Sessantadue pensierini sulla “società armata”

1. L’ ultimo massacro nella scuola di Newtown ha di nuovo scaldato i proibizionisti del porto d’ armi. C’ è chi parla di sciacallaggio, mi sembra esagerato.

2. Noi tutti siamo rimasti colpiti da questa ennesima tragedia, e un frettoloso sentimento che scambiamo per buon senso sembra dirci: stop alle pistole.

3. Tuttavia il buon senso è prezioso per far partire un ragionamento, molto meno per rimpiazzarlo del tutto. Meglio allora se viene impiegato per fissare le premesse più che le tesi. Queste ultime emergono solide solo quando buon senso ed elaborazione dei dati disponibili si coniugano armoniosamente.

Ma quali sono i dati da considerare per informare una decisione sensata in merito?

4. Prendiamoci cinque minuti, vale la pena fare il punto sullo stato dell’ arte, innanzitutto perché spesso se ne parla di getto teleguidati da sensazioni epidermiche, e poi perché puo’ essere un’ occasione preziosa per riflettere sull’ uso e sul modo in cui interagiscono etica & statistica, argomento d’ interesse generale che va ben al di là delle noiose discussioni di policy.

5. Il possesso di armi crea danni visibili ed evita danni invisibili, questo semplice fatto manda in confusione il neofita.

6. L’ evoluzione ci ha programmato per dare peso alle cause immediate che possiamo vedere e toccare. E’ spiacevole però constatare quante topiche prendiamo lasciando campo libero alla rudimentale epistemologia della “scimmietta” tutto istinto che ci portiamo dentro: lei, d’ altronde, sa conoscere solo in questo modo! Purtroppo, le cause dei fenomeni sono spesso assai remote e del tutto inavvistabili dal punto in cui ci troviamo.

7. Non parliamo poi dei guai che combina questo vizietto quando si miscela con il culto dell’ esperienza personale. Un esempio sostituisce tante parole: il “grande guerriero” credeva di essere invincibile stuprando una vergine prima di scendere nel campo di battaglia. Non gli passava neanche per l’ anticamera del cervello di essere invincibile perché era un “grande guerriero”. In breve tempo ogni “grande guerriero” divenne capo della sua comunità rendendo lo stupro della vergine un preliminare obbligatorio a cui ciascun soldato avrebbe dovuto attenersi. Come potremmo mai rimproverare questi capi se siamo noi i primi che si lasciano abbagliare dalla potenza esplicativa di cause visibili ed esperienza personale? Lo stupro e la vittoria, infatti, risultano unite in un solido nesso che ciascun “grande guerriero” puo’ toccare con mano grazie alle ripetute esperienze personali! Chi non ha toccato con mano questa verità è morto e sepolto da un pezzo, si è reso “invisibile” non potendo più offrire la sua testimonianza.

8. Poi arrivarono lo studio della storia e delle statistiche, e l’ uomo fece un passo verso la civiltà. Ecco, vediamo allora di non fare un passo indietro quando trattiamo di pistole, fucili e vivere comunitario.

9. Il “personalismo” è ottimo per prendere decisioni personali (che riguardano solo noi) ma per prendere decisioni politiche (che riguardano tutti) meglio affidarsi allo studio di storia e statistica. I passati recenti e remoti di molte comunità umane sono lì davanti a noi – anzi, dietro – bisogna solo osservarli e interpretarli.

Adesso che il discorso mi ha preso la mano, lasciatemi dire ancora due parole sul persistente bias della personalizzazione.

11. Parlare di sé è coinvolgente, sarà per questo che spesso lo si fa tanto spesso anche al di fuori delle autobiografie. Mi chiedo infatti che posto puo’ avere la domanda “tu compreresti un’ arma?” quando si discute come regolamentare il mercato delle armi.

