fahreunblog

I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Economisti o credenti?

Economisti o credenti? Molti di noi sentono parlare nella loro coscienza entrambe queste voci. Come assegnare le precedenze? Come pensare alla convivenza umana? Quali criteri sarebbe meglio adottare quando si è chiamati ad organizzare la società?

Probabilmente un cattolico puo’ votare per qualsiasi partito. Puo’ votare a sinistra perché la “solidarietà” resta un valore evangelico. Puo’ votare a destra perché la “tradizione” è da sempre un faro della Chiesa. Puo’ votare i partiti liberali perché in fondo adora un Dio che pretende di essere adorato solo da uomini liberi.

Personalmente, poi, conosco cattolici sinceri di tutte le fedi politiche.

Ognuno riesce con gran destrezza a far convivere fede politica e fede religiosa. Magari facciamo i salti mortali per far quadrare il cerchio, ma alla fin fine escogitiamo un modo per pacificarci e lasciar spazio al problema successivo.

[… solo un gustoso esempio capitatomi giusto l’ altra settimana: non sono molti i racconti evangelici  in chiara consonanza con i valori della modernità, uno potrebbe essere quello che narra a parabola dei talenti. Un altro pensavo che potesse essere il miracolo dei pani e dei pesci. Ho sempre ritenuto che questo miracolo mettesse in evidenza, tra le altre cose, che per distribuire il necessario occorra prima moltiplicarlo. L’ ideologia “produttivista” era confortata da questa semplice osservazione. Ma ecco che ieri, nel corso della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti, il perspicace teologo valdese Paolo Ricca si ritrova a commentare proprio questa eloquente pagina. E cosa sceglie di mettere in evidenza l’ esimio Pastore? Devo ammettere che mi ha spiazzato: per lui la moltiplicazione dei pani e dei pesci si realizza mediante la distribuzione degli stessi, e non invece come premessa della distribuzione. E’ distribuendoli che i beni si moltiplicano. Probabilmente voleva confortare la sua fede socialista attraverso la sua fede cristiana, e, con un sapiente uso della retorica, c’ è riuscito in pieno! Morale, per parte mia mantengo sull’ episodio specifico l’ interpretazione iniziale, forse più banale ma anche più lineare, d’ altro canto Ricca, grazie ad alla sua ermeneutica creativa, non mancherà di raccogliere attorno a sé un nutrito gruppo di fedeli con cui condividere la sua visione. Visto come è facile che all’ ombra del Vangelo (o dell’ Evangelo, come direbbe Ricca) convivano posizioni a dir poco antitetiche?…]

Dare ordine alle mille possibili ricadute sociali della parola evangelica è impresa disperata. Una lotta contro i mulini a vento. Lasciamo allora che le Chiese diano indicazioni vaghe e che i cristiani, ma anche i cattolici, votino poi secondo coscienza.

Tuttavia, per quanto vaghe siano le indicazioni, oltre una certa soglia sembra difficile spingersi, e in proposito qui mi chiedo se un cattolico sia autorizzato a pensare come un “economista” ortodosso.

[… per “economista” intendo chi studia la società attraverso il metodo dell’ “individualismo metodologico” e vede nel mercato, nonché nella società capitalista, lo strumento principe per diffondere il benessere materiale nel mondo…]

Le ultime uscite di Papa Francesco sono state bollate da Rush Limbaugh come “marxismo puro”. Sarà così? A me pare un’ esagerazione ma vale la pena chiedersi se la Chiesa, oggi sotto la guida di Papa Francesco, potrà mai un giorno convertirsi al capitalismo senza snaturare il suo messaggio al mondo.

Nei punti che seguono rispondo alle puntute obiezioni degli “incompatibilisti”, ovvero di coloro che sulla scorta di Papa Francesco, di Paolo Ricca ma anche della Tradizione più veneranda, non vedono possibile una fusione armonica tra i valori della società capitalista e i valori evangelici.

church money

1) In genere l’ economista cerca la soluzione ottima ai problemi sociali massimizzando l’ utilità degli individui (MaxU) sotto vari vincoli di bilancio. I vincoli esistono sempre perché per lui le risorse materiali sono sempre finite. MaxU non è un modo di procedere che piace molto ai cattolici, viene giudicato troppo incline a privilegiare la realtà materiale. Spesso il cattolico parla in tono di denuncia della “cultura del desiderio”. Ma forse i timori sono esagerati. Penso che il conflitto su questo punto sia solo apparente, in fondo la buona novella cos’ è se non un invito a comportarsi in modo da massimizzare la propria utilità (MaxU) dopo aver ricevuto certe preziose informazioni? Gesù invita il credente a “capitalizzare” le informazioni in suo possesso!  Il cattolico non è uno stoico, per lui la felicità dell’ uomo è centrale, e quindi anche il comportamento razionale che la massimizza. Il cattolico invita alla lungimiranza e a massimizzare la propria felicità in vista di un premio ben preciso: il Paradiso.

2) Papa Francesco – e con lui molti cattolici – fa una concessione sibillina al capitalismo: il sistema gestirebbe al meglio le passioni più basse dell’ uomo: l’ avidità, l’ egoismo, il narcisismo… Ma questo significa anche che il sistema si compromette con la turpitudine di certi sentimenti e che la società capitalistica risulterebbe quindi moralmente corruttiva nella sua essenza. Il capitalismo, cioè, funziona solo perché sfrutta, e magari rinforza, la parte peggiore della nostra persona. Non mi convince, e in merito mi sorge una domanda spontanea da rivolgere a questi cattolici: ma se l’ uomo fosse un essere moralmente perfetto, in che società sarebbe meglio che vivesse? Forse non ancora in una società capitalista? Anzi, anarco-capitalista!

3) Secondo la maggioranza dei cattolici – e l’ unanimità dei lettori di Avvenire – la società capitalista non garantisce la qualità delle relazioni umane. Nella società capitalista ognuno pensa a sé e gli altri sono solo “numeri” o “strumenti” per la ricerca del nostro benessere. Che fine hanno fatto i nobili gesti gratuiti del bel tempo andato? La gratuità, secondo chi la rimpiange, è saldo collante di tutte le comunità degne di questo nome. Ma l’ accusa ha un punto debole, almeno in teoria: cosa impedirebbe infatti che un gesto gratuito si realizzi in un habitat di mercato? Nulla, ed invero ce ne sono molti (es. il volontariato) sebbene non costituiscano la norma. Tra le preferenze degli individui il bisogno di compiere gesti gratuiti puo’ tranquillamente albergare e manifestarsi. Perché allora “incentivarla artificiosamente” con privilegi imposti dall’ alto se esprimere e chiedere gratuità è così intimamente parte della natura umana? In fondo sia la beneficenza che il commercio appartengono alla grande famiglia delle “attività volontarie”, in un certo senso sono attività strettamente imparentate tra loro, molto più di quanto si creda. Entrambe si oppongono, per esempio, all’ attività coercitiva dello stato. La carità ci consente di esprimere una cooperazione molto intensa nei confronti di un numero limitato di soggetti mentre il commercio facilita una cooperazione senz’ altro meno coinvolgente, al punto da sfiorare l’ anonimia, ma sicuramente più estesa. Al netto di queste differenze, che per altro sembrano compensarsi, non si vede perché queste due attività umane non possano convivere. L’ essenza del capitalismo è la tolleranza: vi piace l’ impresa in cui comandano i lavoratori? Costituitela! Vi piace la comune in cui tutto sia di tutti? Fondatela! Volete donare tutto ai poveri? Fatelo! Da sempre la società borghese è  infestata da comizi socialisti, da prediche pauperiste e da brontoloni di ogni ideologia, non riesco davvero ad immaginare altri regimi dove tutto cio’ sia possibile.  Poi c’ è un’ obiezione di tenore pratico: la qualità si puo’ privilegiare solo a danno della quantità. Una società molto coesa è necessariamente una società ristretta. Dirò di più, a volte la coesione (qualità) si realizza attraverso la “creazione di un nemico”, un nemico onnipresente che ci circonda. Coltivare “relazioni privilegiate”, anche quando lo si fa con le migliori intenzioni, porta alla nascita di conventicole dedite all’ esclusione. Non si puo’ essere “qualitativi” con tutti. Il “capitalismo relazionale” – in Italia lo conosciamo bene – si è sempre trasformato in corporativismo. La “cultura del dono”, spiace dirlo, è inevitabilmente contigua alla “cultura della corruzione”. Domanda: dove finisce il dono e inizia la corruzione? Difficile dirlo. Chi non ricorda la scena iniziale de “Il Padrino”?: un tale che si vuole vendicare dei suoi nemici chiede i servigi di Corleone dietro lauto compenso in denaro ma il boss si oppone indignato ad un volgare do ut des, e lo fa pronunciando parole significative: “… cosa hai fatto tu per diventarmi amico?… cosa hai fatto perché io sia il tuo padrino?…”. Corleone rimprovera al postulante di non essersi a tempo debito inserito nella “rete dei doni e dei controdoni” che segna l’ appartenenza familiare, e di voler sostituire questo passo con la mera offerta di corrispettivi specifici a fronte di un servizio.

4) Molti cattolici ritengono che il denaro non possa essere introdotto in talune transazioni, la cosa è ritenuta offensiva. Il fatto è che la mercificazione desacralizza l’ oggetto a cui si rivolge, tanto è vero che Gesù cacciò con ignominia i mercati dal tempio incurante dei servigi che costoro rendevano alla comunità. In ambito sociale, di solito, il valore sacro da non intaccare con lo “sterco del demonio” è la cosiddetta “dignità della persona”. Un piccolo esempio concreto, probabilmente irrilevante nella sostanza ma dalla logica cristallina, puo’ aiutare a sviscerare l’ argomento: molti trovano che assegnare un bene a chi sopporta una coda per averlo puo’ essere più decoroso che non assegnarlo al miglior offerente eliminando le code. Quest’ ultima soluzione è ritenuta umiliante verso chi “non puo’ permetterselo”.  Sono in molti a pensare in questo modo, tanto è vero che esiste il fenomeno delle cosiddette “code prevedibili”.  Pensateci bene, se i prezzi potessero fluttuare a piacimento non esisterebbero “code prevedibili”: chi prevede una coda alza i prezzi evitando lo spiacevole fenomeno, o perlomeno rendendolo imprevedibile. Tuttavia, attraverso le lunghe code ci è concesso di assegnare i beni sulla base della disponibilità di tempo anziché di denaro. Ma si tratta pur sempre di una “disponibilità” materiale, si noti che abbiamo cambiato “moneta” ma non logica. Disoccupati  e pensionati, per esempio, godrebbero di un vantaggio, non tutti possono permettersi il tempo libero che hanno loro. Si passa da una diseguaglianza all’ altra, eppure quest’ ultima diseguaglianza nei trattamenti non viene ritenuta offensiva. Ma perché alcune diseguaglianze ci offendono e altre no? La risposta più semplice è anche la più provocatoria: l’ “offesa” che riceviamo da alcune diseguaglianze è un preludio attraverso cui la nostra mente giustifica a se stessa e agli altri l’ atto di rapina che ci apprestiamo a compiere nei confronti di colui che bolliamo come un “privilegiato”.  Dove un trasferimento forzoso a nostro favore (o comunque a favore di terzi) non è possibile, l’ indignazione provocata dalle diseguaglianze si riduce fino ad apparirci insensata. Noi non troviamo “ingiusto” che una persona sia più intelligente, o più veloce, o più alta, o più volenterosa… probabilmente non lo troviamo ingiusto perché si tratta di beni  “non rapinabili”. Ebbene, se questa ipotesi fosse vera, capiamo bene come i valori in gioco non siano degni di essere difesi nemmeno da un cattolico in lotta contro la “mercificazione” della società.

5) Per molti credenti il mercato non puo’ funzionare. L’ antropologia implicita dell’ economista postula un uomo razionale (homo economicus). L’ antropologia della fede cattolica è ben diversa: la carne è debole, sempre in balia di tentazioni, l’ uomo è dimezzato,  ignorante, non sa scegliere, non riesce a tutelare i suoi interessi, manca delle informazioni e della razionalità sufficiente per farlo. Perciò va guidato da un paternalismo, dolce fin che si vuole ma pur sempre fermo. Chi pensa così, pensa alla dottrina del peccato originale trasposta in ambito economico e sociale. Ora, è vero, l’ uomo sbaglia. Ma la domanda da porsi è diversa: sbaglia in modo sistematico? Ovvero, commette sempre lo stesso genere di errore nonostante i fallimenti ripetuti? Sbaglia sempre nello stesso senso?  Contrariamente a quanto si crede, l’ ipotesi dell’ uomo razionale, e quindi tutta la teoria economica, nonostante la tanta ilarità che scatena nei detrattori, terrebbe anche se l’ intera umanità fosse di fatto estremamente irrazionale. E’ irrilevante che l’ uomo sbagli, l’ importante è che per la legge dei grandi numeri i suoi errori siano distribuiti in tutte le direzioni. A onor del vero bisogna dire che molti studiosi (in particolare gli psicologi evolutivi) credono che le irrazionalità sistematiche dell’ uomo abbondino. Ossia, credono che esistano diversi errori caratteristici: il nostro cervello si è formato per compiere scelte razionali in un ambiente di 50.000 anni fa e oltre, oggi, in un contesto mutato, arranca e compie errori sistematici, almeno se costretto a “pensare veloce”. Ma l’ obiezione del credente, per poter essere presa in considerazione, richiede anche di assumere l’ esistenza di un’ élite illuminata (che non sbaglia) in grado di guidare la massa ignorante. E’ infatti chiaro a tutti che una nave di folli non entra certo in porto solo perché al timone mettiamo un ubriaco, almeno lì occorre un tipo sobrio e affidabile. Ma esiste questa fantomatica élite? Si possono fare alcuni test per ottenere degli indizi in merito. Se, per esempio, ci limitiamo alla realtà economica possediamo un metodo semplice per inferire l’ esistenza dell’ élite che cerchiamo, basta verificare se un piccolo gruppo di persone si arricchisce sfruttando gli errori sistematici della controparte. Evidentemente costoro, non affetti dalle tare tipiche dell’ uomo qualunque, potrebbero trarne un vantaggio materiale. Ma in questo campo l’ élite sapienziale è costituita proprio dagli economisti, che non coincide affatto con l’ élite dei super-ricchi, e nemmeno è costituita da membri particolarmente altruisti che hanno volontariamente rinunciato ad utilizzare un fantomatico “algoritmo dell’ arricchimento”. Quindi la risposta è “no”, un’ élite del genere non esiste nel mondo del mercato. Evidentemente, allora, c’ è qualcosa che non va nell’ obiezione del credente, qualcosa che non quadra e che non ci consente di portarla fino in fondo. E questo anche se la puntelliamo con i bias tanto cari alla psicologia evolutiva. Teniamoci allora alcune buone intuizioni ma rinunciamo ad abbracciare completamente questa visione, che va bene parlando di Rivelazione e Misteri della Fede, va un po’ meno bene se parliamo di realtà sociali.

6) Molti cattolici credono che il paradigma economicista indulga al relativismo. Il “relativismo culturale” è un nemico da sempre nel mirino della Chiesa Cattolica, basti solo ricordare l’ instancabile opera di denuncia di Papa Benedetto XVI. Francamente non sono del tutto convinto che il “relativismo” sia oggi la principale minaccia per la fede dei credenti. Frequentando anche molti atei vedo attecchire il fanatismo come e forse anche più che tra gli spiriti religiosi. Animalisti, ambientalisti, atei, multiculturalisti, sinceri democratici… spesso costoro non “ritengono”, non “ipotizzano”, non “congetturano” ma “credono”, “professano”, “aderiscono” al pari di un crociata medioevale. I loro argomenti impachettati dai media con formule idiomatiche si configurano spesso in dottrina e la pretesa di una diffusione ergaomnes nelle scuole dell’ obbligo non fa che rafforzare l’ impressione iniziale. Quanto all’ economista, lui non si occupa di valori ultraterreni, ma questo non significa che li rinneghi, anzi, significa che sul punto lascia spazio al credente senza frapporre ostacoli di sorta e realizzando una compatibilità indiscutibile. Quanto ai valori terreni, si limita a predisporre un’ arena istituzionale dove i vari concorrenti possano affrontarsi lealmente nel segno della libertà e dei pari diritti.  Non per questo disdegna a prescindere le gerarchie, le diseguaglianze e la presenza di primi e ultimi. Non tutto è uguale per lui, la sua arena fa emergere sempre dei vinti e dei vincitori. La sua arena da sempre la possibilità ai vinti di ribaltare l’ esito qualora quest’ ultimo sia fortuito. E’ la logica della scienza: chi è aperto alla sperimentazione, non per questo mette sullo stesso piano le varie conclusioni sperimentali. Se il cattolico è convinto che taluni valori siano insiti nella natura umana, allora quei valori emergeranno necessariamente in un confronto alla pari. Se la famiglia naturale, per fare un esempio, è davvero una comunità a misura d’ uomo, la comunità per eccellenza, le famiglie prolifereranno in un ambiente dove il loro proliferare non verrà drogato da aiuti artificiosi ma nemmeno ostacolato da barriere altrettanto artificiose.

