Pensando all’ Africa davanti al nastro bagagli

V.S. Naipaul – La maschera della Africa – Adelphi

Già Conrad e Céline hanno raccontato il fastidioso tiepidume che emana dall’ incubatrice in cui s’ infila il viaggiatore europeo una volta doppiate le Canarie.

Costui non ci mette molto a capire che comincia una vita con l’ handicap in un mondo suscettibile da un momento all’ altro di dissoluzione irrazionale.

Naipaul segue le orme dei maestri esibendo una straordinaria abilità nell’ avvolgere l’ intero continente africano in una pellicola di sudiciume e apatia che non lascia traspirare alcunché rendendo tutto sudaticcio. 

Si termina la lettura del suo libro con il fiato corto e una gran voglia di colonialismo.

La speranza è al lumicino, per scamparla si anela un posto alla Nestlé.

 

David T. Cho

La città africana?

Non smette mai di estendersi.

Prima il verde scuro della foresta primordiale. Poi il verde tenero dii una terra stanca che ha dato frutto più volte.

Poi ancora una tangenzialina che ti fa ballare scuotendoti fin dentro le ossa mentre getti continue occhiate ai relitti di autocarri stracarichi abbandonati ai bordi della strada.

Infine un dilagare incontrastato di baracche, lamiere ondulate e spazzatura in decomposizione; il resto è polvere, crudeltà, privazioni.

L’ arrivo notturno è contrassegnato dai pochi deboli neon che tengono in vita il quartiere. Al mattino ti imbatti invece nei donnoni africani che passano e ripassano lo straccio con estrema lentezza sempre nello stesso punto stando nella loro tipica postura piegata alla vita a gambe dritte: sono più interessate ad origliare i discorsi intorno che ad altro.

Unica libagione: l’ acqua piovana. Prospera la capra e chiunque viva di niente fino al giorno del macello.

Una maledizione demografica ha colpito il paese: sembra che solo i tarati si riproducano in modo forsennato.

In questi termitai il traffico è immobile: un’ esperienza stremante. Le strade, una volta usciti dall’ arteria principale, hanno un tracciato incerto tra cumuli d’ immondizia.  Sui motorini si viaggia in due, in tre… cosa probabilmente vietata in epoca coloniale. In caso di sosta lungo un fossato maleodorante, la ricerca di penombra per degustare il vino di banana sarà fatica sprecata: il terreno sgombro facilita l’ avvistamento dei serpenti.

Il commercio è disseminato ovunque, ma sempre appesantito dalle trattative, irrisorio e incentrato sulla paccottiglia. Nelle botteguzze la pomata per il cancro al seno affianca quelle per la sifilide e la gonorrea. Frotte di bambini disertano la scuola e vengono spediti in strada per combinare piccoli traffici, sebbene facciano tutto controvoglia. Per lo più passano la giornata in ozio: sono i figli di un qualche boom (petrolio?) tenuti in vita giusto dalle nuove norme igienico-sanitarie. Sono bambini privi di risposte perché i genitori, ovvero coloro che normalmente danno le risposte, sono loro stessi in sofferenza.

Le case hanno la facciata piena di cartelli umilianti: “chi abita qui non paga l’ affitto”, “casa sottoposta a sequestro per inadempienza”.

Ma i mali non derivano tanto dalla cattiveria, quanto dal rincoglionimento pervasivo. Ad ogni angolo, un crocchio di gente in ciabatte se ne sta abbonacciato sotto la pioggia manco si trattasse di gnu nella savana. Girando per il calderone t’ imbatti di continuo in una folla brulicante dedita ora allo schiamazzo, ora alla cantilena. Una folla orfana da tempo di un capo branco calmo ed assertivo.

In ambito politico sono governati da belve.

In ambito culturale predominano i salotti in cui si blaterara unicamente di identità africana. Sono neri come la notte e si credono arabi. Vorrebbero costruire una loro epica ma come si fa? Qui tutto è un debole fango, tutto è fradicia terra rossa in perenne disfacimento. Questo paese sembra un palinsesto che si estingue ad ogni stagione delle piogge. La maledizione di una civiltà priva di scrittura la senti nell’ aria. Scrittura? Ma se non conoscevano neanche la ruota! Quel senso di frustrazione, quel senso d’ inferiorità, quella vergogna per le loro stesse capanne di paglia che provarono fin da subito dopo l’ arrivo degli inglesi, tutto puo’ essere nascosto solo da piccole rabbie effimere.

Il primitivismo lo subodori già al nastro bagagli dell’ aeroporto di Lagos. Cos’ è quello sgargiante assembramento nel punto esatto in cui i bagagli fuoriescono? Non sarebbe più logico distribuirsi lungo il nastro anziché dar vita a tumulti immotivati; ma il nigeriano non intende ragioni. Forse l’ apparizione della valigia risveglia un senso miracolistico e si è indotti a stiparsi per presidiare la magica soglia.

