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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Il mandante dei femminicidi

Ieri era la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ma cos’ è questo “femminicidio” di cui tanto si parla?

E’ l’ omicidio di una donna da parte del suo partner. Di solito si verifica quando la vittima sta cercando di abbandonare il futuro carnefice.

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Ma stiamo parlando di un fenomeno recente?

Non saprei dire, difficile avere dati sul passato, specie se remoto, le statistiche ben fatte latitano. Trattandosi di violenza passionale verrebbe da pensare di no. Posso supporre che a parità di tutto il resto quanto più è facile “abbandonare” il proprio partner, tanto più frequentemente s’ innescherà una tentazione violenta.

Ma la nostra società è particolarmente violenta nei confronti delle donne?

In termini assoluti è piuttosto vero il contrario: per ogni donna che muore in modo violento ci sono sei maschi ammazzati. Lo dico a prescindere dal sesso dell’ assassino, che è quasi sempre maschile.

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Già, perché il maschio per sua natura è più violento…

Dal punto di vista psicologico non direi; piuttosto la violenza femminile è differente, questo sì: si concentra nelle relazioni personali restando invece refrattaria alle astrazioni (come le violenze di guerra, dove si è chiamati ad uccidere degli sconosciuti, magari premendo un bottone).

Mi sembra di capire comunque che la morte della donna nelle nostre società avvenga in condizioni del tutto particolari: spesso è uccisa proprio in quanto donna. Ovvero, diventano decisivi il ruolo sociale e le aspettative legate al suo sesso.

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Questo è senz’ altro vero: nel caso del femminicidio, per esempio, la violenza si scatena anche perché la donna adotta un comportamento che non rientra in certi stereotipi culturali.

Bene, ecco allora che abbiamo isolato un punto specifico in grado di far comprendere la particolare pericolosità di queste violenze: sono generate da modelli culturali obsoleti e per mutarli è raccomandabile uno “sforzo speciale”.

In realtà non abbiamo compiuto un gran passo in avanti. Prova a riflettere, anche il fatto che da noi vengano uccisi sei uomini ogni donna è il portato degli stessi modelli culturali messi sotto accusa. Siamo sempre vissuti in società dove se affonda una nave le scialuppe sono riservate innanzitutto a “donne e bambini”. In altri termini, le nostre società sono fondate su un modello culturale che prevede innanzitutto il sacrificio umano del maschio, in questo senso anche quel rapporto di uno a sei riflette uno stereotipo di genere, ma per mutarlo nessuno chiede “sforzi speciali”. Detto in termini un po’ più crudi: un cambio culturale che parifichi realmente donna e uomo implica una maggiore violenza sulle donne, questo perché la nostra società riserva oggi la sua violenza agli uomini.

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La conclusione potrebbe allora essere questa: il mandante dei femminicidi è un certo modello culturale? Ok, ma anche il “minotauro” che pretende sei cadaveri maschili contro ogni cadavere femminile è un certo modello culturale. Non si vede perché il primo meriti sempre la prima pagina mentre del secondo passi inosservato. La cosa migliore è considerare in modo equanime i morti per mano di qualsiasi modello culturale e festeggiarli tutti insieme il due novembre.

16 risposte a “Il mandante dei femminicidi

  1. diait 26/11/2012 alle 12:38

    Senz’altro.

    Lascio questo contributo trovato su uno dei molti siti e blog nati sulla cosiddetta QM (Questione maschile).

