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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La cocainomane felice

Guardatevi il video e interagite prima di proseguire la lettura:

 

Riassunto per gli impazienti:

Two scenarios are described, one with a busy mom, and one with a busy party girl, each similarly stretched a bit thin, but lovin’ it. Both women are described as experiencing more or less the same upbeat, satisfied psychological states. But one’s changing diapers and one’s doing lines of blow. In each case, you’re asked whether you’d consider the woman “happy”. Then we go through the whole thing again, except that both women are described as having more or less the same anxious, dissatisfied psychological states. And in each case you’re asked whether you’d consider the woman “unhappy”.

Perché non crediamo che la cocainomane sia felice nonostante ci venga detto a chiare lettere?

Pregiudizio? Myside bias?

Forse.

Tento però una spiegazione alternativa.

L’ esperienza comune ci dice che fare il genitore puo’ renderci felici ma soprattutto è verosimile che segnali e produca felicità.

Segnala una felicità passata: chi ha figli di solito era più felice prima di averli, quando sognava almanaccando il futuro della famiglia da costruire con l’ amato.

Produce felicità futura: chi ha figli di solito è più felice quando i figli crescono e puo’ osservarli a distanza senza essere oberato da incombenze pressanti. Fare i nonni è il massimo.

Al contrario, la cocaina e il “tunnel del divertimento”, puo’ senz’ altro rendere felici, ma difficilmente segnala e produce felicità.

Segnala invece possibili disagi in un passato da dimenticare grazie a forme di stordimento.

Produce spesso forme di dipendenza e un futuro minaccioso o quantomeno poco sereno.

Ecco, penso che chi risponde, anziché limitarsi a considerare la semplice e chiara domanda, tenda ad allargare indebitamente lo spazio temporale integrando la storiella con un passato e un futuro che nella storiella non esistono affatto e, in questo modo, incorrendo nell’ errore documentato brillantemente.

36 risposte a “La cocainomane felice

  1. davithegray 31/05/2012 alle 11:50

    Ho già risposto al video su fb: la situazione 2/a è irrealistica, quindi non ha molto senso trarre conclusioni da una simile domanda al pubblico. Aggiungo anche che la situazione 1/b, per come è proposta, non ha molto senso: chi è felice non fa uso di cocaina. Punto.

    Aggiungo solo, alle tue considerazioni qui sopra, che sull’affermazione “chi ha figli di solito era più felice prima di averli” I STRONGLY DISAGREE. Qualunque sondaggio di spinga a dire una cosa del genere (perché non credo che questo sia il tuo caso pesonale), per me può essere buttato nel cesso, perché non può che essere falsato. Nei nonni che conosco (non solo il caso personale) scorso sempre un briciolo di invidia per i figli che si godono direttamente i nipoti, ed il tentativo di ricorrere a qualunque artificio per goderseli il più possibile. Questo non mi sembra spia della massima felicità.

  2. broncobilly 31/05/2012 alle 12:38

    Riporto i commenti di facebook al fine di non disperderli:

    DTG – Risposta semplicissima. La situazione 2 è impossibile. La prima Maria non può sentirsi non amata. A meno che abbia problemi psichici, nel qual caso è ovvio che venga considerata infelice.

    BRONCO Tra le domande poste non c’ è nulla che riguardi la probabilità di certe situazioni.

    DTG Ho capito, ma costruire un sondaggio su situazioni irrealistiche ed implausibili… Questa Maria sta creativamente coi figli, si trova con gli amici, ecc. E non si sente amata da nessuno? Che senso ha?

    BRONCO “fare la cosa giusta” ci rende felici, ok.

    Ora, c’ è chi risale alla “cosa giusta” guardando alla felicità che crea e chi ritiene di conoscere a priori la “cosa giusta” giudicando le felicità e l’ infelicità altrui senza prendere molto sul serio l’ opinione degli interessati. In un certo senso l’ esperimento mette alla prova il nostro dogmatismo.

    DTG Credo che l’opinione della Maria A2 conti poco. Lei non può sapere se è più felice così, poiché non ha esperienza della Maria A1. Della Maria A2, invece (cocaina a parte) un po’ di esperienza l’abbiamo tutti.