Poi, fuori dall’ aeroporto, quel che era disagio si trasforma in vero e proprio straniamento. I quartieri si confondono, con quei nomi dalle vocali così intercambiabili.

Le fogne traboccano ogni momento e i rivenditori di cibi cotti si limitano ad arretrare le loro bancarelle dal bordo della strada. La puzza e i profumi, il freddo e il caldo si avvinghiano in un nauseabondo miscuglio. Benvenuti in Africa!

Ogni tanto sul pattume sozzo spunta un gattino incredibilmente pieno di grazia. Un miraggio.

Girerai per strada con i tuoi vestiti bianchi divenuti grigiastri dopo il primo bucato con l’ acqua indigena. Mangerai molti cibi sulla cui origine è meglio non indagare. Se non lo farai, perché sei venuto fin quaggiù? Entrerai in un bar con il ventilatore arrugginito. Dopo aver dato qualche mancia il locale comincerà a pullulare di straccioni in cerca della questua. Ti tornerà in mente la cabina della nave di Una notte all’ opera dei fratelli Marx, che si riempie di gente in modo inverosimile.

Tutto è corrotto, a partire dalle guide.

Ti chiedono cifre spropositate con grande tranquillità. Si accontentano poi di un decimo. In loro compagnia ti sembra di sentire scattare un tassametro taroccato. Come imbonitori ti annunciano con enfasi: “questo sito culturale è di estrema importanza”. E così dicendo esauriscono le loro riserve di lingua inglese. Ma quanto ti fanno girare prima di confessare che non sanno la strada! Sanno però cosa vuole il turista dal Cicerone, cosicché puntano molto sull’ effetto pruriginoso: come è stato castrato Tizio e come è stato essicato Caio.

Il prezzo contrattato cambia invariabilmente al momento della dazione; ma non di poco! Del resto nel discuterlo, non procedono per piccoli incrementi, ma raddoppiano di brutto! Le valute, poi, fluttuano e un prezzo fissato in euro si trasforma magicamente in sterline (mai il contrario). Se poi nella contrattazioni esponi le tue ragioni, abbandonano la modalità interattiva per fare lunghi discorsi zeppi di informazioni apparentemente slegate e buttate lì al solo scopo di estenuarti con la complicità del caldo. Ad ogni modo, qualsiasi sia la cifra convenuta, è abbastanza chiaro che le contrattazioni non sono mai chiuse del tutto. Mostrarsi indifferenti al denaro puo’ essere fatale.

Ogni percorso in loro compagnia diventa labirintico, ogni gesto quotidiano si trasforma in impresa. Stai su una barca in cui qualcuno rema contro, lo senti. L’ ostruzionismo è palpabile.

Si rivolgono a te in una lingua raffinata e criptica. Puntualmente viene ventilata l’ idea che una mancia sarebbe opportuna per sbloccare la situazione e fare un passo in avanti. Ma alla meta mancano centinaia di passi.

Per uscire dai garbugli e tornare in albergo non resta che affidarsi alla fortuna degli sprovveduti. C’ è un dio anche per questo.

foss

Una volta arrivato qui ti senti vicino alle scaturigini della vita, ritorni all’ inizio di tutto, nel pozzo senza fondo delle superstizioni. Ti accosti ad una religiosità dalla natura inafferrabile.

L’ africano è sempre pronto a buttarsi prono in terra quando passa l’ indovino del quartiere, e il  consigliere d’ amministrazione in abito scuro della Lever laureato in Inghilterra non fa eccezione.

I luoghi religiosi, non servono tanto alla meditazione, quanto piuttosto alla richiesta di benefici. E il personale religioso si adegua.

L’ indovino da cui vieni condotto usa lo scacciamosche con perizia: nell’ ascoltarti segnala gradimento, comprensione e riesce persino a farti capire con delicatezza che ti stai dilungando un po’ troppo. Ora che tocca a lui parla drammatizzando in modo parossistico gli eventi che ti riguardano: hai estremo bisogno del suo intervento. Le tue disgrazie eccitano i presenti compiaciuti (in africa esiste sempre una corte che non lascia mai solo il turista). Poi, sebbene tu non l’ abbia contraddetto, ripete nuovamente da capo i pericoli che ti insidiano e le raccomandazioni. Se sminuisci facendo il fatuo non troverai collaborazione di sorta in nessuno. Parole che se ascoltate a freddo non ti avrebbero mai colpito, ora ti scuotono. Capisci come sia assolutamente necessario che un mito poggi su altri miti. Dal muro, intanto, occhieggia rassicurante l’ iscrizione all’ albo professionale. Vorresti ragionare ad alta voce per non cadere in confusione, ma non puoi appartarti. Insomma, entri da loro con un problema e ne esci con dieci. Un po’ tipo i nostri dentisti quando vai per l’ igiene orale.

