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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Oggi parliamo d’ arte

Partiamo con tre domandine da nulla:

A. Cos’ è l’ arte?

B. Cosa distingue un oggetto artistico da un oggetto non artistico?

C. Cosa distingue l’ opera di valore?

Nel 1746 Charles Batteux rispondeva diligentemente:

… l’ arte è una presenza piacevole che imita la natura…

 

Di acqua ne è passata sotto i ponti e simili affermazioni suonano superate, cosicché le questioni tornano impellenti.

A questo genere di interrogativi, il profano reagisce sempre allo stesso modo: lo so, ma se ci penso non lo so più.

Brutto segnale: le difficoltà più aspre si presentano sempre in questa forma! Al punto che non manca mai chi rinuncia a dipanare la matassa, e magari accompagna il suo disimpegno citando il protettore (suo malgrado) dei “pigroni intellettuali”, San Wittgenstein: cio’ di cui non si puo’ parlare, si deve tacere.

Per costoro le “domande di senso” dovrebbero essere accantonate. In effetti c’ è da chiedersi se siano  importanti e se in merito non ci sia un modo soddisfacente  per barcamenarsi tra “bolle parolaie” e “pigrizia intellettuale”.

Di sicuro tacere e girarsi dall’ altra parte non produce l’ inconveniente temuto da molti: il mondo non soffrirà certo di penuria d’ opere d’ arte per il semplice fatto che non sappiamo cosa sia l’ arte; così come lo scienziato si puo’ disinteressare al senso ultimo del suo lavoro (e spesso è auspicabile che lo faccia), lo stesso dicasi per l’ artista;  Barnett Newman lo aveva capito:

… L’ estetica sta agli artisti come l’ornitologia sta agli uccelli…

Newman565

Ma perché questo pessimismo quando c’ è un motivo potente per non gettare la spugna? Oltretutto un motivo semplice: il lavoro è già stato fatto, esiste sul punto un solido consenso tra gli esperti.

Vediamolo:

A. L’ arte non “esprime”, non “imita” ma “rappresenta”.

B. L’ oggetto d’ arte non ha peculiarità “formali” o “percettive” ma solo “contestuali”: è il contesto che conferisce statuto d’ arte a un prodotto.

C. Il valore di un’ opera si calcola soppesando le influenze effettive e potenziali sprigionate dall’ opera in relazione alle intenzioni dell’ artista e degli esperti che agiscono in quel contesto.

E vediamo anche il “precipitato” di queste risposte:

1. risolto brillantemente il problema: “ma questo lo sa fare anche mia figlia”;

2. risolto il problema dello “sgradevole” nell’ arte;

3. risolto il problema della comparazione tra generi;

4. risolto il problema di definire l’ arte evitando di mettere da parte interi secoli di storia dell’ arte;

5. cio’ che costituisce “opera d’ arte” puo’ essere formalmente e percettivamente indiscernibile da cio’ che non è tale;

6. giudicare opere nate con prospettive ideologiche e sfondi culturali differenti applicando il medesimo criterio di giudizio conduce a gravi travisamenti;

7. approntato solido baluardo per sbarrare la strada a formalismo, strutturalismo, decostruzionismo e ogni altra “deriva relativista” dell’ analisi estetica;

8. se il contesto è decisivo, concentrarsi su pochi artisti ottunde il giudizio poiché il giudizio è essenzialmente un confronto ampio tra opere e artisti in rete tra loro (predecessori, coevi, epigoni);

9. nella costruzione di una sapienza critica il “tempo dedicato” all’ opera vince sulla mera “analisi formale”: poiché l’ analisi formale dell’ opera non è in grado di produrre un giudizio estetico attendibile, diventa centrale l’ alternativa a questo approccio: frequentare intensamente e a lungo l’ opera immergersi in essa per entrare in contatto con le molte variabili ambientali che la influenzano e che lei influenza.

10. l’ arte di valore assume e ricrea un ethos nella popolazione e nelle élites ad essa contestuali.

11. un ruolo decisivo è giocato dall’ esperto, ovvero da colui che 1. dedica tempo e attenzione nel tentativo di collocare l’ oggetto artistico nel suo contesto e 2. costituisce a sua volta il contesto privilegiato in cui si colloca l’ opera;

12. un giudizio improntato al gusto (bello! brutto!) non è mai un giudizio estetico fondato;

13. perfino l’ ossessione biografica di diana è riabilitata; sul punto sono dunque chiamato a rivedere le mie posizioni, lo faccio con piacere;

Si potrebbe proseguire con l’ elenco, oppure si potrebbe passare alla pratica con qualche “provocazione” specifica: che peso dare al fatto che Bach sia stato dimenticato per secoli, o al fatto che Brahms abbia tanto insistito su una forma rivelatasi storicamente perdente come la sonata, o al fatto che… Ma non mettiamo troppa carne al fuoco.

Non facciamolo anche perché resta un’ altra imbarazzante questione a cui rispondere.

D. A cosa serve l’ arte?

Qui tendiamo a scantonare, abbiamo l’ impressione di “perdere” qualcosa di prezioso guardandola troppo da vicino. Il modo più goffo di scantonare consiste nel sostenere che l’ arte non è mai servita a nulla (l’ art pour l’ art).

La musica, per esempio, a cosa serviva?

