L’ eresia dell’ informe

A cosa dobbiamo il degrado della musica liturgica?

Martin Mosebach va molto indietro accusando l’ idealismo tedesco!:

… La filosofia, un vizio tedesco, ha introdotto nei cervelli, anche più modesti, l’idea di una differenza tra forma e contenuto. Secondo questa dottrina i contenuti e le forme possono essere separati gli uni dagli altri…

… Chi coglie e prende sul serio la forma, si espone al pericolo di perdersi ugualmente nella menzogna. Egli è l’esteta. Egli cerca la verità nei luoghi sbagliati, e cioè nella sfera dell’evidenza sensibile, e la cerca con strumenti proibiti, e cioè con i suoi sensi, con il suo gusto, la sua esperienza e la sua ragione. Da questa rivolta intellettuale contro l’evidenza delle cose, è nata la disposizione fondamentale del nostro tempo: una sfiducia di cui è ricolma l’intera opinione pubblica contro ogni tipo di bellezza e di perfezione…

arte delle ombre

Ma Aurelio Porfiri non ci sta e su Zenit fa notare:

… è proprio vero che qui la forma non viene riguardata come importante? Nella moda si guarda alla perfezione estetica talvolta a scapito della praticità dell’abito. In effetti c’è un eccesso di forma, piuttosto che il suo abbandono. E nei computer? La Apple ha fatto la sua fortuna proprio per l’eleganza del design e ha imposto uno stile che ha rilevanza mondiale…

E allora?

Allora ci sono almeno due problemi. Primo:

… talvolta la Chiesa cattolica rincorra mode che sono oramai passate, come già descritto da importanti intellettuali cattolici. L’idea che lo spontaneismo sia più efficace della professionalità, poteva avere un appeal in un periodo in cui si esaltava la liberazione dai legami con l’autorità. Ma oggi?…

… alla gran parte del clero non importa della qualità della musica liturgica nelle celebrazioni. Questo non perché sono cattivi, ma perché non sono più formati ad apprezzare la qualità. In passato c’era una intensa vita anche musicale nei seminari, oggi è quasi il deserto…

Secondo:

… poi c’è un fenomeno apparentemente contrario: quello del clericalismo che anche blocca un effettivo cambiamento. Se tutto viene sempre gestito dal clero e il clero in generale non ha più la formazione musicale…. le conseguenze sono facili da capire…

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3 pensieri riguardo “L’ eresia dell’ informe”

  1. I problemi sono tanti. Su di tutti spicca l’imbarbarimento dei tempi. Prima l’ignoranza era di molti, ma i pochi colti sapevano davvero. Ora le masse sanno un po’ di più, ma la cultura s’è appiattita. Quella musicale è ormai riservata a pochissimi e anch’essi sono contaminati dagli influssi del pattume musicale che ci sommerge da mattina a notte fonda. La qualità costa fatica e denaro, entrambi beni indisponibili anche nella Chiesa.
    Il degrado marcia insieme alla democrazia, che si porta dietro Celentano e il grande fratello. Questa marcia pare inarrestabile, ma la storia ha sempre visto momenti di crisi e di rinascita. Ora la crisi totale della musica dura da oltre 50 anni, che ai posteri lasceranno ben poco. Vedremo, spero, se l’arte in Chiesa e fuori riuscirà a riprendersi.

  2. La tua ipotesi sembra ragionevole ma io non ce la faccio ad aderire completamente.

    il motivo è uno: la qualità, in termini assoluti, è aumentata. Sia dal lato della produzione che da quello del consumo.

    O meglio, è aumentato tutto: appassionati, spazzatura… e anche qualità. Persino il Baricco che preconizza la venuta dei barbari, a denti stretti deve ammettere.

    Ma perché la Chiesa non attrae la qualità che pur sempre si produce? Innanzitutto molti hanno una fede fai da te (ateismo compreso) e non soffrono la lontananza dalla Chiesa.