I templi si susseguono, e se vuoi visitarli devi entrare scalzo rassegnandoti ai funghi che contrarrai. Ma cosa sei venuto fin qui a fare altrimenti? Molto meglio che le febbri tifoidi e il colera. Stai calmo, cio’ che vedrai in questi attimi frettolosi ti resterà nell’ animo e diventerà sempre più magico con il passare degli anni. Intanto offri il tuo uovo (che si mangerà il pitone nel giro di un giorno).

Laggiù la modernità è la circoncisione con la Gillette anziché con la scheggia di canna.

Laggiù la modernità equivale al cristianesimo, e la religione costituisce l’ unica attività intellettuale.

Ma anche il cristianesimo cede a forme degradate.

Per sbarazzarsi degli spiriti, la chiesa deve riconoscerne l’ esistenza e fare esorcismi. Il che aumenta la confusione.

Le chiese hanno nomi altisonanti che si sforzano di non essere ripetitivi (Mountain of Fire, The Redeemed Church of God, Christ Apostle Church…). Le funzioni durano quattro ore allo scopo, sembra, di utilizzare quantità industriali d’ incenso. L’ incenso procura un gran divertimento ed è il piatto forte della messa! L’ uso dell’ incenso attira fedeli sempre nuovi, anche se l’ uso del latino ne fa scappare almeno altrettanti.

Ma la scelta della religione dipende da fattori trasversali. Esempio, se in famiglia c’ è un parente addetto ai sacrifici rituali, la carne in tavola è garantita e la scelta di fede è obbligata.

 

Per donne e animali è una vita di legnate.

Capisci subito come mai non si vedono circolare cani e gatti: costituiscono l’ oggetto privilegiato del teppismo infantile. Hanno appena torturato e deriso una ridicola cagnetta magra con le mammelle gonfie.

Gli africani non amano gli animali, pochi sfuggono alla loro noncurante crudeltà. Solo nei parchi sono al riparo dai tormenti.

Molto gradite sono le risse fra scimpanzé, che vengono sobillate in ogni modo, magari fornendo loro una colazione imprevista. In questi casi i primati fanno un baccano pazzesco e menano colpi potenti che risuonano a distanza, tutto si trasforma in un grottesco squittio, la gioia indistinguibile dal dolore. Ma gli stessi scimpanzé costituiscono un piatto prelibato: “carne di boscaglia”, la chiamano gli indigeni, i quali, a dargli un fucile e a lasciarli fare, si divorerebbero tutta la fauna del continente.

Il cavallo scartato per il polo viene messo in libertà e comincia a nutrirsi come puo’, perlopiù dell’ onnipresente immondizia. Diventa sempre più scheletrico finché un giorno noti un gruppo di scimpanzé che gli rovista nella pancia. Impietosita, la moglie di un diplomatico cominciò a sparare in testa a questi esemplari. Oggi, fortunatamente, esiste una ONLUS che si dedica a tempo pieno a sparare in testa ai cavalli abbandonati. La storia si ripete per i levrieri inadatti alla corsa, ma queste povere bestie sono tanto gracili che spesso bastano le fiondate dei monelli per liberarsene.

Per bastonare le donne, invece, esiste una divinità mandinga apposita: Mumbo Jumbo.

L’ africano è (era) poligamo e tra le mogli, come si sa, si scatenano spesso risse. Al che il marito, via skype o via cellulare, chiede l’ intervento di Mumbo Jumbo (di solito un amico di famiglia disposto a travestirsi). Quando la maschera arriva in casa, individua le responsabili o prende un paio di mogli a caso, le porta ancora piagnucolanti sulla piazza, le denuda e le riempie di sganassoni e pedate tra l’ ilarità e lo scherno della folla radunata a godersi il diversivo. L’ ambulanza chiude la festa mentre l’ amico incassa lo cheque.

fossssss

Naipaul riserva uno sprezzo sincero solo alle brutture di oggi. La brutalità del passato sembra avere un rango differente, viene narrata piuttosto con rispettosa meraviglia. Viene ridotta ad elaborata ritualità di corte. Un crudo tassello di civiltà compiute.

Nonostante l’ ammirazione, evita con cura di propinarci una versione romantica dei culti tradizionali, sa bene che in passato la gente veniva uccisa come selvaggina, sa bene come molti monumenti non siano altro che piramidi di teschi e ossa, sa bene come l’ estasi della guerra fosse tra le più ricercate, sa bene come la stregoneria si regga su un reverente terrore e sull’ arbitrio. Sa bene come, diversamente dai mussulmani e dai cristiani, quella cultura non conosca il perdono.