12. Dietro una “curiosità” del genere gli equivoci si affollano. Quali equivoci? be’, i soliti, quelli in cui cade chi, mescolando i piani della discussione, non riesce mai a capire fino in fondo che si puo’ essere “a favore” della libera circolazione delle armi pur aborrendo armi e violenza, che si puo’ essere “a favore” del divorzio pur considerandolo un peccato mortale, che si puo’ essere “a favore” della libertà d’ espressione pur schifando il negazionismo, che si puo’ essere “a favore” della libera discriminazione pur essendo anti-razzisti convinti, che si puo’ essere “a favore” della droga libera pur considerandola una minaccia letale per la gioventù, che si puo’ essere “a favore” di poligamia e matrimonio gay pur essendo convinti che la famiglia tradizionale sia un perno della nostra civiltà. Si puo’ essere “a favore” di tante cose perché pur avendo delle certezze non ci riteniamo infallibili e si lascia volentieri che altri esplorino per noi terreni che riteniamo minati.

armi

13. Ora cerchiamo di passare al sodo guardando da vicino la rugosa realtà: la pace che dura è sempre “armata”, tant’ è che in campo internazionale lo diamo per scontato. Una sonora risata accoglie chi propone di “abolire gli eserciti nazionali”. Ma se il medesimo problema strategico ci viene riproposto a livello “locale”, facciamo fatica a trasporre la medesima soluzione, e anche la voglia di ridere ci passa.

14. La deterrenza, poi, è qualcosa di impalpabile: una brutta bestia da studiare. Anche il meccanismo che trasforma di fatto lo slogan “niente armi” in un molto meno rassicurante “armi solo ai cattivi”, non è poi così chiaro all’ attenzione intermittente dell’ elettore democratico.

15. Per queste e per altre insidie che costellano la tematica si preferisce cedere la parola all’ esperto piuttosto che al lettore (di titoli) di giornali.

armii

16. Iniziamo a scalare il versante etico della faccenda, è breve ma decisivo. Propongo questo principio: portare con sé un’ arma rappresenta un diritto della persona, per conculcarlo occorre provare la pericolosità di questa pratica, e l’ onere della prova spetta al conculcatore. Liberty first.

17. Questa soluzione ha il pregio di girare al largo dai bilancini mercuriali dell’ utilitarista, sempre in cerca di quantificare anche l’ “inquantificabile” con le sue ossessive analisi costi/benefici; evita inoltre il pragmatismo pasticcione e disorientante di chi di volta in volta  “va dove lo porta il cuore” finendo presto fuori strada dopo un rapsodico zigzagare. D’ altro canto elude anche la spietata deontologia dei valori non negoziabili, quelli per cui ci si attiene scrupolosamente a certi principi, dopodiché succeda quel che succeda. Viene invece valorizzato il senso comune: si seguono i principi ordinari a meno che esistano “forti ragioni” per fare altrimenti.

18. L’ alternativa a questo modo di procedere s’ incarna nel principio di precauzione: è consentito solo cio’ che è provato come non dannoso.

Presenta almeno tre difetti che per me lo rendono inservibile.

19. Primo, voi capite, in un mondo in cui lo “sbatter d’ ali di una farfalla” crea cataclismi, anche lo spericolato volo della colomba della pace potrebbe essere interdetto per precauzione. Insomma, è praticamente impossibile provare la non-pericolosità di alcunché.

20. Secondo: punire gli innocenti per punire i potenziali colpevoli, è una strategia dalla dubbia portata etica.

21. Terzo: è un principio decisionale che, chissà perché, non si applica praticamente mai nelle scelte che ciascuno di noi è chiamato a fare quotidianamente; il fatto di introdurlo ad hoc qua e là desta sospetto. Vuoi vedere che risulta simpatico soprattutto a chi non ha una grande passione per le armi?

22. Ultima osservazione e chiudiamo con la parte etica: c’ è chi considera la libertà stessa come un valore. Magari non proprio un valore “non-negoziabile”, tuttavia, in questo caso, si porrebbe il problema di stabilire il prezzo che si è disposti a pagare per rinunciarvi.