7) Altre critiche al mercato sono ben rappresentate nelle recenti esternazioni di Papa Francesco, innanzitutto il mercato recherebbe con sé il consumismo, vero cavallo di Troia della secolarizzazione imperante.  Di solito, in questi casi, si replica accennando all’ “eccezionalismo” statunitense: gli Stati Uniti sono il paese dell’ Occidente più “liberista” ma anche quello dove la fede prospera più che altrove. Probabilmente, più che il mercato,  è il welfare state diffuso – un frutto della modernità che ha attecchito male oltreoceano – a fomentare la secolarizzazione. La fede, in fondo, è una forma di assicurazione, se altre forme più profane di assicurazione – come il welfare -  la “spiazzano”, finisce per estinguersi. Ma questa è un’ ottima notizia per i cattolici, poiché ora sanno che combattendo lo stato assistenziale cattureranno due piccioni con una fava: rallenteranno la marcia della secolarizzazione aumentando la ricchezza del paese liberandolo dalla zavorra costosa dei welfare.

8) Altrove Francesco dice che il capitalismo rischia di di produrre e diffondere povertà. Guardando al confronto tra nazioni non si direbbe: quelle in cui il capitalismo è più sviluppato sono anche quelle in cui chi sta in basso se la cava meglio. Nemmeno le analisi temporali confermano l’ affermazione del Papa; guardiamo alla storia delle nazioni: allorché le riforme capitalistiche venivano introdotte, la condizione dei poveri migliorava. Recentemente Cina e India si sono aperte al mercato e l’ Asia ha conosciuto un crollo della povertà senza precedenti. Milioni e milioni di asiatici sono usciti da condizioni di vita miserabili.  Cerchiamo però di capire perché, nonostante i fatti, certe denunce trovano ascolto e consenso.  Ci sono due categorie di poveri: quelli “vicini” e quelli “lontani”. Questi ultimi possono essere “lontani” nel tempo (i poveri delle generazioni future) o nello spazio (i poveri a noi sconosciuti) ma una cosa è certa, sono molto più numerosi dei primi. Chi è sinceramente preoccupato dalla povertà è chiamato a concentrare i propri sforzi sui “poveri lontani”.  E’ pur vero che non essendo “vicini” noi non li vediamo in carne ed ossa, è pur vero che avere a che fare con loro significa avere a che fare con mere astrazioni, ma cio’ non significa che siano meno reali: esistono come e più dei “poveri vicini”. E a noi interessa la realtà, non la concretezza. La Chiesa, con le sue critiche al capitalismo, spesso si è dimostrata miope privilegiando, in tema di povertà, la minoranza in dispregio della maggioranza. E’ ora di cambiare. Forse.

9) Se il cattolico tenesse veramente ai poveri, meglio sarebbe che rimpiazzasse l’ empatia di cui va fiero con la razionalità dell’ economista. In questi ambiti le astrazioni valgono più della volatile sensibilità. L’ azione sistematicamente irrazionale alla lunga miete vittime, e il fatto che queste vittime siano senza volto non attenua le colpe di chi le sacrifica. Se risparmiando oggi le risorse per l’ aiuto a un bisognoso mi consentisse domani di salvarne due, ecco che la ragione mi imporrebbe di  agire in questo senso; questo anche se i “poveri di domani” sono una mera astrazione mentre il “povero d’ oggi”, che trascuro a lascio morire davanti a me, ha un nome, un cognome e un volto. C’ è speranza in una simile conversione all’ “astratto”? Alcuni segnali rincuorano, prendiamo il caso dell’ aborto, i cattolici hanno sempre pensato che l’ uomo iniziasse la sua vita nascendo, successivamente la scienza ci ha spiegato che la vita umana nasce al concepimento. I cattolici hanno di conseguenza deciso di difenderla da quell’ istante, nonostante che il “concepito” sia un soggetto di poche cellule, una presenza talmente astratta che molti lo sentono come fondamentalmente estraneo al mondo degli uomini e non meritevole nemmeno dei diritti fondamentali. Eppure, in questo caso il Cattolico ha privilegiato il cervello e le sue astrazioni alla mera e svincolata sensibilità, c’ è da sperare che privilegi questa opzione anche in altri campi.

10) I poveri, così come i ricchi, poi non sono tutti eguali, bisognerebbe distinguere tra meritevoli e non meritevoli per ordinare la propria azione e renderla più efficace. Il “merito” deve essere un criterio di “carità”, per lo meno finché le nostre possibilità di carità sono limitate, come lo sono in questo mondo. Personalmente non penso che le diseguaglianze dovute al merito siano uno scandalo. Se milioni di persone smaniano per assistere alle schiacciate di Michael Jordan e il campione viene pagato in modo straordinario per esibire il suo talento cristallino, è forse questo uno scandalo che grida vendetta al cielo e che bisogna precipitarsi a correggere in nome di una Santa Giustizia?

11) Il cattolico è comprensibilmente ossessionato dalla difesa degli “ultimi” di cui il Vangelo gli parla in modo accorato quasi ad ogni pagina. Ma come valutare chi sono gli ultimi e come stanno? Innanzitutto la povertà non andrebbe confusa con la diseguaglianza, poiché la lotta contro quest’ ultima giova solo all’ invidioso, ovvero a una categoria di persone “non meritevoli” della tutela evangelica. Meglio, poi, non guardare troppo ai redditi, oggi lo si fa ossessivamente: se un reddito è investito anziché goduto, in che modo pesa sulla condizione effettiva di chi lo detiene? Ora, se anziché le diseguaglianze nel reddito, consideriamo quelle nei consumi, le rimostranze contro il capitalismo si ridimensionano, e si riducono ancor di più se diamo importanza, come ci detta il buon senso, alla qualità dei consumi. Esprimo meglio quest’ ultimo rilievo con un esempio: chi puo’ giusto sfamarsi e vestirsi vive una vita ben diversa da chi puo’ concedersi l’ idromassaggio ogni sera e il giro del mondo ogni mese; tuttavia, chi puo’ giusto concedersi uno Swatch da mettersi al polso, non ha una vita così radicalmente diversa da chi esibisce un Rolex Imperial. Anche se il secondo orologio costa mille volte il primo, entrambi segnano l’ ora alla stessa maniera. Ebbene, si tenga nel dovuto conto che le diseguaglianze prodotte dal capitalismo dei nostri anni sono più vicine al secondo esempio che al primo.

12) Nonostante quanto detto, per molti cattolici le diseguaglianze di reddito restano comunque un male che provoca disgregazione e conflitto sociale. E’ così? Difficile misurare la “disgregazione” sociale, più facile misurare il “conflitto”, magari in termini di sicurezza e criminalità diffusa. Alcune osservazioni mettono in dubbio i timori dei critici. Le diseguaglianze di reddito generano violenza? Il fenomeno della crescente diseguaglianza di reddito nelle società avanzate è iniziato in modo tipico negli USA degli anni 80. Ma quello è anche il periodo in cui la sicurezza personale è cresciuta in modo inequivocabile. New York, tanto per essere chiari, è oggi una delle città più “diseguali”  e al contempo più “sicure” che esistano al mondo. Forse la relazione tra diseguaglianza e sicurezza non è così immediata come molti pensano.

13) La visione critica del cattolico riceve comunque forza dal cosiddetto paradosso di Easterlin: non sembra esservi correlazione tra ricchezza materiale e felicità. Se così fosse a che ci serve aricchirci? Rinunciamo pure al capitalismo, impoveriamoci ma puntiamo sulla felicità imboccando strade alternative. Cominciamo col dire che recentemente l’ economista Justin Wolfer ha però dimostrato che una correlazione tra queste grandezze esiste, sia nei confronti tra stati che all’ interno dei singoli stati, tuttavia resta vero che il legame è più tenue di quel che ci si potrebbe aspettare. Forse la natura grettamente materiale della ricchezza gioca un ruolo, forse i beni effimeri lasciano un vuoto incolmabile dentro di noi. Forse il cattolico ha ragione, una vita relazionale migliore contribuisce in modo cospicuo alla nostra felicità. Eppure il paradosso a me sembra meglio spiegato dalla pervasività dell’ invidia: se mi arricchisco ma si arricchiscono anche tutti coloro che mi stanno intorno e con cui mi confronto, la mia felicità non aumenta come dovrebbe, ovvero, migliora il mio status assoluto ma non quello relativo, ed è proprio lo status relativo ad incidere di più in termini di felicità. Da questo breve resoconto, che mi sembra di buon senso, l’ invidia sembra uscirne come il nemico numero uno. Troviamo una medicina per l’ invidioso e il paradosso cesserà di essere tale. L’ invidia è il grande nemico, purtroppo la Chiesa predilige anteporre altri nemici attardandosi su egoismo e avidità. In alcuni casi addirittura l’ invidioso viene difeso, indicando nella diseguaglianza un fattore che intacca la dignità umana di chi esce umiliato nei confronti. Quando i confronti sono impietosi la Chiesa fa sentire la sua voce trascurando spesso che la condizione del più umile è nel frattempo molto migliorata. Poiché in casi del genere solo l’ invidioso ha motivo di lamentarsi è a lui che di fatto la Chiesa presta il suo megafono.

14) Purtroppo, dalle pagine del Vangelo, la denuncia della “ricchezza” emerge inequivocabile e cio’ pregiudica la riconciliazione tra il cattolico e  l’ economista. In fondo il primo deve attenersi al testo sacro per questioni di fede. Tuttavia, i testi sono sottoposti a continua reinterpretazione da parte della Chiesa vivente ed alcune interpretazioni alternative a quella letterale servono al meglio la causa della riconciliazione. Faccio qualche esempio di interpretazioni alternative. In primo luogo, intendere “ricco” come “prepotente” non sarebbe una cattiva idea. In fondo, nelle “economie di rapina” come quelle antiche, ci si poteva arricchire solo a spese degli altri e la ricchezza spropositata “segnalava” quindi prepotenza. Oggi, “nell’ economia dell’ innovazione”, al contrario, ci si arricchisce beneficiando il prossimo e l’ equivalenza perde di senso, anzi, s’ inverte. Secondariamente, il “ricco” del vangelo potrebbe essere l’ arrogante mentre il “povero”  l’ umile. Se poi umiltà è essenzialmente disinteresse per lo status, allora la condanna dell’ invidioso rimpiazzerebbe la condanna dell’ egoista, con tutti i benefici che si possono evincere dal punto precedente. Ci sono poi le posizioni più radicali. Padre Tosato si spinge oltre e chiede alla Chiesa di ammettere che il messaggio evangelico in tema di povertà è errato, semplicemente errato e da correggere. Almeno se rivolto al mondo moderno. Solo con questa ammissione a monte si puo’ procedere a una sostanziale rettifica. Per Tosato il messaggio “beati i poveri” va trattato alla stregua del messaggio: “la donna stia sottomessa all’ uomo”, entrambi sono oggi inaccettabili e da invertire sulla base dell’ esperienza mondana che la Chiesa ha cumulato. Se riguardo al secondo messaggio una presa di coscienza c’ è stata, sul secondo tarda. Padre Tosato non vede niente di eccezionale in un simile comportamento da parte della Chiesa, la dottrina sociale della Chiesa ha sperimentato di continuo dietrofront del genere, non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole. In passato, per esempio, ogni prestito a interesse era condannato come usura. Ebbene, recentemente, dopo aver preso atto dei benefici che la finanza porta alla causa dei poveri, la Chiesa ammette e benedice la diffusione dell’ attività bancaria. Tosato, in fin dei conti, chiede che si riconosca nella ricerca del profitto una forma di carità cristiana, e a chi gli obietta che non puo’ esservi un bene senza intenzione, risponde con le parole usate da Gesù per elogiare proprio un “bene compiuto senza intenzione”: “quel che avete fatto a loro lo avete fatto a me senza volerlo”. In realtà non c’ è nemmeno bisogno di ricorrere al concetto di “bene non intenzionale” visto che chi ricerca il proprio profitto puo’ benissimo essere conscio di compiere al contempo un’ attività benefica per comunità. Tuttavia, non penso che le posizioni di Tosato possano mai prevalere nella Chiesa di oggi; oggi, con Papa Francesco, siamo agli antipodi. Un messaggio più moderato sarebbe molto più realista, basterebbe sostenere che ogni uomo è tenuto a individuare il proprio talento e investirci su per sfruttarlo al massimo. Penso che il buon senso dei credenti possa condividere almeno questo primo passo, tra l’ altro ispirato proprio alle pagine del Vangelo (parabola dei talenti).

15) Oltre ai passi evangelici, ci sono però i vari documenti della Chiesa, a cominciare dal Catechismo. In essi viene viene delineata una dottrina sociale che sembra incompatibile con forme accentuate di capitalismo. Lo stato è visto come istituzione imprescindibile e il suo intervento invocato di continuo per perseguire i classici obiettivi della Chiesa in difesa dei poveri. Tuttavia, non tutto è perduto, esiste la cosiddetta “mossa del cavallo“. Si tratta del fatto che nei documenti in cui la Chiesa esprime la sua dottrina sociale, è fissato con chiarezza il cosiddetto “principio di sussidiarietà“, ovvero il principio per cui livelli inferiori di governo non possono essere espropriati delle loro competenze se in grado di assolverle. Ovvero, non serve un governo un governo che avochi a sé il compito di distribuire le merci se il mercato adempie spontaneamente a questo compito. Ora, è sufficiente allo studioso dimostrare le potenzialità del mercato per trasferire gran parte dei poteri governativi dalla burocrazia alla società civile. Grazie al “principio di sussidiarietà” e a un attento studio delle evidenze, la dottrina sociale della Chiesa potrebbe aprirsi in modo convinto verso i  principi cardine del capitalismo. In teoria, nulla osta.

16) “Cattolici progressisti” e “cattolici conservatori” si punzecchiano a vicenda accusandosi reciprocamente di “moralismo”. I primi perché, di fronte a poveri ed emarginati, trasformano regolarmente i sentimenti pietistici che provano in decreti legge con annesso prelievo ai danni del contribuente, i secondi perché, come autentici crociati, gradirebbero che il Vaticano detti allo stato le leggi in materia di bioetica. Ma davvero costoro ritengono l’ epiteto “moralista” come squalificante per un politico? Al di là del merito delle singole questioni, per me sarebbe una buona notizia. Vogliamo prendere sul serio questa accusa? Se lo vogliamo, allora la cosa diverrebbe un ‘ occasione per avvicinare le posizioni del credente a quelle dell’ economista. Costui non rinnega l’ esistenza di principi etici ma considera in modo amorale le regole sociali, le considera alla stregua di una “regole del gioco” atte a facilitare l’ azione di tutti i cittadini. E’ una concezione ludica della legalità. Facciamo anche qui un esempio per uscire dalla teoria e capirsi meglio: se l’ omicidio è interdetto dai codici, non lo è per un principio morale che ci vieta di uccidere nostro fratello ma perché l’ obbiettivo dell’ omicida (evidentemente non perseguibile attraverso lo scambio volontario) rappresenta un costo sociale se realizzato e non è quindi meritevole di tutela. Cio’ non significa che possa esistere una regola morale che mi impedisce di uccidere il fratello innocente, bensì che regola morale e regola civile non coincidono. Se le cose stanno così, non ha più nessun senso chiedere che un precetto morale, anche se universalmente riconosciuto, sia riconosciuto anche dalla legge civile.

17) L’ influsso dell’ economia (e quindi del mercato) è giudicato da molti cattolici come “moralmente corruttivo”. Perché? Forse perché l’ economia giudica i nostri atti a prescindere dalle intenzioni con conclusioni sorprendenti. Stando a questo metro, molti vizi privati si rivelano a sorpresa virtù pubbliche, così come molte virtù private si rivelano in realtà dei vizi una volta che esercitano il loro influsso sulla società intera. Per quanto tutto cio’ sia disturbante, il cattolico, anziché indignarsi, dovrebbe ponderare questa lezione e lasciarsi convincere che in molti casi le “conseguenze” pesano più delle “intenzioni”. La sensibilità alle conseguenze ridurrà le distanze tra economista e cattolico.