Anzi, l’ arbitrio è l’ autentico veleno che ammorba la società tribale. Viene detto chiaro e tondo. L’ incertezza che procura blocca ogni istinto costruttivo. Quante storie giungono puntualmente ad una svolta che suona all’ incirca così: “… e poi perdemmo tutto perché la tribù della nostra famiglia fu accusata di aver fatto uso di incantesimi contro il dignitario della tribù rivale…”. La gente è convinta che la malaria, una delle maggiori cause di morte, sia da imputare alla stregoneria. Per loro non è uno scherzo: come possono ridere di cio’ che temono?

Tutto vero. Ma era pur sempre una cultura! E la rottura di quei freni culturali ha dispensato solo caos e anarchia. Con le nuove religioni il popolo diventa insubordinato e la democrazia, poi, non ha fatto che completare l’ opera aumentando lo smarrimento.

Naipaul è un anziano conservatore dall’ animo sospettoso e a volte persino meschino.

Ma tutto cio’ che c’ entra? E’ forse il più grande scrittore vivente, anche per questo la lettura del suo libro sull’ Africa regala un piacere unico.

Come certe strade in leggera discesa ti fanno sembrare un grande ciclista, una prosa che scorre su un impercettibile declivio ti fa sembrare un lettore di razza: non ne hai mai abbastanza, divori interi volumi senza sforzo e non temi le distanze. In un certo senso questo post, così infarcito di accenni a situazioni estreme, non rende giustizia di un testo che è invece morbido, sinuoso, con tante storie che si incastonano l’ una nell’ altra senza traumi. Che distanza dalle brillanti trovatine estemporanee con cui noi blogger tentiamo di attrarre l’ attenzione! Parlo di una virtù che è propria solo dei grandi narratori-maratoneti: Tolstoj, Flaubert

Di fronte al talento adamantino, il conservatorismo passa decisamente in secondo piano. Direi di più, di fronte a tanta felicità espressiva, come non sospettare che l’ ideologia non sia al servizio della bellezza?

E’ proprio vero, chi non riesce a godersi l’ arte, cerca di consolarsi polemizzando con essa. E allora, ecco che all’ incontro clou del festival di Mantova, la solita intervistatrice sempre in cerca del colpaccio, davanti ad uno scrigno di tesori che chiedeva solo di essere scoperto, ha privilegiato la polemicuzza (come si sarà capito da quanto ho riportato, gli spunti non mancano) facendo scattare l’ irascibilità prima e il mutismo dopo.

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Dentro l’ Africa, c’ è un’ Africa che si chiama Etiopia. Per riabilitare quel misto di antiquato e moderno di cui diffida tanto Naipaul, mi raccomando proprio all’ Etiopia e alla meravigliosa sintesi della musica di Mulatu Astake riveduta e corretta dagli Heliocentrics.

http://www.goear.com/files/externalpl.swf?file=94e83fc

Mulatu Astake and the Heliocentics – Inspiration information

 

 

 

 

 

 

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22 pensieri su “Pensando all’ Africa davanti al nastro bagagli”

  1. bello il tuo racconto del libro.
    Mio fratello – etnologo – ha lavorato tanti anni in Africa, soprattutto Ghana e Sudan. Raccontava molti di queste storie disperate.

    Sulla polemicuzza, forse non è tanto “uzza”, però. Trovo poi insopportabile chi reagisce con un “Con te non ci parlo”, “Al tuo tavolo non mi siedo”, quando gli viene chiesto di rispondere nel merito ad obiezioni pertinenti. Zero spaccato. La moglie poi: “Ha dato la vita per l’arte…” E con questo? Come se chi fa arte godesse di una speciale impunità umana e professionale. See, addio.

    Scrivi libri, la gente te li compra e ti consente di fare una vita onorevole, immagino, facendo quello che ti piace. Scrivi un libro molto bello e spietatamente realistico, in cui (immagino, da quello che leggo nel tuo post) smonti una certa immagine buonista e oleografica (e di sinistra) dell’Africa e dell’africano. Come minimo, mi aspetto che tu risponda con altrettanto impegno, rispetto e interesse a chi obietta. Se no, sei un ipocrita. (Come dice bene quel critico, di Michael Moore)

    Però, di questo autore non so nulla. magari ha avuto una vita e esperienze drammatiche che non conosco. Riparerò andando a leggere di lui e qualcosa di suo.

  2. mamma mia, non si sa proprio cosa salvare, umanamente, di quest’uomo, a giudicare dalle biografie. Per il resto: casta braminica (il top), università di Oxford, mogli e amanti a gogo, no, non sembra abbia avuto una vita particolarmente difficile.
    Ammazza che simpatia. (Niente da dire sullo scrittore, devo ancora leggerlo)
    Ascolterò l’intervista a Fahenheit.
    (ah, tra le sue uscite: le donne scrittrici sono inferiori.. Qui ci voleva Flann! Un bel match, che mi sarei goduta volentieri)

  3. (oddio, però ho letto qualcosa anche della giornalista che ha fatto la polemicuzza. Ha scritto, tra l’altro, un libro sulle povere donne italiane vittime del maschilismo. Insomma, qui non è facile prendere partito.)

