Con arte, accipicchia!!

Mille volte abbiamo sfiorato il discorso sull’arte, sulla musica, sul rapporto tra arte e fede, arte e cultura, su cosa sia arte e cosa non lo sia. Da dilettanti, ovviamente. Al massimo possiamo pensare di dire la nostra, facendo magari eco al pensiero di qualche pensatore da strapazzo che ha conquistato in qualche modo gli scranni di qualche “prestigiosa” università d’oltreoceano.

Ora, lasciamo un attimo da parte tutti questi approcci buffoneschi e dedichiamoci alla parola di qualcuno che il cervello sa usarlo sul serio. Sono certo che capirete da voi quanto sciocche siano le posizioni dei docentucoli da strapazzo, che della pseudo- o sottocultura dominante sono figli e permeati, appena si pongono a confronto di chi pone le sue radici nella Cultura solida e multimillenaria che ha illuminato secoli e secoli di progressi dell’umanità.

« Chiesa » e « cultura » oggi. Considerazioni preliminari

La musica sacra è fede diventata cultura, e come tale è toccata dalle problematiche odierne concernenti il rapporto tra fede e cultura. In tale rapporto le questioni si attestano su entrambi i versanti della relazione.

L’intima correlazione della fede alla cultura versa in una condizione di crisi. Dalla fine dell’illuminismo in poi, la fede e le diverse culture di volta ii volta a lei contemporanee si sono sempre più separate l’una dall’altra. Fino ad allora, la cultura — nel corso della storia intera, così come in quella dell’Europa cristiana — era fiorita dalle medesime radici della religione, e fin nelle sue concrete modalità espressive era rimasta legata a tale contesto esistenziale originario. Rinascimento e Riforma rappresentarono una prima crisi per tale compenetrazione di Chiesa e cultura. Ma solo nell’illuminismo si giunse ad una vera e propria rivoluzione culturale, ad una decisa emancipazione della cultura dalla fede. Ora le loro vie si dividono, anche se il diciannovesimo secolo sarà ancora pur sempre contrassegnato dal loro vivo contatto ed interscambio.

In ogni caso, basterà osservare tante chiese neogotiche o anche neoromaniche per vedere che la Chiesa non ha certo potuto ripudiare il proprio tempo; ma anche per notare che, cionondimeno, essa è stata con tutta evidenza costretta ad esprimersi in forme in qualche modo di «sottocultura», restando ai margini delle correnti principali di sviluppo culturale. Questa risultanza è altrettanto palese se si confronta la riforma ceciliana della musica sacra con la generale evoluzione musicale della seconda meta dei diciannovesimo secolo e degli inizi dei ventesimo.

Non si vuole con ciò certamente negare che, anche nel caso di questi orientamenti marginali, siano state create cose grandi, che ben si possono accostare alle realizzazioni delle tendenze artistiche di volta in volta dominanti. Neppure si vuole con ciò contestare il fatto che quell’istanza di «ritorno al passato» manifestatasi nel rinnovamento degli stili classici e nel l’inclinazione a vincolare la fede alle espressioni culturali delle epoche precedenti corrispondesse effettivamente allo spirito del secolo. E, da ultimo, non si può certo dimenticare che fenomeni culturali tanto importanti come la riscoperta e il rinnovamento del canto gregoriano e della grande polifonia sacra sono stati frutto di siffatti orientamenti, i quali hanno dimostrato così di possedere realmente una fecondità culturale di tutto rispetto. Ma, nel complesso, lo lato è però divenuto sempre più profondo e l’incertezza sul modo in cui la fede può e deve esprimersi nell’oggi si manifesta a sufficienza nella confusa contrapposizione odierna tra i più svariati tentativi “culturali” e un diffuso pragmatismo privo di qualsiasi dignità culturale.

