Punire il femminicida

Il Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini recentemente ha scritto un’ accorata lettera al Corriere della Sera per prendere di petto una volta per tutte l’ emergenza che in queste ore sta mettendo a dura prova le sorti del Bel Paese, parlo dell’ emergenza femminicidio naturalmente.

Il Presidente auspica che il fenomeno venga affrontato per via legislativa: Governissimo e Parlamento devono farsene carico al più presto.

Nessuno sa con esattezza cosa ci sia dietro espressioni quali “per via legislativa” ma è possibile prevederlo: pene più severe. Meglio se esemplari.

Detto in altri termini, il criminale che si macchierà di “femminicidio” sarà punito più severamente del criminale che, ad esempio, si limiterà ad uccidere una donna.

Il primo ad appoggiare in modo entusiasta l’ appello è stato il pimpante Aldo Cazzullo che settimana scorsa leggeva i giornali a Prima Pagina.

Il giornalista ha alzato al cielo le sue strilla di giubilo giustificandole poi così: trattasi di atto “particolarmente odioso” che merita pene “particolarmente severe”.

Una motivazione particolarmente ideologica, mi viene da dire.

E vista la carica altamente ideologica  che ha sempre contraddistinto una figura come Laura Boldrini, sono portato a pensare che la giustificazione della sua richiesta non si discosti in modo significativo da quella del Giornalista Unico di vedetta questa settimana nell’ inespugnabile fortino di Radio Tre.

Eppure scommetto che anche per due “smart” come il giornalista Cazzullo e la Presidente Boldrini sarebbe imbarazzante presentarsi al cospetto dei parenti di un assassinato a sangue freddo nel corso di una rapina dicendo che in fondo cio’ che ha subito il loro congiunto non è un trattamento “particolarmente odioso”.

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Purtroppo (per LB) i criteri con cui di solito si stabilisce l’ equità di una pena non comprendono l’ “esemplarietà”.

L’ ideologia dovrebbe essere bandita da materie tanto delicate e gli atti simbolici dovrebbero di conseguenza lasciare spazio agli atti razionali.

Stabilire l’ equità di una pena inflitta non è come indire un “giorno della memoria” all’ ONU, la sensibilità al simbolico deve cedere il passo al pensiero ordinato. C’ è poco dai giochicchiare con i simboli quando in ballo c’ è la vita delle persone.

Di sicuro la sede in cui si stabilisce l’ equità della pena non è la sede ideale per allestire la vanitosa sfilata dei “buoni” di professione.

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Ma come si calcola una pena equa?

La pena equa è decisa da un membro molto particolare della società. Un soggetto costruito a tavolino e che non esiste nella realtà, un soggetto che dobbiamo raffigurarci facendo uno sforzo d’ immaginazione. Potremmo chiamarlo Decisore.

Se la comunità fosse costituita dai soggetti x, y e z, il Decisore prenderebbe dapprima le sue decisioni in materia di pena equa, e solo successivamente, in modo completamente casuale, scoprirebbe  la sua reale identità che potrà essere indifferentemente x, y o z.

In gergo si dice che il Decisore agisce dietro un velo d’ ignoranza.

Un soggetto del genere non è né maschio né femmina, né ricco né povero…  Non è nulla del genere, o meglio, non è ancora nulla del genere; nel momento in cui decide non ha nemmeno un corpo!

Ideologismi e moralismi sono finalmente tolti di mezzo, il Decisore è un egoista razionale. Ma un egoista molto particolare che non puo’ trascurare gli interessi di nessuno visto che in lui collassano gli interessi di tutti.

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La pena equa selezionata dal Decisore per ciascun crimine sarà dunque scelta soppesando alcuni parametri chiave.

1. VITTIMA/COLPEVOLE.

Nella sua vita incarnata il Decisore potrebbe ritrovarsi ad essere un criminale, pensando a questo ci andrà piano nel prevedere pene eccessivamente severe.

Ma potrebbe essere anche una vittima potenziale in grado di scamparla se solo la pena fosse sufficientemente elevata da offrire una deterrenza efficace.

E’ da questo tira e molla che nasce la pena equa.

In altri termini, il Decisore, da dietro il suo velo, è sia vittima che carnefice. Dentro di lui potenziale vittima e potenziale carnefice contrattano animatamente.