    Penso poi che il messaggio della Chiesa sia oggi accolto per lo più per la sua valenza esistenziale: la mia fede mi fa bene, mi fa vivere meglio. Oppure per la sua valenza etica: la mia fede m’ impegna verso il prossimo, mi porta a fare del bene e trovo che cio’ sia cosa buona.

    Questo sentimentalismo si riflette in una musica immediata e istintiva.

    Il messaggio di verità è molto meno sentito, purtroppo.

    Il messaggio di verità implica un appassionato uso della ragione, almeno fin dove puo’ arrivare. L’ uso della ragione ci consente di familiarizzare con l’ astrazione e la musica è l’ arte che più delle altre esalta l’ astrazione.

    L’ arte musicale, secondo me, decade al decadere della fede come amore per il vero.

  3. Questo è un tema che riempirebbe libri, impossibile liquidarlo in un blog.

    Musica liturgica decente e persino buona se ne scrive ancho oggi. All’estero (Germania, Francia) e in Alto Adige esistono ancora oasi di eccellenza. C’è gente capace di apprezzarle, e lo stimolo tra chi propone e chi ascolta è reciproco. Qui da noi l’ignoranza musicale domina. Non dimenticare che il canto liturgico presuppone la partecipazione popolare, ma la gente in Italia non sa nemmeno vagamente cantare. Sono rimasto colpito, per dirne una, a Roma, nella parrocchia di Diana. Un giovane sacerdote nero ha provato ad intonare con gusto e precisione un semplice alleluia gregoriano. Le beghine dalla voce stridula e incolta sono subito intervenute ad appiattire il canto, a rendelo sgraziato ed informe.

    Ho postato dei video quest’estate, dove il confronto tra il canto in una parrocchietta altoatesina di un paesino di poche centinaia di abitanti era sobrio, gustoso, polifonico anche se semplice, mentre il canto nella cattedrale di Vieste, alla presenza del Vescovo, era di una bruttezza disarmante.

    C’è un problema generale di decadimento liturgico, che nasce da certi semi seminati male ed attecchiti peggio con il Concilio. I disposti concilari non sono del tutto male, ma la loro applicazione, nel terreno degli anni ’60 (ricordo che c’erano gruppi con chitarre e batterie nelle parrocchie, li ho sentiti anch’io quand’ero piccolo) è stata terrificate. Colpa anche di molto clero, impreparato musicalmente, che s’è preso l’incarico di creare il repertorio in italiano (prima era tutto in latino). Parlo di Parisi, Sequeri, Bonfitto, ed altro ciarpame del genere. Il celebrante un tempo era parte dell’assemblea, guida, ma non protagonista. Era girato verso l’altare. Ora è il protagonista, dietro l’altare, su cui convergono gli sguardi degli astanti. E’ diventato un attore, senza umiltà, che deve colpire e impressionare, accattivarsi gli astanti, e lo si vede nelle omelie e in tutti i piccoli spazi in cui esce dal canone per improvvisare testi e commenti.

    Il fondo di tutti i problemi è il populismo “democratico” che anima certe scelte. La liturgia ben fatta appariva distante (oltre a chiedere una preparazione sempre più carente). La vicinanza al popolo chiedeva “partecipazione”, parola madre di tutti gli scempi. Ascoltare musica ben fatta non era ritenuta partecipazione sufficiente. E far cantare alla gente canti dignitosi era ritenuto troppo impegnativo. Si è pensato che il popolo avrebbe preferito cantare roba dolciastra su testi improbabili (pensa solo a Tu al centro del mio cuore, Giovane donna, ma la lista sarebbe sterminata). Spesso invece le navate tacciono, e si ode solo la voce del gruppo dei volonterosi giovani armati di chitarra e organaccio elettronico strillare nel microfono in malo modo. Sull’amplificazione, che uccide la musica, ci sarebbe da dedicare un altro capitolo (concettualmente da legare al tema dell’illuminazione delle chiese, che uccide il raccoglimento).

    Credo che da questa perdita del mistero dipenda molto del calo di partecipazione.

    Si, forse hai ragione, alla radice di tutto c’è una crisi di fede. Ma forse è il solito gatto che si morde la coda.

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