Anche per la cultura moderna, tuttavia, la rescissione dei legami che univano all’originario contesto religioso non è rimasta priva di conseguenze. Anch’essa è stata sospinta in una condizione di smarrimento e di incertezza, nella quale è sempre meno in grado di dire qualcosa circa il suo proprio “quo vadis”. In un certo senso, nel mondo moderno l’arte appare come un lusso inutile e, facendo di necessità virtù, tale inclina anche a definirsi: “arte” sarebbe semplicemente ciò che non deve adempiere nessuna funzione, bensì si giustifica di per sé. In ciò vi è del vero: da sola, però, la negazione non basta ad assegnare ad un fenomeno (di qualsiasi genere esso sia) una collocazione significativa nel quadro delle coordinate di esistenza dell’uomo e del mondo. Le aporie in cui l’arte incorre, professando la propria totale irrelatezza alla sfera religiosa, risultano particolarmente evidenti in ambito musicale. Come ogni altra espressione artistica, la musica ha sempre presentato un’ampia fenomenologia di forme e di livelli qualitativi: dal cantare senza pretese — e pure autenticamente vissuto — dell’uomo comune, fino alle realizzazioni artistiche della più alta perfezione. Ma ora è accaduto qualcosa che non s’era mai verificato prima. La musica si è scissa in due mondi, che a stento hanno ancora qualcosa a che fare l’uno con l’altro. Da una parte la musica come fenomeno di massa, che vorrebbe accreditarsi con l’etichetta «pop», a significare appunto musica «popolare», musica dei «popolo». Qui la musica è diventata una «merce» che si può produrre industrialmente e che si misura sui valori di mercato. Dall’altra parte, una musica «cerebrale»: costruita a tavolino, sulla base di standard qualitativi tecnologicamente elevatissimi, a fatica capace di travalicare la piccola cerchia elitaria dei suoi intenditori e fruitori. In mezzo, tra i due estremi, ecco la tendenza rifugiarsi nel passato: ad aggrapparsi a quella musica che preesisteva alla frattura odierna, che parlava all’uomo nella sua interezza e, anche oggi, è pur sempre in grado di toccare in lui le corde più profonde.

E’ ovvio che la musica sacra si attesti prevalentemente in quest’ambito intermedio. Ma poiché la Chiesa vive certo in quest’epoca presente, essa non ha potuto fare a meno di saggiare comunque le proprie capacità anche sui fronti contrapposti dell’odierno panorama culturale e della sua schizofrenia di fondo. Quando oggi si sottolinea, a ragione, l’esigenza di un nuovo dialogo tra Chiesa e cultura, non si dovrebbe però dimenticare che questo dialogo per sua natura non può essere a senso unico. Esso non può consistere ultimamente in un’auto-subordinazione della Chiesa alla cultura moderna, che, da quando ha perduto il suo fondamento religioso, di conseguenza vive in larga misura in una condizione di continua messa in dubbio di sé. Come la Chiesa deve andare incontro con nuovo e radicale ardimento alle necessità dei nostro tempo, così pure anche la cultura deve nuovamente riflettere ed interrogarsi circa la propria perdita di senso ed il proprio fondamento; e, a questo proposito, accettare una terapia dolorosa: cioè aprirsi ad un’intima riconciliazione con la religione, poiché solo di qui essa può attingere la propria linfa vitale.

In quest’ottica, dunque, il problema della musica sacra e semplicemente un aspetto — di grande rilievo esistenziale — di un compito più vasto cui il nostro tempo ci chiama. Esso esige qualcosa di più che il puro e semplice dialogo: precisamente un impegno da parte dell’uomo a ritrovare di nuovo se stesso.

Se il teologo vuoi tentare di offrire un qualche contributo alla discussione, egli deve attenersi ai mezzi di cui dispone. Non può entrare nelle analisi propriamente musicali; deve piuttosto chiedersi dove stiano, per così dire, le «cuciture», i nodi d’intersezione tra arte e fede. Egli può darsi da fare per chiarire in qual modo la fede dischiude all’arte un suo spazio interiore, e quali guadagni o indicazioni le offre per il suo cammino.

Anche questa sarebbe però un’impresa quasi sterminata, se si volesse considerare l’intero repertorio di fonti teologiche a nostra disposizione. Tutte le fonti, però, dipendono in ultimo dalla fonte originaria, che è la Bibbia; così, dunque, vorrei limitarmi alla trattazione della questione se nella Bibbia si attesti qualcosa come un punto di partenza originale o delle indicazioni di fondo per il cammino della musica sacra. E, considerata l’ampiezza e la molteplice stratificazione della testimonianza biblica, si rende ancora necessaria un’ulteriore delimitazione. Più realisticamente, allora, la mia ricerca si chiede: possiamo trovare un testo biblico che documenti – il più possibile nella sua pienezza – l’ottica in cui la Sacra Scrittura vede la correlazione tra musica e fede?

Da Cantate al Signore un canto nuovo: saggi di cristologia e liturgia, J. Ratzinger

Affascinante. Ovviamente la ricerca prosegue scavando a fondo, e vi rimando al testo per le risposte alla domanda. Ma credo ci sia sufficiente carne al fuoco per far sfrigolare per un bel po’ i cervellini.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...