2. DANNO/VANTAGGIO.

Se i danni derivati alla vittima saranno ingenti, nel decisore la voce della vittima cercherà di orientarlo con forza verso una pena aspra; ma se i vantaggi derivati al colpevole saranno ingenti, il Decisore sentirà forte una voce che sponsorizza pene lievi.

Per cogliere meglio il punto: uccidere un ragazzo nel fiore degli anni e pieno di vita non è esattamente come uccidere  un aspirante suicida. Anche se sempre di omicidio si tratta.

3. APPLICABILITA’.

Se il colpevole puo’ facilmente sfuggire alla sua sorte, la vittima desidererà compensare questo pericolo con pene più severe; d’ altro canto, il potenziale colpevole tollera la richiesta di pene più severe quando sa che le vie di fuga sono molte.

Si tratta di un fattore in cui gli interessi di potenziale colpevole e potenziale vittima sono allineati.

4. RECIDIVA.

Anche qui gli interessi sono allineati: se riteniamo che ricadere nello stesso delitto sia poco desiderabile sia per la vittima che per il colpevole, è giusto auspicare pene tanto più severe quanto più questa possibilità è concreta.

Se un delitto non verrà mai commesso di nuovo dalla stessa persona, perché punirla con un sovrappiù di pena?

5. COSTOSITA’ della pena.

Applicare la pena è costoso. La galera non sarà un hotel a cinque stelle ma ha pur sempre un costo che di solito viene accollato alle potenziali vittime.

La potenziale vittima razionale pensa in questi termini: se una pena ha scarso potere deterrente meglio abbassarla, si risparmierà almeno sui costi.

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Vediamo ora come i quattro fattori salienti impattano nel confronto tra femminicidio e semplice omicidio (magari di una donna).

1.

Sarò vittima del crimine?

Ecco cosa si chiede il decisore da dietro il suo “velo”.

Se il crimine in questione è l’ omicidio da rapina, allora è praticamente impossibile rispondere. Chiunque, per esempio, puo’ essere vittima di una rapina che si conclude tragicamente. Come escluderlo a priori?

E nel caso del femminicidio?

Non dirò certo che uno si va a cercare certe compagnie ma di sicuro in un caso del genere gioca un ruolo anche la discrezionalità della vittima: ma perché non lo molli prima un tipo così? Anzi, perché hai cominciato a frequentarlo contribuendo ad intrecciare con lui un rapporto tanto morboso?

Una discrezionalità del genere è opinabile ma di sicuro non esiste, per esempio, nell’ omicidio in seguito a rapina.

Mi hanno rapinato e mi hanno ucciso. Certo, potevo starmene a casa anziché andare al cinema, ma…

Chi rinuncia a vivere ne uscirà sempre incolume ma chiedere una simile rinuncia è palesemente assurdo.

Il Decisore ragionerà allora in questi termini: scampare al femminicidio sarà per me possibile, qualora sentirò “puzza di bruciato”, forse saprò tirarmi indietro.

Ed ecco che le probabilità di essere vittima di femminicidio si abbassano di un pelino a parità di tutto il resto.

Ricordiamoci che nel Decisore il potenziale colpevole spinge per abbassare la pena incontrando l’ opposizione della probabile vittima; se la probabile vittima si accorge di essere un po’ meno probabile di quel che pensava, rilasserà le sue pretese.

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C’ è poi il caso dei “colpevoli innocenti”.

Nel Decisore, oltre alla voce del potenziale colpevole, parla anche la voce del potenziale innocente dichiarato colpevole. Entrambi questi personaggi fanno le medesime rivendicazioni.

L’ interesse dei due è allineato e diventa importante isolare quei crimini dove l’ errore giudiziario è più probabile.

Esiste il rischio che un innocente venga condannato di omicidio?

Naturalmente esiste in tutti i generi di omicidio. Ma nel caso dei femminicidi il rischio è più elevato visto che la fattispecie non sempre è chiaramente distinta da quella del “semplice” omicidio.

A dire la verità ancora oggi c’ è gente che non ha capito bene come discernere in teoria il femminicidio dall’ omicidio di una donna, figuriamoci quando si passa al caso pratico.