    Il sondaggio non ci dice quello che tu e gli autori gli fate dire. Ci dice che la maggior parte della gente ritiene la Maria A1 sia più felice della Maria A2. E lo ritiene perché ha provato entrambe le situazioni. Sull’infelicità, invece, pesa molto l’implausibilità della situazione B1.

    DTG Insomma, non si tratta di giudizi “a priori”. Semmai dell’esatto contrario.

    BRONCO C’ è una voce fuori campo che racconta i fatti, noi dobbiamo solo registrarli. Ci riusciamo o entrano in azione certi meccanismi? In fondo i soggetti indagati dal ricercatore siamo noi, mica la Maria.

  3. davithegray 31/05/2012 alle 14:06

    In fondo stiamo dicendo la stessa cosa: “l’esperienza comune ci dice che…”.
    Quindi, non crediamo alla plausibilità della felicità proclamata a “chiare lettere”.

    Dissento solo sulla tua affermazione virgolettata sopra, sul fatto che i figli diminuiscano la felicità. Questa è una colossale scemenza. So che non lo pensi, e non capisco perché lo scrivi.

  4. diait 31/05/2012 alle 14:48

    Qui la domanda è perché il giudizio di valore sullo stile di vita di una persona incida di più sulla percezione che abbiamo della sua felicità (dichiarata) di quanto incide (quasi per nulla) sulla percezione della sua infelicità (dichiarata). Caso 1 – Felicità. A parità di stato psicologico dichiarato (Mi piace la mia vita, nel complesso) crediamo di più alla Maria1 (buona madre di famiglia). Caso 2 – Infelicità. A parità di stato psicologico dichiarato (Nessuno mi ama, la vita è un inferno), crediamo a entrambe, senza farci influenzare dal contesto. Da questo non so cosa si ricavi, a parte l’influenza dell’ovvio “pre-giudizio” sullo stile di vita, che però non chiarisce le differenze di percezione. Sono due casi molto estremi. Io – per la cronaca – ho risposto 7 e 7 alle prime due domande. E 5 e 5 alle altre due. Così come è formulato l’esperimento, mi confonde e mi lascia aperte molte domande, che però non ho tempo di indagare. Quanto all’obiezione iniziale di Davide, non la capisco: non sempre (e non per sempre) l’amore dei figli compensa altri vuoti. Le due cose (avere figli che ti amano, e sentirsi – a volte, nel complesso – non amati) mi sembrano compatibili, possibili e osservabili ovunque.

  5. diait 31/05/2012 alle 15:02

    Dovendo rendere conto del come e perché ho assegnato i miei due 7 e i miei due 5:

    Alle prime due Marie (Felicità) ho creduto totalmente. Sono felici nel qui e ora. (Poi c’è il fattore tempo, come segnala anche ric, che fa delle loro felicità, felicità diverse. Ma neanche così diverse, forse. In fondo, Maria 1 può tornare a casa una bella mattina, dopo aver lasciato i figli a scuola, e all’improvviso sentirsi il macigno “Nessuno mi ama” crollarle addosso. Chiama suo marito in ufficio e scopre che in ufficio non è… e così via, ad lib. )

    Alle seconde due Marie (Infelicità) non ho creduto del tutto. Se davvero la loro vita – nel complesso – è appagante come dicono (They are excited about their life, they enjoy what they do, they think their life as a whole is great – le riascoltiamo nel recap), il sentirsi non-amate (ogni tanto) non può renderle totalmente infelici al 100%.

  6. davithegray 31/05/2012 alle 15:04

    Diana, la differenza tra il caso 1 ed il caso 2 è che il 2 è molto più implausibile dell’1 (anche se l’1B è poco credibile comunque).
    Io ho votato 7 e 3 per il primo, e quasi gli stessi voti per il secondo (non ricordo se 6 e 7 oppure 7 e 6).

    Su quanto dicevo: il video non si limitava a parlare dei figli (che comunque basterebbero). Dava un quadro generale in cui c’erano buone relazioni anche con gli amici e un rapporto positivo con il lavoro.

  7. broncobilly 31/05/2012 alle 15:24

    Ho l’ impressione che le cose siano ancora più radicali.

    Qui ci viene sottoposto un testo, dopodiché ci vengono fatte delle domande per valutare se lo abbiamo compreso a dovere. Si chiama “comprensione di un testo” e si fa anche alle scuole elementari.