18) D’ altronde, il cattolico puo’ aiutare l’ economista a non scivolare nella riva insidiosa e sempre in agguato dell’ utilitarismo. Facciamo qualche esempio: l’ economista potrà ancora sorridere vedendo come il cattolico fatichi nell’ opporre argomenti validi alla – scelgo un tema particolarmente scandaloso per la ripugnanza che suscita – compravendita ordinata degli organi umani, potrà anche “divertirsi” nell’ accusare il proibizionismo del rivale di mietere vittime, astratte sì, ma anche maledettamente reali… Tuttavia, quando qualcuno proporrà – faccio un altro esempio – di sterilizzare – conti alla mano – i membri dei gruppi sociali più “problematici”, allora anche all’ economista più avveduto tornerà comoda la millenaria diga etica messa a punto dal cattolico. Anche lui, mettendo da parte le sue “quantificazioni”, la utilizzerà contro una simile scelleratezza. Diciamo allora che rinforzare questa diga sul pilone della libertà individuale è una soluzione di compromesso che consentirebbe la fruttuosa unione del cattolico e dell’ economista.

19) Il connubio tra il cattolico e l’ economista consentirebbe al primo di avanzare pretese su cio’ che il gergo di Papa Francesco designa come il “centro” del mondo moderno, poiché oggi l’ economista presidia proprio quella parte di mondo. Per “centro” intendo appunto la frontiera più avanzata dell’ umanità, quell’ avanguardia che procede su territori che domani verranno presumibilmente percorsi anche dal resto del mondo. C’ è da chiedersi se la Chiesa conservi ancora l’ ambizione di far sentire la propria voce nel dibattito tra le élites.  Con Papa Ratzinger l’ impresa, sebbene perseguita per altre vie, sembrava comunque all’ ordine del giorno. Ci si prefiggeva una nuova ambiziosa evangelizzazione dei continenti più secolarizzati – che sono anche i più avanzati – in particolare dell’ Europa. Benedetto esibiva la sua tempra di professore nelle Università più prestigiose dell’ Occidente facendosi udire dalle intelligenze più influenti. Ma con Papa Francesco l’ obbiettivo sembra mutato e nel mirino ci sono ora le cosiddette “periferie” del mondo. Dobbiamo auspicare venga ripristinata la vecchia rotta? Dipende. Forse bisogna domandarsi “chi influenza chi” per capire dove stia l’ innesco migliore per l’ evangelizzazione. E’ il “centro” ad influenzare la “periferia” o è la “periferia” che trascina il “centro” verso la sua sorte? Forse la “periferia” è più fertile e più irruenta nel riprodursi ma non c’ è dubbio che il “centro” catalizzi l’ emulazione della periferia. La mia umile opinione: persa la battaglia per il “centro”, persa la guerra. Comunque, diversi studi ci dicono che anche nelle democrazie, dove in teoria la maggioranza decide, ci si conforma per lo più alle opinioni delle élite. E parlo di “opinioni”, non di “interessi”, le due cose, diversamente da come pensa l’ ingenuo, sono scollegate. L’ attivismo ideologico quindi è tutt’ altro che vano, purché venga centrato sulle giovani élite. Utilizzando il nostro gergo diremmo, “purché sia mirato sul Centro”.

20) Il cattolico depreca l’ individualismo metodologico tento caro all’ economista: il soggetto, suggerisce la Chiesa, è una Persona, non un Individuo atomistico! Ma che differenza c’ è tra i due concetti? Per capirlo bisogna fare ancora riferimento al ruolo giocato dalle “relazioni umane”: la Persona è il soggetto che si forgia nella Relazione mentre l’ Individuo è il soggetto che forgia Relazioni. Entrambe le visioni possiedono un seme di verità ma quale prevale? E’ nato prima l’ uovo o la gallina? Un buon modo per stabilirlo consiste nel far ricorso al concetto di Responsabilità: chi è il responsabile ultimo dell’ azione umana? Il soggetto o la struttura relazionale in cui è avviluppato fin da bambino? Ora, poiché il cattolico crede nel Giudizio Universale, sa che il soggetto verrà giudicato dal Signore alla fine dei tempi e sentenziato per l’ Inferno o il Paradiso. Nota bene che non verranno condannate (o premiate) Famiglie o Comunità, verranno condannati (o premiati) i singoli. Viene allora naturale pensare al soggetto come ad una realtà “responsabile” in sé, per quanto condizionata dal viluppo relazionale in cui è immerso. Perché mai, infatti, dovremmo giudicare chi ha un comportamento predeterminato dall’ esterno in partenza? Ma se il soggetto è responsabile allora è fondamentalmente Individuo. Conclusione: così come dobbiamo riconoscere che il concetto di Persona ci ha salvaguardato nella storia da forme di collettivismo estremamente minacciose, dobbiamo anche riconoscere che in via teorica il concetto di Individuo è più coerente con l’ assetto di fondo della dottrina.

21) La “libertà” è l’ architrave del pensiero economico come di quello cattolico. Eppure, anche se la parola è la stessa, il concetto sottostante è ben diverso. L’ economista per “libertà” intende “libertà di scelta”, il cattolico ha in mente invece una qualche forma di “libertà esistenziale”. Nel primo caso la libertà puo’ essere anche onerosa visto che implica responsabilità. Si puo’ essere “liberi di scegliere” e al contempo scegliere male e pagarne lo scotto. Tutti come la responsabilità sia anche un fardello, essere liberi non è sempre gradito, di fatto. Nel secondo caso, invece, la “libertà” autentica è per definizione fonte di felicità e di realizzazione personale a prescindere. Per il cattolico, la libertà è  sempre un valore positivo, e per mantenerlo tale si teorizza che chi “sceglie male”, automaticamente, perda la sua libertà a causa di inganni demoniaci; chi sceglie male rientra nella cerchia degli “obnubilati” destinati ad una sottile forma di schiavitù. Stando così le cose è ovvio che l’ uomo libero sia sempre felice e realizzato. Modesta proposta: perché il cattolico non rinuncia ad un concetto tanto contorto e, nei suoi risvolti tautologici, anche abbastanza inutile? Secondo me vale davvero la pena di adottare il primo concetto di libertà in favore della chiarezza, della linearità espositiva nonché del buon senso. Penso che il messaggio cattolico possa essere esposto in modo chiaro anche aggirando concetti problematici come quello di “libertà”, per quanto provenienti da una tradizione nobile. Non fissiamoci su un feticismo dei termini che la controparte giudica sospetto.

22) Si dice che poiché il cattolico si occupa per lo più di “beni infiniti” come lo “spirito” o l’ “anima”, per questo motivo è così restio a “quantificare”. Ogni “quantificazione” gli appare come una “mercificazione” e senza dubbio, almeno nell’ ambito dei beni che più toccano i suoi interessi, ha dei validi motivi per pensarlo. Senonché, quasi come vittima di un riflesso condizionato, mantiene questa abitudine anche quando si cimenta nel mondo dei beni finiti; non “quantifica” nemmeno nel mondo dei beni “quantificabili”, non rende “verificabile” la sua visione nemmeno quando formula ipotesi osservabili. Il fatto è che in questi casi, non si possono del tutto ignorare le “conseguenze” di quanto si predica, e sarebbe miope non tentare di misurarle attraverso i più avanzati strumenti econometrici. Ancora più miope sarebbe insistere nonostante le smentite che derivano dall’ evidenza portata alla luce da tali modelli. Lo so che si tratta di strumenti imperfetti ma come si dice dalle mie parti “piuttost che niènt le mei piuttost”. La misurazione statistica comporta un continuo aggiornamento delle proprie credenze, una provvisorietà nelle conclusioni, una prontezza ad invertire la rotta laddove le credenze si erano stabilizzate. Scomodo? Mi chiedo piuttosto se si puo’ davvero pensare di intervenire nel dibattito delle scienze sociali sprovvisti di una simile flessibilità. Stabilire una verità sociale non è come stabilire la verginità di Maria: nel secondo caso richiedere una verificabilità è folle, nel primo invece è doveroso. In ambito sociale non ci sono dogmi ma solo fenomeni da verificare alla bell’ e meglio stando pronti a trarne le conseguenze tornando, se il caso, sui propri passi. Quando questa “onestà intellettuale” sarà abbracciata senza remore l’ economista e il cattolico avranno fatto un passo decisivo l’ uno verso l’ altro.

23) Ma anche l’ economista ha qualcosa da imparare dal credente e dalla sua riflessione sui “beni infiniti”. Oggi, infatti, anche  molti beni materiali sono diventati “infiniti”. Se programmo un buon software posso poi riprodurlo all’ infinito a costo zero. Se realizzo un solo e-book posso poi moltiplicarlo all’ infinito a costo zero. Tutto cio’ ha delle conseguenze: se il mio software è anche solo leggermente migliore delle alternative, mi accaparro l’ intero mercato, proprio perché stendere la mia produzione a livello cittadino o mondiale mi è indifferente dal punto di vista dei costi. Si tratta di giochini cosiddetti “winner take all”. Se Facebook è anche solo di poco migliore di MySpace, Facebook si prende tutto e MySpace sparisce. Anche grazie a queste dinamiche le ricchezze si concentrano ed emergono pochi super-ricchi dal patrimonio quasi infinito. Il credente ci insegna che quando disponiamo di beni infiniti cio’ che manca, cio’ che scarseggia è il senso, ovvero cio’ che ci consente di trasformare la ricchezza in felicità e realizzazione personale. Noi non viviamo per accumulare patrimoni ma per trasformarli in felicità personale. Ecco allora che intorno al super-ricco si forma una corte di gente che “offre” senso: il cuoco con i suoi piatti unici al mondo, l’ esperto dei vini con i suoi consigli sofisticati, il monaco buddista con la sua filosofia immaginifica, il personal trainer con le idee per una forma perfetta, l’ artista con le sue trasgressioni uniche… Il futuro è di chi sa trasformare la ricchezza in senso e vende i suoi consigli e la sua arte ai super-ricchi. A volte il senso ha bisogno del sacro per emergere, cosicché l’ opposizione del credente alla mercificazione che abbiamo cacciato dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra.

24) Il concetto di “natura” costituisce l’ ennesimo punto di frizione tra credente ed economista. Il primo imputa al secondo di dare troppa importanza ai patti e alle convenzioni trascurando le leggi di natura, in particolare la natura umana. L’ accusa puo’ essere fondata, ma solo in parte. Considerate un mercato e considerate il caso di Michael Jordan. Jordan ha un gran talento cestistico ma ha anche una passioncella per il golf. La sua natura gli imporrebbe di dedicarsi al basket ma le sue voglie lo spingono verso il golf. Se caliamo Jordan in un mercato assistiamo a come mille incentivi intervengano affinché lui si dedichi alla pallacanestro, ovvero allo sport più conforme alla sua natura. Dedicandosi al basket potrà diventare milionario mentre per dedicarsi al golf sarà bene si procuri un buon lavoro alternativo.  E’ esagerato allora sostenere che l’ economista trascura del tutto la natura degli uomini, l’ ambiente che l’ economista propone per la convivenza umana incentiva i partecipanti a seguire la loro natura, chi non lo fa paga.

25) Don Giussani enfatizza quanto sia utopico approfondire tutte le opzioni di fede per sceglier poi la migliore, meglio sarebbe affidarsi alla tradizione, approfondire e vivere fino in fondo cio’ che la tradizione ci propone e infine verificare se questa esperienza è conforme alla nostra natura. Gli economisti adottano una teoria della decisione razionale alternativa: quand’ anche approfondire tutte le opzioni fosse troppo costoso (utopico), si adotti un criterio probabilistico. Così come “tasselliamo” i meloni, dovremmo saggiare le via alternative che ci vengono proposte prima di imboccarne una. Ma il “criterio probabilistico” è superiore al “criterio esperienziale” favorito da don Giussani e dai cattolici in generale? La presenza di  un “effetto dotazione”, di cui ci parlano gli psicologi, sembrerebbe deporre contro il criterio esperienziale. Ossia, se noi investiamo gran parte del nostro capitale umano su un’ opzione, difficilmente la giudicheremo poi con la dovuta ponderazione, siamo troppo coinvolti per avere il necessario distacco, tenderemo inevitabilmente a giudicarla con favore rispetto alle opzioni che abbiamo tralasciato e su cui nulla abbiamo investito. I giudizi a posteriori sono sempre un po’ sospetti.

26) Per molti cattolici è lo stesso lessico teologico – nonché l’ apparato concettuale sottostante – a segnare uno iato incolmabile tra una sensibilità religiosa e una sensibilità moderna. Bisogna ammettere che nozioni quali quella di “sacro” sembra escludere ogni commercializzazione, anche la ripetuta condanna contro l’ avidità non sembra offrire spiragli. Tuttavia, non è nemmeno vero che ogni forma di comunicazione debba essere esclusa. Ecco una tabella con alcuni spunti per una riconciliazione lessicale:

a) Giudizio universale – La responsabilità individuale sta alla base dell’ individualismo moderno.

b) Provvidenza – L’ ordine spontaneo, ricercato dalla modernità, emerge naturalmente senza un responsabile.

c) Peccato originale – Viviamo in un mondo con risorse limitate, è l’ assunto della modernità.

d) Albero della conoscenza… – L’ abuso della conoscenza è l’ errore più grave anche nel mondo moderno

e) Poveri di spirito: la fiducia, merce rara di cui la modernità è assetata, allarga i mercati e decuplica la ricchezza.

ebis) Poveri di spirito – La presunzione per cui “cio’ che appare è” vale sempre nella modernità.

f) Paradiso/Inferno – La responsabilità è centrale anche nella società moderna.

g) Apocalissi – La logica utilitaria, tipica della modernità, è onnipresente nelle scritture.

h) Anima - La modernità non puo’ prescindere da identità e continuità della persona e delle sue responsabilità

i) Trinità – Nella modernità gli sdoppiamenti di personalità sono comuni.

l) Spirito – Il determinismo materialista non si coniuga bene con la responsabilità personale, concetto chiave della modernità

m) A immagine di Dio – La capacità di scegliere autonomamente è concetto moderno

n) Il dominio sul creato – La concezione proprietaria è tipica delle civiltà più avanzate.

o) Dio creatore – : C’ è un’ eco dell’ imprenditore innovatore.

p) Perdono - Una certa tolleranza informa le società più dinamiche; l’ innovazione è tutelata e si perdona molto a chi intraprende, spesso a scapito di chi campa al traino.

q) Gesù e la legge ebraica – Legalità e legittimità sono distinzioni tipiche della modernità

r) Santi - La funzione trainante delle élites conta molto anche nelle società moderne.

s) Vocazione - Valorizzare il proprio talento è un imperativo della modernità.

t) I pani e i pesci - Moltiplicare i beni per distribuirli è l’ obbiettivo di molte società moderne.

u) Preghiera e obbedienza – Sono forme di passività molto richieste nelle società dove domina incontrastato lo “specialista” (divisione del lavoro) e solo a lui è demandata l’ azione.

v) Pace – Niente pace, niente commerci: dove passano le armi non passano le merci.

z) Sacra famiglia – La famiglia monogamica “tradizionale” nasce con la proprietà privata, favorisce da sempre l’ accumulo di capitale ed è quindi funzionale ad ogni forma di capitalismo.

aa) Sacro – Premesso che la religione cristiana ha ridotto al minimo il ruolo del “sacro” nel vivere sociale, a volte scordiamo che anche la modernità ammette l’ esistenza di un nucleo oggettivo di realtà  “non negoziabile”. L’ equivoco alligna in chi mescola modernità e post-modernità, quest’ ultima propone una narrazione alquanto seduttiva ma, alla resa dei conti, presa sul serio solo da pochi intellettuali rinchiusi nelle loro accademie.

bb) Legge naturale – Come non vedere un’ assonanza con l’ ordine spontaneo tanto caro ai liberali?

Continua a questo link: http://broncobilli.blogspot.it/2014/07/lessico-cristiano.html

27) Secondo molti cattolici l’ efficientismo della società capitalista ha uno sbocco inevitabile: l’ alienazione dell’ uomo. Produrre diventa l’ imperativo e si perde di vista che si produce al solo scopo di consumare. Invertire i mezzi con i fini è prodromico al crescente straniamento così tipico dell’ uomo moderno. Ora, senz’ altro la società capitalistica pone grande enfasi sull’ efficienza e la globalizzazione ha ulteriormente rafforzato questo aspetto, tuttavia sarebbe caricaturale pensare all’ efficienza come obbiettivo unico. Mi spiego meglio con un esempio, chiunque abbia lavorato in una multinazionale – o l’ abbia anche solo vista dall’ esterno – conosce bene la montagna di inefficienza che caratterizza queste organizzazioni. Spesso i provvedimenti di taglio dei costi vengono presi giusto quando la situazione è insostenibile, quando cioè le pressioni concorrenziali diventano intollerabili. Ma se quei provvedimenti esistono, perché mai non sono stati presi prima? In queste aziende oltre 1/3 del personale è sostituibile con profitto, eppure si preferisce non toccarlo. Perché? Gli “yes man” del boss – chiaro simbolo d’ inefficienza – abbondano. Perché? Non esiste quasi mai un legame tra i compensi dell’ AD e i profitti societari. Perché? I meeting e i briefing inutili si susseguono, se a cio’ aggiungiamo lo scarso uso delle teleconferenze, viene da chiedersi il perché. In queste riunioni si formulano spesso delle previsioni sul futuro, eppure non vengono meticolosamente registrate e riscontrate come ci si aspetterebbe in un’ organizzazione dedita a misurare l’ efficienza e a premiarla. Perché? E’ noto poi che il  boss sopravvaluta gli uomini che ha assunto personalmente sebbene questa preferenza sia nociva per l’ organizzazione. Perché allora lo fa? Nelle assunzioni, le credenziali e i titoli prevalgono regolarmente sempre rispetto alla misurazione delle capacità effettive. Perché? E si potrebbe continuare. Evidentemente altri interessi oltre alla massimizzazione del profitto sono in gioco e pesano. In conclusione, la società capitalistica è un’ organizzazione complessa in cui agiscono molte organizzazioni complesse i cui obbiettivi non sono certo riducibili all’ efficientismo integrale.