  4. Diana, il mio resoconto richiedeva una precisazione che ho aggiunto postuma nel testo. La riporto qui per essere preciso:

    Ma tutto cio’ che c’ entra? E’ forse il più grande scrittore vivente, anche per questo la lettura del suo libro sull’ Africa regala un piacere unico.

    Come certe strade in leggera discesa ti fanno sembrare un grande ciclista, una prosa che scorre su un impercettibile declivi ti fa sembrare un lettore di razza: non ne hai mai abbastanza, divori interi volumi senza sforzo e non temi le distanze. In un certo senso questo post, così infarcito di accenni a situazioni estreme, non rende giustizia di un testo che è invece morbido, sinuoso, con tante storie che si incastonano l’ una nell’ altra senza traumi. Che distanza dalle brillanti trovatine estemporanee con cui noi blogger tentiamo di attrarre l’ attenzione! Parlo di una virtù che è propria solo dei grandi narratori-maratoneti: Tolstoj, Flaubert

    Di fronte al talento adamantino, il conservatorismo passa decisamente in secondo piano. Direi di più, di fronte a tanta felicità espressiva, come non sospettare che l’ ideologia non sia al servizio della bellezza?

    Volevo dire che la narrazione di Naipaul non è morbosa come potrebbe apparire dal post (che invece lo è). Sebbene io mi limiti, eccetto pochi casi, a riprendere e concentrare alcuni suoi racconti.

    Secondo me lo scrittore non gode di “impunità” particolari se non quelle di cui puo’ godere il letterato quando gli chiedi di risolvere sui due piedi un’ equazione di secondo grado. Sbaglia? Ok, ma, nulla di grave visto che il suo talento è altrove. Non lo boccio in attesa di interrogarlo nella sua materia.

    Detto questo, riservo la mia condanna a due tipi umani: 1. gli scrittori che si anelano a passare il loro tempo a risolvere maldestramente in pubblico le equazioni e 2. chi si diverte a presentare equazioni da risolvere maldestramente allo scrittore.

    Esempi. 1: dario fo (passa il tempo a parlare di politica); 2: caterina soffici (insiste per passare il tempo con naipaul a parlare di politica).

    Io ad un fine letterato non chiederei mai di intrattenermi parlandomi della situazione politica e sociale di un paese (anche se molti non aspettano altro di ricevere questo input). Se poi mi risponde scortesemente lo bollo come persona scortese e tiro dritto senza insistere facendo finta di niente visto che i veri tesori che puo’ elargire non stanno certo lì. ma è una mia concezione della letteratura. Per molti, al contrario, leggere un’ opera letteraria aiuta a capire la realtà e a governarla, così come leggere  naipaul significa capire l’ Africa ed avere in mano molti elementi utili per un buon governo.

    Naipaul parla diffusamente del Gahna e di Accra (ultima sezione). Nel mio riporto, però, mi riferisco soprattutto a uganda e nigeria. Poco male, per cio’ che interessa naipaul (religiosità, superstizione, inadeguata sintesi tra moderno e tradizionale) l’ africa è sorprendentemente sempre simile a se stessa, ovunque si vada.

  5. sì, hai ragione anche tu.
    come sai, faccio fatica a pensare in termini di “quello che io chiedo a uno scrittore”, nel momento in cui me lo ritrovo davanti. In quel momento, uno che si alza e se ne va in quel modo per me è un pallone gonfiato isterico (e probabilmente non molto sicuro del fatto suo, come abbiamo notato in altri casi).

    Quando parlo di impunità umana, mi riferisco ad atteggiamenti che esulano dal ramo letterario ed entrano in quello più generale. E quando parlo di impunità professionale mi riferisco ad atteggiamenti che riguardano la parte pratica – non letteraria – del mestiere di scrittore.

    A proposito, ho finito Safran Foer, stupendomi di me stessa (record di numero di pagine di romanzo letto). Il personaggio meno riuscito: la nonna. Avrei, invece, voluto saperne di più della mamma di oskar, che però mi è piaciuta.

  6. Bello questo post, Ric.
    Mi fa venire in mente il Kapucisnski letto l’estate scorsa. Le cronache del modo di vivere in certe cittadelle africane sono molto simili.
    Ho letto un po’ di commenti sull’Amazon americana su un altro lavoro del Naipaul. qui. Sembra che chi è stato in India da turista ci si riconosca molto, mentre gli indiani veri nemmeno un po’. Non vorrei che le cronache del terzo mondo visto con gli occhi di Naipaul siano un po’ come le cronache dell’Italia lette su certi tabloid british. Comunque, non avessi il comodino sovraccarico a rischio sfondamento, dopo questa recensione “La maschera” sarebbe già nel mio shopping cart dell’amazzonia.

