fahreunblog

I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Conati maccheronici

Carlo Emilio Gadda – Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

Un immagine che s’ impone…

… quella del nodo, del groviglio, del gomitolo… dello “gliuommero”… ma anche, perché no?, la Cattedrale incompiuta…

gadda

… tra le categorie mentali dell’ Autore…

… ve n’ era una curiosa… quella del fico secco… comprendeva tutto cio’ che è arido, ingeneroso, rattrappito…

… paradigmi sul rigo gaddiano…

… procede con spostamenti spastici, tra una sincope e un’ apoplessia maccheronica, non racconta in linea retta ma finge di perdere il filo… lo scopo è quello di minare lo schematismo cachettico delle idee seriose facendo ricorso alle armoniche sapienti del romanesco…

Filosofia di fondo:

… sentita vocazione antiaccademica e diffusa sfiducia nella lingua codice…

Veniamo ora al romanzo. Innanzitutto, strano finale:

… il romanzo deve considerarsi letterariamente concluso poiché il commissario capisce chi è il colpevole… e questo anche se il lettore non capisce o non capisce che lui capisce… [cio’ non toglie che l’ autore si irritò ferocemente con Garzanti il quale osò apporre la parola Fine in conclusione del volume]

Sul Gran Lombardo, il marchio manzoniano…

… facile da rinvenire in quell’ amore istintivo per il formicolio della vita…

A pag. 2 entra il protagonista…

… con quel suo fare un po’ tonto come di persona in combattimento contro digestioni laboriose… l’ abbigliamento tradiva una paga statale…

… le laconiche sentenze del commissario…

 

… rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, di giorni, di mesi, dall’ annunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio…

… ragazze che passano per la via…

… co’ la treccia appennollone…

… appunti mentali sulla servetta…

… dal di lei collo, ancora piuttosto lungo sotto la capigliatura, veniva fuori quella vocina fatta di sì e di no, come le poche note del lamento di un clarino…

… presagio…

… Ingravallo notò che due o tre volte, a mezza voce, aveva detto mah… chi dice mah cuor contento non ha…

… un attimo prima dell’ annuncio…

… Don Ciccio stava per vedere il fondo dell’ ultimo per così dire calice – un cinque anni bianco extra secco ora del Cavalier Bianchi Empedocle & Figlio, Albano Laziale, da sognarseli perfino in questura, il vino, il bicchiere, il Padre, il Figlio e il Lazio… – e quando il bianco secco ancora gli titillava il velopendolo, lei parlò…

… convenevoli…

… “dottor Ingravallo” bofonchiò Ingravallo spiccicandosi appena dalla sedia, e stringendo quasi a malincuore, la mano che quello gli porgeva…

… presentimenti…

… una voce… una voce poco fa già gli sussurrava in cassa, nella cassa, non sapeva neanche lui se del cervello o del cuore…

gaddaa

… un’ occhiata alla casa…

… e quella zuccheriera d’ argento memore delle vacche grasse… con una ghianda d’ oro e due foglioline d’ argento sul coperchio. Già: per tirarla su.

… l’ offerta…

… accettò una polputa sigaretta dal Balducci (che gli squadernò il portasigarette d’ oro sotto il mento con un tatràc repentino)…

… ingresso in sala da pranzo del quadrupede…

… fece solo una carezzaccia alla canina: che da quei béf béf così stizzosi, cattiva!, trascorse a dei ringhi decrescenti, come d’ un temporalino in ritirata, al fine si chetò…

… arrivano ospiti…

… l’ annuncio un po’ canoro un po’ pecoraro dell’ Assunta nascondeva un rossore sottocutaneo impercettibile…

… dopo la disgrazia, l’ immancabile folla dei curiosi…

… un portalettere in istato di estrema gravidanza, più curioso di tutti, dava, della sua borsa colma, in culo a tutti: che borbottavano mannaggia, e poi ancora mannaggia, mannaggia, uno dopo l’ altro, man mano che il borsone provvedeva a urtarli nel didietro…

… non solo bipedi…

… torno torno, un barboncino bianco scodinzolava eccitato e de tanto in tanto… stritolato dalle relatrici… abbaiava puro lui: il più autorevolmente possibile…