28) Molti cattolici simpatizzano con la cosiddetta “legge di Sombard” per la quale il capitalismo, a causa del suo eccessivo dinamismo, diventa un processo innaturale che sgancia l’ economia da ogni ordine morale. L’ uomo non è fatto per la centrifuga impazzita dell’ turbocapitalismo. Ebbene, la critica contiene un nucleo di verità, bisogna prenderla sul serio; purtroppo tali critici sbandano allorché pensano di porre rimedio abbracciando il mito delle “riforme”, ovvero dell’ ingegneria sociale. Sarebbe come combattere il male con il male, sarebbe come rettificare un sistema che ha il difetto di essere costruito a tavolino con una riparazione per l’ appunto a tavolino. Meglio allora l’ approccio “conservatore”, meglio “rallentare” il capitalismo con le inefficienze sue proprie, ovvero le inefficienze che derivano da un “eccesso” di libertà, come le inefficienze da maggiori concessioni all’ autogoverno, da maggiori enfasi sulle diversità, dalla libertà di battere moneta,  ovvero, come abbiamo visto prima, dalla diffidenza per un welfare costruito centralmente. Ma gli esempi si possono moltiplicare.

AGGIUNTE POSTUME

ADD1: Spesso il cattolico s’ improvvisa economista, non è una scelta rassicurante. In questi casi il suo dilettantismo emerge in modo imbarazzante. Magari le sue intenzioni sono buone e saldamente ancorate ad un’ etica plausibile, senonché, forse perché vittima di un complesso d’ inferiorità culturale, ritiene di rinforzare i suoi argomenti attingendo all’ economia orecchiata. Pensa così di essere più convincente magari lusingandosi degli applausi dei già convinti. Esempio:

http://hateandanger.files.wordpress.com/2013/11/pope-francis-some-people-continue.png?w=630

Ecco allora come cambia la musica se gli stessi temi sono affrontati professionalmente: http://www.tsowell.com/images/Hoover%20Proof.pdf

ADD2. 29) La difesa di molte tesi sostenute dalla Chiesa sarebbe più robusta se articolata con gl argomenti dell’ economia tradizionali. Prendiamo il caso della scuola libera. E’ lecita una scuola privata? Molti avversari della Chiesa sostengono di no perché cio’ frammenterebbe l’ etica comune. La premessa a questo argomento è che esista un’ etica comune e che sia posseduta dallo stato. Se invece il valore supremo fosse la libertà individuale, l’ etica ottimale sarebbe oggetto di una ricerca che come tutte le ricerche è meglio condotta decentrando le decisioni e quindi anche le istituzioni. la scuola privata tanto cara ai cattolici verrebbe difesa in modo efficiente e moderno. Purtroppo la Chiesa, che in altri campi si posiziona in modo paternalistico e centralista, non è nelle condizioni più adatte per sostenere un argomento vincente di questo tipo.

ADD3. Libertà educativa, libertà di discriminare gli omosessuali, libertà di non praticare aborti… Ormai un cattolicesimo sulla difensiva si limita a lotte incentrate sulla libertà ad esistere: primo sopravvivere. Da qui una possibilità di alleanza oggettiva con libertari ed economisti, i loro argomenti laici sono lo scongiuro più potente contro le crociate laiciste.

ADD4. in un paese il miglior modo per aiutare i poveri consiste nell’ istituire un reddito di cittadinanza. La soluzione però non è esente da pecche poiché scoraggia il lavoroo. Non solo, scoraggia anche la religiosità (l’ assicurazione del reddito minimo spiazza l’ assicurazione religiosa). Laboriosità, capacità di affrontare il rischio e religiosità spesso vanno di pari passo, ecco allora profilarsi una serie di battaglie dove cattolici ed economisti possono fare fronte comune.

Fine del mio fioretto. RIP

Mi è impossibile onorare il fioretto. E’ inutile. Dovrei disconnettermi da Internet e dalla lettura di tutti i maggiori quotidiani, spengere la tv e non seguire nessun programma attualmente in onda. Buttare la radio. 

Questo è quello che propone Huffington Post Italia, dalle pagine di Repubblica. A proposito della strage familiare avvenuta nei giorni scorsi. 

Uccidere la propria donna, se occorre col suo prolungamento fisico, affettivo, e chissenefrega se sono figli tuoi. Ucciderla perché si aderisce inconsapevolmente al braccio armato di un movimento di pensiero contrario all’emancipazione femminile. 

L’uomo di Motta Visconti forse è pazzo, o forse, invece, no. Speriamo che lo sia. Speriamo non sia uno di quei sette assassini su dieci che invece non lo sono. Speriamo non sia “solo” uno dei tanti che odiano le donne. Che vogliono fermarle a ogni costo. Che ogni giorno, da qualche parte, al Sud o al Nord, nelle classi agiate come in quelle svantaggiate, tagliano loro la strada verso l’armonia con le armi, o con le botte, o con le parole, o con la solitudine, o con la negazione dell’affetto… 

Fermarle per liberarsi di loro, o per impedire loro di liberarsi di te. Ogni motivo è buono, esattamente come il suo motivo capovolto. Fermarle per impedire loro, in generale, di essere libere e felici. Fermarle per sentirsi uomini veri. Per impedire un abbandono. Per non specchiarsi mai nei loro occhi. Per non sentirsi inferiori. Oppure per fare quel che ti pare senza rotture, lagne, pretese, rivendicazioni. Chessò, provarci tranquillamente con una collega. Correre al pub. Bere a piacimento. Godersi la partita. Gol!!!! 

Non so come si possa tollerare, leggere una roba del genere.

Nei prossimi giorni, poi, Adriano Sofri e Michele Serra rincareranno la dose contro il Patriarcato Assassino, e si uniranno al coro Gramellini, Fo, Ovadia, Fazio e tutti gli altri intellettuali maschi che – inspiegabilmente, lo dico davvero – non contrastano questa narrazione, anzi, la sostengono.  Ipotesi: lo fanno per continuare ad avere uno spazio; lo fanno perché sanno che sono le donne che leggono e comprano libri (i loro) e giornali (i loro); lo fanno per superficialità e disinteresse per la verità dei fatti; lo fanno per paura di non fare più sesso; lo fanno per paura di moglie compagne; lo fanno tanto per fare. Ecc.

Non lo so, mi sembra un’immensa ingiustizia che non ci siano voci maschili, ma soprattutto femminili, che denunciano la colossale industria messa in piedi dal femminismo di terza ondata.

Ci vorrebbe un Norman Finkelstein in gonnella, ma purtroppo in Italia non si vedrà mai. Ci accontentiamo di un Aldo Grasso, che almeno ci prova, oggi, e lo ringrazio di cuore: 

Immaginando che «Glob. Diversamente italiani» fosse una trasmissione che si occupa anche di comunicazione, mi apprestavo a trovare parole diversamente critiche per il congedo (Rai3, domenica, ore 23.10). In fondo Enrico Bertolino, pur con i suoi impacci a vestire i panni del conduttore, è uno che ringrazia per i commenti e le critiche (così almeno cinguetta).

Poi, però, nell’ultima puntata della stagione arriva Lorella Zanardo con le sue prediche sullo sfruttamento dell’immagine delle donne. Nessuno lo nega, ma mi piacerebbe che gli autori, i collaboratori, le «firme» di «Glob» risentissero alla moviola il discorso della Zanardo: un cumulo di compiaciute ovvietà incarnate da una prosopopea senza limiti, come fosse la prima a scoprire «il punto di vista della telecamera». Ora, se applicassimo il metodo Zanardo a «Glob» scopriremmo che anche le apparizioni di Brenda Lodigiani o di Alice Mangione, nel momento in cui interpretano personaggi di contorno rispetto a Bertolino, mettono in luce l’uso distorto della donna in tv.

Mi chiedo come autori del calibro di Marco Posani, Dario Baudini, Luca Bottura, Luca Monarca, Enrico Nocera, Antonio De Luca, Stefano Redaelli possano aver avuto un cedimento simile e aver lasciato spazio alle banalità ideologiche di una diversamente competente. Mah!
Grande spazio alla promozione del secondo film di Mirca Viola, Cam Girl , storia di quattro ragazze che si spogliano in cambio di soldi, coperte dall’anonimato della Rete. In realtà, non si è parlato della qualità del film (ma «Glob» non è un programma sulla comunicazione?), bensì del dramma sociale che si cela dietro questo fenomeno: «ragazze della porta accanto» che, in mancanza di reali prospettive economiche, decidono di entrare nelle case dei clienti attraverso una webcam mostrandosi a perfetti sconosciuti diversamente vestite.

Violenza & Violenza

Com’ è noto, raccontare la storia in termini di “buoni e cattivi” abbassa il quoziente d’ intelligenza di chi partecipa alla discussione.

Tuttavia, gli esempi di questa pessima abitudine fioccano. Mi limito a farne un paio prendendo a pretesto il tema sempre caldo del femminicidio.

1) Certo femminismo vede tutti mali del mondo contemporaneo come un lascito del Patriarcato, ovvero di un’ epoca in cui gli uomini (i cattivi) opprimevano le donne (buone). Il femminicidio, la cui denuncia è tanto in voga, non fa eccezione. Praticamente, dopo Auschwitz viene il Patriarcato.

2) Certo anti-femminismo vede la retorica femminista sul femminicidio come una cortina fumogena (cattiva) volta a nascondere la dura  realtà dei fatti: in famiglia e nella coppia le donne picchiano quanto se non di più degli uomini. In questo caso i “buoni” sono coloro che senza pietà ci mettono davanti alla “dura realtà dei fatti” liberandoci del persuasore occulto che lavora indefesso in favore della lobby femminista.

 

Come modificare le due storielle per ripristinare il quoziente d’ intelligenza degli interlocutori? Faccio un tentativo.

1bis) Il Patriarcato è solo un assetto sociale che, in determinati contesti, realizzava, secondo le attitudini di ciascun sesso, un equilibrio nella divisione dei compiti. Oggi, in contesti mutati, ha poco senso, e la transizione verso nuovi equilibri (da scoprire) è a buon punto, bisogna solo accompagnarla senza tante isterie. Persino il femminicidio è meglio spiegato come istinto naturale che come portato culturale: l’ uomo che vede minacciato il suo status di riproduttore reagisce in modo violento (ricordiamoci sempre che il nostro cervello è stato “costruito” migliaia di anni fa per funzionare bene allora). Naturalmente è un istinto che puo’ e deve essere controllato dalla ragione, specie ora che una reazione del genere è completamente insensata.

2bis) E’ vero, nella coppia la donna picchia più dell’ uomo, ma la differenza, oltre che nei danni provocati, è anche nel significato che assumono “le botte” impartite alla controparte. La donna, in genere, vuol lanciare un segnale al suo partner, l’ uomo vuol far male. Per la donna è una forma estrema di comunicazione, a volte persino sofisticata; per l’ uomo una pura e semplice perdita di controllo.

Pagare tutti per pagare meno

E’ uno slogan ricorrente quando si parla di tasse con l’ ansia di mettere nel mirino quel bandito dell’ evasore: se solo lui pagasse, io pagherei meno.

Ma chi lo sostiene dovrebbe rendere conto di almeno due cose.

1. Poiché l’ evasione/elusione riguarda più da vicino i redditi di capitale rispetto a quelli di lavoro, ci si aspetterebbe che le aliquote gravanti sui primi siano maggiori. E’ vero l’ opposto: dove per questioni tecniche è maggiore l’ elusione/evasione, il fisco sembra adeguarsi presentando un conto meno salato.

2. La storia fiscale italiana (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe) parla chiaro: la compliance è cresciuta parallelamente all’ aumento delle aliquote. Ovvero, quanto più cresceva la propensione a battere scontrini, quanto più cresceva la “coscienza fiscale” degli italiani, tanto più lievitava l’ aliquota a cui erano sottoposti i loro redditi.

Correlazione e causalità sono cose diverse e il punto 2 puo’ avere molte spiegazioni, tuttavia una spicca per linearità e merita di essere citata: se una cosa funziona la si usa di più.

Ovvero, se il contribuente paga, perché mai non dovrei “spremerlo” ulteriormente?

Si puo’ sfuggire al primo punto ma è difficile farlo senza ricadere nel secondo.

I due punti non si limitano a revocare in dubbio lo slogan ma addirittura lo ribaltano: “se più gente evadesse, pagheremmo tutti meno”, ovvero: se il mestolo fosse un colabrodo non verrebbe usato tanto alacremente.

Il politico che annuncia nuove tasse non è ben visto: perché rovinarsi l’ immagine se poi si raccoglie tanto poco da distribuire alla propria constituency?

Una specie di parassitismo alla rovescia: l’ evasore come scudo per il tartassato. Guarda caso in tutto il mondo i livelli di tassazione e le pretese del fisco aumentano all’ aumentare della tecnologia in possesso degli accertatori (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe). Si puo’ con fondamento ritenere che se grazia ad una bacchetta magica l’ evasione sparisse, probabilmente le tasse s’ impennerebbero (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe).

Strano ma logico. E soprattutto in linea con i fatti osservati in passato.

obey

***

Altra recriminazione: “l’ evasore fa concorrenza sleale” compromettendo l’ efficienza del sistema.

E’ vero, l’ evasore sopporta meno costi (tributari) rispetto al suo concorrente. Ma, fateci caso, anche l’ impresa olandese e quella svedese sopportano meno costi tributari rispetto a quella italiana, eppure nessuno parlerebbe di “concorrenza sleale” in quel caso. E non si puo’ nemmeno addurre che l’ impresa olandese sia costretta a operare con meno servizi. Al contrario!

Perché allora in quei casi – eccezion fatta per qualche folkloristico protezionista – non si parla di “concorrenza sleale”? Qualora l’ impresa, grazie all’ evasione, si auto-riducesse le imposte a livello “americano”, chi oserebbe accusarla di parassitismo? 

Mmmmm. Mi rendo conto che questo argomento va integrato, da solo non è poi così convincenti per rintuzzare la recriminazione di partenza. In effetti il piatto forte deve ancora arrivare e ve lo servo subito.

Fate bene attenzione: lo slogan recriminatorio che ho messo in grassetto qua sopra, per essere attendibile, necessita che la spesa pubblica sia efficiente. Ma la spesa pubblica che ci ritroviamo presenta queste caratteristiche?

Ovviamente no, dopo gli anni 50/60 del secolo scorso la spesa pubblica è in efficiente un po’ ovunque in Europa (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe).

Troverete chi sostiene che lo stato spende in modo più equo ma non chi sostiene che spende in modo più efficiente. Di sicuro l’ evasore ha una struttura d’ incentivi a spendere in modo efficiente più coerente rispetto a quella che possiede il burocrate.

I fondi sequestrati all’ evasore intercettato sarebbero dunque spesi dalla politica in modo inefficiente. Al contrario, l’ evasore, trattenendo presso di sé quelle somme, le spenderebbe in modo efficiente: se deve farsi una piscina, per esempio, sceglierà la ditta più efficiente per costruirla, e questo per il semplice fatto che premiare il migliore sulla piazza conviene innanzitutto a lui.

L’ inefficienza della concorrenza sleale (oltretutto al netto di quanto si diceva all’ inizio di questa sezione) è più che compensata dall’ efficienza di come vengono successivamente spese le risorse trattenute grazie all’ evasione stessa.

Naturalmente, efficienza ed equità possono divergere: spendere per lavare i fazzoletti-dei-poveretti-della-città sembra più equo che spendere per costruire una piscina olimpionica nella villa dell’ evasore. Ma se spostiamo l’ attenzione sull’ equità allora dovremmo innanzitutto dimostrare l’ equità di una pratica quale l’ esosa tassazione europea. E l’ impresa, credetemi ancora per poco sulla parola, è a dir poco ardua. Specie se ci si affida al buon senso.

