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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

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Iudicium Aquae Fervantis

Per mezzo millennio le più sofisticate menti giuridiche trovarono un solido accordo su strani diritti processuali: l’ imputato veniva preso e immerso senza riguardi in un calderone di acqua bollente. Se si ustionava era colpevole, se usciva incolume innocente. Il tutto passò sotto il nome di Ordalia.

Esiste forse un esempio migliore di oscurantismo?

Fortunatamente qualche secolo dopo irruppe sulla scena il Prof. Voltaire con il suo assistente Odiferddi a denunciare le barbarie di un periodo storico tanto ottenebrato.

Mai più fu il motto che pronunciarono solennemente davanti a una platea devota.

La visione storica di questo corpo docente è alquanto semplificata: prima eravamo degli idioti, ora siamo degli intelligentoni. Seguono slogan del tipo “evviva la scienza”, “Abbasso dio e tutte le sottane che lo venerano”.

Non proprio “nani sulle spalle dei giganti”, quindi.

Anche la ricetta su come procedere d’ ora innanzi è semplice: fare tabula rasa del passato e ricominciare da zero.

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I soliti frettolosi, scommetto che gli errori giudiziari del passato erano inferiori ai nostri, e questo nonostante si operasse in condizioni precarie a dir poco.

Pensateci bene e cercate di tornare indietro nel tempo in una società quanto mai ricca di spiritualità che oggi giudicheremmo strampalata.

Nel medioevo, in condizioni tanto arretrate rispetto alle nostre e con strumenti tanto rudimentali, risultava difficile evitare errori giudiziari: quando si puntava sulla confessione erano tutti innocenti, quando si puntava sulla tortura erano tutti colpevoli.

Fortunatamente le superstizioni erano potenti e si pensò bene di sfruttare quella nota come Iudicio Dei  in accordo alla quale Dio in persona condanna e assolve se opportunamente interpellato dai Sacerdoti.

C’ è da dire che all’ epoca Giudici e Sacerdoti coincidevano.

L’ idea fu geniale e degna delle menti sofisticate di cui sopra, con queste premesse costruire un “processo giusto” divenne un gioco da ragazzi: si fissava la possibilità di patteggiare, chi non ci stava si sottoponeva all’ ordalia.

In un mondo pieno d’ incertezze abbiamo ottenuto una certezza non da poco: il colpevole patteggia, l’ innocente si “sottopone”.

Manipolando opportunamente l’ ordalia il Sacerdote procurerà poi un verdetto d’ innocenza.

Indagini zero ed errori giudiziari zero, dunque. Qualche obiezione?

Bé, una percentuale del 100% d’ innocenti tra chi non patteggia potrebbe inoculare dosi di scetticismo. Sarebbe un grave danno visto che tutto si fonda sulla superstizione e lo scetticismo è l’ acido preposto a erodere questo genere di fondamenta.

Rimedi? Si potrebbe abolire il patteggiamento lasciando comunque aperte vaghe e discrezionali alternative all’ Ordalia. Magari le si giustifica così: dio non puo’ essere continuamente disturbato per sistemare gli affaracci nostri, ha cose più importanti da fare.

Nell’ udienza preliminare l’ accusa accuserà, l’ imputato si difenderà e il giudice giudicherà.

Ma cosa giudicherà? Come detto giudicare con rigore i fatti era estremamente costoso, mancava ogni tecnologia d’ indagine che andasse al di là della parola di testimoni per lo più corrotti.

Fortunatamente in questo caso i fatti possono essere accertati senza bisogno di conoscerli. Il giudice non giudica i fatti ma l’ atteggiamento dell’ imputato in aula e la sua strategia difensiva: punta sull’ Ordalia o punta a evitarla? Un giudizio semplicissimo visto che non si puo’ bleffare.

Nel primo caso si farà precedere l’ immersione da una luuuunga serie di ciacolatorie in modo da raffreddare opportunamente il liquido, nel secondo si sbatterà il colpevole nel pentolone senza nemmeno spegnere il fuoco.  