Il Decisore deve tener conto che potrebbe incarnarsi in un colpevole ma deve assommare a quella probabilità la probabilità di incarnarsi in un semplice omicida accusato ingiustamente di femminicidio.

2.

La vittima dell’ assassinio sarebbe stata una persona felice?

Se sì, allora i danni procurati dall’ assassino sono particolarmente gravi.

Difficile comunque rispondere alla domanda: io me ne andavo al cinema e un rapinatore mi ha ucciso. Sarei stato felice? Boh!

E la vittima media dei “femminicidi”?

Anche qui difficile dire, bisognerebbe chiedere allo psicologo.

Probabilmente non si tratta di persone particolarmente abili nella gestione delle relazioni intime e noi sappiamo che la felicità di un soggetto dipende in modo preponderante dalla qualità delle sue relazioni.

Il Decisore dovrà soppesare con cura simili informazioni.

3.

Il femminicidio non è quasi mai un omicidio perfetto.

Il femminicida difficilmente sfugge alla sua sorte. Addirittura è talmente poco desideroso di sfuggire alla sua sorte che spesso si suicida o si costituisce.

Quando va male tenta delle ridicole quanto brevi fughe.

Di sicuro è più difficile catturare chi uccide in modo professionale calcolando tutte le conseguenze del suo gesto, pensiamo solo ai rapinatori professionisti o ai terroristi.

Il fatto che il colpevole non puo’ o non vuole farla franca indebolisce il bisogno di una deterrenza forte della pena.

4.

Sicuramente la recidiva è un rischio a cui sono soggetti tutti gli assassini.

Bisognerebbe chiedere ai criminologi la posizione dei femminicidi rispetto agli altri assassini.

C’ è però un aspetto tecnico che rende la recidiva del femminicidio più difficoltosa: bisogna costruire una relazione minimamente complessa e stratificata per odiare la propria donna fino ad ucciderla. Questo richiede tempo ed energie.

Il killer appena uscito di galera, al contrario, puo’ ricevere ordinativi che lo fanno entrare in azione immediatamente.

5.

Spesso il femminicida è un povero disperato che si augura solo di marcire in galera. Si dirà: e allora non lesiniamo sulle pene!

In questi casi l’ atteggiamento più corretto è quello contrario: le pene verso chi desidera subire pene aspre dovrebbero essere più lievi.

Chi desidera pene aspre non teme la pena. Detto in altri termini, la pena non ha potere deterrente su di lui, ovvero non tutela le potenziali vittime. D’ altro canto la pena ha un costo che le potenziali vittime devono sobbarcarsi. La conclusione è che in casi del genere non ha senso formulare pene particolarmente afflittive. 

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Analizzando i cinque fattori non ideologici sulla base dei quali elaborare una pena equa, non mi sembrano emergere stringenti ragioni per inasprire quelle che colpiscono il femminicida.

E consiglio al Presidente Boldrini di non approfondire la pratica, il rischio è quello di giungere a conclusioni opposte rispetto a quelle verso cui la spinge la tanto amata ideologia.

 

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41 pensieri riguardo “Punire il femminicida”

  1. Mi si sono un po’ annebbiate le idee quando sono arrivata alla parte danni/vantaggi, applicabilità, eccetera. Comunque, se ho capito bene, il decisore fa idealmente gli interessi di ognuna delle parti potenzialmente coinvolte in un fatto criminoso, e la pena equa è il risultato di questa negoziazione.

    Comunque stiano le cose, non credo che l’omicidio di una donna da parte di un uomo sia più odioso di quello di un bambino da parte di un uomo; di un disabile da parte di un uomo, eccetera. O di una donna (fragile) da parte di un’altra donna (la sua compagna, per esempio); di un bambino da parte di una donna (la madre, per esempio); di un disabile/anziano da parte di una donna (badante, assistente in casa di cura o altro).

    L’omicidio volontario premeditato è già punito col massimo della pena, mi pare. (Rita ne sa più di noi).
    Non credo che tra le aggravanti debbano esserci il genere, l’orientamento sessuale, la religione, il colore della pelle della vittima, o altro. Né che si possano fare graduatorie tra le vittime di aggressioni o omicidio. (Penso per esempio al dibattito sulle aggressioni a sfondo “omofobico”, per cui si chiedeva un inasprimento della pena)

    Interpretare o riscrivere le leggi in chiave di genere? No, grazie.