    Femminicidio” e violenza di “genere”: tutto da rivedere.
    di Marco Medici

    Proverò a dire quello che dicono le ricerche più accreditate in merito al fenomeno in modo molto sintetico.
    I problemi di questi uomini nascono da una moltitudine di eventi tra i quali i più importanti sono esperienze con le figure genitoriali che hanno loro procurato vissuti di ansia e di vergogna così forti da condurre ad una percezione della loro identità molto fragile, poco coesa.
    Quando un uomo comincia ad entrare nella spirale della violenza è perché spesso avverte un disagio interno che riapre delle ferite tali da far vacillare la sua identità ma non riesce a spiegarlo, non riesce a dare un nome al suo disagio emotivo e soprattutto non sa controllarlo perché non ne ha i mezzi (ossia non ha sviluppato durante l’infanzia e l’adolescenza quelle cosiddette funzioni di auto consolazione, per cui ha bisogno sempre della presenza fisica della partner, ed ecco il motivo delle condotte di controllo); di conseguenza, sposta la causa del suo disagio, che potenzialmente rischia di fargli provare sentimenti di vergogna insopportabili, al di fuori, sulla partner, in modo da poter controllare meglio le cause e dunque riuscire a lenire le sue sofferenze.
    Dal momento che la vergogna è un sentimento insopportabile, perché al contrario della colpa si traduce nella percezione di sentirsi come sostanzialmente difettosi nella propria persona, nella propria interezza e perciò indegni di amore e di affetto, ecco che per coprire la vergogna subentra la rabbia e dato che si è spostato l’origine del proprio disagio dall’interno all’esterno, ecco che la partner diventa il bersaglio della rabbia.
    Qui non c’entrano per nulla patriarcati, misoginie, culti della donna – oggetto e culture dello stupro: è inutile andarle a cercare sotto le suole delle scarpe, sotto le pietre o su Marte perché il problema di questi uomini è con l’intimità, non con le donne e lo sappiamo perché queste problematiche le ritroviamo nelle coppie omosessuali violente (maschili e femminili) e nelle donne violente con gli uomini; questi uomini si comportano bene con le altre donne proprio perché fuori di casa prevalgono altri tipi di relazione che non presuppongono legami di intimità.
    Per quanto riguarda la tematica del potere e del controllo, un altro mantra femminista, questo tema non aiuta minimamente a comprendere gli uomini violenti perché in primo luogo è come parlare di aria fritta, nel senso che tutte le condotte umane sono finalizzate al potere e al controllo: anche il mafioso che estorce del denaro all’esercente commerciale lo fa per il potere e il controllo, così come il sistema di corruzione e concussione nel mondo politico e imprenditoriale. Se adottiamo questa mitologia femminista, ossia nella sua apparenza, non siamo in grado di distinguere le varie condotte criminali; in secondo luogo, queste condotte, che esistono, non dimentichiamolo, hanno come obiettivo quello di ripristinare un senso di controllo interno nell’uomo, tale da non fargli sperimentare quel disagio insopportabile, non quello di mantenere privilegi maschili, patriarcati, culti della donna-comodino, culture dello stupro e misoginie varie.
    Per quanto riguarda la misoginia, o meglio l’ostilità verso le donne e il desiderio esplicito di mantenere i privilegi maschili (che si sentono quando ascoltiamo gli uomini violenti) vanno fatte alcune precisazioni.
    Le femministe, le paritarie o comunque coloro che aderiscono a queste teorie quando devono spiegare i comportamenti violenti verso le donne, dicono che le donne sono uccise in quanto donne.
    Questa spiegazione, degna di una bambina delle elementari (qui la parità dei sessi ci vuole) perché vede ciò che è immediatamente disponibile agli occhi e inoltre regala un senso di potere perché fa percepire le donne importanti solo per il fatto di appartenere al genere femminile, in parte segnala una spiegazione pleonastica e in parte una fallace.
    La spiegazione pleonastica risiede nel fatto che, dato il fatto che la violenza è un problema di intimità e dato che la maggior parte delle relazioni sono di tipo eterosessuale è chiaro che se l’aggressore è un uomo, la vittima sarà una donna (vale anche se adottassimo questo criterio per le relazioni omosessuali femminili).
    La fallacia di tale argomentazione risiede nel fatto che se la causa è nell’essere donna allora vuol dire che ne basta una qualunque, ossia la donna è intercambiabile nel suo essere vittima. Ma se così fosse allora perché gli uomini le ammazzano se percepiscono l’abbandono e perché proprio la partner o non la prima che capita sotto tiro tipo la vicina o la suocera? Non dovrebbero sentire alcun emozione proprio perché, in teoria, se dipendesse solo dal genere, non dovrebbero aver sviluppato alcun legame affettivo.
    Non solo, ma perché spesso, dopo che gli uomini picchiano le partner si scusano con loro e promettono che non lo faranno più, diventando estremamente mansueti e disponibili ad ogni richiesta della loro donna? Che razza di misoginia è? Ma qualcuno ha mai visto un’antisemita picchiare un ebreo e poi scusarsi con lui dicendogli “scusami, non lo farò più, ho tanto bisogno di te, tu sei la mia vita”? È una misoginia a tempo?.
    Infine, è vero che spesso gli uomini violenti ce l’hanno con le donne ma spessissimo queste attitudini si trovano dopo che hanno commesso molte violenze, ossia ciò che si torva ora non è detto che ci sia stato prima (chi fa psicoterapia o ci è stato lo sa bene) e questo perché le persone tendono a trovare spiegazioni che siano consone ai loro comportamenti e alle loro emozioni, adattandole vicendevolmente. Prima viene l’ostilità verso la propria donna e poi l’ostilità verso le donne in generale. In questo modo l’uomo sa darsi perfettamente una spiegazione alle sue emozioni così impetuose, ma l’ostilità o l’odio sono conseguenze, non cause. Inoltre queste spiegazioni hanno il vantaggio di non far provare all’uomo quei sentimenti di colpa e di vergogna che fa di tutto per non esperire
    Il rischio delle teorie di genere è il medesimo del medico che di fronte ad una malattia grave che ha come sintomi la febbre da un’aspirina ritenendo la febbre la causa. Noi non dobbiamo curare la febbre, altrimenti gli uomini tornano a picchiare le donne razionalizzando però la causa delle loro violenze su altri aspetti della vita (alcol e stress sono le cause più comuni).
    Ora, considerando queste informazioni (scientifiche), proviamo a considerare gli interventi di genere che fondamentalmente si focalizzano sulla prevenzione nelle scuole: totale fallimento.
    Se volete sapere l’efficacia dei trattamenti di genere (un tema di cui si sta dibattendo in Italia) secondo il mio parere sono l’antitesi di un trattamento terapeutico per svariate ragioni.

