Condannati alla difesa?

Credere nella religione tradizionale africana equivaleva a giocare sempre in difesa. Non c’ era una dottrina a cui appellarsi; c’ era soltanto il sentimento del valore dei costumi antichi, della sacralità della terra natale. Assomigliava, in dimensioni ridotte, al conflitto in atto tra cristianesimo e paganesimo nel quarto e quinto secolo, all’ epoca della conversione del mondo classico. Il paganesimo non poteva diventare una Causa. In favore dei vecchi dèi e dei loro templi si poteva al massimo dire che esistevano da sempre e che avevano reso un buon servizio all’ umanità. Il cristianesimo, per contro, poggiava su un fondamento filosofico e poteva essere spiegato. La religione tradizionale africana non aveva dogmi; si esprimeva nelle sue pratiche e in cose come i cento amuleti che gli stregoni offrirono a Meutsa I prima della battaglia navale con i Wavuma.

V.S. Naipaul

All’ epoca in cui la squadra del cristianesimo mieteva trofei ovunque, era trascinata all’ attacco da un centravanti di peso – la ragione.

La ragione affiancava al sentimento una solida dottrina. La ragione collegava la Causa con l’ Effetto, la ragione procurava uno stabile fondamento filosofico.

Con questa punta di diamante tutto era possibile e il cristianesimo conquistò la coppa del mondo. Le sue coorti atteggiate a testuggine sfondavano le linee nemiche facendo volare per aria le bancarelle zeppe di amuleti.

La strategia – ora… da qualche secolo – è quella di svendere il nostro bomber rassegnandoci al catenaccio.

Certo, è una testa calda, a volte crea problemi nello spogliatoio, ma una volta venduto perderemo per sempre l’ occasione di disciplinarlo.

[… se ci mutiliamo della ragione come potremo denunciarne gli abusi?…]

Non trovate che sia esagerato confinare il ragionamento sulla fede ad esperienza adolescenziale che evapora una volta che al liceo s’ incontrano Marx, Freud e Nietzsche?

Si finisce per sedimentare istinti che posti davanti ad una pretesa “conoscenza” fanno scattare il deleterio riflesso di bollarla a prescindere come strumento di potere e causa di superbia.

Su questa via l’ intelligenza si degradata passando da dinamico trapezio in grado di proiettarci nelle  braccia di un altrettanto dinamico catcher a trampolino rabberciato che ci slancia all’ insù verso il nulla quando va bene, all’ ingiù verso il lastrico di una piscina prosciugata quando va male.

Leggendo il libro di Valter Binaghi e Giulio Mozzi10 buoni motivi per essere cattolici, mi sembra però di cogliere un certo fervore per il cambio di strategia.

I due blogger cattolici puntano molto sulla bellezza del racconto evangelico.

L’ atto di fede sembra essere innanzitutto l’ adesione a narrazioni meravigliose ed appaganti. Il cattolicesimo come bella immaginazione.

C’ è la favola triste della cacciata dall’ Eden e c’ è la favola terribile del diluvio universale. Poi ce ne sono molte altre di fattura altrettanto pregevole. Rapiti da questo fascino, sorvoliamo con naturalezza sulle incongruenze.

Ok, mi viene da dire, ma mentre nelle favole accadono tante cose prodigiose che c’ incantano, cosa succede nella realtà?

Rinunciando al nostro centravanti diventa difficile giocare partite del genere.

Non per questo, secondo gli autori, la voglia di dirsi cattolici scema; al contrario, monta perché… la storia della creazione è avvincente e aspettare la fine del mondo mantiene alta la tensione umana.

Perché la vicenda di Gesù è un’ appassionante storia d’ amore con un unico comandamento: ama!

Dubbio (mio): siamo sicuri però che l’ amore mondano sia svincolato dal fare il bene? E che il fare il bene nel mondo implichi anche una riflessione operativa e un calcolo? E’ da escludersi che l’ intenzione lastricherà mai alcuna via diretta all’ inferno?

[chi se lo ricorda?: L’ enigma di San Francesco. Cristianesimo, Povertà e Teologia della Liberazione. … se il link non funziona, citofonare diana]

L’ apologetico duo prosegue con la delicata faccenda dell’ incarnazione.

L’ attacco è quanto mai appropriato: Gesù non è un supereroe.