… i Bottafava…

… avevano gridato “al ladro, al ladro” per primi ed esigevano ora adeguato riconoscimento… lui nell’ inseguimento (per la verità appena accennato) aveva anche estratto un grosso revolver che volle esibire chiedendo spazio agli astanti…

… verbalizzare le testimonianze…

… omise i “Gesù”, “Gesù mio bello”! “Sor commissario mio”… e altre interiezioni-invocazioni di cui la “signora” Manuela Petacchioni non tralasciava d’ inzeppare il suo referto…

… la derubata…

… un tono languido in tutta la traumatizzata persona… un négligé un po’ imprevisto tra giapponese e madrileno… un baffo bleu sul volto piuttosto vizzo… la pelle pallida come d’ un geco infarinato… e poi…un sottointeso: “una donna sola ha sempre paura ad aprire”…

… donne & armadi stagionati…

… come tutte le donne sole in casa, trascorreva le ore in stato d’ angustia, o perlomeno di dubitosa e tormentata aspettativa… da un po’ di tempo quel suo perenne pavore nei confronti del trillo del campanello s’ era intellettualizzato in un complesso d’ immagini e figurazioni ossedenti: uomini mascherati con suole di feltro ai piedi… irruzioni repentine per quanto tacite in anticamera… vittima già ipotecata con allegate eventuali “sevizzie”… parola questa che la riempiva di indicibili orgasmi contrastanti… con il commento di un batticuore per un crac improvviso, nel buio, di un qualche armadio più stagionato degli altri… il pensiero dominante, a ogni trillo, soleva coagularsi in quel “chi è”, belato o raglio abituale di ogni reclusa… il suo patema testimoniale ci mise davvero poco a deflagrare in epos… concluse la testimonianza che soffio’ il naso trombettando come una vedova…

… caldaie de Roma…

… la sacra fiamma d’ ogni impianto termico, a Roma, si estingueva a Marzo alle Idi, ma talvolta addirittura a le none quando non a le calende… negli inverni doppi a epilogo protratto… come fu quello del ventisette, la si alimentò per tutto il mese e la si lasciò smorire d’ un prolungato languore… non senza accademia e diatriba fra casigliani opinanti, roboanti, fra i volenti e i nolenti, gli squattrinati e i quattrinosi, fra micragnosi e scialacquatori…

… il reticente…

… er sor Filippo, alto, scuro a soprabito, co la panza un po’ a pera e le spalle incartocchiate e un tantinello pioventi, di viso tra impaurito e malinconico… e in mezzo un nasone alla timoniera da prevosto che doveva fare le gran trombe del Giudizio a soffiallo…

… i passi dell’ assassino…

… impercepiti dal passante distratto o che va di prescia…

… in calce…

… quell’ orribile e interminabile garbuglio della firma…

… congedo del testimone… la Petacchioni lascia la questura…

… sommovendo er culo come na’ quaja e ticchettando in difficile equilibrio sui tacchi delli scarpini boni… come una scrofona su quelli zoccoletti che cianno…

… la mezza…

… sopore d’ ufficio…

… il gentile clima del Cacco…

… un odorino sincretico, come di caserma o del loggione der teatro Jovinelli… tra d’ ascelle e de’ piedi… ed altri effluvi ed olezzi più o meno marzolini, che era una delizia annasalli…

… confessione…

… abbandonatosi a quella specie di logorrea a cui si danno vinte certe anime in pena…

… profonda malinconica nota…

… o cor mappamondo in aria, inchinate a soffiar er naso a un pupetto, o a toccà si s’ è bagnato: che è propio allore che je se vede er mejo… a la serva… tutta la salute sua…

… entra la coppia…

… la sposa, povera pupa, arrivò co’ lo sposo, preceduti da na’ panza come una mongolfiera a San Giovanni… lei arrossì, abbassò gli occhi sul ventre come l’ Annunziata quanno che l’ angelo se mette a spiegaje tutta la faccenda…

gad

… il Roma-Napoli nella campagna laziale…

… sopraggiunge con vivido terrore delle galline di guardia… il locomotore circondato da lividi lampi sul pantografo, alle sospensioni e ai giunti… e dietro tutto il fragore iterato, iterato ad ogni assale… da svellere ogni ago degli scambi… con quelle che seguitavano a starnazzare… levandosi a volo… strangullandosi ne’ loro straziati vocalizzi, regalando bianche piume al vortice…