    Proseguo il ragionamento accennando ai trattamenti sugli uomini violenti che si basano sulle teorie di genere.
    Il motivo per il quale lo faccio è perché si stanno promuovendo iniziative volte a offrire delle opportunità di cambiamento agli uomini che maltrattano la partner. Inoltre, alcune persone cominciano a pensare che la prevenzione nelle scuole può essere utile per i futuri aggressori (ma abbiamo visto che non è così), ma certamente non serve a nulla per gli uomini adulti.
    Vi sono già alcuni centri come quello di Firenze (uno psicologo che lavora in questo centro scrive sul Fatto Quotidiano) che offrono aiuto a questi uomini (in modo molto discutibile, a giudicare da come presentano il loro modello di intervento); infine, ne parlo perché recentemente è uscito un volume intitolato “Uomini che maltrattano le donne che fare?” edito da Carocci che illustra come gli interventi, per essere efficaci devono assumere una prospettiva di genere quale requisito fondamentale.
    I trattamenti basati sul genere che le autrici e gli autori auspicano sono detti psicoeducativi (la psicoterapia è ritenuta inefficace e deleteria in termini politici perché giustificherebbe gli uomini violenti facendo loro credere che hanno qualche problema che non dipende da loro e dalla volontà di opprimere le donne) e si rifanno ai modelli Duluth e Emerge.
    Secondo questi modelli la violenza maschile è concepita come uno strumento di potere e di controllo che origina nel patriarcato e mira a rendere gli uomini dominanti e le donne dominate; questo è il frutto di una socializzazione maschile che vede gli uomini educati ad assumere ruoli di dominanza verso le donne. Niente di più e niente di meno. Se la donna usa violenza all’interno della coppia questa viene sempre letta come autodifesa dalle violenze dell’uomo, non importa quale sia la realtà.
    Gli aspetti educativi di questi modelli (invocati dalle femministe a dalle paritarie che seguono le teorie di genere) consistono nel fatto che la violenza ha come obiettivo quello di mantenere e perpetrare i “privilegi maschili” che esistono all’interno delle strutture patriarcali (le donne dei vari paesi sembrano fare a gara a chi ha il paese più maschilista d’Occidente).
    Vediamo quali sono alcuni di questi privilegi maschili: sono credenze quali “l’uomo deve essere il capo della famiglia, le donne considerano gli uomini come bancomat, le donne amano essere picchiate, le donne vogliono essere dominate, le donne che vogliono la parità odiano gli uomini, l’uomo ha diritto di scegliere quale persone la donna deve frequentare”, ecc. Secondo le femministe, i femministi, le paritarie e i sostenitori di questi interventi, questi privilegi sono epidemici e coinvolgono tutti gli aspetti delle relazioni uomo-donna.
    Di fronte a questi dati uno si aspetta che gli autori di tali modelli abbiano svolto molte ricerche, accurate, approfondite e sufficientemente rappresentative della popolazione di riferimento per poter arrivare a questa conclusione; in realtà, se si legge il manuale Duluth (il modello più usato), alla base dell’affermazione che la violenza è causata da questi privilegi si scopre che tali giudizi derivano da un campione di 9 persone, 5 donne maltrattate e 4 uomini che hanno completato il programma (la popolazione statunitense è “leggermente superiore”). Potete dunque capire la scientificità e la portata generalizzante di tali affermazioni sulla popolazione maschile. E questo è il primo fallimento annunciato.
    I Modelli di genere si focalizzano esclusivamente sul potere, il controllo, gli stereotipi negativi che gli uomini hanno sulle donne, come le donne vengono trasformate in oggetti sessuali o sminuite e oggettivate nelle barzellette sessualmente spinte o in altri tipi di interazioni o fenomeni sociali.
    Per facilitare la presa di coscienza di come gli uomini dominano le donne, il facilitatore (il conduttore) si relaziona agli uomini adottando con loro una relazione di tipo schiavistico o coloniale (dal manuale a pp. 49), e inoltre accusa gli uomini violenti di essere degli schiavisti (provate ad immaginare questi uomini come vivono il programma “educativo”). Allo stesso tempo li incoraggia a rispondere in modo educato a rispettoso alla partner quando questa si arrabbia (provate a considerare l’ipotesi se questa è violenta) e a volte chiede loro di scrivere una lettera di scuse per aver causato le violenze.
    In altre parole, anziché costruire una relazione sulla fiducia e sull’accettazione della persona (che è cosa diversa dal promuovere assunzione di responsabilità per ciò che uno ha fatto), basano i loro interventi provocando negli uomini umiliazione e vergogna.
    Ora, come ho illustrato precedentemente, la vergogna è proprio quel sentimento che gli uomini violenti fanno di tutto per evitare e questo non solo non aiuta, ma non fa altro che peggiorare la situazione. Inoltre, i conduttori non considerano minimamente altri fattori che possono essere importanti quali abuso di sostanze, la violenza della partner, stress lavorativo, difficoltà di comunicazione, disturbi psicologici, scarso controllo degli impulsi, temperamento primariamente violento, ecc.
    Tutti questi fattori vengono scartati come scuse che servono a giustificare la violenza e mantenere i privilegi maschili, sottolineando agli uomini che così facendo si comportano da oppressori che non si assumono la responsabilità oppure colpevolizzano la donna grazie al loro maschilismo per perpetrare il patriarcato e i privilegi maschili.
    Tutto ciò è anti terapeutico non solo perché non prende in considerazione fattori decisivi per la riuscita del trattamento, ma soprattutto perché non si accoglie la realtà della persona che viene ritenuta menzognera a prescindere, dopo che questa ha fatto uno sforzo enorme per provare a comunicarla sperando di ricevere attenzione e conforto (per gli uomini violenti è difficile parlare delle loro debolezze). Provate a immaginare gli effetti.
    Quando a questi uomini si dice che sono privilegiati a causa del patriarcato questi trasecolano: si considerano gli ultimi sulla faccia della terra a possedere dei privilegi; inoltre quando la loro realtà non viene accolta (ossia tutte quelle informazioni che non combaciano con la teoria femminista) imparano ben presto a non indispettire il conduttore, aderendo alle sue richieste pur ritenendole prive di senso (efficacia dell’intervento zero).
    Infine, quando viene umiliato e il facilitatore spinge perché sperimenti vergogna per le sue credenze patriarcali, l’uomo per difendersi dalla vergogna comincia a provare rabbia, solo che a questo punto diventa cronica, in particolare se il facilitatore gli ha imposto di scrivere una lettera di scuse alla partner: sarà cronicamente arrabbiato verso la partner che l’ha denunciato e verso il sistema che lo costringe a fare questo percorso.
    Questo aumenta il senso di impotenza che gli uomini violenti fanno di tutto per evitare che a sua volta aumenta la rabbia.
    L’intervento non ha fatto altro che renderlo più violento.
    I tassi di recidiva degli uomini che seguono questi trattamenti sono spaventosamente alti: dal 40% al 60%. I tassi di abbandono arrivano anche al 75%. Per i trattamenti psicologici si è visto che il tasso di recidiva arriva addirittura al 23% in un arco di tempo di 11 anni (un ottimo dato).
    I trattamenti di genere sono un fallimento e a mio modo di vedere possono essere molto pericolosi.

  2. diait 26/11/2012 alle 12:43

    E questo contributo: un’analisi delle statistiche.

    http://llemgam.wordpress.com/2012/05/10/il-femminicidio-finlandese/
    Per visualizzare i grafici, cliccare sul link)
    Già un mese fa, a inizio aprile 2012, per qualche giorno s’è parlato parecchio del cosiddetto “femminicidio”.
    In realtà era il piccolo culmine di un discorso che, nei media e nella rete, stava lentamente salendo da diverso tempo.
    Fatti di sangue coinvolgenti donne, quasi sempre vittime di omicidio o tentato tale, riportati con regolarità dai media, con un’attenzione e uno spazio crescenti, ma soprattutto presentati come parte di una narrazione organica e coerente e, quindi, da ricondurre a uno sfondo comune, a un’eventuale causa comune.
    Qualche giorno fa, fine aprile-inizio maggio 2012, ecco un altro picco nel discorso, e un piccolo salto di qualità, cogli appelli alla politica e/o la richiesta urgente che la società “faccia qualcosa”.
    Forse è il caso di provare a fare il punto della situazione, e magari farsi qualche domanda, anche considerando che il discorso pubblico in merito potrebbe tenersi ben vivo nei mesi a venire, o addirittura salire ulteriormente in diffusione e intensità.