 

Nel suo tran tran sboccia cio’ che ha di meraviglioso la banalità dell’ umano.

Puo’ farlo grazie alla normalità di Gesù, grazie alla vita appartata condotta fino alla soglia estrema del “gran finale”, grazie al Gesù figlio di un piccolo imprenditore che impara un mestiere sul bancone del falegname pestandosi le dita con il martello. Un bravo ragazzo che sbaglia, soffre, inciampa, si rialza… e sempre in compagnia.

Peccato che, chiamati al passo successivo, ovvero a riconoscere il banale umano che tutti i giorni affonda i suoi gomiti nei nostri fianchi, anziché simpatizzare e intenerirsi per le mille manchevolezze che lo affliggono, si preferisce esorcizzarlo dipingendo lo sprezzante quadretto di una piccola borghesia dietro la cui maschera si occultano mille meschinità riprovevoli.

Altra riserva mi permetto di porla sul sospetto gettato di continuo verso ogni forma di umana organizzazione esteriore di chi vive la fede (nel mirino è la Chiesa istituzionale).

Operazione che stride con l’ omaggio alla carne.

Cosa significa organizzarsi se non far campare la carne? Non è un caso se persino il corpo puo’ essere sommariamente descritto come un’ organizzazione naturale.

Una volta accettata l’ incarnazione e l’ uomo-dio, la forma non puo’ più essere del tutto bandita nel discorso sulla fede. Ostinarsi a farlo segnala un’ ostia mal trangugiata.

Passiamo alla Grazia.

Nell’ atto di fede la Grazia gioca un ruolo decisivo, ok. La cosa è ben sottolineata.

Ma insistere nello svilire l’ azione dell’ intelligenza e della psicologia in queste faccende, deprezza quanto di umano c’ è in quell’ atto. Per evitare un simile rischio si potrebbe far notare come tutti i giorni ognuno di noi, indipendentemente dalle sue affiliazioni, compia atti di fede formalmente simili a quello cattolico senza che intervenga alcuna grazia. Basta il senso comune!

In altri termini, qualsiasi uomo ha dimestichezza con l’ atto di fede, qualsiasi uomo esperisce ogni giorno il naturale legame che quell’ atto intrattiene con la ragione. Questo Signor Qualsiasi potrebbe essere disorientato se ci impuntiamo su un desertificante monopolio da conferire alla Grazia.

Chiudo.

Narrazioni, immaginario, favole, bellezza…

E il vero, che fine ha fatto? Così come il reale, sembra defilarsi un po’ troppo in questo resoconto.

Il nostro centravanti non c’ è più, e forse questo incide sulla reticenza.

Come si lega la bellezza al vero?  A quanto pare non grazie alla naturalezza visto che “il pensiero naturale non ci serve a nulla”. Una pratica cruciale resta dunque in buona parte inevasa.

Possiamo davvero lasciare tutto slegato e puntare una posta tanto elevata sull’ appagamento estetico?

Mmmmmmmmmm.

Ho paura che chiudendosi in difesa prima o poi un gol lo becchiamo.

love link

Come al solito l’ entusiasmo con cui si obietta prende la mano, e alla fine il quadretto fornito è orribilmente deforme.

Non ci sono, infatti, solo perplessità. Tutt’ altro.

Dapprima fatemi notare come i coautori ci tengano a distinguere i loro testi. Chissà, forse la scelta non dipende solo dall’ irriducibile differenza stilistica (leggiadro quello di Mozzi, puntuale quello di Binaghi).

Sta di fatto che in alcune pagine più che in altre, non posso negarlo, agiscono potenti anticorpi in grado di opporsi virilmente alle derive paventate. Basti pensare a quando si parla del cristianesimo come mito compatibile con teologia e scienza, o quando si depreca l’ inane sociologismo che riconduce il male alla cattiveria, o alla brillante e interamente condivisibile tirata contro Mancuso e il Modernismo.

Dici poco!

 

 

 

 

 

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9 pensieri riguardo “Condannati alla difesa?”

  1. (Leggerò meglio il post – impegnativo – questa sera. Di Valter Binaghi leggo ogni tanto il blog. Ci sono arrivata da Lipperatura. Ha scritto un libro su Johnny Cash! )

  2. Anche per me non si tratta di sconosciuti, e l’ acquisto del prodotto dopo un casuale incontro sui banchi di una libreria cattolica si deve anche a questo.

