro appaga il “Fattore-Io”.

Dapprima si continua a leggere con il cuore in gola in cerca di conferme e smentite, quasi si fosse in lotta con il libro così come Giuseppe era in lotta con l’ Angelo. Questa lotta è esaltante: le conferme appagano il mio narcisismo, le smentite feriscono e disorientano costringendomi a rimettere insieme i pezzi in altro modo. Sia le une che le altre, però, moltiplicano il mio interesse in modo efficacissimo (nel frattempo la saretta, non solo si è addormentata ma si è messa anche a russare).

Con opportuni ritocchi, poi, la mia visione diventa finalmente in grado di “accogliere” il libro; si raggiunge un equilibrio. Il libro ora scorre placido tra due argini che ho costruito e il “Fattore Io” lo osserva compiaciuto. E’ tempo di cambiare libro, anche se l’ ultima pagina è lontana.

Una sola avvertenza: prima di leggere un grande capolavoro del passato, specie se voluminoso, giova leggerne un sunto.

Bisogna infatti mettersi nella zucca un concetto base: nei grandi capolavori, il valore è dato dallo stile e dalla profondità psicologica. Una volta che abbiamo la “storia” sotto controllo potremo concentrarci sull’ essenziale, magari aprendo il libro a caso e leggendo capitoli spaiati presi qua e là.

Chi invece si dispiace di “rovinarsi” in questo modo le sorprese che puo’ riservare una storia ben architettata, si rassegni e rinunci all’ alta letteratura, non è roba per lui. Investa piuttosto il suo tempo altrove, il mondo è pieni di libri di serie B con trame ricche di colpi di scena. Oppure continui a leggere per tutta la vita “I Miserabili”… per vedere “come va a finire” (ogni riferimento è casuale).

***

La Sara è musicista diplomata, spesso si esibisce in concerti come cantante e, in più, insegna musica ai bambini.

Eppure, in casa nostra, l’ appassionato di musica sono io, nessuno lo contesta.

Come mai?

La musica fa parte a pieno titolo della cultura, e, nel mondo dell’ abbondanza culturale, senza un buon “economista interiore” in grado di produrre la triade non vai da nessuna parte.

Se devi fare un concerto ci vuole poco per foraggiare il “Fattore-Io”: sei già fisicamente al centro della scena.

Anche qundo la musica la devi insegnare tutto è facilitato: il “Fattore Io” è addirittura in cattedra.

La Sara, per esempio, non suona mai il flauto traverso, lo strumento in cui si è diplomata e che giace impolverato nelle custodie; non deve fare concerti con quello, non deve insegnarlo in classe. Che senso avrebbe sfoderarlo visto che non ci sono impegni in vista? Poichè il suo “Fattore Io” non è coinvolto in alcun modo, il suo interesse scema.

Per me le cose sono andate in modo dverso.

Da piccolo ascoltavo non so più quali canzoni e viaggiavo con la mente, mi pensavo protagonista di storie fantastiche che avevano per colonna sonora quella musica. Insomma, il giradischi suonava e io facevo tanti sogni ad occhi aperti.

Ho sempre valutato questo fatto pensando che la musica stimolasse l’ attività onirica, il che è senz’ altro vero; ma la cosa più interessante, e l’ ho scoperto dopo, era in realtà un’ altra: la mia capacità di sognare stimolava il mio interesse per la musica.

Quei primi sogni ad occhi aperti mi hanno fatto appassionare e nel corso del tempo ho investito molto in questa passione mettendo a punto altri trucchi per alimentarla.

Affinchè la Sara si scaldi per la musica occorre la prospettiva di avere un pubblico davanti, o una classe di bambini. A me basta molto meno, ho impasrato a vivificare il mio narcisismo in ambienti più spogli: la mia cameretta.

Notiamo per favore una cosa: davanti ad una platea o davanti ad una classe ci passi 1/1000 della tua vita, ma in ambienti poco stimolanti come la tua cameretta ci passi 1/40 della tua vita.

Avete capito adesso perchè in famiglia l’ appassionato di musica sono io? Perchè la mia passione viene fuori in qualsiasi momento e tutti i giorni, non abbisogna certo che ci sia un “concerto in vista”.