    Mi è piaciuto in particolare – e lo sottoscrivo – il paragrafo sulla “sensibilità al simbolico” , che quasi sempre – tra l’altro – è usata in modo strumentale e politico per ramazzare voti, consenso, audience, clienti, reddito, ecc….

    Sappiamo tutti – e lo sa anche la Boldrini, per forza – che il ciclo della violenza domestica (che non è solo violenza del maschio sulla femmina – e della femmina sul maschio – ma anche dell’adulto/a sul bambino) non si spezza colpevolizzando un genere e inasprendo la pena, ma riconoscendone le radici comuni. Fare appello al simbolico e allo slogan in bianco e nero paga di più, però.

  2. Secondo me fin dove hai capito, hai capito perfettamente. E’ vero, il decisore media necessariamente gli interessi di tutti per il semplice fatto che non sa ancora chi è.

    E sottolineo “gli interessi”. E’ importante per chi non vuole confondere il diritto con l’ etica.

    *********

    Tu dici che non trovi nulla di particolarmente odioso nel femminicidio. Laura Boldrini e Aldo Cazzullo invece sì. Nel post affermo l’ irrilevanza di questo aspetto, pena la confusione tra diritto e morale. L’ odiosità introduce infatti il tema dei costi psicologici inflitti a terzi.

    Da credente trovo particolarmente odioso, per esempio, che una coppia decida di risolvere certi suoi problemi divorziando. Detto questo, poiché sono laico e non confondo il diritto con la morale, non intendo “inasprire le pene” per chi ricorre a questa pratica, non intendo nemmeno proibire contratti matrimoniali che contemplino il divorzio. Laura Boldrini invece, essendo una moralista che identifica diritto ed etica, chiede di riservare un trattamento particolare per i comportamenti che trova più “odiosi”.

    Come vedi oggi come oggi il cristianesimo non va più molto di moda ma è stato ben rimpiazzato da altre religioni con un buon seguito di bigotti. Rodotà, Zagrebelski… oggi sono assurti stranamente alla ribalta della cronaca politica ma non tutti li conoscono, c’ è chi li magnifica senza aver mai letto una loro pagina. Ebbene, sono i “nuovi bigotti”, sono i teorici della fusione tra diritto e morale. La Boldrini è solo un’ umile seguace.

    *******

    Se nel fissare l’ entità della pena escludi l’ ideologia e il moralismo, cosa resta? Resta l’ efficienza.

    Quale pena è più efficiente? Quale pena consente di ottenere un numero ottimale di vittime? E’ sconveniente dirlo ma il numero ottimo di vittime non è mai zero. Se fosse così sarebbe prevista la pena di morte anche per il divieto di sosta.

    ***

    Un esempio puo’ aiutare.

    In passato il tradimento della donna era punito più duramente rispetto a quello dell’ uomo. Perché?

    Giustificazione moralista: per la donna è una mancanza più grave.

    Giustificazione efficientista: il tradimento della donna causa mediamente danni più gravi (es. un figlio non del marito mantenuto a vita dal marito inconsapevole).

    Nè la prima né la seconda giustificazione sono convincenti ma spero si sia capita la differenza.

    ***

    Cosa resta allora una volta tolto di mezzo il moralismo? Restano le considerazioni che ti hanno “annebbiato” (magari espresse in modo meno “nebuloso”).

    In base a quelle non vedo come il femminicidio meriti un sovrappiù di pena, ma forse mi sfugge qualcosa e resto in attesa. In attesa di chi condivide le conclusioni della Boldrini prediligendo però un approccio esente da bigottismi.

    ***
    p.s. le foto non c’ entrano nulla con il femminicidio ma documentano un’ altra grave umiliazione subita da alcune donne: il traffico delle baby prostitute dall’ est Europa.

