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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Amarsi ancora

Il linguaggio dei testi ciellini, sulla scorta del modello fornito da Don Giussani, è spesso animato da una tensione esistenziale immanente che rischia di rendere il messaggio piuttosto criptico. Sarà che dovendo battere sempre sui medesimi tasti si cerca aiuto nella densità concettuale e nell’ intimismo spinto, forse per aggirare la pedanteria dottrinaria. In questo senso il Massimo Camisasca di Amarsi ancora è un’ eccezione poiché predilige uno stile scorrevole, piano, qua e là perfino naif.

Si vede che l’ obbiettivo primario è posto nel farsi comprendere e non nel prevenire obiezioni.

Il libro, in soldoni, è un’ apologia della famiglia a cui aderisco senza nemmeno ricorrere alla fede: la famiglia è il luogo privilegiato dove sperimentare l’ altruismo, un luogo prezioso da preservare con cura.

Dove mai potremmo ritrovare, infatti, qualcosa del genere?

Chiarisco meglio questo punto prendendo a termine di paragone una comunità concorrente: lo Stato-Nazione. Perché la Famiglia è superiore alla Nazione? I motivi sono essenzialmente due:

1. Il primo è evidente: in famiglia l’ altruismo è “naturale”. All’ interno dello Stato-Nazione è sempre posticcio (richiede pratiche coercitive per realizzarne una parvenza).

2. Il secondo è meno evidente: noi non riteniamo mai lecito adottare comportamenti criminosi per avvantaggiare i nostri figli. Nell’ ambito dello Stato-Nazione invece sì: ingaggiando una guerra, per esempio, sappiamo con certezza che uccideremo degli innocenti (comportamento di solito ritenuto criminoso) tuttavia accettiamo ugualmente la nozione di “guerra giusta”.

Il libro è una rivista leggera di topoi legati alla famiglia.

Dipendenza. La vita familiare la esalta. E’ cosa buona visto che, come diceva Chesterton: “coloro che hanno fiducia solo in se stessi stanno al manicomio”.

Prolificità. C’ è l’ esaltazione della famiglia numerosa: il mondo è dei prolifici, lo dice anche il freddo demografo. Musica per le orecchie di un natalista che sulla scia di Julian Simon vede i bambini come “the ultimate resource”. Musica con una nota stonata: chi esalta la forza della famiglia numerosa non puo’ nel paragrafo successivo denunciarne la debolezza chiedendo a gran voce che soccorra la stampella dei sussidi statali.

Genitori: il Padre “prende per mano” e introduce i figli al “rischio”. Affrontare il rischio richiede un calcolo razionale. La Madre introduce al “principio di precauzione” stendendo una rete. Entrambi i ruoli sono importanti: le rischiose piroette sono affrontate con più fiducia grazie alla rete, la rete non ha senso senza le piroette. Bella l’ armonia tra questa visione e le conclusioni della psicologia evolutiva più avanzata.

La preghiera. In famiglia è un dovere. La preghiera richiede silenzio e nell’ epoca della connessione continua “fare silenzio” diventa già di per sé un’ impresa meritoria. Altre raccomandazioni: alternare preghiere standard con preghiere personalizzate. In queste ultime inserire sempre qualche notizia di cronaca attinta dal giornale per dare vivacità e presenza sostanziale.

Dopo un litigio pregare sempre: è un modo per stare insieme in armonia senza la necessità di parlarsi direttamente, un modo per “sbollire”.

Fallimenti. Sono uno stimolo prezioso per:

1. guardare in faccia i nostri limiti e

2. non giudicare chi ci sta vicino.

Siamo limitati e siamo anche chiamati a non giudicare il nostro prossimo. C’ è forse qualcosa d’ altro che deve sapere un buon cristiano?

Fecondità. E’ difficile negarne il valore, anche per quanto detto prima.

Tuttavia non capisco bene gli insegnamenti impartiti in materia di contraccezione: quella naturale viene ammessa. Ma mentre il termine “naturale” mi appare appropriato quando lo uso come ho fatto all’ inizio, qui mi appare invece oscuro.