    Maria dice di essere felice, la voce fuori campo ci dice che Maria è felice. Dopodiché l’ intervistatore ci chiede se Maria è felice. Chi ha compreso correttamente la storia risponde di sì.

    Se mi fanno leggere la storia di Cappuccetto Rosso, dopodiché mi chiedono se il Lupo abbia indossato o meno la cuffia della Nonna, io, se ho letto e capito tutto per benino, rispondo di sì. Non sindaco sulla plausibilità di un simile evento.

    La questione allora diventa: perché persone che non hanno problemi a comprendere questioni anche più complesse qui fanno fatica?

    L’ enigma si pone dunque anche solo limitandosi alla prima parte del video.

    Nota che la mia ipotesi dovrebbe comunque risolvere anche l’ asimmetria tra la prima storia e la seconda.

    Se infatti distinguiamo tra cio’ che rende felici, cio’ che segnala felicità e cio’ che produce felicità, penso che tutti possano comprendere, anche i più strenui difensori dei valori tradizionali, che l’ impegnativa cura dei figli possa anche rendere temporaneamente infelici. Costoro sono quindi nelle condizioni per comprendere correttamente quanto gli viene detto nella seconda parte.

    A proposito di figli e felicità: io non ne faccio una questione personale, registro semplicemente l’ opinione sempre fallibile degli esperti, che oltretutto mi sembra plausibile: di solito siamo molto felici quando sogniamo e quando contempliamo la nostra opera. Spesso più di quando la realizziamo con tanta fatica.

  8. broncobilly 31/05/2012 alle 15:34

    In altre parole:

    Il soggetto del test non è Maria: non dobbiamo valutare se crederle o meno. La voce fuori campo rende superfluo un simile sforzo.

    Il soggetto del test siamo noi: dobbiamo valutare perché fatichiamo a comprendere correttamente una storia semplice.

  9. davithegray 31/05/2012 alle 16:12

    No, se la leggi così viene il dubbio che sia tu che non abbia capito il testo. Non è in discussione la comprensione (io mi limito al video, le parole scritte non le ho lette). Anzi, i casi sono presentati in modo così semplificato proprio per evitare che ci sia il dubbio sulla comprensione delle domande!

    Quello che gli autori vorrebbero dimostrare, costruendo un test pieno di bias per suffragare la loro tesi, è che noi RIFIUTIAMO di credere a quello che ci viene detto perché siamo piagati dai nostri bias. Il loro errore sta nel presentarci situazioni implausibili. Di fronte all’implausibilità, ciascuno di noi reagisce a suo modo. Io, per esempio, nel caso dell’infelicità ero già condizionato dalle risposte che avevo dato al caso della felicità. Poiché era ancora più implausibile, ho dato due voti di fiducia al messaggio proposto, poiché era chiaro dove il test volesse andare a parare. Mentre nel primo caso, ancora credevo che si proponesse un test plausibile. E’ infatti plausibile che la Maria leggerona sia convinta di essere felice, benché sia evidente che una simile condotta di vita dia una felicità illusoria. E’ la felicità del drogato, infatti Maria è drogata ed alcolizzata. Ma noi sappiamo benissimo che nessun drogato e/o alcolizzato è veramente felice. Da qui il mio voto negativo.

    Ovvio che il soggetto del test siamo noi. Non la nostra capacità di comprensione, però, ma la nostra condizionabilità.

  10. davithegray 31/05/2012 alle 16:16

    A riprova, riguardati il video. La domanda che ti pone non è “Maria pensa di essere felice”. La domanda è: “Maria è felice”?

    Allora, ti pongo questa domanda: un drogato in preda all’estasi è felice?

  11. davithegray 31/05/2012 alle 16:20

    Il soggetto del test non è Maria: non dobbiamo valutare se crederle o meno.

    Questo è in contrasto col riassuntino che ha pubblicato nel post iniziale:

    In each case, you’re asked whether you’d consider the woman “happy”.

    E’ la tua considerazione della sua felicità ed infelicità oggettiva in discussione. La tesi è che abbiamo attitudini differenti nei due casi. La realtà è che ci vengono presentate situazioni a plausibilità non equivalente.

  12. diait 31/05/2012 alle 16:27

    un drogato in preda all’estasi ti dice “Sono felice”. Tu gli credi?
    Forse formulerei così la domanda.