    Diana, ho visto che la Soffici (giornalista se ho capito bene del Fatto quotidiano, e già per questo sarei prevenuto) racconta di essersi trasferita a vivere a Londra proprio a causa del maschilismo in Italia…

  7. Sì, ho letto anch’io che scrive sul Fatto. Ah, si è trasferita a causa del maschilismo?
    Ho letto il tuo link. Mi colpisce sempre che quando qualcuno chiede di chi è la colpa del maschilismo italiano – le due alternative sono sempre: delle donne che non sanno farsi rispettare o degli uomini che prevaricano?
    L’ipotesi che – ammesso che il maschilismo esista nei termini in cui lo pensa e ne scrive la Soffici – possa esistere perché le donne italiane continuano a crescere così i loro figli, non è neppure contemplata. Se la donna sbaglia è sempre per paura, per sofferenza, per oppressione, e via dicendo. Non contribuisce mai al problema, ne è solo vittima.

    La tv è piena di ragazze, signore e vecchie smutandate, seminude e rifatte? A miliardi?
    Sì, ma loro e le loro madri nonc’entrano.

    1. Forse ho messo insieme il libro che ha scritto ed il tenore generale dell’intervista. Lei esattamente dice “Vivevo a Milano – spiega- e ho deciso di lasciare l’Italia per dare una chance in più ai miei figli. Qui studiano in inglese e spero che questo, assieme alla mentalità più aperta di una metropoli internazionale, sia una cosa positiva per loro”. Non esattamente per il maschilismo, quindi. Ho visto la sua pagina fb e se la prende con la campagna della festa PD con la tizia con la gonna alzata (in effetti quelli del PD sono proprio dei fenomeni…).

      Dato che l’intervista si chiude con un “Mai vista una donna inglese stirare una camicia per il marito” direi che anche lei non esime le donne italiane dalle colpe del maschilismo nostrano. La assolverei dunque da questa colpa.

      1. sì, ma se stira la camicia non è perché gli va (lo sceglie) o le conviene (ci guadagna qualcosa, indirettamente) – è perché “non sa farsi rispettare”. Cioè la situazione di base è che l’uomo non la rispetta. Chi non sa tenergli testa e non si ribella, soccombe.
        .
        Questa cosa non la registro, guardandomi intorno. Non vedo mariti, oggi, che possano imporre a una moglie di stirargli le camicie. Chi le stira quindi lo sceglie. Non lo ritengo necessariamente un male, solo una libera scelta. Dipende dagli accordi presi, dai costi-benefici (rendersi indispensabili ha i suoi vantaggi) e via dicendo, ad libitum.
        Caterina Soffici non la conoscevo, prima di leggere il tuo link. Sì, lei non attribuisce comunque la sua partenza al maschilismo. Anche perché il maschilismo gli ha fatto vendere un bel po’ di copie del libro e probabilmente ha anche pagato in parte il suo trasferimento inglese..

  8. Ma come si fa a non adorare gli utenti di Amazon?
    Dopo aver letto tre recensioni che si soffermano sulla ‘sciattezza” della prosa di Naipul in un libro che sembra più una “prima stesura”, scritta in fretta e furia su commissione, e che non è all’altezza della sua reputazione, ho trovato questa gustosa recensione:

    Had VS Naipaul not existed, would the international cartel of racists of the world had to invent him? Hmmh, interesting question on which intelligent people of goodwill might well agree to disagree.

    The perceptive American critic, Greil Marcus, had a timeless, one sentence review of a Naipaul novel set in Africa, “Once you get past the smugness, you have to deal with the superficiality.” “Masque” exemplifies that perfectly if we add one additional adjective, “cynical,” to the mix. It also is peevish, ignorant, arrogant, petulant and with a tone of ill disguised petty racial not to say cultural hostility that is embarrassing to read. If Naipaul were less bitter and vindictive a racist, or had he any literary standards worthy of the name, or if he were simply a halfway decent human being, he would be ashamed of this ill-conceived, poorly written, transparently racist offering. That this charlatan is a Nobel laureate is, alas, testament not only to the occasional bad judgement of the Nobel selection committee but to the deplorable state of contemporary literary culture in the West.

    For prideful, self-important Nobel jurors, Naipaul’s latest written for profit racial hustle, a work without the slightest redeeming literary, social, intellectual or moral value visible to the naked eye, has to be an enduring, richly earned embarrassment. In other circumstances, for example, were it not so transparently offensive it would be laughable or merely sad. Sad because both in method and result it exposes the mediocrity of the Naipaullian mind and strategy upon which his literary career was constructed. In classic Naipaul mode it jets into randomly selected African countries, visits some equally randomly selected shrines, (lingering vestiges of the traditional cultures displaced by European colonialism), halfheartedly interviews a few available locals and records a number of remarkably pedestrian observations, combines these with some dull, non insightful and ill-informed impressions and pronounces the result a book on African beliefs?

