Elogio di Calimero

Michael Haneke – Il nastro bianco

Ultimamente sul blog inciampiamo di continuo nel concetto di “purezza”, ed ecco ora un film che lo mette al centro fin dal titolo facendone il fulcro di tutto.

Peccato ci si concentri solo sul lato deviante della faccenda: la purezza come incubatrice del Male.

Comunque sia: da vedere.

Cominciamo subito col dire che al cinema le voci fuoricampo mi mandano in sollucchero, specie se fanno trapelare aria di mistero e perversione. Qui episodi e dialoghi iniziano e finiscono mentre lei ancora introduce o chiosa. Vorresti ogni volta che terminasse al più presto per lasciarti entrare nel vivo della storia. Meraviglia del cinema che si attacca anche agli occhi dei cinici cinefili rotti a tutte le filmografie.

Katie Alves cinema negli occhi

… altro cinema dipinto sugli occhi…

Siamo in un villaggio tedesco nel 1914. Praticamente sono tutti biondi.

I bambini, nel chiuso delle case, si sgridano all’ incirca così:

Gli amanti, nel chiuso delle alcove, cinguettano all’ incirca così:

I bambini sono spugne che assorbono il clima anaffettivo, gli uomini sono animali da combattimento che si gonfiano di rancore al solo incrociare degli occhi.

Normale che un posto del genere sia interessato da una catena di crimini misteriosi.

Si capisce subito che il colpevole è biondo. Quindi Calimero e gli italiani – che sono notoriamente 1) brava gente e 2) “curte e nire” – non c’ entrano.

calimero1

Nel corso della visione il tuo ego si pompa nel mentre vai maturando un’ ipotesi di soluzione “geniale”. Senonché, nella pausa pop corn, ti accorgi che tutti erano già lì da un pezzo. Come se trovassi un party in vetta dopo il sesto grado.

Sono film che ti gratificano facendoti sentire uomo solo al comando in fuga, quando la realtà è che pedali senza smalto nella pancia del plotone.

E mentre ti gongoli in attesa di conferme, ecco che il racconto termina brutalmente lasciando tutto in sospeso. Maledizione! Avevo ragione o no?

Frustrato, mi scapicollo su internet in cerca di illuminazioni: niente, solo pop up colorati e recensioni stereotipate che combinano diversamente i medesimi sintagmi (probabilmente quelli del trailer).

Predomina uno “stupido” concetto: quei bambini biondissimi saranno le SS di domani.

E sai chi se ne frega!

Che fine ha fatto il dottore? Che fine ha fatto Karli? E cosa nasconde la levatrice? Vogliamo parlare di loro o no?

Altro che SS.

E poi, se proprio vogliamo dirla tutta sulle “future SS”… nella vulgata internettiana (il regista deve aver detto una parola di troppo in merito scatenando la furia dei “critici edificanti”) i Nazi sono accostati al protestantesimo intransigente e bacchettone del Pastore, un asceta rigido e inamovibile. I suoi “no” ci rintronano e ci ripugnano, almeno quanto oggi quelli dei funzionari Deutsche Bank chiamati ad accollarsi i debiti della festa mobile italiana.

Non scherziamo: Hitler era un bohémien pasticcione autodidatta che per trascuratezza e approssimazione ha fallito ogni obiettivo postosi da giovane.

Non era un compassato Pastore tutto autocontrollo e intransigenza, era piuttosto un’ indole bipolare, prima esaltata e successivamente depressa proprio perché incapace di mettere al centro autocontrollo e intransigenza. Il Nazismo fu il corpo della sua isterica frustrazione trasfigurata in un lugubre entusiasmo.

Ciliegina sulla torta: l’ attentato più determinato lo subì proprio dagli inamidatissimi rappresentanti della tradizionale nobiltà prussiano-luterana.

Veniamo dunque alle cose serie, ovvero alla mia “ipotesi”: i cresimandi hanno costituito una Santa Alleanza dedita a punire i peccatori del villaggio e i loro figli “fino alla settima generazione”. Nel secondo tempo il Maestro (classico casalingo di Voghera in un mondo di mostri) s’ instraderà sulla via da me concepita fin dal primo! Peccato, mi sentivo tanto originale quando andavo raffinando questa ipotesi, in realtà mi accorgo che è ritenuta scontata al punto da poter essere sottaciuta!

Ora mi chiedo solo se la biondissima (e purissima) Klara fosse il capo o il caporale. In questo secondo caso, tremo nel dirlo, la mente dei crociati avrebbe potuto essere l’ inquietante Pastore suo padre.

Ma il finale mescola ulteriormente le carte infittendo il mistero in modo all’ apparenza gratuito. Se nei “casi” montati lungo tutto il film la soluzione aleggiava, nei “casi” stipati a forza nel finale la soluzione latita completamente. Sarei proprio curioso di sentire altri spettatori in proposito.

Io e Sara brancoliamo nel buio ancora oggi a due giorni di distanza.