  13. diait 31/05/2012 alle 16:28

    l’equivalenza è data dall’autocertificazione nel lì e ora.
    Al di là dei giudizi di valore sulal situazione A e sulal situazione B.

  14. diait 31/05/2012 alle 16:43

    per ascoltare il video, trascrivere parte dell’audio (non capisco niente se non scrivo), rifletterci, tentare un riepilogo, rifletterci e tirare fuori due riflessioni, ci ho messo circa due ore. Ecco perché non posso intervenire spesso, qui e ovunque si trattino temi complessi. Non sono una quick thinker come voi. Non so come fate. Io devo prima scrivermi tutto, poi ragionarci. Ma ogni tanto mi piace esserci lo stesso. Vallo a dire ai committenti che aspettano le mie traduzioni, a Jack che deve uscire, a mia madre e a tutto il resto che si ferma.

  15. davithegray 31/05/2012 alle 17:51

    Diana, il video gioca sull’effetto impatto. C’è anche l’orologio che ticchetta quando devi rispondere. Non è un test che si attende la riflessione, da parte tua. Cerca la tua risposta emozionale.

  16. diait 31/05/2012 alle 18:02

    sì, ma io riferivo la trafila che ho fatto per intervenire nel merito. Non è stata tanto la visione del video a portarmi via tempo, ma gli elementi che ho dovuto riordinare e valutare per formulare una riflessione qui. Comunque niente di che, era solo una cosa personale.

  17. diait 31/05/2012 alle 18:36

    La ragione per cui tutti crediamo di più alla seconda affermazione (sono infelice), potrebbe dipendere anche dallo specifico elemento “aggiunto”: il non sentirsi amati. Mentre la felicità di avere figli o di drogarsi passando da una festa all’altra è variamente interpretabile e soggettiva (dipende, per mia madre avere tre figli è stato un incubo, e per drogati che ho conosciuto la droga è stata un incubo), il non sentirsi amati è uno stato mentale che non lasci dubbi: ci rende infelici. Siccome è capitato a tutti prima o poi, per un minuto o per tutta la vita, di sentirsi così, lo sappiamo per certo.

  18. diait 31/05/2012 alle 18:37

    oppure potrebbe dipendere dal fatto che mentiamo di più sulla nostra felicità che non sulal nostra infelicità. E lo sappiamo. Ma anche qui dovremmo chiederci perché.

  19. diait 31/05/2012 alle 20:14

    Forse la felicità è più diversamente varia e soggettiva, mentre l’infelicità è indistinta, magari, ma Una. Più oggettiva, per qualche motivo.

  20. diait 31/05/2012 alle 21:30

    sul fatto che la madre di famiglia sia credibilmente infelice – ai nostri occhi – quanto una cocainomane, scrive un’amica di mia nipote cecilia sulal sua pagina FB (ho diffuso il tuo video ric, per sapere come risponde la gente…):
    Sarà che ormai la casalinga (disperata) è diventata paradigma di infelicità anche più della cocainomane.

  21. diait 31/05/2012 alle 22:02

    La risposta di alberto:

    io ho dato 4 a tutte e due quando dicevano di essere felici e 6 a tutte e due quando dichiaravano il contrario.
    la cocainomane sembrava spassarsela, senza dare troppo peso al domani: le droghe riuscivano ancora ad eccitarla e quindi superava eventuali momenti grigi. idem la madre, con i bambini non ancora alle prese con l’adolescenza

    ad ogni modo, se la domanda è “Why should the concept of happiness differ so much from the concept of unhappiness?”, la mia risposta è che l’infelicità è lo stato naturale (dalla paura di non farcela, alla frustrazione di non fare niente) in cui nessuno ha problemi a riconoscersi e dal quale ognuno cerca di staccarsi a modo proprio (strategie di sopravvivenza).
    indipendentemente da quello che vogliamo far credere, arrancare verso qualcosa che non siamo neanche sicuri di volere veramente o non sappiamo bene come raggiungere è una condizione conosciuta e sgradevole che ci accomuna tutti (concept of unhappiness che non differ).

    le ricette per allontanarci dall’infelicità variano da persona a persona (concept of happiness differ so much)

  22. broncobilly 01/06/2012 alle 09:36

    Davide, non capisco proprio il tuo dissenso visto che, a quanto pare, vieni poi sulle mie posizioni quando si tratta di interpretare il video, specie rimarcando che:

    … quello che gli autori vorrebbero dimostrare… è che noi RIFIUTIAMO di credere a quello che ci viene detto perché siamo piagati dai nostri bias…

    Esatto!