Nel frattempo le tecniche elaborate dal mio economista interiore si sono un po’ raffinate, gli ingenui “sogni ad occhi aperti” hanno ceduto il passo ad altro.

Faccio solo degli esempi: non ho mai ascoltato ed approfondito tanto Mozart come da quando ho deciso che si tratta di un compositore sopravvalutato.

Raccolgo prove a sostegno di questa tesi che chiama in causa il mio “Fattore Io” e le cerco avidamente mentre ascolto musica. Anche per questo, in genere, ascolto la musica con interesse ed attenzione, soprattutto Mozart che è diventata una mia priorità. Anche se non ho in programma alcun concerto ho pur sempre questa opinione da sostenere e difendere. La mi opinione è molto più “maneggevole” di un concerto, ce l’ ho sempre con me in ogni luogo cosicchè il mio “Fattore Io” è sempre sollecitato a produrre attenzione per la musica.

Concluderei dicendo che il timore reverenziale è dannoso quando si vuole produrre interesse. Una cultura di mostri sacri diventa subito scolastica e “scuola” è spesso sinonimo di “noia”.

Il trucco ha funzionato anche con le correnti del minimalismo americano, proprio non riuscivo a digerire quella patina. Alla fine si puo’ ben dire che conosca meglio la musica di cui diffido rispetto a quella in cui, in teoria, mi identifico.

Anche un po’ di filosofia non guasta: costruiamo una nostra personale estetica portatile della musica. Ogni esecuzione diventa una sfida poichè siamo chiamati a spiegare quella musica sulla base di una visione personale.

Inutile dire che io coltivo una filosofia della musica, la Sara assolutamente no, si limita a provare per il concerto.

Un altro trucco consiste nell’ adottare questo dogma: in ogni musica c’ è del buono e del cattivo.

Cosa c’ è di cattivo in Bach? Non esci da questa stanza finchè non me lo dici in modo convinto. Per scoprirlo devi ascoltare, e probabilmente lo ascolterai come non lo avevi mai ascoltato primae.

Ma, per rispondere alla domanda, ascolterai con attenzione anche musiche che senti lontane: il raga, il raggea, il gamelan balinese, l’ afro-pop, la musica rinascimentale, la jungle…

La catalogazione delle collezioni puo’ essere un modo per mettere a nostra disposizioni quantità rilevanti di “attenzione” e “interesse” per la cultura.

La catalogazione della propria collezione musicale è importante. La Sara ha sempre messo via in ordine alfabetico (ha una gran fretta di fare ordine).

Ricordo che in passato scelsi di ordinare la collezione per “genealogie”.

Non è semplice, innanzitutto si richiede di individuare una serie di autori che costituiscano il “canone fondamentale” e che con il loro stile abbiano chiaramente influenzato una genia di musicisti a venire.

Facciamo il caso dei pianisti Jazz. Fats Waller, Art tatum, Thelonious Monk, Bill Evans, Bud Powell, Cecil Taylor, Misha Mengelberg potrebbero costituire “il canone” genealogico.

Ma se ascolto un disco di Muhal Richard Abrams, poi dove lo metto? Forse tra i Tayloriani? Ma non facciamo ridere i polli! Dopo indagini diligenti si scoprirà che Muhal merita a pieno titolo di entrare nel canone.

Stabilire il canone, stabilire se Muhal merita un posto nel canone, stabilire se Tizio sia o meno un “evansiano”, richiede un ascolto attento, e spesso anche un riascolto. la sistemazione della Nostra collezione produce dunque “attenzione” solleticando il nostro “Fattore Io”.

Altro che ordine alfabetico.

L’ ascolto al buio è un altro trucco che funziona: il suono deve arrivare senza preavviso, sono io che mi auto-annunciare la musica risalendo all’ autore!

Venticinque anni fa non c’ erano funzioni random: ricordo il mio povero fratellino schiavizzato e costretto a pescare a caso tra i vinili un ellepì da mettere poi sul giradischi stando ben attenti a collocare il braccio in modo casuale (l’ avevo persino bacchettato perchè tendeva a scegliere sempre la parte centrale). Nel frattempo io giacevo bendato concentrandomi per la prova.