23. Operazione complessa visto che nessuno puo’ leggere nella testa dell’ altro, siamo così diversi!: chi detesta le armi difficilmente potrà avere una chiara idea dei benefici che ne trae chi ama collezionarle. A volte sembra che chi non ci è empatico non sia neppure un essere umano da considerare al nostro pari. Le crociate partono quando non si riesce a concepire la radicale diversità che ci separa. Una volta realizzata, invece, passare alla tolleranza è un tutt’ uno. Domanda: come mai le comunità eterogene sono anche le più libere? 

24. Penso che il cattolico, poi, debba essere particolarmente generoso nel valutare la libertà: il suo Dio giustifica il male del mondo con il dono della libertà all’ uomo. Le carneficine di Mao e Stalin valgono la libertà di questi due tristi figuri. Auschwitz appartiene a pieno diritto al “migliore dei mondi possibili”: a fare da contrappeso basta il dono della libertà. Francamente non conosco un libertario più radicale di così.

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25. C’ è poi un coté culturale: la testa delle persone conta e parecchio. Alcuni paesi con tassi di criminalità infimi, hanno cittadini armati fino ai denti (Svizzera, Israele, Canada…). Ha poco senso fare confronti tra comunità troppo distanti nel tempo e nello spazio, ovvero tra “culture” diverse. In questo senso tra indagine storica e indagine statistica, dovremmo privilegiare la seconda.

26. Penso poi alla nostra Europa: la “libertà” traumatizza il cittadino protetto e “infantilizzato” da divieti perduranti nel tempo; così come, altrove, regole stringenti non migliorano di molto la situazione del cittadino abituato alla responsabilità.

27. In questo senso si capisce perché combattere per introdurre un diritto è meno urgente che combattere contro la revoca di un diritto. Un libertario al timone in Italia farebbe bene ad abbattere di qualche punto la pressione fiscale lasciando perdere il “problema delle armi”. Cio’ non toglie che per amor di discussione se ne possa parlare.

28. I confronti andrebbero fatti tra comunità omogenee, per esempio gli Stati o, ancora meglio, le contee degli Stati Uniti. Fortunatamente la stragrande quantità degli studi si concentra proprio lì.

arrrrr

29. C’ è poi il problema dell’ enforcement: quand’ anche elaborassimo una strategia ottima dal punto di vista etico e quantitativo, bisognerà considerare i costi di implementazione. E’ difficoltoso legiferare e regolamentare quei beni che hanno un florido mercato nero.

30. Noi anti-abortisti lo sappiamo bene: una proibizione pura e semplice senza stato di polizia scatena il mercato nero delle “mammane”, ne vale la pena? Noi contribuenti lo sappiamo altrettanto bene: una tassazione al 50% senza stato di polizia scatena il mercato nero dell’ evasione, ne vale la pena?

31. Ecco, lo stesso dicasi per le armi: purtroppo le armi sono un bene apprezzato soprattutto dal mondo criminale, ovvero da un soggetto specializzato in “mercato nero” (altro che idraulici, pasticceri e mammane!); e si capisce, chi ordina omicidi tutti i giorni non viene certo colto da tremarella se costretto dalle contingenze a non battere lo scontrino.

arrrr

32. L’ ultima parte è quella meramente quantitativa: il proibizionista ha assolto il suo compito? Ha provato inequivocabilmente la presenza di un danno sociale?

33. La sintesi della risposta è “no”. L’ analisi è un po’ più lunga, purtroppo.

34. Partiamo dai “pazzi” stragisti. Fanno sempre notizia, specie se non sono “pazzi” del tutto e in loro riscontriamo somiglianze con la persona che conosciamo meglio: noi stessi. Quel tale che ha compiuto la strage non è poi un “marziano”, i suoi problemi sono simili ai miei, così come le sue debolezze. E chissà quanti ne girano nella medesima condizione! Come se non bastasse agisce in luoghi che frequentiamo tutti i giorni: la scuola, il supermercato, l’ autobus…

35. Il “pazzo” lo sentiamo più contiguo del criminale. Forse un giorno saremo chiamati davanti a una telecamera per testimoniare al mondo quanto il nostro vicino era “una brava persona”. Magari un po’ chiusa ma una bravissima persona.

