>Il ruzzolone ammortizzato

>Johnatan Safran Foer – Molto forte, incredibilmente vicino – Guanda

“Osservate”!

Così il filosofo Bacone nel ‘600 incitava alla conoscenza attraverso il metodo sperimentale.

“Sì, ma cosa?”.

Rispondeva tre secoli dopo il filosofo austriaco Popper.

Popper aveva capito che la scienza richiede un’ eredità, una pianta su cui innestarsi, un bagaglio di conoscenze da completare-rettificare-confutare. La scienza, così come ogni conoscenza, richiede una relazione di paternità.

Ma il padre di Oskar Shell non c’ è più, si è liquefatto nelle Torri Gemelle in seguito al tristemente noto attentato, cosicchè al figlio non è rimasto altro che l’ assurdo comando baconiano.

Oskar Schell ha nove anni e un buco al centro di se stesso. Una volta era ateo, adesso non è che creda in Dio, crede che le cose siano “estremamente complesse”. [La cosa più complessa di tutte è sua mamma].

Oskar ha sete di conoscenza – e questo è bene. Ma vuole e deve conoscere tutto – e questo è sommamente male.

il fatto è che la conoscenza di TUTTO è l’ unica garanzia per capire i messaggi nella segreteria telefonica lasciati dal papà quando chiamava dal grattacielo in fiamme. Inoltre, sarebbe tanto bello riavvolgere la pellicola e tornare alla sera prima, quella in cui Lui si chinò sul lettino e gli disse “Buonanotte pulce, ti voglio bene”. Bello ma difficile, la conoscenza di TUTTO gioverebbe.

Il problema di chi indaga per sapere tutto è che in questi casi tutto costituisce un indizio, il che è scoraggiante perchè più cose trovi meno capisci. Ma Oskar non sembra scoraggiato e inizia con diligenza la sua infinita investigazione: comincia con lo scavare dei buchetti al Central Park, da qualche parte bisogna pur incominciare, chissà che non scopra qualcosa, qualche cosa che lo aiuti a ricostruire il TUTTO. E’ venuto alla luce un cucchiaino mezzo arrugginito: mmmmm… come collegarlo ai messaggi della segreteria?

Il cervello di Oskar è sempre in movimento, come uno squalo che se non nuota muore. Lui gli va dietro, lo rincorre, cerca di non perdere mai il passo.

Pensa continuamente, pensa a tante cose, pensa che Stan “non sarà mai il suo papà”, pensa di chiedere alle persone (a tutti) se sanno qualcosa che lui dovrebbe sapere, pensa anche alle favole che precedevano il sonno, quando si faceva sotto, fin dentro l’ ascella: “quello prima che cominciasse a raccontare era il mio momento preferito”; poi pensa alla carne alla piastra: “non voglio mangiare roba che ha dei genitori”; poi pensa al suo libro preferito – Dal Big bang ai buchi neri – anche se non l’ ha mai finito perchè ci mette un’ eternità a capire certi concetti matematici e la mamma non è d’ aiuto. Pensa alla nonna, che prima di dare un parere deve sempre insultarsi un po’ (“… io sono una zuccona, però…”). Pensa che c’ è qualcosa d’ insicuro nel modo in cui la mamma dice “sicuro!”. Pensa se è il caso di farsi un altro livido in attesa che passino i 7 minuti di media necessari per addormentarsi. Nel ricordare il papà a caccia di errori sul giornale, pensa che “era bellissimo avere un papà più intelligente del New York Times”; poi pensa: “non devo comportarmi come il bambino che sono”. Pensa di esseri innamorato talmente tante volte che forse quello non è amore. Pensa spesso ai castori: “la gente li ritiene grandi costruttori di dighe ma in realtà devono continuamente rodere alberi solo per limare i denti che crescono in continuazione… altrimenti crescerebbero nel muso e lo trapasserebbero uccidendoli”, pensa che anche il suo cervello è un po’ come i denti dei castori. Pensa a Stan, pensa se “si monta la mamma”. Pensa a quelle parti dell’ universo di cui non è sicuro nemmeno Stephen Hawking. Pensa se la mamma pensa ai suoi lividi: “non me li faccio per lei ma sarebbe bello se si ponesse domande allarmate”. Pensa a quella casa in cui i pavimenti erano come scacchiere di marmo e i soffitti come torte. Pensa che se non fosse stata la sua vita non c’ avrebbe creduto. Pensa a cosa ci sia di così orrendo nell’ essere morti. Dopo aver fatto qualcosa senza pensare, pensa: “non c’ è niente di male a non capire se stessi”. Pensa che nel caffè freddo potrebbe mettere cubetti di caffè ghiacciato in modo che non si allunghi quando si sciolgono. Pensa ai tempi in cui a scuola il prendere da parte uno sfigato e intimargli: “dì che tua mamma è una puttana” costituiva un gran divertimento, pensa a quei tempi con una certa nostalgia (anche se lo sfigato era quasi sempre lui). Guardando la maglietta di un Tizio pensa “ma ami veramente New York?”. Pensa: “i gatti che cadono dal ventesimo piano hanno più probabilità di sopravvivere rispetto ai gatti che cadono dall’ ottavo piano: devono accorgersi di quel che sta succedendo per prendere la loro caratteristica forma a paracadute”. Pensa che quella donna “ha una faccia tipo il contrario di quella della mamma”. Pensa all’ “investita” dal taxi e alla gente che guardava dai marciapiedi senza intervenire perchè avevano paura di non saper fare bene la respirazione cardiopolmonare. Nell’ attesa, dopo aver suonato il campanello, pensa: “ma perchè la nonna non mi aspetta dietro la porta visto che per lei sono l’ unica cosa che conta?”. Dopo aver trattenuto la nonna al citofono con continue domande, pensa: “ora avrà il dito stanco”.

