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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Con arte, accipicchia!!

Mille volte abbiamo sfiorato il discorso sull’arte, sulla musica, sul rapporto tra arte e fede, arte e cultura, su cosa sia arte e cosa non lo sia. Da dilettanti, ovviamente. Al massimo possiamo pensare di dire la nostra, facendo magari eco al pensiero di qualche pensatore da strapazzo che ha conquistato in qualche modo gli scranni di qualche “prestigiosa” università d’oltreoceano.

Ora, lasciamo un attimo da parte tutti questi approcci buffoneschi e dedichiamoci alla parola di qualcuno che il cervello sa usarlo sul serio. Sono certo che capirete da voi quanto sciocche siano le posizioni dei docentucoli da strapazzo, che della pseudo- o sottocultura dominante sono figli e permeati, appena si pongono a confronto di chi pone le sue radici nella Cultura solida e multimillenaria che ha illuminato secoli e secoli di progressi dell’umanità.

« Chiesa » e « cultura » oggi. Considerazioni preliminari

La musica sacra è fede diventata cultura, e come tale è toccata dalle problematiche odierne concernenti il rapporto tra fede e cultura. In tale rapporto le questioni si attestano su entrambi i versanti della relazione.

L’intima correlazione della fede alla cultura versa in una condizione di crisi. Dalla fine dell’illuminismo in poi, la fede e le diverse culture di volta ii volta a lei contemporanee si sono sempre più separate l’una dall’altra. Fino ad allora, la cultura — nel corso della storia intera, così come in quella dell’Europa cristiana — era fiorita dalle medesime radici della religione, e fin nelle sue concrete modalità espressive era rimasta legata a tale contesto esistenziale originario. Rinascimento e Riforma rappresentarono una prima crisi per tale compenetrazione di Chiesa e cultura. Ma solo nell’illuminismo si giunse ad una vera e propria rivoluzione culturale, ad una decisa emancipazione della cultura dalla fede. Ora le loro vie si dividono, anche se il diciannovesimo secolo sarà ancora pur sempre contrassegnato dal loro vivo contatto ed interscambio.

In ogni caso, basterà osservare tante chiese neogotiche o anche neoromaniche per vedere che la Chiesa non ha certo potuto ripudiare il proprio tempo; ma anche per notare che, cionondimeno, essa è stata con tutta evidenza costretta ad esprimersi in forme in qualche modo di «sottocultura», restando ai margini delle correnti principali di sviluppo culturale. Questa risultanza è altrettanto palese se si confronta la riforma ceciliana della musica sacra con la generale evoluzione musicale della seconda meta dei diciannovesimo secolo e degli inizi dei ventesimo.

Non si vuole con ciò certamente negare che, anche nel caso di questi orientamenti marginali, siano state create cose grandi, che ben si possono accostare alle realizzazioni delle tendenze artistiche di volta in volta dominanti. Neppure si vuole con ciò contestare il fatto che quell’istanza di «ritorno al passato» manifestatasi nel rinnovamento degli stili classici e nel l’inclinazione a vincolare la fede alle espressioni culturali delle epoche precedenti corrispondesse effettivamente allo spirito del secolo. E, da ultimo, non si può certo dimenticare che fenomeni culturali tanto importanti come la riscoperta e il rinnovamento del canto gregoriano e della grande polifonia sacra sono stati frutto di siffatti orientamenti, i quali hanno dimostrato così di possedere realmente una fecondità culturale di tutto rispetto. Ma, nel complesso, lo lato è però divenuto sempre più profondo e l’incertezza sul modo in cui la fede può e deve esprimersi nell’oggi si manifesta a sufficienza nella confusa contrapposizione odierna tra i più svariati tentativi “culturali” e un diffuso pragmatismo privo di qualsiasi dignità culturale.