Le funzioni originarie ipotizzate sono tante: sottofondo, evasione, autodisciplina, memoria, riflessione, creazione di legame sociale…

Il guaio è che qualsiasi funzione si ipotizzi ci si chiede se non esistesse un modo più “economico” per assolverla.

Esempio: la funzione che raccoglie più consensi tra gli studiosi è quella relativa al “social bonding”: ma non bastava un “giuramento” o qualcosa del genere per legarsi al gruppo? Dovevamo proprio imbarcarci in un simile dispendio di energie? Dovevamo proprio mettere in piedi “rituali” tanto complicati?

Possibile risposta: tutti sappiamo mentire con le parole, pochi lo sanno fare con le emozioni.

Insomma, la musica nascerebbe – non esistevano ancora le intercettazioni e altri metodi sofisticati d’ indagine – come assicurazione sociale contro  simulatori, opportunisti e infiltrati. La musica come primitiva “macchina della verità”, la musica come regno della sincerità. Certo che se a contare è la sincerità, capiamo meglio perché un linguaggio del genere sia disposto a sacrificare la precisione.

33 risposte a “Oggi parliamo d’ arte

  1. davithegray 19/07/2012 alle 10:00

    Troppe parole. Come sempre, in mezzo a troppe parole, col rischio che sfugga l’essenziale. Abbiamo già affrontato innumerevoli volte questo discorso, ma è sembre bello ritornarci.

    Alla fine, sull’arte c’è solo una conclusione inoppugnabile: chi si accontanta gode. C’è solo l’imbarazzo della scelta di letteratura che giustifica l’ingiustificabile, e combatterla è impresa degna di don Chisciotte.

    In nome dell’arte sono stati commessi abomini, e non è facile capire se la bruttezza del ‘900 si è riflessa nella bruttura della sua arte (in media, ovviamente, le punte eccelse sono numerose), oppure se la bruttezza dell’arte del ‘900 ne ha fatto un orribile secolo. Probabilmente entrambe le cose.

    Due punti ineludibili:
    1) Arte e bellezza sono strettamente collegate. Il concetto di bellezza non è statico, questo lo concedo, e la ricerca artistica contribuisce a modificarlo. Ma slegarli è il peccato originale di tanta spazzatura spacciata per arte nei decenni recenti. Quindi sì, indubbiamente “L’ estetica sta agli artisti come l’ornitologia sta agli uccelli”.
    2) Arte e tecnica sono strettamente collegate. Se “potevo farlo anch’io”, o peggio, “poteva farlo anche mia figlia”, semplicemente non si tratta di arte. Può essere un’altra cosa nobile (ricerca, sperimentazione, comunicazione di idee), ma non è arte. Per questo, l’arte non può essere giudicata da “esperti” più o meno improvvisati, ma dev’essere giudicata da artisti, da gente con sufficiente competenza per valutarne gli aspetti tecnici.

    A questi due punti, se ne aggiunge un terzo, quello ovvio, che è pure importante, ma non più dei primi due. Quello del senso, del significato. Caricare tutto su questo, senza tenere in pari conto gli altri due, genera mostri.

    Ci sono imprecisioni madornali nei luoghi comuni che riporti. Bach non è stato affatto “dimenticato per secoli”. La sua eredità è stata colta dalle generazioni contemporanee e immediatamente successive. Alcuni lavori hanno richiesto un po’ di tempo per ritornare in voga, ma Bach non è solo la Passione secondo Matteo. E tanto è stata perdente la sonata di Brahms che le sue sonate e le sue sinfonie sono ancora oggi tra le musiche più eseguite. Certo, scrivere una sonata dopo le sue avrebbe richiesto un coraggio da prodi.
    E la questione del”l’art pour l’art” è un po’ complessa. La musica come arte nasce con delle funzioni ben precise. Quella essenziale non la nomini, ed è elevare la parola. La potenza del canto supera immensamente quella della declamazione. Tutto nasce da lì. Nei secoli bui, il Rinascimento su tutti, dove si perde l’essenza delle cose e si comincia a divagare cercando l’arte come mero compiacimento dei sensi, e lì spesso siamo di fronte all'”art pour l’art”. Ci sono esempi innumerevoli di arte “inutile”: in musica, forse il parossismo di questo è stata la fase del belcantismo.
    In fondo, anche la funzionalità è un requisito essenziale dell’arte. Ma questo è un terreno spinoso, perché è innegabile che anche il mero compiacimento dei sensi sia una “funzione”. Una bella ed in sé inutile scultura diventa utile se abbellisce uno spazio.

    Rimando comunque al solito “Bellezza e liturgia” ed alle altre opere di Florenskij, che chiarificano bene queste faccende. L’arte nel museo muore. L’arte vive nel contesto funzionale per il quale è stata creata. Arte pensata già per una collocazione “museale”, quindi “inutile”, è arte di livello inferiore.

    Chiudo con un po’ di arte.

  2. broncobilly 19/07/2012 alle 13:03

     

    chi si accontenta gode

    Riecheggia minaccioso il (relativistico) “è bello cio’ che piace”.

    E sembrerebbe proprio che sia così visto come prosegui:

    arte e bellezza sono collegate

    Nessuno obietta sul tenore letterale di questa affermazione, senonché si ha la netta sensazione che tu scambi “bellezza” per “gradevolezza”  (da contrapporre alla componente “sgradevole” di certe espressioni artistiche).