36. Queste impressioni sono potenti ma insidiose, saltare a conclusioni sull’ onda emotiva sarebbe ingannevole: i “pazzi”, spiace dirlo, pesano poco nel computo costi/benefici che siamo chiamati a fare. Una ventina di morti per armi da fuoco su quindicimila difficilmente faranno la differenza.

37. Persino l’ azione tipica dei “pazzi”, il mass shooting, nel tempo è diminuito visto che l’ aumento di “pazzi” armati – che pure bisogna ammettere – è stato più che bilanciato da una diminuzione di mass shooting dovuti a moventi più tradizionali.

38. Ma veniamo ora ai dati nudi e crudi, il modo più semplice di studiarli consiste nel produrre regressioni statistiche, ovvero nel vedere se le variabili che ci interessano sono tra loro collegate (nel nostro caso armi & criminalità).

39. La regressione statistica ha molti inconvenienti, non solo il fatto di limitarsi a stabilire “correlazioni” – ricordare all’ economista che correlazione e causalità non sono la stessa cosa è come ricordare al chimico di lavare le provette – ma anche il fatto di richiedere “specificazioni”. Come specificare allora la diffusione delle armi? Non esistono quasi mai registri da cui attingere informazioni di prima mano.

40. Alla ricerca di proxy credibili, c’ è chi ha usato i sondaggi, c’ è chi ha usato gli abbonamenti a riviste di settore e c’ è chi ha guardato ai suicidi con armi da fuoco.

41. Gli esiti alla fine sono differenti: si va da una forte correlazione inversa tra armi e criminalità (more guns less crime) a una leggera correlazione diretta.

42. E non scordiamo la variabile dipendente: il tasso di criminalità. E’ una variabile estremamente volatile, molti sono i fattori che la determinano. Bisogna far le “grandi pulizie” per isolare l’ effetto che ci interessa, quello delle armi da fuoco.

43. Dopo aver avanzato forti dubbi sul metodo delle regressioni, faccio comunque notare che se adottassimo gli standard comunemente usati per questioni politicamente corrette anche in tema di armi, allora la questione sarebbe già sentenziata da tempo: il proibizionista non è in grado di provare le sue tesi. Chi non ritiene provata la pericolosità che comporta l’ avere genitori dello stesso sesso, come potrà mai pensare che le armi siano in qualche modo pericolose? Sono stato chiaro? Posso evitare di fare esempi parlando di ambiente o razza?

44. Ma i pignoli, e giustamente, si rivolgono a metodi d’ indagine più sofisticati. Si è guardato allora con interesse, per esempio, a quello impiegato nella sperimentazione di nuovi medicinali: su cento gruppi di pazienti se ne prendono a caso venti a cui propinare il “trattamento”, dopodiché si misurano gli effetti facendo un confronto tra “trattati” e “non trattati”. Il caso ha un potere prodigioso: elide le differenze tra gruppi neutralizzando la presenza di variabili fastidiose che potrebbero interferire sugli esiti.

Facile!

45. Per noi “il trattamento” potrebbe essere una legge contro il porto d’ armi: promulgarla in una contea sarebbe come inoculare un vaccino. Dopodiché, basterà stare a vedere quel che succede confrontando la reazione della comunità “trattata” con un gruppo di controllo.

46. Primo problema: le comunità che adottano una legge “contro il porto d’ armi” non sono propriamente scelte a caso, quindi le differenze non si elidono mai del tutto.

47. Ci mette una pezza la tecnica “difference in difference”: l’ effetto viene isolato analizzando solo gli scostamenti sulle differenze pre-esistenti.