Anche per la cultura moderna, tuttavia, la rescissione dei legami che univano all’originario contesto religioso non è rimasta priva di conseguenze. Anch’essa è stata sospinta in una condizione di smarrimento e di incertezza, nella quale è sempre meno in grado di dire qualcosa circa il suo proprio “quo vadis”. In un certo senso, nel mondo moderno l’arte appare come un lusso inutile e, facendo di necessità virtù, tale inclina anche a definirsi: “arte” sarebbe semplicemente ciò che non deve adempiere nessuna funzione, bensì si giustifica di per sé. In ciò vi è del vero: da sola, però, la negazione non basta ad assegnare ad un fenomeno (di qualsiasi genere esso sia) una collocazione significativa nel quadro delle coordinate di esistenza dell’uomo e del mondo. Le aporie in cui l’arte incorre, professando la propria totale irrelatezza alla sfera religiosa, risultano particolarmente evidenti in ambito musicale. Come ogni altra espressione artistica, la musica ha sempre presentato un’ampia fenomenologia di forme e di livelli qualitativi: dal cantare senza pretese — e pure autenticamente vissuto — dell’uomo comune, fino alle realizzazioni artistiche della più alta perfezione. Ma ora è accaduto qualcosa che non s’era mai verificato prima. La musica si è scissa in due mondi, che a stento hanno ancora qualcosa a che fare l’uno con l’altro. Da una parte la musica come fenomeno di massa, che vorrebbe accreditarsi con l’etichetta «pop», a significare appunto musica «popolare», musica dei «popolo». Qui la musica è diventata una «merce» che si può produrre industrialmente e che si misura sui valori di mercato. Dall’altra parte, una musica «cerebrale»: costruita a tavolino, sulla base di standard qualitativi tecnologicamente elevatissimi, a fatica capace di travalicare la piccola cerchia elitaria dei suoi intenditori e fruitori. In mezzo, tra i due estremi, ecco la tendenza rifugiarsi nel passato: ad aggrapparsi a quella musica che preesisteva alla frattura odierna, che parlava all’uomo nella sua interezza e, anche oggi, è pur sempre in grado di toccare in lui le corde più profonde.

E’ ovvio che la musica sacra si attesti prevalentemente in quest’ambito intermedio. Ma poiché la Chiesa vive certo in quest’epoca presente, essa non ha potuto fare a meno di saggiare comunque le proprie capacità anche sui fronti contrapposti dell’odierno panorama culturale e della sua schizofrenia di fondo. Quando oggi si sottolinea, a ragione, l’esigenza di un nuovo dialogo tra Chiesa e cultura, non si dovrebbe però dimenticare che questo dialogo per sua natura non può essere a senso unico. Esso non può consistere ultimamente in un’auto-subordinazione della Chiesa alla cultura moderna, che, da quando ha perduto il suo fondamento religioso, di conseguenza vive in larga misura in una condizione di continua messa in dubbio di sé. Come la Chiesa deve andare incontro con nuovo e radicale ardimento alle necessità dei nostro tempo, così pure anche la cultura deve nuovamente riflettere ed interrogarsi circa la propria perdita di senso ed il proprio fondamento; e, a questo proposito, accettare una terapia dolorosa: cioè aprirsi ad un’intima riconciliazione con la religione, poiché solo di qui essa può attingere la propria linfa vitale.

In quest’ottica, dunque, il problema della musica sacra e semplicemente un aspetto — di grande rilievo esistenziale — di un compito più vasto cui il nostro tempo ci chiama. Esso esige qualcosa di più che il puro e semplice dialogo: precisamente un impegno da parte dell’uomo a ritrovare di nuovo se stesso.

Se il teologo vuoi tentare di offrire un qualche contributo alla discussione, egli deve attenersi ai mezzi di cui dispone. Non può entrare nelle analisi propriamente musicali; deve piuttosto chiedersi dove stiano, per così dire, le «cuciture», i nodi d’intersezione tra arte e fede. Egli può darsi da fare per chiarire in qual modo la fede dischiude all’arte un suo spazio interiore, e quali guadagni o indicazioni le offre per il suo cammino.

