Jakson Pollock compreso a quattro anni

Lezioni d’ arte moderna con “effetti collaterali”…

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21 pensieri su “Jakson Pollock compreso a quattro anni”

  1. Bello. Dimostra cosa ci sia dietro tanta presunta “arte”! Almeno la bimba è giustificata dall’età.

    Però non vorrei essere nei panni della servitù, cui poi toccherà ripulire la stanza dei giochi. E anche chi dovrà poi immergere Aelita nel solvente per ripulirla non lo invidio…

    Musicisti ineducati che si esprimono a 4 anni improvvisando con purezza a colpi di manate al pianoforte la critica non ne ha ancora scovati da osannare? Secondo me a cercare in giro qualcosa si troverà di certo.

  2. circa un anno fa ho comprato un dvd che è rimasto sigillato: “My kid could paint that”, un documentario su un caso analogo (e controverso), quello di Marla Olmstead, 4 anni.
    Sono storie che mi lasciano comunque perplessa. A 3 o 4 anni non puoi decidere nente, c’è solo da sperare che chi ti ‘gestisce’ sia una persona onesta e responsabile, che si ricorda che maneggia materiale umano con la scritta Fragile sull’imballaggio. (Magnolia docet)

  3. la mia obiezione non riguardava l’arte, ric. Forse ti sei confuso con il commento di davide. Io mi limitavo a perplessità che riguardano l’utilizzo dei bambini e la dimensione ‘giocosa’ di certi contesti.
    Ma immagino che il tuo discorso sull’arte sia ragionevole. Ho viso di recente dipinti di uno scimpanzé. Molto belli. Chissà, però, magari anche lui, nella sua testa, pensa: ora smetto di giocare e di lavorare e mi dedico all’arte.

  4. Ho forzato un po’ le tue parole per esprimere un concetto che mi stava a cuore.

    Non penso comunque che uno scimpanzè possa dedicarsi all’ arte.

    L’ artista deve dire: ora smetto di lavorare, ora smetto di giocare, ora smetto di studiare, ora smetto di fare, ora semtto di…

    Ritengo che l’ insieme di attività che ci viene chiesto di cessare esauriscano la vita animale. Ma è una mia intuizione.

    In fondo se l’ opera è una stenografia del tutto: bisogna avere forte la coscienza del “tutto” e la coscienza del “linguaggio”.

    Non penso che un animale possa avere niente del genere, altrimenti dovrei trattarlo come un uomo, a cominciare dalle sue responsabilità. Il che è assurdo. Animali e bambini non possono essere trattati come fossero uomini. Come dici tu stessa: “vanno gestiti”

    1. il mio ‘gestire’ era tra virgolette, per un motivo.
      Credo che possiamo tutti essere d’accordo che esiste un confine nella gestione dei bambini (e degli animali), un limite che sarebbe preferibile non oltrepassare – nel possibile. Non solo per evitare sofferenze inutili a loro, ma anche per non de-umanizzare noi stessi – per preservare, cioè, quel qualcosina in più che sosteniamo di avere. E’ anche il tema della bella miniserie della HBO (superpremiata) che ho visto qualche settimana fa. Ho già parlato di Temple in passato, forse qualcuno se lo ricorda.

    2. Un bambino può dedicarsi all’arte, ci mancherebbe altro! Gridare allo sfruttamento in questo caso mi pare abnorme.
      Il problema qui non sta nella bambina, che sicuramente si diverte un sacco. Il problema sta negli adulti che danno ai suoi prodotti più valore di quello che hanno. Il qualunquismo sta nel rinunciare alla critica. Fermo restando che certi esperimenti un valore ce l’hanno, non lo discuto. Ma solo se ci limitiamo a considerarli esperimenti.

      Purtroppo, da tempo per molti presunti critici “brutto” è una brutta parola, da evitare con cura (anche se io considero belli i risultati di Aelita, essendo il prodotto di una bambina di 4 anni).

  5. probabilmente davide fai un discorso generale, che condivido.
    Non conosco questo caso e non posso sapere se ci sia sfruttamento o no. Tanto meno sto ‘gridando’ qualcosa. Notavo solo che questi genitori ‘espongono’ la loro figlia, oltre ai quadri. Non grido niente, dico solo che è una faccenda delicata.
    A me fanno impressione anche i saggi a scuola, vorrei che i bambini potessero scegliere se partecipare o no, se esporsi/esibirsi o no. Poi ogni genitore farà come crede, naturalmente. Nessuno scandalo.