  3. ottimo articolo, condivido tutte le osservazioni, in particolare tutta la serie di considerazioni sull’eliminazione della componente morale e ideologica (che direi facenti parte della corrente “sentimenti e emozioni”) a tutto favore della componente efficientista e razionale. Chiedo perdono se sarò un po’ confusa, ma in tutta questa faccenda del femminicidio vedo che non viene mai considerato il principio della convenienza. Mi spiego con un esempio (che sennò non ne esco viva :-D), agganciandomi all’esempio del delitto d’onore. In passato c’erano attenuanti per chi uccideva moglie fedigrafa e/o amante della medesima proprio per il principio ben spiegato da broncobilly sulla giustificazione efficientista delle conseguenze che provocava. Non c’era comunque differenza di “genere” comunque, non era considerato più grave uccidere un uomo rispetto ad una donna. Un marito tradito degli anni ’50 se uccideva la moglie (F) o l’amante della moglie (M) si vedeva comminare, in linea di principio, la stessa pena con le medesime attenuanti. Se invece, per ipotesi, passasse il principio della maggior gravità del femminicidio (quindi dell’uccisione della donna rispetto ad un uomo) di fronte ad un tradimento, il carnefice avrebbe maggior convenienza ad uccidere l’amante della moglie che non la moglie. Mi si obietterà che un autore di omicidio di questa tipologia non agisce in base alla razionalità. Ni (oh boh?), sicuramente in un omicidio premeditato queste considerazioni si possono fare, ma non escluderei che, come nelle decisioni apparentemente razionali, si può nascondere l’insidia emotiva, anche nelle decisioni prese in una tempesta emotiva perfetta, non si nasconda qualcosa di inconsapevolmente razionale.
    Altra conseguenza sarebbe l’imbarazzante paradosso della disuguaglianza di trattamento. Ipotizzando un duplice omicidio (moglie e amante oppure ex moglie e nuovo marito per esempio), il Giudice, applicando la legge dovrebbe considerare il sovrappiù di pena per il femminicidio e non per l’omicidio dell’uomo? Questo paradosso comincia ad essere in qualche modo evidenziato (per esempio un noto blog femminista che era uso a contare le vittime di femminicidio, ha iniziato a contare anche le vitime “collaterali” http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/criterio-numerazione/ (a mio parere dimostrando buona volontà, ma incasinando vieppiù la questione) ma perlomeno sollevando il tema della criticità della distinzione tra “femminicidio” e omicidio di donna che non era mai stata considerata.
    SOno stata abbastanza confusa? Mi sa di sì 🙂 m

  4. Aggiungo confusione alla confusione.. il femminicidio nasce dalla convinzione che il movente di questi omicidi sia l’uccisione di una “donna in quanto donna”. Cosa che a me non pare vera. Se vogliamo fare un paragone con altri tipi di moventi (per esempio il motivo razziale che è quello che si pretende di accomunare al femminicidio) l’inconsistenza di questa affermazione è abbastanza palese, secondo me. Il Ku Klux Klan uccideva per motivi razziali qualsiasi nero. Le donne vittime di omicidio non sono scelte a “caso” ma hanno tutte un legame più o meno profondo con il loro carnefice, come facevi notare.

  5. Grazie Rita.

    I tuoi paradossi mi sembrano quanto mai cristallini ed eloquenti.

    Nel post parlo appunto di “colpevoli/innocenti”: se non sappiamo nemmeno noi come inquadrare il femminicida doc rischiamo di condannare degli “innocenti” (ovvero uomini che si sono “limitati” a uccidere la compagna senza essere dei femminicidi).

    Se le motivazioni del femminicida doc sono interiori, non sarà affatto facile verificarle, si dovrà andare a tentoni.

    Il Decisore deve assommare alla probabilità d’ incarnarsi in un colpevole la probabilità d’ incarnarsi in un “innocente” condannato.

  6. Rita scrive: “Altra conseguenza sarebbe l’imbarazzante paradosso della disuguaglianza di trattamento. Ipotizzando un duplice omicidio (moglie e amante oppure ex moglie e nuovo marito per esempio), il Giudice, applicando la legge dovrebbe considerare il sovrappiù di pena per il femminicidio e non per l’omicidio dell’uomo?”

    ottimo esempio. Da segnalare ala Boldrini.

  7. Mi sa di no.

    La definizione di femminicidio come omicidio della “donna in quanto donna” andrebbe tradotta, altrimenti si rischia di assimilarla a una forma di razzismo, il che dà origine a parecchi paradossi.

    Il “femminicidio” è qualcosa legato ai “ruoli” tradizionali di maschio e femmina: tu, donna, non stai al tuo posto, non aderisci allo stereotipo e io t’ ammazzo.