Anche questa sarebbe però un’impresa quasi sterminata, se si volesse considerare l’intero repertorio di fonti teologiche a nostra disposizione. Tutte le fonti, però, dipendono in ultimo dalla fonte originaria, che è la Bibbia; così, dunque, vorrei limitarmi alla trattazione della questione se nella Bibbia si attesti qualcosa come un punto di partenza originale o delle indicazioni di fondo per il cammino della musica sacra. E, considerata l’ampiezza e la molteplice stratificazione della testimonianza biblica, si rende ancora necessaria un’ulteriore delimitazione. Più realisticamente, allora, la mia ricerca si chiede: possiamo trovare un testo biblico che documenti – il più possibile nella sua pienezza – l’ottica in cui la Sacra Scrittura vede la correlazione tra musica e fede?

Da Cantate al Signore un canto nuovo: saggi di cristologia e liturgia, J. Ratzinger

Affascinante. Ovviamente la ricerca prosegue scavando a fondo, e vi rimando al testo per le risposte alla domanda. Ma credo ci sia sufficiente carne al fuoco per far sfrigolare per un bel po’ i cervellini.

13 risposte a “Con arte, accipicchia!!

  1. broncobilly 01/05/2012 alle 10:57

    Tutto sommato condivisibile, direi.
    A parte l’ introduzione, come dire… mmm… leggermente… mmm… farneticante?… mmm.

  2. broncobilly 01/05/2012 alle 12:06

    Lascia un po’ perplessi l’ analisi del cs (cultural split) che fa Ratz. Quasi come se il responsabile ultimo della faccenda fosse l’ accresciuta “irrelatezza” tra fede e arte.

    Direi che si tratta di una correlazione spuria. La mia tesi è che il cs, così come l’ avanzata dell’ ateismo, siano entrambe un frutto della società del benessere.

    1. Più ricchezza tra i cittadini: meno bisogno della fede.

    2. Più sovvenzioni ai musicisti (la società ricca puo’ permetterselo): più incentivi a dedicarsi al proprio ombelico.

    3. aggiungici che i musicisti costituiscono una classe colta, e presso la classe colta le percentuali di ateismo s’ impennano, ergo: molte concezioni estetiche saranno di stampo materialistico.

    Rimedi:

    1. Impoverirsi tutti e tornare ai bei tempi andati riducendo il cs. Soluzione da scartare.

    2. Convertire tutti a forza. Soluzione da scartare.

    3. Sovvenzionare solo i musicisti “credenti” o comunque spiritualmente sensibili censurando gli altri. Soluzione da scartare.

    4. Lasciar fare di più al mercato, anche considerando il fatto che nelle società ricche la domanda di cultura s’ impenna.

    E non a caso le analisi quantitative ci dicono che “cs” si riduce di molto laddove le politiche culturali si appoggiano al mercato, almeno in parte. Il mercato è formidabile riduttore di cs: il musicista “cervellotico” vedrà come estremamente conveniente avvicinarsi un po’ di più alla massa (nella massa, ricordiamolo, la % di credenti sale). La musica di Boulez puo’ esistere solo se ipersovvenzionata, quella di Arvo Part si autofinanzia da sé.

    Al contrario, la star del pop, giù straricca, vede conveniente appagare il suo ego impegnandosi nella qualità. Gli esempi si sprecano.

    Queste dinamiche sono possibili perché, ricordiamolo sempre: il musicista è sia un produttore che un consumatore della sua arte.

  3. broncobilly 01/05/2012 alle 12:37

    Un piccolo cadeau: l’ integrale dell’ ultimo disco di Part, Creator Spiritus

     http://www.wqxr.org/widgets/ondemand_player/#file=%2Faudio%2Fxspf%2F204888%2F;containerClass=wqxr

    Atteso un po’ da tutti come l’ ultimo 45 dei rolling stones.

    part

  4. davithegray 01/05/2012 alle 13:16

    Per fortuna c’è ancora qualche esempio di autore che colma lo iato tra il giochino per esperti dementi ed il dilettantismo inetto del pop.

    Part è uno di quelli, e ce ne sono altri (anche si autori in grado di guardare alla pari nelle palle degli occhi i grandi del passato io non ne vedo da parecchi decenni). Non sono molti, e soprattutto sconosciutissimi al 99% della popolazione. L’ultimo dei rolling stones (sono ancora in giro?) non credo sia molto atteso, ma senz’altro avrà un mercato di qualche migliaio di ordini di grandezza superiore a Arvo Part. Star del pop che si impegnano nella qualità? Ma di chi parli?

