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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Povera “povertà”

Un concetto tanto bistrattato che non si sa bene più cosa indichi.
 
Cerchiamo allora di riordinare le idee.

Povertà reale. E’ la povertà, quella “vera”. Quella a cui sembra così poco interessato chi si occupa solo di allargare il “campo semantico”. Quella che ci parla di chi non accede a beni che consideriamo essenziali (cibo, vestiti, riparo, riscaldamento…). Qui si entra in case dove si cucina la suola delle scarpe. Bene, la parte seria del discorso è già finita, ora possiamo scatenare la fantasia.

 

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Povertà assoluta di consumo nominale. Ci casca dentro chi puo’ dedicare ai consumi una somma inferiore ad un limite fissato convenzionalmente, anche se magari quel “povero” vive in una società dove con una somma del genere è possibile soddisfare tutte le esigenze fondamentali e non solo. Mi rendo conto che degli esempi potrebbero essere utili e allora faccio entrare in scena due attori ben noti: Tizio e Caio. Dunque, poniamo che Tizio possa stanziare per l’ acquisto di un orologio 5.000 euro, mentre il povero Caio solo 25. Gli orologi che acquisteranno saranno profondamente diversi, eppure in talune società entrambi soddisferanno brillantemente l’ esigenza primaria di conoscere l’ ora esatta in qualsiasi momento. Perchè? Ma perchè nell’ abbondanza di talune società sono disponibili orologi ben funzionanti anche a 25 euro. Il differenziale indica uno status.

Povertà assoluta di reddito. Valgono i ragionamenti precedenti, salvo sostituire il concetto di “consumo” con quello di “reddito”. Il che, come è evidente, ci allontana ancora un passettino dal corretto significato di “povertà”. Chi ha un reddito basso ma, per qualsiasi motivo, ha accesso a molti beni, non puo’ dirsi “povero” nel vero senso della parola (ovvero il primo).

Povertà relativa nei redditi. In questo caso è povero chi detiene redditi inferiori ad 1:3 del reddito mediano della popolazione osservata. Nota Bene: un ricco puo’ farsi chiamare “povero” mentre un povero puo’ essere considerato “ricco”. Basta che abitino in condomini opportunamente scelti. Ovvero: parole, parole, parole… La “relativizzazione” impazza nelle “statistiche democratiche”, e come potrebbe essere altrimenti?

A rischio di povertà. Se volete guadagnare la scena è importante a questo punto fare attenzione e seguire una ricetta gustosa: prendete la quota di popolazione “relativamente povera”, aggiungete X al fine di ottenere un’ aliquota che possa impressionare la platea della conferenza stampa da convocare al più presto. Se qualcuno avrà l’ ardire di chiedere lumi su quell’ X arbitrario, non preoccupatevi, direte che se anche non si riferisce a poveri si riferisce pur sempre a famiglie “a rischio povertà”. Il metodo funziona e porta dritti dritti sulle prime pagine dei giornali (chiedere alla Caritas).

Povertà percepita. Lo sapevate che per qualcuno basta considerarsi poveri per diventarlo automaticamente nelle loro statistiche? Come se non bastasse, i “furboni” in genere s’ informano in questo modo: “si ritiene soddisfatto del suo reddito”. Al “no” scatta automatico l’ incasellamento tra i morti di fame.

***
La fantasia non ha limiti ma io sì. E’ tempo allora di question time: come mai un concetto come quello di “povertà” è sottoposto ad uno stupro linguistico che infierisce tanto?

Ipotesi 1: chi di mestiere “allevia” la povertà, ha bisogno che ce ne sia sempre in abbondanza ed è stimolato a “lavorare” sulle parole per dare questa impressione.

Ipotesi 2: l’ invidia non gode di buona stampa, meglio allora per gli invidiosi presentarsi come “poveri” se vogliono raccattare qualche privilegio.

Ipotesi 3: tutti i barbuti di casa nostra, non gli ayatollah ma i nostalgici del bell’ egalitarismo d’ antan, con un piccolo inganno lessicale possono continuare indisturbati le loro romantiche lotte di livellamento (verso il basso).

 
Ipotesi 4: di fronte a fenomeni di povertà diffusa la politica si sente autorizzata ad intervenire, un linguaggio creativo aiuta a procacciarsi lavoro prezioso.

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