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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La parola e il bias

Durante le vacanze ho visto un altro paio di film, innanzitutto il magistrale Segreti e Bugie di Mike Leigh.

La trama è semplice:

Sobborghi di Londra. Hortense (Marianne Jean-Baptiste), trentenne borghese di colore, alla morte della madre adottiva decide di scoprire chi sia la sua vera madre. Scoprirà con molta sorpresa che si tratta di Cynthia (Brenda Blethyn), sfiorita operaia bianca che vive con sua figlia ventenne Roxanne (Claire Rushbrook). La misera vita di Cynthia è allietata solo dalle visite che le fa il fratello Maurice (Timothy Spall), fotografo sposato ma senza figli. Dopo l’incontro, tra le 2 donne piano piano nasce una profonda amicizia che rappresenterà per Cynthia un nuovo motivo di felicità (ebbe la bambina ad appena 15 anni) e per Hortense un’occasione per capire una realtà diversa dalla sua. Ma i segreti non possono durare a lungo e ad un pranzo in famiglia la verità verrà fuori, non senza drammi. Sarà l’occasione per confrontarsi e demolire un muro di “segreti e bugie” e per riacquistare la serenità…

Hai voglia a considerare la parola un semplice nominalismo che plana tra noi in forma di fiato.

Altro che fiato, le parole ci costituiscono, sono le nostre ossa.

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Ci sono parole che, al solo pronunciarle, resuscitano vite: chi è più a suo agio con le tensioni del linguaggio religioso se ne renda conto grazie alla visione di Ordet (nota verde), chi predilige quello psicologico della modernità non si perda invece Segreti e Bugie.

Maurice cerca la sua parola consapevolmente, ma il vero spettacolo è fornito da chi agisce come sospinto da forze esterne, come Cynthia… o Johannes.

Maurice (con Anna) deve dire: “non possiamo avere figli”.

Cynthia deve dire: “lei [Hortence] è mia figlia”.

Riusciranno a dirlo e a svoltare accorgendosi che nessun fulmine cadrà dal cielo per incenerirli. Il finale è una specie di “… e vissero tutti felici e contenti…” ma dove la felicità consiste nel prendere il tè sulla sdraio coi propri cari nel cortiletto delle case popolari scaldati da un tiepidissimo sole inglese.

Ci si convince proprio che se il multiverso esistesse realmente, probabilmente le nostre “vite parallele” sarebbero separate tra loro dalla sottile ma tenace intercapedine di una parola. Basta pronunciarla per saltare dall’ altra parte.

L’ altro film era “Un maledetto imbroglio”. Pietro Germi lo ha tratto dal romanzo “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana”. E’ del 59, in bianco e nero, ma dal ritmo sembra un film della Pixar dell’ anno prossimo.

Come molti altri gialli sfrutta un ricorrente bias cognitivo: chi perde al gioco della vita deve aver fatto qualcosa per meritarselo.

In effetti, dopo una rassegna di personaggi squallidi, scopriamo che il colpevole, colui al quale Ingravallo dovrà necessariamente rovinare la vita, è anche il soggetto più dignitoso ed empatico.

7 risposte a “La parola e il bias

  1. diait 12/01/2012 alle 10:44

    …lo adoro “Quel maledetto imbroglio”! Gli ho dato 4 stelle su cinque, mi pare, mentre Alberto lo ha schifato. Ho adorato anche “Ordet”, e mi è piaciuto abbastanza “Segreti e bugie”, soprattutto per il ritratto del personaggio di Cynthia e per l’interpretazione della Blethyn. Ma onestamente i film di Mike Leigh non mi appassionano più di tanto. Sì, c’è scavo psicologico, ma più che psicologico – forse – bisognerebbe dire “socio-culturalogico”. Una psicologia fredda. Nel gelido “Ordet” c’è più emozione – a conti fatti!

    Germi è un grandissimo. Se pensiamo cosa ha tirato fuori – come ritmo, e gestione di un cast corale dove ognuno dei personaggi (tranne forse quello di Castelnuovo) aveva un suo spessore e un suo mondo riconoscibile. Anche lui, come tutti i miei eroi, è stato “a beat of a different drum”, un’altra categoria. Il suo Ingravallo è molto diverso dal protagonista del romanzo di Gadda (anche fisicamente!), ma quelle scene per le scale del condominio, con i “gechi infarinati” ( le vecchie signore) e i commendatori in vestaglia… erano molto gaddiani! Infatti Gadda ha apprezzato il lavoro di Germi. Tutt’e due amavano il genere giallo.

    Di recente, abbiamo visto anche “Signore e signori” – che ad Aberto è piaciuto molto, a me anche, ma meno del Pasticciaccio.