    Io credo invece che il discordo di JR sia sottoscrivibile alla virgola, e mi rendo conto che è diametralmente opposto al tuo. Non è il mercato che produce di per sé l’arte. Il mercato produce primariamente un “bene” solo: la spazzatura. Oggi possiamo ascoltare ancora un brano di Carissimi come se fosse stato scritto ieri, e porterà i contenuti di cui parla JR nel proseguio dell’articolo (che non ho citato). Ti immagini cosa sarebbe per il mercato un bene che dura 500 anni? Un disastro! Il mercato deve vendere, e per vendere i beni devono durare poco.

    Anche l’idea che l’ateismo cresca con la cultura mi lascia un po’ perplesso. Tutto sta ad intendersi su cosa sia la cultura. Certo, se si intende il numero di persone abbonate a Sky, sottoscrivo. Se già ci riferiamo al numero di persone che conoscano la lingua latina, ho la netta sensazione che la relazione sia ben diversa da come la racconti. Infatti, quelli che hanno in mano le leve della “cultura” sabotano costantemente questo tipo di contenuti. Non c’è correlazione tra ricchezza e cultura. Il ricco è sempre un po’ burino, e più è ricco più è burino, esattamente come il povero. Quanti ricchi conoscono Part, secondo te? Quanti conoscono Gesualdo da Venosa?

    Sovvenzionare chi produce cultura è indispensabile, altrimenti non avremo più artisti (a parte chi può permetterselo: infatti oggi gran parte di quelli che fanno arte sono o morti di fame, o ricchi assai poco dotati), ma non è certo la cosa più essenziale. Quello che manca è ciò di cui parla JR. Mancano artisti che abbiano un senso, che parlino alle corde più profonde dell’uomo. Manca arte che non sia un mero giochino per intenditori, che non sia qualcosa che “si giustifichi di per sé” come passatempo. Il mondo dell’arte un pochino lo conosco, dal di dentro. E non posso che constatare la profonda verità di quanto afferma JR.

  5. davithegray 01/05/2012 alle 13:20

    PS: se vuoi avere un’idea di quale sia il mercato di Part (che pure è davvero una superstar della musica sacra contemporanea), prova a procurarti le sue parti. Io non ci sono riuscito. Nemmeno dai siti internazionali.

  6. broncobilly 01/05/2012 alle 16:25

    Ti immagini cosa sarebbe per il mercato un bene che dura 500 anni? Un disastro! Il mercato deve vendere, e per vendere i beni devono durare poco…

    Il mercato non è affatto interessato alla durata in sé dei beni che produce, purché i prezzi siano equi: tanto è vero che i beni a rapido consumo costano meno. Del resto i musicisti del passato erano sul mercato ancor più di quelli di oggi! (e senza nemmeno copyright).

    Il mercato produce solo spazzatura? Nel mio caso i dubbi che il mercato possa colmare a dovere il c.s. sono esattamente di natura opposta.

    Ti faccio l’ esempio di una giornata tipo: oggi.

    Ascoltavo poco fa, in un festival sponsorizzato unicamente da banche e assicurazioni, questa trascrizione di Benedetto Marcello a opera di Yotam Haber:

    http://www.wqxr.org/widgets/ondemand_player/#file=http%3A%2F%2Faudio.wnyc.org%2Fqlive%2Fqlive041812estro.mp3;containerClass=wqxr

     

    A seguire, sempre in quella sede, la cinesina Yi Qin con i suoi flautini:

    http://www.wqxr.org/widgets/ondemand_player/#file=http%3A%2F%2Faudio.wnyc.org%2Fqlive%2Fqlive041812sound.mp3;containerClass=wqxr

     

    Insomma, non puoi uscire a farti una birra in un locale, che ti rifilano la musica di un ventenne prodigio con 14 diplomi eseguita da diciottenni prodigio già con le lenti spessissime. Questo nella terra dei mercati: laddove la scuola te la paghi e sbarchi il lunario con quello che sai fare.

    Nemmeno delle (ex) pop star ci si puo’ più fidare:

    Voglio una canzonettaaaa!