    Ma, se faccio un po’ d’ introspezione, il ruolo su cui concentrarsi è quello del maschio, non tanto quello della femmina.

    Da sempre l’ uomo cerca la donna bella mentre la donna cerca l’ uomo di successo (e rispettato).

    Se l’ uomo disprezza e lascia la donna, non le reca un gran danno visto che la bellezza di lei resta immutata e subito pronta da spendere in altro modo.

    Se invece la donna molla e rende pubblico il suo “disprezzo”, rischia di far collassare lo status di lui (“non sa nemmeno soddisfare la sua donna!”) e questo fa perdere la ragione. Tanto è vero che se la donna nutrisse il medesimo disprezzo e le medesime insoddisfazioni senza renderle pubbliche, la cosa passerebbe in cavalleria. In fondo la separazione è temuta in quanto atto pubblico non occultabile che sottende un giudizio.

    E’ chiaro poi che i contorni del “ruolo” sono vaghi e le motivazioni profonde del gesto sono interiori; da qui le elevate possibilità di condannare un omicida-non-femminicida per un reato non commesso.

    P.S.: Laura Boldrini, pur essendo persona che agisce ideologicamente non sembra abbrutita dall’ ideologia. Condivido questo articolo http://www.ilfoglio.it/singole/375

  8. (la mia domanda iniziale era retorica. Solo, mi chiedo come vengano compilate le statistiche che ci dicono – sui giornali – che la prima causa di morte delle donne sono gli uomini)

    Per quanto riguarda la “molla”, non credo che sia un problema di status, ruolo o facciata.
    Per gli uomini che non accettano la separazione, credo che si dovrebbe indagare il rapporto “fusionale” – sado-maso e manipolatorio – in cui alcune madri imprigionano i figli (maschi, e femmine).

    Ora leggo l’articolo linkato…

  9. Rapporto fusionale o lesa reputazione?

    Chi come me privilegia la natura sull’ educazione propende per la seconda ipotesi.

    Bisognerebbe indagare sui casi specifici.

    Quindi tu dici che il femminicida, pur percependo il disprezzo latente della compagna, colpirebbe anche in assenza della minaccia di separazione o di altre forme di denuncia pubblica della sua inadeguatezza?

    Mmmm. Nei casi che ho seguito c’ è sempre una minaccia di separazione (quando non una separazione già in atto).

    Spesso poi è violento chi ha subito violenza in famiglia. Chissà se vale anche in questi casi, stando ad “amore criminale” sembrerebbe sia proprio così. Questo è un punto a favore della “lesa maestà”. In fondo violenza e rapporto fusionale convivono male. O no?

    Ma forse non ho capito cosa sia il “rapporto fusionale”.

    Ultimo dubbio: ammettiamo che violenza e rapporto fusionale convivano (in fondo parli di rapporto sado-maso). Ma la cosa riguarda solo i bambini maschi? No perchè nel femminicidio non sembra esserci simmetria, pur essendo le donne più inclini alla violenza nelle relazioni personali. Mi sa che una donna, di fronte a una relazione deteriorata, soffra indipendentemente dal fatto che i problemi della coppia siano resi pubblici.

  10. però mi sembra che entrambi propendiamo comunque per la sovrastruttura (educazione, cultura, lesa maestà), non per la natura. Chi propende per la natura parlerebbe probabilmente di “gene della violenza”, o di carattere intrinsecamente violento del maschio della specie o altro. Quando invece sappiamo (ricordo gli studi che tu stesso avevi portato tempo fa) che la donna è capace di altrettanta violenza anche se in forme e modi e gradi diversi, che non hanno lo stesso risalto sui media.

    Terrei presente, poi, che nel caso di una separazione o abbandono la donna ha una valvola di sfogo che l’uomo generalmente non ha: i figli. Su di loro (ancora oggi affidati quasi sempre a lei) può caricare molto materiale più o meno tossico, usandoli anche come armi improprie durante una separazione. Armi che non fanno buchi in testa ma possono ugualmente uccidere. Nei casi migliori comunque, e senza pensare sempre al peggio, dopo la separazione la donna di solito continua a condividere con i figli la casa, la vita, le gioie e i dolori, tutti i giorni. L’uomo, più che la faccia o oltre alla faccia, perde tutto. Ecco un altro elemento non-naturale ma decisivo di cui tenere conto. Oltre all’educazione, che io considero decisiva ma che intendo molto genericamente come “esperienza” di vita familiare, e non come precetti, valori o altro spiegato e predicato a chiacchiere.