    Risalendo ad un passato remoto devo aver letto qualcosa dal blog di Mozzi, mentre limitandomi al passato più prossimo ricordo la presenza di Binaghi nel periodo in cui ero più assiduo su Lipperatura.

  3. se ho capito bene leggendo i suoi interventi sul suo blog, Binaghi non va nella direzione dei “teologi liberisti” di cui sei un tifoso tu, però…

  4. In questo caso non è tanto in ballo la dottrina sociale, quanto l’ interpretazione dell’ atto di fede.

    Io sono più disponibile ad implicare la “ragione”, anche in queste faccende.

    Dall’ altra parte si enfatizza l’ amore.

    Ti faccio un esempio a cavallo tra dottrina sociale e forma mentis del credente: l’ immigrazione.

    Ad un certo punto del libro l’ autore si chiede come puo’ un cattolico respingere l’ immigrato. Se l’ amore “comes first” in effetti è un problema.

    Ma se la ragione ci dicesse che l’ immigrazione fa male innanzitutto agli immigrati? Il cattolico dovrebbe smettere di ragionare?

    Si puo’ essere inclini a favorire l’ immigrazione (è il mio caso) perché si è da sempre rivelato il modo più efficace per aiutare. Ovvero, ci si pone il problema, si risponde e si agisce di conseguenza.

    Ma se l’ amore è tutto, questo cessa persino di essere un problema: si badi a far dono di sé evitando le speculazioni.

    Prima parlavo del modo più efficace.

    Ecco, è proprio il concetto di efficacia ad essere giudicato estraneo alla fede. L’ efficacia riguarda questo mondo ma il regno del Signore non è di questo mondo.

    ***

    Scusa l’ esempio un po’ triviale che tra l’ altro rischia di sviare. Ma era per dire come io sia propenso sempre a vedere un intreccio forte tra ragione e fede, altri, evidentemente, riescono a tener separate le cose riuscendo ad isolare una fede incontaminata, puro dono della Grazia.

  5. sì, questo mi era chiaro anche da una lettura frettolosa del tuo post. Il fuoco è su altro.
    Dovrò leggere il libro. Senti, facciamo così, lo leggo al posto di quello dell’odiato (da me) sir Vida, ok?
    (Ho segnalato a Binaghi il tuo itnervento, magari può interessargli)

  6. Non posso dare tutti i torti alla Murgia: a parte il titolo, nel libro si ha la sensazione che il cattolico cerchi un po’ troppo di nascondersi.

    [… e visto come la Murgia stessa se la prende con il titolo, nessuno fatica a capire perché…]

    I due procedono spediti e d assertivi, ma quando s’ imbattono nella Chiesa/istituzione cominciano come a camminare sulle uova. S’ intimidiscono quasi che la chiarezza possa essere offensiva, come se lasciare aperte tutte le porte per la ritirata fosse una strategia.

    Dopo certe frasi sulle “gerarchie” si ha come la sensazione di sentire il gallo cantare.

    E’ proprio il fastidio che mi stuzzicava quando ho detto:

    Altra riserva mi permetto di porla sul sospetto gettato di continuo verso ogni forma di umana organizzazione esteriore di chi vive la fede (nel mirino è la Chiesa istituzionale).

    Operazione che stride con l’ omaggio alla carne.

    Cosa significa organizzarsi se non far campare la carne? Non è un caso se persino il corpo puo’ essere sommariamente descritto come un’a gerarchia naturale.

    Una volta accettata l’ incarnazione e l’ uomo-dio, la forma non puo’ più essere del tutto bandita nel discorso sulla fede. Ostinarsi a farlo segnala un’ ostia mal trangugiata.

    Non si chiedono prosternazioni.

    Ma nemmeno puo’ bastare l’ amore per dissolvere la forza di gravità dell’ obbedienza. E parlo di gravità proprio perché di un gravame inestinguibile si tratta.

    Quando dico che “è l’ organizzazione che fa campare la carne”, lo penso veramente. Se bastasse la fusione amorosa cesserebbe l’ incarnazione e comincerebbe la new age, se bastasse davvero forse cesseremmo di essere cattolici.

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