    ricerche effettuate tramite Google per il termine “femminicidio” negli ultimi dodici mesi (cliccare per ingrandire)

    Il discorso in rete mi pare caratterizzato da una certa uniformità nei media consolidati e un maggior conflitto d’opinioni nel pubblico (commentatori di quotidiani, tenutarî e commentatori di blog).
    In generale, però, mi sembra largamente condivisa la volontà e la necessità di ricondurre il fenomeno a cause proprie della società tutta. Inevitabile, visto che i media avevano implicitamente presentati i singoli fatti come un insieme organico, come capitoli di una storia unica, impostando così una cornice difficile da contrastare. Le opinioni divergono quindi su quali siano le cause di questo fenomeno.
    In realtà già il primo punto mi trova scettico, cioè che si tratti di un fenomeno emblematico di più ampie tendenze sociali.
    Le cause che ho visto più spesso evocate sono le seguenti: la cultura maschilista arretrata che concepisce la donna come possesso; l’educazione italiana, spesso esemplificata dalla mamma chioccia (o castrante), educazione incapace di abituare i figli al rifiuto e all’autonomia emotiva; il profilerare, specie nella pubblicità, di immagini femminili semipornografiche, sessualizzate e oggettificanti.
    La terza causa, in realtà m’è sembrata evocata meno spesso delle altre due. E la seconda meno della prima.
    E forse è inutile dire che la prima e la seconda potrebbero essere etichettate come spiegazioni rispettivamente “femminista” (è colpa del maschilismo italiano) e “maschilista” (è colpa dell’educazione mammista italiana). L’etichettatura è sicuramente grossolana e semplicistica, ma comunque specchio del dibattito in corso, che di per sé non sembra tendere a eccessivi livelli di raffinatezza, bensì a smuovere emotivamente e polarizzare per identità contrastanti: è in corso una guerra che produce morti, bisogna decidere se stare da una parte o dall’altra, non si accettano compromessi, tentennamenti, obiezioni o domande.
    Vale la pena sottolineare che le due ipotesi, quella “femminista” e quella “maschilista” identificano solo grossomodo una demografia di sostenitori divisa per genere sessuale: anche se in minoranza, si sentono voci di donne avanzare l’ipotesi “maschilista”, o voci di uomini quella “femminista.
    Ma soprattutto bisogna sottolineare con forza che nel discorso ufficiale, a parte qualche sparuta eccezione, predomina in maniera schiacciante la prima ipotesi, quella che chiama in causa l’italico maschilismo e che presuppone al fondo una netta contrapposizione di genere, tra la donna vittima e il maschio aggressore, quest’ultimo implicitamente spalleggiato dall’intera popolazione maschile o dalla sua gran parte.
    La petizione che nasce e circola in rete è in tal senso significativa fin dal suo titolo, ovvero Mai più complici; petizione scritta da donne, che evidentemente si presentano come portavoci di tutte le donne, per chiedere “agli uomini [tutti] di camminare e mobilitarsi con noi, per cercare insieme forme e parole nuove capaci di porre fine a quest’orrore”.

    Chi non si mobilita è un complice. A questo punto però non è ancora molto chiaro in cosa dovrebbe consistere, materialmente, questa mobilitazione.
    Ma nell’impostazione generale del discorso e nel proliferante dibattito in rete è un’altra la cosa che ho visto spesso fare, e che ho trovato assai discutibile.
    Si tratta della confusione flagrante tra due piani, quello dell’analisi dei fatti e quello del giudizio di valore.
    Nell’interrogarsi e discutere sulle cause di questi omicidî, ho notato che determinate ipotesi vengono automaticamente squalificate come “giustificazioni per chi uccide le donne”.
    In pratica sarebbe corretto affermare che le uccisioni di donne sono l’effetto diretto di una mentalità maschile diffusa, sono prodotti da un problema sistemico di tutta la società; e sarebbe invece scorretto affermare che si tratta di casi singoli, probabilmente ognuno con cause proprie, ma comunque cause che restano individuali (raptus improvvisi e imprevedibili; cecità indotta da gelosia o angoscia d’abbandono; incapacità di frenare la propria violenza).
    Il problema è che qui correttezza e scorrettezza non sono misurate sui fatti.
    Se un uomo uccide una donna, le cause precise e concrete dell’evento stanno nella testa del colpevole e nel contesto immediato del quotidiano che circonda lui e la vittima, che si spera gli inquirenti sapranno districare; se poi esista un contesto più ampio, questo eventualmente ce lo dirà chi studia la società, si spera lavorando seriamente e con rigore.
    Questo significa analisi dei fatti. E finché i fatti non vengono indagati direttamente, non c’è molto da dire, a parte le ipotesi da bancone del bar (o salotto tv, o da forum/blog internettiano).
    Il giudizio di valore è un’altra cosa. E non si può escludere a priori un’ipotesi a favore di un’altra solo perché quella sembra essere un alibi morale mentre questa no. Specie poi se si desidera che la responsabilità individuale, soprattutto in tribunale, resti ferma anche a prescindere dal contesto sociale.
    Non si dovrebbe neanche rammentare che il richiamo alle “colpe della società” sono servite a lungo (almeno secondo alcuni) proprio per giustificare, e condonare, i colpevoli d’ogni tipo di delitto: “Vostro onore, è vero che ho ucciso la mia donna, ma che ci volete fare, è la società maschilista che mi ha portato ad agire così, è il sistema del patriarcato che ha armato le mie mani, e le ha mosse il testosterone cui mi condannano i miei cromosomi. Potete forse considerarmi colpevole?”
    Che una causa ipotetica suoni come giustificazione è una questione di prospettiva.

    In realtà si capisce che la questione è soprattutto di tipo politico, se non ideologico, per affermare prima di una qualunque analisi dei fatti la prospettiva secondo cui, sì, queste 100-120 donne uccise ogni anno sono vittime non solo dei loro assassini, ma d’un sistema culturale più ampio.