48. Secondo problema: l’ effetto placebo.

49. Gli sperimentatori di medicinali lo conoscono benissimo: se il “trattato” sa di essere tale, spesso guarisce anche bevendo un bicchier d’ acqua. E’ necessario non informarlo (blind test).

50. L’ effetto placebo si manifesta nei modi più impensati. Sembra esserci persino quando si sperimentano nuove sementi nei villaggi africani: i villaggi scelti per la sperimentazione diventano improvvisamente più produttivi… ma solo se sanno di essere tra i prescelti! (il link a questo studio devo metterlo perché mi ha troppo divertito).

51. [… veramente la legge-placebo la conosciamo anche noi religiosi: per negare effetto miracolistico alle preghiere gli sperimentatori hanno dovuto imporre al test la doppia cecità: i gruppi di preghiera dovevano pregare per “non si sa chi” e il malato non doveva assolutamente sapere se qualcuno pregava per lui…]

52. L’ effetto placebo va comunque inteso in senso lato come “effetto annuncio”, qualcosa destinato a sfumare nel tempo. Qualcosa che va di pari passo con l’ introduzione della misura.

53. Ci sono comunque tecniche che, anche nel caso delle armi, ripuliscono gli studi dalla “placebo law”. La cosa qui si fa complessa: fidatevi o vi ammollo un link impegnativo.

54. Ma veniamo agli esiti degli studi “difference in difference” ripuliti dalla “placebo law”: il proibizionismo (“all’ europea”) serve a poco o nulla.

55. Quali soluzioni raccomandano allora gli esperti?

56. C’ è chi spinge per sussidiare le armi: una loro maggior diffusione presso la cittadinanza sarebbe un deterrente al crimine. Problema: leggi anti-proibizioniste in una regione non fanno che spostare il crimine in quelle limitrofe.

57. C’ è anche chi si spinge a proporre di contrassegnare le case in cui si detiene un’ arma per “internalizzare” i benefici del possesso.

58. Altri chiedono di alzare l’ età consentita per il porto d’ armi istituendo al contempo vere e proprie taglie a favore di chi denuncia gli illeciti: se il proibizionismo generico è inutile, puo’ avere un senso quando insiste su gruppi sociali (i giovanissimi) dove i “coglioni” si concentrano. Quasi sempre i guai cominciano quando il ragazzino va a spasso per il quartiere in cerca di autostima facendo mostra del suo cannone.

59. Per lo stesso motivo c’ è chi vede bene un pesante coinvolgimento dei genitori: dovrebbero pagare anche loro per le marachelle letali del figlio minorenne.

60. Anche l’ introduzione di una tassa o di un’ assicurazione obbligatoria sul tipo rc auto è caldeggiata da qualcuno. Alternativa: tassare i “non-armati” e offrire un premio agli “armati” che riconsegnano l’ arma.

61. Infine c’ è chi chiede ancora più studi in materia. Chissà, torturando a sufficienza i dati puo’ darsi che “confessino” quel che vogliamo sentirci dire.

62. Una relazione ben stabilita è quella tra presenza di armi da fuoco e suicidi. Difficile però che il tipico anti-gun possa avvalersene, lui così impegnato nella battaglia pro-eutanasia.

63 Sei preoccupato per il tuo prossimo? Sei ansioso di salvare vite e fare del bene? Vuoi essere buono? Non occuparti di armi, le priorità stanno altrove.

64. Negli USA la libertà di portare armi ha un’origine storica: la presenza di una milizia di stato richiede una milizia provata come garanzia contro i colpi di stato. Ricordiamoci sempre la massima: grandi dittatori 8es. Hitler, Stalin, Mussolini, Mao), grande proibizionismo.

65. Nella storia dei diritti civili le armi hanno avuto un peso decisivo. Dietro i proclami di Martin Luther King c’era una milizia armata che faceva sentire la sua pressione. Sembra contraddittorio (più pistole più lotta non violenta) ma è così.

66. Chi possiede armi è mediamente più felice.

67. Il cittadino privato delle armi sarebbe costretto a contare solo sulla forza pubblica, e probabilmente sarebbe anche disposto a dare più poteri alla polizia con tutte le conseguenze negative del caso.