Aborto. E’ un misfatto: Camisasca chiama a testimonianza il peso che ogni donna che abortisce porta con sé per tutta la vita. Preferisco l’ argomento dello slippery slope.

Educazione. L’ atto educativo forma sia il bambino che il genitore: si sta – insieme – a tu per tu con la realtà. L’ adulto tende a dimenticare che esiste una realtà a lui esterna e da cui “dipende”, gli occhi del bimbo (l’ “uh!” della Marghe quando appare un gatto) glielo ricorda.

Ci siamo noi, la realtà ma anche il senso. Non si puo’ educare senza ricorrere a un discorso sensato. L’ educazione è sempre educazione al senso. Difficile motivare senza proporre un’ identità.

Scuola. A scuola le persone precedono nozioni e regole. A scuola, poi, si rafforza l’ amicizia, un sentimento che forma l’ individuo almeno quanto i rapporti familiari (e forse anche di più).

Società. La famiglia è tenuta ad entrare in una rete familiare, pena la sua morte per implosione. Gli oratori contribuiscono alla nascita del clan.

Insegnamento della fede. Non occorre aver compiuto studi speciali, basta l’ amore e l’ esempio: i bambini (più che ascoltare) ci guardano.

Mi fermo qui sebbene il libro continui affrontando argomenti interessanti come il fidanzamento, i beni nel matrimonio, la tecnologia educativa, l’ amore che muore, i nonni, l’ adozione, l’ affido ecc.

Fin qui la famiglia ideale di Camisasca. Ma la famiglia reale dei numeri?

A questo punto di solito attaccano le geremiadi e si comincia a parlare di declino, di egoismo, di edonismo, di gratificazione dell’ io.

Ma chi i numeri li sa maneggiare – per esempio Gianpiero Dalla Zuanna e Guglielmo Weber nel loro Cose da non credere – ci invita all’ ottimismo.

La famiglia è viva e vegeta (lo sanno soprattutto i pubblicitari), non solo, è più che mai di moda l’ innovazione introdotta dalla Famiglia Cristiana: l’ amore sponsale.

In questo senso non bisogna idealizzare troppo il passato, si fantastica su una famiglia reticolare ma questa “estensione” era imputabile alle condizioni economiche imposte dalla mezzadria, la famiglia dei braccianti in realtà era “nucleare” proprio come quella dei nostri condomini/alveare. Spesso non si andava oltre il contratto; oggi l’ affetto tra i coniugi è più sincero. Ci si separa di più anche perché non si sopporta che venga a mancare. Non solo: quando ci si separa c’ è sempre una reale sofferenza, altro che “festa di divorzio”. Certo, si convive molto di più, magari si fa il primo figlio fuori dal Matrimonio, ma in testa, alla fine, c’ è sempre quello, anche quando non ci si arriva.

L’ ideale rimane quello di una coppia unita che si ama per sempre. Il Matrimonio non ha certo perso il suo fascino, a esso ambiscono perfino gli omosessuali.

Oltretutto ancora oggi il matrimonio è una buona assicurazione contro la povertà.

Il legami familiari sono intensi come non mai, specie da noi: il fenomeno dei bamboccioni ne è un sintomo. E’ sempre esistito nei secoli e oggi si è esasperato solo perché le famiglie sono più ricche e possono garantire al bamboccione una vita agiata per più tempo.

Ma perché allora si fanno così pochi figli?

