paradiso, inferno e purgatorio

Appena conclusa la lettura di Stirpe, un romanzo di Marcello Fois del 2009.

Confesso di essere abbastanza refrattario agli autori nostrani, in particolare a quelli che devono rimarcarci la loro provenienza. 

Con Stirpe devo ricredermi. Certo, il romanzo parla di Sardegna, meglio, di una famiglia sarda. Ma la genesi è dubbia, cercherà di ricostruirla fra leggende e araldica Luigi Ippolito. I capostipiti certi sono 2 trovatelli, Mercede e Michele Angelo che si sposano e prolificano.  La famiglia cresce economicamente e di numero. In parallelo cresce la città che abitano, Nuoro,  tra la fine dell’ottocento e gli anni del fascismo.

Nonostante Mercede e Michele Angelo seguano la regola non scritta di mantenere un basso profilo, o meglio,  di mantenersi sulla linea di galleggiamento per non creare invidia (foriera di disgrazie) e nemmeno, all’opposto, compassione, vengono investiti dalla malasorte. Malasorte è un semplicismo perchè in realtà la vita, o l’Eterno, dà molto, ma poi ti chiede il conto e non devi fermarti a piangerti addosso, devi riprenderti. Mercede non va nemmeno al funerale dei due figli gemelli, Pietro e Paolo, fatti a pezzi da un barbone del posto.

Altri due figli nascono già morti, ma alla fine dell’ottocento questo è più che normale (li ha aiutati la croce, come usavasi dire dalle mie parti).

 Mentre Luigi Ippolito cresce, e promette il salto di qualità della famiglia. E’ uno al quale piace studiare, va a Sassari in collegio. La scelta, di testa propria, lo porta poi  volontario al fronte e, dopo la disfatta di Caporetto, in manicomio. Non ha retto agli ordini disumani dei suoi comandanti.  Il suo ritorno è in una bara sigillata. Nasconde i segni della corda che si è legata al collo.

Gavino, tentenna, vorrebbe andare anche lui al fronte. Ma si trattiene, ha un altro carattere, un comportamento non chiaro, tra frequentazioni sediziose e nessuna intenzione di accasarsi. Paga il prezzo della sua omosessualtità e delle sue scelte politiche con un pestaggio fascista che quasi lo ammazza e, dopo il quale, decide di trasferirsi all’estero. Finisce annegato nel naufragio della nave che dall’Inghilterra all’Australia deve deportare  la sospetta quinta colonna di italiani e tedeschi durante la II guerra mondiale.

E Marianna? La sua sembra una scelta di comodo, una non scelta.  Sposa il rampollo di una famiglia in declino che ha bisogno dei soldi del fabbro arricchito  Michele Angelo Chironi. Diventa una signora,  moglie di un gerarca minore, si trasferisce a Cagliari. Ma la tragedia è in agguato anche per lei. Muoiono il marito e la figlioletta in seguito a un agguato di briganti. Anche il marito paga per le sue scelte, nonostante abbia appena rinfacciato a Marianna che la malasorte dei Chironi è dovuta al fatto che hanno voluto fare sempre di testa propria. 

Mercede sparisce. Michele Angelo rimane solo con Marianna. Ma la vita, o l’Eterno, dà e toglie, e ancora dà……………….

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5 pensieri riguardo “paradiso, inferno e purgatorio”

  1. Fois, Murgia, Niffoi… a quanto pare la narrativa sarda vive un momento d’ oro. In verità, quanto sia d’ “oro” io non posso dirlo, visto che dei succitati non ho letto nessuno. Sono rimasto alla Deledda di canne al vento. E quindi mi limito a constatare come da quelle parti la passione per la saga famigliare si rinverdisca. Sarà l’ ineludibile richiamo dell’ arcaismo e della tradizione che spinge a guardarsi indietro e a guardare la famiglia.