    Eppure non servono nemmeno grandi ricerche per farsi almeno un’idea vaga su qual è l’ipotesi più fondata.
    Basta un po’ di banale, gelida statistica: 100-120 vittime l’anno possono essere indubbiamente una tragedia enorme per chi vive direttamente l’evento ma, su una popolazione femminile di 30.000.000 (trenta milioni) sono ben lungi dal costituire un fenomeno. O, soprattutto, da permettere di ipotizzare cause sistemiche.
    Eppure ho letto, nelle settimane passate, commenti parlare di “massacro”, “ecatombe”, “strage”, “eccidio” o addirittura “sterminio”.
    Ma allora cosa dovremmo dire, per fare il primo esempio che mi viene in mente, dei suicidî femminili che, annualmente, di vittime ne mietono dieci volte di più, ovvero circa un migliaio l’anno?

    Il ricorso alla statistica produce spesso un’immediata obiezione.
    Si dice: d’accordo, contando a freddo le cifre sull’intera popolazione, forse le vittime non sono così tante; sono però la punta visibile di un iceberg sommerso fatto di violenze maschili e di disprezzo della donna che attraversano l’intero corpo sociale; si parte dalla pubblicità con le cosce al vento e si va su su sino allo stalking, allo stupro, e all’omicidio, e quest’ultimo non è disgiunto dal resto, è solo l’ultimo inevitabile anello di una tragica catena di misoginia.
    Può essere. L’obiezione ha una sua logica. Ma anch’essa si rivela debole alla prova dei fatti, come ora cercherò di mostrare.
    Al di là delle cause evocate, mi pare si dia per scontato che questi omicidî di donne siano un problema soprattutto italiano, in quanto appunto prodotto finale della condizione della donna in Italia che, rispetto agli altri paesi d’Europa, non è certo delle migliori. Anche in questo caso le cifre non mentono: per indipendenza economica e accesso al lavoro delle donne, l’Italia non brilla.
    Ma per i cosiddetti femminicidî, come stanno le cose?
    La petizione che ho già citato afferma recisamente che “un paese che consente la morte delle donne è un paese che si allontana dall’Europa e dalla civiltà”. In Europa non si uccidono le donne, par di capire.
    Eppure tra giornalisti ed esperti, almeno tra quelli che ho letto in questi giorni sull’argomento, nessuno ha mai anche solo provato a operare un confronto effettivo con l’estero.
    Ma si sa che i proclami fanno effetto, mentre le indagini richiedono tempo e pazienza.

    E allora la ricerca me la sono fatta io.
    I dati li ho ricavati da un documento del Ministero dell’Interno, che a sua volta li prende dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Mi auguro siano sufficientemente attendibili.
    I dati riguardano i morti per omicidio nei paesi dell’Unione Europea tra il 1982 e il 2002. È un periodo sufficientemente lungo per consentire delle considerazioni generali.
    Con questi numeri ho prodotto due grafici.
    Il primo riguarda il numero di donne uccise o, più precisamente, il tasso di donne uccise ogni centomila abitanti.
    Tra tutti i paesi disponibili, ho limitato il confronto a Italia, Francia, Germania, Svezia e Finlandia. Francia e Germania in quanto tra i maggiori paesi europei. Svezia e Finlandia perché noti per le loro politiche particolarmente attente riguardo alle istanze femminili e femministe.

    Direi che i dati parlano da soli.
    L’Italia si attesta nella media degli altri paesi, anzi, persino un po’ più in basso rispetto a Francia, Germania e Svezia. La civile Germania, a inizio anni Ottanta, aveva un tasso di donne uccise doppio rispetto a quello dell’arretrata Italia, per dire.
    Soprattutto va notato che il tasso italiano è più o meno simile a quello attuale, e si sta parlando di dati che partono da trent’anni addietro. Il cosiddetto “recente aumento di femminicidî in Italia” di cui si parla in queste settimane è verosimilmente nient’altro che una fluttuazione periodica, inevitabile quando ci si focalizza solo su una manciata d’anni. Nel complesso la situazione italiana è stabile, e non da poco tempo.
    Notevole invece la performance finlandese. E si tratta di un record anche a confronto con gli altri paesi dell’Unione Europea. Un tasso, a seconda dei momenti, siano a quattro o cinque volte superiore a quello italiano.
    Il paese in cui si uccidono più donne, in Europa, non è la maschilista Italia, bensì la femminista Finlandia.
    La patria europea del femminicidio non è l’Italia, ma la Finlandia.
    Questo dovrebbe farci concludere, come immagino alcuni vorranno fare, che “il femminismo militante in politica aumenta le morti delle donne”? I maschî finlandesi uccidono le donne come reazione alla loro emancipazione?
    Non direi, visto che la Svezia, che come femminismo militante ha pochi paragoni in Europa, mostra un tasso di donne uccise ben inferiore alla confinante Finlandia, e in linea col resto dell’Unione.
    Se ci sono delle cause, vanno trovate altrove.
    Il punto è che la Finlandia sconta un tasso d’omicidî molto molto alto sia per gli uomini che per le donne. La Finlandia è il paese dell’Unione in cui si uccide di più. Giocoforza sono tante anche le vittime femminili.
    E, almeno da quanto ho letto in giro, pare che tra le cause ci sia il consumo eccessivo di alcool combinato con l’ampia disponibilità di armi da fuoco.

    Il secondo grafico confronta il tasso di omicidî diviso per i generi delle vittime: quanti uomini muoiono in più rispetto alle donne nei varî paesi?

    Anche qui i dati sono piuttosto chiari.
    Nella macabra uguaglianza degli assassinî, vince la Germania, paese in cui la quantità di donne e uomini uccisi tende a equipararsi.
    È in Italia, invece, che la sperequazione è maggiore.
    L’Italia, nell’Unione Europea, è il paese in cui vengono uccisi molti più uomini che donne o, se si vuole, molte meno donne che uomini.
    La linea relativa all’Italia, si noterà, subisce una lenta ma costante ascesa a partire dagli anni Novanta. Ma come si capisce dal primo grafico, non dipende da un aumento di donne uccise, bensì da un calo di vittime maschili.
    E in ogni caso si tratta di una variazione che la porta in linea col resto dell’Europa, quell’Europa che, almeno così ci dicono, dovrebbe tollerare meno dell’Italia le donne uccise.

