La sordità del pugno

David Fincher – Fight club

Lo yuppie protagonista della storia è una specie di Faust alla ricerca di un demonietto, lo troverà infine nel bel mezzo di se stesso, annidato in un anfratto periferico del suo cervello.

L’ esistenza del nostro uomo si trascina veloce e stantia al contempo: è inquieto, non sta bene, è rimbambito dai jet lag, non dorme e l’ insonnia gli fa apparire la realtà come una copia di una copia di una copia… di qualcosa di estraneo.

La vita gli scorre accanto senza regalargli né una vera risata né una vera lacrima. E in più sta finendo un minuto alla volta. Che pena per lui morire senza neanche una cicatrice sul corpo. Persino il male che lo consuma è invisibile e asettico come la morte interiore verso cui viaggia a spron battuto.

E’ proprio stufo delle porzioni singole acquistate al supermercato ma soprattutto è stufo di vivere in un mondo che misura la sua civiltà dal consumo di sapone.

E’ continuamente afflitto da vertigini che sono il sintomo di un malessere profondo, ha come l’ impressione di lucidare maniglie sul Titanic.

In questi casi che si fa?

Prima soluzione, ci si dà anima e corpo al consumismo compulsivo: arredamento, camicie, gadget elettronici, scarpe, viaggi. Ikea, Nike, Ferragamo, Brunello, Apple, una bella casa con questo e quello… Le soddisfazioni non mancano, ma non tutti riescono a farsele bastare.

In alternativa ci si dà al volontariato. Quando stai male senza ripercussioni sull’ analisi del sangue, quando stai male senza che nessuno te lo riconosca, di solito ti viene consigliato – con un sorrisino – di dare un’ occhiata a “chi sta male davvero”. E tu alla fin fine ci vai a vedere “chi sta male davvero”.

Ma il demonio ha in serbo per il nostro uomo una soluzione più drastica rispetto ai palliativi del consumismo e del volontariato: la sordità dei pugni.

La scossa delle botte, ecco la medicina: dare ma soprattutto prendere una manica di pugni. Pugni veri, dati a mani nude per far male al prossimo. Dati senza motivo se non quello di nuocere.

Il pugno è un anestetico eccellente, la sua sordità ti isola, ti fa toccare il fondo in questa dimensione per risvegliarti in un’ altra. Toccare il fondo non è un ritiro spirituale, non è un seminario a cui presentarsi col libro di testo; è un’ esperienza incandescente che ti chiede solo di lasciarti andare e vivere: quando un pugno ti investe è la vita stessa a investirti.

Dopo che hai incassato un pugno niente è risolto ma niente più importa. Chi l’ ha capito si fiuta e si mette in branco; si formano delle bande che è un’ unica grande banda: il Fight club.

Il cameratismo degli iniziati al mistero eleusino della violenza conduce dapprima la banda di cavernicoli a rituali seriosissimi con grida isteriche da chiesa pentecostale, poi a veri e propri sabba dove risse  e orge sono indistinguibili; infine a un teppismo da samurai nichilisti, a un’ arancia meccanica con gli orologi perennemente sincronizzati che prima o poi la combinerà grossa, allo sprofondamento di ogni membro verso un rassicurante anonimato: tu sei solo i pugni che dai e che prendi.

Senza contare che se sai dare e incassare pugni, riesci a incassare anche altro, per esempio originali finanziamenti per il “progetto”, roba che il timido impiegato soggiogato dai capi quale eri nella vita precedente mai si sarebbe sognato:

  

La stoica combriccola del Fight club ama avvolgersi in un fascio coeso. Si pensa al tradimento della “razza scelta” con obbrobrio. Chi esce dal solco demoniaco è un infame da castigare. Mmmm… che rabbia, si sparerebbe una palla negli occhi di ogni panda che si rifiuta di fottere per diffondere la specie.

Finalmente anche il protagonista prova quell’ emozione vitalistica di sentirsi materia organica in decomposizione. Proprio cio’ di cui era in cerca. Ora anche lui ha un prezioso Golgota da salire, un fiotto di sangue da spruzzare, un sacrificio da compiere, qualcosa di bello da imbrattare.

Sono i suoi dieci minuti da dio.

Poi la retromarcia, ma forse è tardi.

Finirà tutto con una pistolettata chirurgica dalla bocca al lobo, ma parlo del lobo giusto sito nell’ emisfero corretto; una specie di semi-suicidio. Roba che se non te la spiega Oliver Sacks in persona non la capisci.

The Departure of the Witches boing

(sabba)

Tre le questioni sul tappeto messe dall’ intellettuale che guarda i film col cervello sempre sintonizzato su filosofia, sociologia e altri accademismi:

1. Identità. La stessa persona interpretata contemporaneamente da due attori diversi ha fatto storcere il naso. Personalmente trovo invece che la soluzione faccia scena, non per niente sono sempre di più i film che vi ricorrono. Inoltre è credibile: dentro siamo  sempre almeno in due, inutile illudersi (e come si tratta per andare d’ accordo con se stessi!). Ci vuole poco per accorgersene, basta cercare di smetterla col caffé o la panna sulle fragole.

2. Consumismo. Il film voleva essere un atto d’ accusa; ne esce invece un’ apologia conforme, per esempio, alle tesi espresse anche qui, ovvero: visto quante forze malvage libera la rottura di quel prezioso vaso di Pandora che è il consumismo?

3. Violenza. A volte sembra adombrata una funzione catartica della violenza. Non scherziamo, la psicologia ormai nega simili ipotesi: violenza genera violenza, altro che sfogo salutare e catarsi.

 

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