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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La mia ragione

Forse non esiste un’ unica concezione di cosa debba intendersi per “ragione”, forse non esiste un senso univoco per il termine “ragionevole”. L’ inattesa vaghezza del concetto di Ragione a volte è causa di fraintendimenti prolungati. Per chiarire meglio l’ ambiguità di fondo prendo in esame una situazione ricorrente e per molti versi illuminante.

Ora, immaginate due persone perfettamente razionali poste di fronte al medesimo dilemma con il dovere di scegliere tra due comportamenti alternativi. C’ è chi si sorprende nel venire a sapere che questi due individui potrebbero prendere decisioni differenti: la razionalità è unica, come possono due decisioni differenti essere entrambe razionali?

In un certo senso anche un bambino comprende che una possibilità del genere esista ma chissà se tutti ne afferrano la portata. D’ altronde basterebbe considerare che un metodo è razionale quando è chiaro e distinto. Ora, come è mai possibile che lo stesso metodo (“chiaro e distinto”) applicato al medesimo problema (formulato in modo altrettanto chiaro e distinto) porti a conclusioni differenti?

decisor

L’ esigenza di precisare cosa debba intendersi per “decisione razionale” è diventata impellente dopo questa discussione. Ne approfitto allora per dare la mia versione dei fatti (e dei concetti).

Innanzitutto il decisore ha sempre delle preferenze, si tratta dei suoi gusti soggettivi.

In gelateria io scelgo il pistacchio e tu il cioccolato, questo mica significa che io sono razionale e tu no! Piuttosto, come amano esprimersi gli economisti, tutti e due “massimizziamo la nostra funzione di utilità”,  cio’ non toglie che la nostra funzione di utilità sia differente, e quindi anche i nostri comportamenti. Semmai, una persone è irrazionale quando agisce senza “massimizzare” la propria utilità.

E questa è la parte che capisce anche un bambino. Fermandoci qui tutto sarebbe banale.

Vediamo allora di rendere più interessante la faccenda introducendo le decisioni prese in condizioni d’ incertezza (sono il 90% delle decisioni che ci riguardano). Qui c’ è un fattore ulteriore da considerare; la decisione in condizioni d’ incertezza si compone infatti di tre elementi: preferenze, intuizioni e calcolo. I primi due sono elementi soggettivi, il terzo è oggettivo. Chi ha voglia di annoiare potrebbe ripetere la tiritera: la preferenza dipende dalla nostra natura, l’ intuizione dal nostro vissuto, il calcolo dalla nostra ragione. Ma lascio subito da parte le definizioni astratte e torno al mio esempio della gelateria. Riassumiamo:

1. Il gusto che sceglierò una volta posto di fronte al bancone della gelateria dipenderà ovviamente dalle mie preferenze (elemento soggettivo).

2. Ma – per amore di discussione e per introdurre l’ elemento aleatorio – poniamo che ci siano gusti che non conosco affatto e che mi vengono descritti a parole utilizzando un lessico vago ed evocativo (è molto difficile descrivere un gusto senza far riferimento ad altri gusti). Sulla base di queste astratte spiegazioni tenterò di intuire se il gelato oggetto della descrizione potrebbe essere di mio gradimento e quanto. Non ho altra via che l’ intuizione per assolvere a questo compito. Importante: poiché le intuizioni sono soggettive, le decisioni di due persone razionali con i medesimi gusti potrebbero anche essere diverse perché diverso potrebbe essere il loro modo di ridurre quelle parole vaghe in termini di sapore al palato!

3. Infine c’ è la parte oggettiva: il calcolo. Poniamo che esistano in merito degli studi ben fatti dai quali emerge, applicando un calcolo statistico rigoroso ad un database accurato, che individui con il mio profilo psicologico posti di fronte alla medesima scelta tendono ad affermare, a posteriori, che il loro gusto prediletto proposto dalla gelateria è il gusto X, dopo viene quello Y eccetera.

Ricapitolando: chi decide razionalmente tiene conto di preferenze personali a cui applica le proprie intuizioni per poi rettificare il tutto sulla base dei calcoli effettuati grazie ai dati oggettivi via via disponibili.

Da una realtà così descritta veniamo spinti a tre considerazioni fondamentali 1) poiché i dati oggettivi disponibili (studi) possono cumularsi nel tempo – vengono prodotti sempre nuovi studi – cosicché io sono chiamato a continue rettifiche nelle conclusioni; 2) poiché le preferenze divergono, l’ esito della decisione muterà a seconda delle preferenze del decisore; 3) quand’ anche le preferenze siano simili, varieranno le intuizioni, ovvero il punto di partenza di ogni decisione razionale in regime d’ incertezza, cio’ implica che anche con preferenze simili due decisori razionali in possesso dei medesimi dati oggettivi ma di esperienze differenti, potrebbero deliberare diversamente; 4) anche le esperienze si cumulano contribuendo a variare di continuo le conclusioni.

Ritengo che il punto 3) sia quello cruciale, e anche quello che si fatica di più a comprendere. Nel gergo “bayesiano” viene sintetizzato con l’ espressione “i decisori possiedono “a-priori” differenti”.

E’ per questo che quando si discute dello studio X o dello studio Y è sempre sottointeso che stiamo discutendo “al margine”. Ovvero, anche qualora lo studio sia valido e fondato su dati oggettivi inappuntabili, l’ interlocutore razionale è chiamato a “rettificare”, magari anche di poco, la propria opinione, mica a “cambiarla di segno” radicalmente. Tutto cio’ ha delle conseguenze perché dove l’ interlocutore si situerà nello spettro delle opinioni possibili su quel tema alla fine della discussione dipenderà unicamente da dove si trovava all’ inizio.

La bottom line potrebbe essere: tutte le discussioni serie si fanno sempre e solo al margine.

Proseguendo al discussione potremmo scoprire che – con alcune assunzioni intorno alla buona fede e alla stima reciproca – due interlocutori razionali, pur potendo attestarsi su posizioni differenti, sono “condannati” a raggiungere un accordo completo su qualsiasi questione (e non parlo di un accordo che abbia per oggetto il loro disaccordo).

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Pensierino finale: la razionalità che ho descritto qui sopra in modo semplicistico è la razionalità bayesiana (ovvero la razionalità scientifica applicata alle scelte incerte). Per una descrizione più rigorosa ma pur sempre intuitiva si puo’ seguire questo link. Chi invece è interessato alla radice soggettivista nel calcolo delle probabilità puo’ seguire quest’ altro link

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La mia fede

Oggi e sempre di più il cristiano si scontra in società con un muro d’ indifferenza quando non di derisione, al più è tollerato se le iniziative a cui dà vita hanno un qualche rilievo sociale, in questo caso si accompagna la pacca sulla spalla con queste parole: “sei un tipo un po’ inquietante ma finché ti comporti bene puoi convivere con noi”. Tutto cio’ lo richiama a una difesa più articolata delle fede e se questo è vero per noi, figuriamoci per i nostri figli domani.

Come portare allora qualche argomento a difesa della fede che suoni sensato anche alla controparte? Come deve spiegare cio’ che è e cio’ che fa a chi sembra vivere su un altro pianeta? Come puo’ parlare della sua fede in modo seducente senza edulcorarla? Come deve impostare la sua apologetica?

fede

 

Di seguito faccio le pulci a quattro figure di credente. Nonostante le mie succinte critiche si tratta di figure per molti versi ammirevoli, e lo voglio dire subito per evitare ogni equivoco. Solo che con le loro modalità non rispondono secondo me al bisogno cui vorrei far fronte: guadagnarsi il rispetto sincero dell’ ateo mantenendo ferma la dottrina.

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La ragione insita nell’ atto di fede è stata a lungo screditata da chi ha puntato su un fideismo talmente semplice da affascinare soprattutto i “semplicioni”. Senonché, oggi, la massa non è composta né da colti né da semplicioni, bensì da un ideal tipo che incute timore: l’ acculturato.

L’ acculturato segue “duci” come Augias, avete presente? Libri sfogliati, rapide infarinature a suon di frasi fatte (con l’ alternativa delle frasi ad effetto), il poster di Giordano Bruno al muro e tanto tifo sugli spalti del dibattito per la testa d’ uovo preferita. L’ acculturato, se da un lato non si beve tutto, dall’ altro non ha nemmeno tempo e voglia di  approfondire sospendendo prudentemente il giudizio.

Nulla va lasciato in sospeso. L’ acculturato dà un senso alle sue prolungate immersioni nel mare dei mass media, delle librerie e dei festival solo se riesce a guardare dall’ alto in basso e punzecchiare i pochi sempliciotti rimasti sulla piazza, e spesso li trova nelle Chiese che ama frequentare con l’ intensità della beghina: Augias, Fo, la Hack, Odifreddi sembrano più ossessionati di Santa Caterina, non parlano d’ altro che di “quello”.

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Altri credenti pietiscono l’ ascolto dell’ “uomo moderno” puntando sull’ etica. Potrei chiamarli eticisti.

In questi casi l’ equivoco è sempre in agguato: l’ etica non è la fede! La morale serve al fedele giusto per rendersi credibile di fronte all’ infedele al fine poi di “evangelizzarlo”.

Chi punta sull’ etica finisce troppo spesso per dimenticare la fede, esita nel compiere il secondo passo, l’ unico che conta. La lusinga che deriva dal sentirsi riconosciuti lo appaga e lo blocca. L’ evangelizzazione, unica meta, è accantonata. Peggio, è sentita quasi come un’ offesa arrecata al prossimo che ci ha concesso un’ ammirazione da non mettere a repentaglio. Molto meglio vestire i confortevoli panni dell’ amico di tutti.

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A mezza strada tra il fideista e l’ eticista si pone l’ esistenzialista, costui sintetizza pregi e difetti dei primi due. Il ciellino-tipo potrebbe rientrare in questa categoria.

Completamente coinvolto in quello che fa, è capace di gesti generosi; si butta a testa bassa nell’ esperienza di fede per viverla fino in fondo senza tralasciare nulla. Tutto cio’ è cosa buona e giusta ma spesso ci si dimentica dell’ altro (dell’ infedele) e della sua diversa sensibilità.

L’ “altro” resta spiazzato di fronte al fervore dell’ “esistenzialista”: com’ è possibile tanta indemoniata energia nel cogitabondo mondo d’ oggi? Comincia a sospettare una qualche forma di “integralismo”, o di “settarismo”, o di “lavaggio del cervello” e scappa tra l’ ammirato e l’ impaurito per tanta sicumera.

La posizione esistenzialista ha un difetto: pretende troppo. Ci si chiede di vivere come se Gesù fosse presente qui ed ora in questa stanza, non è affatto facile vivere così ogni giorno senza assumere qualche droga.

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Veniamo all’ ultimo “tipo” di fedele: il colto ortodosso. Ebbene, in tutta sincerità penso che la ragione sia maltrattata anche da chi si rifugia nell’ ortodossia del razionalismo tomistico. In questi casi la fede è ricavata da un freddo esercizio solipsistico condotto a tavolino, un gioco che lascia sempre più indifferente l’ indifferente.

Costui si chiede: se la fede è un teorema, come mai tanti pareri diversi che provengono da teste tutte stimabili?

Non ricevendo risposta a questa domanda che ritiene centrale, l’ “indifferente” va a fare shopping stabilendo il centro commerciale come sua nuova Chiesa.

Non si puo’ parlare con efficacia all’ infedele ricorrendo solo a concetti atemporali, neanche al più disponibile. Io non riesco a parlare neanche a me stesso con concetti del genere, molto meglio le analogie prese dal nostro mondo (e quindi temporali). Il tomista descrive perfettamente l’ inferno ma chi lo ascolta immagina l’ inferno come una realtà temporale e si scandalizza. E’ normale che sia così.

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Vengo subito alla parte propositiva del post e introduco l’ ultimo tipo di credente, il “probabilista”, è quello che mi convince di più, non lo nego.

Per lui nel discorso sulla fede deve valere né più né meno quel che vale nel discorso sulla vita: ognuno di noi ha delle intuizioni da cui parte e che aggiorna via via a seconda delle informazioni che riceve vivendo. La fede cambia e fedi diverse sono giustificate purché si sappia che si progredisce convergendo: la convergenza degli onesti.

Ecco allora che ci formiamo delle opinioni su Dio nella stessa maniera in cui ci formiamo delle opinioni sul concerto che abbiamo ascoltato o sul campionato di calcio che seguiamo con passione. Utilizziamo le medesime abilità cognitive e siamo minacciati dalle medesime dissonanze.

In altri termini, la fede è un’ espressione del nostro buon senso, basta scegliere le giuste analogie tratte dall’ esperienza quotidiana per comprenderla e farla comprendere.

Il probabilismo è un razionalismo moderato e dialogante poiché rende conto del fatto che io e te possiamo essere entrambi persone ragionevoli anche mantenendo posizioni (al momento) differenti. I nostri “a priori”, che dipendono dalle diverse esperienze da cui proveniamo, spiegano cio’ che ci separa.

Dopo questo riconoscimento comincia un confronto e se c’ è buona fede l’ esito finale segnerà dei cambiamenti.

Tutto cio’ è troppo ottimistico? Non direi, si è posta la condizione della “buona fede”, non mi sembra una condizione da niente, anzi è una condizione molto difficile da realizzare.

Il probabilismo è il metodo che impiegano i commissari della squadra omicidi per restringere la cerchia dei colpevoli. Un metodo molto umano e comprensibile a tutti, di sicuro agli appassionati di film gialli oltre che agli appassionati di teologia naturale. Penso che il probabilismo sia il modo migliore di incamminarsi verso Dio, quatti quatti, come tanti ispettori Clouseau.

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Il probabilismo ha un pregio: consente di esplicitare cosa ci farà cambiare opinione.

E’ un prerequisito importante per chi tiene all’ onestà intellettuale. Esponendo dei fatti per noi rilevanti indirettamente ammettiamo che nuove scoperte intorno a quei fatti potrebbero costringerci a rivedere almeno in parte la nostra posizione.

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In epoca digitale gran parte dei discorsi sulla fede si intrattengono sul web con “amici virtuali”. Ora, la rete è una realtà meravigliosa ma proprio per l’ abbondanza dell’ offerta fomenta atteggiamenti superficiali (come concentrarsi sui duri esercizi Sufi quando ci arrovella il dubbio che gli esercizio ignaziani, a un click da noi, forse si attagliano meglio alla nostra personalità?). Anche per questo è bene che il progresso spirituale resti ancorato alle vie tradizionali incentrate sulle comunità designate dalla tradizione: famiglia, parrocchia, movimento. Tuttavia anche la rete puo’ dare un contributo al nostro progresso spirituale, il miglior modo per sfruttarla consiste nel confrontarsi apertamente con il “diverso” (una risorsa che la vita di “comunità” non offre), ecco allora che proporre il proprio messaggio secondo i dettami dell’ approccio “probabilistico” si dimostra una buona scelta: è un approccio dialogante, è imperniato sulla ragione scientifica, è aperto al confronto e facilmente comprensibile a tutti.

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Il probabilismo resta comunque avversato da molti, a volte con delle ragioni: come è possibile credere in modo sincero sulla base di probabilità e buon senso? Sarà sempre una fede tiepida.

E’ avversato dai tomisti, per esempio, perché non fornisce una giustificazione completa alla fede.

E’ vero, il probabilismo lascia aperto un gap. Ma forse lo si puo’ colmare con un eccesso di fede consapevole, un’ escrescenza irrazionale che ci renda dei credenti in piena regola. Sarà nostra cura liberarci dall’ “eccesso” una volta entrati in dialogo con l’ infedele.

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Questo “eccesso di fede” è forse l’ irrazionalità che rientra dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta?
 
La risposta è un “no” secco e un’ analogia chiarisce il perché: siete di fronte ad un bivio, ci sono 55 probabilità su cento che la strada di destra sia quella giusta. Il soggetto razionale opta per andare a destra. Una volta che si è deciso puo’ imboccare quella strada con un entusiasmo e un ottimismo che non sono giustificabili in termini razionali, ma questo che vuol dire? La scelta è stata operata razionalmente, vogliamo forse condannare l’ entusiasmo e l’ ottimismo che realizzano e rendono felice quella persona? Ovviamente no.
 

La “passione” non mi sembra un’ anomalia così preoccupante, tutti noi, credenti e no, coltiviamo nella vita almeno un ambito in cui nutriamo una speranza che forse non è del tutto giustificata in termini razionali. In quell’ ambito siamo pronti a gettare il cuore oltre l’ ostacolo.

Potrei esemplificare ricorrendo ai settori più disparati.