***

L’ evasione è eticamente condannabile?

Io sostengo di no per il semplice fatto che ad essere condannabile moralmente è la tassazione. Almeno una certa tassazione. Ironia della sorte in Europa esiste proprio “quel” tipo di tassazione.

Per capirci meglio bisognerebbe tornare alla struttura fondante della tassazione. Ogni tassa è una proposta di Corleone: “tu mi dai la somma X e io ti fornisco il servizio Y. O ci stai con le buone o ci stai con le cattive. O mangi sta minestra o salti dalla finestra. Allora?”.

Non mi sembra un modo di agire molto “etico”. D’ altronde nella storia gli stati emergono come cosche vincenti in una lotta tra “protettori”.

E ha poco senso evocare il metodo (magari democratico) con cui viene scelto chi è poi chiamato a formulare una “proposta di Corleone”. Se Tizio, Caio e Sempronio voglio suonare un quartetto d’ archi non possono coartarmi alla stregua di uno schiavo costringendomi con la minaccia della galera a studiare musica perché “… manca il secondo un violino e devi quindi suonarlo tu”. Nemmeno se si giustificassero dicendo di aver deciso la cosa a maggioranza tre contro uno.

Oltretutto, Corleone offriva servizi di protezione in genere efficienti: il ladruncolo del quartiere che violava la zona del boss disturbando i “protetti” veniva rinvenuto appeso al lampione la notte stessa.

In altri termini, la tassazione per essere giustificata richiede un doppiopesismo morale: ci sono uomini (i rappresentanti del governo) che hanno uno status morale superiore rispetto ai cosiddetti “rappresentati” e quindi possono fare cose che a questi ultimi non sono concesse.

Chi accetterebbe una differenziazione nello status morale dei soggetti? Ormai la si accetta a fatica anche tra uomini e animali!

Ma abbandoniamo pure le buone ragioni del radicalismo e concediamo che tassare il prossimo sia moralmente accettabile quando costituisce uno strumento per fornire beni pubblici alla comunità e per compensare le esternalità che si producono nell’ azione degli individui. Raggiungeremmo un livello di tassazione complessiva eticamente consentita tra il 5 e il 20%, un mondo sideralmente distante da quello in cui opera l’ evasore di cui ci occupiamo qui.

Per alcuni l’ evasore è moralmente riprovevole in quanto “parassita sociale”. L’ evasore usufruirebbe di beni alla cui produzione non contribuisce. Ma l’ accusa ha i piedi d’ argilla, qualora non si provi contestualmente la piena legittimità della tassazione sovrastante. Con un’ analogia azzardata ma illuminante, sarebbe come dire che in occasione di un sequestro il “rapito”, per quanto abbia le sue buone ragioni per lamentarsi, resta comunque un parassita poiché non respinge il rancio passatogli dai sequestratori. Assurdo, vero?

Mi spingo ancora oltre: anche qualora ammettessimo che la tassazione sia legittima, cio’ non ci consentirebbe ancora di dire che l’ evasore è un “ladro”. Prendendo seriamente le parole, mi tocca far osservare che “ladro” è chi si impossessa della proprietà altrui e l’ evasore, almeno in un’ ottica giusnaturalista, è comunque proprietario a tutti gli effetti della ricchezza che ha prodotto. Semplicemente, sarebbe in torto in quanto inadempiente rispetto ad una certa obbligazione tributaria (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe)

E che dire, in conclusione, della lotta tra categorie? “Dipendenti” vs. “Autonomi”. Spesso la contrapposizione è presentata in termini etici.

Francamente trovo che sia una ricostruzione distorta. Come sappiamo l’ occasione fa l’ uomo ladro e non avere occasioni non è certo un merito (a volte è un demerito!).

Ma, come se non bastasse, c’ è di più. Le evidenze empiriche (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe) ci dicono che chi non evade perché non puo’ (esempio il lavoratore dipendente) è anche mediamente più incline ad evadere appena puo’ (il sommerso è più diffuso tra chi ha un “secondo lavoro”  che tra le “partite iva”). Non penso proprio che ci si possa proclamare santi per il solo fatto di non essere mai stati “tentati”. Un’ etica del genere non esiste, bisognerebbe inventarla ad hoc.

***

Siamo sicuri poi che l’ evasore faccia mancare risorse essenziali allo stato?

Sembrerebbe di no. Oggi il condominio Italia langue e il condominio Germania prospera. Si tratta di due condomini in tutto uguali e un confronto è lecito.

Qualcuno è tentato di osservare che i condomini del primo condominio non pagano con solerzia le spese condominiali.

Vero, ma se andiamo a vedere poi ci accorgeremmo che, a parità di condomini, l’ amministratore del condominio Italia ha in cassa e spende esattamente le stesse somme dell’ amministratore del condominio Germania (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe), nonostante il confronto sui risultati sia imbarazzante.

E allora? Allora i condomini dovranno pure pagare le spese ma se le cose vanno come vanno nel loro condominio la causa non sta certo nell’ insolvenza quanto negli amministratori.

***

L’ evasore però, con le sue gesta, viola la legislazione di stato svalutando di fatto tutte le leggi, anche quelle giuste.

Qui l’ evasore è indifendibile: come si puo’ governare uno stato se il valore delle leggi emanate è vicino a zero? Non rispettare una legge rischia di ridurre a carta straccia l’ intero corpo legislativo.

***

Qui sta la vera colpa dell’ evasore ma anche la ricetta della lotta all’ evasione: basta eliminare, sfoltire, attenuare le leggi violate e applicare con più rigore le poche che restano.

Meno tasse e aliquote più basse.

Una volta che le leggi comunemente violate scompaiono (o si attenuano) non saranno più violate (o lo saranno meno) e l’ effetto svalutazione non si riverserà sulle leggi buone.

Che inconvenienti comporta l’ abrogazione (o attenuazione)? Inconvenienti in termini di efficienza? Al contrario, l’ efficienza del pase aumenta, lo abbiamo appena visto (si eliminano costi burocratici, costi del sommerso, costi di pseudo-concorrenza sleale…).

Inconvenienti in termini di equità? Al contrario, l’ equità aumenta, lo abbiamo appena visto (si attenua l’ applicazione di un doppio standard tra i soggetti in campo).

Ma per lo scettico l’ evasore continuerà ad evadere imperterrito. L’ evasore è fatto così, penserà. Non ha una testa, è una macchina. Una macchina per evadere. L’ imposta puo’ essere alta, media, bassa… Il suo mestiere è evadere e lui la evaderà.

Per lo scettico ho due risposte.

Prima: se diminuiscono le aliquote, a parità del resto, evadere diventa molto più costoso e l’ evasore, se agisce razionalmente, rallenta. Se il prezzo sale, si compra meno. Di solito.

Seconda: con meno leggi da far rispettare l’ applicazione delle poche rimaste migliora. Gli accertatori fiscali potranno concentrarsi su pochi e più mirati compiti. Se le cose da fare diminuiscono, si fanno meglio. Di solito.

 

I bambini ci rendono infelici?

Poiché recentemente ho letto parecchio sul tema, mi vengono di getto alcune considerazioni.

1) La risposta più rigorosa alla domanda di cui al titolo è “sì”. Quando nascono i tuoi figli la tua felicità è in pericolo. Troppe ricerche lo confermano in modo concorde, non puo’ essere un caso.

2) Bisogna aggiungere che l’ effetto negativo riscontrato è “tenue”.

3) Talmente “tenue” che la felicità regalataci dal matrimonio (o comunque da un’ unione stabile) lo compensa abbondantemente, Ovvero: un genitore sposato è mediamente più felice di un single, e questo anche se su di lui insiste il gravame che i figli sembrerebbero avere sulla felicità delle persone.

4) Memento: le ricerche sulla felicità restano comunque problematiche poiché i confronti intersoggettivi sono sempre difficili da fare. Mi spiego meglio: posso dire in modo attendibile che su una scala da “uno” a “dieci” mi sento felice “otto” ma non posso dire con certezza che il mio “otto” equivalga al tuo “otto”.

5) L’ infelicità che apportano i figli è chiara in alcune aree specifiche (godimenti puri, vita di società… e te credo, quando ti nasce un figlio la tua vita sociale si azzera o quasi). Lo è meno se consideriamo il “grado di soddisfazione generale” della persona oggetto d’ indagine.

6) Ormai esistono molte banche dati che consentono di seguire un individuo nel corso degli anni. Dalle ricerche che ne fanno uso veniamo a sapere una cosa molto interessante: chi decide di avere figli di solito aumenta il grado della propria felicità (e per le donne è ancora più vero!). Naturalmente lo stesso dicasi per chi decide di non avere figli: anche costui aumenta la propria felicità assecondando la sua propensione. Condizione sufficiente per riscontrare questi effetti è quella di trovarci di fronte ad autentiche scelte di vita personali. In sintesi: le persone sono abbastanza razionali quando scelgono se avere o non avere figli.

7) Il punto 6) ci permette di concludere che, sebbene i figli globalmente abbiano un effetto negativo sulla felicità delle persone, chi ha scelto di averli ha agito razionalmente: senza quei figli sarebbe stato più infelice. E lo stesso, mutatis mutandi, si puo’ dire anche per chi ha scelto di non averne.

8) Se torniamo a considerare il punto 4) dobbiamo concludere che la parte più affidabile delle ricerche (quella che non implica confronti intersoggettivi) mette in luce un “effetto positivo” piuttosto che “negativo”. Questo anche se nelle ricerche globalmente considerate l’ “effetto negativo” – quello più problematico per la natura stessa delle ricerche – prevale su quello “positivo”.

9) La felicità di avere figli si manifesta soprattutto nel lungo periodo, e questo puo’ ingannare chi non è lungimirante o sospetta sempre delle tradizioni. Avere molti nipotini è piacevole. Un nipotino impegna meno di un figlio. Purtroppo senza figli i nipotini non ci saranno mai o saranno pochi. Spesso ce lo dimentichiamo.

10) E’ bene ricordare anche che un figlio “non voluto” che ci capita tra capo e collo rende molto meno infelici di un figlio voluto che non arriva. Un bambino non voluto in arrivo sembra una tragedia, senonché la tragedia si ridimensiona molto presto, e magari si trasforma in una festa. Il figlio cercato e non ottenuto invece è una spina che ci tormenterà a lungo, forse per sempre.

11) L’ impegno che profondiamo nella cura dei figli è stressante e fonte d’ infelicità ma – fortunatamente – anche eccessivo. Qualora lo razionalizzassimo, ci sono buone speranze di mitigare l’ “effetto negativo” che la prole ha sulla nostra felicità. E magari di ribaltarlo in un “effetto positivo”.

12) La “felicità” non è comunque tutto nella vita di un uomo; c’ è anche la “speranza”, per esempio. In un certo senso potremmo dire che fare un figlio è “conveniente” poiché – rispetto alla “speranza” che ci regala la sua presenza – costa davvero poco in termini d “felicità”.

13) Come distinguere tra “speranza” e “felicità”? nel pormi la domanda penso sempre ad un immigrato che ho conosciuto e che mi raccontava in modo appassionato quanto era felice al suo paese: ok, era più povero, ma anche più felice. Se la felicità fosse tutto quell’ immigrato sarebbe tornato di corsa a casa. Posso ben dirlo visto che lo conosco come persona razionale. Ma lui non lo fa. Non lo fa perché solo stando qui (dove è un po’ più infelice) puo’ coltivare cio’ che evidentemente reputa ancora più prezioso: la sua speranza.

14) Che poi tra figli e “speranza” ci sia un legame inscindibile lo spiega bene il poeta Charles Peguy:

Il portico del mistero della seconda virtù


La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.

La fede, no, non mi sorprende.
La fede non è sorprendente.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle.
In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare.
Nell’universo delle mie creature.
Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle.
Nella calma valle.
Nella quieta valle.
Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell’uomo.
Mia creatura.

Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli.
Nell’uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini.
Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.
Che gli uomini.
Non sono ancora stati disfatti dalla vita.
Della terra.
E fra tutti sono i miei servitori.
Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell’azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.
Ora io risplendo talmente nella mia creazione.
Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.
Nel pane e nel vino e nell’uomo che ara e nell’uomo che semina e nella mietitura e nella vendemmia.
Nella luce e nelle tenebre.
E nel cuore dell’uomo, che è ciò che di più profondo v’è nel mondo.
Creato.
Così profondo da esser impenetrabile a ogni sguardo.
Tranne che al mio sguardo.
Nella tempesta che scuote le onde e nella tempesta che scuote le foglie.
Degli alberi della foresta.
E al contrario nella quiete d’una bella serata.
Nelle sabbie del mare e nelle stelle che son sabbia nel cielo.
Nella pietra della soglia e nella pietra del focolare e nella pietra dell’altare.
Nella preghiera e nei sacramenti.
Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.
Nell’aquila mia creatura che vola sui picchi.
L’aquila reale che ha almeno due metri d’apertura d’ali e fors’anche tre.
E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.
Nella terra.
Nella formica mio servitore.
E fin nel serpente.
Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.
Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.
Se non la morte e il lungo sonno invernale.
(…)

Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.
Nell’infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.
Che tesaurizza miseramente, come l’uomo.
Come l’uomo infimo.
E che scava gallerie nella terra.
Nel sottosuolo della terra.
Per ammassarvi meschinamente dei tesori.
Temporali.
Poveramente.
E fin nel serpente.
Che ha ingannato la donna e che perciò striscia sul ventre.
E che è mia creatura e che è mio servitore.
il serpente che ha ingannato la donna.
Mia serva.
Che ha ingannato l’uomo mio servitore.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.
E anche ai ricchi.
Che non vogliono esser mie creature.
E che si mettono al riparo.
Per non esser miei servitori.
In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.
(E io passo sopra a tutto, perché sono il signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).
E fin nella tentazione del peccato.
Stesso.
E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio.
A causa dell’uomo.
Mia creatura.
Che io avevo creato.
Nell’incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.
E nel santo sacrificio della messa.

In ogni nascita e in ogni vita.
E in ogni morte.
E nella vita eterna che non avrà mai fine.
Che vincerà ogni morte.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.

La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.
Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.

Mio figlio loro fratello.
Una così grande carità.

Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso.
Questo sì che è sorprendente.

Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.
Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ed io stesso ne son sorpreso.
E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.
E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue, dal fianco trafitto di mio figlio.
Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio,
sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.
Che brucia in eterno nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.
Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.

Una fiamma che non è raggiungibile, una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.

Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina.
Immortale.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.
Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.

Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.

(…)

Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.
Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile, e che probabilmente è la più gradita a Dio.

La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all’inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.

Per non amare il proprio prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Dinanzi a tanto grido di miseria.

Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.

È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile
(…)

E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.

La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo.
Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.
Avanza.
Fra le due sorelle maggiori.
Quella che è sposata.
E quella che è madre.
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.
La prima e l’ultima.
Che badano alle cose più urgenti.
Al tempo presente.
All’attimo momentaneo che passa.
il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella ch’è al centro.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.
Al centro.
Fra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non veder invece
Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne avanti negli anni.
Due donne d’una certa età.
Sciupate dalla vita.

È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.

La Fede vede ciò che è.
Nel Tempo e nell’Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.

Per così dire nel futuro della stessa eternità.
La Carità ama ciò che è.
Nel Tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Così come la Fede vede.
Dio e la creazione.
Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.

Per così dire nel futuro dell’eternità.

La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.

Nel futuro del tempo e dell’eternità.

Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano,
La piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.

E le due grandi camminan solo per la piccola.

Charles Péguy

IMG_5386

Aggiunte postume.

ADD1. Quando si partorisce si soffre ma si è contenti. Evidentemente urge chiarificazione dei termini. L’ happiness degli americani esprime un piacere e si distingue dal concetto di joy che esprime soddisfazione, realizzazione, gioia esistenziale. Il rilievo è importante e integra il tema di cui al numero 12, ovvero (la felicità non è tutto). Per i particolari rinvio a Tim O’Connor su BQO.

La mia filosofia

Non ho mai studiato la filosofia a scuola, cosicché conosco poco la storia e gli eroi di questa disciplina. In un caso come il mio l’ approccio più semplice consiste nell’ affidarsi alla narrativa anglosassone (o “analitica”) che insiste su specifici problemi di facile descrizione, e di accantonare la narrativa continentale più concentrata sui singoli autori (e quindi sulla storia e sugli eroi). In termini provocatori: Platone con i suoi codicilli interessa agli “analitici” quanto Democrito puo’ interessare ai fisici contemporanei, praticamente una lettura da spiaggia, al limite. E questo, come è facile capire, risulta rassicurante per un ragiunat.

Fatta questa premessa si capirà perché l’ esposizione che segue consiste in un semplice elenco dei problemi sul tappeto seguito dalla soluzione che prediligo.