    1. Diana, scusa, forse ho dato adito a fraintendimenti. Volevo dire che questo caso solleva problemi un po’ più grandi di quelli legati all’uso della bambina. Ora, sia chiaro, non voglio generalizzare il discorso sull’arte contemporanea. Condivido molto questa analisi di Alex Ross in merito. Solo dico, se una bambina di 4 anni, che produce quello che qualunque bambino di 4 anni farebbe se messo in condizioni di farlo (non mi pare che stiamo parlando di un enfant prodige), riesce a ottenere risultati paragonabili a quelli dell’artista che ha prodotto l’ “opera d’arte” più pagata di tutti i tempi, forse c’è qualcosa che non va in certa critica. O forse sono solo io che non riesco a vedere la genialità dello spruzzare colori a caso su una tela dal tubetto.

    2. (PS: sono sempre stato convinto che J Pollock debba gran parte della sua fama all’uso mirabile della sua tela esposta al MoMa – che effettivamente vista dal vivo fa una certa impressione! – fatto da Woody Allen in Io e Annie)

  6. il discorso sull’arte lo lascio a voi!
    Da profana, non saprei dire. Immagino che qualcuno ci avrà riflettuto e costruito una teoria, altrimenti certe performance, installazioni o altro non sarebbero nei musei.

    1. Stiamo andando un po’ OT, ma segnalo un interessante seguito al link precedente: un articolo in cui Baricco cerca di dare la sua spiegazione sul fatto che Pollock sia stimato dalle masse, mentre la gente continua a scappare dalle sale quando si suona Schoenberg.

      Io non sono molto d’accordo con questa spiegazione. Ho ascoltato (ed eseguito) vari concerti dove musica di ieri e di oggi (anche estrema!) erano accostate. Quando la musica di oggi era dignitosa e ben eseguita, la gente non scappava. Quando si eseguiva il brano ineseguibile del Castiglioni di turno, suonato malvolentieri da un’orchestra che lo suona senza capirlo (sempre che un senso ce l’abbia, non lo so) e solo per portare a casa lo stipendio, la voglia di scappare era tanta.

      Il Lux Aeterna di Ligeti in 2001 di Kubrick è stato apprezzato da molti, ci ricorda Ross. Eseguito in concerto, però, è una bella sfida per le orecchie. Se ben eseguito, da un supercoro dalla vocalità e dall’intonazione perfette in una cattedrale dall’acustica perfetta, l’esperienza è esaltante, garantisco. Ma se viene eseguito dal solito coro preparato alla bell’e meglio e con un acustica troppo secca o troppo generosa, il disgusto è assicurato. Cosa che forse accade anche con un mottetto di Palestrina, ma non allo stesso livello.

      Pollock non deve essere “performato”: si appende al muro e il gioco è fatto. D’accordo, il contesto fa molto e il Pollock accanto alla Gioconda rivelerebbe inesorabilmente tutta la sua intrinseca pochezza tecnica (qualcuno pensa forse che la tecnica sia inessenziale all’arte? compri i quandri della quattrenne del video, prego!). Ma appeso nel contesto appropriato può funzionare.

      Secondo me una delle spiegazioni di Ross è abbastanza convincente: la visita al MoMa si fa in fretta. In fondo è una passeggiata, si può vedere qualche bruttura (ne è stracolmo), ma si risolve spesso con una risata. E poi, un po’ come nella fenomenologia di Mike Bongiorno, ci fa sentire migliori, ci fa pensare che in fondo siamo un po’ artisti anche noi, perché di mettere un water su un piedistallo saremmo stati capaci tutti. Un concerto della Gubaidulina è un po’ diverso: soffrire per 45 minuti senza potersi muovere è impegnativo, è una tortura. E non fa tanto figo andare a raccontare di averlo ascoltato, non certo come dire di essere stati al Guggenheim di Bilbao. Una volta scottaticisi, difficilmente viene voglia di ripetere l’esperienza, e così ci si perdono le molte cose belle che l’arte contemporanea offre.