Chi si occupa di finanza lo sa e puo’ dirlo numeri alla mano: il rischio dovrebbe avere un prezzo nei corsi di borsa ma così non è, evidentemente ci sono persone che s’ “innamorano” di alcuni titoli per quanto rischiosi essi siano; credono in essi e sono addirittura disposti a pagare pur di addossarsi il rischio che comporta il loro possesso. La loro è una forma di fede in ambiti lontanissimi dalla fede religiosa.

Chi si occupa di cavalli lo sa e puo’ dirlo: ci si innamora di un cavallo, si crede di riconoscere in lui cio’ che gli altri – incompetenti!- non hanno saputo vedere e si fanno puntate irrazionali in omaggio a questa fede che realizza la nostra persona.

Chi si occupa d’ innovazione puo’ dirlo: l’ innovatore non procede calcolando ma credendo in cio’ che fa. Se calcolasse si sarebbe già trovato da tempo un impiego al catasto.

Ma soprattutto puo’ dirlo e approvarlo chi si occupa di felicità: per essere felici dobbiamo sentirci coinvolti in una causa, abbracciarla completamente e crederci. A maggior ragione se questa causa è di ampio respiro, se la reputiamo importante e significativa in assoluto. In questo senso la fede è preferibile ai titoli di borsa e ai cavalli, anche se non manca chi si fa bastare quelli.

Anche la società umana nel suo complesso si giova della presenza di queste persone, sono un po’ come delle avanguardie, dei ricercatori che battono con cura la via per chi verrà, magari anche attraverso un “appassionato” fallimento, perché no?

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Bene, impostato il problema in questi termini, come costruire un’ apologia sensata anche per l’ ateo ma che non faccia sconti sul rigore?

Io procederei in questo modo.

1. Dapprima affronterei una preoccupazione che blocca molti credenti; constatare che tra gli scienziati e tra le persone colte in generale aumenti il numero degli atei puo’ essere imbarazzante per il credente poiché la cosa corrobora l’ ipotesi per cui “chi pensa non crede”. Eppure ci sono almeno 6 elementi che consentono di eludere questa sconfortante conclusione.

a) molti scienziati, più di quanti non si pensi, non crederanno nel Dio cattolico ma hanno comunque una loro vita spirituale (vedi il lavoro di Elaine Ecklund);

b) poiché lo scientismo (solo la scienza “conosce”) è un buon candidato per sostituire la religione, esisterebbe un conflitto di interessi nel momento in cui uno scienziato è interpellato in materia: gran parte del suo capitale umano è investito proprio nella conoscenza scientifica! Sarebbe come chiedere a un professore se l’ “istruzione” serve, otterremo un autorevole parere ma “leggermente” viziato;

c) per quanto l’ “intensità” di fede sia difficile da misurare, sembra proprio che tra i fedeli aumenti all’ aumentare della cultura (anche scientifica). Inoltre sembra proprio che, una volta tenuto conto dell’ effetto della ricchezza (e quindi dei sussidi all’ educazione) il nesso tra religiosità e intelligenza sia positivo.

d) eliminando alcune domande ambigue su evoluzione e big bang ci accorgiamo che il legame cultura scientifica/fede cessa come d’ incanto di essere negativo.

e) difficile che facendo scienza si perda la fede, molto più facile che facendo scienza ci si converta. Ultimo caso quello del genetista Francis Collins che, dopo aver mappato il genoma umano, ebbe a dire: “ho scoperto il linguaggio di Dio” (vedi Francesco Agnoli: credenti perché scienziati).

f) l’ uomo d’ ingegno è più attrezzato per allontanarsi dal “senso comune” e la credenza in Dio poggia molto sul senso comune. Se aggiungiamo quanto sia “sexy” presentarsi nella società contemporanea esibendo una propria originalità, capiamo bene la lusinga a cui molti intellettuali anche raffinati sono sottoposti. In questi casi la sostanza passa in secondo piano.

g) meglio sempre ricordare che in questi casi l’ asimmetria che ci si presenta tra credenti e non credenti è molto meno accentuata di quel che appare, questo per il noto processo di falsificazione delle preferenze che si attua al fine di socializzare al meglio tra simili. I meccanismi di esclusione non sono diretti ma sono efficaci: non recensiamo il tuo libro perché sappiamo cosa t’ ispira nel tuo intimo.

h) tra gli intellettuali l’ ateismo prevale ma tra gli intellettuali che si occupano di religione (filosofi della religione) non è affatto così. Lo specialista della religione è per lo più un credente.

Un altro imbarazzo coglie il credente quando si sente “psicologizzato”: la fede è la tua droga (Marx); credi perché sei un debole in cerca di sostegni (Nietzsche); credi perché hai bisogno di illuderti per tirare avanti (Freud).

C’ è anche, per esempio, chi sostiene che chi crede lo fa essenzialmente per trovare una casa e una comunità in cui rifugiarsi.

Visto che una componente psicologica è normale che ci sia, il credente spesso si sente “smascherato” da queste accuse. Ma sono accuse che potrebbero essere facilmente ribaltate su chi accusa: non credi per carenza di empatia!

I meccanismi psicologici che conducono alla fede sono stati indagati a fondo e – è vero – conducono anche a molte illusioni ma – ci si dimentica di dire – conducono per lo più a verità (per esempio l’ esistenza di emozioni e desideri nelle persone con cui abbiamo a che fare). I meccanismi psicologici grazie a cui molti si orientano su posizioni atee ricevono molta meno intenzione. Quando li si indaga si scopre che spesso l’ ateismo è molto spesso facilitato da un deficit cognitivo: esiste infatti una correlazione forte tra autismo e ateismo, per esempio.

Tutto cio’ non dimostra nulla sui casi singoli ma implica un consiglio pressante: non psicologizzare l’ avversario. Non farlo perché su quel versante ce n’ è per tutti, e per l’ ateo in particolare.

Sarebbe meglio allora trascurare la psicologia e prendere sul serio – almeno in prima istanza – le parola di chi non la pensa come noi: se uno ci dice che crede lo fa perché crede, se uno ci dice che non crede lo fa perché non crede.

2. Disinnescata così una possibile bomba, inquadrerei il problema della scelta religiosa nella più ampia cornice della scelta razionale (vedi Pascal). L’ argomento della scommessa pascaliana puo’ essere indebolito, lo sappiamo, ma non annullato, L’ argomento, inoltre, funziona con probabilità infinitesimali mentre i punti seguenti provano che le probabilità a disposizione sono di un certo peso, al punto da rendere trascurabili le critiche all’ argomento della scommessa.

3. E’ molto importante a questo punto enfatizzare le relazioni tra buon senso e dimensione soprannaturale. Dire che siamo almeno in parte persone libere e non predeterminate è un’ affermazione di buon senso. Dire che viviamo in un mondo reale e non in un’ allucinazione è un’ affermazione di buon senso. Dire che anche tu hai una mente come la mia è un’ affermazione di buon senso. Eppure si tratta di “credenze” pure.  Ecco, l’ affermazione della credenza in dio ha uno statuto epistemico in tutto simile a quello delle affermazioni precedenti, non puo’ essere definita assurda o bizzarra. Magari siamo esseri predeterminati, magari viviamo in un Matrix, magari tu sei un androide, magari dio non esiste… Magari ci sbagliamo ma cio’ non significa che noi credenti siamo dei tipi bizzarri (vedi Plantinga).

4. La filosofia che più si oppone alla fede religiosa è il naturalismo. Vale la pena di considerare l’ implausibilità della filosofia naturalista, specie se chiamata a sostenere l’ impresa scientifica (anche qui il filosofo di riferimento è Alvin Plantinga e il suo ben noto argomento).

5. Poiché l’ infinitamente piccolo ci parla di Dio, è il caso fare un un excursus in temi gravidi di conseguenze quali l’ incompatibilità tra materialismo e fisica quantistica (Stephen Barr)

6. Fate presente che l’ uomo è una “macchina” costruita per credere. Ce ne si ricorda solo per mettere in luce gli svarioni che questa inclinazione ci fa prendere. Bisognerebbe ricordarsene anche quando si tratta di scegliere tra alternative problematiche: è più facile e razionale, in casi del genere, seguire le proprie predisposizioni naturali anziché ostacolarle! La “semplicità” è la nostra stella polare.  (Justin Barett)

7. Offrite i misteri della matematica come indizio sulla plausibilità della prova teleologica. Eugene Wigner è forse l’ autore che meglio collega le due cose nel suo testo The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences.

8. Anche l’ infinitamente grande ci parla di Dio. In particolare viene riabilitata l’ analogia dell’ ororlogio. La cosa migliore è rifarsi al concetto di “fine tuning” sviscerato da di John Leslie con la sua secca alternativa: o Dio o molti mondi. Cosa vi sembra più ragionevole?

9. Persino i processi evolutivi portano acqua al mulino del teismo. Le specie animali sono molto diverse tra loro, eppure l’ occhio è qualcosa in che hanno in comune e funziona bene o male in modo sempre uguale. Evidentemente le pressioni di un ambiente condiviso pesano sugli esiti finali, in altri termini, esiste una certa “convergenza evolutiva”. Se fosse così l’ esistenza dell’ uomo non sarebbe del tutto casuale. Non è affatto detto che “riavvolgendo il nastro della vita” rivedremmo un film tanto diverso. Dove c’ è vita, c’ è umanità (altri pianeti compresi). Il fenomeno della convergenza evolutiva è stato indagato a fondo dal paleontologo Simon Conway Morris.

10. Argomentate con la prova cosmologica di Swinburne: se le cose hanno un inizio allora è più semplice ipotizzare un essere onnipotente che non una catena causale infinita e costruita in modo complicatissimo da descrivere.


11. Proseguire con Lane e il suo argomento di Kahlam: un universo che esiste da sempre (ipotesi alternativa all’ universo creato) sarebbe contrario al buon senso e pieno di paradossi.

12. La logica pura la lascerei in fondo, non vale la pena di introdurre le dimostrazioni astratte dell’ esistenza divina; forse il fatto più rilevante è che ingegni sopraffini quali  Leibniz e Godel si siano convinti alla fede attraverso questa via.

13. Lascerei per ultimo l’ argomento etico, almeno quello esposto nella versione dostoveiskiana: senza un Dio tutto è possibile. Non mi convince, anzi, a volte è controproducente, i valori morali sono oggettivi e appartengono a tutti, credenti e no. Meglio allora ripiegare su autori come A. E. Taylor e Robert Adams nella cui opera risaltano bene i vantaggi dell’ obbligazione etica quando deriva da un comando divino. Se questo fosse vero è chiaro che tutto cio’ costituisce un indizio dell’ esistenza di Dio.

14. Accennerei infine a due principi, entrambi di buon senso ed espressi originariamente ancora dal filosofo analitico Richard Swinburne:

- Principio di Credulità – data l’assenza di un qualsiasi motivo per non credere, si dovrebbe accettare quello che sembra essere vero (ad esempio, se si vede qualcuno che cammina sull’acqua, si deve credere che stia accadendo)

- Principio di Testimonianza – data l’assenza di qualsiasi motivo di non credere loro, si dovrebbe accettare il fatto che testimoni oculari o credenti stiano dicendo la verità quando testimoniano di esperienze religiose.

15. Chiuderei ricordando il mio intento (che a questo punto qualcuno potrebbe aver dimenticato): raccogliere qualche indizio concreto sull’ esistenza di dio operando all’ interno di una cornice nella quale un indizio infinitesimale potrebbe già essere sufficiente a dettare la scelta di fede come scelta razionale.

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Bene, giunti in fondo puo’ darsi che nessuno dei quindici punti sia convincente. Poco male perché ha senso solo la forza dell’ insieme e questa forza un piccolo effetto dovrebbe comunque averlo su un interlocutore onestamente appassionato alla verità.

L’ approccio probabilistico mi piace proprio per questa sua caratteristica: è scettico sulla prova regina e fiducioso sull’ effetto cumulo, un effetto che agisce in un contesto di scommessa pascaliana e richiede comunque un supplemento di fede che io non definirei “irrazionale” bensì appassionata”.

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Giunti a questo punto si potrebbero introdurre e discutere le verità del credo niceano: Gesù, la Trinità eccetera. Ma lo farei solo con chi è disposto a considerare la forza dei quindici  punti nel loro complesso, ovvero con chi è disposto a prendere sul serio l’ ipotesi teista. Fare il secondo passo senza aver fatto il primo causa formidabili capitomboli: torneranno ben presto a ridere di voi.

La ragione che non dimostra

Alvin Plantinga – Dio esiste. Perché affermarlo anche senza prove.

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La tesi dell’ autore:

… colui che afferma l’ esistenza di Dio è nel pieno dei propri diritti dal punto di vista epistemologico, anche se non risulta capace di argomentare efficacemente a favore della propria tesi…

AP è autore stimato che ha speso un’ intera vita accademica per conferire dignità intellettuale alla credenza in Dio. “Credere”, per lui, non è un atto razionalmente azzoppato.

… “credenza” è qualsiasi contenuto cognitivo che la mente accoglie in modo “pigro e passivo” e che non risulta confutato…

La “credenza” è un po’ il mobilio della mente. Agostino, nel De utilitate credendi, è il primo a constatarne la natura inevitabile:

… non c’ è assolutamente nulla dell’ umana società che non  risulterebbe gravemente lesionato, qualora avessimo deciso di non credere a niente…

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Ma colui che si ritiene inserito nella comunità dei credenti in Cristo è chiamato a difendere razionalmente la propria fede. E’ questo un mandato evangelico esemplarmente enunciato, per esempio, nella Prima Lettera di Pietro:

… non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi…

La necessità di “intellegere” la propria fede è proclamata anche da Agostino:

… se non credete non capirete… ottemperando i precetti del Signore, cerchiamo con insistenza…

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Eppure c’ è una tradizione teologica riformata che oppone fede e ragione, basterà citare due eminenti figure come Kirkegaard e Sestov; è difficile per gli epigoni di quella tradizione dare concretamente corso al mandato evangelico di cui sopra. AP ci prova cercando di navigare tra la Scilla del fideismo e la Cariddi della teologia naturale.

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AP si inserisce in una prospettiva anti-evidenzialista. L’ evidenzialismo è una posizione molto diffusa nel pensiero occidentale:

… secondo gli evidenzialisti, un contenuto cognitivo, per essere asserito e sostenuto con fermezza, va mostrato o come evidente o come fondato su evidenze per il tramite di un processo anch’ esso evidente…

Secondo la visione “evidenzialista”…

… la fede cristiana sarebbe epistemicamente infondata… ovvero razionalmente identificata…

Una conclusione del genere è quanto mai gradita ai vari Sestov e Kirkegaard, i quali prendono fieramente le distanze dalla ragione facendo trionfare la fede.

Oltretutto la conclusione evidenzialista è in buona parte condivisa anche da chi non appartiene in via esclusiva al mondo ateo:

… se ne rinvengono tracce in Aristotele e Tommaso… secondo i quali il fedele rischia di venir meno a obblighi intellettuali qualora manchi di dimostrare la fondatezza della sua fede…

Per un bayesiano come AP le cose stanno in modo diverso:

… non si abbandonano le proprie convinzioni in assenza di adeguate motivazioni…

Agostino:

… ritengo che credere prima di ricorrere ai procedimenti razionali… sia cosa non solo assai salutare ma anche indispensabile…

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AP simpatizza con la teologia negativa ma non nei modi radicali tipici per esempio di un Karl Barth. Arriva a negare il fideismo anche quando si presenta nelle sue forme più moderate.

AP, diversamente da Barth, riabilita la teologia naturale, anche se affida ad essa un ruolo che differisce da quello preteso da Tommaso.

… l’ uso della teologia naturale in difesa della fede attaccata è più che legittimo quando non doveroso… fede e ragione sono compatibili e la seconda si presenta come un prolungamento della prima…

Una volta mutate le circostanze, una volta cioè che la fede venga attaccata, è lecito difenderla con argomenti razionali:

… non solo, è anche lecito porsi dei dubbi e rispondersi padroneggiando l’ arsenale della teologia naturale… La fede è un atto iniziale epistemicamente legittimo ma poi, assalita dai dubbi, deve cedere se non è in grado di farvi fronte con l’ uso della ragione…

Secondo Barth le cose stanno diversamente:

… chi armeggia con la teologia naturale o finge di partire da zero… o  parte realmente da zero… nel primo caso predomina l’ insincerità, nel secondo l’ incredulità…

E’ chiaro che Karl Barth va dritto dritto verso il fideismo, AP vuole evitare proprio quella deriva.

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“Credere” senza l’ appoggio di argomenti è un’ esperienza comune:

… credere nell’ esistenza del mondo… nell’ esistenza degli altri… nell’ esistenza del passato… è un’ esperienza comune… generalmente accettata senza problemi… ovvero senza la necessità di addurre argomenti… e nemmeno l’ atteggiamento fondazionalista esclude verità “basilari” da accogliere anche in assenza di dimostrazioni…

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Ora, la verità di Dio è vissuta dal credente come una verità “basilare”.