    A more pointless and intellectually deficient literary enterprise would be hard to imagine. The writer has not bothered to educate himself in anyway on the rich, complex, and challenging human contours of traditional African cultures. So that what we are treated to is a desultory, aimless, tourist eye view-not a particularly observant or reflective tourist at that-of the African human landscape. Consequently, the conversations and observations which emerge, bereft of context or intelligent analysis, are shallow, banal, and given Naipaul’s track record, utterly predictable. He is as usual, content to recycle colonial cultural biases for the titillation of the ignorant and the bigoted. Give credit where it is due. He has been exceedingly successful at this, and in fact is perhaps the most successful literary fraud of our time. Evidence, the herd mentality of reviewers struggling manfully to unearth nuggets of profundity and literary value from this latest mud-pile of trivia. Having convinced themselves despite the evidence before their eyes, that there simply must be wisdom of nobel proportions cleverly hidden somewhere in this literary wasteland they jes’ keeps on a’digging and a’sifting. Gennulmens, trust yore eyes and instincts. It is what it is. Whut you sees is whut you gits. Naipaul has always been a moderately competent albeit very cunning craftsman of distressingly limited intelligence. The simple truth is, this book contributes absolutely nothing useful to the discourse on contemporary Africa and has less than nothing to teach us about traditional African cultures.

    This book reveals less about Africa and its many cultures than it does about Naipaul’s general disrespect not simply for black people, but for his readership. Anyone purchasing this book is merely confirming him in his cynicism and contempt for the reading public’s intelligence and gullibility. Since the real story in this book is not Africa, but the arid and pitiable state of the Naipaulian soul and character, anyone with such an interest would be better off picking up Naipaul’s former friend and one time acolyte Paul Theroux’s “In Sir Vidia’s Shadow.” Everything and more that you ever needed or wanted to know about V.S. Naipaul…

    Since quite obviously Sir Vidia lacks the literary intelligence, sensitivity, good taste or professional judgement to be embarrassed, then certainly everyone else involved–his editors if there were any, and his publishers– should be thoroughly embarrassed for a book which somehow manages be to, at the same time, both offensive and boring. A book which, to borrow two of the favorite adjectives Mr Naipaul usually reserves for people he writes about, is both “inferior” and “third rate.” A hell of a feat, even for the redoubtable Sir Vidia!

    This is my first and most probably last Amazon reader review, but I thought it my duty to inform you.

    You have been duly warned and my conscience is clear

    With every good wish, most respectfully,

    Ekwueme, known as The Moor,
    Humble Scrivener of Pelham

  9. sì, ho visto l’assurda campagna del PD, mamma mia , ma saranno dei masochisti? Però, il polverone che hanno alzato le associazioni femministe mi è sembrato da ridere. Eddiomio, ormai tutto offende le donne, pure l’uovo al tegamino.

    Adesso fatemi interdire se riintervengo. Ho ancora 5 pagine da fare per stasera.
    ciao

  10. La recensione del lettore mi sembra sviante proprio nel senso che cercavo di segnalare.

    Si sminuisce il valore sociale e morale dell’ opera.

    Ma essendo un’ opera letteraria non è tenuta a puntare su valori sociali e morali.

    Non deve fare prediche o sermoni pc, deve solo farsi leggere con piacere.

    Poi lo so, molti lettori non riescono ad apprezzare un’ opera che non le condividono sotto il profilo morale o sociale. Peggio per loro, si orbano del meglio.

    Si dice che il libro è scritto guardando con superficialità alla realtà africana.

    Sapete come la penso, non ho mai creduto che chi va in Africa possa dirci qualcosa della realtà africana. Semmai possiamo trarre beneficio ascoltando chi la studiata.

    Chi ha fatto un viaggio, però, ha vissuto un’ esperienza umana intensa da cui trarre ispirazione. Se è un artista trarrà ispirazione per la sua opera. E questo è quello che fa Naipaul. Essendo un opera letteraria non è tenuta a dare un resoconto realistico ed esaudiente. Deve solo essere bella.

    In realtà il lettore dice che non ha nemmeno valore letterario. Qui sono in disaccordo, ma vedendo come accoda alla chetichella questo giudizio al resto, penso che lo dica sull’ onda dell’ odio che ha maturato venendo a contatto con il lato extra-letterario dell’ opera.

    Il lettore attacca la persona di Naipaul nel tentativo di sminuire il suo libro. Ma, dopo quanto detto, come potrebbe riuscirci? Il valore della persona e quello dell’ opera non sono così ingenuamente legati. Gli esempi non mancano. Naipaul è un ciarlatano, un ipocrita, un razzista? Dal punto di vista artistico la cosa puo’ addirittura giovare!

    Non riesco a dare un peso al commento del giamaicano, mi sembra di leggere quanto scrive una persona offesa. Ha diritto di dire la sua, ma seguendolo usciamo dal solco.