Haneke è maestro in amputazioni. Tutto quel che conta sul serio non è accessibile. Viviamo gran parte del nostro tempo in compagnia di donne e bambini, categorie tagliate fuori da ogni Scena Madre. Il collo si allunga ma non riesce quasi mai scrutare dietro l’ angolo. I pochi che ci riescono tornano ammutoliti come dopo un elettroshock. Anziché renderci edotti aizzano le nostre curiosità.

La Grande Guerra piomberà poi sulla storia che seguivamo trepidanti decapitandola. Lascia lì come ebeti chiunque non abbia una Guerra verso cui correre, ovvero gli spettatori.

Il finale de “La Montagna Incantata” di Thomas Mann mi ha dato la stessa sensazione di cesura: fine dell’ incanto e tutti al fronte. Castorp, il Maestro, tutti al fronte.

Tutti al fronte a combattere contro mio nonno.

Povero nonno, ora che conosciamo il “nemico” nemmeno si puo’ dire che si sia immolato contro il “Male”. E, per quanto mi riguarda, nemmeno contro i “padri del Male”.

P.S. In extremis sono riuscito a recuperare una recensione ponderata disponibile su internet: eccola. Nientemeno che il libro di Maurizio Fogliato edito da Falsopiano. Purtroppo la matassa dei misteri non è dipanata ma lasciata sullo sfondo, l’ attenzione dell’ analista si convoglia piuttosto sull’ ambientazione:

… siamo in un villaggio in cui vivono sprezzanti e cinici adolescenti, padri e madri votati al credo cattolico e a un’educazione repressiva…

Mmmm… strano che un villaggio protestante sia tanto devoto al “credo cattolico”.

Boh, ulteriore mistero insoluto che si somma agli altri. Uno più uno meno.

P.S. Ore 11.02, inviato SMS  a Sara: “come puo’ la biondissima Klara essere frutto dei lombi del corvino Pastore e della non meno corvina moglie di lui? Bluper o chiave di volta?”. Avete capito adesso fin dove si spinge l’ ossessione?

 

 

 

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10 pensieri riguardo “Elogio di Calimero”

  1. oddio… ho visto un altro film. Non ricordo neanche bene i fatti, onestamente, perché mi sembrava che il film parlasse delle radici della violenza. Di come si produce il male. Piccoli apprendisti sadici crescono. (Ancora non ho consegnato, cribbio, ci torno su dopo…)

  2. Diana, non capisco bene quali siano i conti che non ti tornano.

    Io, per esempio, vorrei sapere che fino ha fatto Karli? Tu no?

    Mi rendo conto che l’ intenzione è quella di “sospendere la visione”. Ma forse domande con risposte tanto sfumate dovrebbero essere più sfumate. Comunque un gran bel film, ne convengo.

    Che ci siano persone malvage è certo. Che ci siano “le radici del male” è già più discutibile.

    I cattivi ci sono anche in Cappuccetto rosso. Mi chiedo se anche lì ci siano le “radici del male”.

    Non è che se il regista nell’ intervista ci dice “ho voluto esplorare le radici del Male”, allora nel film ci sono “le radici del male”. Saremmo tutti dei geni, basterebbe concedere interviste oculate.

  3. sto andando a riprendere la mia scheda del film per rimettere insieme i pezzi.
    Non volevo fare dichiarazioni provocatorie. Mi sembrava che il ciclo della violenza fosse rappresentato in modo abbastanza semplice (se ho capito bene tu lo hai trovato semplicistico,invece) e realistico (per quel contesto, per quei tempi, eccetera).
    Ma ti saprò essere più precisa quando avrò ripreso in mano almeno un po’ del materiale…

    Avendo visto da poco, all’epoca, i film di Dreier (Dies irae e Ordet) ricordo di aver registrato punti di contatto con questo film. Non solo nel bianco e nero, ma nel gelo di certe relazioni, e nella rigidità di un certo modo di “credere”.

  4. Capisco benissimo cosa vuoi dire: il Male è un frutto della ricerca di un rigore integerrimo (purezza).

    E’ il messaggio che vuole dare Haneke: il Pastore è uomo rigido con idee inflessibili, e dunque fonte primaria del Male.

    Mi sembra di averne parlato, ho esordito addirittura dicendo che “l’ ossessione per la purezza è il fulcro di tutto”.

    Dal punto di vista delle idee non sono tanto d’ accordo.

    Per capire meglio prendiamo due concezioni contrapposte e schieriamoci:

    Concezione Haneke: il Male deriva dalla ricerca di purezza.

    Concezione Arendt: il Male germina dalla banalità.

    Nel primo caso il pericolo deriva dagli  spiriti forti che abbracciano idee forti.

    Nel secondo caso da spiriti deboli che abbracciano idee forti.

    Nel primo caso lo spirito è nobile e l’ ideale è alto ma perseguirlo lascia sul campo molti cadaveri appalesando l’ insensatezza dell’ impresa.

    Nel secondo caso l’ uomo è debole, insicuro, cerca un suo rifugio nell’ ideale, reagisce in modo veemente quando lo vede minacciata e allontana anche con la violenza ogni fonte di dubbio poiché senza quell’ ideale si sente perduto.

