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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Generosi con la testa o generosi con Bergoglio?

… mangia tutto… pulisci bene il piatto… che altrimenti i bambini poveri che non hanno nemmeno quello piangono…

Potrebbe dirlo mia nonna come Papa Francesco, anacoluto compreso. E compresa anche l’ assenza di alate metafore.

La semplicità del nostro nuovo “Papa-bungiorno/buonasera” è disarmante e non sembra affatto uno stratagemma per parlare alle masse.

Se dice “povero” intende povero, non lo si puo’ equivocare.

from the series: Urban Cave

Ieri al “gruppetto” ciellino dovevamo leggere e commentare il discorso tenuto dal Santo Padre in occasione della veglia pentecostale con i movimenti, le comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali.

Si partiva da una domanda precisa rivolta a Bergoglio:

… vorrei chiederle, Padre Santo, come io e tutti noi possiamo vivere una Chiesa povera e per i poveri. In che modo l’uomo sofferente è una domanda per la nostra fede? Noi tutti, come movimenti, associazioni quale contributo concreto ed efficace possiamo dare…

Nella sua risposta il Papa lanciava un monito:

… in questo siate furbi, perché il diavolo ci inganna, perché nell’ aiutare i poveri c’è il pericolo dell’efficientismo.Una cosa è predicare Gesù, un’altra cosa è l’efficacia, essere efficienti… non pensate d un’ efficacia soltanto mondana…

Ma rinunciare all’ efficienza non è poi così facile visto che ci viene chiesto in questo modo di sacrificare materialmente delle vite umane.

E scusate la franchezza, scusate cioè se evito ogni forma di ipocrisia, ma è proprio Papa Francesco, nella sua recente predica a Santa Marta, ad esortarci verso questo linguaggio schietto.

Il Papa, proprio come mia nonna, non sembra molto sensibile alla “vita statistica” dei poveri, per lui conta soprattutto il povero in carne ed ossa che puoi guardare negli occhi.

Eppure la vita statistica del povero che sacrifichiamo vale quanto la vita del povero che ci sta di fronte, è solo un po’ più lontana.

In altri termini, la vita di un uomo lontano (nel tempo e/o nello spazio) vale quanto quella di un uomo vicino.

O no?

from the series: Urban Cave

Ma vediamo in cosa consiste cio’ che siamo invitati ad evitare, ovvero l’ “aiuto efficiente”.

Come essere generosi usando la testa?

La ricetta è lunga e sorprendente, ecco i primi tre punti da mandare a memoria:

1. Affidarsi a professionisti.

Il motivo è semplice: un professionista fa meglio di un dilettante.

Chi lavora in banca faccia allora gli straordinari nel lavoro in cui è un professionista e doni l’ equivalente a professionisti che interverranno poi sul campo.

Vi sembra che Papa Francesco possa rinunciare al volontariato? No, non puo’ farlo e pur di non rinunciarvi è disposto a sacrificare delle vite umane, purché siano vite lontane e di cui non sappiamo nulla.

Ora ha più senso il suo: “guardatevi dall’ efficienza”.

2. Rimandare l’ aiuto.

Hai un dono da fare? Non farlo ora, rimanda. Rimanda il più possibile. Rimanda alla tua morte o, se la contrattualistica vigente lo permette e lo rende sicuro, anche dopo. Ora monetizza il tuo dono e investilo in un fondo a interesse composto da liquidarsi il più tardi possibile in favore dei beneficiari da te designati.

Se doni 100 euro oggi, salverai una famiglia povera. Magari il tuo dono genererà altra ricchezza per cui, a conti fatti, il tuo dono effettivo sarà di 100 più la ricchezza generata successivamente grazie all’ impiego di quella somma. Esiste un modo abbastanza sicuro per calcolare la ricchezza generata dal tuo dono: guardare agli incrementi di PIL del paese in cui hai donato. Nel nostro caso se si sbaglia si sbaglia per eccesso.

In alternativa, puoi depositare 100 euro in un fondo vincolato a interesse composto. In questo caso donerai più tardi i tuoi 100 euro ma ad essi si assommeranno gli interessi maturati.

E la differenza qual è?

Bè, ammesso che le famiglie bisognose non manchino neanche in futuro, i 100 euro donati oggi valgono i 100 euro donati domani: una famiglia bisognosa oggi non vale più di una famiglia bisognosa che vivrà in un futuro indeterminato. Per scegliere razionalmente dobbiamo concentrarci allora sulla differenza tra tasso di crescita del PIL e tasso d’ interesse.

Ebbene, da 3.000 anni il tasso reale d’ interesse a medio/lungo termine è sempre stato più elevato del tasso di crescita del PIL. Una tendenza stabile che non sembra proprio attenuarsi.

Benjamin Franklin ha fatto sue queste elementari osservazioni ma Papa Francesco puo’ accettare forse di sacrificare una famiglia oggi in favore di dieci famiglie che vivranno in un futuro indeterminato? Certamente no, sacrificherà le seconde.

Ora ha ancora più senso il suo: “guardatevi dall’ efficientismo”.

3) Concentrati su una sola causa.

Il motivo? se ritieni che una “causa” sia più importante delle altre, perché dedicarsi a quelle che tu stesso hai battezzato come meno urgenti sottraendo così energie laddove sono più preziose? Non c’ è ragione di farlo, a meno che il tuo intervento nella causa principale si riveli risolutivo, del che è lecito dubitare.

Se n’ era già discusso: link.

Ma come potrebbe Papa Francesco disinteressarsi,per esempio, del povero che incontra per strada o che gli bussa alla porta al solo fine di concentrarsi su un’ unica causa?

Ora mi sembra proprio che il suo “guardatevi dall’ efficientismo” puo’ essere compreso e abbracciato davvero da tutti, anche dall’ ateo più corazzato.

from the series: Urban Cave

Ma perché la rinuncia all’ efficientismo non puo’ certo dirsi una prerogativa del Papa?

Forse nessuno usa la testa in questi affari. Non solo, troviamo riprovevole farlo.

Potrebbe essere un sintomo che non siamo veramente interessati alla causa.

Oppure che siamo vittime di quella sindrome ben nota agli psicologi: il contatto fisico con realtà spiacevoli (o piacevoli) ci fa perdere la bussola.

Forse qualcuno pensa che le “buone intenzioni” siano sufficienti, sul resto non vale la pena di perderci troppo tempo.

Forse agiamo sotto la pressione sociale, cosicché ci interessa rendere visibile il nostro gesto più che renderlo efficace: è uno dei motivi per cui durante la messa si passa con i cestini a raccogliere le offerte quando la Chiesa è già disseminata di cassette per le offerte.

Oppure il nostro obiettivo recondito non è “aiutare gli altri” ma fare qualcosa per noi stessi o per la madre Chiesa. Lo abbiamo già visto sondando il mistero del volontariato.


L’ ateo scelga per sé la ragione che crede, noi cristiani scegliamo senz’ altro l’ ultima: l’ annuncio della parola ai poveri viene prima dell’ aiuto che ad essi è dovuto e vale la vita statistica di molti di loro:

… Noi non siamo una ONG, e quando la Chiesa diventa una ONG perde il sale…

Ricordiamoci però delle vite sacrificate in nome dell’ evangelizzazione, che è poi la premessa alla “vita vera”. Ricordiamoci di quelle anime (statistiche) nelle nostre preghiere e consideriamole alla stregua delle anime dei martiri cistiani.

from the series: Urban Cave

P.S. le foto ritraggono scene di vita dei barboni americani.

E se il declino del Maschio rafforzasse il Patriarcato?

Ipotesi delle “carte in regola”

Parliamo di futuro: il futuro è donna. Scuola e università sostengono questa previsione; i maschietti frequentano meno e producono  prestazioni più scadenti. I laureati ormai sono in prevalenza donne, anche nei campi cruciali, con una disparità che va riflettendosi sempre di più nel mondo del lavoro. La società de-industrializzata non è adatta agli ometti e la società de-matrimonializzata non li motiva  al meglio. E’ la donna, oggi, ad avere le carte in regola per lanciarsi verso il successo.

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Ipotesi “sex in the city”

Parliamo di accoppiamenti: l’ uomo sceglie in base alla bellezza, la donna in base allo status. Con il maschio in declino la donna, specie se di status elevato, si astiene schifata da ogni scelta. Fateci caso, ha ragione la tipa di sex in the city: “ma perché superata una certa età l’ uomo solo è uno sfigato mentre la donna sola è un gioiellino?” . Non è poi così difficile rispondere.

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Ipotesi “inseminator”

Parliamo di figli: se il mondo sarà quello appena descritto,  la donna che vuole un figlio se lo farà da sé. Le “ragazze madri” aumenteranno. Saranno “ragazze consapevoli” che programmano tutto per filo e per segno, ma saranno pur sempre ragazze-madri. Saranno ragazze attempate, perché se curi la carriera un figlio lo devi fare tardi, ma saranno pur sempre ragazze… pardon, “signore-madri”.

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Tesi del doppio gap

Qual è la condizione che ostacola di più una donna protesa verso l’ affermazione sociale come la intendiamo oggi? Da sempre la maternità. La maternità solitaria poi è una ganascia implacabile, altro che soffitto di vetro. Naturalmente la tipa di Park Avenue non è la nera del Bronx ma anche lei, con una simile ancora calata in mare, difficilmente prenderà il largo.

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Conclusione col botto: il gap a monte (“carte in regola”) si allargherà in favore della donna, il gap a valle (“affermazione sociale”) si allargherà in favore dell’ uomo.

Conclusione senza botto (più credibile ma non meno provocatoria): il gap delle “carte in regola” si allargherà in favore della donna senza tradursi in una riduzione apprezzabile del gap sociale.

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Corollario pensando alla “battaglia dei sessi”

Quando il centro studi femminista registrerà la dinamica descritta nelle conclusioni, lancerà immediatamente l’ allarme sessismo (ma come?… siamo più brave e contiamo di meno…).

Se le tre ipotesi di partenza sono almeno in parte vere si tratterà di un falso allarme.

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In margine a Kay S. Hymowitz, Mrriage and Caste in America: Separate and Unequal Families in a Post-Marital Age

Manifesto per la crisi

In tutti i bar dell’ Occidente avanzato la figura dominante è quella del “ben informato” che pontifica sulla crisi finanziaria.

Al cospetto del popolo con la “tazzina alle labbra” costui declama ispirato urbi et orbi eziologia e ricette.

Magari comincia prendendola alla larga, con saluti frettolosi e un’ introduzione svagata sul tempo atmosferico, ma poi gira gira finisce sempre impastoiato nelle spire dell’ alta finanza speculativa.

Costui padroneggia la materia, sa tutto di subprime, di titoli tossici, di collaterali, di spread e di austerity. Ha letto con passione  Zucconi e Rampini (che a loro volta hanno letto con passione – e rimaneggiano – il NYT e il WP).

Ora, aprite bene le orecchie, vi propongo di entrare stabilmente nell’ eletta schiera dei maschi alfa da bar d’ inizio millennio suggerendovi sul tema cruciale un frasario agile, fatto di affermazioni secche, incisive, icastiche e spiazzanti, ma soprattutto fondate sulla roccia.

Sulla roccia ineludibile dei fatti nudi e crudi. Cosa che impressiona molto l’ habitué, un tipo superficiale ma non ideologizzato (la chiusura mentale è roba da acculturati e colti).

Nel caso in cui il vostro bar già ospiti un cicerone della crisi finanziaria, potrete disarcionarlo in quattro e quattr’ otto. E non tentennate nell’ azione perché, come è noto, due galli in un pollaio non possono cantare senza cacofonie insopportabili.

Spread, chiusura d’ aziende, austerity, crescita, licenziamenti… tutte sciagure economiche che riempiono le prime pagine dei giornali e che voi potete trascurare, tanto di riffa o di raffa possono essere fatte risalire ad un unico innesco: la crisi dei mutui americani del 2008, la madre di tutte le sciagure. Inutile quindi disperdere le energie, concentratevi sulla causa riconosciuta, prendete fiato e attaccate sillabando in modo stentoreo:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

Dovrà girarsi anche l’ avventore più lontano, quello che sta prendendo il resto alla cassa e che non avrebbe mai creduto di imparare qualcosa proprio in quel lupanare. Ripetete anche per lui e per chi era distratto il vostro Manifesto di sette parole:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

Questa analogia sarà il vostro marchio di fabbrica. Da oggi, quando entrerete al bar, la gente dovrà pensare “arriva quello dei terremoti”.

Ripetiamolo allora insieme ancora una volta: “le crisi finanziarie sono come i terremoti”.

cofffff

Negli ultimi 120 anni gli scienziati hanno imparato a conoscere bene la malaria. Ora sanno che è causata da un parassita e non dall’aria cattiva come si credeva un tempo; in particolare un parassita veicolato dalle zanzare. Armati di questa conoscenza i tecnici hanno cominciato ad implementare politiche efficaci: dall’ istallazione di zanzariere all’ eliminazione delle acque stagnanti. I risultati sono ottimi.

Gli studiosi conoscono bene o male le cause dei terremoti ma non sono in grado di prevedere in modo affidabile gli eventi sismici. Tuttavia è possibile arginare la forza distruttrice che scatenano: il sisma che ha colpito Frisco nel 1989 e quello che ha colpito Haiti nel 2010 sono stati della medesima scala; nel primo caso 64 morti, nel secondo 200.000. Questo perché i terremoti non uccidono nessuno, sono le case a farlo! In Giappone, forse, il macabro bilancio sarebbe stato ancora più contenuto.

Le crisi finanziarie assomigliano più alla malaria o ai terremoti?

Domanda retorica se posta a uno come voi che ha per motto:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

cof

La vostra ipotesi ha un pregio: non piace e non è ambita.

Non piace agli amici del bar come ai giornalisti, ma non piace nemmeno agli accademici.

L’ ipotesi “malaria” seduce molto di più, e vedremo presto perché.

Ma non preoccupatevi dell’ accoglienza tiepida, anzi, rallegratevene perché questa idiosincrasia istintiva si tramuterà presto in vibrate proteste con un sottofondo denigratorio che innescheranno la vostra esibizione fino a consentirvi di sgranare una splendida ruota multicolore.