E qui cominciano i problemi perché, in genere, gli “evidenzialsti” moderni ritengono “evidenze” solo i principi logici e i dati dei sensi:

… ma questa posizione è facilmente confutabile poiché l’ affermazione: “le uniche evidenze sono costituite dai principi logici e dai dati dei sensi” è un asserto che non ricade né tra i principi logici né tra i dati sensibili…

Ergo, la “basilarità” della credenza non si esaurisce nella lista fornita dagli “evidenzialisti”:

… le verità di fede possono tranquillamente rientrare nel novero delle verità basilari coltivate dalla mente del credente e in quanto tali è razionalmente legittimo accettarle fino a prova contraria…

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L’ ateismo del ventesimo secolo ha negato razionalità ai credenti con molti argomenti.

Innanzitutto, da Wittgenstein ai neopositivisti,  la proposizione “Dio esiste” è stata bollata come un nonsenso. Si parla esplicitamente di “asserti cognitivamente privi di contenuto” e, quando va bene, di “problemi di cui si deve solo tacere”:

… oggi questa obiezione è passata nel dimenticatoio perché ci siamo accorti che risulta più semplice accettare come sensate quelle proposizioni che appaiono chiaramente come sensate… inoltre si è costatato che proposizioni analoghe sono accettate senza problemi da tutti e non possono certo essere considerate dei nonsense… quando parlo di “causa”, di “intenzione”, di “realtà”, di “libertà”, di “passato”… non sto utilizzando dei nonsense e nemmeno dei concetti cervellotici… al contrario, mi riferisco a concetti facilmente comprensibili a tutti… eppure il loro contenuto cognitivo è per sua natura analogo a quello a cui ci si riferisce la parola “Dio”…

Altri hanno sostenuto che la credenza in Dio è intrinsecamente incoerente:

… per quanto ne so il concetto di Dio, magari è problematico, ma è perfettamente coerente…

Altri hanno ritenuto che la credenza in Dio è incompatibile con la credenza, che nessuno puo’ rigettare, nell’ esistenza del Male:

… una contraddizione che oggi sembra sanata grazie a buone teorie… tanto che, finanche tra chi avanza l’ argomento del male, c’ è consenso sul fatto che una simile obiezione non possa risultare vittoriosa…

Ma l’ obiezione più corposa è quella “evidenzialista”:

… l’ idea per cui la solidità di una credenza debba sempre risultare proporzionata alla solidità dell’ evidenza che l’ accompagna… chi accetta di credere in Dio lo farebbe sulla base di evidenze insufficienti…

Da John Locke a David Hume, da WK Clifford a Bertrand Russell, il Phanteon degli atei che si concentrano su questo punto è ben nutrito. Anthony Flew (oggi convertito) è stato forse il più eloquente di questa schiera:

… il dibattito intorno all’ esistenza di Dio dovrebbe iniziare con una presunzione di ateismo…

Ma da che cosa iniziano i dibattiti? Cosa significa che un dibattito dovrebbe iniziare così piuttosto che così?

… il dibattito non puo’ iniziare dal presupposto che dio esiste… ma nemmeno dal presupposto che dio non esiste…

Anthony Flew giustifica la presunzione dell’ ateismo nell’ esigenza di motivazioni:

… se si afferma che esiste dio, dobbiamo avere adeguate motivazioni per pensare che sia davvero così…

Flew sta sostenendo che è irrazionale professare una credenza religiosa in assenza di giustificazioni.

Michel Scriven va oltre:

… secondo questo autore se gli argomenti a favore dell’ esistenza di dio falliscono l’ unica posizione razionale non consiste nel non credere in dio ma nel farsi atei, ovvero nel credere che dio non esiste… per essere atei non occorre alcuna prova che dio non esista… l’ ateismo è razionalmente obbligatorio anche se non si puo’ provare l’ inesistenza di dio…

In sintesi potremmo dire che l’ ateismo contemporaneo più consapevole orbita intorno a due tesi di fondo:

… la prima afferma che in assenza di argomenti a favore dell’ esistenza di dio la posizione dell’ ateo è la più ragionevole… la seconda afferma che non possediamo nessuna evidenza e comunque nessuna evidenza sufficiente per affermare l’ esistenza di Dio…

La seconda tesi è a dir poco ingenerosa… che dire allora dei vari argomenti proposti a favore dell’ esistenza di dio? Sia la tradizione che molti filosofi contemporanei (penso a Taylor, Adams, Mascall, Mitchell, Swinburne…) hanno prodotto una mole di lavoro che non puo’ essere liquidata tanto in fretta.

… e si noti che il problema non è quello di stabilire se questi argomenti presi singolarmente o in combinazione costituiscano una prova dell’ esistenza di dio, perché non v’ è dubbio che prove non ne forniscono… il punto invece è credere se qualcuno possa essere razionalmente giustificato nel credere all’ esistenza di dio sulla base delle evidenze da essi offerte, il che è tutt’ altra questione…

Tuttavia in questa sede dobbiamo lasciar cadere un simile discorso visto che AP è uno studioso completamente concentrato sulla confutazione della prima tesi.

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Cominciamo con l’ osservare che  nell’ ateismo contemporaneo il “razionalismo” si presenta come un’ “etica dell’ intelletto”:

… per l’ ateo razionalista esiste qualcosa come un’ etica generale dell’ intelletto che ci deve spingere ad adeguare l’ assenso al livello dell’ evidenza… Il credente violerebbe ripetutamente questi obblighi intellettuali…

A prima vista la richiesta dell’ ateismo è plausibile, senonché il parallelo tra razionalità ed etica presenta qualche problema:

… che cosa dire di un teista di 14 anni educato a credere in Dio in una comunità in cui tutti credono?… la sua fede viola forse violando un dovere intellettuale?… E che cosa dire di un teista maturo – Tommaso d’ Aquino, ad esempio – il quale ritenga, dopo aver riflettuto a lungo e coscienziosamente, di essere davvero di possedere adeguata evidenza…

Il problema è che a volte la credenza non dipende dal credente:

… se mi ordini di cessare di credere che la terra è molto antica, non c’ è modo per me di attenermi al tuo ordine… allo stesso modo non è possibile per me cessare di credere in Dio…

E siccome non possono esistere “doveri impossibili”…

Eppure questa risposta data all’ ateo è altamente insoddisfacente, il motivo è intuibile:

… noi tutti consideriamo “colpevole” chi nutre certe credenze… pensiamo solo a chi crede nell’ inferiorità della razza ebraica… persino San Paolo in Rm 1 ritiene che “non riuscire a credere” nel vero Dio è colpevole… e allora?…

Inoltre è pur vero che possiamo porre in essere diverse strategie che allentino la nostra credenza fino ad infiacchirla. Forse dovrei cominciare a leggere Voltaire, Bertrand Russell o Thomas Paine evitando come il fuoco Agostino, C.S. Lewis o, vade retro, la Bibbia.

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Per rispondere all’ ateo dobbiamo allora imboccare una via differente.

… probabilmente l’ ateo non intende spingersi al punto di sostenere che nessuna credenza puo’ essere adottata in assenza di evidenze chiare… sarebbe davvero troppo poiché noi tutti, per mancanza di tempo e modo, finiamo per farlo tutti i giorni più volte al giorno… e allora perché non ritenere che la credenza in Dio non rientri in un caso del genere?…

Domanda imbarazzante a cui l’ ateo tuttavia risponde, ma secondo AP:

… le risposte date non sono per nulla stringenti… e le ragioni fornite per nulla chiare…

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La domanda chiave suona dunque così: perché la credenza in Dio non puo’ essere annoverata tra le credenze di base? Le credenze di base sono quelle credenze che noi tutti troviamo ragionevole adottare anche in assenza di una dimostrazione compiuta.

… gli atei rispondono dicendo che l’ interdetto è giustificato dal fatto che la credenza in Dio non è auto-evidente né alla ragione né ai sensi… l’ esistenza di Dio non deriva né da un teorema né da una osservazione…

L’ ateo elabora quindi un criterio oggettivo per scremare le credenze accettabili da quelle inaccettabili. Ma è un criterio corretto?

Ma il criterio dell’ ateo presenta dei problemi. Ancora una volta:

… dobbiamo notare che se questo criterio fosse corretto… allora gran parte di cio’ a cui crediamo risulterebbe irrazionale…

Il più delle credenze che ci servono a vivere sarebbe da bollare come infondato:

… si pensi alla credenza per cui esistono delle cose… oppure a cio’ che ci fa credere che esistano anche persone diverse da noi… o che esista il mondo da più di cinque minuti… o che esista il passato… Nessuna di queste credenze puo’ essere dimostrata adeguatamente stando al criterio dell’ ateo…

Poiché molte delle credenze di cui sopra sono “basilari” per chiunque, anche per l’ ateo, se ne deduce che il criterio oggettivo elaborato è fallato.

Ma c’ è un altro vulnus non da poco:

il criterio dell’ ateo non si auto-sostiene… come se non bastasse, infatti, l’ ateo crede a un criterio che non ha affatto le caratteristiche di basilarità enunciate dal criterio stesso…

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L’ ateo potrebbe emendare il suo criterio tenendo conto del fatto che le eccezioni avanzate sono comunque verità accettate da tutti mentre la credenza in Dio no.

Vediamo se le cose stanno veramente così:

… se affermo che oggi ho pranzato questa è una verità basilare per me ma non per tutti… la gran parte delle persone nemmeno pensa ad un evento del genere…

Inoltre:

… non “quasi tutti” ritengono che sia vero solo cio’ che sostengono “quasi tutti”… io per esempio non lo credo…

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Ma se la credenza in Dio è propriamente basilare, perché non potrebbe essere tale qualsiasi credenza?

Chi rigetta l’ evidenzialismo con gli argomenti di cui sopra deve accettare come razionale anche la credenza nella Grande Zucca?

… e perché mai?… facendo un’ analogia eloquente potremmo dire che chi in passato ha rifiutato il criterio neopositivista considerando sensate espressioni chiaramente sensate anche se non verificabili, non era per questo solo fatto costretto ad accettare come sensate anche espressioni quali: “… al prepario i svacchi marchi tortellavan per il daino…”…

Per qualcuno è un problema constatare che il credente respinga il criterio evidenzialista mostrando di non avere alcuna fretta di sostituirlo con un altro criterio oggettivo.

… penso proprio che tutto cio’ non rappresenti un problema… anche perché non penso proprio che nemmeno esista un criterio deduttivo per distinguere credenze basilari da credenze irrazionali… l’ unico criterio è di tipo induttivo… bisogna derivarlo empiricamente partendo dal basso… partendo da esempi concreti… partendo dai contesti… dai soggetti implicati… dalla loro storia… La credenza in Dio ha una sua storia ben diversa dalla credenza nella Grande Zucca… anche per questo è sensato pensare che la credenza in Dio “probabilmente” è basilare mentre quella nella Grande Zucca “molto probabilmente” è irrazionale…

Il criterio evidenzialista avanzato dagli atei è dunque fallace e va rimpiazzato con qualcosa di meglio, ecco la proposta che emerge dall’ analisi di AP:

… ogni soggetto sincero parte da credenze basilari che sono sue proprie e che si sono mostrate in qualche modo “adatte” alla sua condizione e al suo contesto… entrando in relazione con il prossimo attraverso l’ uso del linguaggio e della ragione, le fa evolvere in funzione degli argomenti che avanzano i terzi e che lui stesso è in grado di produrre… in questo modo si realizzano degli equilibri rilevanti anche se mai completamente stabili… in questi equilibri convivono credenze magari diverse ma tutte razionalmente giustificate…

Vogliamo chiamarla razionalità bayesiana?

Oggi questa concezione della razionalità sembra prevalere anche in molti atei.

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Il criterio bayesiano ci illumina sul legame tra fede e ragione. Chi accetta la sua credenza in Dio come basilare ha messo al sicuro la sua fede? Non ci saranno d’ ora in poi argomenti in grado di scalfirla?

… senz’ altro no. Un buon argomento che faccia leva su altre credenze che il credente reputa vere potrebbero “convertirlo” all’ ateismo… naturalmente vale anche il discorso inverso… la credenza cristiana ha un contenuto dove spesso ricorrono dei dogmi ma la credenza nell’ esistenza di Dio non è un dogma… se riteniamo che esistano buoni argomenti per non credervi è nei nostri diritti epistemici cessare di credere… l’ atto di credere deve essere libero in caso contrario la credenza non potrebbe essere basilare… in assenza di evidenza e in assenza di basilarità sarebbe una credenza irrazionale…

La razionalità della credenza è qualcosa che riguarda la legittimità dei punti di partenza. Una volta che parte la discussione l’ esito è imprevedibile, anzi, sarebbe auspicabile che gli interlocutori s’ impegnino a mutare le proprie posizioni di partenza.

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I Protestanti sono particolarmente propensi ad assumere la credenza in Dio come basilare.

Perché i fratelli Protestanti si sono sempre opposti alla teologia naturale (e alle prove dell’ esistenza di Dio)?

Primo motivo:

… la fede non ha bisogno di dimostrazioni per essere piena…

Secondo motivo:

… l’ intelletto del credente non ha bisogno di dimostrazioni per autorizzare la credenza in Dio… la credenza puo’ essere perfettamente razionale anche in mancanza di argomenti…

Secondo Giovanni Calvino, poi, la disposizione a credere in Dio è radicata in ogni essere umano.

Karl Barth è stato particolarmente duro nel disapprovare la teologia naturale

… secondo Barth trastullarsi con gli argomenti della ragione svaluta la fede autentica allontanandoci da essa…

Ora, AP si pone nel solco dei pensatori riformati, anch’ egli ritiene che l’ atto di fede possa essere razionale anche se compiuto in assenza di prove. Tuttavia si allontana dalle asprezze di Barth per riabilitare la teologia naturale riconsegnandole un ruolo importante:

… pensare troppo a Dio puo’ allontanarci dalla fede autentica… ma se la nostra fede è insidiata dal dubbio… magari da un dubbio instillato dall nostro fratello ateo… allora pensare a Dio facendo fronte a questi dubbi prendendoli sul serio non indebolisce la fede ma la salva e pone le premesse per rafforzarla…

Mi viene da chiosare che poiché oggi il credente vive sprofondato in una società atea, la sua fede è continuamente assediata da dubbi e mai come oggi la necessità di dominare gli argomenti a difesa della fede è una necessità impellente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poveri ma belli

Daron Acemoglu e James Robinson – Why nations fail: the origins of power, prosperity and poverty.

Il problema è sempre quello, ovvero: perché esistono paesi ricchi e paesi poveri?

Noi cattolici non possiamo girarci dall’ altra, Papa Francesco ci esorta continuamente ad occuparci di questi problemi, anche perché il suo progetto sembra quello di edificare una una “Chiesa povera per i poveri”.

Quando leggendo i testi sacri m’ imbatto in una delle molte maledizioni contro la ricchezza, ogni volta mi rifugio in interpretazioni cervellotiche: per me il termine “ricchezza” equivale a “prepotenza” mentre il termine “povero” indica la vittima del prepotente e dei suoi soprusi. Non riesco proprio a credere che chi si è arricchito onestamente sia predestinato agli inferi. Eppure Papa Francesco mette in crisi chi sceglie questo approccio edulcorato e anche un po’ ipocrita, per lui le cose sono molto più semplici e dirette: poveri sono coloro a cui mancano i mezzi materiali e ricchi sono coloro che ne hanno in sovrappiù. L’ onestà e la disonestà passano in secondo piano.

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I poveri saranno sempre tra noi, dice la Parola; ma se diminuiscono è una buona notizia per tutti, aggiungo io.

Come adoperarsi per raggiungere questo obiettivo?

Ecco allora che puo’ essere utile guardare dove povertà e ricchezza si presentano in contrasto stridente e ravvicinato: Germania est e Germania ovest, Corea del sud e Corea del Nord, Hong Kong e Cina… ma anche Nogales.

Nogales è una città di confine divisa in due da uno steccato, a nord c’ è la parte statunitense (Nogales, appunto), contea dell’ Arizona.

Lì il reddito medio è buono, i ragazzi vanno a scuola, la maggior parte degli adulti possiede un diploma, ricevere l’ assistenza sanitaria è relativamente facile, la speranza di vita è in linea con gli standard occidentali, si circola per le strade senza paura e si investe in sicurezza. Anche i propri risparmi sono relativamente al sicuro.

Girato l’ angolo c’ è Sonora, città messicana. La vita qui è molto più dura: reddito dimezzato, sicurezza di beni e persone sempre a repentaglio, alta mortalità infantile e politica corrotta.

Perché una differenza tanto profonda nell’ arco di qualche chilometro?

