Contro il diritto d’ autore

Cosa c’ è che non va nella proprietà intellettuale (brevetti e copyright)?

L’ argomento utilitarista è spesso avanzato a sua difesa: più brevetti, più innovazione; più copyright, più cultura.

Ma non convince…

… cominciamo con il notare che i guadagno ottenuti in termini di utilità dagli accresciuti incentivi all’ innovazione deve essere soppesato con le perdite in utilità conseguente al monopolio dell’ innovazione e alla ristretta diffusione della stessa… il saldo potrebbe essere sia positivo che negativo a seconda del caso considerato… ma anche il saldo complessivo è dubbio… brevetti e diritti d’ autore potrebbero comprimere l’ innovazione anziché espanderla… ma questa osservazione non esaurisce la critica all’ approccio utilitaristico standard… di seguito comparerò le argomentazioni di questo tenore – che chiamerò argomenti di “massimizzazione” – con un concetto alternativo di utilitarismo – che chiamerò “giustizia come ordine”… nel primo caso si cerca di manipolare i diritti di proprietà tramite i brevetti e il diritto d’ autore al fine di massimizzare una certa quantità X che misura il benessere sociale; nel secondo caso si cerca di creare un ordine – prevedibile grazie alla sua coerenza interna – entro il quale gli esseri umani possano perseguire in modo efficiente i loro fini senza soffrire delle incertezze dovute agli arbitri che comporta una soluzione massimizzante… infatti le questioni relative al metodo della “massimizzazione” dipendono da questioni di fatto contingenti che mutano dalle circostanze ambientali e dalla sensibilità dei soggetti chiamati a “massimizzare”…

Tom Palmer – I diritti d’ autore sono moralmente giustificabili? La filosofia dei diritti di proprietà sugli oggetti ideali – Rubettino.

In teoria, quando ci sono problemi di copyright, sappiamo cosa fare, ma non possiamo nasconderci l’ incertezza che s’ introduce nel sistema. Nell’ asta di cui al link, quanto deve offrire lo Stato? Cosa tutelare con copyright? Per quanto tempo?

Concludo facendo osservare che c’ è un incertezza sul passato circa la misura dei benefici ricevuti dal copyright (qui uno studio che li stima negativi – ovviamente disponibile senza copyright), ma c’ è anche l’ incertezza futura: quella che ci consiglia di deporre il calcolo utilitaristico di massimizzazione per puntare invece su regole chiare e coerenti.

google

Passiamo all’ altro argomento “pro” (bound of sticks): supponiamo che Mr Brown costruisca una trappola per topi eccellente e la venda in gran quantità dopo aver inciso sull’ oggetto: “copyright Mr. Brown”. Cio’ che sta facendo non è rivendere l’ intero oggetto ma vendere tutti i diritti su di esso tranne quello di copiarlo.

Qui la coerenza del sistema sembra esserci, ma ecco che sorgono altri problemi.

Sarebbe forse legittima l’ esclusiva sul “ricordare” un’ opera?… supponiamo che abbia scritto un libro e ve lo offra alla lettura tenendo per me il diritto a ricordarlo… con che prova potrei trascinarvi in tribunale accusandovi che ricordate il nome del personaggio principale?… in alternativa supponiamo che io, dopo aver udito recitare parte di un’ opera, l’ abbia riscritta e pubblicata… sarei colpevole di una qualche violazione sebbene non mi sia mai esplicitamente impegnato in nulla?…

Tom Palmer – I diritti d’ autore sono moralmente giustificabili? La filosofia dei diritti di proprietà sugli oggetti ideali – Rubettino.

Il bound of sticks, per quanto plausibile in apparenza, è poi di fatto inapplicabile.

Incertezza e inapplicabilità stendono i due argomenti più ragionevoli con i quali viene difesa la proprietà intellettuale. Ne esistono altri? A me non vengono in mente.

Bottom line: sono emozionato come un bambino all’ idea di cambiare idea su questi temi. Negli ultimi anni, dapprima un cartone animato sul concetto d’ “identità” e poi Donald Wittman sul concetto di “democrazia”, mi avevano fatto cambiare rotta. Ora il bel saggio di Tom Palmer sulla proprietà intellettuale. E parlo di argomenti su cui pensavo di aver riflettuto a sufficienza! Forse lo spirito non è ancora completamente sclerotizzato.

Tom Palmer – I diritti d’ autore sono moralmente giustificabili? La filosofia dei diritti di proprietà sugli oggetti ideali – Rubettino.

 

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7 pensieri riguardo “Contro il diritto d’ autore”

  1. Avessi idea di quanti concerti io e parecchia gente suoni formulando i programmi con l’unico criterio vincolante imposto che non sia eseguita musica ancora sotto diritto d’autore…

    Recentemente siamo arrivati a poterci permettere di suonare Jehan Alain, disgraziatamente morto nella seconda guerra mondiale, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.