    Ci viene detto da Maria che lei è felice, e noi non le crediamo. Ci viene detto dal narratore che Maria è felice, e noi non ci crediamo. Non crediamo a nessuno se non a cio’ che ci conferma nelle nostre opinioni. Un po’ come se la Marghe non credesse che il Lupo ha mangiato la Nonna perché è notorio che la carne delle vecchie non piace ai lupi. Mi congratulerei per la fantasia e sono impietosito per come si difende da un evento efferato ma mi congratulo un po’ meno per la comprensione del testo (visto che il testo dice a chiare lettere che il Lupo la Nonna se la mangia eccome, al di là di quali possano essere i suoi gusti).

    Io ho dato 7 a tutte e quattro le domande e penso che un drogato, almeno quando è in estasi, sia felice (altrimenti sarebbe cornuto e mazziato. Povero cristo, diamogli almeno la felicità di quel momento, con tutti i guai che probabilmente ha avuto prima e che quasi sicuramente avrà dopo). Chissà perché non si diffonde presso i giovani la moda di “sballare” dandosi una martellata in testa. Forse perché le martellate in testa non sono poi così piacevoli.

    *****************

    Il problema è il significato della parola “felicità”. Se la definizione che diamo del termine implica A PRIORI che non si possa essere felici andando alle feste, allora una delle storie che ci viene raccontata è logicamente IMPOSSIBILE e potrei avere anche dei dubbi nel valutarla.

    Un po’ come se mi raccontassero la storia dei fratelli A, B e C dicendomi che A era più alto di B, il quale era più alto di C, il quale era più alto di A. Non so più che pesci prendere e non saprei davvero come comportarmi in un esercizio di “comprensione del testo”.

    Io però – come quasi tutti, credo – non dò una definizione tanto cervellotica del termine felicità. Sono disposto a considerarla anche solo un semplice stato mentale verificabile empiricamente che, almeno in via di principio, chiunque puo’ vantare. Ok, secondo la mia esperienza e la mia fede è altamente IMPROBABILE che un certo stile di vita produca felicità ma non è impossibile a priori data la definizione del termine. Quindi, se nella storia che mi viene raccontata l’ improbabile si realizza io devo prenderne atto. Non c’ è nulla di strano, si è semplicemente realizzato un evento improbabile, in fondo avviene tutti i giorni in tutti i campi.

    Da notare che un “bias cattolico” a favore della famiglia non è asimmetrico: per noi cattolici la felicità più autentica è il frutto di un sacrificio. Ma il sacrificio resta sacrificio. Per questo non dovremmo faticare a capire che chi è “destinato” alla felicità puo’ essere anche temporaneamente infelice. Non dobbiamo nemmeno ricorrere all’ immaginario comune ben messo in evidenza dalla tua amica, diana.

     

  23. diait 01/06/2012 alle 09:57

    pesonalmente, mi convince pragmaticamente alberto quando dice che l’infelicità è lo stato naturale. In cui tutti ci riconosciamo istintivamente (tendiamo a prenderlo per vero). Le vie di fuga dall’infelicità, invece, sono varie e diverse (a seconda dei valori, delel idee, delle esperienze di ognuno), e più variamente interpretabili.
    Sottoscrivo ric sul bias eccetera, infatti ho dato anch’io 7 e 7 alle prime due, e 5 e 5 alle seconde, per i motivi che ho spiegato sopra.
    Ma soprattutto se dichiaro un mio stato psicologico/d’animo, non amo che venga messa in discussione da chi ne sa meno di me, visto che si tratta di me. Al solito, voglio essere ritenuta competente e responsabile.

  24. davithegray 01/06/2012 alle 10:56

    [Amica della nipote:] Sarà che ormai la casalinga (disperata) è diventata paradigma di infelicità anche più della cocainomane.

    Ci ha preso. Immagino che le risposte che darà un adolescente (piagato dal bombardamento mediatico antifamiglia e pro-tuttelealtresituazioniassurde che negli ultimi anni è stato martellante) sarà molto diverso da quelle date da chi la famiglia ce l’ha davvero.

    [Bronko:] Il problema è il significato della parola “felicità”.