    Ci si concentra sui sensi ma concentrarsi sui sensi, e quindi sulla natura percettiva dell’ opera, mette al centro il godimento del fruitore dando sostanza allo slogan: “è bello cio’ che piace”.

    Francamente mi smarco da questa deriva relativistica in cui finisci inevitabilmente.

    Al punto due, siamo seri, solo l’ albertosordi che è in noi potrebbe ancora oggi ostinarsi a parlare così🙂.

    Sintesi: il punto uno valorizza la natura percettiva dell’ opera imboccando una inevitabile deriva relativista. E’ una concezione settecentesca ma ammetto che c’ è ancora una minoranza che la sostiene: io sto con la maggioranza che valorizza invece la natura contestuale. Il punto due valorizza la natura circense dell’ opera ma nessuno che abbia anche solo sfogliato un manuale di storia dell’ arte puo’ attardarsi in qualcosa del genere.

    *** 

    Bisognerebbe ricordare che per ogni argomento esiste una solida letteratura che rispecchia il lavoro e le conclusioni di gente che pensa a tempo pieno questi enigmi. Cerchiamo di essere un po’ più modesti, non è che uno la mattina si mette davanti al pc e sul momento a lume di naso ci inventiamo cos’ è bello e cos’ è brutto, cos’ è  arte e cosa non lo è… Critichiamo la sciatteria di internet e poi siamo i primi ad alimentarla.

    Ecco, proprio per non cadere nel trappolone cerco di partire da questa “solida letteratura” uniformandomi al consenso degli esperti e dell’ accademia per poi lanciare un paio di ideuzze più o meno personali e contestabilissime, in questo caso: 1. il valore artistico come capacità d’ “influenza” e 2. la musica come “macchina della verità”. [la prima ideuzza non è nemmeno originale]

    Chissà perché tu non contesti mai le “ideuzze” ma ti schianti contro il muro della “solida letteratura”.

    Sono contestazioni che lasciano il tempo che trovano: se ancora riconduci l’ opera d’ arte alla tecnica ti schianti contro un muro, se neghi il periodo oscuro di Bach ti schianti contro il muro, se neghi l’ esaurimento della forma sonata nel corso dell’ ottocento ti schianti contro un muro… eccetera.

    Meglio sarebbe prendere di mira le esili ideuzze.

    E anche su F. e la funzione della musica, senz’ altro parliamo di una personalità notevole, di un pensatore raffinato e sensibile, ma parliamo più che altro di un’ “intelligenza del cuore” lontano dagli “hard data” che oggi possediamo sulle origini e le funzioni primigenie della musica. La scienza è un pensiero cumulativo, mica possiamo far dirigere il CERN a uno scienziato la cui conoscenza si è fermata a Newton, sarebbe un incompetente, per quanto grande sia un pensatore come Newton.

    [… per altro, la funzione (rituale) che mi sembra tu ipotizzi, è assorbita dal social bonding (l’ ultima delle sette canoniche), poprio quella a cui do più credito nel post per sostenere la mia tesi…]

    p.s. sempre notevole il m. (c’ è un suo pezzo anche nella mia prossima playlist)

  3. davithegray 19/07/2012 alle 13:56

    Siamo su linee completamente diverse. Io ho messo i capisaldi di quello che dopo una vita spesa a stretto contatto (attivo) con l’arte è la mia conclusione. Tre punti, tutti imprescindibili, senza i quali si possono avere tante cose belle e tante cose orribile, ma non certo Arte.

    Le tue contestazioni si smontanto in pochi secondi, ma non credo che valga la pena farlo. Tanto tu resteresti sulle tue posizioni, quelle mainstream, io sulle mie, quelle di chi con l’arte si sporca davvero le mani. Anche su Bach e Brahms, sarebbe tempo perso, perché tu continuerai a fare da eco ai luoghi comuni in voga oggi, io ti parlerei di dati oggettivi che però interessano solo gli specialisti, quelli che davvero si confrontano con gli “hard data” dell’arte e non con le parole di dubbi “esperti” che “pensano a tempo pieno questi enigmi” e non avanzano quindi tempo per fare e fruire veramente dell’Arte.

    Sono immodesto? Sono albertosordiano? Chissenefrega. Certo sono il contrario del relativismo, in quanto affermo che il valore dell’opera d’arte sta nell’opera d’arte stessa. Estremamente relativista è invece il tuo discorso (e difatti dici è sono i punti del pensiero mainstream del momento, e che il mainstream sia relativista credo sia innegabile). E’ relativista in quanto afferma che il valore dell’opera d’arte non è un valore intrinseco ma è dato dal contesto, dalle “influenze in relazione alle intenzioni dell’ artista e degli esperti” e blah blah. Davvero puoi dubitare su chi sia il relativista tra noi due?

    Preciso (mi pareva già chiaro) che sono partito affermando che “è bello ciò che piace” provocatoriamente, tanto per dire che se tu la pensi così e sei conteno, ben per te. Ma proseguo dicendo invece che ci sono dei criteri per affermare che una cosa che piace ma non ha un valore tecnico oggettivo non è arte, oppure che un esercizio circense tecnicamente ineccepibile ma non bello non è arte. Va beh, avevo detto che non stavo a perdere tempo a smontare la tua critica, e alla fine come al solito ci sono cascato e l’ho fatto.