      E poi c’è il discorso sull’educazione musicale, praticamente nulla, ovunque ma soprattutto in Italia. E c’è il fast-food della musica pop, che anestetizza il gusto dei più. E la rarità delle occasioni, uccise dalla dissennata politica dei diritti d’autore. E c’è pure il folle strumentario chiesto spesso dai compositori: trovare un organo che permetta di suonare Messiaen in Italia è impresa disperata.

      Insomma, la campana per la musica colta contemporanea (e forse non solo contemporanea) suona a morto da un pezzo. Rianimare il cadavere richiederà miracoli.

  7. La mie idee in merito allo stato della musica sono un po’ diverse e già note: mai tanta abbondanza di tutto come oggi.

    Più di te sono dunque nelle condizioni di capire Alex Ross quando si chiede: come mai l’ uomo di media cultura e non solo sembra non accorgersene?

    Articolo ora il mio intervento in 3 punti:

    1. Ti dichiari d’ accordo con AR ma a me sembrate i tipici rappresentanti dei due fronti opposti.

    2. Pur condividendo le premesse, ho qualcosa da ridire sulle conclusioni di AR.

    3. Due parole, infine, su arte e tecnica.

    1. Alex Ross invidia il mondo dell’ arte, un mondo in cui  “chi vorrebbe dire male di Pollock” deve vergognarsi e si trattiene. Auspica che qualcosa di simile avvenga anche nella musica per “chi dice male di Cage”, per esempio. Come fare? 

    Non ha nemmeno finito di fare questa premessa e tu intervieni denunciando quanto l’ opera di Pollock, considerata attentamente, rilevi la sua intrinseca pochezza. Evidentemente siete molto distanti.

    Quando poi si passa all’ analisi del perché la musica contemporanea non susciti l’ interesse che solleva l’ arte, tu sposi una ragione (quella dell’ essere intrappolati in poltrona invece che passeggiare allegramente per il MOMA) che AR elenca tra le INSODDISFACENTI (e fa l’ esempio del cinema d’ avanguardia dove si moltiplicano i fan “intrappolati”!)

    Secondo lui, infatti, la ragione fondamentale è un’ altra: il pubblico della musica andrebbe motivato con un marketing adeguato come si fa nel campo delle arti visive. Pollock è un avventuriero romantico mentre Webern un grigio impiegato del pentagramma. Dipingiamo diversamente i nostri eroi!

    Un’ ultima citazione da Ross  scava tra voi due un fossato incolmabile:

    … quand’ ero giovane amavo il repertorio del XVIII e del XIX secolo e non quello del XX, classico o pop. Ma una volta compresa la forza della dissonanza, ho compiuto il percorso da Schoenberg a Messiaen a Xenakis, inseguendo la pista dei rumori fino alle sonorità post-punk dei Sonic Youth… moltio miei amici hanno fatto il percorso inverso…

    Da Mozart al post-punk dei SY via Messiaen? Parliamo dunque del rumorismo al calor bianco, della cacofonia più intransigente: distorsioni ed effetti larsen a go go. Penso tu debba cambiare alla svelta il “critico di riferimento”.

    AR ha “compreso” la forza della dissonanza e dei rumori. Puo’ godersi la musica del XX secolo.

    Nell’ articolo si chiede come “educare” chi continua a tenere le distanze considerando tutto cio’ “monnezza”.

    Per lui, come per me, il problema è la gente da educare e motivare, non  la “pseudo arte da smascherare”.

    2. Per quanto la mia impostazione di fondo sia la medesima di AR, la vedo un po’ diversamente da lui: per me la musica contemporanea è troppo sofisticata per le masse. Troppo “pensata” e specialistica per non risultare élitaria (è normale che sia così, nelle società avanzate la divisione del lavoro produce “specialismo”). La massa la respingerà sempre come fastidioso baccano, e se sarà vergognoso dirlo non lo dirà.  Un buon marketing puo’ avere effetti in apparenza, ma nella sostanza? In questo sono più pessimista di lui.

    3. La tecnica è essenziale per il circo e l’ artigianato, non per l’ arte.

    L’ arte dell’ ultimo secolo, d’ altronde, ce l’ ha detto chiaramente: Picasso disegnava “come un bambino” e i “concettuali” predicavano addirittura la “tecnica zero”. Thelonius Monk è forse il più grande pianista jazz, per quanto la sua tecnica fosse approssimativa a dir poco.   Cio’ non toglie che per produrre una “certa” arte possa servire una certa dose minima di tecnica. Ma il valore dell’ opera non dipende a priori dalla quantità di tecnica che richiede (e lo dice chi per un suo gusto propende verso un tipo di arte realizzata in modo virtuosistico).