Il fatto è che alla gente piacciono le storie e per mettere insieme una storia purchessia occorrono attori all’ altezza della situazione; i terremoti si prestano poco al ruolo di “attore protagonista”, al massimo possono fungere da quinta sullo sfondo. Le persone in carne ed ossa funzionano molto meglio: persone cattive e persone buone; persone forti e persone deboli; persone arroganti e persone umili. E’ questa la materia prima che richiede una buona storia. Il terremoto travolge tutti e alza un polverone che ingrigisce le vacche senza poter più distinguere le oneste dalle disoneste. Con il terremoto non metti in piedi uno straccio di sceneggiatura, è risaputo presso gli addetti ai lavori.

Incuranti di questo fatto continuerete imperterriti ad attacchinare il vostro Manifesto della crisi:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

coffffffff

Intanto, intorno a voi ferverà la ricerca di “cattivi”, il primo ad attaccare la solfa è sempre quel malfidente del Bruno: “… ieri da Formigli intervistavano un negretto… che gli avevano portato via la casa… questo qui diceva di aver firmato non so più quali carte del mutuo… che pensava di poterselo permettere…  poi invece com’ è come non è non ha più potuto pagare… e adesso vive teoricamente sotto un ponte (praticamente dalla suocera…. che è peggio)… quei mutui lì te lo dico io (che tra l’ altro ho letto Stille) erano già congegnati per saltare in aria… va là… e per incassare le commissioni e prenderti alla gola dopo… quando meno te l’ aspetti… prendi i soldi e scappa insomma… va là…”

Voi:

… Fatto: la stragrande maggioranza delle insolvenze si è realizzata in costanza della rata di mutuo…

Entra il Cerutti che ripete sguaiatamente quel che ha appena origliato nel bar in piazza (dove ha un conto troppo lungo per stzionare tutta la mattinata senza spiacevoli conseguenze): “… quei mutui lì, l’ ho sentito da Santoro che c’ aveva l’ esperto in studio (Brancaccio?) erano una novità talmente incasinata che chi firmava non poteva mica capirli fino in fondo…”

Voi:

… Fatto: nessuna innovazione si registra nel settore dei mutui… almeno nel XXI secolo…

Il Battista, anarchico, molla per un attimo la Gazza: “lì c’ era il governo che strizzava l’ occhiolino alle banche dicendo presta presta che se i poveri cristi non si fanno almeno la casetta poi si fanno la rivoluzione, che è anche peggio… e allora presta presta…”

Voi:

… Fatto: le politiche governative in materia di mutui non sono mutate dal dopo guerra…

Al Giovannino va quasi di traverso il Campari: “… l’ altro giorno la Gabanelli l’ ha spiegato bene… è in gamba quella lì (tutti annuiscono)… i furbi delle banche stipulavano i mutui, poi li impacchettavano per benino in altri titoli e gli rivendevano ai gonzi… per questo non gli fregava niente se la controparte era solvibile o meno… capito il busillis?… Poi mia moglie ha girato su Gerri e ho perso il filo ma la ciccia sta lì…”

Voi:

… Fatto: allo scoppio della bolla gli “stipulanti” detenevano una quota di mutui superiore a quella che oggi la legge (Dodd-Frank) impone loro di detenere… l’ impacchettamento dei mutui ha solo agevolato uno scambio consapevole che si sarebbe realizzato comunque…

L’ Ernesto, ex leghista in disarmo, lappa quieto la sua crema caffé, ma non rinuncia a dire la sua: “… il veleno erano tutte quelle architetture finanziarie che non hanno fatto capire più niente a nessuno… l’ ha spiegato bene Floris a Ballarò…”

Voi:

…. Fatto: MBS, CDO, come gli altri titoli strutturati coinvolti nel collasso, sono diffusi da  decenni…

Ma per fortuna che c’ è il Riccardo che nell’ altra stanza gioca da solo al biliardo. Alza gli occhi dalla stecca, spinge la paglia nell’ angolo delle labbra e fa: “… si comprava alla cazzo senza essere adeguatamente informati… e magari trascurando i rischi che c’ erano sotto… una nebbia che poi… quando si è alzata ci siamo trovati all’ inferno…”

Voi:

… Fatto: chi ha investito in titoli tossici erano per lo più soggetti ben informati e in grado di maneggiare modelli avanzati nel calcolo dei rischi… le carte oggi sono disponibili e i calcoli fatti erano sia eleganti che corretti…

Irrompe anche un tipo fulminato, Beppe, appena arrivato da Genova, lui dice che fa il rappresentante, di che cosa nessuno lo sa: “… sono quei bastardi azzeccagarbugli dei banchieri esperti nello smerciare merda complicatissima al profano boccalone… e intanto ci lasciano qui a grattarci le pulci mentre loro vanno a godersi la liquidazione alle Maldive… vaffa, vaffa e ancora vaffa agli azzeccagarbugli…”

Voi:

… Fatto: su tutta questa vicenda la borsa ha  emesso i suoi verdetti: i perdenti sono gli “esperti azzeccagarbugli” (insider) di cui sopra mentre i vincenti sono  investitori (Paulson, Burry…) che avevano sempre evitato il settore dei mutui ipotecari entrandoci solo all’ ultimo momento con qualche buona scommessa e da perfetti profani (outsider)…

Ecco buon ultimo il Giuliano, noto per fare i gargarismi col rabarbaro Zucca: l’ avete sentita ieri la Gabanelli…  ha messo in riga le agenzie di rating… è in gamba quella lì (mormorio di approvazione)… alla fine saltano fuori gli altarini e i conflitti d’ interesse, altroché…”.

Voi:

… Fatto: le cartolarizzazioni top rate dei mutui hanno performato bene, le collateralizzazioni sono state un disastro… non ha senso sfruttare un conflitto d’ interesse concentrando gli errori in modo che siano più appariscenti… senza dire che gli algoritmi per la valutazione dei titoli sono gli stessi da trent’ anni…

Ma l’ ultima a prendere la parola è nientemenno che la Regina d’ Inghilterra (a quell’ ora passa sempre di lì): “… ma dov’ erano gli economisti quando la casa crollava?…”

Voi:

… ma perché sua maestà, in occasione dei terremoti, non rompe i coglioni anche ai sismologi?…

Bruno, Ernesto, Riccardo, Beppe, la Regina, il Cerutti, Giovannino, Battista, Giuliano, come un sol uomo: “… e allora dillo te quello che c’ è che non va… visto che sai tutto te…”

Voi (con aplomb mentre sfogliate la Prealpina senza guardarla):

… troppo ottimismo… decisioni sbagliate per troppo ottimismo… troppo ottimismo sui prezzi delle case…

cofff

Bisbigli.

“Decisioni sbagliate per troppo ottimismo”. L’ idea non piace, che ce ne facciamo del “troppo ottimismo”? Non se ne trae alcuna morale da una storia del genere.

In realtà, a cercar bene, un insegnamento morale esiste, e di prim’ ordine:

… intelligenza e buon senso divorziano spesso e volentieri…

Chi ha disegnato scenari meticolosi dimostrando di padroneggiare complicatissimi modelli per il calcolo del rischio, poi, quando si è trattato di attribuire una probabilità di buon senso a ciascuno scenario, si è dimostrato a dir poco avventato.

C’ è sempre qualcuno che vuol conoscere il nesso tra ottimismo e terremoti.

Facile:

… dove e come si formi un concentrato di opinioni sbagliate nessuno lo sa, esattamente come nessuno sa come e dove si scatenerà la scossa di terremoto…

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A questo punto ci sta bene un bel salmo responsoriale.  Attaccano loro (indignati): avidità, avidità! Replicate voi (rilassati): irrazionalità, irrazionalità!  Insistono loro (fff): egoismo, egoismo! Seguite voi (ppp): ignoranza, ignoranza. Riprendono loro (in orgasmo): etica, etica! Chiudete voi (senza punti esclamativi): saggezza, saggezza.

Tutti: e così sia.

***

Colpo di coda dell’ uditorio deluso: trasparenza! Ecco la parola magica che ci sfuggiva, ecco di cosa abbiamo bisogno per svoltare, di trasparenza.

Voi:

… la trasparenza va sempre bene, in mancanza di meglio…  purché si sappia che i “titoli tossici” erano di una trasparenza disarmante rispetto a molti altri strumenti finanziari che hanno retto benone…

***

“Il manifesto della “bolla pura”, così potremmo chiamare il vostro verbo innovativo.

Non piacerà, lo abbiamo già detto e ridetto, ma non potrà mai essere snobbato perché è l’ unico modello in grado di “fittare” tutti i fatti stendendoli come birilli (srike!). E anche l’ unico in grado di rispondere alla Regina!

Continuamente presi di mira, sarete via via identificati come l’ autentico centro gravitazionale intorno a cui orbiterà la chiassosa vita del bar. Quando avrete qualcosa da dire vi offriranno la pedana dietro il bancone.

Contenti?

coffff

La teoria della bolla pura non piace perché non offre morali, ma anche perché non offre ricette.

In realtà non offre “ricette preventive”, tuttavia indica chiaramente la via maestra, ricordate Frisco e Haiti?: “se non puoi prevenire l’ urto, impara a rimbalzare”.

Le case californiane rimbalzano bene sul terreno che sussulta sotto di loro.

Nel caso delle crisi, per “rimbalzare” bene e reagire con forza ad eventi disastrosi quanto imponderabili occorre un sistema economico flessibile e  un bel materasso imbottito con moneta fresca di stampa.

Come mai gli USA, dove nel 2008 scoppiò la bomba, oggi stanno meglio dell’ Europa che è stata investita di risulta?

Perché gli USA rimbalzano meglio (nonostante le zavorre di Obama).

***

Non puo’ mancare un’ appendice sull’ austerity, tema di gran moda. Richiesti a riguardo, ora che avrete guadagnato il rispetto di tutti, lasciate cadere dall’ alto queste distratte parole:

… l’ austerity fiscale non è il problema…

Segue mormorio di disapprovazione.

Niente paura, avete un asso nella manica, il solito Fatto: gli USA hanno appena registrato la loro miglior performance dopo aver varato una mega-austerity. In poche parole: hanno sepolto il moltiplicatore fiscale keynesiano piantandoci sopra una pesante croce di frassino (anche se, non facciamoci illusioni, parliamo dello zombie più riesumato della storia economica).

“Ma…”

e a questo vostro “ma” si sente un ssst prolungato in tutto il locale… “ma…” proseguirete con tono della voce calante per stimolare il silenzio e con incedere ieratico verso la zuccheriera…

… ma l’ austerity deve essere accompagnata da politiche monetarie fortemente espansive…

Oooolé, urla maltrattenute di giubilo (qualcuno si affaccia a veder quel che succede).

In altre parole, più soldi freschi per le banche!

L’ entusiasmo si smorza, Beppe sviene dietro il bancone, è stata una giornata di emozioni forti e altalenanti per lui. E non solo per lui.

 

“E due parole sull’ Italia non ce le dici?”, imploreranno i cattedratici del cappuccino ormai disposti a prender posto nei banchi.

… l’ Italia, come altri paesi europei, ha una sola speranza per uscirne: che paghi la Germania e amen… meglio se paga depauperando i propri risparmi con un po’ d’ inflazione… come da noi il Nord che paga per il Sud da un secolo… per tirare a campare funziona…

Minchia!

cofffffffffff

E intanto, tra una congettura e l’ altra, si è fatta l’ ora dell’ aperitivo. Cosa fate? Giù le mani dal portafoglio, per voi offre la casa almeno fino al 2016.

***

I “fatti” in dettaglio sono trattati da: Foote/Geradi/Willen: Why did so many people make so many ex post bad decisions? The causes of the forclosure crises

La mamma peggiore del mondo

In margine alla lettura di Lenore Skenazy – Free-Range Kids, how to rise safe, self-reilant children (without going nuts with worry).

Il processo subito da Lenore Skenazy ha avuto una certa risonanza internazionale, la giovane mamma doveva difendersi dall’ accusa di aver concesso al figlio (9 anni) di prendere in solitudine la metro newyorkese, una superficialità che ha attirato il biasimo di molti genitori, nonché le attenzioni della Giustizia americana. In questo libro la Skenazy si giustifica e spiega perché ha scelto senza tanti rimorsi di diventare a tutti gli effetti la “peggior mamma del mondo” .

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Si parte in quarta sostenendo che in famiglia un bimbo se la passa più o meno bene, in estrema sintesi puo’ essere:

- curato,

- trascurato o

- sovraccurato.

“Sovraccurato” è un termine che mi sono inventato per l’ occasione in mancanza di meglio. Sara suggerisce “viziato”, ma non è quella la parola giusta, fidatevi.

La lacuna del vocabolario che mi tocca colmare in modo tanto goffo è dovuta forse al fatto che molti nemmeno riescono a realizzare il concetto che  designa un termine del genere.

Questa impotenza è illustrata in modo vivido nelle cause di divorzio: qui i figli vengono affidati regolarmente al genitore che si dedica  di più a loro, compito del giudice è individuare il coniuge che spende maggiori energie nell’ educazione della prole. L’ idea che esista un genitore che spenda troppe energie è inimmaginabile: chi “cura di più”, “cura meglio” per definizione.

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Siccome LS si propone di mettere in dubbio questo assunto, è ben presto assurta a notorietà come “la peggior mamma del mondo”.

Forse nel tentativo di alleggerire la sua posizione e la denigrazione di cui è oggetto, LS sostiene in modo vibrante che un figlio liberato dalle molte forme di sovraccudimento così tipiche dell’ ansioso stile educativo contemporaneo, diventi poi un adulto più responsabile e maturo. Non soffocare il piccolo con l’ ossessione della sicurezza è un modo per allevarlo meglio.

La mia idea: non penso proprio.

Che esista un “sovraccudimento” è verosimile, ma non penso proprio che la cosa rechi gran danno all’ adulto futuro, ovvero il bambino “sovraccudito”. Semmai reca danno agli adulti presenti, ovvero i genitori “sovraccudenti”. Sono sempre così stressati…

Il che, purtroppo, aggrava la posizione di LS. Infatti, per quanto il suo consiglio di “prendersela comoda” con i bambini sia sensato, diverrebbe a questo punto un consiglio sospetto di mero egoismo, un sospetto che mantiene esacerbandola la stimmate di “mamma peggiore del mondo”.