Sul punto le risposte sembrano ormai chiare, le traggo dal libro di Della Zuanna e Weber – Cose da non credere:

… nelle zone ricche del mondo a legami familiari forti (la sponda Nord del Mediterraneo e l’Asia centrale), la bassa fecondità è anche oggi il grimaldello utilizzato dai genitori per garantire ai figli – o all’unico – figlio – una condizione sociale migliore… In questi paesi non è vero che le coppie non vogliono avere più figli: all’opposto, molte coppie vivono con sofferenza la rinuncia ad avere un figlio in più. Il fatto è che i bambini con più fratelli sono penalizzati dal punto di vista economico, godendo di opportunità assai inferiori rispetto ai figli unici e a chi ha un solo fratello…

Ancora:

contrariamente all’opinione diffusa, la famiglia italiana non si sta sfaldando; gli italiani fanno pochi figli non per basso reddito o carenza di servizi ma perché per i figli «le coppie italiane vogliono il “massimo” e quindi non accettano servizi di basso livello o situazioni abitative inadeguate»… leggi tutto.

C’ è chi pensa che egoismo e edonismo ostacolino la procreazione (es. i Vescovi italiani). Ma forse le cose non stanno proprio così visto che nella nostra società, contrariamente al passato, i più ricchi fanno più figli dei poveri. Anche il cittadino medio, a pagamento, sceglie di far figli. D’ altronde, in passato, il baby boom e il boom dell’ economia italiana sono andati di pari passo. Tradotto: il nemico della prolificità non è l’ avidità di ricchezze.

In altri termini: il bisogno di molti figli è sentito ancora oggi e quando accumuli ricchezza la investi volentieri per “comprare” figli.

D’ altro canto è pur vero che i nostri nonni, mediamente molto più poveri di noi, avevano una prole più numerosa.

Cosa risolve il puzzle? Semplice, l’ invidia sociale. Basta tenerne conto per riordinare le tessere.

La vita dei nostri nonni era quella, punto. Non cambiava poi molto se avevi due o quattro figli: un piatto di polenta a mezzodì, la minestra la sera, i mandarini a Natale, la scuola del paese, niente vacanze, massimo una gita a Porlezza; per il resto era lavoro in campagna e gioco nei boschi per i più piccoli.

A quel punto tra due e quattro sceglievi quattro e ti facevi pure la pensione.

La società contemporanea offre invece stili di vita alquanto differenti, un ventaglio di scelte molto ampio. Con la libertà arriva l’ invidia e volendo “dare il massimo” alla nostra famiglia possiamo concederci al più un figlio o due.

Il bimbo diventa un po’ il nostro supereroe.

Alexandre Nicolas supeeroi fetali

In Europa, si sa, il tarlo dell’ invidia sociale e del conformismo è particolarmente laborioso. Tutti vogliono dare “il massimo” in termini di vacanze, di scuola, di cure mediche, di tempo libero, di accessori, di abbigliamento… Se non “dai il massimo” ti senti “lasciato indietro” e ti sale l’ ansia da status, il risentimento, il livore, la confusione mentale;  cominci a immaginare complotti, a cacciare le streghe, a stanare gli untori, a perseguire la speculazione, a demonizzare la ricchezza, a marciare ad Assisi, a fare scioperi generali…

Controprova: negli USA, paese in cui la parola “europeo” è un insulto corrosivo equivalente a “rosicone”, fanno tutti molti più figli in condizioni che sono anche più precarie delle nostre.

Soluzioni: 1. Autoritarismo (imponiamo un unico stile di vita favorendo l’ egalitarismo a suon di sussidi). 2. Curare l’ invidia sociale.

La prima via è una scorciatoia allettante, e infatti l’ Europa sembra aver imboccato proprio quella sovvenzionando le famiglie affinché possano “dare il massimo” a più figli.

E le nazioni europee che non possono permetterselo (per esempio noi), semplicemente restano col figlio unico.

Un’ idea della seconda via, quella in salita, la danno i ciellini stessi realizzando comunità con stili di vita alternativi che neutralizzino l’ ansia da status e da conformismo. Lì dentro puoi avere cinque figli perché se poi ti manca lo zainetto griffato o la settimana bianca non ti senti un marziano. Pazienza, porterai a scuola il borsone liso del papà e farai le “vacanzine” di gruppo a Passo Rolle. Il tutto accompagnato dalla questione dell’ identità: averla è decisivo per stemperare la frenetica voglia di gregge.