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Per dipanare la matassa dobbiamo risalire a qualche secolo fa e ai modelli di colonizzazione.

Il sudamerica fu colonizzato dalla Spagna, ovvero dalla superpotenza dell’ epoca.

La Spagna dominava su terre e mari, dominava ovunque, cosicché poté scegliere le prede più ambite allorché l’ Europa cominciò a soggiogare il mondo intero.

Ma vediamo cosa accadde, in fondo tutti siamo in grado di comprendere certe dinamiche elementari; cominciamo col dire allora che chi entra in una cassaforte ha solo la preoccupazione di come caricare i soldi e portarseli a casa. Ok?

Il modello di colonizzazione spagnolo dovette fronteggiare un problema simile: come sfruttare al meglio risorse e popolazioni indigene? E poi, come traslare in patria i frutti di questo sfruttamento?

La colonizzazione del nordamerica fu affare degli inglesi, che dapprima scopiazzarono il modello spagnolo sognando ad occhi aperti di trovare il loro Eldorado, ma i risultati furono a dir poco deludenti. Tanto è vero che presso le comunità dei coloni, per non andare completamente a picco, fu ben presto introdotta la regola: “chi non lavora non mangia”. Una regola impensabile presso gli spagnoli che avevano fatto tanta strada proprio per evitare l’ umiliazione del lavoro!

Ma per i coloni inglesi non c’ era alternativa, in fondo erano in fuga dai loro governi naturali e non potevano passare dalla padella dell’ emigrazione alla brace del rimpatrio. Gli spagnoli, al contrario, avevano i loro governi naturali come emissari.

Di fronte a esigenze diverse (“estrattiva” e “produttiva”) nacquero istituzioni diverse, poi lasciate in eredità ai popoli colonizzati, da qui le differenze che osserva sgomento chi rivolge la sua attenzione a quei territori.

Ma torniamo a Nogales, la cittadina di confine divisa in due: praticamente tutto unisce la parte alta della città con la parte bassa, tranne la tradizione coloniale a cui furono soggette. Il modello estrattivo (Spagna) caratterizza le istituzioni messicane e quindi anche Sonore, il modello produttivo (Inghilterra) è tipico degli USA, e quindi anche della Nogales propriamente detta.

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In un certo senso la “ricchezza facile” è una maledizione per i popoli.

All’ inizio, nulla di speciale: se ti capita la fortuna d’ incapparci devi solo “estrarre” e godere, se ti capita la sfortuna di non incontrarla mai ti tocca “produrre” e sudare.

Ma l’ estrazione finisce mentre la produzione è infinita, quindi, oltre una certa soglia, i paesi-cassaforte diventano i paesi poveri mentre i paesi-baracca diventano i paesi ricchi.

Ancora oggi la “maledizione” agisce sui paesi medio orientali, se ci fate caso: baciati dall’ apparente fortuna dei giacimenti di petrolio, mantengono istituzioni arretrate.

Ultima considerazione rivelatoria per gli scettici ad oltranza: qual è il continente più ricco di risorse naturali? Probabilmente l’ Africa.

Ok, dirà qualcuno, ma perché quando l’ “estrazione” termina non ci si mette a “produrre”? Ottima domanda, rispondo dopo.

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Parecchie teorie della ricchezza non funzionano quando sono chiamate a spiegare la favola di Nogales.

C’ è chi sostiene che la divisione tra paesi ricchi e paesi poveri dipende dalla geografia del territorio e dal clima.

Ma Nogales e Sonora condividono sia orografia che clima.

Dunque?

Da Montesquieu a Jeffrey Sachs, molti studiosi restano turbati da casi del genere e cominciano a partorire ipotesi ad hoc.

L’ eminente professore Jared Diamond sostiene che l’ origine di tutte le diseguaglianze va ricercata 500 anni fa nella differente dotazione di piante e animali vantata dai vari territori. A me queste non sembrano considerazioni molto importanti per chi studia il mondo moderno. Di sicuro non lo sono per chi studia il caso di Nogales.

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Un’ ipotesi molto gettonata è quella che mette in relazione prosperità e cultura.

Il padre nobile di questo approccio è Max Weber.

Ancora oggi, sebbene la cosa non sia politicamente corretta, Padre Gheddo sostiene che gli africani sono poveri perché sprovvisti di una robusta etica del lavoro. E allora giù scuole e chiese per resettare i cervelli.

Aiutare significa civilizzare.

Ma forse più che pigri, gli africani non hanno grandi incentivi a lavorare.

Anche mio cognato Fabio, da quando è pendolare Varese-Stoccolma, insiste con l’ “ipotesi culturale”: in Svezia nessuno oserebbe mai turbare la tranquillità di una coda ordinatissima.

Ok, ma nel 1992 la Svezia era uno stato fallito e non penso che nel frattempo, ora è un caso di successo, la sua cultura sia cambiata granché.

La cultura conta allora? Sì e no.

La cultura puo’ essere lubrificante o sabbia negli ingranaggi ma difficilmente sarà mai l’ ingranaggio.

Una cosa comunque è certa: gli abitanti di Nogales condividono la loro cultura con quelli di Sonora.

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C’ è poi l’ ipotesi dell’ ignoranza: le diseguaglianze esistono perché chi governa i paesi poveri non sa cosa fare per loro.

Se le cose stessero così la soluzione sarebbe una e una sola: insegnare.

Non date pesci ma insegnate a pescare. Lo dicevano ai miei tempi nelle assemblee di istituto durante gli scioperi “per la fame nel mondo”.

L’ ipotesi spiega una minima parte di realtà, e nemmeno quella la spiega bene: Mugabe non è certo convinto di arricchire lo Zimbawe con le sue politiche ma le implementa lo stesso entusiasta perché consolidano il dominio delle élite (a cui appartiene lui stesso) a spese degli altri. Lo stesso dicasi per i vari caudillos sudamericani.

Per l’ Italia del 2013 vale la stessa cosa, tutti saprebbero cosa ci vorrebbe per arricchire un paese stremato: più competizione e più incentivi a tutti i livelli ma nessuno osa aggredire le rendite consolidate. Tutti dicono “riforme” ma, per paura di spaventare, pochi osano chiamare le cose per nome e cognome: “riforme neoliberiste”.

Il fatto è che molti economisti si concentrano sulla “via giusta”, problema tutto sommato banale, mentre mentre sarebbe più urgente comprendere perché si imbocca sempre la “via sbagliata”.

Si scoprirà che i paesi sono poveri perché chi li governa vuole mantenerli poveri pur di difendere i privilegi di una parte.

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La “strada maestra” è abbastanza chiara a tutti: occorre un governo forte in grado di garantire sicurezza alla proprietà privata nonché il coordinamento necessario per la produzione di infrastrutture. Occorrono regole astratte da applicare a tutti in modo che in presenza di pari diritti ognuno si giochi le sue possibilità: in questo momento molti Bill Gates e qualche Einstein sta zappando la terra in un paese povero e mal governato.

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Ma perché i paesi non si arricchiscono visto che è tanto facile farlo? Anche al dittatore africano più rapace, del resto, converrebbe mettere all’ ingrasso la gallina dalle uova d’ oro.

Purtroppo l’ arricchimento di un paese procede attraverso “distruzioni creative” che sparigliano le carte in tavola. Chi oggi cavalca l’ onda in una posizione di potere bada bene a che le cose non cambino. Sia il dittatore africano che l’ alto boiardo occidentale amano le “foreste pietrificate”, con una differenza non da poco: il primo ha potere di vita e di morte su tutti i suoi connazionali mentre il secondo deve agire sapientemente nell’ ombra.

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Il resoconto di A\C è talmente semplice e lineare che diventa difficile obbiettare, eppure qualche dubbio fa capolino, come se mancasse qualcosa.

Primo: ma queste benedette “istituzioni” che sono il motore della crescita, piovono dal cielo?

Praticamente sì, dicono i due studiosi.

La storia produce eventi casuali che amplificano differenze in partenza molto piccole, talmente piccole da poter essere considerate casuali.

Esempio, la peste nera del 1300 dimezzò la popolazione europea facendo mancare le braccia su cui si reggeva l’ economia feudale. Poiché il lavoro divenne più prezioso si produsse sia un incentivo all’ emancipazione dei servi sia un incentivo a rafforzare la schiavizzazione. Il conflitto che seguì ebbe esiti diversi: a ovest fu vinto dai contadini che rovesciarono così il sistema feudale avviandosi verso la modernità, a est dai feudatari che lo rafforzarono. Si noti comunque come le condizioni di partenza dei territori rispetto ad un evento di simile portata fossero praticamente le stesse.

Altra contingenza: la monarchia inglese era più povera di quella spagnola e di quella francese, e quindi più soggetta a contrarre prestiti e a trattare elargendo concessioni che via via si trasformarono nei moderni diritti.

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Secondo: come si spezza la cosiddetta “ferrea legge delle oligarchie”?

La “ferrea legge delle oligarchie” prevede che  un’ élite venga sopraffatta e rimpiazzata sempre da un’ altra élite.

Anche qui il caso giocherebbe un ruolo decisivo, e il “caso” come spiegazione non è mai granché.

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Terzo: le condizioni istituzionali in cui si trovò la Gran Bretagna del XVIII secolo non erano poi così originali, diverse volte e in diversi altri posti sulla terra si erano già presentate in passato.

E allora, come la mettiamo?

Per chi si occupa di “ricchezza delle nazioni” la rivoluzione industriale inglese del XVIII secolo non un evento tra i tanti ma il prima e dopo Cristo.

Bè, qui c’ è una battaglia degli storici e A/C non sembrano avere fonti di prima mano.

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I tre dubbi ci consigliano di affiancare al fattore istituzionale un fattore umano specifico.

In cosa si concretizzerebbe? Possiamo chiamarla ideologia,  etica, cultura, retorica…

Tuttavia la cultura a cui penso non è tanto quella della “coda ordinata” quanto quella che induce ammirazione verso la figura dell’ “innovatore”, ben sapendo che l’ innovatore distrugge i vecchi mondi e ci incalza con cambiamenti continui.

E’ la cultura del rischio e del dinamismo, è la cultura che dà una dignità alla ricchezza, anche quando passa di mano in modo repentino; è la cultura che non si scandalizza di fronte a diseguaglianze sostanziali. E’ la cultura borghese, la cultura capitalista.

Oggi non so se esiste davvero qualcosa del genere, a me vengono piuttosto in mente ideologie antitetiche: quella ambientalista, per esempio. Non perché la protezione dell’ ambiente non sia un problema, quanto perché l’ ambientalismo militante rigetta le soluzioni razionali che vengono proposte rivelando quello che è il suo vero obiettivo: attaccare la mentalità consumista e le diseguaglianze sociali.

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Vorrei concludere con un’ immagine: direi allora che se le istituzioni sono una macchina potente in grado di proiettarci ad ad alta velocità verso il benessere materiale, allora la mentalità e l’ ideologia predominante sono il motorino di accensione.

Pensando all’ Africa e ad altri paesi poveri spero solo che quest’ auto parta anche a spinta: noi italiani l’ abbiamo ricevuta a suo tempo e forse possiamo fornirla a  chi oggi fa fatica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Generosi con la testa o generosi con Bergoglio?

… mangia tutto… pulisci bene il piatto… che altrimenti i bambini poveri che non hanno nemmeno quello piangono…

Potrebbe dirlo mia nonna come Papa Francesco, anacoluto compreso. E compresa anche l’ assenza di alate metafore.

La semplicità del nostro nuovo “Papa-bungiorno/buonasera” è disarmante e non sembra affatto uno stratagemma per parlare alle masse.

Se dice “povero” intende povero, non lo si puo’ equivocare.

from the series: Urban Cave

Ieri al “gruppetto” ciellino dovevamo leggere e commentare il discorso tenuto dal Santo Padre in occasione della veglia pentecostale con i movimenti, le comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali.

Si partiva da una domanda precisa rivolta a Bergoglio:

… vorrei chiederle, Padre Santo, come io e tutti noi possiamo vivere una Chiesa povera e per i poveri. In che modo l’uomo sofferente è una domanda per la nostra fede? Noi tutti, come movimenti, associazioni quale contributo concreto ed efficace possiamo dare…

Nella sua risposta il Papa lanciava un monito:

… in questo siate furbi, perché il diavolo ci inganna, perché nell’ aiutare i poveri c’è il pericolo dell’efficientismo.Una cosa è predicare Gesù, un’altra cosa è l’efficacia, essere efficienti… non pensate d un’ efficacia soltanto mondana…

Ma rinunciare all’ efficienza non è poi così facile visto che ci viene chiesto in questo modo di sacrificare materialmente delle vite umane.

E scusate la franchezza, scusate cioè se evito ogni forma di ipocrisia, ma è proprio Papa Francesco, nella sua recente predica a Santa Marta, ad esortarci verso questo linguaggio schietto.

Il Papa, proprio come mia nonna, non sembra molto sensibile alla “vita statistica” dei poveri, per lui conta soprattutto il povero in carne ed ossa che puoi guardare negli occhi.

Eppure la vita statistica del povero che sacrifichiamo vale quanto la vita del povero che ci sta di fronte, è solo un po’ più lontana.

In altri termini, la vita di un uomo lontano (nel tempo e/o nello spazio) vale quanto quella di un uomo vicino.

O no?

from the series: Urban Cave

Ma vediamo in cosa consiste cio’ che siamo invitati ad evitare, ovvero l’ “aiuto efficiente”.

Come essere generosi usando la testa?

La ricetta è lunga e sorprendente, ecco i primi tre punti da mandare a memoria:

1. Affidarsi a professionisti.

Il motivo è semplice: un professionista fa meglio di un dilettante.

Chi lavora in banca faccia allora gli straordinari nel lavoro in cui è un professionista e doni l’ equivalente a professionisti che interverranno poi sul campo.

Vi sembra che Papa Francesco possa rinunciare al volontariato? No, non puo’ farlo e pur di non rinunciarvi è disposto a sacrificare delle vite umane, purché siano vite lontane e di cui non sappiamo nulla.

Ora ha più senso il suo: “guardatevi dall’ efficienza”.

2. Rimandare l’ aiuto.

Hai un dono da fare? Non farlo ora, rimanda. Rimanda il più possibile. Rimanda alla tua morte o, se la contrattualistica vigente lo permette e lo rende sicuro, anche dopo. Ora monetizza il tuo dono e investilo in un fondo a interesse composto da liquidarsi il più tardi possibile in favore dei beneficiari da te designati.

Se doni 100 euro oggi, salverai una famiglia povera. Magari il tuo dono genererà altra ricchezza per cui, a conti fatti, il tuo dono effettivo sarà di 100 più la ricchezza generata successivamente grazie all’ impiego di quella somma. Esiste un modo abbastanza sicuro per calcolare la ricchezza generata dal tuo dono: guardare agli incrementi di PIL del paese in cui hai donato. Nel nostro caso se si sbaglia si sbaglia per eccesso.

In alternativa, puoi depositare 100 euro in un fondo vincolato a interesse composto. In questo caso donerai più tardi i tuoi 100 euro ma ad essi si assommeranno gli interessi maturati.

E la differenza qual è?

Bè, ammesso che le famiglie bisognose non manchino neanche in futuro, i 100 euro donati oggi valgono i 100 euro donati domani: una famiglia bisognosa oggi non vale più di una famiglia bisognosa che vivrà in un futuro indeterminato. Per scegliere razionalmente dobbiamo concentrarci allora sulla differenza tra tasso di crescita del PIL e tasso d’ interesse.

Ebbene, da 3.000 anni il tasso reale d’ interesse a medio/lungo termine è sempre stato più elevato del tasso di crescita del PIL. Una tendenza stabile che non sembra proprio attenuarsi.

Benjamin Franklin ha fatto sue queste elementari osservazioni ma Papa Francesco puo’ accettare forse di sacrificare una famiglia oggi in favore di dieci famiglie che vivranno in un futuro indeterminato? Certamente no, sacrificherà le seconde.

Ora ha ancora più senso il suo: “guardatevi dall’ efficientismo”.

3) Concentrati su una sola causa.

Il motivo? se ritieni che una “causa” sia più importante delle altre, perché dedicarsi a quelle che tu stesso hai battezzato come meno urgenti sottraendo così energie laddove sono più preziose? Non c’ è ragione di farlo, a meno che il tuo intervento nella causa principale si riveli risolutivo, del che è lecito dubitare.

Se n’ era già discusso: link.

Ma come potrebbe Papa Francesco disinteressarsi,per esempio, del povero che incontra per strada o che gli bussa alla porta al solo fine di concentrarsi su un’ unica causa?