Ancora una volta: indagini pressoché zero ed errori giudiziari pressoché a zero.

Un meccanismo perfetto che puo’ essere inclinato solo dall’ allentamento delle superstizioni.

Non è un caso che gli scettici notori (per lo più gli ebrei) non venissero mai sottoposti a Ordalia.

Non è un caso se la cerimonia dell’ Ordalia fosse parte integrante della liturgia cristiana e si svolgesse in Chiesa (luogo interdetto agli scettici).

Non è un caso se dai registri constatiamo una prevalenza impressionante dei verdetti d’ innocenza con percentuali che s’ impennano in presenza dei patteggiamenti.

Non è un caso se i sacerdoti fossero gli unici ammessi a constatare e giudicare l’ esito dell’ Ordalia.

Non è un caso se si dovette rinunciare a questo ingegnoso meccanismo non appena le funzioni giudiziarie passarono dai sacerdoti a laici incapaci di evocare qualsiasi spirito.

Morale: nanetti come Voltaire o Odifreddi, anziché sforzarsi sulla punta degli alluci farebbero bene a scalare la montagna umana di cotanti giganti, sistemarsi sulle capienti spalle e dare da lassù il loro misero ma mai disprezzabile contributo.

I bambini sono razzisti?

In passato piaceva la risposta secca: sì.

La storia che andava per la maggiore era la seguente: il bambino nasce razzista e poi, con l’ educazione, impara ad accogliere l’ “altro”.

Il supporto scientifico era di tutto rispetto: ai piccoli si sottoponevano due bambolotti – uno nero e uno bianco – chiedendo: “chi è il più sporco?”. Il gruppo dei bianchi rispondeva indicando il nero, il gruppo dei neri indicava il bianco. Variazioni sul canovaccio s’ incaricavano di dare ancora e ancora triste conferma.

La revisione originò da una sottile chiarificazione dei termini volta a precisare che un atteggiamento discriminatorio e un atteggiamento di apertura mentale non si escludono affatto reciprocamente. Ecco, a questo punto bisogna precisare che il contrario del razzista è colui che mantiene un’ apertura senza pregiudizi verso la diversità.

Le conferme empiriche su quanto fosse cruciale questo distinguo cominciarono a fioccare: il bambino “preferisce” il suo gruppo ma non associa necessariamente un connotato negativo ai componenti degli altri gruppi. Ovvero, il bambino discrimina ma resta mentalmente aperto verso la diversità.

L’ esperimento dei due bambolotti era troppo rozzo per cogliere questa sfumatura decisiva, con due sole alternative la preferenza per i “nostri” si traduceva automaticamente in chiusura verso l’ “altro”. Traduzione indebita.

Ogni discriminazione implica iniquità di trattamento ma non razzismo.

Vi prego di ripensare alla cosa perché non è immediato afferrarne il nocciolo.

Le difficoltà derivano da due fattori:

1. la confusione che spesso facciamo con termini quali “equità“, “favoritismo” (o “discriminazione“) e  “egoismo”e

2. la buona stampa a prescindere di cui gode un concetto come quello di “equità“.

Cominciamo allora con il dire che il contrario dell’ equità non è l’ egoismo ma il favoritismo.

Fare le giuste contrapposizioni è opportuno se vogliamo dissipare le immeritate aureole di santità che aleggiano sempre sopra taluni termini. L’ egoismo, infatti, è difficile da difendere: per quanto nel XVIII secolo si fossero decantate le virtù pubbliche che originano da un simile vizio privato, sempre vizio rimaneva, da qui la fama immeritata del presunto atteggiamento opposto.

Il favoritismo, per contro, è facile da difendere: una mamma che da tutto per i suoi figli conserva la nostra ammirazione anche quando ci si fa notare che discrimina tra i suoi bambini e gli altri bambini. San Francesco che dà tutto ai poveri della sua città ci induce a una genuflessione anche quando ci viene fatto notare che discrimina tra “ricchi” e “poveri” oppure tra i “poveri della sua città” e gli altri poveri.