 

 

 

 

22 risposte a “Amarsi ancora

  1. diait 14/01/2012 alle 14:30

    Bisognerebbe dedicare giornate intere, ric, a seguirti in questi tuoi percorsi. E’ tutto sempre interessante ma poco compatibile con la penuria di tempo e energie di cui soffro cronicamente. Non so come fai a conciliare, lavoro, famiglia, vacanze e tanta riflessione critica, tanta acquisizione e trasmissione di informazioni. Vorrei entrarti nella testa munita di torcia elettrica e vedere che caspita ci trovo!

    Un p.s. scherzoso:
    … sono scoppiata a ridere quando ho letto “Il padre introduce i figli al rischio”. Ma dove? Nelle comunità di pastori nomadi della valle dell’Indo? Io vengo da almeno tre generazioni di padri, zii e nonni che avevano paura perfino di attraversare la strada! Mi sa che c’è da svecchiare gli archetipi!

  2. broncobilly 15/01/2012 alle 01:18

    In realtà “leggo”, “ascolto” e “guardo” i film, molto spesso in compagnia (di Sara). In questo senso ho già fatto prima un piccolo social network (non virtuale) e tu sai come è praticamente impossibile non farsi un idea dopo trattamenti del genere. Il post mi serve per intervallare le attività che altrimenti si susseguirebbero a valanga senza molto costrutto. Non per niente ormai quasi tutto è sotto le tag cineclub, bookclub, musiclub… Aggiungici quasi un’ ora e mezza di treno al giorno. Di sicuro mica andrà avanti così per molto, per lo meno non con questi volumi, anche se una piccola traccia del libro letto o del film visto la vorrei lasciare. Ma giusto un graffio.

    Tuo papà un pauroso? Eppure di strada ne ha fatta.

  3. diait 15/01/2012 alle 11:32

    Sei, siete fortunati, tu e Sara: amate fare le cose insieme, e vi riesce bene. La ricetta perfetta per una coppia che si è impegnata a restare unita. Direi che conta più dell’amore inteso in senso romantico-trascendentale-universale. Quell'”amarsi ancora” – time and again, ogni volta di nuovo – io che sono poco portata al romanticismo e all’enfatico lo intendo così.
    E me li chiami “un graffio” i reportage che ci fai?

    p.s. Povero papà, ha sempre avuto bisogno di appoggiarsi a donne forti, che sono state la sua croce ma anche – in un senso molto pratico – la sua salvezza. Battagliava con mia madre per tenerci a casa, da piccole, anziché mandarci a scuola, se solo pioveva o c’era un po’ di vento. Gli sembrava pericoloso e contronatura uscire di casa. “Ma Vittoria, fa un gran freddo oggi…” – lo sento ancora supplicare mia madre. Capisci perché ho riso. E certo, di strada ne ha fatta nella sua professione, ma, come ci insegna Tyler Cowen, la storia è un po’ più complicata… E’ un bel casino.
    Gli uomini della mia famiglia di origine sono stati uomini miti, passivi, afflitti da un mutismo selettivo (muti in famiglia, brillanti fuori), e letteralmente schiacciati da presenze femminili immani, impossibili da contenere. Per questo tutta la narrativa femminista – a proposito di “storie”! – non mi ha mai convinto. Mi sembrava e mi sembra tuttora fantascienza.

  4. diait 15/01/2012 alle 11:40

    p.p.s. Alla luce di tutto questo, non mi sento di sottoscrivere la tua apologia della famiglia. Al massimo potrei fare l’apologia della tua famiglia. La “famiglia” può essere un castello, una ragnatela, una prigione, e così via – scriveva RD Laing. Può essere tante cose. Dipende. Anche la famiglia Fritzl, è e resta una famiglia.

  5. davithegray 15/01/2012 alle 12:14

    Diana, è la solita storia: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Nonostante le continue campagne senza quartiere contro Chiesa e famiglia, ad opera di tutti i media occidentali (ti prego non cercare di negarlo, è evidentissimo), questi istituti resistono e restano gli unici saldi baluardi per la maggior parte della gente. Anche se non posso negare la lenta erosione in corso. I mezzi di cui dispongono queste forze sono immensi, e stanno mietendo parecchie vittime.

  6. diait 15/01/2012 alle 12:19

    senz’altro davide, fa più rumore un albero che cade. E tuttavia ne cadono molti, e non (tutti) per le ragioni che adduci. Quindi prudenza, prima di aderire totalmente a una “storia” (o all’altra) e affezionarcisi. Vale anche per me, naturalmente. In generale faccio fatica a ragionare di “istituti”, in astratto, visualizzo sempre e solo persone.

  7. broncobilly 15/01/2012 alle 14:41

    Anch’ io vengo da una famiglia forse deludente, eppure non sono mai stato disincantato.

    Come si vede la storia, ancora una volta, è molto incasinata. L’ esperienza passata non è tutto, oppure non si riduce al fatto che stare in una famiglia problematica ti fa rifiutare l’ istituto.

    Il perché non lo so. Forse, nonostante i molti problemi, ho assistito da parte di persone normalissime a forme di eroismo encomiabile che non sarebbero state possibile in un altro ambiente, in un’ altra cultura.

  8. diait 15/01/2012 alle 17:30

    non sei mai stato disincantato? Ricordo molto bene una tua definizione del matrimonio, su fahre (quando eri lo Jean Gabin del Porto delle Nebbie), ben lontana dalle affermazioni che fai oggi. La tua narrativa attuale non ha valore retroattivo…

    io non ho mai rifiutato l’istituto! Solo mi è impossibile ragionarne in astratto. Non è disincanto, ma semplice realismo, credo. Non sono né pro né contro, un istituto. Perché non penso che sconfitte e/o successi dipendando dall’istituto o dal contratto che lega due persone, ma da quelle persone.
    E certo che l’esperienza passata non è tutto. Non sarei qui a raccontarla, sennò…

  9. broncobilly 16/01/2012 alle 10:27

    Certo, le persone contano. E se simpatizzo per la famiglia lo faccio proprio perché è un’ istituzione che, nel bene e nel male, si affida alle persone senza tanti filtri e tanto tutoraggio.

    Ma cosa avrei detto in passato di tanto contrastante con tutto cio’? Francamente non riesco a ricordarlo.

  10. diait 16/01/2012 alle 10:51

    (Parliamo di sei o sette anni fa, ormai, ric. E parlare di “disincanto” sarebbe riduttivo…!)

    Mi sembra che siamo d’accordo. Simpatizzo per la famiglia anch’io, ma penso che le persone contano. A una famiglia di persone tossiche che si avvelenano, preferisco nessuna famiglia o altro tipo di soluzioni. Non credo neanche che la famiglia sia sotto attacco: anzi. Sempre più c’è voglia e bisogno di famiglia, e la gente forma famiglie – solide, impegnate a durare. Se però per famiglia si intende solo un unico tipo di famiglia, non direi che è sotto attacco, semplicemente sono arrivati sul mercato altri prodotti, l’offerta cresce, bene. Vinca il migliore, in tutti i sensi (che dal mio punto di vista è quello più in grado di crescere adulti mediamente sereni, nonviolenti e creativi – cioè attrezzati per la vita).

    • davithegray 16/01/2012 alle 11:01

      Diana, la famiglia è una ed una sola. Uomo + donna + figli. Il resto è spazzatura (salvo ovviamente le tragedie che possono capitare). Propagandare quei modelli significa di fatto annientare la famiglia. Un po’ come il discorso che facevo con Ric sulla religione: se tutto diventa religione, nulla è più religione. E’ anche quella una strategia d’attacco: se il nemico è troppo forte perché possa attaccarlo frontalmente, posso sempre indebolirne la consistenza seminando fandonie che ne minino la credibilità. Hai presente tutte le palle che hanno raccontato in America sui preti pedofili? Le migliaia di false testimonianze che hanno raccolto? C’è gente che ci crede ancora oggi!

      Ric, immagino che Diana si riferisse alla fase in cui spacciavi teorie quali “love & economics” (amore misurato col bilancio, ti amo se in cambio tu…) e quelle sulla dissennatezza dell’aver figli (anche se poi dicevi che comunque probabilmente, se tanti lo fanno, ne vale la pena, ma per misteriosi motivi irrazionali ed ingiustificabili). In quella fase non ho mai capito se ti facevi mero cronista e ripetitore delle idee lette qui e là, oppure le condividessi e facessi tue.

  11. diait 16/01/2012 alle 11:21

    Ma nessuno “propaganda” quei modelli. Quei modelli esistono. ESISTONO. Milioni di persone che esistono. Che si fa?
    (lasciamo stare il passato da bel tenerboso disincantato di ric…. sono cose nostre private, di noi quattro fahreunbloggers)

    • davithegray 16/01/2012 alle 11:26

      Esistono quei modelli (io li considero farlocchi, tenuti in piedi come bandiera a forza). Milioni di persone? Non credo. Senz’altro godono di sovraesposizione. Guarda che non sto negando l’omosessualità, che esiste, o che ci siano single che aspirino all’adozione. Quello che nego è che simili modelli possano fregiarsi dell’etichetta DOC di “famiglia”. I nomi sono importanti. Importantissimi.

  12. diait 16/01/2012 alle 11:33

    Va bene. Chiudiamo le adesioni all’etichetta “famiglia”. Il copyright è chiuso, chi vuole entrare paga. La realtà però andrà avanti lo stesso. Non è questione di omosessualità….

    • davithegray 16/01/2012 alle 11:36

      Sia chiaro, non sto dicendo che l’unico modello di vita sia quello della famiglia. Ne esistono parecchi altri. Alcuni degni della massima stima (altri, dal mio punto di vista, da disprezzare totalmente). Se però chiamiamo tutto “famiglia”, come chiameremo la famiglia vera?

  13. diait 16/01/2012 alle 11:45

    ah, allora è semplice. Chiamiamo tutti gli altri Peppino 1, Peppino 2, eccetera. Potrebbe essere un buon compromesso. Io e Jack siamo un Peppino 78.

    • davithegray 16/01/2012 alle 12:14

      Non c’è bisogno di inventarsi nomi. Ci sono già tutti quelli che servono.

      • broncobilly 16/01/2012 alle 13:11

        Davide, in un certo senso hai ragione a dire che “i nomi sono importanti”. La mia idea comunque è che siano importanti soprattutto per coloro poco interessati alla sostanza. Detto in altro modo: la questione nominalistica influenza solo i disinteressati.

      • davithegray 16/01/2012 alle 13:30

        No, sono proprio quelli interessati alla sostanza a partire dalla definizione. Non si tratta di sterile nominalismo. Mi spiace, su questo non credo possano esserci dubbi. Non per chi si rifà alla precisione che abbiamo ereditato dalla cultura giudaico-cristiana (contrapposta all’elogio della vaghezza di altre culture, basate più sulla sensorialità che sull’intelligenza – l’intelligenza, lo dice la stessa parola, presuppone una lettura, e che lettura ci può essere senza parola?). Non fosse chiaro quanto essenziale sia dare il nome alle cose, consiglio una rilettura della Genesi.

        Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome.

        Dio sta a vedere come l’uomo chiama gli animali che Egli stesso ha creato! Il nome è possesso, comprensione ed essenza.
        Si contrapponga questo ai primi versetti del primo capitolo, quanto è Dio stesso a dare il nome alla creazione dei corpi celesti, del firmamento, al suo plasmare la Terra.

        (OT: Mi piacerebbe scrivere estesamente sulla Genesi, è una miniera incredibile ed attualissima, a partire da quel “Sia la luce”, ancora validissimo alla luce di come la scienza descrive il Big Bang.)

        E la parola resta per tutta la cultura ebraica importante tanto quanto la cosa stessa.
        Non esiste nessuna contrapposizione tra definizione e sostanza. E’ impossibile cogliere in pienezza la sostanza, senza prima procedere ad una catalogazione.

      • broncobilly 16/01/2012 alle 16:48

        Io vedo la cosa in modo rovesciato.

        E’ nel momento in cui colleghi la parola all’ essenza della cosa a cui ti riferisci che ti consegni alla vaghezza. L’ essenza infatti è sempre vaga.

        Ma se vuoi andare oltre il semplice riferimento e analizzare un problema, le definizioni da cui partire devono essere analitiche e non intuitive-essenziali, come insegna Russell nella teoria delle descrizioni.

        Kripke confuterà Russell ma restringendo il campo ai nomi propri.

        Si potrebbe dire che Saul Kripke riporta di attualità le parole della Bibbia anche nell’ ambito degli studi logici, ma bisogna intendersi su cosa questo voglia dire.

        Oltre a Kripke penso anche a Rubinstein (non a caso due grandi logici di origine ebraica).

        Secondo me comunque questo discorso (interessante) non c’ entra molto con quello in tema. Nel nostro ambito si cerca l’ esclusiva per impressionare e convincere chi non ha né tempo né voglia di approfondire.

      • davithegray 16/01/2012 alle 17:01

        Interessante l’articolo, ma questo sì davvero OT. Tornando a noi, circoscrivere la definizione di “famiglia” (nome comune, non ci riferiamo ad una famiglia in particolare) credo sia essenziale. Non ci sto neanche un po’ a definirla come “il luogo dove le relazioni sono basate sull’affetto”. A quel punto davvero Diana e Jack sarebbero una famiglia! Le relazioni nella famiglia sono basate sull’amore (che è un po’ più che l’affetto), certamente, ma anche sull’impegno (e qui cascano convivenze stile PACS, per definizione un rifiuto dell’impegno) e sul sangue (e qui cascano le relazioni omosessuali, incapaci di procreare).

        Ovviamente poi possiamo allargare il concetto di famiglia per includere parenti meno stretti, conviventi occasionali, animali e collaboratori domestici, colleghi di lavoro, ecc. Si tratta di famiglia in senso figurato. Il problema nasce quando non ci rendiamo conto di compiere questa operazione semantica. Per questo ti dicevo che la definizione è fondamentale.

  14. broncobilly 16/01/2012 alle 12:12

    Sempre più c’è voglia e bisogno di famiglia, e la gente forma famiglie – solide, impegnate a durare. Se però per famiglia si intende solo un unico tipo di famiglia, non direi che è sotto attacco, semplicemente sono arrivati sul mercato altri prodotti, l’offerta cresce, bene…

    In effetti il post (e il libro d’ appoggio) lancia proprio questo messaggio. Lo completa sottolineando come pesi sempre più il modello di Famiglia Cristiana, quello fondato sull’ affetto. Noi cristiani lo diamo per scontato ma non dovremmo; dovremmo gioire per questa vittoria anziché angustiarci per qualche piccola sconfitta. Sì perché è anche vero che entro questa nicchia c’ è pluralità come forse non c’ era in passato. Ma il passato, ripeto, non va idealizzato: c’ erano meno modelli nella nicchia ma forse c’ era anche meno spazio per l’ affetto sincero, ovvero per l’ ingrediente base della Famiglia Cristiana.

    Tu dici che le persone contano più delle istituzioni, ma io non colgo del tutto il senso di questa contrapposizione: tra le due cose non c’ è invece un legame? Come si potrebbe, infatti, dire: “… accetto di buon grado anche l’ istituto della della schiavitù, tanto quel che conta sono le persone e non le istituzioni…”.

    Io mi schiero per la famiglia perché esalta la persona (nel bene e nel male) mentre lo Stato, per esempio, esalta il burocrate (nel bene e nel male), la schiavitù esalta il padrone (nel bene e nel male), e il paternalismo esalta i buoni, eccetera.

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