    A questo punto si può tornare alle domande principali, e magari provare delle risposte.
    Se gli omicidî di donne sono frutto di una cultura maschilista, l’unica è ammettere che in Italia c’è molto meno maschilismo che nel resto d’Europa, visto che nel resto d’Europa si uccidono più donne, e visto anche che in Italia si uccidono molte meno donne che uomini.
    Oppure, in alternativa, se si ritiene che invece l’Italia sia un paese effettivamente maschilista (e personalmente ritengo lo sia, almeno per buona parte), bisogna ammettere che questo non è legato al numero di donne uccise, le quali, altrimenti, dovrebbero essere molto più numerose che nel resto d’Europa.
    O il maschilismo italiano non ha nulla a che vedere col numero di donne uccise, oppure l’Italia è meno maschilista del resto d’Europa. Non ci sono molte alternative.

    La domanda diventa quindi questa: perché mai in Italia un fenomeno statisticamente minoritario, costante nel complesso, e meno grave che nel resto d’Europa, ha assunto un’importanza così di primo piano, producendo una tale mobilitazione mediatica, col tentativo connesso di produrre un’altrettanta mobilitazione politica?
    La domanda potrebbe restare in eterno sospesa.
    Risolverla significherebbe riuscire a spiegare come mai succeda che la società, di punto in bianco, subisca violente eruzioni allarmatistiche che si dileguano con altrettale rapidità, imponendo all’attenzione pubblica paure, reali o fittizie che siano, che poi vengono sùbito dimenticate. La lista dei casi potrebbe esserelunga: si va dal bullismo su YouTube agli stupratori rumeni (o qualunque altra categoria d’immigrati) ai pitbull assassini, e così via.
    Quel che resta a tutt’oggi inspiegato è cosa spinga in determinati periodi determinati allarmi a emergere e altri a restare dominio di pochi specialisti e attivisti.

    Dunque, perché proprio ora l’allarme femminicidio, e non cinque o dieci o venti anni fa?
    Provo tuttavia ad azzardare alcune ipotesi.
    Non c’è dubbio che l’allarme femminicidio germina sull’onda lunga del dibattito sulla condizione femminile in Italia, alla ribalta nel discorso pubblico ormai da qualche anno.
    Il nuovo dibattito pubblico sulla donna è partito e si è mosso lungo diversi filoni principali, cavalcati da diverse parti politiche. Tra gli altri: la questione del lavoro, dell’indipendenza economica, delle risorse dedicate in tal senso dallo Stato; la questione dell’immaginario pubblico: le pubblicità, gli spettacoli televisivi, le narrazioni giornalistiche, spesso imputati di “svilire l’immagine della donna”, ridurla a “oggetto sessuale”, a rinchiuderla in “stereotipi”; la questione, non certo di oggi, della violenza sulle donne: la violenza domestica, la violenza sessuale, e le donne uccise.
    Questi filoni non sono necessariamente contrapposti e tuttavia, a rischio di tagliare l’analisi coll’accetta, è possibile ricondurli alla destra o alla sinistra, specie nelle contromisure auspicate.
    La sinistra ha battuto soprattutto il tasto del lavoro e la richiesta d’interventi pubblici in tal senso (sostegno alla maternità, ecc); ha poi giocato, almeno sino allo scorso governo, e in maniera alquanto spregiudicata, sulla questione dell’immagine femminile, e su una rumorosa condanna alla pubblica esibizione di carni, rumorosa tanto da bordeggiare un moralismo che anche nella stessa sinistra non è stato sempre ben digerito.
    La destra tuttavia non è certo stata a guardare, anzi: mi sorprende che spesso si dimentichi come ad esempio la nuova legge sullo stalking e tutta una serie di inasprimenti penali in materia di violenza sessuale siano stati promossi con fervore proprio dal governo Berlusconi e dalla sua ministra Carfagna, forse anche per l’esigenza forte di ripulirsi un’immagine non proprio lindissima, almeno per l’opinione pubblica corrente, in termini di “rispetto della donna”.
    Fatto sta che, a qualche mese dal tramonto del governo Berlusconi e del suo licenzioso caravanserraglio, e dal probabile tramonto definitivo di tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato, anche in termini d’immaginario collettivo (quello che parte sin da Drive In e tramite le veline arriva al famigerato bunga bunga), ora la battaglia principe per i diritti femminili è quella sul femminicidio, cioè su fatti atroci esposti all’orrore della pubblica opinione per chiedere nuove fattispecie di reato, inasprimenti delle pene, “carte etiche” per i media, cioè misure di legge, ordine e controllo di tipo sostanzialmente repressivo, per difendere una donna vista come vittima debole bisognosa di tutele speciali.
    E dunque, l’allarme femminicidio come vittoria di un discorso di destra?
    Forse, ma si deve comunque tener conto che la lotta alla violenza sulla donne è stata e resta una bandiera tradizionale anche della sinistra, con una differenza non tanto sul merito ma sui metodi di contrasto. Laddove la destra chiede sbarre e catenacci, la sinistra solitamente chiede (anche) educazione e una nuova cultura.
    Più probabilmente l’allarme femminicidio è un sintomo dei pochi risultati concreti che la grande mobilitazione femminile di questi ultimi anni ha ottenuto ricorrendo a sistemi ordinarî, di qui la necessità di buttare sul piatto carichi più pesanti, di giocare le carte dei cadaveri, del sangue, della morte.
    O ancora, forse, si tratta del ricorso a un argomento capace di raccogliere con facilità (chi mai, specie negli apparati mediatici ufficiali, oserebbe sminuire la gravità di una strage di donne?) un consenso altrimenti molto più arduo da ottenere in una situazione piuttosto frammentata.
    In ogni caso, l’allarme femminicidio lo vedo soprattutto come segno di disorientamento o comunque debolezza da parte dell’attuale movimento femminil-femminista, dove le proposte concrete o mancano o non riescono ad avere sufficiente efficacia.