    1. Mmmh. Non credo che le sale dei cinema o dei teatri d’avanguardia siano poi così piene. Credo che la situazione non sia molto diversa per tutte le “performing arts”. In questo la vedo diversamente da AR. Lui sta a NY, dove persino il Grand Macabre ha riempito il teatro, ed in effetti quella parte della sua analisi non la condivido. A NY, Londra, Parigi e Bruxelles (e in molte città tedesche, perché la Germania resta per me culturalmente avanti rispetto al resto del mondo) concerti, teatro, danza contemporanea attirano qualche folla. Sempre percentuali frazionarie degli abitanti delle megalopoli, ma comunque più che a Milano e che nelle cittadine anche di USA, Francia, Inghilterra e Germania.

      Gli stessi provincialotti che non andrebbero ad ascoltare Cage si mettono in fila per vedere Francis Bacon, questo diamolo per buono. Perché? Solo marketing? Non so, condivido la necessità di cercare spiegazioni, nessuna di quelle che ho letto mi pare totalmente convincente. Senz’altro escluderei la questione “educativa”: la preparazione media delle folle sull’arte figurativa è uguale a quella sulla musica. Cioè zero. Visitare il museo fa “figo”, secondo me, mentre ascoltare un concerto di musica colta fa “sfigato”. Perché?

      In realtà nella cattedrale di Colonia ho ascoltato un programma per organo e percussioni totalmente contemporaneo. Io ero seduto in terra, sotto una colonna, come decine di altre persone, perché la cattedrale era stracolma. Il pubblico era entusiasta. Parte del programma era addirittura seriale. Perché lì la musica di oggi fa audience e altrove no? Boh.

      Quanto al rumore ecc.: su questo la vediamo diversamente da sempre. Non pensare che io escluda la musica contemporanea. Cage mi repelle, tanto quanto la pop art di Andy Wahrol. Cioè, nel contesto adeguato ci stanno, ma – qui la vedo come Baricco – non possono essere accostati ai grandi artisti del passato. Picasso e Bacon sono un po’ diversi: la nostra artista quatrenne difficilmente riuscirebbe ad ottenere risultati parimenti convincenti. Stesso vale per Xenakis e persino per la Gubaidulina. Messiaen non parliamone: la sua tecnica compositiva è mostruosa, confonderlo con cacofonia e rumorismo rivela totale ignoranza di quel che si sta dicendo. I Sonic Youth non li conosco, poi me li vado a cercare su youtube.

      E anche sulla tecnica la vediamo diversamente. Secondo me la tua immagine dell’artista è un po’ naive. La padronanza tecnica è sempre stata associata alla grandezza dell’artista. Oggi forse più che mai, perché l’arte contemporanea richiede capacità virtuosistiche enormi. Guarda una partitura di Messiaen e poi mi dici. Ma parlo di arte, non di scarabocchi da quattrenne.

  8. 1. Il marketing è il prodromo dell’ educazione: fai entrare tanto pesce nella rete, anche se le maglie sono larghe, qualcosa resterà, poi si comincia ad educare chi è rimasto impigliato.

    2. Dei SY in rete trovi per lo più le canzonette. AR si riferiva al versante rumoristico di t. moore, per esempio qui.

    3. Possiamo sbagliare entrambi nel giudicare la visione dell’ artista ma chi rischia di sbagliare per ingenuità sei tu, hai un immagine decisamente vecchia maniera. Scusa, ma a volte ricordi mia mamma che si aggira per villa Panza. Le istallazioni di Duchamp o i tagli di Fontana o i sacchi di Burri, o le stampe di Wharol, o le figure puerili di klee quanta tecnica richiedono? Praticamente zero, conta l’ idea. La realizzazione spesso è appaltata.

    E non parliamo di “strani provocatori” ma di artisti su cui la storia ha già dato il suo verdetto.

    Per carità, uno puo’ anche dire umilmente “non arrivo a capirli”, sono parole rispettabili perchè certa arte ha una carica intellettuale mai vista in passato e per apprezzarla bisogna praticamente conoscere l’ intera storia dell’ arte.