Ci tengo solo a precisare che non si tratta della “mia” soluzione ma della soluzione che ho comprato girando per le bancarelle dei migliori filosofi contemporanei in circolazione. I principi guida di questo shopping sono presto detti: semplicità e buon senso. In genere ci sono sempre soluzioni verso cui il buon senso è attratto; ebbene, le abbandono solo di fronte a critiche devastanti. Naturalmente mi riservo di cambiare idea in qualsiasi momento.

Ancora una cosa prima di partire: per questioni di economia molti dei “problemi” e delle “formule” a cui faccio riferimento non sono specificati a dovere ma chi è interessato basta che visiti in rete Wikipedia per avere una delucidazione sommaria oppure la SEP (Stanford Encyclopedia of Philosophy) per avere una panoramica più completa.

 

***

 

Esiste la conoscenza a priori? Direi di sì. Si possono fare molti esempi, mi limito ad uno: la logica. Noi conosciamo le leggi fondamentali della logica senza sentire l’ esigenza di una conferma empirica. Se dico che Giovanni è più alto di Paolo che è più alto di Nicola, so (a priori) che Giovanni è più alto di Nicola e per saperlo non mi occorre verificarlo empiricamente metro alla mano. Ebbene, di fronte a tanta evidenza del fatto che la conoscenza a priori è possibile, il compito di provare il contrario è piuttosto gravoso, e non mi risulta sia mai stato adempiuto in modo convincente.

Astrazioni: platonismo o nominalismo? Esistono gli universali? Esempio: sappiamo che esistono i gatti bianchi, che esistono i cavalli bianchi… ma esiste la “bianchezza”? Ha senso parlarne come di qualcosa in sé? I nominalisti negano tale esistenza, i realisti immanenti la ammettono ma non “in sè” (essenza) bensì legata indissolubilmente ai “particolari”. I platonisti invece sostengono che gli universali esistono e sono autonomi. La posizione nominalista mi sembra assurda mentre quella “immanentista” più vicina al senso comune. Il platonismo è una posizione spesso non necessaria. Perché spingersi dunque a tanto? Il realismo degli universali, però, è accettabile, innanzitutto perché un certo platonismo (temperato) facilita la grammatica delle dimostrazioni. Faccio un esempio: 1) il giallo è un colore, 2) l’ affermazione precedente è vera, quindi 3) il giallo esiste. Semplice no? Ma è facile dimostrare anche la falsità del nominalismo (l’ idea per cui “giallo” è solo una comoda parola di cui ci serviamo per indicare certi fenomeni): 1) il giallo è un colore e i limoni lo posseggono 2) non esistono parole che sono colori e che sono possedute dai limoni, quindi 3) giallo non è solo una parola. Facile no? Perché allora cercarsi rogne? Direi che oggi il nominalista rinuncia a queste comodità servite sul vassoio d’ argento solo perché ha dei secondi fini, per esempio è un empirista radicale e certe forme di platonismo gli romperebbero le uova nel paniere. La filosofia moderna, con Putnam e Kripke, recupera un certo essenzialismo che sembrava morto e sepolto. Bene.

La metafisica ha ancora un senso? L’ opzione per il realismo immanentista non implica comunque rinuncia alla trascendenza. Un realista immanentista, per esempio, puo’ essere anche un dualista sostanzialista (vedi sotto), ovvero credere che l’ identità delle persone risieda nell’ anima, cioè in un’ entità trascendentale, ovvero in una sostanza soprannaturale  concepibile separatamente dal corpo fisico.

E’ possibile distinguere tra giudizi analitici e giudizi sintetici? Chiunque è in grado di fornire esempi di giudizi analitici (“il quadrato ha 4 lati”, “il gatto miao è un gatto”, eccetera) così come chiunque è in grado di fornire esempi di giudizi sintetici (il quadrato è blu”, “il gatto miao è feroce” eccetera). E’ forse un caso se possiamo farlo in tanti senza il minimo disaccordo? No, è semplicemente la prova che la distinzione tra giudizi analitici e giudizi sintetici è evidente a tutti e chi la nega deve provare la negazione con altrettanta evidenza. L’ empirismo radicale si trova nella condizione di negarla – e lo ha anche fatto in modo geniale (Quine) – ma questo è un punto debole di quella filosofia, non un punto di forza.

La giustificazione epistemica è di tipo “internalista”? Sì perché la conoscenza si fonda sul senso comune che è una facoltà dell’ uomo, ovvero una facoltà “interiore” attraverso la quale abbiamo un accesso diretto alla realtà esterna grazie all’ intuizione e al tribunale dell’ introspezione. Se parlassi solo della realtà esteriore (esternalismo), come fa il naturalismo, senza specificare nulla sull’ affidabilità di intuizione e/o introspezione, la teoria epistemica sarebbe incompleta e sempre in balia di uno scetticismo “à la” Hume. Questa posizione fondata sul principio di conservazione delle apparenze (“se mi sembra “F”, allora è “F”)  supera poi il cosiddetto Gettier problem, la bestia nera degli “internalisti”, poiché non “prova” ma si limita a trasferire l’ “onere della prova” su chi contesta le apparenze. Un argomento “giuridico” che viene buono anche per questioni filosofiche.

Fenomeni o oggetti? Esiste una distinzione importante tra oggetti e fenomeni. L’ oggetto ha una sua fisicità e le sue proprietà possono essere ben rese attraverso descrizioni fisiche. Il fenomeno invece è un evento inestricabilmente legato alla coscienza umana e non puo’ quindi essere penetrato a prescindere dalla coscienza stessa. Per esempio, il suono è da molti ritenuto un fenomeno poiché il sordo non puo’ comprenderlo appieno, non puo’ capire di cosa si parla quando parliamo di suoni, per quanto comprenda perfettamente il resoconto oggettivo che descrive i suoni in termini di vibrazioni frequenziali di un oggetto. Ebbene, chi considera questa interpretazione dei suoni come la più appropriata, e io sono tra costoro, considera i suoni dei fenomeni piuttosto che degli oggetti o delle proprietà di un oggetto.

Atteggiamento verso il mondo esterno? Scarterei sia l’ ipotesi idealista che quella scettica attestandomi su posizioni realiste. Quel che ho detto finora già basterebbe per far capire come questa scelta sia dovuta.

La conoscenza deve essere fondata? Una conoscenza è fondata se dedotta o auto-evidente. Secondo la tradizione empirista una conoscenza è auto-evidente se appartiene alla logica fondamentale o alla matematica fondamentale o ai sensi. Secondo l’ epistemologia riformata e l’ intuizionismo, però, esistono molte altre conoscenze auto-evidenti: la causa, la mente, la realtà del mondo esterno, i principi morali fondamentali… e anche Dio. Insomma, è il senso comune (l’ intuizione) a costituire il fondamento.

Libero arbitrio? Scarto sia il negazionismo che il compatibilismo per dirmi favorevole al libero arbitrio. Almeno un pochino noi siamo liberi di scegliere, me lo sento! E’ una delle questioni spesso affrontate nel blog e quindi mi astengo dal menare ulteriormente il torrone.

Dio? Se non si è capito mi dichiaro teista, da un punto di vista filosofico. Ma anche qui vale quanto detto sopra. Ad ogni modo rinvio al post “La mia fede”.

E quanto al relativismo? Non posso certo dichiararmi tale anche se certe varianti “contestualiste” hanno il loro fascino. Credo comunque che esistono delle verità fisse verso cui noi siamo in cammino, magari non le raggiungeremo mai su questa terra ma possiamo avvicinarle e vale la pena crederci e procedere.

Razionalismo o pragmatismo empirista? Penso che la conoscenza parta dalle nostre intuizioni per poi svilupparsi razionalmente, la verifica delle tesi è possibile solo in alcuni ambiti del sapere, dove del resto è doverosa. Chiamerei tutto cio’ “razionalismo intuizionista”. Ad ogni modo rinvio al post “la mia ragione”.

Esiste una legge di natura? Penso di sì e penso che la scienza sia in cammino per scoprirne alcune. In questo senso rigetto lo scetticismo humeniano e la necessità di ricorrere a “finzioni utili”: c’ è qualcosa di più di semplici correlazioni, ci sono vere e proprie cause. Così come rifiuto la soluzione kantiana per aggirare questo scetticismo, ovvero un idealismo che ancori al soggetto e solo al soggetto la verità delle nostre credenze.

I fatti e i valori sono sempre separati? E’ possibile passare dall’ “essere” al “dover essere” (is/ought problem)? A me sembra decisamente difficile, i tentativi fatti per superare la cosiddetta fallacia naturalistica sono deboli. C’ è chi osserva: “il comunismo conduce regolarmente a schiavitù e miseria, quindi il comunismo è male”. Ma in un sillogismo del genere manca una premessa: “schiavitù e miseria sono male”. In altri termini, non puo’ esistere una conclusione valoriale se manca una premessa valoriale. Il problema is/ought è agevolmente superato dall’ etica intuizionista (vedi il post “la mia etica”).

L’ origine delle credenze: internalismo o esternalismo? Un individualista non puo’ che essere “internalista”: le credenze originano nell’ individuo (che ne è dunque responsabile) prima ancora che dall’ ambiente. Del resto un dualista sostiene agevolmente questa posizione, che imbarazza invece il fisicalista monista. E’ infatti facile immaginare che due gemelli fisicamente uguali abbiano credenze diverse se posti in ambienti anche solo leggermente diversi. L’ olismo dei contenuti mentali (come del resto l’ olismo dei significati) sembra il destino dei fisicalisti.

L’ unica logica valida è quella classica? Non direi, l’ esempio delle scienze parla chiaro: l’ interpretazione standard della fisica delle particelle, per esempio, non sarebbe possibile se avessimo a disposizione solo la logica standard. Così come senza la logica delle relazioni sarebbe difficile dar conto del divenire e senza la logica modale (che interpreta l’ “esistenza reale” come un predicato) dar conto dell’ esistenza di Dio e di mille altri fenomeni che tutti noi crediamo reali. Tuttavia è pur vero che buona parte della logica classica contenga verità a priori. Diciamo allora che esiste un “cuore” logico invariabile e che non ricomprende tutta la logica classica.

Teoria del significato. La teoria descrittiva di Frege (teoria internalista) resta un caposaldo poiché distinguendo tra senso e riferimento consente poi di distinguere tra giudizi analitici e giudizi sintetici. Gli “esternalisti” seguendo Putnam e Kripke hanno elaborato teorie del significato differenti (“teoria del battesimo”) ma gli inconvenienti che segnalano possono essere aggirati con qualche ritocco.

E sul naturalismo? Da teista posso solo dire che…

E sul problema mente/corpo? Mi ritengo un dualista: il “mentale” è chiaramente qualcosa di diverso dal “materiale” e i tentativi di ricondurre il mentale al fisico mi sembrano fallimentari. Il mentale (anima) è essenziale per risolvere il problema dell’ identità: il caso del “brain split” ci dice che in condizioni di continuità fisica si realizza una discontinuità identitaria (chi sono se il mio cervello viene diviso e trapiantato su due persone differenti?) e il caso del “teletrasporto del colpevole” ci dice che in caso di discontinuità fisica puo’ realizzarsi una continuità identitaria (“se l’ omicida si teletrasporta con distruzione, continua a vivere nella copia teletrasportata che puo’ dunque essere legittimamente arrestata”). Tutto cio’ ci dice che sia l’ approccio fisicalista che quello psicologista falliscono quindi ci deve essere qualcosa d’ altro che mi consente di dire “chi sono io”. Non mi basta nemmeno il cosiddetto “dualismo delle proprietà”, la mente non è una proprietà del cervello, tanto è vero che puo’ trasferirsi da un corpo all’ altro (vedi teletrasporto) quando non ha senso pensare che che le proprietà del corpo A possano trasferirsi nel corpo B (A e B possono avere la stessa altezza ma non si riesce a concepire come l’ altezza di A possa trasferirsi in B). Non so se esistano menti senza corpo, so però che la mente è concepibile anche senza corpo (dualismo sostanzialista), ovvero so che potrebbero anche esistere menti senza corpo: se mi sveglio privo dei cinque sensi non so se ho ancora un corpo. In altri termini, è possibile che non l’ abbia e devo lasciare aperta questa ipotesi in mancanza di confutazione. Da ultimo, penso che ci sia un’ influenza reciproca tra mente e corpo (dualismo cartesiano), in caso contrario l’ idea di libero arbitrio sarebbe improbabile. In questo modo non resta che la posizione del “dualista-sostanzialista-cartesiano”. Ammetto che non è molto di moda. Poco male visto che questa posizione è anche la più naturale per trattare le questioni legate alla Resurrezione. Per una difesa aggiornata del dualismo sostanzialista vedi Richard Swinburne.

Giudizi morali. Penso che esista anche una componente razionale per esprimerli. Ma sul punto rinvio al post “La mia etica” in cui parlo del cosiddetto “intuizionismo etico”. Il desiderio non è l’ unica fonte della moralità. Noi possiamo “predicare bene e razzolare male”, ovvero distinguere il bene dal male con la mente ma poi avere impulsi di segno contrario.

Problema di Newcomb? Faccio un’ eccezione e prima della risposta fornisco un breve riassunto del dilemma: un tipo dalle previsioni infallibile ci convoca dicendoci “potrei aver nascosto 5000 euro sotto una di queste due scatole, per appropriartene puoi scegliere di scoperchiarne una o entrambe ma ti avviso che nel sistemare  “il bottino” ho tenuto conto della scelta che farai e ho voluto castigarti lasciandoti a secco se opterai per la seconda”. Che fai? Personalmente scoperchio entrambe le scatole perché non penso che il futuro possa determinare il passato: è proprio questo che implicherebbe l’ alternativa! La teoria delle scelte razionali è cogente – e imporrebbe di scoperchiare una sola scatola – ma l’ unidirezionalità del tempo lo è ancora di più, a mio avviso.

Etica: deontologia, virtù o utilitarismo? L’ utilitarismo lo scarterei perché propone troppi controesempi confutanti, argomento di coscienza incluso (ovvero: nemmeno l’ utilitarista più rigoroso seguirebbe mai i precetti della sua dottrina, nemmeno i più elementari, per esempio donare tutto ai poveri africani). Deontologia e virtuismo ripropone il solito dilemma: quanto conta la ragione nei giudizi etici? Io penso molto, almeno nello stabilire i principi di base. Cio’ però non significa che il sentimento non giochi un suo ruolo: non si puo’ negare che il sentimento di ripugnanza abbia un ruolo in taluni giudizi etici. In questo senso l’ etica puo’ essere vista come divisa in due: principi di base (cognitivi) e limiti ai principi + precetti secondari (non cognitiva). Deontologia e virtuismo possono convivere e forse questa distinzione è la base della laicità. Le virtù devono dunque trovare un loro spazio, anche perché la virtù è un buon antidoto contro il moralismo: la virtù non si puo’ esportare visto che è congenita o comunque radicata nel soggetto che la riceve nell’ educazione sin da bambino. La deontologia invece tollera un “riformismo” qui ed ora che finisce sempre nella tentazione di “riformare” l’ altro ricostruendolo come “uomo nuovo” e ubbidiente. Inoltre, sebbene per un’ etica laica l’ approccio deontologico sembra promettente, per un credente i principi supererogatori diventano obbligatori, di conseguenza la virtù e la possibilità di migliorarsi sempre diventa essenziale. Concludo osservando che, se è vero come è vero che la laicità è possibile anche senza ripiegare sulla deontologia pura, allora non c’ è ragione di rinunciare ai molti pregi del “virtuosismo”, ovvero dell’ etica in forma di comando divino (per i credenti) e di ordine spontaneo (per tutti). Anche qui rinvio al post “la mia etica”.

Il bello è soggettivo? Francamente penso di no, anche se il punto non è poi così evidente. Forse gli equivoci maggiori nascono dal fatto che la meta-estetica più adeguata sembra essere quella anti-realista. Tuttavia, l’ anti-realismo estetico è pur sempre compatibile con l’ oggettività dei giudizi estetici.

Come prendiamo contatto con il mondo esterno? Affidarsi ai sensi apre le porte allo scetticismo di Hume, poiché sappiamo che i sensi tradiscono producendo illusioni e allucinazioni. Del resto affidarsi alle semplici “rappresentazione mentale” è qualcosa che apre le porte al soggettivismo e all’ idealismo. Tra questa Scilla e Cariddi la teoria migliore è il cosiddetto “realismo diretto” nella sua variante “intenzionalista” che vede la percezione come una presa di coscienza diretta degli oggetti attraverso le rappresentazioni mentali.

Chi sono? Il problema dell’ identità. Le sperimentazioni con la macchina del teletrasporto confutano in modo credibile sia la soluzione fisicalista che quella psicologista. Non resta che pensare all’ identità personale come a una forma di trascendenza. L’ esperimento mentale del “brain split” è molto utile in questo senso. Per ulteriori considerazioni vedi il punto del dualismo.

