Laurea: un buon investimento privato, un cattivo investimento sociale

1. Qualche dubbio sull’istruzione superiore.

Perché nelle aule universitarie dove si tengono prestigiose lezioni, pur essendo l’ accesso praticamente libero, entrano solo gli iscritti intenzionati a dare l’ esame finale? Se l’istruzione superiore avesse tutto questo valore le cose dovrebbero andare diversamente.

Perché ci si preoccupa tanto quando appena prima dell’ esame emerge una nostra lacuna mentre, ad anni di distanza, ci è abbastanza indifferente constatare che ci siamo dimenticati quasi tutto quanto abbiamo appreso a suo tempo sui banchi dell’ università?

Perché se l’ “istruzione è un investimento fantastico” gli studenti non finanziano i propri studi attraverso mutui privati?

Perché dell’ affaire Giannino è passato tanto in sordina l’aspetto più importante? Giannino non millantava lauree estranee alla sua attività. Non millantava titoli per attirare qualche vecchietta sprovveduta (come fanno certi falsi dentisti): millantava titoli inerenti alla sua opera quotidiana che svolgeva in pubblico e fianco a fianco con esperti riconosciuti del settore. Millantava la forma esibendo la sostanza.

Perché molte delle nostre conoscenze (“relazioni”) ci derivano dall’ ambiente in cui abbiamo studiato? Togliete dal valore degli studi quello delle relazioni a cui vi fanno accedere e valutate pure quel che resta.

Perché paghiamo volentieri per chiudere un buon affare ma troviamo seccante far fronte alla retta universitaria?

Perché gli insegnanti prendono laboriose contromisure per ostacolare la copiatura dei compiti? Perché mai gli studenti dovrebbero essere interessati a copiare invalidando così la loro preparazione? Si fanno forse costoro del male con le proprie mani?

Perché lo studente che non copia è considerato “onesto” anziché un semplice “egoista” impegnato a coltivare il proprio orticello?

Perché se si propone di valutare gli insegnanti diversificandone gli stipendi si assiste a un’ unanime levata di scudi? In teoria i migliori dovrebbero essere favorevoli e i peggiori contrari. Di unanime c’ è solo l’ avversione al rischio e una reazione tanto compatta si spiega solo se la valutazione è vissuta come una lotteria. Non è che forse è davvero così?

Perché le imprese preferiscono assumere un lavoratore competente anziché uno incompetente? In fondo potrebbero optare per il secondo pagandolo meno. Sembrerebbe che le discriminazioni sulla base delle capacità deprimano la squadra già in organico, diversamente da quelle sul titolo di studio. La cosa non vi sollecita forse interrogativi circa la reale funzione del titolo di studio?

Preferireste buttarvi nel mondo del lavoro con una laurea 110/110 alla Bocconi avendo una preparazione da 90/110 a Urbino oppure con una laurea 90/110 conseguita a Urbino avendo una preparazione da 110/110 alla Bocconi?

Perché se possiamo prendere 30 studiando meno finisce sempre che studiamo meno?

Perché dire che bisognerebbe investire sulla “scuola” scatena regolarmente l’ applauso anche di coloro che, una volta interrogati, dimostrano di non avere alcuna idea di quanto si stia già investendo nella “scuola”?

Perché quando ci comunicano che c’ è un’ “ora buca” reagiamo con sollievo se non con felicità?

Quante nozioni apprese nel corso degli studi utilizzate regolarmente oggi?

Perché, tra lo scetticismo ironico degli psicologi, si sottolinea tanto spesso che la scuola “insegna a pensare”, oppure, come variante, che la scuola non deve “riempire” le teste ma “costruirle”?

scuola 

Non serve rispondere per esteso. Serve invece mettersi una pulce nell’ orecchio circa il reale contributo di scuola e soprattutto università nella formazione del capitale umano. Non vi sembra che la vulgata per cui “l’ istruzione è un investimento fantastico” faccia acqua da tutte le parti?

insegna

2. Una teoria (che risolve i dubbi di cui sopra)

LA TEORIA DEL SIGNALLING

  1. Frequentare scuola e università non serve tanto ad accumulare capitale umano e nemmeno a segnalare uno status bensì a segnalare conformismo.
  2. Perché non l’ intelligenza o la volontà? Perché si tratta di variabili testabili velocemente e in modo affidabile, specie l’ intelligenza. Non occorrono anni e anni di università.
  3. Servono davvero tanti anni per segnalare conformismo? Certo, essere conformisti per sei mesi son capaci tutti. Cio’ non toglie che ci sia uno spreco a tutto vantaggio di chi nella scuola ci campa.
  4. Qualcuno obbietta: se è davvero uno spreco di risorse presto avremo alternative più economiche: non stanno mai per molto 1000 euro sul marciapiede.
  5. Ma è difficile pensare ad alternative, guarda al fallimento dell’ “education online”: l’ on-line non segnala il conformismo, anzi, attrae gli anti-conformisti (adverse selection), essendo un’ alternativa più veloce e meno costosa dell’ università tradizionale con tutti i suoi rituali. Il datore di lavoro si fida poco dell’on-line.
  6. Ma gli imprenditori non hanno alternative a cui rivolgersi? L’ università sussidiata puo’ permettersi percorsi lunghi e tortuosi, è chiaro che agli imprenditori va benissimo questo metodo di selezione: non pagano loro.
  7. La soluzione? Non viene dall’ on-line ma dal taglio drastico dei sussidi alle università.
  8. Analogia: la coda degli uccelli del paradiso: segnala prestanza ma causava molte vittime, cosicché gli uccelli decisero di tagliarsela di venti cm ciascuno: il potere segnaletico restò intatto ma gli sprechi furono spazzati via.
  9. Cosa c’ è che non va nella teoria dello status? Lì sì che non c’ è motivo affinché un’ alternativa si affermi.
  10. La teoria del signalling spiega la situazione ossificata, del resto il conformismo è un reale valore di cui gli imprenditori sono in cerca. 
  11. Una teoria equilibrata dell’istruzione accademica. La laurea è20% capitale umano, 10% status e 70% signalling.

3. Qualche strategia.

Gli insegnanti lamentano spesso l’ esiguità dello stipendio che ricevono e in effetti oggi come oggi il loro impegno sembra più che altro un progetto di volontariato per donne con mariti destinati a portare a casa la pagnotta.

Come cambiare le cose? Ci si puo’ lamentare a oltranza, viviamo in un Paese dove questa (prima) strategia paga.

In alternativa si puo’ studiare la legge della domanda e dell’ offerta cercando di agire in conformità ad essa. Inutile allora enfatizzare quanto sia preziosa l’ opera dell’ insegnante: anche l’ acqua è un bene prezioso, eppure, contrariamente agli inutili diamanti, costa poco o niente.

Vado oltre, la “rispettabilità” che la società riconosce all’ insegnante e al suo ruolo puo’ nuocere al conquibus visto che porta con sé una qual forma di prestigio sociale. Lo sanno bene le prostitute che accumulano ricchezze proprio facendo leva sul disgusto che suscita la loro attività.

Un parallelo meno provocatorio potrebbero offrirlo gli idraulici: privi di laurea, master e specializzazioni varie si fanno guardare facilmente dall’ alto in basso monetizzando questa “umiliazione” tramite corrispettivi che l’ insegnante si sogna la notte.

Semplice: meno prestigio, meno concorrenza, più corrispettivo.

Ma ho l’ impressione che l’ insegnante sia un tipo ambizioso, difficilmente lo si puo’ indirizzare verso la (seconda) strategia dell’ umiltà, lui pretende sia prestigio che stipendio congruo, ci scommetto.

In questo caso non resta che guardare a notai, dentisti, commercialisti e compagnia cantante, si tratta di categorie che fanno soldi sbarrando gli “ingressi” nel novero dei fortunati; la legge (che si sono fatti fare) glielo consente e loro la sfruttano. Meno concorsi, meno assunzioni, meno insegnanti, più soldi a parità di prestigio.

La terza strategia è però condannata se non elude un ostacolo evidente: il Sindacato. Un sindacato politicamente potente vuole tanti iscritti per manovrare tanti voti, ma tanti insegnanti significa stipendi bassi. Presumibilmente da noi gli stipendi sono più bassi che altrove proprio perché il nostro sindacato è uno dei più politicizzati (talmente politicizzato che organizza persino manifestazioni per la Palestina pur di non occuparsi degli stipendi degli iscritti!).

Se non si possono aumentare gli stipendi di tutti si possono pur sempre aumentare gli stipendi di qualcuno (quarta strategia). Pensate solo a un mondo con “education on-line”: esisterebbero pochi insegnanti superstar pagati quanto Ronaldo o Messi.

Ma restiamo con i piedi per terra affrontando la dura realtà. Problema: come individuare i meritevoli?

L’ intuito ci dice che alcuni insegnanti sono meglio di altri, peccato che non esistano dati oggettivi in grado di confortarci sul punto in modo inequivocabile. Puoi controllare per razza, genere, titoli, esperienza senza incontrare mai differenze apprezzabili. La cosa è piuttosto frustrante, la qualità di un insegnante sembra essere allora qualcosa di “personale”, una specie di fascino. E si capisce, in fondo l’ insegnante è chiamato per lo più a motivare i ragazzi su materie noiose, e deve farlo senza barare, ovvero senza rendere meno noiosa e ostica la materia che insegna: siamo a scuola, mica al festival della matematica o della biologia. Si potrebbe allora misurare quanto il docente conosca cio’ di cui parla: la preparazione è segno di passione e avere passione è un prerequisito per comunicarla e motivare il discente.

Da qualsiasi parte la si prenda la strada delle “misurazioni della qualità” è impervia, non per niente si chiamano “qualità”; stentiamo a definire le condizioni “necessarie”, figuriamoci quando affronteremo le “sufficienti”.

Sarà per tutto questo che va alla grande la quinta strategia: trovarsi un coniuge solvibile e/o un secondo lavoro.

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