La curva di Laffer dei peccati

Mentre si trovava al ristorante, Arthur Laffer illustrò vividamente la sua teoria a Ronald Reagan – futuro presidente – avvalendosi di una matita e del retro di una busta (avvertenza: si puo’ fare solo con teorie comprensibili e ben comprese): lì sopra disegnò una curva che se solo potesse parlare direbbe: “un fisco esoso ottiene meno di un fisco moderato”. Da quel momento – siamo alla fine dei settanta – l’ economia americana inziò a staccare quella europea inaugurando una nuova stagione (neoliberismo).

laffer

L’ etica cattolica (virtuosa) pretende molto dai suoi fedeli (“date tutto ai poveri”, “amate il vostro nemico”, “visitate i carcerati”… insomma: ascoltatevi il discorso della Montagna per proseguire con la lista) ma è indulgente quando si tratta di giudicare; giustificarsi, almeno esteriormente, è facile per noi cattolici: “ho le mie debolezze, non possiamo essere mica tutti dei santi”.

L’ esatto contrario per l’ etica luterana (deontologica): minimale nelle pretese (“non tradire”, “dona ai poveri che meritano”, “non odiare chi non ti ha fatto nulla di male”…) ma arcigna nei giudizi.

Adesso, premesso che l’ etica migliore è l’ etica “vera”, lasciate che prescinda dalle valutazioni teologiche per concentrarmi su quelle sociologiche.

E qui, ahimè, scopriamo che la curva di Laffer si applica anche ai peccati: un’ etica ambiziosa molto spesso (troppo spesso) ottiene meno di un’ etica austera ma implacabile.

La curva di Laffer rappresenta un rovello costante per noi cattolici, esiste una scappatoia che non mandi tutto all’ aria?

Forse sì: puntare tutto sulla laicità distinguendo nettamente tra peccati-peccati (sesso, idolatria…) e peccati-reati (furto, frode…).

Questa suddivisione offre un doppio vantaggio per i portatori di un’ “etica esosa”: l’ autorità laica aiuterebbe l’ enforcement dei peccati-reati ostacolando la tentazione verso eccessive indulgenze; d’ altro canto, la presenza sovrabbondante di peccati-peccati, ovvero lo specifico cattolico della virtù, produrrebbe solo vantaggi per tutti creando un contesto sociale più prevedibile dove per ciascuno è più facile “ricercare la propria felicità”, per dirla con la Costituzione americana.

p.s. forse quest’ ultima parte del ragionamento è un po’ oscura, meglio ricorrere a un esempio: se sono un mandrillo e so che i cattolici tendono ad astenersi dal sesso prematrimoniale, eviterò di perdere il mio tempo corteggiando una beghina, almeno se ci sono altre ragazze che mi attraggono in pari misura; se invece la mia preda è affiliata a una religione che non dà indicazioni perentorie sul sesso prematrimoniale, mi ritrovo spiazzato col rischio di scialacquare tempo ed energie scoprendo in ritardo la sua pudicizia. In altri termini: a parità di libertà, la società con meno incertezze è più efficiente. 

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19 pensieri riguardo “La curva di Laffer dei peccati”

  1. In effetti è un po’ oscuro tutto il ragionamento. L’etica cristiana è una sola. Certo, il discorso della montagna può non piacere. C’è una via d’uscita semplice. Non dirsi cristiani.

    L’escamontage di dirsi “sì, sono cristiano, ma lo sono a modo mio, perché leggo il Vangelo a mio modo” (che è la via protestante) fa un po’ ridere i polli.

    E’ un po’ impostato male anche il discorso dell’indulgenza cattolica. Non mi risulta che le cose stiano esattamente come dici tu. Anche qui, in fondo basta leggersi il Vangelo. Il perdono è vero che è sempre a portata di mano. Ma presume sincero pentimento, non facili giustificazioni.

    Secondo me leggi troppa roba ateista, e prendi per buona la caricatura del cattolicesimo fatta da quella gente.

    Ultima considerazione: dal punto di vista della propria coscienza, che è poi l’unico che ci interessa per quanto riguarda la religiosità, il peccato-reato è esattamente un peccato-peccato, nel momento in cui lo sentiamo tale. Non tutti i peccati però sono uguali. Il sesso prematrimoniale non ha certo la stessa gravità di un tradimento coniugale (incidentalmente è sconsigliabile anche restando in ambito strettamente “laico” – qualunque senso si dia a questa parola che si presta a 1000 equivoci).

    La distinzione tra reato e peccato c’è ed è evidente: non c’è nulla di nuovo qui. Ci sono reati che non sono per nulla peccati. Bisogna un bel po’ forzare la mano per dire che l’evasione fiscale è peccato. Così pure non è certo reato il non santificare la festa. L’omologazione avviene solo negli stati teocratici. Ci sono anche vaste aree in cui le due cose però coincidono: un furto è reato e peccato. Quello che cambia è l’espiazione del reato-reato e del reato-peccato. Personalmente credo che la seconda, anche per i cattolici, sia molto più complicata.