    Anche qui hai centrato in pieno!! Hanno usato un termine sbagliato. Sul tema ti rimando alla riflessione che faceva Pontiggia circa il finale delle favole: “e vissero felici e contenti”. La felicità è uno stato di grazia poco sperimentabile nella condizione umana. Chi è fortunato la sperimenta per qualche istante. I più forse non la sperimentano mai nella vita.

    Nel senso che io ho colto dal video, mi pare però che quella domanda “Maria is happy?” non intendesse all’estasi per brevi istanti, bensì ad un “overall” sottointeso. Una soddisfazione compelssiva per la propria vita. E’ ridicolo pensare che una persona che viva una vita “overall happy” abbia bisogno di ricorrere alla cocaina ed alle sbronze. Per questo è ovvio che quasi tutti diano scarsa credibilità a Maria.

    Ma quando ti si propone la Maria 2A, con una splendida famiglia, uno splendido lavoro, delle splendide amicizie, e ti si dice che questa è “overall unhappy”, perché le si dà credito? Anch’io le ho dato credito, benché con due voti in meno rispetto alla Maria 1A. Riflettendo a freddo, ora le darei parecchio meno credito, ma ho fatto quello che il test voleva indurmi a fare con il ticchettio dell’orologio. L’ho fatto perché ho dato più credibilità alla situazione di infelicità? Può essere, ma per dirlo definitivamente bisognerebbe riproporre il test in modo inverso: prima le situazioni infelici, poi quelle felici. A naso direi che i risultati cambierebbero drasticamente.

  25. diait 01/06/2012 alle 11:00

    xdavide
    adolescente… piagato dal bombardamento mediatico antifamiglia e pro-tuttelealtresituazioniassurde che negli ultimi anni è stato martellante…

    mah. Piagato dal fatto di vivere in un’antifamiglia, come tante che ne esistono. Piagato da ciò che – anche – è.

  26. diait 01/06/2012 alle 11:09

    perché fingere che la famiglia siano rose e fiori? sappiamo tutti che non lo è e quanto è difficile renderla per lo meno vivibile. (La risposta all’esperimento dei filosofi sperimentali lo conferma)
    Non ci sono alternative valide, però, per il momento. La vita non è fatta per essere affrontata da soli, e la nostra mission è riprodurci: quindi dobbiamo cercare e trovare compromessi e soluzioni praticabili ed efficaci. Volersi bene, veramente, aiuta. Anche ridere. Se aggiungi soldi quanto basta, parti già bene.

  27. davithegray 01/06/2012 alle 12:19

    perché fingere che la famiglia siano rose e fiori

    Se c’è qualcuno che finge, è chi sostiene che “quanto è difficile renderla per lo meno vivibile”.
    Non è così, altrimenti saremmo quasi tutti masochisti (dato che quasi tutti la famiglia cerchiamo di farcela). Non formiamo le famiglie perché “La vita non è fatta per essere affrontata da soli, e la nostra mission è riprodurci”. Questa roba lasciamola agli zoologi che descrivono il comportamento dei branchi di bufali e ai Dawkins col loro codazzo di squilibrati.

    Purtroppo è straverissimo che questa è esattamente l’idea che viene strombazzata con più forza. E i giovani se la bevono. E per questo (e per altri 1000 tragici motivi) la famiglia viene minata.

    Nessuno ovviamente dice che la famiglia “siano rose e fiori”. Semplicemente è il migliore dei mondi possibili, visto com’è fatta la natura umana. Come la democrazia.

    Se lo scopo è cercare compagnia, ci sono molte altre forme diverse dalla famiglia. Se lo scopo fosse solo riprodursi, certamente la famiglia non è quello più efficace.

    Se l’obiettivo è la “felicità” (con tutti gli asterischi di cui sopra), la famiglia è il modo migliore per conseguirlo (salvo avere vocazioni particolari). Perché la famiglia dà l’unica cosa di cui l’uomo abbia veramente bisogno. L’amore. Dopo di che ci sono tutti i problemi, lo sappiamo benissimo. In buona parte frutto della demolizione pervicace che di questa idea è stata fatta dagli anni ’60 in poi. Resta il fatto che – casi da giornale a parte – nonostante tutto non ci sia altro luogo equivalente. Salvo considerare felicità l’estasi da cocaina o da postribolo.