Se il concetto di favoritismo è tanto facile da difendere, il concetto di equità, ovvero il concetto contrario, perde necessariamente punti.

Non a caso gli attacchi all’ equità sono sempre stati numerosi, a partire dall’ antichità e da Platone, il quale sosteneva come il parere dell’ esperto non dovesse pesare quanto quello dell’ ignorante e sulla scorta di questa premessa iniqua cominciò a edificare la sua Repubblica.

[attenzione a non cadere nella trappola pensando a questo punto che sia la meritocrazia il contrario dell' equità]

Negli ultimi secoli, ad ogni modo, abbiamo assistito a un revival dell’ equità. Un revival che ho toccato personalmente con mano visto che sembra essere partito dalla pedagogia, in particolare da quella  che tratta il tema della gelosia tra fratelli, ora, voi capite che avendo un caso spinoso in famiglia mi sono dovuto fare una cultura in merito!

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Quale medicina somministrare contro l’ invidia tra fratelli? A cavallo tra 800 e 900 dobbiamo registrare una svolta di paradigma pedagogico:

800: si prendevano da parte i pargoli e si narrava loro la storia biblica di Caino e Abele concludendo: “cari bambini, guardatevi dal demone dell’ invidia perché qualora vi afferri il cuore sarete spacciati; fate appello a Dio e al vostro carattere per sopprimerlo o almeno per depotenziarlo”. Ecco, in quell’ epoca tanto remota l’ autodisciplina andava per la maggiore come antidoto all’ invidia.

900: si prendevano da parte i bambini i genitori e si raccomandava loro: “cari papà e mammà, se Giacomino ha bisogno di un cappellino, comprateglielo senza indugio ma badate bene di comprarne uno uguale anche a Giovannino”. Ecco, in quell’ epoca tanto prossima l’ equità veniva vista come il rimedio all’ invidia.

Chi sa che l’ ignobile vendetta è all’ origine del nostro nobile sentimento di giustizia non dovrebbe stupirsi nello scoprire che il padre ignobile della nobile equità è nientemeno che l’ invidia. Forse è proprio meglio rassegnarsi al fatto che le aristocrazie sono fuori moda, anche nel mondo delle idee.

Scoprire che i bambini non sono razzisti è bello, ma è anche edificante perché ci consente di far luce su lemmi ambigui che alimentano la confusione. Parlando di… equità, favoritismo, discrezionalità, merito, egoismo, giustizia… spesso ci affidiamo all’ intuito proprio laddove l’ intuito tradisce. E se invece, leggendo queste righe, anziché vedere la luce, pensate di esservi conficcati ancora più a fondo in un cono d’ ombra, allora non vi resta che disincagliarvi sfogliando il prezioso libro di Stephen Asma: Against Fairness, oppure qualche suo articolo.

Alla ricerca della scomodità

Musiche per il week end:

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… troverete…

… scomode sedute…

bench

… muri che crollano…

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… muri che si alzano…

John Scarratt

… pietre pettegole…

Diglett

… miracoli del caso…

Tommy Craggs

… supereroi depressi…

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… diversità che convivono…

Urban artist Tilt

… arti bestiali…

Cats Imitating Art

… passeggiate invernali…

Simon Beck lago gelato

… e altro ancora, compresa la possibilità di spegnere a piacimento…

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La riforma dei cervelli

Alberto e Diana mi hanno fatto riflettere su cosa spinge una persona verso le idee liberali. Come ci si converte?

Considerando che l’ evangelizzazione non serve e la strategic fertility è un “programma a vasto raggio” destinata a gratificazioni troppo lontane nel tempo, prendiamo qualche caso concreto:

… One of the reasons why I’m a libertarian comes from my experience with financial regulators. They are totally out of their depth, not understanding where risk really lies because the essential information simply can’t be grasped by flying in and looking and talking to people for 2 weeks. I have never worked in a financial firm where I felt I understood what was really going on for at least a couple years. They fill out reports conceived by someone ten years ago that would have caught last decade’s big error, and come back next year. The good ones, and there are many, realize the futility, but it’s a paycheck.
Anyway, now here’s the European regulators repeating the mortgage fiasco. Remember pre 2007 regulators encouraged mortgage lending without qualification… leggi tutto.