In questi casi, per chi tiene alla propria reputazione, non resta che mettersi sulle piste del saggio Bryan Caplan, il quale propone: “prendetevela comoda con i figli che avete e investite le energie così risparmiate facendo altri figli”.

E bravo Bryan: la cosa è sia vera (c’ è forse un investimento migliore delle energie in eccesso?) che furba (l’ amore per i bimbi riabilita anche il calcolatore più gretto).

lenoree

La “bolla” sulla sicurezza dei bambini ha conseguenze spiacevoli:

… se un politico vuole segnare dei punti, basta che proponga qualcosa collegato alla sicurezza dei bambini: balordi, rapitori, germi, voti, adulti, insetti, frustrazioni, bulli, giocattoli dalla Cina, molestatori, notti passate fuori casa, gite scolastiche… i nostri bambini sono assediati da mille minacce e necessitano di un aiuto continuo… l’ ossessione per la sicurezza non è solo un portato culturale dei nostri tempi ma si ripercuote pesantemente nell’ iper-regolamentazione ministeriale che cala come una cappa asfissiante sulla vita di tante famiglie con prole…

Se per un martello tutto cio’ che incontra appare come un chiodo, per un’ agenzia governativa dedita alla sicurezza dei minori tutto assume i contorni di minaccia incombente.

LS sembra ventilare l’ ipotesi che la burocrazia sia all’ origine di comportamenti assurdi in tema di sicurezza.

… il messaggio che si fa passare ai genitori è questo: i funzionari statali crescono i vostri figli meglio di voi… il messaggio ai bambini non è meno deleterio: sei un piccolo e debole bimbetto… ma non preoccuparti, il governo si prende cura di te e ti difende (soprattutto da mamma e papà)…

La mia opinione: non penso proprio.

La fissa è radicata innanzitutto nella psiche di noi genitori, non nascondiamocelo scaricando su terzi le responsabilità.

Certo poi che al burocrate non sembra vero e coglie la palla al balzo mettendosi all’ opera per soddisfare questa domanda preesistente di “sicurezza inutile”.

Sono gli attivisti, ovvero la società civile, e non i funzionari del ministero ad agire per primi. L’ ansia dei genitori va compresa ed esiste a prescindere dalla speculazione politica di cui è successivamente oggetto.

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LS non si lamenta certo per le vaccinazioni contro la difterite e la polio, oppure per i seggiolini imposti sulle autovetture. E’ felice anche che oggi si parli apertamente degli abusi infantili e si crei un clima favorevole alla loro denuncia. Il suo libro è attento a ben altre questioni.

Alle leggi che vietano il sapone liquido negli asili, per esempio.

Alle condanne subite da genitori  con l’ ardire di ammollare alla baby sitter ben tre fratellini!

Alle vicissitudini giudiziarie della temeraria che ha consentito ai propri figli (8 e 6 anni) di raggiungere in perfetta solitudine il parco prospicente casa.

Al professore portato in giudizio per aver smontato un termometro in classe durante l’ ora di chimica affinché gli studenti dodicenni potessero prendere visione della  consistenza del mercurio.

E che dire di quei singolari cartelli che cominciano ad apparire in biblioteca?: “E’ proibito l’ accesso ai minori nei locali della biblioteca a  causa presenza di scaffali, sedie, tavoli e altra mobilia potenzialmente pericolosa”. Tavoli pericolosi? “(si potrebbe farne un film: “… il ritorno dei tavoli assassini…”). Facile in realtà prevedere cosa ci sia dietro queste presenze grottesche: un incidente, Mentana che sbraita in prima serata dando la notizia e un politico che deve mostrare a tutti i costi di “occuparsi della faccenda”.

Degne di nota anche le disposizioni che impediscono la presenza nei cortili di alberi con rami bassi e rocce seminterrate (ai miei tempi, lo ammetto, gli alberi con rami bassi erano molto ricercati).

Non dimentichiamoci delle grane che si è sobbarcata quella mamma spericolata che ha avuto l’ impudenza di chiedere ai figli (7 e 11 anni) di ritirare le pizze nella pizzeria dell’ isolato accanto casa.

E la mamma denunciata per aver vestito in modo troppo leggero il figlio appena accompagnato a scuola? Richiamata ha dovuto discutere di tog con i Carabinieri prima e con un PM dopo. Ne vogliamo parlare o no?

Se vi sfugge uno scapaccione, fate in modo che vi sfugga quando siete soli con vostro erede, in molti paesi sono pronti per voi le manette in caso di denuncia (inoltrata di solito da zelanti delatori civici – senza figli).

E’ capitato che un bimbo dimenticato in auto sia morto.  Ok. Capita però molto più spesso che un genitore lasci “un secondo”  il figlio in auto per comprare il giornale nell’ edicola al di là della strada e trovi al suo ritorno un poliziotto ad attenderlo, magari allertato dopo “un nano secondo” dal solito passante/cittadino/rompicoglioni esemplare. Siccome quel che segue tra l’ uomo in borghese e l’ uomo in divisa non è una semplice ramanzina, la cosa interessa e preoccupa molto LS.

Ormai si sarà capito che LS non è un’ accademica, è una giornalista. Il suo libro non costruisce teorie ma colleziona una sequela di esempi che illustrano in modo eloquente l’ ipotesi della “bolla di sicurezza” che è andata via via montando.

lenoreeee

Il principio di precauzione (worst-first-thinking), e la relativa paranoia per la sicurezza, generano aberranti illusioni ottiche: ogni bimbo solo in auto è in fase di disidratazione e ogni bimbo che si allontana venti metri dal focolare è destinato al rapimento.

… ma nel mondo reale il rapimento di bambini è talmente raro che se per caso voleste far rapire vostro figlio da uno sconosciuto, sapete quanto tempo dovreste farlo vagare in solitudine per le strade affinché si realizzi una probabilità credibile dell’ evento?… 750.000 anni!…

Poiché la sicurezza assoluta non esiste, le proibizioni potenziali sono infinite, un paradiso per burocrati col vizietto del paternalismo compulsivo.

Perché non vietare i lettini con spondina laterale reclinabile, per esempio?

Perché non farlo visto che nei nove anni precedenti sono morti ben 13 bimbi a causa di questo aggeggino malefico?

Pronti, il divieto è servito (negli USA Foppa Pedretti è fuori legge).

D’ altronde tredici vittime innocenti immolate sull’ altare della spondina reclinabile non sono fuffa!

Bè, chi ragiona così non conosce la regola aurea del giornalismo investigativo alla Gabanelli:

… Vuoi terrorizzare? Dài i numeri… Vuoi informare? Dài le percentuali…

Nel nostro caso le percentuali sono dello 0,000001… (e scusate se ho dimenticato qualche zero prima dell’ uno).

Insomma, le spondine della Foppa Pedretti sono molto più sicure delle sedie.

E oso arrischiare certi paralleli solo perché sento che non siamo ancora pronti per mettere al bando le sedie.  

lenooo

Ebbene, secondo LS, quando il rischio-zero diventa l’ unico standard accettabile, quando il pensiero razionale è criminalizzato, i genitori sono forzati a pensare irrazionalmente.

Secondo me, invece, non c’ è bisogno di nessun incoraggiamento per ottenere questo bel risultato.

***

Il paradosso da spiegare ce l’ abbiamo davanti tutti i santi giorni: oggi i nostri figli sono MOLTO più sicuri di ieri e, contemporaneamente, i genitori sono MOLTO più ansiosi.

Secondo la Sara non si tratta di un paradosso: i nostri figli sono MOLTO più sicuri perché i genitori sono MOLTO più ansiosi.

Ma le cose non mi sembra stiano in questi termini: con il proprio figlio al sicuro un genitore dovrebbe rilassarsi, invece soffre come una bestia e immagina di continuo il pargolo in situazioni raccapriccianti (tipo infilzato dalle spondine Foppa Pedretti).

Occorrono allora spiegazioni alternative.

lenorrrr

Se il demonio che inziga i genitori non veste i panni dei poveri burocrati ministeriali, chi dobbiamo accusare? Chi innesca la spirale dell’ ansia da sicurezza?

Un sospetto attendibile ricade sui mass media: sono soliti accendere i fari sulla tragedia piuttosto che sul business-as-usual, e tutto cio’ distorce facilmente la nostra percezione della realtà (available bias).

Un altro sospetto è la demografia: oggi si fanno meno figli e su ogni figlio c’ è un investimento emotivo maggiore che in passato. Un tempo ciascuno di noi conosceva almeno una persona che aveva perso un figlio. La cosa, per quanto dolorosa, non era certo anomala.

Eppure non mi va di liquidare la pratica con mass media e demografia. Sento che c’ è sotto qualcosa di più sostanziale, qualcosa che  sta dentro di noi genitori e spiega meglio tutta la faccenda.

lenorrr

Cerco allora di formulare una terza ipotesi avvalendomi di esempi tratti dalla mia vita quotidiana.

L’ altro giorno ero nella ressa del supermercato con la Marghe che faceva la “stupidina”, l’ ho richiamata all’ ordine. Senza molto successo, per altro.

Riflettendo a posteriori mi sono reso conto che quel richiamo era perfettamente inutile, e non ci voleva molto per capirlo se solo avessi tesaurizzato l’ esperienza passata: quando la piccola comincia a dar fuori è tempo perso riprenderla dicendo “allora marghe… adesso basta!” e cose del genere.

Tra tutte le soluzioni a disposizione, quella del richiamo stentoreo era la peggiore, eppure è quella che ho scelto.

Perché?

Perché non lo sapevo? No signori, in fondo lo sapevo e l’ ho sempre saputo. Al limite me lo sono nascosto.

Ma allora perchè?

Concedetemi una semplificazione, spero solo sia utile per far passare il concetto che mi preme; ammettiamo che in un’ occasione come quella del supermercato ci fossero solo tre modi per tranquillizzare la bimbetta. Li elenco in ordine di efficacia: 1) legarla con corde robuste al carrello della spesa e applicare un bavaglio brevettato, 2) trascurare per un attimo le sue esibizioni mostrando di essere interessati ad altro e 3) richiamarla ripetutamente in modo plateale fingendo di perdere la pazienza (o perdendola sul serio).

Va bene, la prima modalità la scartiamo per ovvi motivi, ma perché tra le due rimanenti ho scelto quella chiaramente meno efficace?

E il bello è che la risceglierei ancora se posto nella medesima contingenza; a questo punto la domanda puo’ essere riformulata in termini ancora più espliciti: perché ho scelto DI PROPOSITO la soluzione meno efficace?

Semplice, perché far cessare le pantomime della Marghe non era affatto il mio principale obiettivo in quel momento; mi premeva innanzitutto dimostrare agli sconosciuti intorno a me che ero padrone della situazione, che ero cosciente del problema e che tentavo in qualche modo di far qualcosa per arginarlo; davo a vedere di occuparmi della mia bimba e, come ci si aspetta da un bravo genitore, mi industriavo visibilmente per contenere i suoi atteggiamenti fuori luogo. Se avessi adottato la strategia migliore (silenzio e far finta di nulla) il mio segnale rassicurante non sarebbe passato e gli sconosciuti probabilmente avrebbero scosso la testa pensando: “ma guarda che roba… non c’ è più religione…  la bimba fa i numeri e il papà pensa ai fatti suoi…”. In altri termini, scegliendo la seconda opzione mi sarei “industriato” anche di più, ma non visibilmente.

I figli sono per noi qualcosa di prezioso ma sono anche lo strumento attraverso cui dimostrare agli altri quanto i figli siano preziosi per noi. Ci teniamo a far sapere che siamo dei genitori modello, e se essere genitori modello è troppo faticoso, ci teniamo comunque a non apparire trascurati.

Da genitore mi accorgo che gran parte delle interazioni avute con i bambini sono in realtà interazioni tra adulti.

E’ come se accudendo un bambino ci proponessimo due obiettivi concomitanti: custodire un valore e segnalare quanto per noi sia prezioso quel valore; questi due obbiettivi spesso richiedono strategie differenti e fanno sembrare irrazionali certi nostri comportamenti.

L’ ansia del giudizio altrui ci pervade e questo ci porta di continuo a scegliere soluzioni che sappiamo bene essere assurde per l’ accudimento in sè ma che risultano ottimali per strappare una buona impressione.

Una severa introspezione consente di vedere questo perverso meccanismo all’ opera ma quel che vediamo è solo la punta dell’ iceberg: il grosso delle pressioni che ci manipola è sommerso e si realizza eludendo la nostra coscienza, anche perché così si realizza molto meglio: lo spreco di energie convive male con una coscienza vigile.

Naturalmente quanto detto vale anche e soprattutto in tema di sicurezza. Fateci caso, se ci sentiamo in competizione con gli altri genitori, il fatto di assicurare i nostri figli molto più che in passato diventa del tutto irrilevante, visto che lo stesso fanno anche i nostri “rivali”.

Questa terza ipotesi spiega bene il paradosso dei bimbi iper-assicurati con genitori iper-ansiosi, il che segna un punto a suo favore.

Chiudo con qualcosa successo proprio ieri: dovevo spostare l’ auto di venti metri all’ interno del cortile e ho fatto sedere la Marghe sul sedile del passeggero (soluzione razionale) anziché imbragarla laboriosamente  nel suo seggiolino (soluzione assurda), proprio in quel mentre sopraggiunge mio cugino Angelo che ci sorprende in questa manovra e ci saluta con un sonoro “ciao Marghe!”. La Marghe, a cui non sembrava vero di stare dove stava (aveva già convulsamente premuto tutti i tasti abbassando finestrini, flettendo specchietti e azionando ventole fino a ieri a me ignote), comincia a urlare “Angelo, Angelo… guarda dove sono… guarda dove sono!”. L’ Angelo (padre modello) fa un sorrisetto, accenna ancora a un saluto e se ne va con l’ aria di dire “la prossima volta questa qui me la ritrovo al volante”.

Mi sono sentito una merda. Una merda razionale ma pur sempre una merda.

Ebbene, lo ammetto, in quel momento non mi consolava affatto sapere che la Marghe stesse vivendo un’ infanzia cento volte più sicura di quella vissuta da me!