Politica? Rinvio al post “La mia politica”.

Sul problema del teletrasporto? Riassumo: una macchina teletrasportatrice funziona così: noi entriamo nella cabina A, veniamo disintegrati e ricomposti con materia simile (ma non la stessa) nella cabina B situata a migliaia di km di distanza (o nella stanza accanto). Possiamo dire che siamo morti o morti e rinati? La mia risposta è “no”. Ci siamo semplicemente spostati. Il fenomeno ha un solo significato: le teorie psicologiche dell’ identità sopravanzano quelle fisicaliste. E se la prima cabina non distrugge il “teletrasportato”? Evidentemente neanche la psicologia è un mezzo sufficiente per stabilire l’ identità. Conclusione: ci vuole qualcos’altro per “spiegare” le nostre scelte. Magari un concetto trascendente come quello di “anima”.

Teoria del tempo? Non vedo la necessità di abbracciare una B-theory contraria al senso comune (né tantomeno la C-theory). Certo, la relatività speciale pone problemi non da poco che comunque possono essere superati. Inutile dire di più su un punto tanto complesso, rinvio in merito alla trattazione del filosofo Howard Stein, per me convincente.

Problema del trolley? Rinvio al post “La mia etica”.

Teoria della verità? Da realista propendo per la “verità come corrispondenza” rinunciando a relativismo e coerentismo: esiste un mondo esterno e sono vere le credenze che stabiliscono una corretta corrispondenza con questo mondo. “La neve è bianca” è una credenza vera se la neve è bianca.

Il concetto di zombi è concepibile? Ricordo il dilemma: possono essere concepite creature in tutto uguali a noi ma prive di coscienza? La mia risposta: penso di sì perché penso che la coscienza sia in effetti qualcosa di cui la scienza contemporanea non riesce a dar conto in modo soddisfacente, priva com’ è del linguaggio adatto per farlo (su questo punto vedi il recente libro di Thomas Nagel). Non è un caso se per molti scienziati l’ uomo è ormai un “robottone” che procede per scosse elettriche, e tra i vari robottoni che popolano la natura nemmeno il più interessante. Per costoro gli zombi non sono di certo concepibili visto che coincidono in tutto e per tutto con noi, ma io non riesco a seguirli su quella via. Una via che contempla la “scienza naturale” come unico sapere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia etica

Da una combinazione di senso comune e razionalità si forma l’ etica a cui mi sento più vicino.

Come procedere per farla emergere?

1) Prendi un caso concreto in cui s’ imponga come evidente una soluzione etica, chiediti perché proprio quella soluzione sia la più sensata e cerca di trarne un principio etico generale.

2) Dopodiché testa il principio così ricavato applicandolo anche a fattispecie diverse.

3) In caso di inapplicabilità verifica cosa osta, isola le contraddizioni che ti bloccano e stabilisci priorità ed eccezioni in grado di risolvere il caso.

E’ un’ etica intuitiva poiché i giudizi in 1) e 3) discendono da intuizioni legate al buon senso.

E’ un’ etica razionale perché le valutazioni richieste in 2) e 3) richiedono un “calcolo” delle conseguenze particolarmente rigoroso. In particolare si richiede di non discriminare tra danni astratti e danni concreti.

E’ un’ etica con una componente emozionale visto che disgusto e ripugnanza legittimano il respingimento del principio generale.

E’ un’ etica aperta perché puo’ essere integrata da precetti emotivi (vedi ultimo paragrafo.

E’ un’ etica realista poiché si crede nell’ esistenza reale, e non soggettiva, di principi etici.

E’ un’ etica senza soluzioni precotte e definitive poiché il singolo test puo’ condurci ad abbandonare nel caso specifico il principio generale. Esempio: posso individuare il principio per cui non bisogna interferire nelle scelte altrui qualora non rechino danno ad altri ma se certi comportamenti producono rischi di danno insostenibili a terzi posso intervenire stabilendo un’ eccezione.

Non è comunque un’ etica relativista poiché si crede nell’ esistenza di principi invarianti verso cui tendere. Si tratta di principi difficili da acquisire ma alla cui esistenza, ripeto, si crede. Si crede soprattutto che procedendo nei termini descritti ci si approssimi ad una verità etica.

E’ un’ etica non utilitarista poiché impegna il buon senso e in questo modo si eludono talune assurdità utilitariste.

E’ un’ etica non-naturalista, in questo modo si elude il paradigma auto-rimuovente tipico delle etiche naturaliste.

Questa etica – che è stata definita come “intuizionista” – è bersaglio di molte critiche, ma una spicca sulle altre, c’ è infatti chi la ritiene arbitraria visto che ognuno avrebbe le sue intuizioni.

Ma ne siamo poi così sicuri? Forse non è proprio così, almeno se parliamo delle intuizioni fondamentali. Il fatto che molti siano particolarmente pronti a fare eccezioni e ad applicare un doppio standard non significa che le nostre intuizioni di fondo siano arbitrarie. D’ altronde quando l’ eccezione non è più “eccezione”, allora diventa contraddizione e si esce così dall’ etica proposta.

Certo, l’ introspezione personale (esame di coscienza) giocherebbe un ruolo notevole, ma un’ introspezione autentica porta ad individuare e correggere molti errori derivanti da intuizioni superficiali. Il fatto che esistano errori e che esista la possibilità di correggerli è un buon argomento contro l’ ipotesi dell’ arbitrio diffuso.

***

A questo punto devo ammettere di aver descritto finora una meta-etica piuttosto che un’ etica vera e propria, di aver delineato cioé un metodo più che una dottrina. Cerco di rimediare enunciando alcuni principi concreti. Poiché simpatizzo per un’ etica borghese, potrei allora parlare del doveroso “rispetto per la proprietà altrui” o della doverosa “lealtà” ma forse esiste un principio più sofisticato che definirei meritocratico e sintetizzerei così: “ad ogni individuo spetta un compenso materiale in relazione alla ricchezza che produce nella comunità. Il marginalismo e il sistema dei prezzi sono i metodi più pratici per misurare sia il contributo che il compenso di ciascuno”. Una specie di meritocrazia in cui il ruolo fondamentale per attribuire i meriti spetti al mercato e alla competizione.

Un principio del genere è realista (contro il contrattualismo).

Un principio del genere è compatibile con una società di mercato, anzi, la richiede.

[… I principi etici prescelti si riverberano poi nelle scelte politiche. Un diritto di proprietà naturale è incompatibile con lo stato e con le tasse, tuttavia l’ esperienza ci insegna che senza uno stato minimo il diritto di proprietà è messo a repentaglio. Forse lo stato minimo è proprio una delle eccezioni necessarie a cui accennavo più sopra. L’ impostazione proposta è dunque in grado di trasformare un’ etica dei diritti naturali in una politica dello stato minimo, e a questo punto possiamo proseguire la nostra elencazione rinviando per i dettagli al post “la mia politica”…]

Un principio del genere non si presta a radicalizzazioni (tipiche dei diritti naturali comunemente intesi).

Un principio del genere è compatibile con un ruolo limitato dello stato limitato a produttore di beni pubblici in senso stretto e regolamentatore dei monopoli naturali. Quando parlo di “ruolo limitato dello stato” il lettore impolitico dovrebbe leggere “ruolo limitato della forza”.

Un principio del genere consente di intervenire con la tassazione per riequilibrare eventuali esternalità.

Un principio del genere implica una metafisica  più soddisfacente (per me) rispetto a quella implicata da teorie rivali, ho in mente l’ esperimento mentale di Rawls, autore dal quale non si puo’ prescindere affrontando il tema della giustizia distributiva (qui un appunto critico al suo approccio).

 

***

Finora ho parlato di etica in senso strettamente laico ma a un credente tutto cio’ non basta. Esiste allora  un supplemento di verità morali a cui deve attenersi ed esse derivano dalla sua fede in Gesù e nella Chiesa Cattolica. Si tratta di adempimenti che scaturiscono essenzialmente da un’ obbedienza: Gesù è venuto per dirigerci con l’ esempio laddove la nostra ragione vacilla. Come comportarsi nel campo della sessualità? Come regolarci sul fine-vita? Come vivere nel matrimonio? Che regole seguire per l’ alimentazione? Eccetera. Solo l’ esempio di Gesù tradotto dalla Chiesa e vissuto nell’ obbedienza puo’ entrare in questi particolari.

Sebbene nella dimensione laica sia giusto definire questi doveri particolari come supererogatori, la dimensione di fede li trasforma in precetti obbligatori.

Per quanto abbia usato il termine “particolari” devo subito aggiungere che parliamo del 90% dei precetti morali a carico di un individuo, molti addirittura con la parola “etica” designano solo questa categoria di precetti, riservando per l’ altra il termine “giustizia”.

Oltretutto, non si pensi il non-credente sia esentato da questo “fardello”. Tuttaltro! In  genere gli studiosi, specie gli psicologi evoluzionisti, la considerano un’ etica strettamente collegata alle emozioni. Emozioni per il non credente, obbedienza per il credente.

Si tratta in genere di rispettare tabù che se infranti non farebbero comunque vittime. ogni uomo necessita di una dimensione sacrale, e la cosa investe in tutto e per tutto anche gli atei: il “politicamente corretto” è la loro Messa, e la celebrano tutti i giorni, mica solo la domenica. Di solito sono coinvolte la dimensione del rispetto e del disgusto, che uno studioso come Jonatahn Haidt ha studiato a lungo:

“John e Mary adorano il loro Fido, un cagnolino stupendo. Purtroppo Fido viene investito da un auto, i suoi padroni hanno sentito che la carne di cane è deliziosa, così, non visti da nessuno, quella sera stessa sezionano il cadavere di Fido, lo cuociono e lo mangiano. Domanda: pensate che John e Mary abbiano agito rettamente in questa occasione?”

“Un uomo va al supermercato una volta alla settimana e compra un pollo. Tornato a casa, prima di cuocerlo, ha rapporti sessuali con la carcassa del pollo. Poi lo cuoce e lo mangia. Un comportamento del genere è condannabile”

Una cosa è certa: si tratta di comportamenti che non procurano danno a nessuno dei soggetti coinvolti. Eppure noi – credenti e no – sentiamo l’ esigenza di condannarli. In nome di cosa? Se la ragione non è utilizzabile non resta che l’ obbedienza (credente) o l’ emozione  (ateo).

C’ è nell’ uomo, nella sua natura, un disgusto per l’ impuro, un’ attrazione per la purezza e la perfezione. Negarlo sarebbe inutile, e la scienza conferma. Forse perché quel che finora ho chiamato “carico” o “fardello” in realtà non è altro che la possibilità di migliorarsi sempre e di avere una meta. Qualcosa che anziché “gravarci” sulle spalle ci rende felici e ci realizza.

L’ etica come “comando divino” offre poi molti vantaggi e, qualora non pregiudichi la laicità, non c’ è ragione per non sceglierla.

In conclusione, dopo quanto detto, qualcuno potrebbe chiedersi: “ma allora la nostra meta-etica dovrà essere “cognitiva” (fondata sulla ragione) o non-cognitiva (fondata sul sentimento?

Dopo quanto detto, non si puo’ negare che il sentimento di ripugnanza abbia un ruolo in molti giudizi etici. In questo senso l’ etica puo’ essere vista come divisa in due: principi di base (cognitivi) e limiti ai principi + precetti ulteriori (non cognitiva). Deontologia e virtuismo possono convivere e forse proprio questa distinzione è la base di una sana laicità.

 

 

 

 

La mia politica

Oggi pensare alla politica significa innanzitutto pensare all’ istituzione statuale: cos’ è lo stato? Come nasce? E’ giustificato nel suo agire? Quali sono le sue funzioni?

Il mio approccio a queste materie è realistico, e per sapere cosa sia uno “stato” mi rivolgo alla storia prima ancora che alle teorie formali. Il resoconto che ne traggo è il seguente.

L’ uomo, nel suo rapporto con la ricchezza, ha sempre avuto tre alternative di fronte a sé: produrre, saccheggiare (banditismo transuente) o estorcere (banditismo stazionario). In genere la sua è una scelta di convenienza: come il produttore ha dei concorrenti, così pure i banditi.

Ebbene, lo stato nasce quando nella storia si presentano condizioni favorevoli al “banditismo stazionario”. Lo stato, infatti, non è altro che la “cosca vincente”.

La storia ci dice che ad un certo punto le contingenze rendono particolarmente conveniente il banditismo stazionario e cio’ consente alle cosche di emergere in modo prepotente dominando sia i produttori che i saccheggiatori. La guerra tra cosche porterà poi alla consacrazione di una cosca vincente che possiamo chiamare “stato”. Dopodiché, lo stato evolve raffinandosi, in particolare diventa abile nel prendersi cura della sua “gallina dalle uova d’ oro” e nel farla prosperare. Questa cura non disinteressata rende lo stato uno strumento efficiente nonostante la sua chiara origine banditesca.

Ma è ancora oggi lo strumento più efficiente tra quelli a disposizione?

Da un lato il progresso tecnologico sembra rafforzare la posizione del “bandito stazionario” (il controllo sulla “vittima” è sempre più capillare, sempre più inavvertito da chi lo subisce e sempre meno costoso per chi lo realizza), dall’ altro si appalesano le sue inefficienze e si formulano sulla carta ipotesi alternative.

La società più ricca è formata esclusivamente da produttori, e, grazie soprattutto ai contributi moderni delle scienze economiche, è teoricamente possibile pensare in modo realistico ad una società liberale ben funzionante in assenza di stato. In questi casi si parla comunemente di visioni anarco-capitaliste.

Tuttavia, sempre la storia s’ incarica di smentire, o quanto meno di ridurre la portata di simili credenze: ogni volta che nella Storia osserviamo una società senza Stato, e gli esempi non mancano, gli esiti finali sono ben lontani da quelli auspicati dall’ ideologo liberale. In casi del genere, infatti, l’ uomo si organizza piuttosto in clan, tribù, famiglie dando vita a contesti comunitari in cui la fiducia reciproca – bene essenziale – emerge da relazioni personali talmente soffocanti che impediscono la nascita di un sano individualismo, tratto tipico della modernità liberale.

C’ è chi apprezza e rimpiange i vecchi tribalismi puntando il dito contro l’ individualismo. Ma secondo me diamo talmente per scontate le virtù dell’ individualismo che a volte ce le dimentichiamo. Per esempio, noi diamo per scontato che le responsabilità penali siano individuali ma così non è affatto nella società clanica, dove l’ individualismo è espunto e la responsabilità di un delitto commesso da Caio ricade piuttosto sulla famiglia di appartenenza. Se poi si va più a fondo si scoprirà che una soluzione del genere, che a noi appare tanto balzana, è del tutto efficiente in assenza di un forte stato centrale in grado di far applicare quella legge che le nostre coscienze reputano più conforme alla giustizia.

Queste ripetute “prove storiografiche” mi hanno convinto a mettere da parte l’ ipotesi anarco-capitalista: uno Stato centrale solido è condizione necessaria per tutelare i diritti individuali. D’ altro canto la sua funzione dovrebbe limitarsi a garantire proprietà e contrattualistica, con in aggiunta un’ efficace regolamentazione sui cosiddetti beni pubblici, ovvero quei beni che non possono essere prodotti in concorrenza (utilities). Andare oltre impoverirebbe la società.

Purtroppo la storia e le statistiche ci dicono anche altro: lo Stato difficilmente riesce a limitare la propria azione nei confini che gli sono propri, la spinta a debordare sembra insita nella sua natura. Una volta istituito si estende andando ben oltre i suoi compiti; così come una volta impegnato nella regolamentazione dei beni pubblici, produce inevitabilmente una congerie di leggi inefficaci che servono gli interessi di minoranze piuttosto che il bene comune.

Come uscire da questa ipertrofia statuale? Si potrebbe tornare radicalmente al mercato: un mercato inefficiente fa meno danni di uno stato inefficiente. Oppure si potrebbe insistere con appelli etici nella speranza che siano i “buoni” a governarci. La prima via mi sembra rischiosa, la seconda, con la sua retorica grondante un misto tra ipocrisia ed ingenuità, mi sembra fastidiosa, oltre che disseminata di trappole.

Propongo a titolo di esempio quattro vie alternative alla democrazia che noi tutti conosciamo:

1) Se la via maestra – meno Stato più Mercato – non è perseguibile, si consideri almeno l’ alternativa: più Mercato nello Stato. Detto in altri termini: più competizione istituzionale. Dal “federalismo” alla “speculocrazia”, le soluzioni istituzionali non mancano. Sarebbe un modo indiretto per spronare la classe politica, la quale, lo so bene, farebbe di tutto per evitarla.. Tuttavia, introducendo concetti come “autogoverno”, “autonomie” e “speculazione” ci si potrebbe alleare con i vari egoismi particolari decentrati con possibilità realistiche di successo.

