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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Marco 14:7

Gesù disse che i poveri saranno sempre tra noi, è proprio così?
Se assegniamo al termine “povertà” un significato relativo, ovvero se, per esempio, chiamiamo “povero” chi percepisce un reddito pari alla metà di quello medio, allora i poveri saranno sempre tra noi, garantito al limone. Se invece chiamiamo “povero” colui che percepisce un reddito al di sotto di un certo valore assoluto, allora, almeno nei paesi più avanzati, i poveri non esistono più da un pezzo. Prego notare che chi predilige le misure “relativiste” è anche più propenso a interpretare la vita come un “gioco a somma zero”.

poor 

A cosa è più propenso il “relativista”?
A costui non interessa tanto la “povertà” quanto l’ “invidia”. Per un “relativista” così come l’ ho definito, sono i ricchi che “creano” i poveri, se non ci fossero i primi non ci sarebbero neanche i secondi. In quest’ ottica la vita è un “gioco a somma zero” in cui si vince solo sconfiggendo gli altri; quel che ho ce l’ ho perché l’ ho sottratto a te. Pensate solo agli scambi di mercato, così frequenti in una società liberà; il “relativista” non è certo affascinato da roba del genere: per quanto lo scambio migliori tutte le parti coinvolte, possiede una tara ineliminabile: funziona solo se in esso sono coinvolti degli egoisti, tuttavia non sprigiona i suoi miracolosi benefici se le parti sono semplicemente invidiose l’ una dell’ altra!

rapina 

Ma come è possibile che sia di per sé  la presenza  dei “ricchi” a generare i “poveri”?
Ripeto, se consideriamo povero chi è esposto all’ invidia, non avremo mai penuria di povertà. A meno che non vengano a mancare i ricchi, ovvero gli invidiati. Nel momento in cui l’ invidioso supera l’ invidiato e placa le sue ansie i ruoli si ribaltano e siamo punto a capo. Magari in una dinamica del genere la ricchezza di ciascuno di noi aumenta, eppure, nel mondo come lo vedono i “relativisti”, con tale dinamica abbiamo generato solo nuova povertà. Per capire la forza delle parole di Gesù dobbiamo tradurre il termine “poveri” con il termine “invidiosi”. Ecco, gli “invidiosi”, loro sì che saranno sempre tra noi.

Ma è plausibile sostituire l’ “invidia” all’ “egoismo”?
Certo! Anzi, una logica evoluzionista lo richiede; nel gioco della riproduzione chi ha di più si accoppia e chi ha meno resta a bocca asciutta indipendentemente dalle sue dotazioni. E’ un gioco crudele in cui chi vince piglia tutto. In un contesto del genere l’ invidia domina l’ egoismo.

invidia 

Ma se l’ invidia rappresenta un portato ineliminabile dell’ evoluzione umana, cosa c’ è che non va nella logica “relativista”?
Il fatto che l’ invidia non implichi necessariamente “giochi a somma zero”. Almeno in una società libera.

Eppure se cio’ che conta è lo status, prima ancora che il patrimonio, è chiaro che siamo nel bel mezzo di un gioco a somma zero: per aumentare il mio status relativamente al tuo, il tuo deve decrescere relativamente al mio. E questo indipendentemente dal tipo di società. Come la mettiamo?
La mettiamo che, primo, ci sono società in cui è più semplice creare tanti giochi e, secondo, ci sono società che più di altre esaltano la preferenza soggettiva. Mi spiego meglio: quel che conta non è il nostro status ma lo status che percepiamo, è importante allora che non esista un’ unica scala attraverso cui misurare lo status, ma che esistano molte scale. Molte scale, molta gente in cima. Ognuno, almeno in una società libera che esalta la preferenza, potrà scegliere o fabbricarsi la scala che più lo aggrada. Già, la società liberà non esalta solo lo scambio (ovvero il paradiso degli egoisti) ma anche la preferenza (ovvero il paradiso degli invidiosi).