    Tutti i torturatori, rapitori e segregatori di donne in cui mi sono imbattuta (da Fritzl a Priklopil) e gli assassini di donne hanno spesso un rapporto morboso con la propria madre, fatto di soggiogazione, di reciproca dipendenza e di rabbia compressa.

    Ci sono poi gli studi cui accennava Alessandra Kustermann (del centro antiviolenza della Mangiagalli di Milano) qualche anno fa a ottoemezzo, da cui emergerebbe che gli uomini che maltrattano le donne sono stati abusati sì, da piccoli, ma dalle madri. Cosa che crea forti sentimenti di rivalsa.

    E poi chissà quanti altri elementi entrano in gioco.
    Qui ne abbiamo solo evidenziati alcuni.

    Non sarebbe giusto, non è giusto, puntare il dito solo contro le madri. Anche questa diventerebbe una lettura “di genere”. Ma qualcuno deve pur farlo, e io mi presto volentieri, dichiarando apertamente e platealmente il mio pregiudizio anti-femminile, e giocando a carte scoperte.
    Chi mi legge lo sa e farà necessariamente la tara, prendendo solo quel poco o tanto di vero che crede di leggerci.

    Trovo insopportabile la chiave in cui vengono liquidati drammi come questi, senza che mai nessun@ si senta chiamat@ in causa. Come se gli uomini che uccidono le donne non fossero stati cresciuti da altre donne – donne, queste ultime, che spariscono immediatamente dalla “narrazione” senza lasciare traccia.

    Da quello che ho visto e esperito, la violenza ha molte facce, alcune fanno più male fisico altre più male morale oltre che fisico, ma non ha genere. La prevenzione può solo partire da qui.

  11. “… però mi sembra che entrambi propendiamo comunque per la sovrastruttura (educazione, cultura, lesa maestà), non per la natura…”

    In realtà sono propenso a considerare la “lesa maestà” come una spiegazione “naturale” che si oppone a quelle “culturali”.

    Magari è una spiegazione sbagliata ma le sue radici sono naturali: si parte dal fatto che la natura seleziona i soggetti che fanno più figli e che li accudiscono al meglio. L’ uomo, che per NATURA puo’ fare molti più figli della donna, al fine di massimizzare le sue potenzialità dissemina la prole in tutto il gruppo oltre che in famiglia; al contrario, i figli della donna sono limitati alla famiglia. Stando così le cose è naturale che l’ uomo  s’ interessi maggiormente alla dimensione astratta e concorrenziale del “gruppo esteso” mentre la donna sia più attirata dalle relazioni personali (familiari) del “gruppo ristretto”. All’ interno del gruppo esteso ci si conosce meno ma soprattutto non ci si conosce personalmente, anche per questo lo status pubblico diventa un’ arma cruciale per comunicare (e per bluffare) in modo efficace. E qui il cerchio si chiude: per l’ uomo lo status è fondamentale e in lui questa è un’ esigenza naturale. Gli interessi della donna sono invece più concentrati nel gruppo ristretto, i suoi figli sono con certezza tutti lì.

    Naturalmente a nulla vale che un certo maschio specifico sia certo di avere tutti i suoi figli in famiglia visto che come individuo ha subito la medesima selezione naturale di tutti gli appartenenti al suo sesso. Inoltre, sia chiaro, il fatto che esista un istinto non significa che possa e debba essere controllato entro i limiti della fisiologia, e per fortuna in genere lo è. Ma l’ istinto esiste ed è naturale poiché è la natura e solo la natura che consente al maschi e solo a loro di avere migliaia di figli, figli da cui, come se non bastasse, è difficile riconoscere in modo certo e immediato il genitore maschio.

    ***

    Tu stessa dici che durante una separazione “la donna ha un’ arma impropria: i figli”.

    Ma perché mai non potrebbe essere vero il contrario?

    Solo perché esiste una tradizione o una giurisprudenza distorta?

    Magari in parte è anche così ma al fondo non penso che il problema sia esaurisca tutto lì.