Insomma, è essenziale perdere fiducia nell’ “uomo della provvidenza”.

La società assomiglia a un albero e gli alberi non si progettano.

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Conoscere a fondo una materia – nel caso citato la finanza, nel mio caso il diritto tributario – aiuta a dare concretezza a sacrosante considerazioni di questo tenore:

Prendete il caso degli appalti pubblici, in qualunque settore. È vero o no che la complessità e l’ambiguità delle norme che li governano è tale che l’uso dei ricorsi è diventato la regola anziché, come dovrebbe essere, l’eccezione? E quanto costa alla collettività, in denaro e tempo, questa utilizzazione smodata del «ricorso ai ricorsi»?

Non c’è ambito in cui un cattivo uso del diritto non produca danni. Il dott. Antonio Pileggi, funzionario di un Comune della provincia di Pistoia, mi scrive: «Nel mio ufficio ho un faldone soltanto di ciò che è stato scritto e detto, negli ultimi mesi, su come calcolare il costo del personale negli enti locali, così da rispettare il limite del quaranta per cento sulla spesa corrente, con il rincorrersi e il contraddirsi dei pareri e delle interpretazioni, a partire dalla Corte dei Conti. Nell’ultimo anno ho acquistato tre versioni “aggiornate” del Codice dei Contratti, testo unico ormai modificato quasi mensilmente». E ancora: «Chi gestisce il bilancio di un Comune si trova annualmente di fronte ad almeno settanta adempimenti di rito ed imposti da organi e obblighi esterni. Fare una gara d’appalto significa seguire pedissequamente una serie di passaggi codificati alla lettera e, siccome le lettere non sono mai chiare, significa acquisire pareri, esplorare precedenti, richiedere chiarimenti. La stessa riforma Brunetta che avrebbe dovuto infondere efficienza e merito, ha messo in moto una Commissione (…) che sta producendo circolari e pareri a ripetizione, aggiungendo carta e commi»

Il problema si risolve con qualche «riforma»? Ci vorrebbe la riforma dei cervelli… leggi tutto.

Appunto, il cervello da riformare è innanzitutto quello di chi crede che le soluzioni possano venire da regole fate piovere dal cielo dall’ Uomo della Provvidenza. E dico questo ben sapendo che siamo nati per credere, ovvero che il nostro cervello è stato costruito per proporci continuamente la soluzione dell’ Uomo Regolatore.

Radiolina in ostetricia: una canzone, un destino

Ric:

 

Davide:

 

Sara:

 

Marghe:

 

Diana:

Vlad:

Giusy:

Chicco:

Dani:

Silvana:

Ludovico:

Dianella:

Jack:

ht: Davide

Avidità e ignoranza

Un fenomeno complesso puo’ essere compreso ricorrendo al “C’ era una volta”. Le narrazioni incantano e soprattutto consentono di sorvolare allegramente sulle incongruenze.

Altri preferiscono unire i puntini. Anche in questo caso la fantasia non soffre frustrazioni: ci sono infinite linee in grado di unire i medesimi puntini.

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… altri agglomerati di puntini…

Personalmente prediligo il metodo del  “great divide”.

Sentire “accusa” e “difesa” illumina persino un comprendonio lento quale è il mio. Mi rendo conto del rischio “curva sud”, ma riguarda per lo più i disinteressati e che si corre quando l’ opposizione non è ben posta.