prefere

Con molte scale avremo molta “gente in cima”, dici, ma anche “molta gente in fondo”. Verosimilmente parteciperò a una miriade di giochi, in alcuni mi piazzerò bene, ma in altri male. Il saldo resterà invariato. Come la mettiamo?
Basterà preferire i giochi in cui sono vincente, gli altri saranno irrilevanti per me. Sulle preferenze, dopotutto, abbiamo un certo controllo. E poi, diciamola tutta, è così facile prediligere e considerare più significative le materie in cui eccelliamo! In questo senso Madre Natura ci ha attrezzato con una psicologia che sembra fatta apposta.

In tutta questa storia c’ è un “cattivo”?
Bé, se ci interessa mitigare le diseguaglianze socialmente più stressanti, il “cattivo” è colui che lavora per costruire la “scala unica” coltivando il mito della “misurazione oggettiva” dei meriti. Penso, per esempio, a chi si batte per la “scuola unica” o scuola di stato. Dopo quanto abbiamo detto ciascuno capisce perché non esiste una fabbrica di diseguaglianze stressanti tanto alacre. Insomma, il cattivo è sempre chi vuole una società autoritaria.

scuola unica

E l’ eroe?
Non saprei, forse chi si dedica a moltiplicare la percezione di status prestigiosi. La pubblicità è senz’ altro impegnata su questo versante, dal nulla fabbrica a getto continuo status da abbinare a ogni prodotto. Tanta pubblicità, tanta pace sociale. Insomma, l’ eroe è sempre chi vuole una società libera.

Da leggere:

http://daviddfriedman.blogspot.it/2006/10/economics-of-status.html

http://willwilkinson.net/flybottle/2006/09/03/a-cold-compress-for-status-fever/

http://www.overcomingbias.com/2012/06/fragmented-status-doesnt-help.html

6 risposte a “Marco 14:7

  1. k. 27/10/2012 alle 21:43

    parlando dei poveri, penserei che più che a un reddito medio, forse Gesù pensava agli esclusi.
    le scale di cui parli mi fanno un po’ venire in mente il panem e circenses, falsi valori insomma. speriamo comunque di cavarcela

    ciao,k.

  2. broncobilly 27/10/2012 alle 23:03

    In questo caso le parole di Gesù sono poco più che un pretesto per parlare di povertà e invidia, non mi lancerei in sforzi ermeneutici.

    I falsi valori possono venir buoni per affrontare quello che i più considerano, forse non proprio un falso problema ma senz’ altro un problema da esorcizzare: l’ invidia.

    L’ importante in questi casi non è il colore del gatto ma che il gatto prenda il topo. In fondo la nonna di Wilkinson ha vissuto felicemente gli ultimi anni anche perché si piazzava sempre in modo onorevole nella gara di apple pie della contea. Anche lei aveva una scaletta che riusciva a salire fino in cima. La moltiplicazione delle scalette forse fa storcere il naso ma, a pensarci bene, meno male che esiste.

  3. k. 28/10/2012 alle 20:11

    ora bisognerebbe sapessi cos’è codesta storia della Wilkinson per capire meglio.
    comunque è vero che nel gioco si condivide un uguale punto di partenza tra i competitori, ma anche un più ampio spazio, fisico e sociale che accetta, e in certa maniera valorizza ( da un senso), alla fatica della gara. quindi anche alla mia sconfitta. fosse pure una briscola al circolino.
    se almeno non si intravede questo senso più grande, le scale sembrano come delle palestre per l’invidia, o una cosa senza senso, tipo i criceti dentro le ruote.
    ciao,k.