67. Chi cerca una correlazione tra pistole e omicidi ha un problema: gli stati USA con meno omicidi vedono circolare più pistole. Ma resta una chance, quella di dare una  coloritura razzista a questa ricerca: le concentrazioni di giovani neri sono un  chiaro elemento di pericolo. Spesso costoro agiscono in luoghi (es. Washington) proibizionisti ad alta criminalità. Se vengono esclusi dai conteggi la correlazione potrebbe emergere. Ma che senso ha escludere proprio quei luoghi dove il proibizionismo ha fallito?

68. L’ideologia anti-gun è palpabile nel dibattito: si accolgono senza colpo ferire gli studi a favore e si fanno le pulci a quelli contrari. Questo anche se i secondi hanno standard più elevati.

69. Deterrenza a parte, avere un’arma non è svantaggioso per la tua incolumità quando vieni aggredito: chi scappa riporta i medesimi danni.

70. Stimare l’impatto delle armi resta comunque difficile. Nelle parole di Stan Leibowitz: “Should county level data or state level data be used? Should all counties (or states) be given equal weight? What control variables should be included in the regression? What violent crime categories should be used? How should counties that have zero crimes in a category, such as murder, be treated? How much time after passage of a law is enough to determine the effect of RTC laws? What is the appropriate time period for the analysis?”.

71. Il meta-studio di Gary Cleck su pistole ed omicidi è rivelatorio: si rinviene una relazione solo nel 50% dei casi.

71. La legalizzazione della droga renderebbe le pistole più innoque.

aaaaa

62. Faccio seguire un elenco degli autori che mi hanno ispirato diversi “pensierini”, puo’ essere utile a chi intende approfondire:

Frederic Bastiat, sulla dialettica visibile\invisibile.

Daniel Kahneman, su personalizzazione e availability bias.

Adam Winkler, sulle guerre culturali in tema di armi.

Isabel Briggs Myers, sulle differenze psicologiche tra individui.

Michael Huemer, sulla relazione tra statistica, etica, utilitarismo, pragmatismo e senso comune.

David Friedman e Kenneth Arrow, sul principio di precauzione.

Peter van Inwagen, sul Dio cristiano, il male e la libertà dell’ uomo.

David Murray, su stato sociale e “regressione infantile” del cittadino deresponsabilizzato.

David Kopel, sull’ idea di “pace armata” e su come il “no alle armi” puo’ trasformarsi in “armi solo ai cattivi”.

William Briggs, sullo scarso peso del mass-shooting nel computo complessivo degli effetti.

Jesse Walker, sui tendenziali del mass-shooting.

Alicia Miller, su correlazione e causalità.

Ed Leamer, sul problema delle specificazioni statistiche.

John Lott, sulle regressioni con utilizzo di sondaggi.

Philip Cook\Jens Ludwig, sulle regressioni con i suicidi come proxy.

Mark Duggan, sulle regressioni con gli abbonamenti a riviste specializzate come proxy.

Esther Duflo, sui metodi “differences in differences”.

Steve Leavitt, per una rassegna sugli studi “differences in differences”

Richard Swinburne, sull’ effetto miracolistico delle preghiere.

Alex Tabarrok, su come correggere le conclusioni “difference in difference” tenendo conto della “placebo law”.

Alex Tabarrok, su pistole e suicidi.

Jesus Castro Jr., sul ruolo dei genitori nell’ abuso di armi.

Megan Mcardle, sui limiti dell’ assicurazione obbligatoria.

David Henderson, sulla segnalazione dei possessori di armi.

Gary Cleck, sui meta-studi onnicomprensivi.

Bryan Doherty, su omicidi e pistole e sulla componente razziale.

Arthur Brooks, su armi e felicità.

David Friedman, su proibizionismo e abusi della polizia.

Charles E. Cobb, su armi e lotta per i diritti civili dei neri.

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