  2. diait 12/01/2012 alle 11:07

    diana:
    (…) Pietro Germi è il nostro Clint Eastwood, intagliato nel legno di quercia, e col sigaro in bocca. Del libro di Gadda resta poco – mi sembra di ricordare, pensando al libro – forse soprattutto il pessimismo e l’amarezza per un imbroglio infinito, il pasticciaccio della vita. La scena iniziale, in cui viene introdotto ‘il condominio’ di Piazza Farnese è semplicemente perfetta. Il generale in pensione, i ‘gechi infarinati’ (come Gadda chiamava certe vecchie che spuntano sul pianerottolo), gli impiccioni, i pusillanimi, i delinquenti. L’occhio di Germi è spietato: le critiche dell’epoca lo definiscono un moralista, gli intellettuali di sinistra lo odiano perché è anticomunista e i suoi proletari non sono tutti da santino.
    Se un difetto devo trovarglielo, a questo film, forse è il disequilibrio fra la prima e la seconda parte: la prima va per le lunghe, mentre la seconda affretta troppo il passo fino a un epilogo precipitoso.
    Una menzione speciale all’intensa e bellissima Cardinale e al suo Diomede-Castelnuovo, convincente nei panni del giovane balordo votato al disastro.

    alberto:
    (…) I personaggi avrebbero anche storie interessanti, ma troppo tempo è perso in interrogatori e pedinamenti, probabilmente a discapito dell’approfondimento dei personaggi. La leggendaria proprietà di linguaggio di Gadda, che immagino nel libro riuscisse a dare spessore e sfumature ai personaggi, non trova un equivalente nella regia.
    A un certo punto ho pensato che Germi, tutto sommato, fosse il padre putativo di Adriano Celentano e il nonno di Francesco Nuti, troppo indaffarato a proporre una morale per curarsi del resto del film.

    (tenete presente che non ho chiesto il permesso ad A. di citare un brano della sua recensione. Ho fatto una grossa scorrettezza. Se non ci legge, tanto meglio. Se ci legge, neghiamo tutti fino alla morte, non fàmo scherzi, eh.)

  3. broncobilly 12/01/2012 alle 12:04

    In effetti sulle scale di quel palazzo oggi ci costruiscono una decina di bilocali… praticamente un quartiere.

    Magari adori quel film anche perché si continua ad andare su e giù per Roma. Ricordo un documentario sulla topologia di questo film.

    Per me sono due film d’ affezione che ormai ho visto ripetutamente, forse non ho la giusta distanza per giudicarli obiettivamente.

    Mi piace Ingravallo, ma mi piacciono ancor di più i suoi marescialli e la vita d’ ufficio. Per questo ho gradito molto anche “interrogatori e pedinamenti”.

    Probabilmente anche la trasposizione di Gadda è infedele (ma come si potrebbero mai riprodurre i garbugli gaddiani?). In Gadda tutto è impastoiato, qui tutto sommato si esce dal tunnel, si vede la luce grazie a una luce (l’ illuminazione sulla chiave usurata). Dalla lettura di Gadda – che mi appresto a fare – mi aspetto mille tradimenti e bucce di banana (non mi fido delle sue paludi), chi guarda il film invece puo’ fidarsi, non viene tradito, a parte la leva sul bias, ma quello è più che legittimo.

    Forse è anche vero che Germi riempie i suoi film di “squallore”. Ma la Cardinale non è un personaggio squallido (infatti è una criminale). Che casino.

    Cavolo, ma dove le fai ste recensioni così brillanti? E poi, ma signore e signori merita? No perché la mia lista è già lunghetta.

    A proposito, ecco i miei file disponibili, prima o poi parlerò di questa roba (purtroppo ci sono un paio di Mike Leigh):

    Un borghese piccolo piccolo

    L’ albero della vita

    Another year

    This must be the place

    Le conseguenze dell’ amore

    Funny games

    L’ imbalsamatore

    Melancholia

    Il mio amico eric

    L’ enfant

    Milano odia, la polizia non puo’ sparare

    Il silenzio di Lorna

    Nashville

    Viale del tramonto

    Il mio amico Eric

    Il dottor morte

    Il segreto di vera Drake

    Welfare

    Non si sevizia un paperino

  4. diait 12/01/2012 alle 13:24

    io e alberto abbiamo un nostro cineclub ormai da due anni, vediamo un film, ognuno dice la sua, e poi confrontiamo.
    Anche io ho trovato interrogatori e pedinamenti (oltre alle scene di condominio) le cose migliori.
    Ma mi accorgo che avevo apprezzato Castelnuovo… Forse come attore. Il personaggio lo ricordo come poco incisivo. Ah, e gli avevo dato, al film, cinque stelel su cinque! (Alberto solo due.)

  5. diait 12/01/2012 alle 13:36

    “Welfare” me l’hai segnalato tu, e ti darà parecchi spunti – a te e al caro Caplan…. Molto bello. Un po’ Herzog, anche: follia e ottusità della burocrazia, e follia umana. C’è anche l’impresa folle: capire come orientarsi e ottenere il sussidio (l’utente); dare retta a tutti senza impazzire (l’operatore); sopravvivere in un vero e proprio inferno quotidiano (utenti e operatori).

  6. broncobilly 12/01/2012 alle 13:56

    Lo so, è lì che aspetta (non potevo spararmi quattro wiseman di fila).

    capire come orientarsi e ottenere il sussidio

    Bè, sta confusione è talmente sintomatica che per qualcuno è il punto di partenza del welfare ideale.

  7. broncobilly 12/01/2012 alle 13:59

    Errata corrige: non era “welfare” (già visto) ma “domestic violence 2”!!

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