Ora mi sembra proprio che il suo “guardatevi dall’ efficientismo” puo’ essere compreso e abbracciato davvero da tutti, anche dall’ ateo più corazzato.

from the series: Urban Cave

Ma perché la rinuncia all’ efficientismo non puo’ certo dirsi una prerogativa del Papa?

Forse nessuno usa la testa in questi affari. Non solo, troviamo riprovevole farlo.

Potrebbe essere un sintomo che non siamo veramente interessati alla causa.

Oppure che siamo vittime di quella sindrome ben nota agli psicologi: il contatto fisico con realtà spiacevoli (o piacevoli) ci fa perdere la bussola.

Forse qualcuno pensa che le “buone intenzioni” siano sufficienti, sul resto non vale la pena di perderci troppo tempo.

Forse agiamo sotto la pressione sociale, cosicché ci interessa rendere visibile il nostro gesto più che renderlo efficace: è uno dei motivi per cui durante la messa si passa con i cestini a raccogliere le offerte quando la Chiesa è già disseminata di cassette per le offerte.

Oppure il nostro obiettivo recondito non è “aiutare gli altri” ma fare qualcosa per noi stessi o per la madre Chiesa. Lo abbiamo già visto sondando il mistero del volontariato.


L’ ateo scelga per sé la ragione che crede, noi cristiani scegliamo senz’ altro l’ ultima: l’ annuncio della parola ai poveri viene prima dell’ aiuto che ad essi è dovuto e vale la vita statistica di molti di loro:

… Noi non siamo una ONG, e quando la Chiesa diventa una ONG perde il sale…

Ricordiamoci però delle vite sacrificate in nome dell’ evangelizzazione, che è poi la premessa alla “vita vera”. Ricordiamoci di quelle anime (statistiche) nelle nostre preghiere e consideriamole alla stregua delle anime dei martiri cistiani.

from the series: Urban Cave

P.S. le foto ritraggono scene di vita dei barboni americani.

E se il declino del Maschio rafforzasse il Patriarcato?

Ipotesi delle “carte in regola”

Parliamo di futuro: il futuro è donna. Scuola e università sostengono questa previsione; i maschietti frequentano meno e producono  prestazioni più scadenti. I laureati ormai sono in prevalenza donne, anche nei campi cruciali, con una disparità che va riflettendosi sempre di più nel mondo del lavoro. La società de-industrializzata non è adatta agli ometti e la società de-matrimonializzata non li motiva  al meglio. E’ la donna, oggi, ad avere le carte in regola per lanciarsi verso il successo.

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Ipotesi “sex in the city”

Parliamo di accoppiamenti: l’ uomo sceglie in base alla bellezza, la donna in base allo status. Con il maschio in declino la donna, specie se di status elevato, si astiene schifata da ogni scelta. Fateci caso, ha ragione la tipa di sex in the city: “ma perché superata una certa età l’ uomo solo è uno sfigato mentre la donna sola è un gioiellino?” . Non è poi così difficile rispondere.

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Ipotesi “inseminator”

Parliamo di figli: se il mondo sarà quello appena descritto,  la donna che vuole un figlio se lo farà da sé. Le “ragazze madri” aumenteranno. Saranno “ragazze consapevoli” che programmano tutto per filo e per segno, ma saranno pur sempre ragazze-madri. Saranno ragazze attempate, perché se curi la carriera un figlio lo devi fare tardi, ma saranno pur sempre ragazze… pardon, “signore-madri”.

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Tesi del doppio gap

Qual è la condizione che ostacola di più una donna protesa verso l’ affermazione sociale come la intendiamo oggi? Da sempre la maternità. La maternità solitaria poi è una ganascia implacabile, altro che soffitto di vetro. Naturalmente la tipa di Park Avenue non è la nera del Bronx ma anche lei, con una simile ancora calata in mare, difficilmente prenderà il largo.

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Conclusione col botto: il gap a monte (“carte in regola”) si allargherà in favore della donna, il gap a valle (“affermazione sociale”) si allargherà in favore dell’ uomo.

Conclusione senza botto (più credibile ma non meno provocatoria): il gap delle “carte in regola” si allargherà in favore della donna senza tradursi in una riduzione apprezzabile del gap sociale.

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Corollario pensando alla “battaglia dei sessi”

Quando il centro studi femminista registrerà la dinamica descritta nelle conclusioni, lancerà immediatamente l’ allarme sessismo (ma come?… siamo più brave e contiamo di meno…).

Se le tre ipotesi di partenza sono almeno in parte vere si tratterà di un falso allarme.

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***

In margine a Kay S. Hymowitz, Mrriage and Caste in America: Separate and Unequal Families in a Post-Marital Age

Manifesto per la crisi

In tutti i bar dell’ Occidente avanzato la figura dominante è quella del “ben informato” che pontifica sulla crisi finanziaria.

Al cospetto del popolo con la “tazzina alle labbra” costui declama ispirato urbi et orbi eziologia e ricette.

Magari comincia prendendola alla larga, con saluti frettolosi e un’ introduzione svagata sul tempo atmosferico, ma poi gira gira finisce sempre impastoiato nelle spire dell’ alta finanza speculativa.

Costui padroneggia la materia, sa tutto di subprime, di titoli tossici, di collaterali, di spread e di austerity. Ha letto con passione  Zucconi e Rampini (che a loro volta hanno letto con passione – e rimaneggiano – il NYT e il WP).

Ora, aprite bene le orecchie, vi propongo di entrare stabilmente nell’ eletta schiera dei maschi alfa da bar d’ inizio millennio suggerendovi sul tema cruciale un frasario agile, fatto di affermazioni secche, incisive, icastiche e spiazzanti, ma soprattutto fondate sulla roccia.

Sulla roccia ineludibile dei fatti nudi e crudi. Cosa che impressiona molto l’ habitué, un tipo superficiale ma non ideologizzato (la chiusura mentale è roba da acculturati e colti).

Nel caso in cui il vostro bar già ospiti un cicerone della crisi finanziaria, potrete disarcionarlo in quattro e quattr’ otto. E non tentennate nell’ azione perché, come è noto, due galli in un pollaio non possono cantare senza cacofonie insopportabili.

Spread, chiusura d’ aziende, austerity, crescita, licenziamenti… tutte sciagure economiche che riempiono le prime pagine dei giornali e che voi potete trascurare, tanto di riffa o di raffa possono essere fatte risalire ad un unico innesco: la crisi dei mutui americani del 2008, la madre di tutte le sciagure. Inutile quindi disperdere le energie, concentratevi sulla causa riconosciuta, prendete fiato e attaccate sillabando in modo stentoreo:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

Dovrà girarsi anche l’ avventore più lontano, quello che sta prendendo il resto alla cassa e che non avrebbe mai creduto di imparare qualcosa proprio in quel lupanare. Ripetete anche per lui e per chi era distratto il vostro Manifesto di sette parole:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

Questa analogia sarà il vostro marchio di fabbrica. Da oggi, quando entrerete al bar, la gente dovrà pensare “arriva quello dei terremoti”.

Ripetiamolo allora insieme ancora una volta: “le crisi finanziarie sono come i terremoti”.

cofffff

Negli ultimi 120 anni gli scienziati hanno imparato a conoscere bene la malaria. Ora sanno che è causata da un parassita e non dall’aria cattiva come si credeva un tempo; in particolare un parassita veicolato dalle zanzare. Armati di questa conoscenza i tecnici hanno cominciato ad implementare politiche efficaci: dall’ istallazione di zanzariere all’ eliminazione delle acque stagnanti. I risultati sono ottimi.

Gli studiosi conoscono bene o male le cause dei terremoti ma non sono in grado di prevedere in modo affidabile gli eventi sismici. Tuttavia è possibile arginare la forza distruttrice che scatenano: il sisma che ha colpito Frisco nel 1989 e quello che ha colpito Haiti nel 2010 sono stati della medesima scala; nel primo caso 64 morti, nel secondo 200.000. Questo perché i terremoti non uccidono nessuno, sono le case a farlo! In Giappone, forse, il macabro bilancio sarebbe stato ancora più contenuto.

Le crisi finanziarie assomigliano più alla malaria o ai terremoti?

Domanda retorica se posta a uno come voi che ha per motto:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

cof

La vostra ipotesi ha un pregio: non piace e non è ambita.

Non piace agli amici del bar come ai giornalisti, ma non piace nemmeno agli accademici.

L’ ipotesi “malaria” seduce molto di più, e vedremo presto perché.

Ma non preoccupatevi dell’ accoglienza tiepida, anzi, rallegratevene perché questa idiosincrasia istintiva si tramuterà presto in vibrate proteste con un sottofondo denigratorio che innescheranno la vostra esibizione fino a consentirvi di sgranare una splendida ruota multicolore.

Il fatto è che alla gente piacciono le storie e per mettere insieme una storia purchessia occorrono attori all’ altezza della situazione; i terremoti si prestano poco al ruolo di “attore protagonista”, al massimo possono fungere da quinta sullo sfondo. Le persone in carne ed ossa funzionano molto meglio: persone cattive e persone buone; persone forti e persone deboli; persone arroganti e persone umili. E’ questa la materia prima che richiede una buona storia. Il terremoto travolge tutti e alza un polverone che ingrigisce le vacche senza poter più distinguere le oneste dalle disoneste. Con il terremoto non metti in piedi uno straccio di sceneggiatura, è risaputo presso gli addetti ai lavori.

Incuranti di questo fatto continuerete imperterriti ad attacchinare il vostro Manifesto della crisi:

… le crisi finanziarie sono come i terremoti…

coffffffff

Intanto, intorno a voi ferverà la ricerca di “cattivi”, il primo ad attaccare la solfa è sempre quel malfidente del Bruno: “… ieri da Formigli intervistavano un negretto… che gli avevano portato via la casa… questo qui diceva di aver firmato non so più quali carte del mutuo… che pensava di poterselo permettere…  poi invece com’ è come non è non ha più potuto pagare… e adesso vive teoricamente sotto un ponte (praticamente dalla suocera…. che è peggio)… quei mutui lì te lo dico io (che tra l’ altro ho letto Stille) erano già congegnati per saltare in aria… va là… e per incassare le commissioni e prenderti alla gola dopo… quando meno te l’ aspetti… prendi i soldi e scappa insomma… va là…”

Voi:

… Fatto: la stragrande maggioranza delle insolvenze si è realizzata in costanza della rata di mutuo…

Entra il Cerutti che ripete sguaiatamente quel che ha appena origliato nel bar in piazza (dove ha un conto troppo lungo per stzionare tutta la mattinata senza spiacevoli conseguenze): “… quei mutui lì, l’ ho sentito da Santoro che c’ aveva l’ esperto in studio (Brancaccio?) erano una novità talmente incasinata che chi firmava non poteva mica capirli fino in fondo…”

Voi:

… Fatto: nessuna innovazione si registra nel settore dei mutui… almeno nel XXI secolo…

Il Battista, anarchico, molla per un attimo la Gazza: “lì c’ era il governo che strizzava l’ occhiolino alle banche dicendo presta presta che se i poveri cristi non si fanno almeno la casetta poi si fanno la rivoluzione, che è anche peggio… e allora presta presta…”

Voi:

… Fatto: le politiche governative in materia di mutui non sono mutate dal dopo guerra…

Al Giovannino va quasi di traverso il Campari: “… l’ altro giorno la Gabanelli l’ ha spiegato bene… è in gamba quella lì (tutti annuiscono)… i furbi delle banche stipulavano i mutui, poi li impacchettavano per benino in altri titoli e gli rivendevano ai gonzi… per questo non gli fregava niente se la controparte era solvibile o meno… capito il busillis?… Poi mia moglie ha girato su Gerri e ho perso il filo ma la ciccia sta lì…”

Voi:

… Fatto: allo scoppio della bolla gli “stipulanti” detenevano una quota di mutui superiore a quella che oggi la legge (Dodd-Frank) impone loro di detenere… l’ impacchettamento dei mutui ha solo agevolato uno scambio consapevole che si sarebbe realizzato comunque…

L’ Ernesto, ex leghista in disarmo, lappa quieto la sua crema caffé, ma non rinuncia a dire la sua: “… il veleno erano tutte quelle architetture finanziarie che non hanno fatto capire più niente a nessuno… l’ ha spiegato bene Floris a Ballarò…”

Voi:

…. Fatto: MBS, CDO, come gli altri titoli strutturati coinvolti nel collasso, sono diffusi da  decenni…

Ma per fortuna che c’ è il Riccardo che nell’ altra stanza gioca da solo al biliardo. Alza gli occhi dalla stecca, spinge la paglia nell’ angolo delle labbra e fa: “… si comprava alla cazzo senza essere adeguatamente informati… e magari trascurando i rischi che c’ erano sotto… una nebbia che poi… quando si è alzata ci siamo trovati all’ inferno…”

Voi:

… Fatto: chi ha investito in titoli tossici erano per lo più soggetti ben informati e in grado di maneggiare modelli avanzati nel calcolo dei rischi… le carte oggi sono disponibili e i calcoli fatti erano sia eleganti che corretti…

Irrompe anche un tipo fulminato, Beppe, appena arrivato da Genova, lui dice che fa il rappresentante, di che cosa nessuno lo sa: “… sono quei bastardi azzeccagarbugli dei banchieri esperti nello smerciare merda complicatissima al profano boccalone… e intanto ci lasciano qui a grattarci le pulci mentre loro vanno a godersi la liquidazione alle Maldive… vaffa, vaffa e ancora vaffa agli azzeccagarbugli…”

Voi:

… Fatto: su tutta questa vicenda la borsa ha  emesso i suoi verdetti: i perdenti sono gli “esperti azzeccagarbugli” (insider) di cui sopra mentre i vincenti sono  investitori (Paulson, Burry…) che avevano sempre evitato il settore dei mutui ipotecari entrandoci solo all’ ultimo momento con qualche buona scommessa e da perfetti profani (outsider)…

Ecco buon ultimo il Giuliano, noto per fare i gargarismi col rabarbaro Zucca: l’ avete sentita ieri la Gabanelli…  ha messo in riga le agenzie di rating… è in gamba quella lì (mormorio di approvazione)… alla fine saltano fuori gli altarini e i conflitti d’ interesse, altroché…”.

Voi:

… Fatto: le cartolarizzazioni top rate dei mutui hanno performato bene, le collateralizzazioni sono state un disastro… non ha senso sfruttare un conflitto d’ interesse concentrando gli errori in modo che siano più appariscenti… senza dire che gli algoritmi per la valutazione dei titoli sono gli stessi da trent’ anni…

Ma l’ ultima a prendere la parola è nientemenno che la Regina d’ Inghilterra (a quell’ ora passa sempre di lì): “… ma dov’ erano gli economisti quando la casa crollava?…”

Voi:

… ma perché sua maestà, in occasione dei terremoti, non rompe i coglioni anche ai sismologi?…

Bruno, Ernesto, Riccardo, Beppe, la Regina, il Cerutti, Giovannino, Battista, Giuliano, come un sol uomo: “… e allora dillo te quello che c’ è che non va… visto che sai tutto te…”

Voi (con aplomb mentre sfogliate la Prealpina senza guardarla):

… troppo ottimismo… decisioni sbagliate per troppo ottimismo… troppo ottimismo sui prezzi delle case…

cofff

Bisbigli.

“Decisioni sbagliate per troppo ottimismo”. L’ idea non piace, che ce ne facciamo del “troppo ottimismo”? Non se ne trae alcuna morale da una storia del genere.

In realtà, a cercar bene, un insegnamento morale esiste, e di prim’ ordine:

… intelligenza e buon senso divorziano spesso e volentieri…

Chi ha disegnato scenari meticolosi dimostrando di padroneggiare complicatissimi modelli per il calcolo del rischio, poi, quando si è trattato di attribuire una probabilità di buon senso a ciascuno scenario, si è dimostrato a dir poco avventato.

C’ è sempre qualcuno che vuol conoscere il nesso tra ottimismo e terremoti.

Facile:

… dove e come si formi un concentrato di opinioni sbagliate nessuno lo sa, esattamente come nessuno sa come e dove si scatenerà la scossa di terremoto…

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A questo punto ci sta bene un bel salmo responsoriale.  Attaccano loro (indignati): avidità, avidità! Replicate voi (rilassati): irrazionalità, irrazionalità!  Insistono loro (fff): egoismo, egoismo! Seguite voi (ppp): ignoranza, ignoranza. Riprendono loro (in orgasmo): etica, etica! Chiudete voi (senza punti esclamativi): saggezza, saggezza.

Tutti: e così sia.

***

Colpo di coda dell’ uditorio deluso: trasparenza! Ecco la parola magica che ci sfuggiva, ecco di cosa abbiamo bisogno per svoltare, di trasparenza.