Dunque, per penetrare un fenomeno complesso come quello della crisi finanziaria occorre innanzitutto un adeguato “great divide”:

… il nostro libro non è progettato unicamente per chi è interessato alle cause della crisi finanziaria, ma a cosa queste cause indicano circa il capitalismo e i governi…

… noi critichiamo la tendenza a sorvolare su un fenomeno sempre sminuito: l’ ignoranza umana per concentrarsi su un fenomeno sempre enfatizzato: il ruolo degli incentivi…

… se prendiamo in considerazione le cause della crisi rese comuni dalla vulgata, ci accorgiamo che hanno a che fare con una denuncia (a posteriori) di incentivi mal posti…

… l’ abbassamento degli standard nel concedere i mutui immobiliari, i bonus ai manager, il “too big to fail”, il tasso d’ interesse troppo basso… se ci fate case sono tutte spiegazioni che puntano tutto sulla distorsione degli incentivi: incentivi mal posti hanno messo in moto alcuni avidi “volponi” perfettamente consapevoli che ne hanno approfittato lasciando gli altri nei guai…

… parlare di “irrationality exuberance”, poi, è una rinuncia a comprendere… “irrazionale” in fondo è un modo per dire “inesplicabile”…

… per quanto ci riguarda la crisi è stata causata invece da un’ ignoranza diffusa un po’ ovunque, presso i banchieri come presso i regolatori del mercato…

… perché mai i banchieri avrebbero dovuto intraprendere azioni volte a distruggere le loro banche?… perché mai i regolatori avrebbero adottato scelte votate alla distruzione del sistema?… a queste domande non mancano delle risposte ma sono risposte populiste non sorrette da evidenza degna di questo nome…

… l’ ignoranza è presa in considerazione poco volentieri nel mondo accademico che invece ama concentrarsi sull’ incentivo… una caricatura non poi così deformante degli economisti, li vede come coloro che pensano a ogni evento come previsto e prevedibile dagli agenti economici… che hanno una comprensione adeguata del mondo… e quindi sono in grado di dominare le conseguenze ultime delle loro azioni…

Ecco allora il great divide che cercavamo, la dialettica da cui far partire ogni riflessione: ignoranza vs. avidità.

Ma la competizione tra i due fronti non è alla pari, questo perché:

… il politico delle moderne democrazie ha bisogno di teorie che rispondano retrospettivamente alla domanda: “cosa avrebbe potuto prevenire la crisi?”… ma gli studiosi dell’ economia dovrebbero essere chiamati a capire il passato e il presente anziché a predire il futuro…  visto che lo stato futuro dei sistemi complessi è per sua essenza imprevedibile…

… il dibattito orientato al futuro incoraggia la razionalizzazione e l’ analisi prescrittivo in assenza di diagnosi… la moderna democrazia scoraggia l’ analisi delle cause che guidano un sistema sociale complesso… poiché il suo pensiero si arresta non appena la diagnosi a posteriori individua la regola o la legge che avrebbe impedito il disastro se adottata trascurando l’ essenziale, ovvero il fatto di quanto improbabile sia realizzare a priori cio’ che si realizza comodamente dopo adagiati in una lussuosa retrospettiva…

… “se solo i nostri predecessori avessero saputo quel che sappiamo noi!”… la politica sorvola proprio questo particolare e prende le sue decisioni ignara del fato che domani qualcuno è destinato a ripetere qualcosa del genere… meglio sarebbe pensare alla propria ricetta come a qualcosa che precede i problemi e non che li segue… cosa impossibile al politico contemporaneo… intrappolato nella tensione che lega inestricabilmente future-oriented policy e hindsight bias

… questa trappola ci induce a giudicare – retrospettivamente! – delle semplici persone che ignorano il futuro… come persone incentivate a tenere certe condotte… il semplice errore umano si trasforma ora in avidità, ora in complotto… 

Wladimir Kraus Jeffrey Friedman – Engeneering the financial crisis

 

 

 

 

 

Carlo Petrini, Steve Jobs e la pubblicità

These two views seem to go together often:

  1. People are consuming too much
  2. The advertising industry makes people want things they wouldn’t otherwise want, worsening the problem

The reasoning behind 1) is usually that consumption requires natural resources, and those resources will run out. It follows from this that less natural-resource intensive consumption is better* i.e. the environmentalist prefers you to spend your money attending a dance or a psychologist than buying new clothes or jet skis, assuming the psychologist and dance organisers don’t spend all their income on clothes and jet skis and such.

