L’ invenzione dell’ odio e dell’ amore

I normali problemi che presenta a tutti la vita dell’ uomo medio sembra fossero insormontabili per Henry Treadwell, cosicché decise di cercarne di più difficili conducendo una vita estrema, da super eroe.

E’ un tipico modo per mascherare la propria inettitudine: si alza l’ asticella per fallire gloriosamente quando si presente un fallimento con ignominia.

Le sue vacanze erano al contempo noiose ed eccitanti: noiose perché sempre nello stesso posto, eccitanti perché questo posto erano le penisole dell’ Alaska, paradiso del feroce orso Grizzly.

Il regolamento parla chiaro: distanza di minimo 100 metri dalle terrificanti creature. Henry Treadwell, telecamerina in spalla, invece sgrullava loro il capoccione. Ci si sedeva sopra quasi fossero poltrone. Faceva così il fuorilegge e ne andava fiero.

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Le fidanzate lo mollavano puntualmente, se per eccesso di eccitazione o per eccesso di noia non lo so.

Treadwell si sentiva chiamato a salvare questi bestioni dalle minacce incombenti. Il suo era un trasporto mistico, si sentiva “chiamato” a farlo, una voce aveva detto: “tocca a te!”, si sentiva in missione per conto di Dio e pronto a sacrificare tutto.

Senonché non incombeva proprio nessuna minaccia: gli orsi proliferavano iper protetti in una riserva naturalistica.

Cio’ non diminuiva la sua dedizione, anzi, questi intoppi di logica elementare rinfocolavano la fantasia favorendo i voli pindarici. Ora si vedeva come un samurai intento a resistere, e dovendo inventarsi un nemico esagerò: l’ Uomo. Sì, l’ uomo, l’ emancipazione dall’ umanità intera divenne la sua meta. La “civiltà” andava combattuta a partire da quei figli di puttana dei guardia-parco.

Fece una fine tragica: il pilota dell’ aereo che doveva recuperarlo al termine della tredicesima estate non sentì i consueti schiamazzi dell’ istrione. Trovò invece un Grizzly che rovistava in una gabbia toracica umana. La testa, con un sorrisino sulle labbra, era in cima alla collina, il braccio con l’ orologio funzionante sul sentiero, i vestiti e il resto delle membra nello stomaco dell’ esemplare che venne successivamente abbattuto e squartato.

Il martirio da sempre cercato si era compiuto: mangiato dagli orsi. Finalmente con loro, per sempre. Già in passato lo si era sentito affermare che “solo con la morte avrebbe potuto cambiare le cose”.

Come ogni mistico, Henry non si limitava ad “amare” gli orsi, voleva entrare in comunione con loro, voleva essere uno di loro. Era una sua fissa e lo ripeteva sempre.

Come ogni mistico, Treadwell aveva un’ inclinazione caotica, le fidanzate al suo fianco servivano ad “ordinare” le sue euforie.

Amy fu l’ ultima, morì con lui, la possiamo sentire nell’ audio della tragedia (la telecamera ha il tappo): Henry, già mezzo mangiato, le dice di andarsene e mettersi in salvo, lei invece si attarda fatalmente con inutili padellate sulla testa del mostro.

I suoi amici – invasati quanto lui – dicono che l’ orso che gli fece la pelle era un infame che a lui neanche piaceva.

Ma le parole più convincenti le ho sentite pronunciare dagli abitanti del villaggio alaskano più prossimo ai recessi frequentati da Treatwell. Parlo del “baffo” e del reggente il museo, entrambi esprimono lo stesso concetto con sfumature un po’ diverse.

Il primo, con la schiettezza del cowboy artico, ci dice che il biondino trattava gli orsi come fossero gente con un costume da orso. Ha resistito tanto a lungo perché gli orsi lo credevano un ritardato mentale e per un po’ hanno gradito il chiassoso spettacolino. Poi qualcuno si era stufato e l’ aveva sventrato con l’ artiglio del mignolo.