  7. broncobilly 01/05/2012 alle 17:37

    Prendiamo la lista dei pezzi favoriti di Peter Broderick, il tipico compositore nato e cresciuto in un ambiente di “commercial culture”:

    Rachel’s – Esperanza
    Traditional – Pilentze Pee
    Félicia Atkinson with Sylvain Chauveau – Aberdeen
    Gareth Dickson – Harmonics
    Warren Ellis – Track 2 (untitled)
    Arthur Russell – Eli
    The Books – It Never Changes to Stop
    John Cage – 36 Mesostics re and not re Marcel Duchamp
    Nils Frahm – My things
    Arvo Pärt – Da pacem Domine
    Hildur Guðnadóttir – Erupting Light
    Brian Eno – An Ending (ascent)

    Embé? Mi sembra proprio che il “cultural split” si chiuda nel migliore dei modi.

    E per chi vuole ascoltare tutti i pezzi in fila:

    http://www.wqxr.org/widgets/ondemand_player/#file=%2Faudio%2Fxspf%2F201911%2F;containerClass=wqxr

  8. davithegray 01/05/2012 alle 18:30

    No, ma scusa, non dirmi che quella roba di Scott Johnson sei riuscito ad ascoltarla tutta fino alla fine! Io non sono portato a tanto masochismo. Non ci incontreremo mai, temo, sulla questione musicale. Se cerchi canzonette, non hai che da accendere la radio sul primo canale a caso che ti capita. Non sbaglierai.
    Ora, comunque, è ovvio che il mio discorso generalizza. Negli ultimi anni qualche segnale di luce si comincia a vedere. Dai tempi buissimi degli anni 60-70-80-90 qualcuno cerca di uscire. Non i rumoristi alle prese con le distorsioni delle chitarre elettriche, ovviamente. Quella, per dirla con Ratzinger, è roba completamente inutile, che non va da nessuna parte e non serve a nulla.

    Le fondazioni bancarie so che devono darsi un’aria colta, e spolverano spesso della robaccia. Tipicamente ti sovvenzionano gli Alberto Veronesi di turno. Qualche volta possono anche riuscire a sovvenzionare qualcosa di buono, lo faceva anche Confalonieri con i concerti alla Scala ritrasmessi da Rete 4. All’estero possono persino arrivare a commissionare qualche nuovo lavoro a compositori di talento (in Italia dubito che sia stato fatto negli ultimi decenni, al massimo qualche ministro può aver pagato il Nono e il Manzoni con la giusta tessera in tasca).

    C’è un po’ di fermento negli USA, in Inghilterra, in Germania, in Belgio… e poco altro. Decisamente nei circuiti che col mercato hanno poco a che vedere. Certo, i soldi ci vogliono, e ce ne vogliono pure tanti per fare cose di una certa dimensione. Purtroppo. E allora qualche compromesso diventa necessario.

    Hai un’idea molto sballata di quello che erano i compositori del passato. Certo, i loro lavori erano commissionati, certo vivevano alla corte di questo e di quello. Ma parlare di “mercato” ha senso solo nel momento in cui tutto il lavoro è mercato. In realtà lavoravano per cerchie ristrette di persone di una cultura estremamente raffinata. Esattamente il contrario di ciò che si intende oggi con “mercato”.

  9. broncobilly 01/05/2012 alle 23:17

    Quella, per dirla con Ratzinger, è roba completamente inutile, che non va da nessuna parte e non serve a nulla…

    Sempre con questo vizietto di insegnare il mestiere al Papa. Lasciamo dire a lui le cose: non è che se non serve per la comunione allora non serve a nulla.

    No, ma scusa, non dirmi che quella roba di Scott Johnson sei riuscito ad ascoltarla tutta fino alla fine! Io non sono portato…

    … forse perché è un po’ troppo cerebrale, “costruita a tavolino, sulla base di standard qualitativi tecnologicamente elevatissimi, a fatica capace di travalicare la piccola cerchia elitaria dei suoi intenditori…”. Ma a me serviva per far capire come si chiude il cs visto che parliamo di personaggi con radici anche nel pop. http://scottjohnsoncomposer.com/compositions/johnsomebody.html

    … fondazioni bancarie…

    Non fondazioni ma banche, ma banche, banche. Banche profit al 100%. Vedi come è facile prendere lucciole per lanterne?