    La “passione per la saga famigliare” è poi quasi sempre “passione per il tracollo a cui conduce l’ avventura umana”. Senz’ altro mi sfuggono, ma ora non ricordo storie letterarie di famiglie in ragionevole progresso attraverso le generazioni e magari con un bell’ acme nell’ “oggi”.

  2. Della Murgia ho letto solo Il mondo deve sapere. Di Niffoi nulla, ergo non so dire, anzi, l’amico (maniaco di civiltà nuragica e Sardegna in genere) che mi ha consigliato Fois, mi ha parlato dei romanzi di Niffoi come di opere dove i termini dialettali si sprecano, per cui fatico a iniziarne qualcuno.

    In realtà non ho parlato esplicitamente del finale di Stirpe per evitare di togliere la sorpresa a chi ha voglia di leggerlo. Cmq è un finale di speranza: l’ipogeo è ormai raggiunto e interviene una persona che ridona speranza ai Chironi.
    Famiglia-arcaismo: ci sono elementi esterni, di novità, lontane dalla realtà periferica della Sardegna (la guerra, il fascismo, le ideologie, cause contingenti di alcune delle disgrazie), che ne minano il legame, ma poi intervengono uno degli elementi più negativi della civiltà arcaico pastorale (un tentativo di sequestro finito male) e una promessa di sangue a ricomporre quel che rimane dei Chironi.

  3. 1. Pubblicando per case dal respiro nazionale ho l’ impressione che gli inserti dialettali di Niffoi siano facilmente addomesticabili, un po’ come quelli di Camilleri. Io non mi scoraggerei.

    2. Sai che non so se corra buon sangue tra queste “stelle sarde” della narrativa? Mi sembra di aver orecchiato di piccole battaglie striscianti.

    3. In effetti neanche in “canne” la speranza è bandita. Purché si tocchi il fondo. Lì addirittura il sentimento è tanto vivo che “il fondo” lo si cerca volontariamente senza che vi si sia costretti da circostanze esterne. Direi che una dinamica del genere (morte – discesa agli inferi – resurrezione) è molto cattolica.

    4. Previa avvertenza (nei miei commenti sempre sottointesa), direi che se il finale ti stimola osservazioni degne di nota, sarebbe assurdo non parlarne esplicitamente. In fondo un buon libro non sarà mai rovinato dal finale disvelato, altrimenti avrebbe pericolose somiglianze con la barzelletta.

  4. Per il punto 3 confermo. In fondo il titolo del post non me lo sono inventato per caso, ma rappresentano in successione le parti nelle quali è suddiviso il libro. L’inferno è di gran lunga quello con più pagine.

    Per l’1 non saprei, ma pare che Niffoi sia più ostico di Camilleri. I libri del siculo scorrono facilmente.

    No, in defiitiva ho quasi svelato il finale, ed è molto verosimile, anzi, direi quasi normale.

  5. Pur non avendolo mai letto, ho spesso ascoltato Niffoi.

    Ne ho tratto l’ impressione che amasse presentarsi come cultore dell’ autenticità, del sentimento schietto e spiattellato traumaticamente senza intermediazione.

    Quando si sceglie un simile ruolo per poi interpretarlo in TV (ma anche alla radio), l’ effetto è un po’ disturbante: hai presente il Corona che va dalla Bignardi senza farsi la doccia?

    Insomma, in questi casi vince sempre la TV: la moneta cattiva scaccia la buona (se mai fosse buona).

    Ma per tritarti, in questi casi, non è nemmeno necessario scomodare la TV con tutte le sue luci della ribalta. La tua credibilità dà la sensazione di capitolare anche solo se vai ad un festival, anche alla radio, anche alla trasmissione più paludata di radio tre.

    A Niffoi resta comunque il certificato di garanzia Adelphi. Anche se, francamente, non so se vale come negli anni 80, quando per me questa casa editrice era un punto di riferimento.

    Ah… ai miei tempi…

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