… veduta suburbana…

… carovane bianche di nuvole trascorrevano a mezzo marzo nel cielo da nullo reale perseguite… anche loro però c’ era chi s’ incaricava d’ uncinarle… ed erano le vette argentate delle antenne… come punte di pettine di carda un’ ovatta… nel vello del fuggente niveo gregge…

… panino in trattoria a li castelli…

… col rosbiffe a comodo divano per fette di mortadella lì morbidamente adagiata in fette alterne a opera dei diti peritissimi e paffutelli del Maccheronaro: che le tegumentò alfine, un colpo d’ occhio a collaudo, uno a congedo, del pre-resecato, pre-accantonato, tetto o coperchio (er mezzo sfilatino de sopra): sporgendo lui er labbro sotto, ma un millimetro appena: intanto che la pappagorgia compressa e per così dire appiattita contro il colletto… finì per nascondergli tutta la cravattina di primavera, a farfalle… con piselloni verdi… la torpediniera d’ alto mare fu varata e porta con labbro sporgente al diletto cliente… “semo o non semo”… parve significare lo sguardo… il cliente mise il dente indove si meritava di metterlo… dopo un paio di mozzichi la bocca prese a somigliare a una molazza… nun ce la faceva a risponne… si quercune je domannava, quello girava gli occhi, due occhioni tonni tonni… co’ l’ aria d’ avé capito…

… il dottò medita il caso anche fuori orario…

… mandò giù qualche boccone alla meno peggio, cor capoccione sur piatto… di quelli spezzatini de muscolo de caucciù… il demone della “ricostruzione dei fatti” gli martellava sulle tempie… amoroso bersaglio d’ alcuni “ma che c’ è stasera dottore?”… della impareggiabile padrona tutta in ansie, in premure: che non finiva più di roteargli attorno, a lui, al servito…

… hop, hop…

… il cavallino, in discesa, dopo aver contrastato col culetto magro le strappate del biroccio… che gli sopravvennero sulle chiappe come schiaffi del mare sull’ arena… puntò le zambe sul sodo della strada senza più levarle… ormai spento, sdrucciolò un tantino… rivolgendo appena alla tirata di redini il capo… che sembro significare “acci tui e de tuo nonno in carriola… propio adesso che annavamo così bene”… nel frattempo sopraggiungeva il Pestalozzi con si poco fluente veicolo: una bici che era na scatola de musica… un cro cro ne li mozzi… pareva na machina per sgranocchià er torrone…

… boschi lontani…

… da un leccio alla scure superstite giungeva il disperato dittongo del chiù… e come appello intermittente, l’ implorante giambo del cucù…

… arrivo in cascina…

… furono accolti dai furibondi latrati d’ un bastardaccio di cui quasi non si vedevan gli occhi… ma i denti radi e canini con paura… tant’ era irsuto… mezzo spinone, mezzo maremmano, mezzo fottut’ in gulo… ma per buona sorte a catena…

… zuffa tra le belle di notte…

… sei una mignotta… una spia… disse in un sudor diaccio… smaniosa che il litigio non avesse fine… con un tentato bisbiglio che gli riuscì granuloso di catarri… guardando oltre le punte delle orecchie del cavallo… che gli servivano quasi da mirino per inquadrare il nulla della campagna…

… il mondo percepito dalla cameretta…

… raggiunta in una sonnolenza rischiarata da brevi lampi… tra un battere e l’ altro del sangue agli orecchi… raggiunta dal verso della moto del maresciallo… quelo grosso… la si udiva sparacchiare in lontananza un po’ per tutto lungo strada e stradina… e fremere ai passaggi chiusi indispettita in un corruccio…

… collina romana…

… i diedri delle case la coronavano al sommo… in basso, i popolati paesi… il tramme e la via consolare…

… zone franche in caserma…

… quelle stanze ove si esplicavano al meglio le tecniche ciondolatorie e distratte… quando che si liberano quei sbadigliacci che magari girano per ore nella gola… come leoni in gabbia…