    … Hai un’idea molto sballata di quello che erano i compositori del passato…  parlare di “mercato” ha senso solo nel momento in cui tutto il lavoro è mercato…

    Handel, dopo essersi rivoltato nella tomba, si sarà pure fatto anche quattro risate. Lettura consigliata: le lettere di Mozart (tanto per toccare con mano l’ ansia di capitalizzare al massimo).

    O paghi il musicista con il denaro altrui (tasse) o gli impedisci di andarsene facendone uno schiavo. In tutti gli altri casi trattasi di mercato.

  10. davithegray 02/05/2012 alle 07:00

    Sempre con questo vizietto di insegnare il mestiere al Papa. Lasciamo dire a lui le cose: non è che se non serve per la comunione allora non serve a nulla.

    E tu come leggi queste parole?

    In un certo senso, nel mondo moderno l’arte appare come un lusso inutile e, facendo di necessità virtù, tale inclina anche a definirsi: “arte” sarebbe semplicemente ciò che non deve adempiere nessuna funzione, bensì si giustifica di per sé. In ciò vi è del vero: da sola, però, la negazione non basta ad assegnare ad un fenomeno (di qualsiasi genere esso sia) una collocazione significativa nel quadro delle coordinate di esistenza dell’uomo e del mondo.

    … forse perché è un po’ troppo cerebrale, “costruita a tavolino, sulla base di standard qualitativi tecnologicamente elevatissimi

    Eeh? Standard tecnologici elevatissimi? Ma dove?? In realtà è semplicemente noiosissima, ed eseguita su uno strumento che di musicale ha assai poco. Quanta a cerebralità, è molto “vorrei ma non posso”.

    Non fondazioni ma banche, ma banche, banche. Banche profit al 100%. Vedi come è facile prendere lucciole per lanterne?

    Normalmente i concerti sono sovvenzionati da fondazioni bancarie, le banche hanno tutt’altro nello statuto. E comunque quali lucciole? Se fossero finanziati da banche, l’unico scopo che possono avere in bilancio è quello pubblicitario. Bella roba.

    Haendel… Mozart… blah blah

    I musicisti del passato erano remunerati per il proprio lavoro, in vari modi a seconda delle varie epoche. Mi pare cosa buona e giusta. Purtroppo Mozart fu fin troppo soggetto alle leggi del mercato, e spesso non poté scrivere quello che avrebbe voluto. Purtroppo lo dico per lui, che ebbe vita piuttosto grama, e per noi, che da Mozart abbiamo avuto forse 1/50 di quello che avrebbe potuto darci se fosse vissuto in modo diverso. In ogni caso è ovvio che non hai colto il senso di quanto sto dicendo. Mica sto invocando una specie di comunismo in cui i musicisti vivano di gloria e basta! Un ambiente in cui non fossero costretti alla prostituzione perenne di mille lavoretti infimi come in Italia sarebbe auspicabile, ma in altre lande il contesto economico c’è. Quello che manca è il senso ultimo del loro lavoro. Che difficilmente potrà esserci quando il massimo cui possono aspirare è scrivere la colonna sonora del kolossal di turno.

  11. broncobilly 02/05/2012 alle 09:43

    Certo che hai uno strano modo di riconoscere le ragioni altrui: dopo averti detto che si trattava di banche e non di fondazioni bancarie (che negli USA neanche esistono), anziché prendere atto della topica, dici “normalmente si tratta di FONDAZIONI”, quasi volessi ancora avere ragione anche dopo il chiarimento.

    E lo stesso dicasi per gli altri punti toccati.

    Per il resto, siamo alle solite. Più che un sincero gusto, visti i toni usati, sospetto pigrizia e funboysm. Esattamente come sospetto pigrizia e fanboysm in chi mi viene a dire che il gregoriano è solo una lagna ammorbante oggi insensata.