Voi:

… la trasparenza va sempre bene, in mancanza di meglio…  purché si sappia che i “titoli tossici” erano di una trasparenza disarmante rispetto a molti altri strumenti finanziari che hanno retto benone…

***

“Il manifesto della “bolla pura”, così potremmo chiamare il vostro verbo innovativo.

Non piacerà, lo abbiamo già detto e ridetto, ma non potrà mai essere snobbato perché è l’ unico modello in grado di “fittare” tutti i fatti stendendoli come birilli (srike!). E anche l’ unico in grado di rispondere alla Regina!

Continuamente presi di mira, sarete via via identificati come l’ autentico centro gravitazionale intorno a cui orbiterà la chiassosa vita del bar. Quando avrete qualcosa da dire vi offriranno la pedana dietro il bancone.

Contenti?

coffff

La teoria della bolla pura non piace perché non offre morali, ma anche perché non offre ricette.

In realtà non offre “ricette preventive”, tuttavia indica chiaramente la via maestra, ricordate Frisco e Haiti?: “se non puoi prevenire l’ urto, impara a rimbalzare”.

Le case californiane rimbalzano bene sul terreno che sussulta sotto di loro.

Nel caso delle crisi, per “rimbalzare” bene e reagire con forza ad eventi disastrosi quanto imponderabili occorre un sistema economico flessibile e  un bel materasso imbottito con moneta fresca di stampa.

Come mai gli USA, dove nel 2008 scoppiò la bomba, oggi stanno meglio dell’ Europa che è stata investita di risulta?

Perché gli USA rimbalzano meglio (nonostante le zavorre di Obama).

***

Non puo’ mancare un’ appendice sull’ austerity, tema di gran moda. Richiesti a riguardo, ora che avrete guadagnato il rispetto di tutti, lasciate cadere dall’ alto queste distratte parole:

… l’ austerity fiscale non è il problema…

Segue mormorio di disapprovazione.

Niente paura, avete un asso nella manica, il solito Fatto: gli USA hanno appena registrato la loro miglior performance dopo aver varato una mega-austerity. In poche parole: hanno sepolto il moltiplicatore fiscale keynesiano piantandoci sopra una pesante croce di frassino (anche se, non facciamoci illusioni, parliamo dello zombie più riesumato della storia economica).

“Ma…”

e a questo vostro “ma” si sente un ssst prolungato in tutto il locale… “ma…” proseguirete con tono della voce calante per stimolare il silenzio e con incedere ieratico verso la zuccheriera…

… ma l’ austerity deve essere accompagnata da politiche monetarie fortemente espansive…

Oooolé, urla maltrattenute di giubilo (qualcuno si affaccia a veder quel che succede).

In altre parole, più soldi freschi per le banche!

L’ entusiasmo si smorza, Beppe sviene dietro il bancone, è stata una giornata di emozioni forti e altalenanti per lui. E non solo per lui.

 

“E due parole sull’ Italia non ce le dici?”, imploreranno i cattedratici del cappuccino ormai disposti a prender posto nei banchi.

… l’ Italia, come altri paesi europei, ha una sola speranza per uscirne: che paghi la Germania e amen… meglio se paga depauperando i propri risparmi con un po’ d’ inflazione… come da noi il Nord che paga per il Sud da un secolo… per tirare a campare funziona…

Minchia!

cofffffffffff

E intanto, tra una congettura e l’ altra, si è fatta l’ ora dell’ aperitivo. Cosa fate? Giù le mani dal portafoglio, per voi offre la casa almeno fino al 2016.

***

I “fatti” in dettaglio sono trattati da: Foote/Geradi/Willen: Why did so many people make so many ex post bad decisions? The causes of the forclosure crises

La mamma peggiore del mondo

In margine alla lettura di Lenore Skenazy – Free-Range Kids, how to rise safe, self-reilant children (without going nuts with worry).

Il processo subito da Lenore Skenazy ha avuto una certa risonanza internazionale, la giovane mamma doveva difendersi dall’ accusa di aver concesso al figlio (9 anni) di prendere in solitudine la metro newyorkese, una superficialità che ha attirato il biasimo di molti genitori, nonché le attenzioni della Giustizia americana. In questo libro la Skenazy si giustifica e spiega perché ha scelto senza tanti rimorsi di diventare a tutti gli effetti la “peggior mamma del mondo” .

lenore

Si parte in quarta sostenendo che in famiglia un bimbo se la passa più o meno bene, in estrema sintesi puo’ essere:

- curato,

- trascurato o

- sovraccurato.

“Sovraccurato” è un termine che mi sono inventato per l’ occasione in mancanza di meglio. Sara suggerisce “viziato”, ma non è quella la parola giusta, fidatevi.

La lacuna del vocabolario che mi tocca colmare in modo tanto goffo è dovuta forse al fatto che molti nemmeno riescono a realizzare il concetto che  designa un termine del genere.

Questa impotenza è illustrata in modo vivido nelle cause di divorzio: qui i figli vengono affidati regolarmente al genitore che si dedica  di più a loro, compito del giudice è individuare il coniuge che spende maggiori energie nell’ educazione della prole. L’ idea che esista un genitore che spenda troppe energie è inimmaginabile: chi “cura di più”, “cura meglio” per definizione.

leno

Siccome LS si propone di mettere in dubbio questo assunto, è ben presto assurta a notorietà come “la peggior mamma del mondo”.

Forse nel tentativo di alleggerire la sua posizione e la denigrazione di cui è oggetto, LS sostiene in modo vibrante che un figlio liberato dalle molte forme di sovraccudimento così tipiche dell’ ansioso stile educativo contemporaneo, diventi poi un adulto più responsabile e maturo. Non soffocare il piccolo con l’ ossessione della sicurezza è un modo per allevarlo meglio.

La mia idea: non penso proprio.

Che esista un “sovraccudimento” è verosimile, ma non penso proprio che la cosa rechi gran danno all’ adulto futuro, ovvero il bambino “sovraccudito”. Semmai reca danno agli adulti presenti, ovvero i genitori “sovraccudenti”. Sono sempre così stressati…

Il che, purtroppo, aggrava la posizione di LS. Infatti, per quanto il suo consiglio di “prendersela comoda” con i bambini sia sensato, diverrebbe a questo punto un consiglio sospetto di mero egoismo, un sospetto che mantiene esacerbandola la stimmate di “mamma peggiore del mondo”.

In questi casi, per chi tiene alla propria reputazione, non resta che mettersi sulle piste del saggio Bryan Caplan, il quale propone: “prendetevela comoda con i figli che avete e investite le energie così risparmiate facendo altri figli”.

E bravo Bryan: la cosa è sia vera (c’ è forse un investimento migliore delle energie in eccesso?) che furba (l’ amore per i bimbi riabilita anche il calcolatore più gretto).

lenoree

La “bolla” sulla sicurezza dei bambini ha conseguenze spiacevoli:

… se un politico vuole segnare dei punti, basta che proponga qualcosa collegato alla sicurezza dei bambini: balordi, rapitori, germi, voti, adulti, insetti, frustrazioni, bulli, giocattoli dalla Cina, molestatori, notti passate fuori casa, gite scolastiche… i nostri bambini sono assediati da mille minacce e necessitano di un aiuto continuo… l’ ossessione per la sicurezza non è solo un portato culturale dei nostri tempi ma si ripercuote pesantemente nell’ iper-regolamentazione ministeriale che cala come una cappa asfissiante sulla vita di tante famiglie con prole…

Se per un martello tutto cio’ che incontra appare come un chiodo, per un’ agenzia governativa dedita alla sicurezza dei minori tutto assume i contorni di minaccia incombente.

LS sembra ventilare l’ ipotesi che la burocrazia sia all’ origine di comportamenti assurdi in tema di sicurezza.

… il messaggio che si fa passare ai genitori è questo: i funzionari statali crescono i vostri figli meglio di voi… il messaggio ai bambini non è meno deleterio: sei un piccolo e debole bimbetto… ma non preoccuparti, il governo si prende cura di te e ti difende (soprattutto da mamma e papà)…

La mia opinione: non penso proprio.

La fissa è radicata innanzitutto nella psiche di noi genitori, non nascondiamocelo scaricando su terzi le responsabilità.

Certo poi che al burocrate non sembra vero e coglie la palla al balzo mettendosi all’ opera per soddisfare questa domanda preesistente di “sicurezza inutile”.

Sono gli attivisti, ovvero la società civile, e non i funzionari del ministero ad agire per primi. L’ ansia dei genitori va compresa ed esiste a prescindere dalla speculazione politica di cui è successivamente oggetto.

lenoreee

LS non si lamenta certo per le vaccinazioni contro la difterite e la polio, oppure per i seggiolini imposti sulle autovetture. E’ felice anche che oggi si parli apertamente degli abusi infantili e si crei un clima favorevole alla loro denuncia. Il suo libro è attento a ben altre questioni.

Alle leggi che vietano il sapone liquido negli asili, per esempio.

Alle condanne subite da genitori  con l’ ardire di ammollare alla baby sitter ben tre fratellini!

Alle vicissitudini giudiziarie della temeraria che ha consentito ai propri figli (8 e 6 anni) di raggiungere in perfetta solitudine il parco prospicente casa.

Al professore portato in giudizio per aver smontato un termometro in classe durante l’ ora di chimica affinché gli studenti dodicenni potessero prendere visione della  consistenza del mercurio.

E che dire di quei singolari cartelli che cominciano ad apparire in biblioteca?: “E’ proibito l’ accesso ai minori nei locali della biblioteca a  causa presenza di scaffali, sedie, tavoli e altra mobilia potenzialmente pericolosa”. Tavoli pericolosi? “(si potrebbe farne un film: “… il ritorno dei tavoli assassini…”). Facile in realtà prevedere cosa ci sia dietro queste presenze grottesche: un incidente, Mentana che sbraita in prima serata dando la notizia e un politico che deve mostrare a tutti i costi di “occuparsi della faccenda”.

Degne di nota anche le disposizioni che impediscono la presenza nei cortili di alberi con rami bassi e rocce seminterrate (ai miei tempi, lo ammetto, gli alberi con rami bassi erano molto ricercati).

Non dimentichiamoci delle grane che si è sobbarcata quella mamma spericolata che ha avuto l’ impudenza di chiedere ai figli (7 e 11 anni) di ritirare le pizze nella pizzeria dell’ isolato accanto casa.

E la mamma denunciata per aver vestito in modo troppo leggero il figlio appena accompagnato a scuola? Richiamata ha dovuto discutere di tog con i Carabinieri prima e con un PM dopo. Ne vogliamo parlare o no?

Se vi sfugge uno scapaccione, fate in modo che vi sfugga quando siete soli con vostro erede, in molti paesi sono pronti per voi le manette in caso di denuncia (inoltrata di solito da zelanti delatori civici – senza figli).

E’ capitato che un bimbo dimenticato in auto sia morto.  Ok. Capita però molto più spesso che un genitore lasci “un secondo”  il figlio in auto per comprare il giornale nell’ edicola al di là della strada e trovi al suo ritorno un poliziotto ad attenderlo, magari allertato dopo “un nano secondo” dal solito passante/cittadino/rompicoglioni esemplare. Siccome quel che segue tra l’ uomo in borghese e l’ uomo in divisa non è una semplice ramanzina, la cosa interessa e preoccupa molto LS.

Ormai si sarà capito che LS non è un’ accademica, è una giornalista. Il suo libro non costruisce teorie ma colleziona una sequela di esempi che illustrano in modo eloquente l’ ipotesi della “bolla di sicurezza” che è andata via via montando.

lenoreeee

Il principio di precauzione (worst-first-thinking), e la relativa paranoia per la sicurezza, generano aberranti illusioni ottiche: ogni bimbo solo in auto è in fase di disidratazione e ogni bimbo che si allontana venti metri dal focolare è destinato al rapimento.

… ma nel mondo reale il rapimento di bambini è talmente raro che se per caso voleste far rapire vostro figlio da uno sconosciuto, sapete quanto tempo dovreste farlo vagare in solitudine per le strade affinché si realizzi una probabilità credibile dell’ evento?… 750.000 anni!…

Poiché la sicurezza assoluta non esiste, le proibizioni potenziali sono infinite, un paradiso per burocrati col vizietto del paternalismo compulsivo.

Perché non vietare i lettini con spondina laterale reclinabile, per esempio?

Perché non farlo visto che nei nove anni precedenti sono morti ben 13 bimbi a causa di questo aggeggino malefico?

Pronti, il divieto è servito (negli USA Foppa Pedretti è fuori legge).

D’ altronde tredici vittime innocenti immolate sull’ altare della spondina reclinabile non sono fuffa!

Bè, chi ragiona così non conosce la regola aurea del giornalismo investigativo alla Gabanelli:

… Vuoi terrorizzare? Dài i numeri… Vuoi informare? Dài le percentuali…

Nel nostro caso le percentuali sono dello 0,000001… (e scusate se ho dimenticato qualche zero prima dell’ uno).

Insomma, le spondine della Foppa Pedretti sono molto più sicure delle sedie.

E oso arrischiare certi paralleli solo perché sento che non siamo ancora pronti per mettere al bando le sedie.  

lenooo

Ebbene, secondo LS, quando il rischio-zero diventa l’ unico standard accettabile, quando il pensiero razionale è criminalizzato, i genitori sono forzati a pensare irrazionalmente.

Secondo me, invece, non c’ è bisogno di nessun incoraggiamento per ottenere questo bel risultato.

***

Il paradosso da spiegare ce l’ abbiamo davanti tutti i santi giorni: oggi i nostri figli sono MOLTO più sicuri di ieri e, contemporaneamente, i genitori sono MOLTO più ansiosi.

Secondo la Sara non si tratta di un paradosso: i nostri figli sono MOLTO più sicuri perché i genitori sono MOLTO più ansiosi.

Ma le cose non mi sembra stiano in questi termini: con il proprio figlio al sicuro un genitore dovrebbe rilassarsi, invece soffre come una bestia e immagina di continuo il pargolo in situazioni raccapriccianti (tipo infilzato dalle spondine Foppa Pedretti).

Occorrono allora spiegazioni alternative.

lenorrrr

Se il demonio che inziga i genitori non veste i panni dei poveri burocrati ministeriali, chi dobbiamo accusare? Chi innesca la spirale dell’ ansia da sicurezza?

Un sospetto attendibile ricade sui mass media: sono soliti accendere i fari sulla tragedia piuttosto che sul business-as-usual, e tutto cio’ distorce facilmente la nostra percezione della realtà (available bias).

Un altro sospetto è la demografia: oggi si fanno meno figli e su ogni figlio c’ è un investimento emotivo maggiore che in passato. Un tempo ciascuno di noi conosceva almeno una persona che aveva perso un figlio. La cosa, per quanto dolorosa, non era certo anomala.

Eppure non mi va di liquidare la pratica con mass media e demografia. Sento che c’ è sotto qualcosa di più sostanziale, qualcosa che  sta dentro di noi genitori e spiega meglio tutta la faccenda.

lenorrr

Cerco allora di formulare una terza ipotesi avvalendomi di esempi tratti dalla mia vita quotidiana.

L’ altro giorno ero nella ressa del supermercato con la Marghe che faceva la “stupidina”, l’ ho richiamata all’ ordine. Senza molto successo, per altro.

Riflettendo a posteriori mi sono reso conto che quel richiamo era perfettamente inutile, e non ci voleva molto per capirlo se solo avessi tesaurizzato l’ esperienza passata: quando la piccola comincia a dar fuori è tempo perso riprenderla dicendo “allora marghe… adesso basta!” e cose del genere.

Tra tutte le soluzioni a disposizione, quella del richiamo stentoreo era la peggiore, eppure è quella che ho scelto.

Perché?

Perché non lo sapevo? No signori, in fondo lo sapevo e l’ ho sempre saputo. Al limite me lo sono nascosto.

Ma allora perchè?

Concedetemi una semplificazione, spero solo sia utile per far passare il concetto che mi preme; ammettiamo che in un’ occasione come quella del supermercato ci fossero solo tre modi per tranquillizzare la bimbetta. Li elenco in ordine di efficacia: 1) legarla con corde robuste al carrello della spesa e applicare un bavaglio brevettato, 2) trascurare per un attimo le sue esibizioni mostrando di essere interessati ad altro e 3) richiamarla ripetutamente in modo plateale fingendo di perdere la pazienza (o perdendola sul serio).

Va bene, la prima modalità la scartiamo per ovvi motivi, ma perché tra le due rimanenti ho scelto quella chiaramente meno efficace?

E il bello è che la risceglierei ancora se posto nella medesima contingenza; a questo punto la domanda puo’ essere riformulata in termini ancora più espliciti: perché ho scelto DI PROPOSITO la soluzione meno efficace?

