Cronisti declamanti

Filippo La Porta – Meno letteratura, per favore! – Bollati Boringhieri

Filippo La Porta alza anche in nostra vece un lamento sacrosanto.

Capita spesso anche a lui: quando legge un giornale, anziché essere messo al corrente della dinamica dei fatti, s’ imbatte puntualmente in giornalisti con l’ ambizione di “raccontare una storia”.

Tutti si immaginano letterati in erba e smaniano per “raccontare una storia”.

Redarguiti rispondono che in caso contrario il messaggio “non passa”, “non buca”.

Eppure, quando votiamo un amministratore cittadino vorremmo tanto sapere se migliorerà l’ illuminazione della nostra via, non desideriamo essere affascinati dalle sue “narrazioni” o essere sbigottiti da metafore particolarmente creative.

Nulla da fare, ormai preda delle muse ecco il nostro Caudillo di provincia circondato da microfoni che si accinge a declamare il suo programma elettorale.

L’ anelito artistico si annida ovunque e dubbi capolavori ci vengono sbattuti in faccia ogni volta che giriamo un angolo o una pagina.

Andy Alcala link

In questo senso la “letteratura” si è presa una beffarda rivincita: impazza sul web, alimenta la chiacchiera e non c’ è disciplina che sia esente da una patina letteraria di dubbio valore.

La conclusione è d’ obbligo:

… vorrei sommessamente chiedere ai miei connazionali: meno letteratura, per favore!…

Lo capisco e sottoscrivo.

Per anni la stampa sportiva, che compulsavo avidamente al bar, è sembrata una tribuna per poeti macilenti alla ricerca estenuata del phatos. In questo senso un mirabile logoteta come Gianni Brera ha fatto parecchi danni.

Volendo fare nomi e cognomi dei maggiori responsabili avanzerei quello di Gianni Mura, senz’ altro un buon rappresentante dell’ insulsa deriva.

Rappresentante ma anche teorizzatore, perché il tutto non avveniva certo in sordina: si intendeva di proposito ricondurre l’ evento sportivo a racconto epico/moralistico.

Detto questo non dimentico che “la palla è rotonda” e che anche il più freddo razionalizzatore, quando riferisce della vicenda umana, si trasforma giocoforza in un raccontatore di fiabe.

Tutti siamo d’ accordo che Ariel Rubinstein sia un genietto dei nostri tempi? E allora lascio che sia lui a esprimere il concetto in modo adamantino:

As economic theorists, we organize our thoughts using what we call models.
The word “model” sounds more scientific than “fable” or “fairy tale” although I do not see much difference between them. The author of a fable draws a parallel to a situation in real life. He has some moral he wishes to impart to the reader. The fable is an imaginary situation that is somewhere between fantasy and reality. Any fable can be dismissed as being unrealistic or simplistic, but this is also the fable’s advantage. Being something between fantasy and reality, a fable is free of extraneous details and annoying diversions. In this unencumbered state, we can clearly discern what cannot always be seen in the real world. On our return to reality, we are in possession of some sound advice or a relevant argument that can be used in the real world. We do exactly the same thing in economic theory. A good model in economic theory, like a good fable, identifies a number of themes and elucidates them We perform thought exercises that are only loosely connected to reality and that have been stripped of most of their real-life characteristics. However, in a good model, as in a good fable, something significant remains.

Like us, the teller of fables confronts the dilemma of absurd conclusions,
because the logic of his story may also lead to absurd conclusions.

Like us, the teller of fables confronts the dilemma of response to evidence. He wants to maintain a connection between his fable and what he observes; there is a fine line between an amusing fantasy and a fable with a message.

Like us, the teller of fables is frustrated by the dilemma of fableless regularity when he realizes that sometimes his fables are not needed to obtain insightful observations.

Like us, the teller of fables confronts the dilemma of relevance. He wants to influence the world, but knows that his fable is only a theoretical argument.

As in the case of fables, absurd conclusions reveal contexts in which the model produces unreasonable results, but this may not necessarily make the model uninteresting.
As in the case of fables, models in economic theory are derived from observations of the real world, but are not meant to be testable.
As in the case of fables, models have limited scope.
As in the case of a good fable, a good model can have an enormous influence on the real world, not by providing advice or by predicting the future, but rather by influencing culture.
Yes, I do think we are simply the tellers of fables, but is that not wonderful.

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