  4. broncobilly 19/07/2012 alle 18:57

    Non sottovalutiamo le idee che raccolgono consenso nel libero dibattito (mainstream): sono tali solo perché con il tempo hanno ricevuto conferme nei fatti convincendo anche chi una volta la pensava diversamente. Ti sembra poco? Siamo nani sulle spalle di giganti, il solipsista che rinuncia a montare su quelle spalle si condanna a una “statura” irrilevante. Le vette sono accessibili solo da un campo base ben collocato.

    Ma poi, perché mai il “contestualismo” dovrebbe offrire giudizi relativi? E’ vero, sul valore incide il contesto, ma quel valore non è affatto relativo. Sarebbe forse meno relativo se dipendesse dalla forma?

    Ammettiamo che tu oggi replichi alla perfezione un’ opera di Piet Mondrian: il valore artistico della copia sarà pari a zero mentre il valore dell’ originale resterà elevato, anche se opera e replica saranno formalmente indistinguibili. Cio’ è dovuto al contesto in cui sono sorti i due lavori, ma non c’ è nulla in tutto cio’ che implichi “giudizi relativi”!

    Anzi, storicamente le teorie contestualiste nascono proprio per opporsi al relativismo delle scuole “formaliste”. Per quanto l’ analisi delle strutture sia certosina non arriverà mai a stabilire perché una struttura debba considerarsi superiore all’ altra, lasciando così le questioni di sostanza nell’ indeterminatezza. L’ opera ridotta a forma, staccata dalle tradizioni, dagli stili, dai momenti storici all’interno dei quali si colloca, è del tutto incapace di trasmettere i significati che critica e pubblico normalmente le attribuiscono. Non capirlo significa non avere nemmeno iniziato a “sporcarsi le mani” con l’ arte.

    Risolvere equazioni è bello, utile e difficile. Ma per farlo non occorre certo “sporcarsi le mani” con l’ epistemologia.

    Volare è bello, utile e difficile, ma non è svolazzando come uccellini che ci si “sporca le mani” con l’ ornitologia.

    Ognuno faccia il suo mestiere e si sporchi le mani con quello: le invasioni di campo sono fruttuose purché accompagnate dalla dovuta umiltà.

  5. davithegray 19/07/2012 alle 20:09

    Certo che siamo nani sulle spalle di giganti. Ma anche qui, come sul relativismo, fai un rovesciamento. E’ chi nega il valore del passato per osannare il progresso senza se e senza ma a non riconoscere questo stato di fatto. E’ chi accetta certe rivoluzioni inconsulte che sono state propinate per arte mentre altro non sono che spazzatura (di cui sono pieni molti musei) a negare il nanismo! Quegli pseudoartisti, quelli per esempio che hanno negato il valore della tecnica, non sono saliti sulle spalle di nessuno. E dalla fossa oceanica, stai pur certo che non si scorge nessuna vetta. Per godersi la montagna non si sta i pianura. Zaino in spalla, e si rampica!

    Contesto: parliamo di contesti diversi. Il contesto dell’opera è essenziale alla vita della stessa. Ma se il contesto diventa quello dei critici, o le “intenzioni dell’artista”, allora siamo nel relativismo puro. Ovviamente c’è un valore nell’originalità. La copia non ha mai un valore, se non quello dell’originale copiato. L’imitazione scolastica ovviamente è peggio della copia. Manca la terza componente. Ha un’utilità didattica, e finita lì. Ma in questo non c’entra nulla il contesto!

    Stai pur certo che non c’è nessun artista che non si sia posto questioni epistemologiche di profondità di vari ordini di grandezza superiori a quelle che si pongono i critici. L’idea naive dell’artista-idiota non passa mai di moda, ma è puramente letteraria. Il critico è tipicamente un artista mancato, pieno di frustrazioni, e difficilmente si potrà attendere da lui qualcosa di buono ed utile. Certo, ha un’utilità nel mercato, ma questo interessa solo a certi “artisti” che con l’Arte hanno ben poco da spartire.

  6. davithegray 20/07/2012 alle 09:34

    Qui qualche interessante spunto sul tema. Critici che osannano Allevi (o Battiato, o Einaudi) ne troverai a bizzeffe. Di musicisti, praticamente zero.

  7. broncobilly 20/07/2012 alle 17:19

    Tre osservazioni veloci:

    1. Bè, se non si vuol correre il rischio di “buttare a mare il passato”, affrettiamoci a “buttare a mare” l’ idea per cui “il valore dell’ opera sta solo dentro l’ opera” e abbracciare una qualche forma di contestualismo: nulla crea contesto più che il passato.

    2. Bé, se si nega valore artistico alla copia, affrettiamoci a “buttare a mare” l’ idea per cui la tecnica è coessenziale all’ arte: eseguire una copia perfetta richiede la medesima tecnica dell’ originale.

    3. Bè, se vogliamo preservare una qualche forma di “merito”, cerchiamo di non svalutare troppo le “intenzioni” dei protagonisti in campo.

    p.s. in arte la raffica dei giudizi dettati dal gusto personale (punto 12) è più noiosa della lettura della guida telefonica, andrebbero vietati per legge.

    p.s. si rischia di confondere “critica” e “giornalismo”, cosicché un Bortolotto o uno Steinberg si ritrovano improvvisamente colleghi dell’ inviato al concerto o alla mostra. Non sarà né necessario né sufficiente, ma, a meri fini pratici, consideriamo “critico” o “esperto” chi per lo meno puo’ vantare una cattedra universitaria e una decina di pubblicazioni.