Semplice, perché far cessare le pantomime della Marghe non era affatto il mio principale obiettivo in quel momento; mi premeva innanzitutto dimostrare agli sconosciuti intorno a me che ero padrone della situazione, che ero cosciente del problema e che tentavo in qualche modo di far qualcosa per arginarlo; davo a vedere di occuparmi della mia bimba e, come ci si aspetta da un bravo genitore, mi industriavo visibilmente per contenere i suoi atteggiamenti fuori luogo. Se avessi adottato la strategia migliore (silenzio e far finta di nulla) il mio segnale rassicurante non sarebbe passato e gli sconosciuti probabilmente avrebbero scosso la testa pensando: “ma guarda che roba… non c’ è più religione…  la bimba fa i numeri e il papà pensa ai fatti suoi…”. In altri termini, scegliendo la seconda opzione mi sarei “industriato” anche di più, ma non visibilmente.

I figli sono per noi qualcosa di prezioso ma sono anche lo strumento attraverso cui dimostrare agli altri quanto i figli siano preziosi per noi. Ci teniamo a far sapere che siamo dei genitori modello, e se essere genitori modello è troppo faticoso, ci teniamo comunque a non apparire trascurati.

Da genitore mi accorgo che gran parte delle interazioni avute con i bambini sono in realtà interazioni tra adulti.

E’ come se accudendo un bambino ci proponessimo due obiettivi concomitanti: custodire un valore e segnalare quanto per noi sia prezioso quel valore; questi due obbiettivi spesso richiedono strategie differenti e fanno sembrare irrazionali certi nostri comportamenti.

L’ ansia del giudizio altrui ci pervade e questo ci porta di continuo a scegliere soluzioni che sappiamo bene essere assurde per l’ accudimento in sè ma che risultano ottimali per strappare una buona impressione.

Una severa introspezione consente di vedere questo perverso meccanismo all’ opera ma quel che vediamo è solo la punta dell’ iceberg: il grosso delle pressioni che ci manipola è sommerso e si realizza eludendo la nostra coscienza, anche perché così si realizza molto meglio: lo spreco di energie convive male con una coscienza vigile.

Naturalmente quanto detto vale anche e soprattutto in tema di sicurezza. Fateci caso, se ci sentiamo in competizione con gli altri genitori, il fatto di assicurare i nostri figli molto più che in passato diventa del tutto irrilevante, visto che lo stesso fanno anche i nostri “rivali”.

Questa terza ipotesi spiega bene il paradosso dei bimbi iper-assicurati con genitori iper-ansiosi, il che segna un punto a suo favore.

Chiudo con qualcosa successo proprio ieri: dovevo spostare l’ auto di venti metri all’ interno del cortile e ho fatto sedere la Marghe sul sedile del passeggero (soluzione razionale) anziché imbragarla laboriosamente  nel suo seggiolino (soluzione assurda), proprio in quel mentre sopraggiunge mio cugino Angelo che ci sorprende in questa manovra e ci saluta con un sonoro “ciao Marghe!”. La Marghe, a cui non sembrava vero di stare dove stava (aveva già convulsamente premuto tutti i tasti abbassando finestrini, flettendo specchietti e azionando ventole fino a ieri a me ignote), comincia a urlare “Angelo, Angelo… guarda dove sono… guarda dove sono!”. L’ Angelo (padre modello) fa un sorrisetto, accenna ancora a un saluto e se ne va con l’ aria di dire “la prossima volta questa qui me la ritrovo al volante”.

Mi sono sentito una merda. Una merda razionale ma pur sempre una merda.

Ebbene, lo ammetto, in quel momento non mi consolava affatto sapere che la Marghe stesse vivendo un’ infanzia cento volte più sicura di quella vissuta da me!

Mi viene in mente un altro esempio. Capita ogni volta: la Sara mette la Vichi nel seggiolone affrancandola come si deve. Poi si siede a tavola. Dopo pochi secondi si alza e controlla che la Vichi sia ben affrancata. Io la rimprovero: “possibile che non sei sicura di aver fatto quel che hai appena fatto”. Risposta: “ma io sono sicura, solo che preferisco dare una ricontrollatina”.

Perché un comportamento tanto assurdo? Non lo so, quel che so è che esco di casa più tranquillo se affido i miei bimbi a una persona così “ridondante”.

Con le sue “assurdità” la Sara mi tranquillizza. Questa sua immagine mi seduce poiché preferisco la tranquillità all’ ansia.

Essenziale è che la Sara SIA così e non che FACCIA così (in mia presenza). Ma la Sara E’ così! Ne sono sicuro al 100% perché ho mille indizi per crederlo.

In ogni caso, una volta l’ ho spiata mentre era sola con la Vichi: appena seduta si è rialzata da tavola per dare la “ricontrollatina” di prammatica. Poteva essere altrimenti?

La Sara non cura la sua immagine per sedurmi, piuttosto genitori del genere sono un dono prezioso dell’ evoluzione, un dono fatto a padri razionali che una volta fuori  casa rendono molto di più se girano con un cuore tranquillo. 

lenoreeeeee

In questa sezione sosterrò che, data la premessa formulata più sopra, l’ adozione di molte Procedure di Sicurezza Inutili (PSI) a cui vengono sottoposti i bambini, diviene praticamente automatica anche presso soggetti ragionevoli e ben informati su quel che fanno.

Ma perché? Come puo’ essere tanto micidiale la trappola dell’ ipersicurezza? Perché non si limita a colpire i genitori sprovveduti?

In fondo, se sono ragionevole e so di essere di fronte a una PSI, rinuncio ad applicarla.

Il “ragionevole” rinuncia all’ inutile, è ovvio.

Sbagliato, e quel che ho detto nella sezione precedente spiega perché: poiché consciamente o inconsciamente tengo anche al giudizio degli altri, continuerò a richiamare la Marghe quando farà la stupidina al supermercato, ne va della mia immagine all’ interno della comunità adulta.

Ma le cose non finiscono qui.

Qualcuno infatti potrebbe dire: ok, ma se anche gli altri sanno che si tratta di una PSI, allora si puo’ rinunciare senza problemi all’ applicazione della procedura. Insomma, basta una conoscenza diffusa sulla reale natura della PSI e lo spreco si argina.

No!

No perché io “non so se voi sapete” e nel dubbio potrebbe convenirmi in ogni caso applicare la PSI.

E allora la condizione per non applicare la PSI diventa la seguente: “bisogna che sia io che voi sappiamo ma anche che io sappia che voi sappiate”. Un po’ complicato ma ci siamo arrivati.

Purtroppo non è così, sarebbe troppo bello: se so di essere chiamato ad applicare una PSI; se so inoltre che voi sapete che sono chiamato ad implementare una PSI, la cosa migliore da fare per me è ancora e comunque applicarla!

Perché?

Semplice, perché io non so se voi sapete che io so di essere di fronte a una PSI. Se voi pensate che io non conosca la realtà di come stanno le cose, pensereste male di me qualora rinunci a una PSI senza sapere che è tale. Potreste ragionare così: “lui forse crede di non essere di fronte a una PSI eppure non si dà da fare per applicarla… che padre degenere…”.

Da notare che anche se sapeste che io so di essere chiamato ad applicare una PSI, la scelta più ragionevole per me sarebbe ancora e comunque quella di applicare la PSI suddetta, sprecando così preziose risorse. E questo perché io non so se voi sapete che io so.

Non sapendo se sapete che io so di essere di fronte a una PSI, potrei pensare che vi aspettiate che io implementi la PSI giudicandomi male qualora non la implementassi. In altri termini, in mancanza di questa informazione sarebbe rischioso per me non applicare la PSI esponendomi così ad un giudizio negativo.

Come ormai è chiaro il gioco di specchi produce riflessi infiniti, cosicché la condizione sufficiente per non sprecare risorse e rinunciare alla PSI è molto particolare, i teorici la esprimono parlando di “conoscenza profonda”  circa la natura della PSI.

Ma la conoscenza profonda è una condizione difficile possa realizzarsi. Occorrerebbe una Voce Autorevole che gridi al megafono: “attenzione, attenzione, quella che avete davanti è una PSI ed è del tutto sciocco che vi diate da fare per applicarla!”. In questo modo verrei informato, ma soprattutto, anche nel caso sapessi già tutto, saprei che voi sapete. Non solo: saprei che voi sapete che io so, e così via all’ infinito: la Voce Autorevole forma nel gruppo una conoscenza profonda. Il bello è che anche se tutti noi sapessimo già in anticipo quel che dirà la Voce Autorevole, il fatto che sia Autorevole (con la A maiuscola) e che parli in un Megafono (con la M maiuscola) fa la differenza.

Tuttavia oggigiorno le Voci Autorevoli scarseggiano. Ci sarebbe Dio, ma a Dio quasi quasi non credono più neanche i credenti, e anche quelli sanno comunque di essere minoranza, il che rende Dio inadatto allo scopo. Ci sarebbe il Ministro-Burocrate, ma il Ministro-Burocrate, anche il più autorevole, non ha convenienza a pregiudicare cio’ che per lui e per la sua casta – lo abbiamo visto prima – è fonte di rendita.

***

Certo che basterebbe lasciarsi scivolare addosso il giudizio della gente e tutta questa congerie di problemi sarebbe superata. Ma l’ obbiettivo appare velleitario se è vero come è vero che l’ uomo è un’ “animale sociale”, ovvero che è cablato per fare l’ esatto opposto. Essere “animali sociali” consiste essenzialmente nel dare peso al giudizio altrui.

Cosa resta? Non lo so, forse un po’ d’ introspezione puo’ dare una mano. Parlo del vecchio esame di coscienza serale che il catechismo ci chiedeva di compiere inginocchiati davanti al letto. Io, nel mio piccolo, ho dato alla causa  scrivendo questo post.

***

Ma i genitori sono necessariamente persone ansiose dedite alle PSI o persone narcise dedite a curare la propria immagine in società? Che alternativa deprimente.

Forse possiamo mettere in campo un’ ipotesi meno disturbante.

Per formularla parto da lontano, parto niente meno che dall’ epidurale.

E’ una discussione avuta qualche tempo fa con il mio amico Alessio.

Noi cristiani siamo spesso accusati di esaltare la sofferenza per la sofferenza.

Dice l’ ateo Alessio: se all’ ospedale fatichi a procacciarti l’ epidurale la colpa è anche della “cultura cattolica” che pervade questo povero e arretrato paese, una cultura per cui “bisogna soffrire” per ottenere qualsiasi cosa.

Un tempo negavo alla radice l’ accusa, forse a causa di un riflesso condizionato difensivo. Ma oggi, devo ammettere, ne capisco meglio il senso e in parte mi vedo costretto a condividerlo.

Possibile però che gli insegnamenti di una cultura millenaria fossero così campati in aria? Possibile che non ci fosse niente da salvare?

A illuminarmi è stata la lettura di alcuni psicologi atei (Jonathan Haidt su tutti) che, studiando i segreti della felicità umana, invitavano a imitare la saggezza del passato, con una predilezione verso quella cristiana.

Il ragionamento sottostante era all’ incirca questo: certo, la sofferenza gratuita appare assurda, ma tutti noi abbiamo un ambito della vita in cui ci comportiamo in modo “assurdo”, un ambito in cui siamo dominati dalle passioni. E a chi manca un ambito del genere, lo cerca avidamente.

L’ ideologo che urla a squarciagola è tanto assurdo quanto il ricercatore che crede contro l’ evidenza più immediata nella sua teoria. Il giocatore che s’ innamora del suo cavallo delira quanto l’ imprenditore che s’ innamora del suo originale business.

E il tifoso? Anche scrivere un post tanto lungo senza essere pagati è abbastanza assurdo.

In questi eccessi a volte si annida la nostra rovina ma più spesso sta la radice del nostro benessere: la felicità richiede un impegno vitale.

Si tratta quindi di innamoramenti che ci portano a sovrainvestire nella “causa” sacrificandoci al di là di ogni calcolo razionale. Ma non si tratta di perversioni, bensì di atteggiamenti virtuosi e vantaggiosi.

Vantaggiosi per noi: la felicità dell’ individuo si realizza solo sentendosi coinvolti in una causa “alta” in cui esprimere la propria identità, e il coinvolgimento lo ottieni anche e soprattutto attraverso forme di sofferenza e trepidazione: senza un qualche sacrificio personale nulla ha sapore.

Vantaggiosi per la società: la presenza di avanguardie entusiaste disposte a sacrificarsi, apre poi la pista alla maggioranza ragionevole. Abbiamo tutti bisogno di gente che faccia il salto nel buio in nostra vece, la seguiremo illuminati dai bagliori dei loro schianti. Senza questi avanguardisti la società stagna.

E allora, mi chiedo, se proprio dobbiamo sceglierci una mania che ci realizzi, perché non sovrainvestire sui figli? Perché non dare tutto per loro (anche se basterebbe molto meno)? Perché, anziché limitarci a farne un valore da custodire razionalmente, non facciamo di loro la nostra vera passione?

Perché, in poche parole, non innamorarsi di loro? 

 

 

 

 

 

 

 

 

In difesa della pubblicità

Molti miei amici disprezzano la pubblicità con tutto il cuore, la considerano una forza distruttiva messa in circolo dalle perfide multinazionali per carpirci l’ anima. Ormai so bene dove vanno a parare quando si discute, al punto che potrei riprodurre un dialogo-tipo.

ADS

 

APOCALITTICO: La pubblicità è un segno dei tempi, e sono tempi grami: una massa di zombie che vive-consuma-crepa consegnando alle generazioni future un pianeta in agonia.

INTEGRATO: Esagerato! E dire che tu, sempre pronto a emettere simili sentenze senza appello, poi ti ritrovi in prima fila quando c’ è da sostenere il valore sociale di giornali e ricerche scientifiche.  Ma la pubblicità, nel suo piccolo, fa la stessa cosa: informa. E’ anche grazie al suo potere informativo che i prezzi si abbassano e la qualità dei prodotti migliora.

 

APOCALITTICO: Se per l’ informazione dovessimo affidarci alla pubblicità, stiamo freschi. Ma lo vedi che lingua parla? Ti sembra un linguaggio atto a informare?

INTEGRATO: E’ un linguaggio efficace, devi ammetterlo. Giornali e ricerche non fanno poi tanto meglio, o mi sbaglio? Sarà per il lavoro che svolgo, ma mi viene in mente il tipico documento puramente informativo: la circolare ministeriale. L’ idea che lo stile più adatto ad informare sia quello mi procura scoppi di ilarità.

APOCALITTICO: Quindi la pubblicità convoglierebbe utili informazioni? Non mi convincerai mai.

INTEGRATO: Come ti spieghi che si concentri laddove c’ è un prodotto nuovo o rinnovato? Se non avesse intenti informativi sarebbe una strategia insensata. 

APOCALITTITCO: Parole, parole, parole…

INTEGRATO: Ok, ma anche studi, studi, studi… Eccone cinque:

http://www.jstor.org/discover/10.2307/3203443?uid=3738296&uid=2&uid=4&sid=21102306187777

http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1300/J026v17n03_04#.UZnJSKKzKuI

http://www.jsad.com/jsad/article/Does_Alcohol_Advertising_Affect_Overall_Consumption_A_Review_of_Empirical_/3811.html

http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1468-2354.t01-2-00098/abstract

http://www.emeraldinsight.com/journals.htm?articleid=846002

APOCALITTICO: Non prendiamoci in giro, lo capirebbe anche un bambino, la pubblicità ha un poter persuasivo che distorce le scelte: ti fa fare quel che non vorresti fare. Siamo in tanti a pensarla così. Anzi, non mi sembra vero che ci sia ancora chi si attarda a parlare di “valore informativo”.

INTEGRATO: La tua idea non regge: prendiamo la TV, dove la pubblicità sembra essere più intrusiva e fastidiosa. Se fosse come dici fioccherebbe l’ offerta di canali che propongono  i medesimi programmi della TV generalista senza pubblicità. Chissà come mai roba del genere non si è mai vista e mai si vedrà. Immaginati se Sky-cinema si limitasse a trasmettere gli stessi film mandati in contemporanea  da Canale 5! Non sarebbe concepibile, Sky deve proporre un’ offerta infinitamente più ricca se vuol far sottoscrivere abbonamenti. Evidentemente la gente dice che la pubblicità distorce le sue scelte ma non lo pensa realmente. Anzi, implicitamente ammette che il valore informativo della pubblicità è maggiore del tempo che fa sprecare e di cio’ che si perde guardando un film deturpato come un groviera.  Come se non bastasse, molti consumatori dichiarano di aver acquistato prodotti seguendo l’ informazione commerciale e di non essere pentiti.

 

 APOCALITTICO: Possibile che non ti accorgi delle distorsioni a cui si ricorre? Ci sono pubblicità completamente svincolate dal prodotto. E’ chiaro che ti stanno vendendo un’ altra cosa, ti stanno vendendo un’ identità!