  28. diait 01/06/2012 alle 12:26

    Potrei dire parafrasandoti che se lo scopo fosse ottenere “amore” ci sono – probabilmente – altri modi per ottenerlo (perché non ci facciamo tutti preti e suore per vivere un rapporto d’amore fusionale e appagante con Dio?) Ma diventerebbe un loop. In fondo diciamo la stessa cosa. Non esistono alternative migliori., per ora, come per la democrazia. Per quanto imperfetta. E anche in questo siamo d’accordo: non sono rose e fiori. E dunque? Mica sto promuovendo un partito.

  29. diait 01/06/2012 alle 12:31

    Se però non hai fatto esperienza della solitudine, delal disperazione, del tradimento dell’amore che anche può esserci e c’è, tutti i giorni, dentro quella cosa che si chiama famiglia, allora immagino che tu sia autorizzato a pensare che siano solo casi isolati di persone e famiglie malate.

  30. diait 01/06/2012 alle 12:31

    o meglio: traviate dal lavaggio del cervello di forze del male

  31. davithegray 01/06/2012 alle 12:35

    Invece lo penso. Credo che tenere insieme una famiglia richieda uno sforzo. Vivere richede uno sforzo. Ma non è difficile, e certamente non è difficile “renderla per lo meno vivibile”. Non più difficile almeno di mille altre cose. Diventa difficile quando non si accettano certi valori. Ma a quel punto, diventa parimenti difficile qualunque alternativa.

  32. diait 01/06/2012 alle 12:38

    Mah, dici che i valori hanno spalle tanto forti?

  33. broncobilly 01/06/2012 alle 12:41

    pesonalmente, mi convince pragmaticamente alberto quando dice che l’infelicità è lo stato naturale

    Io però sono più convinto del contrario: felicità, stupore e avidità di conoscenza sono il nostro “stato naturale”. Basterebbe vedere i bambini. E’ difficile che siano malinconici d’ indole, se non in casi estremi. L’ infelicità, eventualmente, subentra successivamente in chi ha esperienze negative.
    Un moderato ottimismo è anche un’ arma evolutiva vincente: strano che sopravviva una specie la cui condizione naturale rispecchia pessimismo e sfiducia.
    A volte ho l’ impressione che l’ infelicità leopardiana sia una posa per segnalare la propria maturità.
    A meno che Alberto non parli di una “condizione culturale” più che naturale. In effetti gli ultimi 40 anni sono stati regressivi per la felicità delle donne, sia in termini assoluti che in termini relativi (all’ uomo). ma non penso che il test sia stato sottoposto prevalentemente a donne.
     
     

    • Alberto 02/06/2012 alle 09:10

      Ciao bronco e ciao a tutti
      porti i bambini come esempio. Sì, da piccoli siamo spensierati, perché non dobbiamo far fronte ad alcuna necessità, ma non appena arrivano i primi incarichi, arrivano le prime angosce, il senso di inadeguatezza, lo smarrimento su come procedere. E’ un dato culturale rattristarsi di non poter fare ciò che ci piace, perché abbiamo delle urgenze a cui far fronte?
      In quel video dividono la lavagna in due e parlano di felicità e infelicità. Immagino si possa ragionare anche sulle sfumature: agio/disagio, piacere/dispiacere, etc.
      Come dicevamo con Diana, può anche bastarci mangiare un cornetto per avere un momento di piacere. Detto questo, dubito che ci basterà un cornetto per ritrovare il sorriso dopo che sapremo quanto pagare di IMU.
      Investo un capitale di 100: ieri ho avuto una perdita del 10% e oggi un guadagno del 10%. Dovrei aver ritrovato il buon umore e invece scopro che il 10% guadagnato non compensa il 10% perso.
      Il fatto che ci serva sempre un po’ più di “bene” (o molto più “bene”), per medicare le ferite prodotte dal “male”, mi fa pensare che il nostro punto di partenza sia sempre più vicino a questo ultimo elemento.
      Il fattore culturale, semmai, interviene come reazione. Abbandonarsi al vittimismo o reagire costruttivamente sono due delle innumerevoli ricette tra cui possiamo scegliere, in base alla nostra formazione.

      • broncobilly 02/06/2012 alle 11:29

        Ciao Alberto, sono contento di sentirti.