… fancazzisti al mercato…

… esprimeva il suo dinoccolato ottimismo sufolando in sordina… atteggiando appena i labbri… o sostando chiotto chiotto… le mani in tasca e la gobba infreddolita sotto il pastrano… un pastranuccio da mezza stagione fasulla… contribuiva all’ immagine da bellimbusto assonnato in cerca di una cicca da poté fumà…

… banchi…

… pervenne alfine al reame di Tollo e Anco dove adagiate sul tagliare, prone, più raramente supine o addormitesi di lato, le porchette dalla pelle d’ oro esibivano i lor visceri di rosmarino e timo…

… consigli per gli acquisti…

… la porca, la porca, signore c’ avemo la bella porca d’ Ariccia co’ n bosco de rosmarino in de la panza! Co le patatine de staggione! (la stagione se la sognava lui, erano le patate vecchie fatte a pezzi tutte puntolini di prezzemolo… inficiate nella grascia de la porca…)…

… l’ arresto tra le massaie…

… gli si erano rizzati ai fianchi du figuri, du tipi de pizzichini un ber po’ più scuri de lui… uno de qua, uno de là, come i silenti gendarmi che Pulcinella percepisce dopo un po’ in uno sgomento improvviso… “la porca, la porca” sì la porca ho capito, pareva dire a se stesso mentre abbassava la voce “a por-ca” sillabò esangue “a por…” e quel po’ di fiato gli smoriva in gola come la fiamma d’ un moccolaccio quanno sbava cera e se strugge tutto in un lago de puzza cor codino fritto nel mezzo…

… buongiorno!…

… quando il trillo iracondo si sganciò tutt’ a un tratto nel silenzio della casa addormentata, erompendo inatteso da quel pataccone della sveglia semovente sul marmo (del tavolino) ad annunziare le nuove grane del giorno, ecco che due picchi ad uscio della padrona, discreti, autenticarono l’ ammonimento furioso dell’ imbecillissimo…

… abluzioni…

… si rigrattò il testone, si appressò alla vaschetta, e dato libero corso alle linfe s’ insaponò il naso e la faccia, il collo e le orecchie. Sgrullò il parruccone sotto il rubinetto alto del lavabo, con quei soffi e quele strombate de naso come di foca venuta a galla dopo mille rigiri sott’ acqua… ch’ ereno ogni mattina dar bagno “occupato” l’ indizio indefettibile della sua presenza…

… di traverso…

… lo prese uno strangullone, si fè paonazzo nel volto: le briciole nella trachea… a momenti sparava tutto dal naso… carbonchioli e caffelatte…

… auto di servizio…

… filò come poteva, coi budelli che abbottavano, benché molli molli, e al primo sasso che intrupparono ciavevano già voja de schioppà: la frizione facva caràche ad ogni svorta de strada, a ‘gni cane che se metteva davanti… in Via Giovanni Lanza tancheggiò e rollò nelle pozze per cento metri… imbattendosi in cunette non ancora verbalizzate dal Touring…

… a rapporto…

… si mise in ascolto dopo una battuta non sùbita e piuttosto molla dei tacchi…

… irruzione nelle baracche…

… “Polizia, vente a uprì… dovemo entrà”… ragazzi, polli, donne, du cagnoletti bastardo cor codino arrotolato in alto, a pastorale, che je scopriva tutta la bellezza: non finivano più di guardare, d’ abbaiare, du occhietti neri stupiti con la meraviglia nei volti… nelle gronde non vea canala, né parato alcuno detta “mantovana”… scheccherarono le dissennate galline…

… vassoio d’ entrata…

… fu introdotto tutto il rognoneggiante sincretismo di una portata di capretto…

… il morituro…

… una faccia ossuta e cachettica posava nel cuscino… nell’ immobilità rugosa dei fossili… d’ un giallo bruno da museo egizio… la quiete spenta della sua guardata si opponeva agli eventi straniando quel volta d’ atzeca… un lezzo ivi di panni sudici e di persone poco lavabili e poco lavate… di feci male accantonate nella degenza…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5 risposte a “Conati maccheronici