INTEGRATO: Non mi sembra un raggiro, la gente è costantemente in cerca della propria identità, la pubblicità non fa che rispondere a un bisogno reale.

 

APOCALITTICO: Macché “bisogno reale”! Ti formano come consumatore perfetto. Consumerai tutta la vita a testa bassa finché il pianeta affonderà.

INTEGRATO: Intanto l’ “identità” è un bene immateriale che non “consuma” risorse, dal punto di vista ambientale è ad impatto zero! In questo senso voi che combattete per le sorti del pianeta dovreste portare la Pubblicità sui vostri stendardi!

 

APOCALITTICO: Bravo, minimizza, fai finta di non capire, rivolta la frittata. “Intanto” lo dico io: intanto ci sono famiglie che con il loro reddito modesto potrebbero vivere dignitosamente mentre invece, per evitare cocenti frustrazioni, devono procacciarsi costi quel che costi l’ ultimo zainetto firmato.

INTEGRATO: Guarda che le rivalità di status sono vecchie quanto il mondo, prima si risolvevano con guerre, faide claniche e vassallaggio; oggi con le griffe. Mi sembra un bel passo avanti. E chi dobbiamo ringraziare?

ADSS

APOCALITTICO: A me sembri fuori dal mondo. Come ti spieghi di rappresentare con le tue opinioni una minoranza tanto ristretta? Chi si occupa con passione di queste faccende giunge a conclusioni ben diverse, stiamo prendendo un abbaglio collettivo?

INTEGRATO: Bel problema. Sicuramente in quel che dite c’ è qualcosa di vero ma forse, poi, è proprio la passione che vi frega: come si vi piacesse giocare a Davide contro Golia offrendo il petto alle armi mortali di un temutissimo nemico che sta asservendo l’ intero pianeta. Parlo naturalmente del laido Sistema Integrato delle Multinazionali, un mostro al quale non permetterete mai di prendere il controllo della vostra vita! Purtroppo, i fatti osservati più freddamente non meritano tanto entusiasmo, vi consiglio quindi di indirizzarlo altrove.

 

Riavvolgere la pellicola

Simon Conway Morris – The deep structure of biology -

***

Oggi Cina e India (un terzo dell’ umanità) hanno adottato architetture istituzionali vicine a quelle classiche dell’ Occidente.

In una parola i cronisti sintetizzano dicendo che si sono “convertite” al capitalismo.

Ma come è possibile che civiltà e culture tanto peculiari adottino poi soluzioni importate da mondi così distanti?

Probabilmente esistono vincoli ambientali legati all’ efficienza che si fanno sentire indipendentemente dalla cultura dei popoli. Se così fosse attendiamo presto una svolta anche nei paesi islamici.

Gli economisti sono soliti parlare di “grande convergenza”, un fenomeno complesso di lungo periodo tale per cui istituzioni economiche anche molto lontane tra loro tenderebbero ad evolvere nella stessa direzione.

Lentamente, sperimentando sia accelerazioni che dietrofront, ma pur sempre nello stessa direzione.

Robert Barro è lo studioso che funge meglio da guida per chi vuole approfondire questa affascinante tematica.

Domanda: quello che accade nelle istituzioni umane puo’ accadere anche per le diverse forme di vita che abitano il nostro pianeta?

Non sarebbe una sorpresa: economia e biologia hanno interagito fin dai tempi eroici di Malthus e Darwin. 

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Ci sono modi alternativi per porre l’ interrogativo della convergenza.

Potremmo chiederci: se la storia del nostro pianeta fosse  un film e noi avessimo la possibilità di riavvolgere la pellicola per iniziare una nuova proiezione, rivedremmo più o meno lo stesso racconto con gli stessi protagonisti?

Ma si puo’ semplificare ulteriormente chiedendo: il mondo è un posto prevedibile?

… in buona parte sì, altrimenti che senso avrebbe la nostra ricerca, quella scientifica in particolare?…

Chi risponde così non si lascia deprimere certo dai molti fenomeni caotici:

… anche un mondo in cui il battito d’ ali di una farfalla provoca uragani è un mondo strutturato in cui è possibile fare previsioni sensate anche se non esatte… la meteorologia, per esempio, è tutt’ altro che una disciplina priva di senso finché mantiene un’ appropriata modestia…

Ma ecco che si profila all’ orizzonte un’ eccezione:

… le scienze servono anche per porre le basi a previsioni magari approssimative ma sensate… eppure si pretende che questo potere svanisca quando parliamo di biologia evolutiva… ventilare delle ipotesi sull’ evoluzione futura delle specie ha l’ aria di violare il sacro dogma del caso come unico gestore degli organismi vitali… l’ evoluzione non deve seguire e non seguirebbe nessun sentiero… sarebbe un processo cieco con un punto d’ arrivo indeterminato…

In effetti i meccanismi dell’ ereditarietà genetica sono imperniati sulle “mutazioni”, ovvero su un fenomeno completamente casuale.

Tuttavia l’ evoluzione biologica non è fatta solo di ereditarietà:

… sembra sempre più chiaro che anche i processi evolutivi siano in qualche modo vincolati se non prevedibili…

Quando il dinamismo della vita naturale appare “indirizzato” si parla di “evoluzione convergente”:

… pensate solo all’ occhio dei cefalopodi e dei vertebrati… è un meccanismo estremamente sofisticato e molto simile nelle due specie… eppure si tratta di specie molto distanti tra loro da un punto di vista evolutivo… parliamo di lignaggi debolmente imparentati… E’ praticamente certo che il loro antenato comune non avesse occhi… evidentemente i processi evolutivi hanno seguito percorsi convergenti… che hanno elaborato soluzioni evolutive simili per il semplice fatto che erano soluzioni evolutive ottimali…

Ma dell’ intelligenza si puo’ dire la stessa cosa?

… in buona parte sì… l’ intelligenza è emersa spesso in modo indipendente nelle varie specie… il confronto tra l’ intelligenza dei cetacei e quella delle scimmie è noto… per non parlare di quella degli uccelli… la strategia dell’ intelligenza è una nicchia molto frequentata… persino dalle piante!… una nicchia in cui l’ uomo eccelle…

Lo studio dei processi evolutivi è ben lungi dall’ esaurirsi, chi lo intraprende sa bene che esistono molte tematiche ancora apertissime:

… c’ è quella relativa al gene egoista, quella relativa alla selezione di gruppo, c’ è chi si dedica all’ applicazione della teoria dei giochi, chi si concentra sulle grandi estinzioni… poi c’ è anche chi studia gli effetti di lungo periodo e i fenomeni di evoluzione convergente…

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Charles Darwin ereditò da nonno Erasmus, un deista, sentimenti e ideali progressisti:

… è nella nostra natura migliorare la nostra condizione e le nostre conoscenze… la vita sulla terra si configura come un continuo progresso… dal blob iniziale alla meraviglia dell’ uomo…

Per Erasmus il mondo aveva un fine che perseguiva pervicacemente attraverso un progresso graduale.

… una credenza differente da quella del coevo William Paley, per il quale il fine della vita era stato progettato e risiedeva nelle intenzioni divine…

Erasmus concentrava il suo sguardo in avanti, Paley indietro.

… già da subito molti cristiani considerarono datata la concezione di Paley e finirono nelle braccia di Darwin…

La posizione di Erasmus traspare in modo chiaro nelle parole del cardinale Newman:

… credo nel progresso della vita perché credo in Dio ma non credo in Dio perché vedo un progetto che va realizzandosi…

Una prospettiva affascinante che non seduce solo i credenti, anche Herbert Spencer sarà ben felice di collegare due concetti come “progresso” e “evoluzione”.

D’ altronde, il concetto darwiniano di “selezione” si concilia con quello di “progetto in costruzione”, purché ci si converta dall’ idea di “progetto” così come era concepita da Paley a quella di “progresso” elaborata da Erasmus e da Newman.

… Darwin credeva in Dio e fu deista come suo nonno…

L’ evoluzione progredisce? Ci sono parecchi indizi che sia così ma in ultima analisi bisogna crederlo proprio come bisogna credere che una società libera sia destinata a progredire:

… i processi di adattamento conducono a forme di progresso… gli organismi e le diverse linee evolutive sono in competizione tra loro e quel che succede nel lungo periodo è che alcuni riescono a prevalere sugli altri… non si tratta di miglioramenti assoluti ma relativi all’ ambiente che funge da filtro… non si tratta di adottare soluzioni ottimali ma solo migliori rispetto a quelle dei rivali… molto spesso diverse specie puntano sulla medesima soluzione… è del tutto normale che accada visto che fronteggiano lo stesso ambiente… ovvero lo stesso problema…

Per Darwin, comunque, questi “meriti relativi” erano più che sufficienti per vedere nella natura una qualche forma di progresso e per considerare il cervello umano come un punto d’ arrivo dei processi d’ adattamento:

… il mondo di Darwin era profondamente finalizzato anche se in  modo non tradizionale… per chi vedeva nell’ evoluzione un avanzamento progressivo verso una meta, ebbene, la descrizione darwiniana si rivelava particolarmente aperta a questa sensibilità…

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Dai tempi di Darwin la teoria è maturata ma puo’ veramente dirsi cambiata sotto questo punto specifico?

… oggi alcuni studiosi come Stephen Jay Gould si discostano dal maestro negando risolutamente che i cambiamenti in natura possano mai avere un fine… per i “gouldiani” la vita è mera contingenza…

Ma è questa la voce ufficiale dell’ evoluzionismo contemporaneo?

… chiaramente no… se noi pensiamo ai processi in termini di adattamento… I darwinisti contemporanei supportano l’ idea di evoluzione vincolata da un disegno non meno e forse più di Darwin stesso… e questo anche se non si puo’ negare che molti scienziati evoluzionisti abbiano rotto con il darwinismo ortodosso

George Williams (uno che dei preti amava solo ascoltare l’ “andate in pace”):

… ogni volta che penso al cambiamento come adattamento funzionale dovuto alla selezione ambientale mi viene naturale usare termini che richiamano alla mente concetti vicini a un progetto intenzionale…

Simon Conway Morris è il paleontologo che più di tutti oggi  lavora per rinfrescare una visione darwiniana da opporsi a quella gouldiana:

… solo certe aeree (nicchie) dello spazio morfologico possono favorire la vita… la selezione naturale preme per favorire l’ occupazione efficiente  di queste nicchie indirizzando di fatto gli organismi verso di esse… quindi, se le nicchie esistono, presto o tardi verranno occupate… ma piuttosto “presto” che “tardi” considerata la mano invisibile che è in azione e sospinge la vita in quel senso…

SCM ci mostra innumerevoli casi in cui la storia della vita ha mostrato forme di convergenza. Inutile fare elenchi noiosi, giusto un esempio trattato nel libro:

… le zanne a coltello sono un caso classico… si svilupparono sia nelle specie a placenta del nord America sia nei marsupiali del sud America… due specie molto lontane dal punto di vista della parentela evolutiva… evidentemente c’ era una nicchia che favoriva un certo tipo di predatore e una soluzione simile attecchì su lignaggi ben diversi…

La storia della vita non è una roulette ma è fortemente vincolata alle pressioni ambientali:

… una catena ben precisa di specie è destinata ad emergere così come è destinato ad emergere anche l’ uomo… che con i suoi occhi, i suoi orecchi, occupa nicchie già occupate efficientemente da altri ma con la sua intelligenza occupa una nicchia occupata in modo molto meno efficiente da altri e che attendeva un campione destinato prima o poi ad arrivare…

Per quanto l’ idea di SCM, quella per cui esistono nicchie ecologiche che attendono solo di essere invase, sia assolutamente nel solco del darwinismo classico, c’ è chi obietta:

… le specie non si limitano ad occupare le nicchie ma contribuiscono alla loro creazione…

E’ vero, ma anche Cina e India oltre ad operare sul mercato internazionale contribuiscono a mutarlo radicalmente, questo non mette a repentaglio la loro competitività.

… forse esiste qualcosa che possiamo considerare specifico del nostro pianeta… qualcosa di costante che rende sufficientemente stabili le nicchie… le quali sono scoperte piuttosto che create… l’ evoluzione darwiniana non spiega l’ esistenza dell’ ossigeno e dell’ idrogeno e nemmeno i legami chimico fisici che rendono possibile l’ acqua… se pensiamo alla terra, all’ acqua, all’ aria come a nicchie basiche, allora dobbiamo concludere che si tratta di nicchie date…

Stephen Jay Gould invita continuamente l’ uomo a non montarsi la testa:

… ci sono batteri che hanno fatto molto meglio di noi nella lotta per la sopravvivenza…

Ma l’ uomo ha fatto particolarmente bene nella sua nicchia, quella che valorizza l’ intelligenza, una nicchia che esiste e che aspettava il suo campione. Per questo che SCM, contro Gould, parla di “uomo inevitabile”:

… anche SJG, d’ altronde, ammette che gli organismi semplici come i batteri non possono migliorarsi divenendo più semplici… devono necessariamente puntare sulla complessità… cosicché la selezione naturale esercita una pressione affinché si occupino nicchie via via più complesse…

Se l’ uomo è inevitabile, quali sono le conseguenze?:

… qualora esista vita su un numero sufficiente di altri pianeti, probabilmente esisteranno anche esseri simili all’ uomo…

Ci sono però anche conseguenze teologiche:

… l’ evoluzione convergente ci dice che la vita umana non è frutto di un caso… laddove c’ è vita soggetta ai processi di ereditarietà e adattamento dobbiamo aspettarci anche l’ uomo…

Informazione preziosa, soprattutto se abbinata al fatto che la vita nell’ universo è altamente improbabile. Provate un po’ a tener conto di entrambe le cose e fate le vostre deduzioni!

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E’ strano ma l’ evoluzione vista dal credente assomiglia molto di più a quella dei darwiniani duri e puri che non a quella degli evoluzionisti moderati.

Se Richard Dawkins non si fosse imbarcato in una crociata anti-cristiana, tanto per dire, sarebbe stato un ottimo didatta per i cristiani desiderosi di avvicinarsi ai misteri dei meccanismi evolutivi. Molto più che il moderato Stephen Jay Gould! Il regno del caos che prospetta quest’ ultimo mal si accorda con la teleologia naturale cristiana.

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Tuttavia, il darwiniano duro e puro cerca di liberarsi da contiguità che ritiene compromettenti ripetendo in modo martellante che ravvisare uno scopo nel dinamismo della natura è mera illusione.

… non esiste una direzione indipendente dall’ ambiente… l’ unica direzione assunta è del tutto relativa… e la sua effettiva azione puo’ creare spiacevoli illusioni… progresso? ma progresso rispetto a cosa? gli evoluzionisti moderni non possono parlare di “progresso” in modo sensato…

E’ in questo senso che Richard Dawkins introduce la metafora dell’ “orologiaio” cieco”.

Ma intanto, diversamente da Gould, la presenza di una “direzione” è ammessa, cosicché l’ uomo è considerato inevitabile e anche la negazione di un “progresso” diventa per il darwinista ateo un atto di fede ancor più impervio della sua affermazione. Le parole di Richard Lewontin sono illuminanti in merito:

… noi darwiniani atei prendiamo posizione in favore degli argomenti scientifici dell’ evoluzionismo e solo di quelli in virtù di un impegno precedente in favore del materialismo…

Secondo i darwinisti atei bisogna distinguere tra direzione e scopo, chi ravvisa uno scopo è in preda a illusioni, illusioni, del resto, che hanno la loro brava spiegazione:

… la selezione naturale ha chiaramente avvantaggiato i comportamenti ben motivati… ovvero le menti allenate a rintracciare ovunque uno scopo preciso… per questo che ci sembra di vederlo dappertutto, anche nei processi naturali… i darwiniani teisti, per non rinunciare a questo istinto confondono la direzione con lo scopo ma il passaggio dal primo al secondo concetto è velleitario… D’ altronde resta vero che l’ evoluzione convergente si pone saldamente all’ interno del paradigma darwiniano e si presta anche a un’ interpretazione riduzionista…

L’ interpretazione riduzionista della “direzione evolutiva” è sempre ammessa, ci mancherebbe, ma chi non coglie nel passaggio citato una strategia difensiva?

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Potrei concludere dicendo che il lavoro di SCM non costituisce una prova scientifica in favore dell’ esistenza di uno “scopo” nella natura…

… tuttavia, il fatto che esistano pressioni in grado di indirizzare la vita non puo’ essere negato… e il fatto che si tenti di capire come agiscono queste pressioni è nell’ istinto di ogni scienziato… un istinto vicino a quello dell’ uomo religioso il quale, intuendo anch’ egli la presenza di una direzione, la interpreta nel senso di scopo superiore… fornendo una visione che l’ uomo di scienza non puo’ provare ma puo’ facilmente capire e condividere…

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