How does the advertising industry get people to buy things they wouldn’t otherwise buy? One practice they are commonly accused of is selling dreams, ideals, identities and attitudes along with products. They convince you (at some level) that if you had that champagne your whole life would be that much more classy. So you buy into the dream though you would have walked right past the yellow bubbly liquid.

But doesn’t this just mean they are selling you a less natural-resource-intensive product? The advertisers have packaged the natural-resource intensive drink with a very non-natural-resource intensive thing – classiness – and sold you the two together.

Yes, maybe you have bought a drink you wouldn’t otherwise have bought. But overall this deal seems likely to be a good thing from the environmentalist perspective…

My guess is that in general, buying intangible ideas along with more resource intensive products is better for the environment than the average alternative purchase a given person would make…

Another thing advertisers do is tell you about things you wouldn’t have thought of wanting otherwise, or remind you of things you had forgotten about. When innovators… do this we celebrate it. Is there any difference when advertisers do it?… leggi tutto.

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Indignados mano nella mano a passeggio con i Tea party

Come mai di fronte alla crisi finanziaria movimenti tanto diversi raccomandano la stessa soluzione, ovvero il default delle banche?

In altri termini, come mai due morali tanto diverse convergono su un tema tanto cruciale?

Cerca di rispondere Jonathan Haidt:

We really hate cheaters, slackers, and exploiters. By far the most common message I saw at OWS was that the rich (“the 1 percent”) got rich by taking without giving. They cheated and exploited their way to the top…  It’s high time that they started giving back, paying what they owe.

As a point of comparison, a similar look at signs found at the Tea Party rallies suggests that protesters there are also chiefly concerned with fairness. The key to understanding Tea Partiers’ morality, though, is that they want to restore the law of karma. They want laziness and cheating to be punished, and they see liberalism and liberal government as an assault on that project. The liberal fairness of OWS diverges from conservative and libertarian fairness in that liberals often think that equality of outcomes is evidence of fairness.

Ottimo punto che ci aiuta a far salire un po’ la nebbia.

Per i tea party non ci sono problemi, chi fallisce merita di per sè di fallire… quindi…

L’ indignados invece vorrebbe fare un’ eccezione per i “buoni”, ma niente paura, operare il discrimine è semplicissimo: per essere cattivi basta essere “ricchi” o “ex- ricchi”. Essere ricchi o esserlo stato, per la morale dell’ indignados, è una colpa di per sé. Essere una banca equivale a essere ricchi e quindi a essere cattivi: lasciamo fallire le banche. Facile.

Conosco religioni gnostiche che semplificano ulteriormente: basta nascere per essere cattivi, al di là dei ticket che staccherete in seguito.

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Se dovessi scegliere tra le due morali io non avrei dubbi. E voi?

 

 

 

Le Università sono fatte per imparare? No. Prova n. 13

Tempo fa ci chiedevamo: ma perché l’ on line e l’ information technology non rivoluzionano il mondo delle università?

Sembra incredibile ma mia nipote frequenta l’ ateneo esattamente come facevo io: avanti e indietro sui treni, magari con un’ ora di lezione fissata al mattino e una al pomeriggio (le quattro in mezzo girovagando in cerca di un angolino per studiare che sia il meno scomodo e freddo possibile).

Eppure, standosene a casa, potrebbe assistere comoda (molto di più che in presenza) alle lezioni dei professori più prestigiosi del mondo. Riascoltarsele e studiare al calduccio nella sua cameretta cominciando da subito senza perdere tempo. Magari interagendo con una compagnia scelta. Magari ordinando, ripetendo e personalizzando gli ascolti come si crede.

A costi bassissimi, la crema intellettuale potrebbe far lezione a moltissimi studenti sparsi in tutto il mondo. Eppure una rivoluzione del genere non sembra essere affatto all’ orizzonte.

Nelle nostre Università, tutto scorre placido, esattamente come se niente fosse successo.