Bisogna ingegnarsi, o si finisce puntualmente a concerti in cui la fine ha tutta l’ aria di un sollievo. Con L’ Oro del Reno ce la si puo’ fare ma il Crepuscolo degli Dei è una mazzata che farebbe sprofondare l’ attenzione di chiunque.

***

Tylor Cowen è prodigo di consigli geniali su come andare la Museo senza farsi venire le “gambe da Museo” dopo due sale.

Cowen ci mette sul chi vive: l’ economista dell’ anima qui trova pane per i suoi denti, i Musei vivono di sovvenzioni, cosicchè pensano a tutto tranne che a facilitare la vita dei vivsitatori.

In più la grande arte non è appropriabile, un duro colpo per il nostro “Io” che si puo’ consolare giusto con qualche riproduzione ingombrante e, di solito, pessima. Oppure con ponderosi cataloghi, comunque costosi.

Io, devo ammetterlo, non sono ancora riuscito a domare una bestia furiosa come quella del Museo. L’ idea di andare in un museo non mi elettrizza quasi mai.

Preferisco andarci da solo perchè so che cercherò di affaticarmi poco guardando pochi quadri e la cosa appare ai più stravagante.

Cerco di non leggere mai nessun tipo di targhetta, titoli compresi.

A volte, se ci sono venti sale, mi obbligo a visitarne tre scelte a caso.

Evito accuratamente di informarmi in loco, mi limito a “vedere”. Informarsi a casa invece sarebbe buona cosa.

In passato, per ogni sala vista, sceglievo il quadro migliore. Ora scelgo il peggiore, è più stimolante.

Faccio interminabili soste sui divanetti, mi sparo tutti gli audiovisivi. Anche due volte.

Se la mostra presenta un capolavoro, a volte mi limito a quello.

Tyler consiglia di pensare alla possibilità di portarsi a casa un quadro, magari rubandolo. Questo mette in campo sia il nostro gusto estetico che i vincoli di arredamento. Sono d’ accordo con lui: è dura trarre piacere dalla visita ad un Museo senza la capacità di sognare ad occhi aperti.

La visita al Museo non mi ha mai arrichito ma puo’ essere un buon pretesto per “pensare all’ arte”, e a volte qualcosa di buono ne esce. Sono pensieri che potrei fare al gabinetto ma, ripeto, questo genere di attività richiede quasi sempre un pretesto, e la visita al museo puo’ offrirlo.

Purtroppo o per fortuna, per pensare un po’ di più bisogna guardare un po’ di meno e per guardare un po’ meno in un Museo c’ è bisogno di grande autocontrollo.

***

L’ alcolista non vorrebbe bere, eppure beve. Il drogato non vorrebbe farsi, eppure si fa.

Chi compra un libro, finchè è in libreria, nutre un sincero interesse. A casa spesso le cose cambiano e il feeling con il mattone che ci siamo trascinati tra le mura domestiche spesso muta.

Eppure l’ economia ci dice che alcolisti e drogati sono persone razionali.

Basta considerarle come esseri abitati da due individui: la prima non vuole bere, la seconda sì. Mercanteggiano in base al proprio potere negoziale e all’ intensità delle voglie fino a che non raggiungono un accordo. Di solito ci si fa un goccetto.

A prescindere dall’ intensità del desiderio, spesso uno dei due dispone di trucchetti più efficienti per negoziare. Ovvero, dispone di una mente economica più brillante.

Se noi tra quelle due vogliamo avvantaggiare chi “vuole smettere”, forniamogli una consulenza economica, visto che sull’ entità dei desideri non abbiamo potere.

Allo stesso modo l’ economista dell’ anima fornisce alla persona che vuole acculturarsi il modo migliore per farlo sconfiggendo con una serie di trucchetti il Mr. Hyde che è in lui e che si presenterà puntualmente per posizionare l’ incelofanato dvd della Corazzata Potionkin nel ripiano più alto fuori da ogni “tentazione culturale”.

L’ economia ha da dirci qualcosa ovunque ci siano mercati. E ci sono mercati ovunque, soprattutto dentro di noi.

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