    Nel film il Pastore non è descritto come un debole insicuro che si aggrappa nevroticamente a un’ ideale. Siamo in piena concezione Haneke.

    Ora, io, sulla questione “radici del male”, simpatizzo per la “concezione Arendt”. In questo senso vanno i riferimenti a Hitler e ai suoi nemici che ho fatto nel post.

    Tuttavia, cio’ non m’ impedisce di godermi una storia avvincente e raccontata con stile.

    Per quanto riguarda Dryer e Von Triers, senz’ altro ci sono delle affinità con Haneke, ma fino a un certo punto: guarda solo a chi sono i buoni in Haneke e chi sono invece nella coppia Dryer/Triers.

    Nel primo caso un amabile “casalingo di Voghera” come il Maestro, nel secondo dei folli di dio come Johannes o Bessie.

    In D/T si conserva una dimensione eroica del bene, al punto da sconfinare nella follia, tanto è vero che uno dei bersagli del duo è proprio il “buon senso” del casalingo.

    Due tipi come Johannes e Bessie non potranno mai fornire la voce fuori campo, e questa differenza è decisiva.

     

  5. interessantissimo! Sai che faccio, oggi vado a ri-noleggiare il film e me lo rivedo, per commentare nel merito. Il ricordo che ne ho ho principalmente “emotivo” – le colpe dei padri ricadono sui figli e sui figli dei figli in una progressione costante. L’autoritarismo violento e l’abuso di potere generano mostri. Cose così. Mi sono persa tutto il resto. Ecco perché certi film vanno rivisti. Un po’ più a mente fredda.
    E il bello di certi fim che più li rivedi più aggiungi elementi.
    In questo specifico caso, comunque, ricordo che il fatto che restassero elementi della vicenda oscuri – o sospesi – dipendeva anche dal punto di vista del narratore. Il maestro/testimone che aveva intuito che i bambini c’entravano, ma non conosceva – né gli interessavano – i dettagli di una vicenda tanto ramificata e complessa. A lui importava della sua Eva, e di uscire con lei da quell’inferno. Il pastore, ovviamente, non aveva alcun interesse ad approfondire: il suo grottesco castello di purezza sarebbe crollato in un istante. A nessuno di questi adulti, insomma, interessa capire quello che succede veramente. E prima o poi i bambini-mostri – che hanno imparato la lezione – se li mangeranno.

  6. Rivedere, riascolta e rileggere è talmente decisivo che anche sul blog vorrei fare dei post-doppione per celebrare le rivisitazioni.

    Nel caso specifico, ho dovuto rivedere il primo tempo con Sara poiché l’ avevo già visto per conto mio. E ho scoperto un fracco di indizi che mi erano sfuggiti. E’ stato un piacere.

    E’ anche un modo per saggiare la consistenza dell’ opera: solo una buona qualità sopporta bene il “ripasso”.

    La mia idea è che l’ aspetto decisivo de “Il nastro bianco” sia l’ accelerazione finale.

    Per tutto il film ci viene proposto un puzzle e noi riusciamo in qualche modo a ricostruire ipotesi plausibili: i bambini hanno teso la fune per castigare il padre incestuoso, eccetera (nel post parlavo di “compiacimento” della ricostruzione).

    Ma nel finale i misteri s’ infittiscono vorticosamente e ci sentiamo come estraniati. Non riusciamo più a formulare ipotesi che quadrino coi fatti.

    Haneke lascia spesso lo spettatore “fuori dalla porta”, me lo ha fatto notare Sara: quando i bambini vengono vergati, quando il padre annuncia alla figlia le condizioni del matrimonio. Lo stesso Fogliatto titola il suo saggio: “La visione negata”. Sono tutti casi in cui ci è negato di vedere anche se possiamo facilmente intuire.

    Noi restiamo lì, fuori dalla porta costretti a farci un’ idea mentale di cio’ che sappiamo succedere. Fin qui siamo a un espediente comunissimo: dal Manzoni della monaca di Monza al Polanski di Rosemarie’ s baby, sappiamo bene come funziona.

    Ma l’ ultima porta che Haneke ci frappone (il finale) è anche il suo capolavoro, poiché non ci impedisce l’ accesso a fatti intuibili, non si limita a trattenere una curiosità morbosa ma ci impedisce di vedere l’ invisibile, ovvero l’ essenza del Male.

    Dico così perché nel finale che coinvolge il Dottore, la levatrice e Karli, noi 1. sappiamo che è successo qualcosa di terribile e 2. ci accorgiamo di essere privi di qualsiasi indizio concreto per dare una qualsiasi forma a questa idea.

    Restiamo soli con l’ Idea del Male.

    Nel post chiedo lumi ma è evidente che nessuno me li potrà mai fornire. Tutti noi stiamo dietro la porta che ci separa da una dimensione a cui nessuno puo’ avere accesso se non pensando al Male.

    ***

    In ogni caso ho scaricato Funny Games, il regista merita un approfondimento.

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