Si potrebbe fare a meno di gran parte della classe docente e di gran parte dell’ “hardware” universitario (immensi e prestigiosi palazzoni stipati di libri e dalla manutenzione costosissima).

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Questa affermazione potrebbe far drizzare le orecchie, ma io non penso che il blocco innovativo sia da imputare esclusivamente a resistenze di “casta”.

La risposta all’ enigma, per quanto sgradevole, mi sembra invece piuttosto facile: evidentemente le Università hanno poco a che fare con l’ istruzione di chi le frequenta. Il loro obiettivo è un altro.

Ma d’ altronde, basta fare un minimo di introspezione per accorgersene.

Gran parte delle abilità richieste vengono acquisite sul posto di lavoro. Dài, guardiamoci negli occhi, per chi non è così? Il sapere acquisito all’ università, se mai c’ è stato, è da subito remoto e perduto per sempre.

Non voglio con questo insinuare che le Università siano inutili: operano pur sempre una costosissima cernita molto apprezzata dalle aziende.

Per esempio, il sistema universitario indica quali sono i ragazzi più docili, coscienziosi e conformisti. Almeno le università più dure.

Chi non lo sottoscriverebbe?: bisogna avere un’ indole del genere per sopportare anni e anni di duro studio.

Questa informazione, lungi dall’ essere secondaria, è molto valorizzata da chi assume (provate a portarvi in casa un semi-teppista lunatico, magari anche intelligentissimo).

Certo, il costo per ottenere la cernita di cui sopra è decisamente sproporzionato, ma è anche “nazionalizzato” e quindi questo genere di sprechi non interessa il datori di lavoro.

Le aziende, dunque, sono molto sensibili alle informazioni che ricevono dalle università, conviene sempre assumere (e pagare di più) un laureato piuttosto che un diplomato. Cio’ fa sì che la laurea divenga “obbligatoria”, specie quando non si pagano i servizi ricevuti. E per lo più questo genere di servizi non si paga o si paga in misura ridotta!

Chi non vede in tutto cio’ un colossale spreco? L’ unica soluzione sarebbe quella di impedire a gran parte degli utenti di fruire del servizio (test severi all’ ingresso o innalzamento dei contributi), in modo che avere “certi titoli” o assumere gente con “certi titoli” non sia più sentito come “obbligatorio” visto che “certi titoli” sono ad appannaggio di un’ élite.

Quando il pc sostituirà la scuola e la domanda da cui siamo partiti non avrà più senso, forse, sarà un bel giorno.

p.s. che all’ Università non si vada né per imparare, né per insegnare è una delle tesi su cui lavora indefesso il “department of isn’t”.

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Non è perchè l’ha scritto un mio amico e neanche perchè i luoghi mi sono familiari e neppure per una sorta di rivalsa nei confronti di chi buggera certa editoria:  TRA DUE MONDI narra una storia estremamente  delicata tra momenti di storia.

 No, non è neanche una storia, è la netta divaricazione presente, penso, in tutti noi, tra l’inseguire un mito, sanguinario, mortale, definitivo e il semplice, dolce, indulgente  e a volte autoassolutorio quotidiano fluire del tempo. Eterno fluire del tempo a Milano fra le braccia di un ragazzo, nelle campagne di Marsala animale curato da una donna stupenda che parla una lingua incomprensibile, a Malta fra i compagni del prossimo viaggio atteso da una vita e ancora il fluire del tempo sul  piroscafo diretto in Sicilia tenendo fra le braccia ancora una volta il ragazzo di Milano. Respiro profondo e respiro corto, ritmati e inaspettati allo stesso tempo.

Fino alla lettera a Francesco, dove il  mito è svuotato dall’affettazione, l’immortale ucciso e il torto risarcito senza spargimento di sangue.

Ho letto la prima parte seguendo una cantilena e ci stava bene e non so se le rime che ho trovato erano volute o meno. Più pesante il seguito a volte forse ripetitivo.  Mentre bellissima la lettera finale.

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