    Mi piace Ratz. quando denuncia i danni del cs, mi piace meno quando non condanna a chiare lettere la tendenza a “rifugiarsi nel passato”. Questo “rifugiarsi” lo vedo come una confessione: non si crede più che la bellezza del proprio messaggio possa essere comunicata con il linguaggio moderno.

    ***

    – Miguel de Unamuno, grande uomo di fede, espresse la sua religiosità chiosando tutta la vita il Don Chisciotte: la storia demenziale di un uomo ridicolo.

    – Testori, grande uomo di fede, espresse la sua religiosità attraverso l’ urlo cacofonico di poesie blasfeme.

    La demenza e le cacofonie urlanti difficilmente potranno mai trovare posto nella liturgia, cionondimento sono parte integrante dell’ arte contemporanea e, come dimostrato dagli esempi, sono anche compatibili con un messaggio di fede.

  12. davithegray 02/05/2012 alle 10:14

    Certo che hai uno strano modo di riconoscere le ragioni altrui

    Sarà perché non m’interessa proprio dimostrare di aver ragione. So di aver ragione, punto.
    Che si tratti di banche o di fondazioni bancarie, non m’importa per nulla. Non è quello il punto in discussione.

    Il punto è che se l’artista ha come fine ultimo quello di portarsi a casa la pagnotta (che paghino banche o fondazioni non cambia nulla), produrrà ben misera cosa.

    Anche il fatto che ti piaccia o meno JR non è che mi importi molto. E’ la mente più brillante in circolazione, punto. Se lo si riconosce, bene, se no il limite sta in chi non lo riconosce, e non c’è nulla che si possa fare.

    Nota che lui non fa un elogio nel rifugiarsi nel passato. Semplicemente constata le cose come stanno, e lancia un grido di dolore. E indica una via per cambiarle (“impegno da parte dell’uomo a ritrovare di nuovo se stesso”, e poi spiega per bene cosa intenda).

    [Avevo scritto altro, ora il dannato editor web mi ha perso il testo. Riassumo al volo, sperando che si intenda qualcosa.]

    1. JR ha scritto questo testo una ventina d’anni fa. Nel frattempo qualche lumicino si è acceso, e qualche timido segnale di arte con significato si comincia a vedere.
    2. Lascia perdere frecciate ridicole come quella sul fanboysmo. Parlo da persona competente, non da fanboy. Spero che la differenza sia chiara.
    3. Lo stato di fatto è questo: c’è un repertorio sterminato di opere del passato inarrivabili. Oggi nessuno pare in grado di raggiungere quelle profondità compositive. Ci sono bravi autori oggi, che scrivono cose di valore, anche se nessuno raggiunge nemmeno il secondo grandino della scala che porta a Palestrina, Monteverdi, Bach, e 1000 altri grandi dei secoli passati. Qualunque persona competente te lo può certificare, gli stessi autori di oggi credo per primi. Nessuno è lieto di questo stato delle cose. Io per primo cerco di eseguire parecchia musica contemporanea, pur conscio dei suoi limiti, perché è necessario che il linguaggio si evolva. Non per un semplice e stupidissimo “adattarsi ai tempi”, formula che in sé non significa nulla. Ma perché è nella natura dell’uomo quella di non fermarsi, di cercare ed esplorare. Certi messaggi sono eterni, non hanno bisogno di “linguaggio moderno” o simili castronerie. Hanno bisogno di un linguaggio adatto al contenuto che devono trasmettere. Non esiste un “linguaggio moderno” unico, ci sono migliaia di linguaggi, alcuni adatti, la maggioranza inadatti a veicolare certi contenuti. Ma il problema centrato da JR è che non si tratta di una questione di linguaggio. Alla base di tutto, manca qualcosa che sta alla radice stessa del linguaggio. Il tuo ridurre tutto a banali questioni di soldi e mercato è la spia più eloquente di quanto JR abbia centrato il bersaglio.
    • davithegray 02/05/2012 alle 18:14

      PS: parlando di gregoriano ti riferivi alle cretinate che ha sparato recentemente sul corriere Melloni, a proposito del funerale di Morosini? Incredibile che simili tarlucchi possano dire simili enormità in pubblico!

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