  8. davithegray 20/07/2012 alle 20:59

    1. E perché mai buttarla a mare? Il valore sta solo e soltanto nell’opera. Potenziato dalla relazione che ha l’opera con il contesto di destinazione, ovviamente, ma non certo dall’accoglienza dei critici. Altrimenti, se volessimo dar retta alla bufala su Bach che raccontavi, dovremmo pensare che se qualcuno non avesse tirato fuori dai cassetti il vecchio Bach, la sua opera non avrebbe valore!

    2) La copia può avere valore artigianale, ma solo in quanto copia. Il valore artistico ce l’ha l’opera originale. E sì che non mi sembra un concetto complesso. Diverso diventa il discorso se si parla di imitazione, anziché di copia. Ma il primo dei tre punti parla di bellezza. Quando mai s’è vista uno scimmittamento più bello dell’originale? Qui poi si semplifica e banalizza. Mani abili d’artista possono usare pretesti di altri artisti. I concerti di Vivaldi trascritti per organo da Bach hanno un valore artistico in sé, proprio per il modo in cui Bach li tratta.

    3) E chi le svaluta? L’artista è sempre consapevole di quello che sta facendo, anche se poi l’opera d’arte vera trascende, va sempre al di là delle intenzioni dell’artista.

    4) I gusti personali? In teoria, è quasi un assurdo pensare che possa esistere un giudizio estetico univoco in campo artistico (quello tecnico è un po’ meno discutibile). Ci sono dei caposaldi. Solo un idiota (non ne mancano, purtroppo) potrebbe mettere in discussione Bach, Beethoven, Brahms ecc. Quell’idiota, se ci fosse, certamente avrà meriti artistici propri pari allo zero. Potrebbe magari essere anche un docente universitario di qualche materia esotica, ed avere decine di pubblicazioni alle spalle. Più difficile che possa avere alle spalle qualche opera d’arte propria. Ma, detto sinceramente, chissenefrega di quello che possono dire questi idioti? Se l’opera d’arte non mi fa godere, sarei un masochista. E allora, mille volte meglio l’Elisabetta che commenta il blog linkato dicendo perentoriamente che “Allevi è un genio”, piuttosto che uno che si faccia del male ascoltando uno che masturba una chitarra elettrica solo perché il tal critico gli racconta che è quella sì che arte. Almeno lei gode, ascoltando Allevi. I musicisti rideranno di lei e la prenderanno per scema. Se poi però tante Elisabette pagheranno il biglietto, anche musicisti veri si metteranno a suonare Allevi (pur recandosi poi immediatamente al gabinetto).

    L’opera d’arte ha un valore, e l’artista capisce subito a naso se ha a che fare con arte o con spazzatura (o con tutte le sfumature intermedie). Si può spacciare per arte un sacco di spazzatura, per fare fessi i gonzi che sganciano quattrini.

  9. k. 24/07/2012 alle 19:55

    l’arte ha a che vedere col segno col linguaggio e quindi con Dio. imitare la natura, es. fare un disegno su una roccia che rappresenta un cavallo, può significare riconoscere il reale; quindi la
    comune appartenenza al verbo che sostiene la realtà.
    quindi l’arte ha valore tanto quanto è religiosa, cioè quanto evidenzia un legame tra le persone ( ma questo non basta) e quindi con Dio.
    sicchè il quanto vale un opera è quanto riesce a esprimere qesto legame
    ciao,k.

    • diait 25/07/2012 alle 10:16

      allora se l’arte è spiritualità e metafisica, torna il fantasma del pigrone (!) wittgenstein…. Tutti zitti.

      • broncobilly 25/07/2012 alle 11:03

        “Spiritualità”, in termini laici, puo’ essere tradotto con “ritualità”. Anche la società più laica in fondo non è estranea ai rituali, e ne parla (per esempio, come facevamo prima, in termini di social bonding).

  10. broncobilly 25/07/2012 alle 09:29

    Ok, ma non vale: per un credente tutto ha “a che vedere con Dio”.

    Forse che l’ arte ci parla di Dio? Ok, ma non basta: anche la teologia ci parla di Dio.

  11. davithegray 25/07/2012 alle 09:40

    Il legame tra arte e Dio è un legame strettissimo.

    Il creato è l’opera d’arte di Dio. L’artista è un piccolo dio delle sue creazioni.

    Qui andiamo però oltre la “definizione” di arte. Definire significa limitare, e chi limita Dio? Non si tratta di imitare la natura, questo è un concetto un po’ troppo delimitativo di arte. L’arte è anche creazione e, in quanto tale, esula dalla necessità di imitazione.

    Interessante l’idea di arte come religione tra le persone (strumento per ricreare un legame che si è allentato). Ma è davvero necessario che l’arte abbia questa funzione? Io credo di no, anche se devo pensarci ancora un po’ su prima di dare un’opinione perentoria su questo.

    Se l’arte non crea qualcosa di nuovo, di sorprendente (“è del poeta il fin la meraviglia (parlo dell’eccellente e non del goffo)”), non è arte. Se crea qualcosa di nuovo, non è detto che crei immediatamente legami. Il nuovo qualche volta disturba. E’ pur vero che è più il goffo che non l’eccellente a disturbare, e questo è l’equivoco che ha fatto etichettare come arte parecchia spazzatura nello scorso secolo.

  12. k. 25/07/2012 alle 19:05

    sulla teologia risolverei affermando che infatti la teologia è arte, come lo sono le lettere di San Paolo i Salmi, o anche le fiabe per bambini. a davit direi che l’arte più che innovare, rinnova, la sorpresa è nel riconoscimento.vado di furia

    ciao,k.

  13. davithegray 26/07/2012 alle 10:03

    Non sono d’accordo che teologia sia arte. La teologia per me è scienza. I Salmi sono arte. Le lettere di san Paolo sono a tratti artisticamente rilevanti, ma non è quella la loro cifra.

    L’arte innova/rinnova? In effetti, l’innovazione non è una parte essenziale dell’arte, più essenziale è l’originalità (che non coincide necessariamente: se l’innovazione implica l’originalità, l’inverso non è dato). Quando parlavo di “nuovo” in effetti avrei dovuto usare “originale”, termine molto meno ambiguo. Stamattina a Pagina 3 leggevano idee di Brian Eno sull’arte. Perché si chieda a Brian Eno di parlare di arte resta per me un mistero. E’ come chiedere ad Odifreddi di parlare di teologia. Comunque, Eno enfatizzava l’importanza dell’innovazione nell’arte. Questo dà un bell’appoggio alla tua tesi: se uno come lui (che promuove l’antitesi dell’arte) esalta l’innovazione, è chiaro che la sovraenfasi di questa non può che tradursi in nocumento per l’arte stessa.

    Sorpresa nel riconoscimento? Per cortesia, riformula. Ok la fretta, ma questa andrebbe spiegata.

  14. k. 26/07/2012 alle 15:45

    Si oltre alla fretta scrivo anche poco per limitare gli sfondoni. Comunque “sorpresa nel riconoscimento”, che mi accorgo ora che è un po’ un ossimoro, voleva forse indicare lo stupore di fronte a qualcosa che sentiamo intimamente vero esistente. Vero, Esistente, un senso che ci attraversa(va).
    Forse è giusto come dici te pensare la teologia come scienza; comunemente pensiamo che l’arte dovebbe sottrarsi alla rigidità delle regole linguistiche, o al metodo della ricerca, limiti per accostarsi all’ineffabile. Ma come un po’ dicevi anche te, col pretesto dell’ineffabile mi pare che oggi si fanno piedistalli al niente, al nulla, temo che molte opere siano fatte così incrociando metafore aporie che esaltano e onorano la perdita di senso, la caduta

    ciao,k.

    • davithegray 26/07/2012 alle 15:58

      Nessuna tema di sfrondoni, qui. Siamo tutti col cronometro in mano, e non andiamo troppo per il sottile. Comunque sono sostanzialmente d’accordo su quanto scrivi.

      L’arte e le regole linguistiche: l’arte le sue regole linguistiche se le costruisce da sé. Ci sono sperimentazioni e uso di linguaggi affermati, tutto è lecito. A volte le sperimentazioni falliscono. Se non fallissero mai, non sarebbero sperimentazioni. Il problema posto nel post originale è: come stabiliamo quali sperimentazioni hanno avuto successo e quali invece sono da buttare? Se la tua risposta è “l’arte è tale se stupisce pur presentandoci un qualcosa che, per quanto possa essere innovativo, sentiamo comunque vero, esistente e reale”, direi che è una risposta piuttosto convincente. Non esaurisce il problema: con questo metro, infatti, come potrei affermare che Monteverdi è arte mentre i Beatles sono puro intrattenimento commerciale?

  15. broncobilly 27/07/2012 alle 12:45

    Chiudiamo con un po’ di “intrattenimento commerciale” :-):

     

  16. davithegray 27/07/2012 alle 13:06

    Ma quand’è che inizia?

  17. broncobilly 27/07/2012 alle 15:41

    Trattandosi di un’ operazione filologica, come minimo bisogna conoscere bene gli originali. Poi bisogna conoscere…

    … insomma, bisogna “conoscere” e per conoscere bisogna studiare.

    Da qui il messaggio di fondo: guai a colui che pensa di compensare l’ ignoranza “andando a naso”. Per il pigro amante del pulsante “sublime”/”spazzatura” o “commerciale/impegnato” (che è poi lo stesso che rende sciatta la rete martellando sui pulsanti “mi piace/non mi piace”) in questi casi non resta che fare la parte della sora lella

    Certe volte l’ italiano albertosordi se lo merita proprio!😛

    • davithegray 27/07/2012 alle 15:47

      Purtroppo ci vogliono palle per dire spazzatura alla spazzatura. Molto più comodo adeguarsi ad a palle altrui, quelle che racconta certa “critica” (virgolette d’obbligo), anche quando questo si traduce in puro masochismo.

      Auguri ritardati alla Marghe e benvenuto in anticipo a V. Noi finalmente si parte!!!

    • davithegray 27/07/2012 alle 15:50

      PS: anche se quella spazzatura avesse olezzato meno, hai presente L’homme armé? (Ok, già in sé aveva un valore musicale ben distante dalle insulsaggini beatlesiane, ma il concetto rimane quello).

  18. broncobilly 27/07/2012 alle 17:42

    Se ci vogliono “le palle” allora mia mamma, la sora lella e tutti gl’ mbriachi giù al baretto sono come minimo degli ardimentosi che si battono per la vera arte!…

    sora lella

    … mentre invece chi approfondisce la materia è un codardo rifatto (compresi quelli dell’ associazione compositori e autori musicali che hanno recentemente premiato l’ ensemble “… for the virtuosity, passion and commitment with which they perform and champion the repertory for the 21st century…”. Dopo aver preso le distanze dagli esperti tocca pure prendere le distanze dai musicisti. Ma vuoi mettere il fascino della sora lella.

    ***

    Grazie per l’ augurio, speriamo vada tutto liscio, ti farò sapere per primo. E a voi tutti buone e meritate vacanze (ma che non siano troppo “intelligenti”!😉. In fondo anch’ io sono allergico agli estremismi.

  19. davithegray 27/07/2012 alle 18:09

    No, le distanze dai musicisti tranquillo che non le prendo. Quelli sul palco della sora lella sono dei dritti. I veri rincoglioniti stanno tutti in platea. E tranquillo anche che la materia l’approfondisco sul serio. E’ grazie a questo che riconosco le ciofeche in pochi secondi.

  20. broncobilly 27/07/2012 alle 18:50

    Ma come “non prendi le distanze”? Se l’ hai appena fatto al rigo di sopra?

    *****

    Dei “dritti”!? Cosa, cosa?

    Nel senso che fanno soldi alle spalle della “massa” (:-)) che va al concerto? Cioè, praticamente parliamo dei burattinai dell’ arte commerciale. Oppure nel senso che ordiscono la “grande beffa” e poi al ristorante se la ridono tra loro rammaricandosi solo di non aver fregato la sora lella?

    [… o nel senso che hanno fatto saltare le torri gemelle minandole di persona nottetempo…]

    Cavolo, allora la “sora lella” e “albertosordi” sono l’ élite, la minoranza colta e consapevole. Gli “happy few” che non possono essere spremuti sistematicamente dal Gran Barzellettiere Miliardario.

    P.S. Consiglio per una vita più facile: accetta la semplicità delle cose, rinuncia a ipotizzare un mondo sottosopra, di quel che non hai approfondito limitati – come tutti – a dire che non lo capisci (visto che non si puo’ capire “a naso” buttando l’ orecchio per qualche secondo), nessuno te ne fa una colpa. Vedrai che: 1. i conti tornano immediatamente e 2. si fa pace con se stessi e ci si rilassa accettando la semplicità delle cose.

    • davithegray 27/07/2012 alle 20:19

      Non mi pare di aver preso le distanze, semmai il contrario. Parlo di musicisti, ovviamente, non di buffoni. Forse qualcuno lo conosco. La musica vera richiede fatica e non è per dilettanti. I dilettanti confondono la fatica con il dolore e la bruttezza. E più soffrono, più gli sembra di avvicinarsi all’arte esoterica. Per noi va bene. Basta che paghino.

  21. broncobilly 28/07/2012 alle 11:22

    Ma come non prendi le distanze? Hai appena etichettato come “ciofega” il lavoro di musicisti super professionisti omaggiati del riconoscimento più prestigioso dall’ “Associazione Compositori e Autori”. Per non dire che a quei concerti vanno soprattutto i colleghi, mica le “sore lelle”. Pensare poi che certi lavori siano intrapresi nella logica del mero profitto (“basta che paghino”) segnala solo la completa estraneità al soggetto che si vorrebbe commentare improvvisando qualcosa lì per lì in modo temerario.

    “Fatica”, “dolore”. Ma dove? In un momento dove l’ ironia è la componente principale parlare di “fatica” e “dolore” rende ancor più attendibile il “segnale” di cui sopra. E’ invece un mero momento ludico constatare attimo dopo attimo come sono stati affrontati e risolti problemi che – per chi ha ben chiaro l’ originale e le versioni successive – appaiono di primo acchito irrisolvibili. E’ ovvio che l’ “impreparato” annasperà nel vuoto: nulla di male se poi è abbastanza furbo da schivare la pontificazione sul nulla assommando all’ ignoranza (inevitabile) la supponenza (evitabilissima).

    Nel discorso generale, su una cosa sono d’ accordo: a volte la “musica d’ oggi” è un po’ troppo cervellotica e sofisticata, ma trattasi di problema che non si risolve con un’ improbabile rivoluzione estetica volta a restaurare una mitica età dell’ oro mai esistita, né tantomeno con l’ acculturazione forzata delle “sore lelle” sparse per ogni dove, basta una buona teoria economica delle avanguardie artistiche per capirci qualcosa: riduciamo i sussidi e avremo musica un po’ meno incentrata sull’ ombelico del musicista.

    • davithegray 28/07/2012 alle 15:47

      Ok, basta. È inutile discutere. Quando l’appassionato discute col professionista, non si può che arrivare a questi esiti. L’Elisabetta fangirl di Allevi evidentemente non ha insegnato abbastanza.

      Buona estate!

  22. broncobilly 30/07/2012 alle 10:53

    Prima della distinzione dilettanti/professionisti farei la distinzione realtà dei fatti/realtà virtuale. E’ chiaro che chi si rifugia nella seconda non potrà mai essere stanato nemmeno davanti a evidenze chiare, tuttavia penso che la discussione possa essere comunque utile poiché risulta in qualche modo esemplare.

    Se al gruppo in discussione si nega la qualifica di musicisti virtuosi e super professionisti, allora ci si sta rifugiando nella realtà virtuale.

    Se al lavoro di cui sopra si nega l’ apprezzamento e la premiazione da parte dell’ organo ufficiale del “Compositori e autori musicali”, allora ci si sta rifugiando nella realtà virtuale.

    Se si pensa che lavori del genere siano messi in piedi per “far soldi”, oltre a suscitare l’ ilarità generale di chi legge, ci si sta evidentemente rifugiando in una realtà virtuale di comodo.

    Se si nega al lavoro precedente un’ ispirazione autentica per alludere invece a una “grande beffa” ordita ai danni dell’ ingenuo ascoltatore, allora o si sta parlando da Marte o ci si è costruiti intorno una realtà virtuale dalla quale non si puo’ più uscire.

    Inutile aggiungere che si puo’ prendere le distanze da quel lavoro e comunicare il proprio scarso interesse per approcci di tal fatta, senza necessariamente trasformarsi in marziani con il paraocchi. Non occorre nemmeno una dose straordinaria di umiltà, basta quel minimo di sincerità che ci spinga a dire: poiché le mie risorse intellettuali sono limitate preferisco approfondire cio’ che mi risulta più simpatetico evitando di lanciarmi in giudizi spericolati in campi che da sempre trascuro e in cui mi mancano i punti di riferimento.

    Adesso potrei moltiplicare gli esempi in cui torna questa stessa dinamica ma non lo faccio solo perché desidero concludere dedicando le ultime righe agli abusi a cui è soggetta la parola “musicista”.

    Faccio il parallelo con la qualifica di “economista”: “economista” non è certo chi insegna l’ economia all’ università (né tantomeno il semplice laureato in materie economiche). “Economista” è chi grazie a pubblicazioni di rilievo ha dato alla sua disciplina un contributo influente e dibattuto sulle riviste specializzate.

    Allo stesso modo, per “musicista” non intendo certo chi insegna al Conservatorio (né tantomeno il semplice diplomato) bensì chi con la sua opera ha dato un contributo influente e dibattuto sulle riviste specializzate.

    p.s. senza contare che qui parliamo di “giudizio critico” e non di “esecuzione”, di conseguenza il “professionista” che al limite  ci interessa interpellare non è né l’ “economista” né l’ “esecutore” materiale dell’ opera bensì il “critico professionista”.

    p.s. il riferimento ad Allevi  mi risulta incomprensibile in assenza di replica al preciso rilievo da me già mosso nel merito.

  23. davithegray 30/07/2012 alle 14:59

    Allevi: vedi link sopra. Ok, allora i Beatles sono musicisti e io sono un semplice diplomato. E con me tutta una sfilza di non-musicisti che sanno distinguere il valore di Brahms, anziché doverne leggere su “riviste specializzate”. Come dicevo sopra, contenti tu ed Elisabetta, contenti tutti.

  24. broncobilly 30/07/2012 alle 16:32

    Il link l’ ho visto, e ho anche risposto così: non confondiamo il critico con l’ inviato del giornale (dopodiché ho proposto una definizione minimale di critico, tanto per capirsi). In assenza di repliche nel merito mi sfuggiva la tua insistenza.

    Diciamo allora che l’ “elisabetta” di cui parli potrebbe essere, per ingenuità ai limiti del naive, un’ incarnazione del “soralellismo”. Ma tu, diciamocelo chiaramente, ne hai appena fornita una ancora più vicina all’ originale🙂.

    Non è un caso se finisci per “simpatizzare” con lei:

    … molto meglio l’Elisabetta che afferma che “Allevi è un genio”… almeno lei gode…

    Una convergenza, del resto, da me pronosticata sin nel primo commento al thread: se il “godimento” è al centro, se le qualità percettive dell’ opera ne costituiscono l’ essenza, se l’ arte è concepita alla stregua dell’ idromassaggio, come potrebbe essere altrimenti?

    • davithegray 30/07/2012 alle 17:49

      Il primo critico sono le nostre orecchie, quando sufficientemente educate. Purtroppo, quest’educazione è virtù di pochissimi eletti. Non fermarti su quel video. L’ho scorso pochi secondi sul pc (e la musica si ascolta in altro modo, precipuamente dal vivo). M’è venuto immantinente a noia, ma lo degnerò di un secondo ascolto, visto che ti piace tanto. Ma ti piace? Voglio dire, non avessi letto le legioni di critici sperticarsi in plausi, ma piuttosto in stroncature, avresti gli attributi per difenderlo a spada tratta? In nome di che, poi? Il valore intrinseco, lo neghi. Il godimento, lo spregi. Ma perché perdi tempo ascoltando musica o succedanei, mi domando io?

      Non tutto ciò che produce godimenti è arte. Ma una cosa do per certa. Se non dà godimento agli animi sufficientemente raffinati, arte di sicuro non è.

  25. Pingback:Pedinare l’ascoltatore. | fahreunblog

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