  4. broncobilly 29/10/2012 alle 10:35

    L’ esempio della nonna di Wilkinson lo traevo dal secondo link messo in calce la post:

    … Back where I come from, a single blue ribbon for a strawberry rhubarb pie at the State Fair could carry a small-town lady for years…

    **************

    Ammettiamo che la “small town lady” di cui sopra viva in una società con un’ unica “scala”. Non mi interessa adesso conoscere questa scala: potrebbe essere quella che unisce in basso il peccatore più lercio al santo più puro in alto, oppure quella che unisce l’ afasico al genio della matematica.

    Probabilmente la sua vita sarebbe dura da sopportare, quantomeno si sentirebbe una persona anonima: su un’ unica scala presumibilmente si piazzerà nel gruppone, ci sarà un’ infinità di gente che sta davanti! Per un invidioso questo costituisce un tormento. E noi, per ragioni evolutive, siamo tutti invidiosi prima ancora che egoisti.

    Se invece vive in una società con tante scale, né troverà facilmente una da cui guardare gli altri dall’ alto in basso, in questo caso la gara annuale di contea di strawberry rhubarb pie. Naturalmente, hai ragione, deve esserci un minimo di “riconoscimento” affinché una simile scala possa dirsi che esista, ma per me questo è implicito nell’ ipotesi quando parlo di “società con molte scale”. Se poi la small town lady” esercita in modo funzionale le sue preferenze imparerà ad apprezzare la scala in cui primeggia e a trascurare la moltitudine di scale in cui sono gli altri a guardarla dall’ alto in basso. La vita, per lei, diverrà più sopportabile se non addirittura bella.

  5. k. 29/10/2012 alle 22:50

    Penso che ci siamo capiti. mi sembra che io affronto la questione da un punto di vista più sentimentale, tu più pragmatico. comunque la critica che mi sento di ribadire, anche soprattutto dopo il tuo più recente post ( speculocrazia), è che non si può affrontare nessuna questione politica assumendo presupposti negativi rispetto all’umano. Pensare l’umanità come un nocciolino di egoismo, come fai in quest’articolo è già pericoloso, diciamo che in questo caso l’egoismo si potrebbe al limite stemperare nelle inevitabili necessità individuali.
    ma assumere come dato che gli uomini sono ignoranti stupidi egoisti e disonesti, questo si che è la premessa che costringe inevitabilmente agli orrori dei totalitarismi di stato che, forse incosapevolmente prefiguri

    ciao,k.

  6. broncobilly 30/10/2012 alle 00:07

    … assumere come dato che gli uomini sono ignoranti stupidi egoisti e disonesti…

    Lasciami solo tentare una disperata difesa.

    In realtà “stupidi” non l’ ho detto.

    Ignoranti sì, ma solo quando conviene esserlo, e questo ribadisce che non sono poi così stupidi. 

    Quanto agli “egoismo”, in realtà in questo post lo ridimensionavo per puntare piuttosto sull’ invidia.

    Insomma, non è che io non mi fidi dell’ uomo, non mi fido piuttosto dell’ uomo deresponsabilizzato.

    Il “disonesti” poi è da intendere come “intellettualmente disonesti”, ovvero, gli uomini non sono dei naturali “honest truth seeking”, ma questo atteggiamento in fondo è una normale strategia di sopravvivenza. Quante animate discussioni (religione, politica, economia) hai mai visto concludersi con il pieno accordo delle parti?

    [Siccome la disonestà intellettuale mi ha sempre interessato, mi permetto di segnalare questa riflessione: https://fahreunblog.wordpress.com/2012/10/19/perch-non-andiamo-d-accordo/]

    Da ultimo vorrei solo far notare che per quanto possa sembrare duro con l’ umanità, evito accuratamente di dividerla in due. Il problema è posto in questi termini: se noi (tutti) siamo peccatori, come possiamo organizzare la nostra convivenza?

    Quel TUTTI è la premessa per scartare come irrazionale ogni soluzione totalitaria. Il totalitarismo è un’ ipotesi praticabile solo da chi crede di poter individuare e isolare la santità.

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