2) La seconda via è più ambiziosa, parte dall’ assunto che se lo Stato si estende cio’ non è l’ esito esclusivo di una macchinazione complottistica dei governanti ma è anche qualcosa di desiderato dai governati. Bisognerebbe allora prendere coscienza del fatto che questo desiderio ha una natura perversa, ovvero che per lo più è dovuto a una pulsione irrazionale nota agli studiosi di bias cognitivi come “loss aversion” (da non confondere con la salutare avversione al rischio), un istinto in base al quale non avere mai un bene è molto meglio che ottenerlo per poi perderlo: se mi dai qualcosa che rischio di perdere preferisco che tu non mi dia niente. Lo Stato, insomma, ci garantirebbe una sorta di “povertà tranquilla”, senza scossoni, senza gioie ma anche senza traumi. Sarà anche una piscina stagnante quella in cui ci fa nuotare ma per lo meno non corriamo il rischio di essere travolti da onde anomale. Lo Stato, detto in termini più coloriti, puo’ essere anche criminale ma per lo meno è un criminale manifesto, senza maschera, che non si nasconde e non tende agguati proprio perchè non ci molla mai e ci sta sempre alle calcagna: sappiamo che c’ è e sappiamo cosa ci tocca; meglio quindi della criminalità di strada, meno perniciosa a conti fatti ma sempre pronta a spuntare dal nulla inattesa e foriera di danni minimi ma di spaventi altamente traumatici. Ebbene, questo atteggiamento è palesemente irrazionale ed inefficiente. Puo’ darsi che rifletterci sopra ci aiuti a scoprirlo, puo’ darsi che sia possibile una rieducazione al rischio che incida sul nostro atteggiamento in modo da superare le distorsioni cognitive che ci affliggono e che ora come ora ci fanno simpatizzare per politiche miopi.

3) La democrazia tradisce ogni giorno gli ideali liberali. Perché? La diagnosi sembra facile: da un lato l’ elettore è incentivato a mantenersi ignorante, dall’ altro vuole fermamente restare tale. Del resto, nelle più svariate materie, le opinioni della massa divergono sistematicamente rispetto a quelle degli esperti. Ora, a fronte di questa realtà innegabile, non si fa altro che parlare di “diritto al voto” e di “dovere di voto”; perché non parlare piuttosto di “dovere di non votare”? Chi è ignorante dovrebbe sentire questa esigenza di astensione. L’ ignorante combina guai muovendosi come un elefante in cristalleria. Quando poi una sensibilità civile di tal fatta si estenderà, sarà più facile passare alle vie di fatto e restringere il suffragio: il voto spetterebbe solo a soggetti informati selezionati grazie a test. In questo campo non c’ è niente di più facile che verificare l’ ignoranza oggettiva.

4) La democrazia è deturpata dal conflitto d’ interesse, lo sappiamo. Quando questo si presenta nell’ elettorato passivo, il problema non sussiste: chi vota destinerà altrove la sua preferenza, qualora lo ritenga necessario. Ma quando si presenta nell’ elettorato attivo? Ecco allora un altro criterio razionale per limitare il suffragio: sospendere il voto a chiunque riceva flussi diretti di denaro dall’ amministrazione pubblica, a cominciare dagli impiegati statali e regionali: costoro non hanno nessun interesse ad eleggere un buon amministratore poiché sono interessati solo ad avere un “generoso” capo-ufficio.

 

***

Il fatto di privilegiare una posizione realista non mi impedisce di pensare allo “stato ideale”, in questo caso è inevitabile che l’ idea di politica si saldi con quella etica. Eppure, pur da credente, prediligo un approccio alla politica strettamente laico. Quando si tratta di organizzare la società, l’ aspetto “ludico” dovrebbe prevalere su quello “moralista”.

Non tutti afferrano immediatamente cosa debba intendersi per “dimensione ludica” o “convenzione”. Comunemente si pensa: “ok, decidere di circolare in auto tenendo la destra sarà anche una convenzione ma il divieto di uccidere è innanzitutto un imperativo morale adottato dalla legislazione”. Ebbene, non si vuole negare che “imperativi morali” e “convenzioni” possano talvolta coincidere, si vuole solo affermare che un certo obbligo viene fatto rientrare nei codici perché risulta una “buona convenzione” e non perché sia moralmente rilevante. Mi spiego meglio con un caso concreto, quello dell’ assasionio per rapina. I codici prescrivono il “non uccidere” perché il rapinatore assassino potrebbe proporre l’ affare che intende perseguire all’ assassinato e in questo modo evitare l’ atto cruento. Il fatto che non agisca in questi termini è segno evidente che l’ “affare” in oggetto è “socialmente dannoso” poiché non puo’ realizzarsi mediante uno scambio volontario. E’ per questo che si condanna l’ assassinio, non per i risvolti morali del suo atto. D’ altronde, se la motivazione fosse etica, non si vede perché non sanzioneare anche, che ne so, gli “atti impuri”!

Da cio’ deriva che la legge non dovrebbe somigliare a un decalogo morale ma ispirarsi al mondo dei giochi; Da questa analogia con le “regole del gioco” discende un’ altra caratteristica importante della legge ideale, la suua “astrazione”. L’ “astrazione” è un attributo decisivo e il principio “la legge è uguale per tutti” un principio guida.

“La legge è uguale per tutti” sembra un principio incontestabile ma non è affatto così, oserei al contrario affermare che oggi lo si considera come qualcosa di intollerabile. Dire che la legge non dovrebbe discriminare tra biondi e bruni, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra ricchi e poveri non è affatto scontato. Anzi, chi nel dibattito contemporaneo sostenesse qualcosa del genere verrebbe relegato immediatamente su posizioni decisamente eccentriche. In genere i razzisti vorrebbero leggi favorevoli ai bianchi e i “razzisti alla rovescia” leggi favorevoli ai neri. Le “femministe arrabbiate” come quelle non arrabbiate (e anche molte non-femministe) inorridirebbero in assenza di leggi ad hoc che favoriscano le donne, allo stesso sia i progressisti che i conservatori compassionevoli chiedono incessantemente di privilegiare i poveri.

Se mettiamo assieme razzisti, razzisti alla rovescia, sessisti, progressisti e conservatori compassionevoli, abbiamo già accumulato un bel mucchietto di elettori, e potrei facilmente fornire altri esempi per completare l’ opera (e il corpo elettorale). Il gruppetto residuo che continuerebbe imperterrito ad alzare lo striscione con lo slogan “la legge è uguale per tutti” sarebbe davvero sparuto. Giusto i “quattro gatti liberali” di antica memoria, che una volta scremati dai “sedicenti” liberali sono davvero una goccia nel mare. L’ invenzione a raffica di diritti sempre nuovi è un attentato all’ astrazione della norma e con questo andazzo mi aspetto da un momento all’ altro che anche i “biondi” avanzino le loro rivendicazioni (il diritto alla crema solare gratuita?).

***

L’ ultima considerazione la riservo alla retorica del dibattito politico. Non parlo di quello in cui si cimentano i “politici” di professione ma quello in cui si impegnano i semplici appassionati al bar o nei social network. Ci sono due o tre cose che ho imparato e che vorrei puntualizzare qui, anche se forse non è la sede ideale. Parlare di politica è molto difficile, dopo pochi scambi partono diatribe infuocate quanto sterili. Escludo dall’ analisi chi ha interessi diretti in gioco nella materia in cui discute, in questi casi immedicabili le orecchie si tappano con il cemento; tuttavia, lo avrete constatato ripetutamente, anche la pura e semplice passione ideologica, per tacere della vanità narcisistica, puo’ trasformare una piacevole discussione in un rabbioso dialogo tra sordi. Un modo per evitare esiti tanto deprimenti consisterebbe nel mettersi nei panni del prossimo e scoprire quanto costui sia molto meno ottuso di quel che crediamo: semplicemente vede le cose da un’ ottica differente rispetto a noi! L’ operazione è piuttosto semplice poiché, a guardar bene, in queste materie la moltitudine dei protagonisti puo’ essere agevolmente incasellata in tre sole tipologie:

LIBERALE: privilegia l’ asse libertà/coercizione;

PROGRESSISTA: privilegia l’ asse forza/debolezza;

CONSERVATORE: privilegia l’ asse civiltà/barbarie.

Ora, i tre hanno obbiettivi differenti: il LIBERALE vorrebbe tutelare le libertà di scelta, il PROGRESSISTA vorrebbe tutelare il debole e il CONSERVATORE vorrebbe tutelare la civiltà. Semplice, no? Eppure di solito si discute dando per scontato che la meta a cui tendere è comune (di solito la nostro) e che l’ altro prende semplicemente una strada sbagliata poiché privo di senso dell’ orientamento.

Partendo dalla premessa che nessuna di queste tre prospettive è “indegna”, proviamo allora ad adottare per un attimo l’ “asse” del nostro interlocutore, ci accorgeremmo ben presto che le sue soluzioni sono tutt’ altro che peregrine. In altri termini, quel che ci differenzia da lui è quasi sempre la prospettiva da cui partire, non l’ intelligenza o l’ ottusità nel giudicare il reale. Ammettiamolo, un riconoscimento del genere non è tutto ma è già molto.

***

Appendice: la repubblica ideale. Ovvero, delle riforme istituzionali.

Come dovrà essere l’ assetto del governo?

Premier eletto direttamente dal popolo, non sfiduciabile e con la possibilità di nominare e revocare i ministri.

E quello del potere legislativo?

Una camera eletta direttamente dal popolo in collegi uninominali (magari all’ australiana). Elezioni sfasate rispetto al premier.

E quello del giudiziario?

Elezione tra idonei (ogni foro elegge i suoi giudici e pm).

E la seconda camera?

Ci sarà: un senato delle regioni nominato in buona parte dalle regioni stesse. Legifererà sulle “materie concorrenti” così come designate in Costituzione.

Come si legifererà?

La camera proporrà la legge (anche su impulso del governo) e il premier avrà diritto di veto, a men che sia approvata un’ abrogazione. Il diritto di veto sarà superabile con maggioranze qualificate.

E il presidente della repubblica?

Non ci sarà più.

Corte costituzionale?

Eletta dagli organi precedenti in concorrenza tra loro e con pesi da determinare (prevalenza del senato).

E i numeri?

Sobri: una trentina di senatori e una cinquantina di deputati.

La mia estetica

La mia ragione

Forse non esiste un’ unica concezione di cosa debba intendersi per “ragione”, forse non esiste un senso univoco per il termine “ragionevole”. L’ inattesa vaghezza del concetto di Ragione a volte è causa di fraintendimenti prolungati. Per chiarire meglio l’ ambiguità di fondo prendo in esame una situazione ricorrente e per molti versi illuminante.

Ora, immaginate due persone perfettamente razionali poste di fronte al medesimo dilemma con il dovere di scegliere tra due comportamenti alternativi. C’ è chi si sorprende nel venire a sapere che questi due individui potrebbero prendere decisioni differenti: la razionalità è unica, come possono due decisioni differenti essere entrambe razionali?

In un certo senso anche un bambino comprende che una possibilità del genere esista ma chissà se tutti ne afferrano la portata. D’ altronde basterebbe considerare che un metodo è razionale quando è chiaro e distinto. Ora, come è mai possibile che lo stesso metodo (“chiaro e distinto”) applicato al medesimo problema (formulato in modo altrettanto chiaro e distinto) porti a conclusioni differenti?

decisor

L’ esigenza di precisare cosa debba intendersi per “decisione razionale” è diventata impellente dopo questa discussione. Ne approfitto allora per dare la mia versione dei fatti (e dei concetti).

Innanzitutto il decisore ha sempre delle preferenze, si tratta dei suoi gusti soggettivi.

In gelateria io scelgo il pistacchio e tu il cioccolato, questo mica significa che io sono razionale e tu no! Piuttosto, come amano esprimersi gli economisti, tutti e due “massimizziamo la nostra funzione di utilità”,  cio’ non toglie che la nostra funzione di utilità sia differente, e quindi anche i nostri comportamenti. Semmai, una persone è irrazionale quando agisce senza “massimizzare” la propria utilità.

E questa è la parte che capisce anche un bambino. Fermandoci qui tutto sarebbe banale.

Vediamo allora di rendere più interessante la faccenda introducendo le decisioni prese in condizioni d’ incertezza (sono il 90% delle decisioni che ci riguardano). Qui c’ è un fattore ulteriore da considerare; la decisione in condizioni d’ incertezza si compone infatti di tre elementi: preferenze, intuizioni e calcolo. I primi due sono elementi soggettivi, il terzo è oggettivo. Chi ha voglia di annoiare potrebbe ripetere la tiritera: la preferenza dipende dalla nostra natura, l’ intuizione dal nostro vissuto, il calcolo dalla nostra ragione. Ma lascio subito da parte le definizioni astratte e torno al mio esempio della gelateria. Riassumiamo:

1. Il gusto che sceglierò una volta posto di fronte al bancone della gelateria dipenderà ovviamente dalle mie preferenze (elemento soggettivo).

2. Ma – per amore di discussione e per introdurre l’ elemento aleatorio – poniamo che ci siano gusti che non conosco affatto e che mi vengono descritti a parole utilizzando un lessico vago ed evocativo (è molto difficile descrivere un gusto senza far riferimento ad altri gusti). Sulla base di queste astratte spiegazioni tenterò di intuire se il gelato oggetto della descrizione potrebbe essere di mio gradimento e quanto. Non ho altra via che l’ intuizione per assolvere a questo compito. Importante: poiché le intuizioni sono soggettive, le decisioni di due persone razionali con i medesimi gusti potrebbero anche essere diverse perché diverso potrebbe essere il loro modo di ridurre quelle parole vaghe in termini di sapore al palato!

3. Infine c’ è la parte oggettiva: il calcolo. Poniamo che esistano in merito degli studi ben fatti dai quali emerge, applicando un calcolo statistico rigoroso ad un database accurato, che individui con il mio profilo psicologico posti di fronte alla medesima scelta tendono ad affermare, a posteriori, che il loro gusto prediletto proposto dalla gelateria è il gusto X, dopo viene quello Y eccetera.

Ricapitolando: chi decide razionalmente tiene conto di preferenze personali a cui applica le proprie intuizioni per poi rettificare il tutto sulla base dei calcoli effettuati grazie ai dati oggettivi via via disponibili.

Da una realtà così descritta veniamo spinti a tre considerazioni fondamentali 1) poiché i dati oggettivi disponibili (studi) possono cumularsi nel tempo – vengono prodotti sempre nuovi studi – cosicché io sono chiamato a continue rettifiche nelle conclusioni; 2) poiché le preferenze divergono, l’ esito della decisione muterà a seconda delle preferenze del decisore; 3) quand’ anche le preferenze siano simili, varieranno le intuizioni, ovvero il punto di partenza di ogni decisione razionale in regime d’ incertezza, cio’ implica che anche con preferenze simili due decisori razionali in possesso dei medesimi dati oggettivi ma di esperienze differenti, potrebbero deliberare diversamente; 4) anche le esperienze si cumulano contribuendo a variare di continuo le conclusioni.

Ritengo che il punto 3) sia quello cruciale, e anche quello che si fatica di più a comprendere. Nel gergo “bayesiano” viene sintetizzato con l’ espressione “i decisori possiedono “a-priori” differenti”.

E’ per questo che quando si discute dello studio X o dello studio Y è sempre sottointeso che stiamo discutendo “al margine”. Ovvero, anche qualora lo studio sia valido e fondato su dati oggettivi inappuntabili, l’ interlocutore razionale è chiamato a “rettificare”, magari anche di poco, la propria opinione, mica a “cambiarla di segno” radicalmente. Tutto cio’ ha delle conseguenze perché dove l’ interlocutore si situerà nello spettro delle opinioni possibili su quel tema alla fine della discussione dipenderà unicamente da dove si trovava all’ inizio.

La bottom line potrebbe essere: tutte le discussioni serie si fanno sempre e solo al margine.

Proseguendo al discussione potremmo scoprire che – con alcune assunzioni intorno alla buona fede e alla stima reciproca – due interlocutori razionali, pur potendo attestarsi su posizioni differenti, sono “condannati” a raggiungere un accordo completo su qualsiasi questione (e non parlo di un accordo che abbia per oggetto il loro disaccordo).

***

Pensierino finale: la razionalità che ho descritto qui sopra in modo semplicistico è la razionalità bayesiana (ovvero la razionalità scientifica applicata alle scelte incerte). Per una descrizione più rigorosa ma pur sempre intuitiva si puo’ seguire questo link. Chi invece è interessato alla radice soggettivista nel calcolo delle probabilità puo’ seguire quest’ altro link

ADD: http://fahreunblog.wordpress.com/2014/10/07/siamo-davvero-tanto-stupidi/

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.