        Ho fatto un riferimento ai bambini perché in fondo la nostra natura in loro si presenta senza veli. Dal punto di vista soggettivo sono spensierati, ma non penso che dal punto di vista oggettivo la loro vita sia poi un eden sconfinato: quelle che per noi sono micro-cunette, per loro sono montagne invalicabili.

        **********************

        Veniamo al tuo argomento (se non l’ ho capito male):

        1. siamo creature avverse al rischio;

        2. la vita è un ambiente rischioso (in media dà 10 e toglie 10);

        3. siamo destinati a soffrire.

        ************************************************

        Il punto 2 per me non vale; siccome “credo” di vivere nel “migliore dei mondi possibili”, il bene deve eccedere il male. Ma questa è una fede, e fin qui hai tutto il diritto di mantenere inalterata la tua.

        ********************************************

        Il punto 1 è un po’ più complesso e lo accetto per il 95% delle attività che facciamo. Sono le cosiddette “attività di routines”.

        Gli “esperti di felicità” – penso a Haidt – chiamano il restante 5% delle nostre attività “impegno vitale”.

        La felicità di una persona dipende in modo decisivo dal fatto di avere un “impegno vitale”, perché è lì che riversiamo con più convinzione passione e intelligenza, è lì che formiamo la nostra identità e ci “realizziamo”.

        Immersi nel nostro “impegno vitale” arriviamo a nutrire speranze irrazionali e siamo disposti volentieri a rischi che altrove rifiuteremmo. L’ “impegno vitale”, per funzionare a dovere, deve contenere un elemento di sfida.

        In fondo per i bambini, sempre alle prese con scoperte e avventure – si puo’ dire che tutto sia un “impegno vitale”.

        [… Eric Falkenstein dimostra che persino in borsa le cose stanno così: ci sono persone che “credono” in alcuni titoli e si identificano con la loro strategia facendone una bandiera. Il fenomeno spiegherebbe la sconcertante assnza di correlazioni tra rischi e prezzi…]

        L’ osservazione appena fatta spiega anche i bias nel giudicare il video: è difficile identificare la partecipazione a delle feste con un “impegno vitale”, mentre formare una famiglia è il classico impegno vitale dell’ uomo medio.

        Guarda caso le infelicità più inspiegabili maturano proprio nell’ opulenta società del welfare, ovvero laddove, per paternalismo anche in buona fede, le scelte rischiose vengono sfilate al singolo.

        Riassumendo: la nostra felicità si gioca prevalentemente nell’ ambito del nostro “impegno vitale”, un ambito dove il punto 1. non vige in modo chiaro, tutt’ altro.

        ***********************************************

        Ti faccio solo un esempio personale (di solito evito).

        Nella mia vita di europeo medio mi limito a scegliere il colore delle tende e dove andare al cinema la sera, poco più. Le scelte che contano e incidono di più sul mio futuro (sanità, istruzione dei figli, previdenza…) vengono prese per mio conto altrove da gente che non conosco e non ho delegato; in questo modo è difficile per me ritagliarmi un “impegno vitale”, con le tende non si va lontano.

        Recentemente però mi è capitato di poterlo fare: con la Sara che aspettava un bambino ho deciso che, nonostante la nostra età avanzata, non avremmo abortito indipendentemente dall’ esito degli esami clinici (avendo cura di evitare quelli più invasivi, tipo amniocentesi).

        Ebbene, quando sei fuori dalla porta dello studio che ti farà la traslucenza nucale ti tremano le gambe: è un rischio che avresti potuto evitare facilmente e senza destare scandalo; non solo, se ti andrà male sarai una vittima irrisa quando non disprezzata dai più.

        Eppure non puoi certo dirti infelice per quello che hai fatto, è vero l’ esatto contrario: è un rischio che accetti, è uno dei pochi “impegni vitali” che ci è lasciato da chi vorrebbe un mondo senza rischi perché concepisce la vita come una routine.

        Ecco, dunque, come felicità e alto rischio possono convivere. ciao.

        *********************************************

  34. diait 01/06/2012 alle 12:47

    hai ragione anche tu, ric.
    D’altra parte il test viene sottoposto ad adulti, e l’ipotesi dell’infelicità come condizione culturale diffusa mi sembra plausibile. Anche se in certi casi distiguere tra natura e cultura può diventare, soggettivamente, difficile.

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