    I diritti d’autore uccidono l’arte. Tutelano i “big”, e sterminano i più. Capisco una tutela per un certo numero di anni, ma andare oltre ai 5, massimo 10, per me è completamente assurdo. Che siano tutelati gli eredi degli artisti deceduti, poi, è follia nella follia.

  2. Una volta seguivo i conti di alcuni musicisti, ricordo che le “gabole” sui borderò si moltiplicavano e tornavano a moltiplicarsi ogni volta che la siae prendeva le contro misure, non so più quale forma di citazione incrociata andasse per la maggiore pur di spillare qualche diritto. Ho cominciato a maturare l’ idea che troppe regole fossero il paradiso dei furbi (e degli amministratori)…

    Non penso però che diana, che di queste cose campa, sia molto d’ accordo.

  3. Dubito che Diana campi di diritti d’autore, mi pare che sia pagata a cartelle. Ma ci dirà lei.

    Sì di gabole i borderò sono pieni, sia per spillare diritti, sia per evitarli. L’unico strumento che ha SIAE per controllare è presenziare ai concerti, cosa che ovviamente è nella maggior parte dei casi impossibile. La scuola di musica del Dany (che qui non cito) ha ideato un bell’espediente per evitare di pagare i diritti, indicando i brani come manoscritti di autori inesistenti, ma non è utilizzabile per la maggior parte dei casi, dove la gente sui programmi vuole vedere cosa viene eseguito.

    I casi che citi tu immagino però siano altre cose, tipo complessini o discoteche, dove appunto dei diritti si può approfittare.

    Tutto questo vale in Italia. In America le cose stanno diversamente. La gente paga per i concerti, gli organizzatori pagano i diritti, i diritti sono cose sensate, si suona su partiture originali e non fotocopie. Ma quello è un altro mondo.

  4. uhhh!!! chi l’ha mai visto un diritto d’autore????
    io prendo intorno ai 10-11 euro a cartella (25 righe). Per i pezzi più difficili (vedi Tony Judt) per fare una cartella ci metto anche mezza giornata.
    For the record…
    Sui diritti d’autore lascio parlare voi. Non ho idea di cosa pensarne. Bisogna che ci pensi.

  5. Ok, però non puoi negare che nel tuo settore di riferimento (chi ti dà lavoro) il diritto d’ autore sia centrale. L’ industria culturale non esisterebbe, o non esisterebbe in queste forme, senza copyright.

    Sarebbe bello (e impossibile) congetturare come muterebbero questi settori indebolendo la proprietà intellettuale.

  6. Non sarebbe impossibile. Di fatto la proprietà intellettuale in quel settore è già parecchio indebolita. Tra le persone che conosco, specialmente quelle giovani, oggi ben poche sono disposte ad acquistare cd e dvd. Lo scaricamento e le copie illegali sono all’ordine del giorno.

    Il diritto d’autore per me è nient’altro che una mafia. E’ come l’iscrizione obbligatoria a certe forme di previdenza (penso all’ENPALS per i musicisti): la maggior parte degli artisti fa manovalanza, pagando contributi che poi non gli renderanno mai nulla, mentre gli Al Bano ed i Jovanotti guadagneranno valanghe di soldi (sui diritti) e qualche raro musicista avrà pure uno straccio di pensione, ma solo a patto che, se è un musicista d’orchestra, abbia fatto 4-5 concerti a settimana (e sono ben pochi a farlo).

    Ma, sui diritti d’autore, io proprio sono contrario a livello concettuale. Per me l’artista dovrebbe guadagnare venduta l’opera e stop.

    Com’è impostata la questione oggi sarebbe come se un architetto (o un ingegnere) guadagnasse una royalty ogni volta che un automobilista passasse su un ponte da lui disegnato (o progettato). No, il progetto si paga quando il ponte viene costruito. Se io costruttore ne costruisco un altro identico, il progetto l’ho pagato e lo riciclo, e men che meno ha senso che chi ci passa debba pagare i diritti al progettista ogni volta che ne usa (al limite pagherà il passaggio a chi lo gestisce, ma questa è altra cosa). E dato che l’industria delle costruzioni e del design esistono e fioriscono anche senza questa forma di copyright, credo che l’industria culturale sopravviverebbe (com’è sempre sopravvissuta nei secoli, con risultati di livelli oggi inimmaginabili), anche senza il copyright nella forma che esiste oggi. Anzi, credo che assisteremmo a ben altre fioriture, come quasi sempre accade quando si tolgono vincoli e burocrazie opprimenti.

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