  1. diait 23/03/2012 alle 10:56

    Fantasmagorico! Ecco da dove veniva quello “stuzzica il velopendolo” della pubblicità delle patatine fritte!
    E poi il trionfale “geco infarinato”.
    Nel film di Germi i fuochi d’artificio linguistici si perdevano, ma il film era bello lo stesso e a Gadda era piaciuto. Chissà com’erano i loro incontri, e cosa si dicevano…

  2. broncobilly 23/03/2012 alle 13:23

    La sfida raccolta da Germi era veramente da far tremare le vene e i polsi: cosa c’ è di meno vicino alle “asciuttezze” adamantine richieste dal genere che questi dispersivi numeri pirotecnici? Una palude informe che è la gioia dei filologi ma non certo dei nipotini di Holmes. La prova del nove è il finale: avete mai visto un thriller chiudersi per “noia”? Mai: un buon giallo si chiude con la quadratura dei conti, al massimo qualche mistero di contorno lasciato a penzoloni tanto per tenerci un po’ sulle spine. E Germi non ha nemmeno voluto sgarrare dai dettami tradizionali virando verso le avanguardie del genere (alla durrenmatt o à la byo casares), quelle che si dedicano unicamente a descrivere il “brancolamento” dell’ investigatore facendone una metafora di vita. Praticamente, alla fine, il buon G. si è reinventato tutto facendo de su “maledetto imbroglio” un’ opera originale.

    Forse l’ unico punto di contatto è l’ omaggio alla città: Germi la fa vedere molto. E anche per Gadda si tratta di un omaggio (“musicale”). Come per il Nabokov di Lolita, la storia è un’ avventura sensuale, un pretesto per omaggiare una lingua esotica immergendovisi dentro per battezzarsi e battezzare a raffica tutto cio’ che incontra per via.

  3. diait 23/03/2012 alle 20:07

    è vero, ne ha fatto un’opera originale, hard-boiled.
    Ho trovato un saggio bellissimo su Gadda-Germi Pasticciaio-Imbroglio,
    …Germi, da parte sua, elimina il discorso indiretto e, attraverso i dialoghi, tenta una sommaria ricostruzione della struttura polivocale. Se Ingravallo parla in un italiano che potremmo definire standard, il maresciallo Saro (Saro Urzì, immancabile macchietta nei film di Germi) si esprime con inflessione siciliana – perché questa venga sicuramente colta, di lui viene detto che è di Catania, come la chitarra in cui è ritrovata la refurtiva. L’allievo carabiniere ha un forte accento settentrionale, e anche in questo caso, per segnalare che si tratta di un voluto regionalismo Ingravallo fa mostra di rimanere interdetto ascoltandolo: fino a ripeterne una delle frasi con la propria cadenza, come per essere certo di avere capito lo strano idioma. Pluralità di voci, quindi, ma anche un tentativo di rendere l’invadente coralità del romanzo, come quando il condominio continua a etichettare il ladro «assassino» – tanto da condizionare Ingravallo, che inizialmente oppone alla «collettività fabulante» (RR II 37) la propria logica («Ma qua’ assassine si nun ce sta ’o muorto?», RR II 29), ma infine cede e domanda «se fossero rimaste delle tracce… o impronte, o altro… dell’assassino» (RR II 37). Nel film si muovono coralmente non soltanto i rumorosi condomini, ma anche le forze di polizia. A sottolineare una scelta registica precisa, arriva la richiesta del Banducci di parlare con il commissario: almeno per una volta, «soltanto con lui». Nella sequenza successiva l’intera squadra di polizia ascolta la confessione segreta.
    Per quanto in forma impoverita, la complessità della tecnica narrativa gaddiana viene quindi riproposta: è difatti pur sempre su citazioni precise che le scene ridotte a gag da commedia all’italiana vengono ricalcate. La telefonata in cui, a turno, poliziotti e carabinieri tentano di comunicare, ognuno nella propria lingua e tutti ripetendo lo stesso discorso, con un ipotetico centralino…