Mi viene in mente un altro esempio. Capita ogni volta: la Sara mette la Vichi nel seggiolone affrancandola come si deve. Poi si siede a tavola. Dopo pochi secondi si alza e controlla che la Vichi sia ben affrancata. Io la rimprovero: “possibile che non sei sicura di aver fatto quel che hai appena fatto”. Risposta: “ma io sono sicura, solo che preferisco dare una ricontrollatina”.

Perché un comportamento tanto assurdo? Non lo so, quel che so è che esco di casa più tranquillo se affido i miei bimbi a una persona così “ridondante”.

Con le sue “assurdità” la Sara mi tranquillizza. Questa sua immagine mi seduce poiché preferisco la tranquillità all’ ansia.

Essenziale è che la Sara SIA così e non che FACCIA così (in mia presenza). Ma la Sara E’ così! Ne sono sicuro al 100% perché ho mille indizi per crederlo.

In ogni caso, una volta l’ ho spiata mentre era sola con la Vichi: appena seduta si è rialzata da tavola per dare la “ricontrollatina” di prammatica. Poteva essere altrimenti?

La Sara non cura la sua immagine per sedurmi, piuttosto genitori del genere sono un dono prezioso dell’ evoluzione, un dono fatto a padri razionali che una volta fuori  casa rendono molto di più se girano con un cuore tranquillo. 

lenoreeeeee

In questa sezione sosterrò che, data la premessa formulata più sopra, l’ adozione di molte Procedure di Sicurezza Inutili (PSI) a cui vengono sottoposti i bambini, diviene praticamente automatica anche presso soggetti ragionevoli e ben informati su quel che fanno.

Ma perché? Come puo’ essere tanto micidiale la trappola dell’ ipersicurezza? Perché non si limita a colpire i genitori sprovveduti?

In fondo, se sono ragionevole e so di essere di fronte a una PSI, rinuncio ad applicarla.

Il “ragionevole” rinuncia all’ inutile, è ovvio.

Sbagliato, e quel che ho detto nella sezione precedente spiega perché: poiché consciamente o inconsciamente tengo anche al giudizio degli altri, continuerò a richiamare la Marghe quando farà la stupidina al supermercato, ne va della mia immagine all’ interno della comunità adulta.

Ma le cose non finiscono qui.

Qualcuno infatti potrebbe dire: ok, ma se anche gli altri sanno che si tratta di una PSI, allora si puo’ rinunciare senza problemi all’ applicazione della procedura. Insomma, basta una conoscenza diffusa sulla reale natura della PSI e lo spreco si argina.

No!

No perché io “non so se voi sapete” e nel dubbio potrebbe convenirmi in ogni caso applicare la PSI.

E allora la condizione per non applicare la PSI diventa la seguente: “bisogna che sia io che voi sappiamo ma anche che io sappia che voi sappiate”. Un po’ complicato ma ci siamo arrivati.

Purtroppo non è così, sarebbe troppo bello: se so di essere chiamato ad applicare una PSI; se so inoltre che voi sapete che sono chiamato ad implementare una PSI, la cosa migliore da fare per me è ancora e comunque applicarla!

Perché?

Semplice, perché io non so se voi sapete che io so di essere di fronte a una PSI. Se voi pensate che io non conosca la realtà di come stanno le cose, pensereste male di me qualora rinunci a una PSI senza sapere che è tale. Potreste ragionare così: “lui forse crede di non essere di fronte a una PSI eppure non si dà da fare per applicarla… che padre degenere…”.

Da notare che anche se sapeste che io so di essere chiamato ad applicare una PSI, la scelta più ragionevole per me sarebbe ancora e comunque quella di applicare la PSI suddetta, sprecando così preziose risorse. E questo perché io non so se voi sapete che io so.

Non sapendo se sapete che io so di essere di fronte a una PSI, potrei pensare che vi aspettiate che io implementi la PSI giudicandomi male qualora non la implementassi. In altri termini, in mancanza di questa informazione sarebbe rischioso per me non applicare la PSI esponendomi così ad un giudizio negativo.

Come ormai è chiaro il gioco di specchi produce riflessi infiniti, cosicché la condizione sufficiente per non sprecare risorse e rinunciare alla PSI è molto particolare, i teorici la esprimono parlando di “conoscenza profonda”  circa la natura della PSI.

Ma la conoscenza profonda è una condizione difficile possa realizzarsi. Occorrerebbe una Voce Autorevole che gridi al megafono: “attenzione, attenzione, quella che avete davanti è una PSI ed è del tutto sciocco che vi diate da fare per applicarla!”. In questo modo verrei informato, ma soprattutto, anche nel caso sapessi già tutto, saprei che voi sapete. Non solo: saprei che voi sapete che io so, e così via all’ infinito: la Voce Autorevole forma nel gruppo una conoscenza profonda. Il bello è che anche se tutti noi sapessimo già in anticipo quel che dirà la Voce Autorevole, il fatto che sia Autorevole (con la A maiuscola) e che parli in un Megafono (con la M maiuscola) fa la differenza.

Tuttavia oggigiorno le Voci Autorevoli scarseggiano. Ci sarebbe Dio, ma a Dio quasi quasi non credono più neanche i credenti, e anche quelli sanno comunque di essere minoranza, il che rende Dio inadatto allo scopo. Ci sarebbe il Ministro-Burocrate, ma il Ministro-Burocrate, anche il più autorevole, non ha convenienza a pregiudicare cio’ che per lui e per la sua casta – lo abbiamo visto prima – è fonte di rendita.

***

Certo che basterebbe lasciarsi scivolare addosso il giudizio della gente e tutta questa congerie di problemi sarebbe superata. Ma l’ obbiettivo appare velleitario se è vero come è vero che l’ uomo è un’ “animale sociale”, ovvero che è cablato per fare l’ esatto opposto. Essere “animali sociali” consiste essenzialmente nel dare peso al giudizio altrui.

Cosa resta? Non lo so, forse un po’ d’ introspezione puo’ dare una mano. Parlo del vecchio esame di coscienza serale che il catechismo ci chiedeva di compiere inginocchiati davanti al letto. Io, nel mio piccolo, ho dato alla causa  scrivendo questo post.

***

Ma i genitori sono necessariamente persone ansiose dedite alle PSI o persone narcise dedite a curare la propria immagine in società? Che alternativa deprimente.

Forse possiamo mettere in campo un’ ipotesi meno disturbante.

Per formularla parto da lontano, parto niente meno che dall’ epidurale.

E’ una discussione avuta qualche tempo fa con il mio amico Alessio.

Noi cristiani siamo spesso accusati di esaltare la sofferenza per la sofferenza.

Dice l’ ateo Alessio: se all’ ospedale fatichi a procacciarti l’ epidurale la colpa è anche della “cultura cattolica” che pervade questo povero e arretrato paese, una cultura per cui “bisogna soffrire” per ottenere qualsiasi cosa.

Un tempo negavo alla radice l’ accusa, forse a causa di un riflesso condizionato difensivo. Ma oggi, devo ammettere, ne capisco meglio il senso e in parte mi vedo costretto a condividerlo.

Possibile però che gli insegnamenti di una cultura millenaria fossero così campati in aria? Possibile che non ci fosse niente da salvare?

A illuminarmi è stata la lettura di alcuni psicologi atei (Jonathan Haidt su tutti) che, studiando i segreti della felicità umana, invitavano a imitare la saggezza del passato, con una predilezione verso quella cristiana.

Il ragionamento sottostante era all’ incirca questo: certo, la sofferenza gratuita appare assurda, ma tutti noi abbiamo un ambito della vita in cui ci comportiamo in modo “assurdo”, un ambito in cui siamo dominati dalle passioni. E a chi manca un ambito del genere, lo cerca avidamente.

L’ ideologo che urla a squarciagola è tanto assurdo quanto il ricercatore che crede contro l’ evidenza più immediata nella sua teoria. Il giocatore che s’ innamora del suo cavallo delira quanto l’ imprenditore che s’ innamora del suo originale business.

E il tifoso? Anche scrivere un post tanto lungo senza essere pagati è abbastanza assurdo.

In questi eccessi a volte si annida la nostra rovina ma più spesso sta la radice del nostro benessere: la felicità richiede un impegno vitale.

Si tratta quindi di innamoramenti che ci portano a sovrainvestire nella “causa” sacrificandoci al di là di ogni calcolo razionale. Ma non si tratta di perversioni, bensì di atteggiamenti virtuosi e vantaggiosi.

Vantaggiosi per noi: la felicità dell’ individuo si realizza solo sentendosi coinvolti in una causa “alta” in cui esprimere la propria identità, e il coinvolgimento lo ottieni anche e soprattutto attraverso forme di sofferenza e trepidazione: senza un qualche sacrificio personale nulla ha sapore.

Vantaggiosi per la società: la presenza di avanguardie entusiaste disposte a sacrificarsi, apre poi la pista alla maggioranza ragionevole. Abbiamo tutti bisogno di gente che faccia il salto nel buio in nostra vece, la seguiremo illuminati dai bagliori dei loro schianti. Senza questi avanguardisti la società stagna.

E allora, mi chiedo, se proprio dobbiamo sceglierci una mania che ci realizzi, perché non sovrainvestire sui figli? Perché non dare tutto per loro (anche se basterebbe molto meno)? Perché, anziché limitarci a farne un valore da custodire razionalmente, non facciamo di loro la nostra vera passione?

Perché, in poche parole, non innamorarsi di loro? 

 

 

 

 

 

 

 

 

In difesa della pubblicità

Molti miei amici disprezzano la pubblicità con tutto il cuore, la considerano una forza distruttiva messa in circolo dalle perfide multinazionali per carpirci l’ anima. Ormai so bene dove vanno a parare quando si discute, al punto che potrei riprodurre un dialogo-tipo.

ADS

 

APOCALITTICO: La pubblicità è un segno dei tempi, e sono tempi grami: una massa di zombie che vive-consuma-crepa consegnando alle generazioni future un pianeta in agonia.

INTEGRATO: Esagerato! E dire che tu, sempre pronto a emettere simili sentenze senza appello, poi ti ritrovi in prima fila quando c’ è da sostenere il valore sociale di giornali e ricerche scientifiche.  Ma la pubblicità, nel suo piccolo, fa la stessa cosa: informa. E’ anche grazie al suo potere informativo che i prezzi si abbassano e la qualità dei prodotti migliora.

 

APOCALITTICO: Se per l’ informazione dovessimo affidarci alla pubblicità, stiamo freschi. Ma lo vedi che lingua parla? Ti sembra un linguaggio atto a informare?

INTEGRATO: E’ un linguaggio efficace, devi ammetterlo. Giornali e ricerche non fanno poi tanto meglio, o mi sbaglio? Sarà per il lavoro che svolgo, ma mi viene in mente il tipico documento puramente informativo: la circolare ministeriale. L’ idea che lo stile più adatto ad informare sia quello mi procura scoppi di ilarità.

APOCALITTICO: Quindi la pubblicità convoglierebbe utili informazioni? Non mi convincerai mai.

INTEGRATO: Come ti spieghi che si concentri laddove c’ è un prodotto nuovo o rinnovato? Se non avesse intenti informativi sarebbe una strategia insensata. 

APOCALITTITCO: Parole, parole, parole…

INTEGRATO: Ok, ma anche studi, studi, studi… Eccone cinque:

http://www.jstor.org/discover/10.2307/3203443?uid=3738296&uid=2&uid=4&sid=21102306187777

http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1300/J026v17n03_04#.UZnJSKKzKuI

http://www.jsad.com/jsad/article/Does_Alcohol_Advertising_Affect_Overall_Consumption_A_Review_of_Empirical_/3811.html

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1468-2354.t01-2-00098/abstract

http://www.emeraldinsight.com/journals.htm?articleid=846002

APOCALITTICO: Non prendiamoci in giro, lo capirebbe anche un bambino, la pubblicità ha un poter persuasivo che distorce le scelte: ti fa fare quel che non vorresti fare. Siamo in tanti a pensarla così. Anzi, non mi sembra vero che ci sia ancora chi si attarda a parlare di “valore informativo”.

INTEGRATO: La tua idea non regge: prendiamo la TV, dove la pubblicità sembra essere più intrusiva e fastidiosa. Se fosse come dici fioccherebbe l’ offerta di canali che propongono  i medesimi programmi della TV generalista senza pubblicità. Chissà come mai roba del genere non si è mai vista e mai si vedrà. Immaginati se Sky-cinema si limitasse a trasmettere gli stessi film mandati in contemporanea  da Canale 5! Non sarebbe concepibile, Sky deve proporre un’ offerta infinitamente più ricca se vuol far sottoscrivere abbonamenti. Evidentemente la gente dice che la pubblicità distorce le sue scelte ma non lo pensa realmente. Anzi, implicitamente ammette che il valore informativo della pubblicità è maggiore del tempo che fa sprecare e di cio’ che si perde guardando un film deturpato come un groviera.  Come se non bastasse, molti consumatori dichiarano di aver acquistato prodotti seguendo l’ informazione commerciale e di non essere pentiti.

 

 APOCALITTICO: Possibile che non ti accorgi delle distorsioni a cui si ricorre? Ci sono pubblicità completamente svincolate dal prodotto. E’ chiaro che ti stanno vendendo un’ altra cosa, ti stanno vendendo un’ identità!

INTEGRATO: Non mi sembra un raggiro, la gente è costantemente in cerca della propria identità, la pubblicità non fa che rispondere a un bisogno reale.

 

APOCALITTICO: Macché “bisogno reale”! Ti formano come consumatore perfetto. Consumerai tutta la vita a testa bassa finché il pianeta affonderà.

INTEGRATO: Intanto l’ “identità” è un bene immateriale che non “consuma” risorse, dal punto di vista ambientale è ad impatto zero! In questo senso voi che combattete per le sorti del pianeta dovreste portare la Pubblicità sui vostri stendardi!

 

APOCALITTICO: Bravo, minimizza, fai finta di non capire, rivolta la frittata. “Intanto” lo dico io: intanto ci sono famiglie che con il loro reddito modesto potrebbero vivere dignitosamente mentre invece, per evitare cocenti frustrazioni, devono procacciarsi costi quel che costi l’ ultimo zainetto firmato.

INTEGRATO: Guarda che le rivalità di status sono vecchie quanto il mondo, prima si risolvevano con guerre, faide claniche e vassallaggio; oggi con le griffe. Mi sembra un bel passo avanti. E chi dobbiamo ringraziare?