Il secondo è un eschimese scienziato ed esprime l’ opinione della comunità indigena: l’ invadenza di Treadwell non era “rispetto” verso l’ animale, tutt’ altro; lui era animato da buone intenzioni ma ha recato solo danno alla fauna selvaggia che tanto amava; da 7.000 anni noi osserviamo un confine invisibile che ci separa dagli orsi. Treadwell non l’ ha fatto e queste cose hanno un prezzo.

Non c’ è solo clownerie in questa storia. Anche molta poesia, le immagini con la volpe Spirit, per esempio. Ma c’ è soprattutto la vicenda personale di HT: gli orsi lo salvarono dall’ alcolismo motivandolo e HT, sentendo che doveva loro la vita, voleva dirlo al mondo riconsegnandola platealmente ai legittimi proprietari. Ci mise 13 anni ma alla fine ci riuscì.

Ora, io mi domando e chiedo: poteva mai una simile tempra di santo, mistico, buffone non attrarre l’ interesse di Werner Herzog?

No, infatti questo è il tributo che gli reca riutilizzando le 100 ore di filmati che HT aveva girato in una delle più profonde solitudini mai viste.

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13 pensieri riguardo “L’ invenzione dell’ odio e dell’ amore”

  1. (non so se avevi letto il mio commento, ma mi chiedevo se anche tu fossi rimasto colpito da quella scena in cui la macchina da presa, rimasta per qualche istante incustodita, continuava a riprendere il sentiero vuoto, e le piante si muovevano al vento. Sembrava che la natura dicesse, sono qui.)

    1. Non lo avevo letto.

      Sì, ricordo la scena. Lo stesso Herzog ne sottolineava la forza.

      Sì perchè Herzog, riservando di pronunciarsi sull’ HT ecologista, si sbilanciava a favore dell’ autore di immagini.

  2. l’ecologismo di HT – e dei suoi amici fuori di testa – resta sullo sfondo. C’è la sua vicenda umana, bruciante. Ti ricordi quando è disperato e solo, nella tenda, e urla: “Melissa is eating her babies!”
    Mamma mia. E’ come essere lì con lui.
    Sbranato dalla famiglia che amava, è finito così, HT.
    Fantastica la canzone “Coyotes”.

  3. Le musiche sono molto suggestive, peccato che il mio programma di editor mi abbassi l’ audio. La corsa della volpe è stupenda: l’ incitamento stridulo del biondino, l’ animale selvaggio e la camera a spalla che gira in corsa. Lo sballottamento è sempre cool, in più è giustificato, il che non guasta.

    Sono musiche all’ altezza di “Into the wild”. Ed Herzog è un valore aggiunto sicuro.

    1. la conoscevi!
      This is no place for an hombre like I am…
      … and Treadwell is gone.

      caspita se non si piange con questa canzone e con questo film, davvero non so quando si piange.

      1. Sai chi pilota l’aereo? non mi sembra sia don edwards.

        Non tanto la storia, quanto l’ambientazione mi appare la metafora della morte e pure il viaggio di questo pilota sconosciuto.

  4. Timothy, timothy… sono 15 giorni che continuo a sbagliarmi e a correggermi. E alla fine, quando butto giù due righe, torno a sbagliarmi.

    Ma WH ha una tradizione di bella musica nei suoi film. Ricordo ancora quando mille anni fa vidi La ballata di Stroszek in un cineforum e per anni cercai di risalire alla musica che commentava il suicidio (allora non c’ era internet).

  5. Il pilota è il vero pilota che accompagnava tim nel “labirinto dei grizzly” e lo andava a riprendere ad ottobre. Una persona reale che nel film rende testimonianza, visto che sarà lui a rinvenire i corpi dei fidanzati.

    1. quindi il viaggio aereo non è per niente una metafora della morte.

      Non ho visto il film, ma conosco la storia e avevo già visto il video (grazie a Diana).

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