    Un bel “non capisco” vale molto di più che una ingenua lotta contro l’ evidenza ormai accettata universalmente.

    4. Esempio di marketing dell’ arte moderna:

    rodnik-band-wearable-art </P

    1. Ma il mio problema non è che non li capisco! Li capisco, e non è che poi ci voglia più di tanto. Ed in certi contesti mi piacciono pure (ho un Fontana appeso in soggiorno!). Certe cose però, pur capendole, non mi piacciono. E forse, più le capisco e meno mi piacciono.

  9. Chiudo evidenziando un punto dell’ analisi di Ross a cui forse non abbiamo dato il giusto peso:

    C’ è una nozione che va decisamente respinta: quella che vede nella musica classica una fonte sicura di bellezza consolatoria – qualcosa come uno spa treatment, un trattamento rigenerante per anime stanche…

    Questo è ancora più vero oggi che l’ arte punta molto su elementi di disturbo. Di fronte ad una realizzazione dei SOL 6 o di Basquiat gran parte del lavoro tocca a te più che all’ artista.

    Voler godere, oggi più di ieri, significa essere disposti a far fatica per cogliere una ricompensa che arriva solo alla fine.

    Oggi più di ieri l’ arte assomiglia alla religione: fatica (martirio) in cambio di “senso”.

    1. Infatti è proprio da respingere quella nozione, che è un po’ da pubblico del concerto di capodanno. Chi ha ascoltato l’esecuzione integrale delle Goldberg sa cosa sia la fatica e sa cosa sia la ricompensa. Se per fatica si intende però darsi delle martellate su…gli zigomi, allora parlerei più propriamente di masochismo.
      Ribadisco che non sono certo uno arroccato sulla musica classica. Da tempo ascolto molta più musica dell’ultimo secolo rispetto a quanto ascolti la musica più antica (ma, come AR, sono partito con una solida base di quella!). La religione, come tutte le cose belle, richiede costante ricerca e fatica. Il martirio però è un punto estremo richiesto per fortuna a pochi. E di solito questi pochi non vanno cercandoselo. Salvo i fanatici alquaeidisti.

  10. leggevo un articolo uscito su “Slate” nel 2007, sul caso di Marla Olmestead, molto simile a quello di Aleita. qui
    A un certo punto, a proposito di bambini, elefanti e scimpanzé che dipingono come Pollock, la giornalista scrive:
    When people look at abstract paintings and say, “My kid could do that,” they’re right—up to a point. Given the right materials and a little bit of coaching, any kid—or elephant or chimpanzee—can produce something that looks like art, or at least something that looks like Abstract Expressionism. In the 1950s, artists like de Kooning and Pollock proposed a radically new way of thinking about painting: as the direct trace of the artist’s physical engagement with the materials. Harold Rosenberg, the critic who first coined the term “action painting,” put it like this: “At a certain moment the canvas began to appear to one American painter after another as an arena in which to act—rather than as a space in which to reproduce, re-design, analyze, or ‘express’ an object, actual or imagined. What was to go on the canvas was not a picture but an event.” The Ab-Exers were great formal innovators, but even more important than Pollock’s drips or de Kooning’s arabesques was their revolutionary insight that a painting can represent nothing other than the process of its own creation.
    Now, more than half a century later, we’re still reeling from this revelation. Hence the continuing fascination with cases like Marla’s. For those who believe that painting must be about something more than just color and gesture—like craft or technical skill or mimetic representation—abstract paintings by children and animals provide the ultimate refutation, proof that modern art is indeed a hoax. But such skeptics profoundly miss the point of the art they’re trying to debunk. Yes, anyone can pick up a brush and slather paint on canvas in a drippy style that evokes Jackson Pollock. But it took an artist like Pollock to step back from his own work, which at the time looked unlike anything that had come before, and say, with bold conviction: “This is it. This is what modern painting looks like.” In other words, Pollock taught us how to see art in a new way.

  11. Sottoscrivo.
    E in particolare sottoscrivo questo:

    anyone can pick up a brush and slather paint on canvas in a drippy style that evokes Jackson Pollock. But it took an artist like Pollock to step back from his own work, which at the time looked unlike anything that had come before, and say, with bold conviction: “This is it. This is what modern painting looks like.” In other words, Pollock taught us how to see art in a new way….

    Dove dobbiamo dunque concludere che stia l’ arte?

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