  2. Se parli delle cose “come dovrebbero essere” in base al Vangelo mentre io parlo delle “cose come sono” sulla base della sociologia, diventa una dialogo tra sordi: non si esprime un dissenso, molto più semplicemente si parla d’ altro.

    Che senso ha infatti dire che “il Vangelo è uno… ma i luterani ricorrono a un escamotage… mentre invece dovrebbero…”. Certo che “se” i cattolici avessero una fede rocciosa e non tendessero più dei luterani all’ autoindulgenza, tutto si smonterebbe.

    Si tratta di “condizionali” (se… se… se…) che fanno andare fuori tema e che ho tentato vanamente di prevenire quando nel post affermavo: “… adesso, premesso che l’ etica migliore è l’ etica “vera”, lasciate che prescinda dalle valutazioni teologiche per concentrarmi su quelle sociologiche…”.

    Forse anche quello era un passaggio troppo “oscuro”.

  3. Ma tu hai qualche prova per dire che i cattolici siano più autoindulgenti dei lurterani?
    Anch’io quando parlo di escamotage parlo delle “cose come sono”.

    Sei tu poi che hai messo di mezzo i peccati secondo il cristianesmo. Come puoi poi dire che una Chiesa non debba proclamare ed ambire all’attuazione del Vangelo? Come puoi auspicare che si adegui a considerazioni sociologiche? Di fatto un po’ è sempre avvenuto (la Chiesa è arrivata persino a contemplare a lungo che uno stato possa applicare la pena di morte), ma non deve certo essere quello il metro!

    Le cose sono “come sono”, è ovvio, ma non è detto che non possano cambiare. Siamo in una fase momentaneamente involutiva, ma nel complesso il progresso dell’umanità cristiana nei secoli è piuttosto evidente.

  4. “… ma tu hai qualche prova per dire che i cattolici siano più autoindulgenti dei lurterani?…”

    Parecchie. Basterebbe l’ opera omnia di Weber.

    Ma evitiamo i link e limitiamoci al buon senso: se uno ha il dovere di aspirare alla santità, tenderà a soprassedere e giustificare il proprio “fallimento” (anche se non dovrebbe farlo, precisazione inutile). Se la meta è la santità avremo una marea di falliti, ma avremo anche una marea di “tormentati” dal fallimento?

    E’ come col fisco esoso: se devo pagare l’ 80% del mio reddito tenderò a non sentirmi poi così colpevole se evado qualcosina.

  5. Ma quello che dici si riferisce al cristianesimo, non al cattolicesimo! Forse che il Vangelo, il discorso della montagna non valgono, per i protestanti? Capisco se citassi – tanto per fare un esempio – l’uso degli anticoncezionali. Cioè questioni estremamente marginali del cattolicesimo rese gigantesche dalla propaganda anticlericale. Ma sulle questioni di base non ci siamo.

    In pratica tu stai affermando che, constatato che il Vangelo ci chiede l’80% di noi, di fatto siamo implicitamente autorizzati a non seguirlo. Credo che questa sia una semplificazione eccessiva ed inaccettabile.

  6. Il Vangelo è solo il punto di partenza di parabole differenti.

    La distinzione storica tra i due approcci è pacifica nella comunità scientifica, ma io direi anche nel senso comune. Non solo, la sociologia nasce come materia proprio in virtù degli studi che hanno analizzato quella differenza in corpore vivi, penso solo al fondatore della disciplina, Max Weber, il quale si è dedicato alla relazione tra etica ed economia con una produzione scientifica passata negli annali.

    Cosa ci ha insegnato? In due parole, per quello che interessa qui: l’ etica cattolica insiste sulla generosità verso gli ultimi, quella puritana (in particolare quella calvinista) insiste sulla produzione e sull’ accumulazione della ricchezza, considerata come un segno esteriore di elezione divina. Il campione cattolico è il Santo che si disfa di tutto, il campione protestante è il Borghese che accumula un impero mantenendo condotte frugali.

    Detto questo: dati i limiti della nostra natura umana, essere generosi fino alla santità che tutto dona agli ultimi è certamente più eroico rispetto ad accumulare e reinvestire di continuo nella propria impresa.

    Uno a questo punto si aspetterebbe di trovare tensione e tormento presso i cattolici, visto il compito gravoso che li attende, e appagamento pacificato presso i calvinisti. E’ vero l’ esatto contrario!: il calvinista è il prototipo dell’ austero cipiglioso sempre in fissa con le fiamme dell’ inferno, mentre il cattolico offre al mondo l’ immagine gaudente della persona serena e in pace con se stesso.

    Ma questo è solo un piccolo esempio passato alla storia della sociologa.

  7. Mah, non mi convince neanche un po’. Facciamo pure finta di non vedere che un paese mezzo luterano e mezzo cattolico quale la Germania (dell’Ovest, perché l’Est è nel pietoso stato che sappiamo) non mi pare presenti differenze etiche così marcate nella popolazione.

    Resta il fatto che “essere generosi fino alla santità che tutto dona agli ultimi” non è esattamente quello che richiede il cattolicesimo. Il pauperismo francescano è una via ascetica, ma non è la via indicata da Gesù, e quindi non è certo l’unica via per la santità. Ripeto, mi sembra di leggere la caricatura del cattolicesimo fatta dagli ateisti. Se a farla è stato anche Max Weber non lo so e non mi interessa. Quello che mi preme è che il Vangelo dice alcune cose oggettive. Se hai due sai, tienitene uno per te e danne uno ai poveri. Non dice di darli entrambi ai poveri. Il senso mi pare chiaro: il culto del benessere materiale non ha spazio nel CRISTIANESIMO. Non nel cattolicesimo, non nel protestantesimo.

    Poi fa comodo a tutti agire in modo molto diverso, prendere la scusa che la santità francescana è troppo impegnativa per vivere nella sovrabbondanza più sfrenata. Basta non essere ipocriti. Il protestantesimo secondo me è sotto 1000 aspetti una gigantesca ipocrisia, e lo è dalle radici. Il cattolicesimo dei nostri tempi rischia di diventare altrettanto.

  8. Vediamo un altro esempio, perché sembra che il primo non faccia breccia.

    Leone XIII condannerà il liberalismo per la costante ricerca del profitto che implica mentre presso molte sette protestanti una simile ricerca non solo era autorizzata ma veniva giudicato legittimo il reinvestimento nella propria individuale intrapresa.

    Cosa diavolo puo’ interessarmi poi cosa dica il Vangelo sul punto o come vada interpretato, solo dio lo sa. La storia è andata in un certo modo, punto.

    Ora, è più ostico incamerare i propri profitti e reinvestirli come chiedeva Calvino o snobbarne la ricerca e, in ogni caso, spartirli prontamente con il prossimo, come chiedeva il vecchio Papa cattolico?

    ***

    E se dici che “non mi interessa cosa afferma Weber sul punto” allora, molto semplicemente, non ti interessano i dati per affrontare seriamente il problema di cui discutiamo. Oppure i dati, anziché dalla ricerca, pensi di ricavarli “annusando l’ aria”, magari l’ aria di quattro secoli fa, ovvero di quando si formarono le due etiche? E’ senz’ altro un buon metodo per iniziare, ma se ci si ferma lì, è un metodo buono solo per fare i propri comodi e non pensare.

  9. Quattro secoli, un secolo, cosa cambia? Anche i dati di Weber sono stravecchi e decotti.

    Ah, quando parli di “comunità scientifica” ho la stessa reazione che ho quando sento parlare di “intellettuali”. Un’irritazione epidermica. Esiste forse davvero una “comunità scientifica”? Intendo, c’è quando si parla di scienza vera? E quando si parla di pseudoscienze? La comunità sarebbe quella che legge i dati in modo polarizzato, interpretandoli tutti allo stesso modo? Dunque la sociologia è stata promossa al rango di scienza?

    Poi, mi pareva che parlassi di etica e peccati, e confrontassi il cristianesimo e il protestantesimo sotto questa luce. Mi pareva che sostenessi che la Chiesa dovrebbe abbassare il tiro, perché ad averlo troppo alto si rischia di ottenere di meno. Evidentemente non ho capito. Ma allora di cosa stavi parlando?

    Se invece ho capito bene, davvero pensi che siamo di fronte ad una scelta etica a prescindere dal Vangelo, del quale, nel considerare cosa sia o meno peccato, dopo tutto che diavolo ce ne frega? O la tua è una spiegazione a ritroso di come siano andate le cose, interpretandole alla luce delle differenze confessionali, senza prendere in considerazione eventuali scelte per il futuro? Nota che non credo nemmeno all’interpretazione a ritroso: ritengo che certe differenze siano semplicemente un dato culturale.

    Ci sarebbe anche da discutere sulla “ricerca del profitto”. Anche Leone XIII avrebbe a tuo parere dovuto fregarsene dei Vangeli quando condannava un certo modo di inseguire il profitto? Non mi risulta che l’abbia fatto in modo pauperista. O lo consideri un papa marxista? Gesù e la Chiesa sono sempre stati nemici della povertà (tranne alcune eccezioni). Ovviamente la ricchezza che si ottiene creando povertà non è una ricchezza tollerabile per la Chiesa, di qui l’ovvia condanna del liberismo spregiudicato, quello al limite dello schiavismo.

  10. Non penso che fosse un Papa marxista, ma di sicuro riteneva il liberalismo incongruente rispetto all’ etica cattolica (anzi, lo disse a chiare lettere) e, quindi, irrispettoso del cattolicesimo quell’ imprenditore che si limitava ad osservare le regole del libero mercato alla ricerca del proprio profitto; ben diverso l’ indirizzo protestante, il quale richiedeva sì all’ imprenditore di “reinvestire” e condurre vita “austera”, ma lo lasciava per il resto libero di agire alla ricerca di un profitto personale con l’ unico dovere di sottomettersi lealmente alle regole di mercato.

  11. Eppure questa differenza mi suona molto pretestuosa. Cosa vuol dire ricercare il profitto e contemporaneamente condurre vita austera? A che serve quel profitto?
    Credo che in fondo tutto stia al solito vecchio problema. Intendersi sul cosa significhi “liberalismo”.

    1. Cosa vuol dire ricercare il profitto e contemporaneamente condurre vita austera? A che serve quel profitto?

      Se reinvesti nella tua impresa commerciale tutto il profitto che generi, la vita austera si impone. Cio’ non toglie che aver generato quel profitto fosse, in quelle società, segno di prestigio sociale ed elezione divina.

      1. Permettimi di considerare una simile costruzione abbastanza insensata e pure un pochetto ipocrita. Formalmente mi pare più una mentalità ebraica che non protestante, anche se il protestantesimo ha indubbiamente declinazioni molto vicine (direi che l’esigenza di austerità però è molto, molto meno sentita).

        Ma che senso ha accumulare ricchezze fini a se stesse, per non usarle al di là del giochetto del Monopoli (reinvestendole)? Che senso ha ricercare prestigio sociale, non è forse una vanità da fuggire? E quando mai nella Scrittura si legge che Dio stimerà i meriti della persona sulla base delle ricchezze che ha accumulato?

        Ognuno poi leggerà il Vangelo a suo modo, ma a me pare inequivocabile. La ricchezza non è stigmatizzata. La povertà sì. Ma l’opulenza, il ricco che si tiene tutto per sé e non condivide le sue ricchezze con giustizia (cosa ovviamente che non ha nulla a che vedere col comunismo), non entrerà nel Regno dei cieli né più né meno di quanto una cima possa entrare nella cruna di un ago.

        Direi quindi che la conclusione che si può trarre sul tuo post iniziale è: tutto bene, tutto bello, ma non stiamo parlando di etica in senso cristiano. Quindi i richiami a cattolicesimo e luteranesimo sono fuorvianti.

  12. Ma che senso ha accumulare ricchezze fini a se stesse, per non usarle al di là del giochetto del Monopoli (reinvestendole)? Che senso ha ricercare prestigio sociale, non è forse una vanità da fuggire? E quando mai nella Scrittura si legge che Dio stimerà i meriti della persona sulla base delle ricchezze che ha accumulato?

    Potresti chiedere a Calvino, oppure studiare la sua teologia e le relative diramazioni. A me basta aver chiarito che domande del genere non sono pertinenti al problema affrontato.

    Comunque, visto che cambiare argomento non è vietato, ti do’ una dritta: penso il tutto sia legato alle teorie sul libero arbitrio, per luterani e calvinisti noi siamo dei predestinati e il nostro destino è conoscibile solo attraverso dei “segni” mondani. L’ arricchimento materiale è uno di questi “segni”. Che poi la fede nella predestinazione si sia tradotta in volontà ferree e austere, è solo uno dei tanti paradossi della storia dell’ uomo.

  13. Sì, ma ho sempre sostenuto che il calvinismo abbia ben poco a che spartire col cristianesimo.
    Il luteranesimo qualcosa di più, ma comunque ha molti aspetti eretici.
    E mi pareva di capire che tu proponessi quelli come modello di etica per i cattolici.

    Ancora non capisco dove sia andato OT. Evidentemente non ho capito per nulla di che caspita parli il post originale.

  14. L’ OT sta nel fatto che io parto dall’ assunto che luterani, calvinisti (e un gran numero di sette protestanti) hanno un’ etica che si è formata nell’ humus che descrivevo.

    Tu, invece, discuti se un’ etica del genere sia o meno fedele al dettato del vangelo. Interessante, ma è tutt’ altra questione.

    Nel mio post difendo l’ etica cattolica da una critica a cui comunemente viene sottoposta. Cerco di farlo senza negare l’ evidenza, anche per essere più credibile. Infine, è vero, consiglio di enfatizzarne alcuni aspetti come quello della laicità. Cio’ detto l’ etica cattolica è laica già oggi (visto che nessuno, per esempio, propone di punire chi si masturba o chi ha pensieri viziosi sulla donna altrui).

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