    (…) Ma è nel rendere uno degli aspetti più marcati del romanzo che Germi dimostra, a mio avviso, di volere restare fedele alle intenzioni del testo, pur sostituendo alle esplicite accuse di Gadda immagini sintetiche e, talvolta, da decodificare. è noto il carattere antifascista del romanzo – l’ipocrisia del regime, che maschera i delitti per darsi una parvenza d’ordine, è continuamente messa alla berlina:
    […] l’Urbe incarnava omai senza er minimo dubbio la città de li sette candelabri de le sette virtù: quella che avevano auspicato lungo folti millenni tutti i suoi poeti e tutti gli inquisitori, i moralisti e gli utopici, Cola appeso. (RR II 73)
    La polemica di Germi non è altrettanto elaborata. Il regista non usa i toni accesi né l’arguzia implacabile dello scrittore – a sminuire la carica polemica contro il fascismo contribuisce, inoltre, anche il salto in avanti del tempo della vicenda. Germi, però, non ignora la volontà di Gadda, e ricostruisce, a modo suo, parte dell’accusa nei confronti del regime. Se un personaggio incarna la falsità del regime, quello è Banducci. Rispettabile e premuroso in apparenza (non litigava mai con la moglie, rivela Assunta in uno degli interrogatori), il suo perbenismo cela continui tradimenti, uno dei quali particolarmente grave e indirettamente incestuoso, in quanto perpetrato con la domestica che la moglie tratta come una figlia. Rendendo tangibile, attraverso le immagini, la metafora del cadavere nell’armadio, gli inquirenti dell’Imbroglio trovano, in uno sgabuzzino, i segni del passato. Si tratta di due gigantografie di Banducci in tenuta militare fascista. L’inquadratura dura circa un secondo e l’immagine scivola via così rapidamente che allo spettatore può venire da chiedersi se uno dei visi ritratti sia quello del Banducci-bandito o del duce-Benito. Solo il fermo-immagine permette di rispondere al quesito, irrisolvibile per gli spettatori degli anni ’50.

    http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/journal/issue2/articles/gutkogerm.php
    The Edinburgh Journal of Gaddian Studies
    Bellissimo sito/pubblicazione su Gadda

    Caratterialmente, Germi e Gadda, erano due fortezze inespugnabili.

  4. broncobilly 23/03/2012 alle 23:57

    Molto ficcante. Mi mette in moto curiosità che richiederebbero una seconda visione. Non concordo infatti su tutto.

    Penso a un regista da abbinare a Gadda. Mi vengono in mente Kusturika, un certo Ferreri, il Fellini più cronachistico… Registi che hanno un coté pantagruelico evidente.

    Nel libro non c’ è quasi finale, il caos ha il sopravvento, non si tratta di semplice polifonie ben orchestrata, si tratta di bercianti fanfare cacofoniche improvvisate con genio carnascialesco (hai presente certi dialoghi felliniani in cui parlano in cinque contemporaneamente?). Gadda s’ impantana di continuo, si distrae producendo vistose diseconomie laddove invece il film mantiene pur sempre un ritmo virtuosisticamente agile. Non puo’ che essere così visto che Germi ha scelto di raccontarci una storia (intricata) e non di farci annusare un odore: deve procedere, deve coordinarsi, deve spicciarsi, deve sintetizzare laddove Gadda non conosce che dilatazioni infinite. Per mettersi sulle tracce del Gran Lombardo, secondo me, bisognerebbe come minimo rinunciare al lusso di una storia fatta e finita. Giusto una parvenza, un ectoplasma, un pretesto.

    C’ è poi forse autore più apolitico di Gadda? Gadda ama l’ ontologia e disdegna la storia. E’ filosofo per costituzione caratteriale, come proclama di continuo è interessato all’ “essenza” delle cose (sempre la stessa in qualsiasi tempo): il contesto storico lo sceglie tirando i dati. “Non è il mio stile a essere barocco, la realtà lo è”; ecco la mimesi che insegue in tutta l’ opera.

    Penso che ce ne sia abbastanza per rivedere, rileggere e rifarsi un’ idea in merito: la prova provata che trattasi di due classici di razza, roba che non si fa riporre nel cassetto tanto facilmente.

  5. diait 25/03/2012 alle 12:15

    gadda è barocco, germi asciutto e essenziale…
    e il film è una sintesi tra la coralità del cast, la polifonia di voci e dialetti, le immagini della città, il caleidoscopio di tipi umani (barocco), e l’asciuttezza della narrazione e dei dialoghi (essenzialità).

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: