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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

I bambini sono razzisti?

In passato piaceva la risposta secca: sì.

La storia che andava per la maggiore era la seguente: il bambino nasce razzista e poi, con l’ educazione, impara ad accogliere l’ “altro”.

Il supporto scientifico era di tutto rispetto: ai piccoli si sottoponevano due bambolotti – uno nero e uno bianco – chiedendo: “chi è il più sporco?”. Il gruppo dei bianchi rispondeva indicando il nero, il gruppo dei neri indicava il bianco. Variazioni sul canovaccio s’ incaricavano di dare ancora e ancora triste conferma.

La revisione originò da una sottile chiarificazione dei termini volta a precisare che un atteggiamento discriminatorio e un atteggiamento di apertura mentale non si escludono affatto reciprocamente. Ecco, a questo punto bisogna precisare che il contrario del razzista è colui che mantiene un’ apertura senza pregiudizi verso la diversità.

Le conferme empiriche su quanto fosse cruciale questo distinguo cominciarono a fioccare: il bambino “preferisce” il suo gruppo ma non associa necessariamente un connotato negativo ai componenti degli altri gruppi. Ovvero, il bambino discrimina ma resta mentalmente aperto verso la diversità.

L’ esperimento dei due bambolotti era troppo rozzo per cogliere questa sfumatura decisiva, con due sole alternative la preferenza per i “nostri” si traduceva automaticamente in chiusura verso l’ “altro”. Traduzione indebita.

Ogni discriminazione implica iniquità di trattamento ma non razzismo.

Vi prego di ripensare alla cosa perché non è immediato afferrarne il nocciolo.

Le difficoltà derivano da due fattori:

1. la confusione che spesso facciamo con termini quali “equità“, “favoritismo” (o “discriminazione“) e  “egoismo”e

2. la buona stampa a prescindere di cui gode un concetto come quello di “equità“.

Cominciamo allora con il dire che il contrario dell’ equità non è l’ egoismo ma il favoritismo.

Fare le giuste contrapposizioni è opportuno se vogliamo dissipare le immeritate aureole di santità che aleggiano sempre sopra taluni termini. L’ egoismo, infatti, è difficile da difendere: per quanto nel XVIII secolo si fossero decantate le virtù pubbliche che originano da un simile vizio privato, sempre vizio rimaneva, da qui la fama immeritata del presunto atteggiamento opposto.

Il favoritismo, per contro, è facile da difendere: una mamma che da tutto per i suoi figli conserva la nostra ammirazione anche quando ci si fa notare che discrimina tra i suoi bambini e gli altri bambini. San Francesco che dà tutto ai poveri della sua città ci induce a una genuflessione anche quando ci viene fatto notare che discrimina tra “ricchi” e “poveri” oppure tra i “poveri della sua città” e gli altri poveri.

Se il concetto di favoritismo è tanto facile da difendere, il concetto di equità, ovvero il concetto contrario, perde necessariamente punti.

Non a caso gli attacchi all’ equità sono sempre stati numerosi, a partire dall’ antichità e da Platone, il quale sosteneva come il parere dell’ esperto non dovesse pesare quanto quello dell’ ignorante e sulla scorta di questa premessa iniqua cominciò a edificare la sua Repubblica.

[attenzione a non cadere nella trappola pensando a questo punto che sia la meritocrazia il contrario dell’ equità]

Negli ultimi secoli, ad ogni modo, abbiamo assistito a un revival dell’ equità. Un revival che ho toccato personalmente con mano visto che sembra essere partito dalla pedagogia, in particolare da quella  che tratta il tema della gelosia tra fratelli, ora, voi capite che avendo un caso spinoso in famiglia mi sono dovuto fare una cultura in merito!

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Quale medicina somministrare contro l’ invidia tra fratelli? A cavallo tra 800 e 900 dobbiamo registrare una svolta di paradigma pedagogico:

800: si prendevano da parte i pargoli e si narrava loro la storia biblica di Caino e Abele concludendo: “cari bambini, guardatevi dal demone dell’ invidia perché qualora vi afferri il cuore sarete spacciati; fate appello a Dio e al vostro carattere per sopprimerlo o almeno per depotenziarlo”. Ecco, in quell’ epoca tanto remota l’ autodisciplina andava per la maggiore come antidoto all’ invidia.

900: si prendevano da parte i bambini i genitori e si raccomandava loro: “cari papà e mammà, se Giacomino ha bisogno di un cappellino, comprateglielo senza indugio ma badate bene di comprarne uno uguale anche a Giovannino”. Ecco, in quell’ epoca tanto prossima l’ equità veniva vista come il rimedio all’ invidia.

Chi sa che l’ ignobile vendetta è all’ origine del nostro nobile sentimento di giustizia non dovrebbe stupirsi nello scoprire che il padre ignobile della nobile equità è nientemeno che l’ invidia. Forse è proprio meglio rassegnarsi al fatto che le aristocrazie sono fuori moda, anche nel mondo delle idee.

Scoprire che i bambini non sono razzisti è bello, ma è anche edificante perché ci consente di far luce su lemmi ambigui che alimentano la confusione. Parlando di… equità, favoritismo, discrezionalità, merito, egoismo, giustizia… spesso ci affidiamo all’ intuito proprio laddove l’ intuito tradisce. E se invece, leggendo queste righe, anziché vedere la luce, pensate di esservi conficcati ancora più a fondo in un cono d’ ombra, allora non vi resta che disincagliarvi sfogliando il prezioso libro di Stephen Asma: Against Fairness, oppure qualche suo articolo.

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