    Ma non è nemmeno scontato che questo allarme non riesca a contribuire al raggiungimento di qualche scopo, anche se di poco e anche se quelli cui è stato associato restano parecchio fumosi. Come già detto, non si capisce in cosa dovrebbe consistere concretamente la “mobilitazione degli uomini”; “cambiare la cultura del paese” è una frase facile a dirsi ma che in pratica significa tutto e niente.
    Forse ci sarà qualche inasprimento delle pene. Ci sarebbero sicuramente già stati se vivessimo non sotto un governo tecnico ma uno politico, uno di quelli solerti nel dimostrare al popolo votante di “fare qualcosa” e combattere il male.
    In ogni caso, col tempo, lentamente, forse molto lentamente, non dubito che sulla condizione femminile l’Italia arriverà ad allinearsi agli altri paesi.
    Aumenterà l’occupazione femminile. Sempreché tutto il sistema economico non imploda, ovviamente, e allora non resteranno che macerie da raccogliere, per maschî e femmine al contempo.
    Un po’ alla volta spariranno quelle pubblicità e immagini pubbliche reputate “lesive della dignità della donna”, “sessualizzanti”, “oggettificanti” e così via. Ma questo è un trend che ormai da tempo coinvolge tutti i paesi industrializzati, e a cui l’Italia si sta solo aggiungendo, da buona ultima.
    Gli omicidî di donne tuttavia non caleranno.
    Perché, come si è visto, è già fenomeno minimo e ormai stabile da decennî, e slegato dal contesto sociale.
    Semplicemente, una volta che saranno risolte le questioni femminili sentite come più pressanti nella quotidianità diffusa (il lavoro, le immagini pubbliche), non se ne parlerà più. Perché allora, dal punto di vista politico, non sarà più un’arma utile cui far ricorso.

  3. broncobilly 26/11/2012 alle 12:50

    Ottimo lavoro. Ma mi ci vorrà almeno una “pendolata” varese/rho per prenderne contezza e commentare. Ti farò sapere.

  4. diait 26/11/2012 alle 13:23

    nessun obbligo né fretta. Per fortuna, gli uomini si stanno dando da fare per contrastare questa massiccia campagna razzista antimaschile. Gli uomini e una donna, femminista, che dal blog “Femminismo a sud” – una delle frange più estreme del ‘movimento’ – ha cominciato a documentarsi prima sulla bi-genitorialità e i padri sepratai (cioè sugli abusi di donne su figli e ex-mariti) e poi sulla questione maschile. E ha abbandonato il suo “orticello” per mettersi in proprio. Unica, nel suo genere. Inutile dire che è stata ricoperta letteralmente di fango e minacce dalle “sorelle”, geneticamente e biologicamente non-violente.

  5. diait 26/11/2012 alle 13:59

    unica, oggi. Erin Pizzey lo aveva già fatto negli anni settanta.

  6. broncobilly 26/11/2012 alle 16:20

    Femminista naif (o vetero): nei secoli il maschio ha oppresso la donna, ora che la donna rialza la testa c’ è chi reagisce in modo violento.

    Per la “femminista naif” le risposte di Giudici calzano a pennello: non siamo di fronte a una violenza per il potere, mille indizi ce lo segnalano, siamo di fronte a una crisi identitaria che genera prima vergogna poi violenza.

    Senz’ altro una voce provvidenziale nel dibattito contemporaneo ma, diciamo, la mia interlocutrice immaginaria è più che altro quella che definirei una “femminista sofisticata”.

    Femminista sofisticata: in passato le relazioni tra i sessi erano regolate da un modello specifico, ora che noi donne rivendichiamo un cambiamento la transizione ci fa piovere addosso un mare di violenza.

    Nota che questa analisi è compatibile con la spiegazione identitaria della violenza.

    La mia risposta: e ve ne costerà sempre di più.

    Il primo modello prevedeva infatti di incanalare tutta la violenza sociale sul maschio mentre il secondo chiede che si riversi in modo paritario su uomini e donne.

    Quando quel 6 a 1 di oggi diverrà un 6 a 6 cosa diremo?

    Aggiungo che questa osservazione risponde a quella che nel link viene definita una “questione sconcertante”: come mai nella maschilista Italia il divario tra donne uccise e uomini uccisi è più favorevole al gentil sesso rispetto al nord europa? Non c’ è affatto bisogno di negare il gallismo italico, bisogna piuttosto registrare che il “maschilismo” (ovvero i residui del modello tradizionale) non uccide di più ma “protegge” di più.

    ***

    Ottima banca dati, comunque. Specie per i confronti con l’ estero.

    Ora guardo le altre fonti che hai aggiunto.

  7. diait 27/11/2012 alle 10:10

    in passato le relazioni tra i sessi erano regolate da un modello specifico, ora che noi donne rivendichiamo un cambiamento la transizione ci fa piovere addosso un mare di violenza.

    questo se fosse vero che gli omicidi di donne da parte di uomini sono in aumento rispetto al passato. Ma non credo. E’ come per i morti sul lavoro. Le campagne spingono sul pedale dell’allarmismo sociale, ma le morti sul lavoro sono in costante calo da secoli.

    Non credo che le femministe storiche – moderate o non – accetteranno mai di rinunciare alla chiave violenza=maschio. L’iFeminism è l’unico femminismo che va controcorrente in questo senso. D’altra parte, la presenza sempre più numerosa di coppie omosessuali – e quindi i casi, anche quelli sempre più numerosi, di violenza domestica (fisica e psicologica) fra persone dello stesso sesso – basterebbe da sola, credo, a smontare la lettura della violenza maschile come riflesso dell’emancipazione femminile, che è un’autentica baggianata. Salta agli occhi di qualsiasi persona ragionevole. Le radici della violenza di un marito sulla moglie, di un fratello su un fratello, di una madre su un figlio (e via dicendo) sono piantate nella stessa terra.