  11. ma in tre su otto dicono che è brutta, l’opera! senza tirare in ballo il valore morale. Ce n’è uno che fa un’analisi molto accurata della sua prosa.

    Immagino che un ‘moro’ possa reagire a una prosa che trasuda tanto disprezzo e superficialità (documentati). E’ importante anche il suo, di punto di vista.

    Io non mi orbo di niente, ma mi piace sapere con chi ho a che fare. Anch’io devo leggerlo, a questo punto.

  12. Mi limito a commentare cio’ che hai riportato (di solito, lo confesso, non mi soffermo molto sui commentari semi anonimi).

    Ti faccio un esempio.

    La scena al nastro bagagli potrebbe essere resa con grande maestria: pochi tocchi ben assestati dalla resa superba. Due o tre pennellate in grado di mettere a fuoco un bozzetto compiuto nella sua semplicità.

    Però potrebbe descrivere una scena che deve troppo alle impressioni soggettive dell’ autore. Una scena offensiva per gli africani ritratti e nemmeno rappresentativa da un punto di vista fattuale.

    Ebbene, le lacune che ho segnalato, pur non intaccando il valore artistico dell’ opera, impediscono a molti di coglierlo costringendoli a non distinguere.

    E’ difficile distinguere per chi è in qualche modo coinvolto, anche se solo dal punto di vista ideologico. Ammettiamo che ad essere presi di mira fossero i cattolici? Come mio comporterei? Forse non riuscirei a distinguere.

    Come se non bastasse, poi, in questo caso le cose sono ancora più complesse: Il reazionario Naipaul, descrive in modo fiammeggiante tratti umani che lui ammira ma che una mentalità progressista ritiene invece offensivi se riferiti a certi popoli.

  13. capisco, non resta che leggere.
    i commenti su amazon sono quasi sempre firmati con nome e cognome, comunque.

  14. Ok (per anonimi intendo i nomiecognomi con credenziali minime se non assenti).

    Ultima annotazione: in questo caso credo di essere riuscito a “distinguere”, sebbene dal punto di vista ideologico, per quanto riguarda la possibilità di una sintesi, sia più vicino a Mulatu che a Naipaul.

    Non a caso mi sono sentito in dovere di linkare un caso di sintesi superba ad opera degli heliocentrics. Ok, gli helio non sono il “cattolicesimo”, ma un po’ mi brucia vederli ritratti alla stregua del “capo” nelle fotografie di Samuel Fosso con cui il post è illustrato.

    1. Ric, se è per questo noi siamo più anonimi di loro (nome e cognome non ce li mettiamo). E quali credenziali vantiamo?

      I commenti citati da Diana destano qualche sospetto sul nostro. Quelli linkati da me sul libro indiano, guarda caso, erano negativi quando i commentatori erano indiani veri.

      Io credo che reagirei male leggendo attacchi superficiali e poco documentati al cattolicesimo. So che certe forme di cattolicesimo sono invece bersagli possibili e, quando l’attacco fosse circostanziato, serio e rispettoso, non me ne avrei male.

      Il Kap mostrava grande amore e rispetto per l’Africa. E rassegnazione. Dubito che un africano possa sentirsi offeso leggendo le sue pagine.

      La “licenza poetica” dell’artista non è licenza di offesa. E non ha nemmeno molto senso l’idea che se voglio conoscere l’Africa devo leggermi studi teorici e non documenti di viaggio. L’Africa è inconoscibile e, gli onesti studiosi che l’hanno attraversata in lungo e in largo (vedi Kap) sono i primi a dirtelo. Io che un po’ ne ho vista (poca) posso confermarlo. E posso dire che quel poco che ne conosco lo devo all’esserci stato, più che a tutto quello che ne ho letto e studiato.

      Ultima nota: il premio Nobel purtroppo non è il migliore dei lasciapassare… Su questo sai come la penso.

      1. davide, sottoscrivo.
        Ieri sera, infatti, ho fatto un giro sui siti e i giornali indiani – “Outlook India” e altri. E’ stato istruttivo. Soprattutto leggere i commenti dei lettori.

        Anche Conrad – leggendo il suo stupendo Cuore di tenebra – lasciava perplessi a volte, su Africa e africani. Ma era un’altra cosa.
        Sir Vida, come lo chiama il moro di Pelham. è un’altra cosa.
        Nessuna donna scrittrice gli potrà mai essere sua pari, dice. Oh, well.

  15. forse questo commento di un lettore africano può essere un buon compromesso:
    Read his fiction (Bend in the River). His non-fiction just pisses me off. He is so unbelievabley patronizing and negative. Keep your blood pressure down and don’t read it.

    Io però credo che, incuriosita dal post di ric, lo leggerò. Darò il mio piccolo contributo a far fare una vita agiata a questo artista, e pallone gonfiato.

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