E se proprio vuole smettere di pensare, ripassa le coniugazioni.

Anzichè rompersi le caviglie cercando di fare qualche trucchetto con lo skate, Oskar pensa a tutte queste cose e ad altre ancora. In genere pensa quando cammina per Manhattan, quindi ha molto tempo visto che non prende mai i mezzi ritenendosi un “bersaglio potenziale”.

Inventare-ragionare-considerare-elaborare-argomentare-archiviare… ecco lo sterile rosario con cui elabora il suo lutto.

Concepisce invenzioni a raffica, se gli viene in mente qualcosa la dice, se ha davanti a sè qualcosa la guarda, la guarda nei particolari: nessun filtro lo preserva, nessuna selezione lo protegge e lo indirizza. Un’ erudizione smisurata e disarticolata s’ impossessa di lui e lui la cerca avidamente, non per un desiderio di conoscenza ma per “tirar su la lampo del sacco a pelo di se stesso”. In fondo cerca un mondo in cui nessuno incontri nessuno, un mondo fatto di oggetti, ma anche gli oggetti non lo mettono al sicuro: sente addirittura di aver già nostalgia di quel che possiede.

Oskar ha da dire tutto ma non il modo per dirlo, ci passa di fronte lasciandosi dietro una scia di sintomi che sono la gioia del lettore ermeneuta.

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6 pensieri riguardo “>Il ruzzolone ammortizzato”

  1. >bello. Spero che troverò il tempo per leggerlo. Ho conosciuto anch'io un bambino che doveva continuamente pensare e tenere il cervello in movimento per non disorganizzarsi. E quando voleva riposarsi si metteva a contare. Da uno all'infinito, seduto sulla sua seggiolina…Mi viene in mente anche David Foster Wallace, che oltre a fare questo, a tenere sempre il cervello in movimento, si fasciava la testa stretta con una bandana, per tenerla insieme.

  2. >In effetti puo' darsi che il libro ti piaccia. La testa del bimbo è parecchio sballottata e anche il lettore lo è, visto che viene collocato proprio dentro quella testa: Oskar parla (e pensa) sempre in prima persona senza mediazioni. Riportando le mie impressioni ho tralasciato il fatto che ai capitoli dedicati ad Oskar si alternano quelli dedicati al nonno. Anche il nonno ha dovuto fronteggiare una disgrazia, il bombardamento di Dresda (sono una famiglia tedesca immigrata). La strategia del vecchio è consistita nell' abolire via via sempre più parole, purtroppo non ce l' ha fatta. Oskar invece moltiplica i pensieri, ce la farà? Non ti anticipo nulla.Mi sembra che Foer fosse amico di Wallace. A proposito, avevo in programma un post su quest' ultimo, poi abortito. Ne approfitto per mettere qui la mia fonte, magari interessa.

  3. >anceh Vonnegut ha parlato del bombardamento di Dresda? Non mi ricordo. Mattei di fahre mi aveva regalato il libro, ma per qualche motivo è rimasto lì. Magari aspettava il suo momento. Vedremo. Io rileggo sempre gli stessi libri, sono poco propensa a cominciarme di nuovi, mi sembra sempre che in quei 4 o 5 che ho lì ci sia già dentro tutto se solo uno ha voglia di cercarcelo. Forse al lettore ermeneuta basterebbe anche un solo libro da ermeneutizzare per tutta la vita…

  4. >Sì, ricordo l' episodio. E senz' altro V. ha scritto sul bombardamento.Sei fortunata se riesci a concentrarti su pochi libri scelti, eviti la dispersione, il demone del nostro tempo. "Sul comodino" ho un libretto di critica letteraria (Ferroni) che lamenta la proliferazione della letteratura e l' uscita a valanga di sempre nuovi libri; quindi mi sa che presto riprenderò un argomento già trattato più volte.

  5. l’ho comprato e lo sto leggendo. Accidenti! E’ uno di quei libri che puoi aprire a caso, a una qualsiasi pagina, e leggere appassionandoti (come mi piace fare a me). Per ora, fantastiche queste:
    “… solo perché sei ateo non significa che non saresti felice se le cose avessero delel ragioni di esistere.”
    “… ma poi ho toccato il vaso con la punta delle dita, e le tragedie hanno cominciato a traballare…”
    (*Tutto Shakespeare – le tragedie impilate per arrivare al vaso azzurro…)

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