    Trovo incomprensibile, francamente, come TUTTI i giornalisti, gli scrittori, gli uomini pubblici aderiscano a una visione che oltre ad essere palesemente e infantilmente assurda, li mortifica e discrimina pesantemente. Forse perché pensando di avere le spalle fin troppo coperte, e di tutta la faccenda gliene frega poco. Ma non so se tanta leggerezza sia giustificata…

  8. broncobilly 27/11/2012 alle 11:11

    Sui numeri hai ragione, la “transizione violenta” deve essere suffragata da fatti.

    Ho paura che la femminista tipo farà sempre riferimento a motivazioni interiori, magari inconsce, dell’ assassino. Roba non quantificabile che le consentirà di nicchiare sulle statistiche. Secondo me in molte c’ è un retro pensiero: “torto o ragione il mio gesto è nobile”. 

    Trovo incomprensibile, francamente, come TUTTI i giornalisti, gli scrittori, gli uomini pubblici aderiscano a una visione che oltre ad essere palesemente e infantilmente assurda, li mortifica e discrimina pesantemente.

    ???

    Ma pensi forse che i giornali siano popolati da honest truth seeking?

    In generale nessuno di noi è mai un hts al 100″%, di sicuro lo si è ancora meno quando si scrive su un giornale.

    Ci sono cose che “è bello dire”. Che “fa bene dire”.

    E’ bello dire che dobbiamo combattere la crescente piaga degli infortuni sul lavoro.

    Anche se non sappiamo nulla circa il fenomeno.

    E’ bello dire che dobbiamo combattere la piaga della violenza sulla donna.

    Conoscere la dinamica di tali violenze è secondario e non richiesto.

    E’ bello dire che dobbiamo dare più risorse alla scuola.

    Anche se non sappiamo assolutamente nulla sulle risorse che diamo alla scuola.

    Ci sono cose che è bello dire e che è ancora più bello dire da un giornale. La verità non scalfisce questa bellezza. Togli la verità ma resta la nobiltà del gesto (oltre che un confortante riposo della mente che non è chiamata mai a lavorare).

    Un po’ sono meravigliato anche del tuo atteggiamento: qui mi sembri molto “hts oriented”, altre volte più “performativa”, come quando si parla di razze o intelligenza. Un giorno dovremo fare un discorsetto sul tema.

    ***

    Comunque complimenti per la banca dati, direi che sembra proprio “definitiva”.

  9. diait 27/11/2012 alle 11:54

    non so cos’è hts. E no, il discorsetto non voglio e non saprei farlo. Non mi va di farlo. Non mi interessa farlo. Non lo farò.

  10. diait 27/11/2012 alle 11:55

    alla mia età ci si può permettere di fare un po’ come mi pare.

  11. diait 27/11/2012 alle 11:58

    sarà anche bello e farà anche bene, lì per lì, dire certe cose. Ma quando poi questi signori o i loro figli maschi usciranno da un’aula di tribunale dopo una separazione – per esempio – dovranno dirmi se ridono ancora. Da qui alle commissioni e alle ronde di vigilantes femministe che decidono cosa si può dire e non dire, fare e non fare, pubblicizzare e non pubblicizzare e via dicendo, quali sono le “immagini” corretet da mostrare, e via dicendo, il passo non è neache breve: è praticamente già stato fatto.

  12. diait 27/11/2012 alle 12:00

    anche se rigorosamente da sola, e senza aderire a un movimento/sindacato, combatterò sempre il femminismo come lo conosciamo. Quello delle Muraro, delle Magli, delle Lipperini e Zanardo. You name it. Pedagogia autoritaria allo stato puro – puntiva, rieducatoria e violenta.

  13. diait 27/11/2012 alle 12:16

    Fprtunatamente, credo che il loro declino sia inevitabile, ma è ancora troppo lento. Grazie agli uomini dell’establishment cultural-editoriale che, evidentemente, avendocele a casa preferiscono assecondarle per non avere rogne.

  14. diait 27/11/2012 alle 12:48

    e per onorare il mio record dei commenti contigui, finisco in bruttezza, cioè autocitandomi.
    http://archerave111.blogspot.it/2012/08/erin-e-le-altre.html

  15. broncobilly 27/11/2012 alle 13:13

    Alleluja! Finalmente hai messo un link al tuo blog (dopo me lo spolpo)!

    Passo successivo: postare contemporaneamente qui e sul tuo blog.

    Non capisco certe ritrosie quando siamo soli tra noi.

    E’ vero, a volte gli altri non hanno voglia di affrontare e produrre dei feed a cio’ a cui ci siamo dedicati con impegno, forse proprio perché cio’ a cui ci siamo dedicati con impegno è più “impegnativo” della media. Questo puo’ ferirci e spingerci a non esporci. Ma prima o poi un po’ di tempo libero si trova e si torna su cio’ su cui si era sorvolato. Difficilmente le cose preziose vanno perdute del tutto.

    ***

    Che le femministe fossero a corto di dati era una mia impressione, in caso contrario ci avrebbero travolto con grafici e numeri. Invece si limitavano a dire: dal primo gennaio di quest’ anno 32 donne uccise… e roba del genere.

    E l’ anno scorso? E due anni fa? E vent’ anni fa? E nell’ ultimo secolo? E altrove?

    Adesso, dopo il tuo rifornimento, l’ impressione si sta solidificando.

    ***

    HTS: honest truth seeking: chi è interessato alla verità dei fatti indipendentemente da tutto il resto.

    Performativo: chi è interessato agli effetti collaterali della teoria che sponsorizza (profezie autorealizzanti, signalling, effetti comunicativi…).

    L’ hts è onesto (intellettualmente) ma dannoso alla comunità.

    Il performativo è disonesto (intellettualmente) ma produce e diffonde del bene.

    Non si puo’ avere tutto.

    Noi tutti siamo un misto delle due cose ma non sapere e non confessare all’ altro – e a noi stessi – “cosa siamo” in quel preciso frangente puo’ risultare grave poiché sradica le basi della teoria sull’ accordo necessario. 

    Detto questo c’ è anche il peggio del peggio: l’ “hts” che non ne azzecca una.

    Oppure il “performativo” che credendo di produrre bene, produce solo danni.  Dopo quanto abbiamo detto è plausibile che certo femminismo, con tutto l risentimento che diffonde in entrambi i sessi, sia un buon candidato al ruolo.

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