ADSS

APOCALITTICO: A me sembri fuori dal mondo. Come ti spieghi di rappresentare con le tue opinioni una minoranza tanto ristretta? Chi si occupa con passione di queste faccende giunge a conclusioni ben diverse, stiamo prendendo un abbaglio collettivo?

INTEGRATO: Bel problema. Sicuramente in quel che dite c’ è qualcosa di vero ma forse, poi, è proprio la passione che vi frega: come si vi piacesse giocare a Davide contro Golia offrendo il petto alle armi mortali di un temutissimo nemico che sta asservendo l’ intero pianeta. Parlo naturalmente del laido Sistema Integrato delle Multinazionali, un mostro al quale non permetterete mai di prendere il controllo della vostra vita! Purtroppo, i fatti osservati più freddamente non meritano tanto entusiasmo, vi consiglio quindi di indirizzarlo altrove.

 

Riavvolgere la pellicola

Simon Conway Morris – The deep structure of biology -

***

Oggi Cina e India (un terzo dell’ umanità) hanno adottato architetture istituzionali vicine a quelle classiche dell’ Occidente.

In una parola i cronisti sintetizzano dicendo che si sono “convertite” al capitalismo.

Ma come è possibile che civiltà e culture tanto peculiari adottino poi soluzioni importate da mondi così distanti?

Probabilmente esistono vincoli ambientali legati all’ efficienza che si fanno sentire indipendentemente dalla cultura dei popoli. Se così fosse attendiamo presto una svolta anche nei paesi islamici.

Gli economisti sono soliti parlare di “grande convergenza”, un fenomeno complesso di lungo periodo tale per cui istituzioni economiche anche molto lontane tra loro tenderebbero ad evolvere nella stessa direzione.

Lentamente, sperimentando sia accelerazioni che dietrofront, ma pur sempre nello stessa direzione.

Robert Barro è lo studioso che funge meglio da guida per chi vuole approfondire questa affascinante tematica.

Domanda: quello che accade nelle istituzioni umane puo’ accadere anche per le diverse forme di vita che abitano il nostro pianeta?

Non sarebbe una sorpresa: economia e biologia hanno interagito fin dai tempi eroici di Malthus e Darwin. 

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Ci sono modi alternativi per porre l’ interrogativo della convergenza.

Potremmo chiederci: se la storia del nostro pianeta fosse  un film e noi avessimo la possibilità di riavvolgere la pellicola per iniziare una nuova proiezione, rivedremmo più o meno lo stesso racconto con gli stessi protagonisti?

Ma si puo’ semplificare ulteriormente chiedendo: il mondo è un posto prevedibile?

… in buona parte sì, altrimenti che senso avrebbe la nostra ricerca, quella scientifica in particolare?…

Chi risponde così non si lascia deprimere certo dai molti fenomeni caotici:

… anche un mondo in cui il battito d’ ali di una farfalla provoca uragani è un mondo strutturato in cui è possibile fare previsioni sensate anche se non esatte… la meteorologia, per esempio, è tutt’ altro che una disciplina priva di senso finché mantiene un’ appropriata modestia…

Ma ecco che si profila all’ orizzonte un’ eccezione:

… le scienze servono anche per porre le basi a previsioni magari approssimative ma sensate… eppure si pretende che questo potere svanisca quando parliamo di biologia evolutiva… ventilare delle ipotesi sull’ evoluzione futura delle specie ha l’ aria di violare il sacro dogma del caso come unico gestore degli organismi vitali… l’ evoluzione non deve seguire e non seguirebbe nessun sentiero… sarebbe un processo cieco con un punto d’ arrivo indeterminato…

In effetti i meccanismi dell’ ereditarietà genetica sono imperniati sulle “mutazioni”, ovvero su un fenomeno completamente casuale.

Tuttavia l’ evoluzione biologica non è fatta solo di ereditarietà:

… sembra sempre più chiaro che anche i processi evolutivi siano in qualche modo vincolati se non prevedibili…

Quando il dinamismo della vita naturale appare “indirizzato” si parla di “evoluzione convergente”:

… pensate solo all’ occhio dei cefalopodi e dei vertebrati… è un meccanismo estremamente sofisticato e molto simile nelle due specie… eppure si tratta di specie molto distanti tra loro da un punto di vista evolutivo… parliamo di lignaggi debolmente imparentati… E’ praticamente certo che il loro antenato comune non avesse occhi… evidentemente i processi evolutivi hanno seguito percorsi convergenti… che hanno elaborato soluzioni evolutive simili per il semplice fatto che erano soluzioni evolutive ottimali…

Ma dell’ intelligenza si puo’ dire la stessa cosa?

… in buona parte sì… l’ intelligenza è emersa spesso in modo indipendente nelle varie specie… il confronto tra l’ intelligenza dei cetacei e quella delle scimmie è noto… per non parlare di quella degli uccelli… la strategia dell’ intelligenza è una nicchia molto frequentata… persino dalle piante!… una nicchia in cui l’ uomo eccelle…

Lo studio dei processi evolutivi è ben lungi dall’ esaurirsi, chi lo intraprende sa bene che esistono molte tematiche ancora apertissime:

… c’ è quella relativa al gene egoista, quella relativa alla selezione di gruppo, c’ è chi si dedica all’ applicazione della teoria dei giochi, chi si concentra sulle grandi estinzioni… poi c’ è anche chi studia gli effetti di lungo periodo e i fenomeni di evoluzione convergente…

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Charles Darwin ereditò da nonno Erasmus, un deista, sentimenti e ideali progressisti:

… è nella nostra natura migliorare la nostra condizione e le nostre conoscenze… la vita sulla terra si configura come un continuo progresso… dal blob iniziale alla meraviglia dell’ uomo…

Per Erasmus il mondo aveva un fine che perseguiva pervicacemente attraverso un progresso graduale.

… una credenza differente da quella del coevo William Paley, per il quale il fine della vita era stato progettato e risiedeva nelle intenzioni divine…

Erasmus concentrava il suo sguardo in avanti, Paley indietro.

… già da subito molti cristiani considerarono datata la concezione di Paley e finirono nelle braccia di Darwin…

La posizione di Erasmus traspare in modo chiaro nelle parole del cardinale Newman:

… credo nel progresso della vita perché credo in Dio ma non credo in Dio perché vedo un progetto che va realizzandosi…

Una prospettiva affascinante che non seduce solo i credenti, anche Herbert Spencer sarà ben felice di collegare due concetti come “progresso” e “evoluzione”.

D’ altronde, il concetto darwiniano di “selezione” si concilia con quello di “progetto in costruzione”, purché ci si converta dall’ idea di “progetto” così come era concepita da Paley a quella di “progresso” elaborata da Erasmus e da Newman.

… Darwin credeva in Dio e fu deista come suo nonno…

L’ evoluzione progredisce? Ci sono parecchi indizi che sia così ma in ultima analisi bisogna crederlo proprio come bisogna credere che una società libera sia destinata a progredire:

… i processi di adattamento conducono a forme di progresso… gli organismi e le diverse linee evolutive sono in competizione tra loro e quel che succede nel lungo periodo è che alcuni riescono a prevalere sugli altri… non si tratta di miglioramenti assoluti ma relativi all’ ambiente che funge da filtro… non si tratta di adottare soluzioni ottimali ma solo migliori rispetto a quelle dei rivali… molto spesso diverse specie puntano sulla medesima soluzione… è del tutto normale che accada visto che fronteggiano lo stesso ambiente… ovvero lo stesso problema…

Per Darwin, comunque, questi “meriti relativi” erano più che sufficienti per vedere nella natura una qualche forma di progresso e per considerare il cervello umano come un punto d’ arrivo dei processi d’ adattamento:

… il mondo di Darwin era profondamente finalizzato anche se in  modo non tradizionale… per chi vedeva nell’ evoluzione un avanzamento progressivo verso una meta, ebbene, la descrizione darwiniana si rivelava particolarmente aperta a questa sensibilità…

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Dai tempi di Darwin la teoria è maturata ma puo’ veramente dirsi cambiata sotto questo punto specifico?

… oggi alcuni studiosi come Stephen Jay Gould si discostano dal maestro negando risolutamente che i cambiamenti in natura possano mai avere un fine… per i “gouldiani” la vita è mera contingenza…

Ma è questa la voce ufficiale dell’ evoluzionismo contemporaneo?

… chiaramente no… se noi pensiamo ai processi in termini di adattamento… I darwinisti contemporanei supportano l’ idea di evoluzione vincolata da un disegno non meno e forse più di Darwin stesso… e questo anche se non si puo’ negare che molti scienziati evoluzionisti abbiano rotto con il darwinismo ortodosso

George Williams (uno che dei preti amava solo ascoltare l’ “andate in pace”):

… ogni volta che penso al cambiamento come adattamento funzionale dovuto alla selezione ambientale mi viene naturale usare termini che richiamano alla mente concetti vicini a un progetto intenzionale…

Simon Conway Morris è il paleontologo che più di tutti oggi  lavora per rinfrescare una visione darwiniana da opporsi a quella gouldiana:

… solo certe aeree (nicchie) dello spazio morfologico possono favorire la vita… la selezione naturale preme per favorire l’ occupazione efficiente  di queste nicchie indirizzando di fatto gli organismi verso di esse… quindi, se le nicchie esistono, presto o tardi verranno occupate… ma piuttosto “presto” che “tardi” considerata la mano invisibile che è in azione e sospinge la vita in quel senso…

SCM ci mostra innumerevoli casi in cui la storia della vita ha mostrato forme di convergenza. Inutile fare elenchi noiosi, giusto un esempio trattato nel libro:

… le zanne a coltello sono un caso classico… si svilupparono sia nelle specie a placenta del nord America sia nei marsupiali del sud America… due specie molto lontane dal punto di vista della parentela evolutiva… evidentemente c’ era una nicchia che favoriva un certo tipo di predatore e una soluzione simile attecchì su lignaggi ben diversi…

La storia della vita non è una roulette ma è fortemente vincolata alle pressioni ambientali:

… una catena ben precisa di specie è destinata ad emergere così come è destinato ad emergere anche l’ uomo… che con i suoi occhi, i suoi orecchi, occupa nicchie già occupate efficientemente da altri ma con la sua intelligenza occupa una nicchia occupata in modo molto meno efficiente da altri e che attendeva un campione destinato prima o poi ad arrivare…

Per quanto l’ idea di SCM, quella per cui esistono nicchie ecologiche che attendono solo di essere invase, sia assolutamente nel solco del darwinismo classico, c’ è chi obietta:

… le specie non si limitano ad occupare le nicchie ma contribuiscono alla loro creazione…

E’ vero, ma anche Cina e India oltre ad operare sul mercato internazionale contribuiscono a mutarlo radicalmente, questo non mette a repentaglio la loro competitività.

… forse esiste qualcosa che possiamo considerare specifico del nostro pianeta… qualcosa di costante che rende sufficientemente stabili le nicchie… le quali sono scoperte piuttosto che create… l’ evoluzione darwiniana non spiega l’ esistenza dell’ ossigeno e dell’ idrogeno e nemmeno i legami chimico fisici che rendono possibile l’ acqua… se pensiamo alla terra, all’ acqua, all’ aria come a nicchie basiche, allora dobbiamo concludere che si tratta di nicchie date…

Stephen Jay Gould invita continuamente l’ uomo a non montarsi la testa:

… ci sono batteri che hanno fatto molto meglio di noi nella lotta per la sopravvivenza…

Ma l’ uomo ha fatto particolarmente bene nella sua nicchia, quella che valorizza l’ intelligenza, una nicchia che esiste e che aspettava il suo campione. Per questo che SCM, contro Gould, parla di “uomo inevitabile”:

… anche SJG, d’ altronde, ammette che gli organismi semplici come i batteri non possono migliorarsi divenendo più semplici… devono necessariamente puntare sulla complessità… cosicché la selezione naturale esercita una pressione affinché si occupino nicchie via via più complesse…

Se l’ uomo è inevitabile, quali sono le conseguenze?:

… qualora esista vita su un numero sufficiente di altri pianeti, probabilmente esisteranno anche esseri simili all’ uomo…

Ci sono però anche conseguenze teologiche:

… l’ evoluzione convergente ci dice che la vita umana non è frutto di un caso… laddove c’ è vita soggetta ai processi di ereditarietà e adattamento dobbiamo aspettarci anche l’ uomo…

Informazione preziosa, soprattutto se abbinata al fatto che la vita nell’ universo è altamente improbabile. Provate un po’ a tener conto di entrambe le cose e fate le vostre deduzioni!

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E’ strano ma l’ evoluzione vista dal credente assomiglia molto di più a quella dei darwiniani duri e puri che non a quella degli evoluzionisti moderati.

Se Richard Dawkins non si fosse imbarcato in una crociata anti-cristiana, tanto per dire, sarebbe stato un ottimo didatta per i cristiani desiderosi di avvicinarsi ai misteri dei meccanismi evolutivi. Molto più che il moderato Stephen Jay Gould! Il regno del caos che prospetta quest’ ultimo mal si accorda con la teleologia naturale cristiana.

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Tuttavia, il darwiniano duro e puro cerca di liberarsi da contiguità che ritiene compromettenti ripetendo in modo martellante che ravvisare uno scopo nel dinamismo della natura è mera illusione.

… non esiste una direzione indipendente dall’ ambiente… l’ unica direzione assunta è del tutto relativa… e la sua effettiva azione puo’ creare spiacevoli illusioni… progresso? ma progresso rispetto a cosa? gli evoluzionisti moderni non possono parlare di “progresso” in modo sensato…

E’ in questo senso che Richard Dawkins introduce la metafora dell’ “orologiaio” cieco”.

Ma intanto, diversamente da Gould, la presenza di una “direzione” è ammessa, cosicché l’ uomo è considerato inevitabile e anche la negazione di un “progresso” diventa per il darwinista ateo un atto di fede ancor più impervio della sua affermazione. Le parole di Richard Lewontin sono illuminanti in merito:

… noi darwiniani atei prendiamo posizione in favore degli argomenti scientifici dell’ evoluzionismo e solo di quelli in virtù di un impegno precedente in favore del materialismo…

Secondo i darwinisti atei bisogna distinguere tra direzione e scopo, chi ravvisa uno scopo è in preda a illusioni, illusioni, del resto, che hanno la loro brava spiegazione:

… la selezione naturale ha chiaramente avvantaggiato i comportamenti ben motivati… ovvero le menti allenate a rintracciare ovunque uno scopo preciso… per questo che ci sembra di vederlo dappertutto, anche nei processi naturali… i darwiniani teisti, per non rinunciare a questo istinto confondono la direzione con lo scopo ma il passaggio dal primo al secondo concetto è velleitario… D’ altronde resta vero che l’ evoluzione convergente si pone saldamente all’ interno del paradigma darwiniano e si presta anche a un’ interpretazione riduzionista…

L’ interpretazione riduzionista della “direzione evolutiva” è sempre ammessa, ci mancherebbe, ma chi non coglie nel passaggio citato una strategia difensiva?

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Potrei concludere dicendo che il lavoro di SCM non costituisce una prova scientifica in favore dell’ esistenza di uno “scopo” nella natura…

… tuttavia, il fatto che esistano pressioni in grado di indirizzare la vita non puo’ essere negato… e il fatto che si tenti di capire come agiscono queste pressioni è nell’ istinto di ogni scienziato… un istinto vicino a quello dell’ uomo religioso il quale, intuendo anch’ egli la presenza di una direzione, la interpreta nel senso di scopo superiore… fornendo una visione che l’ uomo di scienza non puo’ provare ma puo’ facilmente capire e condividere…

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Libertari, ultima chiamata.

Vuoi convertirti all’ anarchia?

Il modo migliore per farlo è leggere l’ ultimo libro di Michael Huemer, The Problem of Political Authority: An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey.

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MH non ha teorie da proporre, rinuncia a definire cosa sia la libertà o cosa sia la proprietà personale, evita con cura d’ imbarcarsi in ragionamenti sopraffini quanto astratti, chiede piuttosto al lettore di meditare su un fatto.

FATTO: Giovanni ha un problema: non riesce a sopportare che molta gente stia al mondo in perenne stato di bisogno. E’ un sentimento nobile il suo, e per questo sentimento riscuote l’ ammirazione di molti. Ma Giovanni non si limita ai sentimenti e passa presto all’ azione dedicando di fatto tutto il suo tempo libero al volontariato presso una ONLUS della sua città. Nonostante questa scelta lo appaghi, nota che ci vorrebbe molto di più per alleviare in modo significativo le molte sofferenze inique con cui entra in contatto giorno per giorno. Chiede ai vicini di collaborare attraverso delle donazioni decidendo al contempo di sequestrare e imprigionare nella sua cantina chi non è disposto a farlo in un modo che lui reputa adeguato.

OSSERVAZIONE: Chiunque legga una storia del genere condanna il comportamento di Giovanni. La sua voglia di aiutare il prossimo e commendevole ma le sue pratiche estorsive ripugnano al buon senso e fanno di lui un pericoloso fanatico. Possiamo chiedere a un berlusconiano, a un fascista, a un comunista, a un terzomondista, a un sincero democratico, a un liberista, a un nazionalista, a un idealista, a un pragmatico, a un conservatore, a un progressista… possiamo chiedere a chiunque e la risposta sarà sempre di ferma condanna. Una condanna che prescinde l’ ideologia di provenienza e la simpatia istintiva che si prova verso il generoso Giovanni.

LA DOMANDA DI MICHAEL HUEMER: perché chi condanna tanto fermamente Giovanni poi tollera, e magari loda, soggetti che tengono un comportamento analogo? Esempio: lo Stato?

Cosa dà al governo statale il diritto di comportarsi con modalità che se fossero osservate da chiunque altro sarebbero oggetto di dure reprimende?

***

I filosofi della politica, imbarazzati da questo semplice quesito, hanno elaborato nel corso dei secoli alcune teorie per aggirare l’ ostacolo:

… c’ è chi ha parlato di contratto sociale… come se  fossimo legati da un accordo… lo stato non è che un contratto, si dice… il problema di questo approccio è che un contratto del genere non esiste nella realtà… neanche in forma implicita… come si puo’ porre in modo credibile a fondamento della nostra vita condivisa qualcosa che non esiste?…

Altri hanno puntato sull’ elemento democratico:

… ma l’ elemento democratico di per sé non conferisce alcuna legittimità… la cosa è palese… se Qui, Quo e Qua vogliono esibirsi in un quartetto d’ archi non possono costringere Paperino a studiare il violoncello con la minaccia delle armi adducendo che la bizzarra vessazione è stata decisa da tutti gli interessati a maggioranza qualificata ed è quindi legittima…

Un precetto etico non sarà mai accettabile per il solo fatto che è stato deciso a maggioranza.

Molti pragmatici seguono Hobbes: senza un governo la società degenera in una lotta di “tutti contro tutti”, anche i tipi più bonari si trasformano in brutti ceffi.

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… ma una teoria del genere legittimerebbe solo una parte infinitesimale del potere che oggi il governo pretende di esercitare e che noi gli riconosciamo senza sollevare grandi obiezioni… Non serve nemmeno discuterla nel merito – e ci sarebbe molto da discutere – per ritenerla inadeguata a giustificare cio’ che ci preme giustificare…

***

Stringi stringi, la domanda tipica a cui deve rispondere chi si occupa di filosofia politica è questa:

… il governo politico dovrebbe avere vincoli morali simili a quelli che sono tenuti ad osservare gli agenti privati…?

… poiché il buon senso ci dice che tutti dovremmo essere sottoposti ai medesimi vincoli morali e che non esistano soggetti “moralmente superiori”… dobbiamo concludere che in politica l’ unica posizione compatibile con il buon senso è quella libertaria… giusto l’ evidenza palmare e solidamente dimostrata di costi elevatissimi potrebbe indurci a deviare dal solco libertario…

***

Provo un’ empatia istintiva con le posizioni di MH perché evita abilmente sia le presuntuose petizioni di principio che il sofistico conseguenzialismo.

La teoria dei diritti naturali non è necessaria, cosicché i vari contro-esempi che la confutano non disturbano. L’ utilitarismo non è tirato in ballo, cosicché tutta la sequela di debolezze che lo minano non rileva.

Non è necessario definire con il bilancino i limiti della libertà personale, non occorre nemmeno avere una teoria della proprietà.

Delle semplici analogie bastano e avanzano.

MH si limita a porre degli esempi che il buon senso e l’ intuizione etica di ciascuno risolve senza difficoltà – vedi il caso di Giovanni –, dopodiché ci viene chiesto semplicemente di seguire le regole intuite dal buon senso anche in casi analoghi a quello proposto.

MH non è dogmatico: quando il danno che deriva dal seguire le regole del buon senso è palmare, è il buon senso stesso che ci chiede l’ eccezione.

Che Giovanni sbagli ce lo dice il buon senso, che non esistono soggetti moralmente superiori ce lo dice il buon senso… eccetera eccetera

Il buon senso diventa così la radice del libertarismo.

***

Il libertarismo di MH lascia ampio spazio alle scienze sociali.

Torniamo per un attimo a quanto dicevo un attimo fa: “… quando il danno che deriva dal seguire le regole del buon senso è palmare…”.

E chi stabilisce le “evidenze palmari”? Non certo l’ esperienza aneddotica di Pinco Pallino ma i metodi statistici delle scienze sociali.

E’ attraverso di esse che noi siamo tenuti a dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che una certa pratica è socialmente devastante e va quindi proibita.

La pornografia su internet è “socialmente devastante”?

Per molti riduce addirittura gli stupri. Sia come sia non esistono prove palmari che sia “socialmente devastante”, di conseguenza le regole libertarie che hanno radice nel buon senso continuano a valere.

E l’ immigrazione? Idem.

E il libero porto d’ armi? Idem.

E la droga? Idem.

Eccetera, eccetera.

Vi garantisco che un uso rigoroso della statistica riesce a dimostrare ben poco, ovvero, confuta in modo rigoroso chi ritiene di aver dimostrato qualcosa. Potrei sbizzarrirmi con gli esempi: più soldi alla scuola? Devi dimostrarmi che la cosa serve, dice il libertario (mettendo facilmente in dubbio che la cosa sia mai servita in passato). E così per tutto il resto.

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MH convince meno nella seconda parte del libro, quando difende la posizione anarco-capitalista.

Se guardo alla storia delle società umane posso dire due cose:

1. Hobbes ha torto marcio: l’ assenza di governo non produce affatto l’ anarchia del tutti contro tutti ma si traduce sempre in un ordine naturale.

2. Purtroppo l’ ordine naturale che emerge è di tipo clanico e assomiglia ben poco a quello tanto amato dai libertari, potrebbe essere a malapena digerito da un conservatore duro e puro.

[… forse abbiamo scoperto come mai esiste un filo rosso che lega libertari e conservatori: le società che nascono secondo l’ idealizzazione libertaria producono poi valori tipicamente conservatori (famiglia estesa, onore, sangue…)…]

Dei valori libertari c’ è poco o niente. Come ottenerli, allora?

Ho la netta sensazione che per produrli sia necessario affidare allo Stato almeno un paio di missioni: coordinare la produzione di alcuni beni pubblici (difesa, giustizia, utilities) e compensare le esternalità evidenti (inquinamento).

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In tutta questa discussione c’ è una domanda che aleggia come un convitato di pietra: se la presenza di un governo esteso è sia irrazionale che contraria al buon senso, perché i governi centrali esistono, persistono e sono ormai una soluzione universalmente adottata?

Per molti il fatto che un governo esista e persista è di per sé qualcosa che lo giustifica.

Questo è un modo per dire che le spiegazioni non interessano, ad altri invece interessano eccome e tentano di darne.

Presso i libertari va per la maggiore questa:

… una volta che lo stato s’ insedia comincia a formarsi una classe burocratico-clientelare che prospera più o meno indirettamente grazie alle attività statali… è una classe composta da persone che conoscono a fondo i meccanismi dello stato e che sono interessate ad estenderne le funzioni quanto più  possibile… l’ azione di queste minoranze organizzate e competenti fa premio sugli interessi della maggioranza ignorante…

Non mi convince: si puo’ prendere in giro qualcuno per molto tempo, si possono prendere in giro molte persone per un certo tempo ma non si possono prendere in giro tutti per sempre.

No, siamo noi a volere lo stato-mamma, solo una sparuta minoranza ne farebbe volentieri a meno. Parlando con amici e conoscenti mi accorgo che sono anche più statalisti dei boiardi ministeriali.

Occorre una teoria alternativa, la mia preferita è questa:

… le persone sono mediamente molto più sconvolte da piccoli soprusi sporadici, anonimi e imprevedibili, piuttosto che da grandi soprusi costanti, identificabili e prevedibili… Gli anarchici sostengono che il Governo non si differenzia dal semplice bandito di strada se non per il fatto che il governo dopo averti rapinato senza indossare una maschera non scappa ma resta alle tue calcagna in attesa di rapinarti anche il giorno dopo… non si rendono conto che proprio questa caratteristica spiega il successo dello Stato moderno… infatti, una ragione per cui ci si sottomette alle coercizioni governative sta proprio nel fatto che esse sono relativamente costanti, che i leader di governo siano ben identificabili e le loro vessazioni tutto sommato prevedibili…

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Abbiamo un rapporto strano con il rischio: la sicurezza ci crea dipendenza.

La nostra avversione al rischio cresce fino a diventare una vera avversione alle perdite.

E che problema c’ è?, dicono in molti, in fondo un alto grado di avversione al rischio non esprime altro che una “preferenza” e lo stato è la risposta razionale a questa preferenza del tutto legittima. Avere una preferenza non significa essere in errore.

Bè, devo riconoscere che chi parla così ha solide ragioni.

Ma l’ avversione alla perdita è anch’ essa una preferenza?

Non saprei come negarlo, anche se sembra una preferenza a dir poco particolare. Potremmo chiamarla una “preferenza irrazionale”!

Veramente non saprei dire se il concetto di “preferenza irrazionale” abbia senso, mi sa di no.

Ma giudicate voi, mi limito a chiarire i termini per chi non mastica di queste cose:

1. Avversione al rischio: preferisco intascare 100 anziché 150 perché 100 sono sicuri mentre 150 sono incerti.

2. Avversione alla perdita: sebbene entrambe le ricchezze siano certe, preferisco avere 100 anziché 150 perché per avere 150 dovrei prima ottenere 200 e poi perdere 50. Il dispiacere per la perdita sarebbe tale da non poter essere compensato dal guadagno netto finale, per quanto questo guadagno sia certo.

Non so se l’ avversione alla perdita sia una semplice preferenza o un bias psicologico ma ho la netta sensazione che la metamorfosi dell’ avversione al rischio in avversione alla perdita faccia crescere una genuina domanda di Stato-mamma.

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Il mistero delle tasse sul lavoro

Domanda: “quali sono le tasse che colpiscono il lavoro?”

Risposta semplificata: “tutte”.

Risposta accurata: “praticamente tutte”.

***

Si sente dire in giro che bisogna abbassare le tasse sul lavoro, tutti sembrano d’ accordo su questa priorità.

Ebbene, qui vorrei mostrare che non esiste cosa più facile al mondo.

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Partiamo dalla premessa che mi sembra d’ obbligo, esistono solo due tipi di tasse:

1. Tasse sul lavoro e

2. Tasse sulla natura.

Le tasse sulla natura sono rare, talmente rare che mi sembra non ce ne sia in vigore neanche una.

In teoria è facile concepirle: Esisti? Ti tasso. Ecco una tassa sulla “natura”.

Un’ altra tassa sulla natura è la tassa sull’ altezza del contribuente.

Quando non si tassa la natura, si tassa la ricchezza, e la ricchezza è sempre prodotta grazie al lavoro. Tassare la ricchezza e tassare il lavoro è la stessa cosa.

Le tasse sulla natura sono le più efficienti perché non producono disincentivi: se ti tasso per il solo fatto di esistere o perché sei più alto di un metro e ottanta, come potresti mai eludere la tassazione che ti impongo?

Le tasse sul lavoro invece si possono eludere facilmente: basta lavorare meno.

Una società in cui si lavora poco per paura delle tasse è una società inefficiente.

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Poiché in teoria esistono solo due tipi di tasse – quelle sul lavoro e quelle sulla natura – e il secondo tipo di tassa non esiste in pratica, non c’ è cosa più semplice che abbassare le tasse sul lavoro: basta abbassare una tassa qualsiasi.

Compresa la tanto vituperata IMU.

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In realtà anche le tasse sul lavoro si possono dividere in due gruppi:

1. Tasse sul lavoro, e

2. Sovrattasse sul lavoro.

Le seconde rappresentano una “doppia tassazione”.

Le tasse sul capitale o sulle rendite finanziarie, per esempio, non sono altro che “sovrattasse sul lavoro”.

Anche l’ IMU è da classificare come “sovrattassa” sul lavoro.

Poiché le “sovrattasse” sono ancora peggio delle “tasse”, qualsiasi economista consiglia di tenerle particolarmente basse.

C’ è anche un problema etico: perché certi cittadini devono pagare due volte ed altri una?

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Cerchiamo di capire meglio il concetto di “sovrattassa”: se Giovanni compra una casa pagherà l’ IMU.

Ma Giovanni comprerà la sua casa con un reddito di lavoro già tassato.

Il fatto che Giovanni metta lì il suo reddito di lavoro già tassato fa sì che Giovanni, sempre su quel reddito, debba scontare un’ altra tassa, il che si traduce in una sovrattassa sul lavoro.

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Ma le tasse sul lavoro, diversamente da quelle sulla natura, hanno un grave difetto: producono disincentivi.

Di fronte a tasse e sovrattasse Giovanni lavorerà meno e acquisterà un’ abitazione più modesta, oppure acquisterà case solo a prezzi ridotti.

Una domanda di case più contenuta implicherà delle riduzioni nello stipendio del maguttino Giuseppe. Giovanni è riuscito almeno in parte a trasferire le tasse che gravano (e graveranno) sul suo lavoro  (IRPEF e IMU) su quello del maguttino Giuseppe.

Ai nostri fini non cambia molto: sia Giovanni che Giuseppe sono lavoratori e a noi interessava capire che con IRPEF e IMU si colpisce (e si ricolpisce) il lavoro.

D’ altronde è ovvio che sia così: visto che né IRPEF né IMU sono Tasse sulla Natura, non possono essere che Tasse sul Lavoro.

***

Spesso si dice: “bisogna detassare i lavoratori, non i proprietari di casa”, “bisogna abbattere il cuneo fiscale, non l’ IMU”.

Alla luce di quanto appena detto sembrano assurdità: l’ IMU non solo è una tassa sul lavoro ma è addirittura una sovrattassa sul lavoro!

Eppure un fondo di verità esiste, pensateci bene.

L’ IMU colpisce due tipi di lavoro: quello pregresso di Giovanni, nonché quello attuale di Giuseppe.

Mentre per noi qualsiasi lavoro ha pari dignità, per il tassatore non tutto il lavoro è uguale. Il tassatore anela a colpire il lavoro pregresso, ed è facile capire perché.

Le tasse sul lavoro pregresso sono particolarmente efficienti poiché il lavoro pregresso non puo’ essere disincentivato: Giovanni ha già lavorato e non puo’ certo decidere oggi di lavorare di meno.

Colpendo il lavoro pregresso il tassatore puo’ contare sull’ effetto sorpresa: il lavoro pregresso (quello di Giovanni) puo’ essere colpito a tradimento mentre il lavoro attuale (quello di Giuseppe) puo’ essere colpito solo frontalmente “guardandolo negli occhi”.

Colpire il lavoro pregresso è moralmente odioso (Giovanni a suo tempo fece le sue scelte e oggi qualcuno gli ha cambiato le carte in tavola) ma è anche più efficiente (Giovanni non puo’ tornare indietro ed eludere la tassazione o trasferirla su terzi).

L’ IMU per molti è una tassa odiosa, il motivo è facile da capire: 1. è una tassa che, almeno al momento dell’ introduzione, si basa su un tradimento e 2. non è solo una tassa ma addirittura è una sovrattassa sul lavoro.

Detto questo l’ IMU è una tassa che non disincentiva il lavoro atuale quanto il cuneo fiscale, almeno finché non passa un certo periodo dalla sua introduzione.

L’ IMU piace a chi vuole risultati subito qui ed ora. Tra costoro ci sono anche i politici miopi.

***

Naturalmente, una tassa che colpisce il lavoro pregresso (es. IMU), man mano che passano gli anni vedrà sempre più scemare i vantaggi in termini di efficienza poiché non potrà più contare sull’ “effetto tradimento”.

***

Sintetizziamo allora così: 1. l’ IMU colpisce sia il lavoro attuale che quello pregresso, 2. Il cuneo fiscale si concentra invece sul lavoro attuale 3. Le tasse che colpiscono il lavoro pregresso sono moralmente odiose ma, introdotte di fresco, sono anche particolarmente efficienti visto che il lavoro pregresso non puo’ essere disincentivato 4. Man mano che passano gli anni gli effetti della tassazione IMU e quelli del cuneo fiscale tendono a convergere fino ad essere quasi indistinguibili.

Se non ritornerete come bambini…

ARTISTA: e voilà, ti piace la mia ultima opera?

ARTIGIANO: splendida, ma si puo’ migliorare.

ARTISTA: migliorare? E come?

ARTIGIANO: con un’ altrettanto splendida cornice che la esalti. Ci penso io.

ARTISTA: forse non hai tutti i torti, sono nelle tue mani.

Un mese dopo.

ARTISTA: la sai la novità? Ho bruciato tutto, l’ opera che ti avevo mostrato non esiste più. Sono ripartito da zero e questo è il mio nuovo parto.

ARTIGIANO: eccellente… certo che la cornice progettata per l’ opera precedente è inservibile, dovrò predisporne un’ altra. Pazienza.

ARTISTA: e come darti torto! Sai che ti dico? Sento già nuovi “stimoli”, ho l’ impressione che presto servirà una nuova cornice. Anzi, ho l’ impressione che se ti occuperai delle mie creazioni il lavoro non ti mancherà mai.

ARTIGIANO. Bene! Sono qui apposta.

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Justin Barrett – Cognitive science, religion and theology: from human mind to divine mind

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Come pensare al rapporto fede/scienza?

Bè, molti vedono lo scienziato nei panni dell’ ARTISTA e il teologo nei panni dell’ ARTIGIANO: la scienza procede autonoma e la teologia la insegue per fornirle di volta in volta la giusta cornice.

In parte è senz’ altro così ma spesso il rapporto è più diretto: la fede parla direttamente della scienza e la giudica come attività umana. Oppure, e qui ci occupiamo proprio di questo, la scienza ci parla direttamente della fede cercando di spiegarla in quanto fenomeno umano.

***

Ci sono scienziati che indagano sul perché siamo religiosi, sul perché seguiamo certi riti, sul perché condividiamo certe credenze con gli altri, eccetera.

Il solo porsi queste domande da una posizione estranea alla teologia desta il sospetto di molti, ma si tratta di sospetti infondati, dettati per lo più dall’ ignoranza.

… le scienze cognitive ci spiegano come pensiamo, come formiamo le nostre credenze e come diamo senso alle cose. Mi sembra che le scoperte in questo campo possano riguardare da vicino gli interessi dei teologi…

Ascoltare cosa ha da dire un “cognitivista” sull’ esperienza religiosa è molto edificante. Spero che i preti lo facciano sempre più spesso, le dritte dello scienziato migliorano la qualità della nostra fede:

… le connessioni tra cognitivismo e teologia sono molte e sono forti…

***

Aristotele lo aveva anticipato e la scienza contemporanea lo ripete, gli uomini hanno un tratto distintivo ben preciso: pensano.

… in realtà bisognerebbe dire che riflettono

Che differenza c’ è?

… riflettere implica pensare al proprio pensiero e a quello altrui… prendere decisioni in base agli stati mentali che esistono in noi e che ipotizziamo possano esistere nelle altre persone…

Gli animali sembra proprio non facciano niente del genere: se pensano, pensano quello a quello che vedono (o ascoltano o sentono…). Una differenza non da poco.

Ma del “pensiero” non si occupano i neuroscienziati? Come distinguerli dai cognitivisti?:

… se mi chiedo come mai mia figlia mi ha fatto trovare un fiore sul cuscino dopo che quella serata turbolenta è perché desidero capire le ragioni profonde del suo gesto… un neuroscienziato avrebbe di sicuro la risposta pronta (lo so perché è sempre la stessa): è il suo cervello che glielo ha fatto fare… ma rispondere indicando un’ area fisica (del cervello) che ha subito certe mutazioni è una risposta per molti insoddisfacente… un po’ come se chiedessi: “come funziona il governo degli USA?” e voi rispondeste dicendo che il governo USA si trova a Washington… E’ molto importante sapere che il governo USA si trova a Washington ma saperlo non esaudisce la mia richiesta…

Le neuroscienze si occupano dell’ hardware, i cognitivisti del software. Se il monitor del pc mi mostra un errore, chiedo spiegazioni all’ esperto ma resto deluso se l’ esperto comincia a elucubrare intorno ai semiconduttori e al silicio, sono più interessato al comando che mi consente di uscire dall’ impasse e a come evitare di ripiombarci.

… le scienze cognitive si occupano della mente delle persone e stanno un po’ a cavallo tra psicologia e computer science… con una spruzzatina di linguistica, neuroscienze… antropologia e… teologia!

Già, anche teologia: chi si occupa di “come è costruita” la nostra testa si occupa anche delle idee innate, quelle che pensiamo con più naturalezza. La cosa è “teologicamente” rilevante, vedrete.

***

La nostra mente ha dei limiti…

… altrimenti leggeremmo un libro di mille pagine in mezzora…

Li arginiamo ricorrendo alle cosiddette credenze inconsce o “irriflesse”.

A ogni nostra azione è sottesa una credenza ma quasi sempre questa credenza è “irriflessa”:

… poiché possediamo una memoria limitata la mente sopperisce compattando le informazioni in credenze spontanee e all’ apparenza ingiustificate…

L’ 80% delle nostre credenze deriva per esempio da testimonianze non verificate di terzi, è così anche in ambito scientifico.

… per noi il principio di credulità è qualcosa di innato: crediamo agli altri a meno di possedere valide ragioni per non farlo…

Una cosa è certa: questo modo di procedere della mente la conduce a compiere una marea di errori.

… anche le credenze frutto di riflessione sono  spesso errate… per il semplice fatto che sono pur sempre fondate su credenze irriflesse…

La credenza istintiva fa da default alla credenza meditata, la seconda si innesca sulla prima e non c’ è modo di svincolarle:

… l’ intuito ci tradisce spesso, lo si ripete in continuazione ed è vero… non si ripete abbastanza che non abbiamo a disposizione altro che l’ intuito per fondare la nostra conoscenza…

Esistono alcune forme di intuito universali, tutti noi le possediamo.

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L’ uomo è un animale “avido di senso”, chiede sempre “perché?”…

… e siccome le cose da conoscere sono tante… troppe… si cumulano una serie impressionante di credenze irriflesse che sopperiscono alla capienza mnemonica…

Per scoprire i meccanismi fondamentali della mente la cosa migliore è guardare ai bambini:

… se il corpo delle credenze del mondo adulto è molto variegato, per i bambini le cose stanno diversamente…

***

Anche i bambini sono “avidi di senso”; i bambini sono dei “ricercatori naturali”, ce lo ha spiegato con dovizia di particolari Alison Gopnik (ht diana), ma fermarsi a questa conclusione sarebbe sbagliato, bisogna aggiungere che la loro ricerca segue direzioni ben precise.

Innanzitutto i bambini posseggono un’ ontologia intuitiva:

… tutti i bimbi concettualizzano spazio e oggetti… successivamente distinguono gli oggetti inanimati (statici) da quelli vitali (che crescono)… tra gli oggetti vitali distinguono quelli animati (che mostrano movimenti autonomi) e tra questi ultimi quelli che pensano (che mostrano di avere rappresentazioni mentali al loro interno)…

I bambini sono “essenzialisti”:

… intuiscono che le proprietà visibili di un oggetto derivano tutte da un’ unica proprietà invisibile…

Ci sono per loro idee controintuitive:

… le idee controintuitive sono quelle che mescolano le categorie dell’ ontologia intuitiva: un sasso che cresce, un albero che parla…

***

Anche l’ idea di Dio è controintuitiva.

Ma allora l’ insegnamento religioso richiede forzature?

Le scienze cognitive ci mostrano che è vero il contrario: il bambino non possiede l’ idea di dio ma possiede tutte le categorie per adottarla senza troppe difficoltà.

D’ altronde ne occorrono poche, giusto le fondamentali. Dio è un concetto “modestamente” controintuitivo per il bambino.

Potremmo dire che si adatta bene al suo equipaggiamento cognitivo.

Una cosa è certa: come “teoria del tutto” è senz’ altro la più semplice (vedremo meglio in che senso).

Ma un bambino riesce a concepire l’ infinito? L’ onniscienza, l’ onnipotenza eccetera?

… in buona parte sì… tanto è vero che apprezza molto i supereroi… e Dio non è altro che un super-supereroe…

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Poiché anche il bambino è avido di senso, è buona cosa indagare le strategie migliori per aiutarlo nella sua ricerca.

Una tra tutte s’ impone: chiamiamola pure “funzionalismo”. 

Il bambino chede: perché c’ è “questo”? Risposta: perché serve a fare “questo”. Il bambino è soddisfatto.

… per un bambino è importante sapere che un oggetto serve a qualcosa di specifico, avere questa informazione appaga la sua sete di senso…

In particolare il bambino è soddisfatto della spiegazione di “qualcosa” quando viene a sapere che quel “qualcosa” serve a “qualcuno”.

Deborah Kelman parla di teleologia promiscua:

… chiedendo a un bimbo perché quella roccia è a punta probabilmente ipotizzerà che è così affinché gli uccelli non si posino alla sommità… o altre spiegazioni del genere…

Tra i bambini si sviluppano molti dibattiti filosofici:

… in genere si tratta di stabilire per cosa è fatto un certo oggetto…

I bambini sono avidi di “risposte teleologiche” e ne offrono a loro volta.

… in età prescolare i bambini sono inclini a vedere il mondo come avente uno scopo e a vedere un essere intenzionale dietro a tutto…

Diciamo che i bambini sono dei complottisti nati (così come i complottisti nati sono dei bambinoni).

… persino gli scienziati se costretti a pensare in fretta mostrano bias in favore di spiegazioni teleologiche, salvo correggersi quando possono pensare con calma…

Francis Crick:

… gli evoluzionisti devono costantemente tenere a mente che il mondo non è progettato ma si è evoluto… capisco che si tratta di una forzatura per la nostra mente ma è una forzatura decisiva per la comprensione del reale…

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Ai bambini piacciono le storie. Soprattutto le storie con le persone (o con animali antropomorfizzati).

Anche per noi è così, in genere preferiamo le storie in cui delle menti interagiscono:

… la cognizione naturale ci dice che le persone hanno un corpo, una forza vitale (spirito)… una propria specificità (anima) e una coscienza che le rende moralmente responsabili (mente)… con questo materiale è possibile costruire storie affascinanti…

Si tratta di credenze naturali, irriflesse. Ed è certo che senza questi ingredienti sarebbe difficile concepire anche solo Biancaneve.

I bambini sono molto sensibili al fattore mentale:

… ancora prima di parlare… selezionano lo sguardo del genitore, la sua faccia… imitano alcune espressioni di base… vocalizzano in loro presenza… rivolgono i loro occhi nella direzione in cui li rivolge il genitore… al di là delle forme non tutto è uguale… il viso del genitore non è un cespuglio, non è nemmeno il braccio del genitore… è la sede di una mente…

I bambini sono dei “dualisti” istintivi. Presto cominciano a fare cose che un animale forse non ha mai fatto e non farà mai, per esempio:

… Nicola vorrebbe che Giovanni pensi di essere antipatico ad Anna…

Nicola sarà anche un bastardino, però concepisce pensieri “autentici”. Pensieri che hanno per oggetto gli stati mentali altrui. Probabilmente già si mette “nei panni” degli altri.

Aggiungiamoci una precoce intuizione morale:

… pensare a merito e colpa significa pensare alla mente umana…

La cosa è teologicamente rilevante:

… poiché dio è un puro agente intenzionale che giudica le nostre colpe, difficilmente puo’ essere concepito da chi non è in grado di concepire un concetto come la mente altrui…

Il perché della rilevanza lo capiremo meglio dopo.

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Ogni comunità umana ha da sempre concepito un concetto come quello di Dio, da quanto detto la cosa è tutt’ altro che singolare. E’ un concetto grazie al quale la vita di molti trova un suo senso. Questa è una prova a favore dell’ esistenza di Dio?

Mmmmm:

… l’ ubiquità di Dio nelle culture umane non puo’ indicare il fatto che esiste… anche i quark esistono ma non sono concetti tanto diffusi…

La cosa migliore sta nel cambiare la domanda:

… perchè tutte le comunità umane credono nell’ esistenza dello spazio tridimensionale?…

Forse perché la nostra mente è costruita per pensare in un certo modo.

Ma perché allora l’ ubiquità di Dio?

… lo abbiamo visto con i bambini… l’ uomo è avido di senso e preferisce gli venga servito nella forma di agente intenzionale che sta dietro le cose progettando un piano… è l’ identikit di Dio, almeno quando la cosa a cui dare un senso è l’ universo…

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Possiamo fidarci delle nostre facoltà cognitive primarie?

… per molti il fatto di ricorrere a credenze irriflesse è sintomo di errore…

In effetti le credenze irriflesse ci conducono spesso in errore. Ma allora perché esistono?

… la credenza irriflessa non è sintomo di errore ma una modalità per gestire gli errori… alcuni errori sono meglio di altri… “better safe than sorry”…

Sembra che il nostro cervello stipuli in automatico una specie di scommessa pascaliana, una pratica che ci sembrava tanto astratta e lontana è invece così intima e vicina.

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E’ un  peccato che i preti spesso ignorino le scienze. Probabilmente le scienze sono più compatibili con la fede che con le filosofie naturalistiche:

… Il lavoro di Alvin Plantinga dimostra che una scienza affidabile, ovvero prodotta da menti umane affidabili, è più compatibile con un evoluzionismo guidato da Dio che con un evoluzionismo cieco…

Comprendere il “fine tuning” o l’ “evoluzione convergente” rinvigorisce la fede. Ma anche comprendere come funziona la mente umana puo’ farlo.

Dopo aver rinvigorito l’ argomento teleologico, rinvigorisce anche quello cosmologico:

… perché l’ argomento cosmologico giri è necessario concepire l’ universo come un oggetto… per la nostra mente un’ operazione del genere risulta molto semplice…

Come dimostra il lavoro di Johan De Smedt e Helen De Cruz:

… il ragionamento causale che sta alla base dell’ argomento cosmologico è tutt’ altro che arbitrario… lo impieghiamo molto spesso e già nei bambini risulta essere, al fianco del funzionalismo teleologico, una strategia privilegiata per l’ acquisizione di senso…

A queste considerazioni basta poi applicare l’ epistemologia reidiana: ogni intuizione naturale deve essere considerata vera finché non è dimostrata falsa.

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Ma veniamo a quello che secondo me è l’ aspetto più rilevante dell’ intera faccenda.

Nelle dispute teologiche spesso si sente l’ ateo accusare la controparte: “provami la tua credenza” e di fronte al fallimento di costui si pensa di aver adempiuto brillantemente al proprio compito confutatorio.

… chi studia le credenze irriflesse spesso si limita a sottolineare gli svarioni a cui ci conducono… ma tutte le nostre credenze sono irriflesse o originano da credenze irriflesse… quindi ha poco senso insistere sulla fallacia di queste ultime…

Smantellare le credenze ingiustificate azzererebbe le nostre credenze.

Una posizione insostenibile a cui fa da argine l’ epistemologia reidiana:

… anziché abbracciare uno scetticismo radicale sarebbe preferibile adottare una posizione iniziale di fiducia nelle nostre facoltà cognitive…

Le nostre facoltà cognitive sono “innocenti finché non le dimostriamo colpevoli.

Con un colpo da maestro Reid fa fuori Hume.

Con un altro colpo da maestro il “rasoio di Reid” fa fuori il “rasoio di Ocham”. Per Ocham, a parità di potere esplicativo, il resoconto più semplice è quello che non moltiplica gli enti, per Reid è quello che meglio si attaglia alle nostre facoltà cognitive.

La semplicità di Occham è formale, quella di Reid è sostanzale. Posso dire che oggi siamo tutti reidiani? Spero di sì.

Se lo siamo diventa cruciale indagare sulle nostre facoltà cognitive naturali. Molte diatribe infinite troverebbero lì la loro soluzione. Non si tratterebbe più di stabilire chi ha ragione ma su chi grava l’ onere della prova.

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… per qualche ragione, quando si spiega il perché crediamo a qualcosa, si è tentati di concludere che quella credenza è falsa…

Esempio: perché la gente crede nell’ anima?

Perché possiede un meccanismo cognitivo che produce questa credenza irriflessa.

Ottima risposta, ma si corre subito a precisare che una risposta del genere nulla ci dice sulla verità della credenza.

… la conclusione più sensata è quella opposta: se il vostro sistema cognitivo produce spontaneamente certe credenze siete più che giustificati a crederle vere salvo prova contraria…

Altro dubbio spesso avanzato:

… poiché la fede deriva da un meccanismo cognitivo e non da un’ evidenza, allora il suo contenuto è inaffidabile…

Ma anche le “evidenze” sono tali grazie a un meccanismo cognitivo:

… la difficoltà dell’ obiezione sta nell’ assumere implicitamente cosa sia evidente e cosa conti come tale…

Altro dubbio:

… se il concetto di Dio è tanto naturale perché esistono tanti dei e tanto differenti tra loro

Sarebbe sbagliato prendere a pretesto questa varietà per ritenere che la credenza in Dio non sia giustificata:

… se al passare di una macchina, Giovanni la ricorda verde, Mauro indaco e Mino glauco, non siamo autorizzati a concludere che la macchina non sia passata di lì…

Possiamo concludere dicendo che tra teisti e ateisti c’ è sempre guerra aperta, e anche quando le cose vanno meglio le conversioni sono poche.

Ma tra teisti e ateisti c’ è anche un’ asimmetria: poiché l’ ipotesi atea è più sofisticata, ovvero meno intuitiva, su di essa grava l’ onere della prova.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primo maggio di lotta e di governo

il nemico pubblico numero uno è comune: la disoccupazione.

Comune a sindacati, confindustria e governo.

Comune anche l’ arma scelta per aggredirlo: meno tasse sul lavoro.

Questa comunità d’ intenti ci rassicura sulla ritrovata coesione delle forze sociali nel far ripartire la “macchina”.

Ma è anche sospetta: tutti usano le stesse parole ma siamo sicuri che dicano la stessa cosa?

lavoro

Bonanni, noto sindacalista:

… bisogna ripartire dal lavoro, non dobbiamo colpirlo ma agevolarlo… meno tasse… è necessario che al lavoratore restino in mano più risorse da spendere per i suoi bisogni… buste paga più gonfie per ripartire con il lavoro…

Siamo sicuri che Bonanni o la Camusso abbiano in mente i disoccupati?

Se penso a un sindacalista preoccupato della disoccupazione mi vengono in mente le volpi a cui si affidano le chiavi del pollaio.

Mi dite quanti disoccupati troveranno lavoro se gli sgravi fiscali beneficiano il lavoratore?

Probabilmente zero: perché dovrei assumere un nuovo lavoratore se per me il costo del lavoro non cambia?

Con buste paga più gonfie, forse qualcuno che prima non lavorava deciderà di farlo, ma nessun disoccupato verrà riassorbito. In gergo si dice che l’ occupazione aumenta ma la disoccupazione resta stabile.

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Solo una riduzione fiscale a beneficio dei datori di lavoro colpisce la disoccupazione.

E quali sono le tasse “a carico” esclusivo dei datori di lavoro?

Difficile dirlo, di certo l’ Irap ha più chance dell’ Irpef sugli stipendi, ma Bonanni e la Camusso si guardano bene dal parlare dell’ Irap.

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Qualcuno dice: ma buste paga più gonfie rilanciano la domanda!

Sempre che “rilanciare la domanda” non sia poi quel fuoco di paglia che non scalda nessuno, bisognerebbe capire se le risorse destinate a “gonfiare” quelle buste paga sono dirottate  da risparmi improduttivi.

Ebbene, a parità d’ indebitamento, in genere sono risorse destinate a spese alternative, quindi avrebbero “rilanciato la domanda” in modo altrettanto dinamico.

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Qualcuno tra i miei amici “di destra” dice che chi non lavora e si lamenta quasi sempre è un “falso disoccupato”, un “disoccupato volontario” (è tale solo perché sceglie di esserlo).

Non dobbiamo preoccuparci troppo di loro, e, in ogni caso, gonfiare le buste paga è utile per combattere il fenomeno della falsa disoccupazione.

Se sono disoccupato perché non trovo un lavoro da astronauta, quando gli operai verranno pagati di più, accetterò mio malgrado di fare l’ operaio togliendomi dall’ esercito dei disoccupati e cessando così di fare lo “schizzinoso”.

Se ero disoccupato solo per il fatto che il lavoro non mi è offerto nella mia città, forse una busta paga più pingue puo’ aiutarmi.

Se ero disoccupato perché il sussidio di disoccupazione è tanto comodo, forse una busta paga più pingue puo’ convincermi a cambiare idea.

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Io penso invece che gran parte della disoccupazione sia autentica.

La disoccupazione è molto dolorosa, difficile sia volontaria. Le ricerche sulla felicità delle persone sono abbastanza convincenti.

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Se la disoccupazione è autentica, ovvero involontaria, va affrontata con i soliti ferri del mestiere, in particolare penso alla legge di domanda e offerta.

La legge ci dice che, in presenza di un eccesso di offerta, il prezzo della merce deve scendere affinché l’ eccesso sia riassorbito.

Ma il mercato del lavoro sembra restio ad accettare questa legge: esiste una rigidità dei salari nominali verso il basso. E’ stato Keynes il primo economista ad accorgersene.

I Keynesiani sembrano rassegnarsi al fenomeno: i salari non possono scendere, punto e basta.

Il sospetto è che, essendo i keynesiani ideologicamente a sinistra dello spettro politico, il retro-pensiero sia: i salari non devono scendere.

Una volta mischiati per benino positivo e normativo, i keynesiani si dedicano a battere vie improbabili.

A destra invece non esistono remore del genere e si studia con fervore il modo di abbattere i salari affinché il mercato del lavoro funzioni esattamente come gli altri.

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Come far scendere i salari nominali e riassorbire la disoccupazione?

Ci sono alcune ricette “di destra” dalla logica inattaccabile: meno regole, meno diritti sindacali, meno salario minimo, meno…

Meno di tutto cio’ e la disoccupazione riceverà un colpo mortale. Capite bene come mai Bonanni o la Camusso non saranno mai nemici mortali della disoccupazione.

Il funzionamento del mercato è in gran parte inquinato da queste incrostazioni che generano disoccupati a go-go.

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Ma c’ è anche un’ alternativa che a destra non si prende mai in considerazione: più inflazione.

In periodi recessivi l’ inflazione è spesso il modo più efficace per diminuire i salari reali quando quelli nominali sono rigidi.

Poiché l’ imprenditore è in grado di adeguare i suoi prezzi al costo della vita, l’ inflazione diminuirà il costo reale del lavoro riassorbendo le eccedenze, proprio cio’ che la destra vuole.

In passato qualcuno ha definito l’ inflazione come una tassa, da qui il paradosso: più lavoro con più tasse sul lavoro.

La tassa che ho in mente è naturalmente l’ inflazione.

I miei amici di destra sono preoccupati: ma che c’ entra l’ inflazione con il libero mercato?

Dimenticano che esiste una Banca Centrale.

Chiedo loro: che c’ entra la Banca Centrale con il libero mercato?

Forse che una politica della banca centrale tesa a targetizzare il tasso d’ interesse a breve è più “pro-market”? Oppure lo è una politica che stabilizza la crescita di M2? Oppure lo è una politica che congela la base monetaria?

Secondo me la politica della Banca Centrale più “pro market” è quella che stabilizza il PIL nominale, e in periodi recessivi questo significa solo una cosa: più inflazione. Da cio’ derivano salari reali più bassi, quindi più lavoro e più crescita.

 

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