    La causa profonda sta in quanto dicevamo: esiste una relazione particolare, di solito, tra la madre e i figli nati in famiglia.

    ***

    Comunque hai ragione, la madre del femminicida è una figura poco indagata, e questo mi impedisce, per ora, di abbracciare senza riserve la tua tesi.

    In realtà ho difficoltà anche solo a capire cosa significhi “rapporto fusionale”. Inizialmente pensavo a madri talmente attaccate al figlio da soddisfarlo in ogni capriccio impedendogli di maturare qualsiasi strategia contro le avversità. Adesso invece abbiamo messo al centro le madri che abusano dei loro figli maschi. Capisco comunque che creare un isolamento intorno al proprio figlio sia già una forma di abuso.

    Ma, a parte questo, perché solo i maschi? Non è possibile pensare che le madri (o i padri) che abusano della prole non abbiano un particolare accanimento verso i figli maschi ma agiscano (male) indipendentemente dal sesso? Se fosse così allora vedi bene come per capire la spiegazione naturale sia ancora la migliore: l’ abuso porta sempre guai, in particolare l’ abuso sui maschi indirizza in modo distorto istinti che in quei soggetti sono naturali. Nelle figlie femmine, che non condividono quella natura e quegli istinti, i guai si manifesteranno in altro modo.

  12. tutto è possibile, come diceva mia nonna, tranne che l’omo incinto. E anche questo, sarà da vedere.

    Figli e figlie, madri e padri. Una cosa è certa: il figlio maschio di una donna separata o semplicemente insoddisfatta del proprio matrimonio ha più possibilità di ritrovarsi nella posizione di “marito surrogato”, rispetto alla figlia femmina. Con tutto il carico di aspettative e tossicità che questo comporta e che sarà direttamente travasato nel suo futuro rapporto di coppia adulto. Ecco un elemento tra i tanti da aggiungere al mio quadro. Insieme alla diffusa misandria imperante.

    Ma alla fine, sottoscrivo le tue conclusioni.
    Del resto ho ammesso che la mia visione femminocentrica delle responsabilità è di per sé contraddittoria, per chi – come me – crede che le radici della violenza prescindano dal genere. L’abuso sistematico del più forte sul più debole è in larga misura un comportamento appreso che si manifesta in forme e modi diversi, ma con una base comune. Almeno credo, o così ho finito per credere guardandomi intorno e crescendo insieme ai bambini che ho avuto per casa. Tanti.

    Quindi, il mio “dàgli all’untora” è provocatorio. Serve a portare un po’ di “balance and recognition” in una narrazione totalmente distorta. (Per motivi che vanno dal self-denial all’ideologia, e via dicendo)

  13. p.s. per quanto riguarda la scomparsa delle donne dalle “narrazioni” che potrebbero metterle in cattiva luce, segnalo il caso eclatante in cui mi sono imbattuta proprio ieri, in rete. La moglie di Dutroux. C’era anche lei, dentro fino al collo. Eppure abbiamo tutti sentito sempre e solo parlare del “mostro di Marcinel”.
    Allo stesso modo, nelle campagne di telefono azzurro si vede sempre una figura maschile, nell’ombra, che sta per colpire un bambino. Eppure, al primo posto degli “offenders” in questo campo ci sono le donne. (Non solo madri, anche maestre, educatrici, babysitter e via dicendo)

    Si dirà: certo, perché sono quelle che passano più tempo con i bambini.
    Certo, dirò io, però di quello che fanno in questo tempo non si può parlare.

  14. Sulle donne violente sfondi una porta aperta.

    Ma anche qui faccio un distinguo: la donna predilige la violenza “intima” (tipo quella in famiglia o nelle relazioni personali), l’ uomo la violenza anonima (tipo quella di guerra in cui uccidi chi non conosci premendo un bottone).

    Non so se la reticenza di cui parli sia legata in qualche modo a questi fattori. Più probabilmente il parlar chiaro inquinerebbe l’ elemento propagandistico che c’ è sempre in chi si occupa di queste cronache.

    ***

    Certo che il dilemma natura/cultura incide sia nella diagnosi che nella prognosi.

    L’ avvertenza è sempre la stessa.

    Sara: quando vedo certi genitori capisco certi bambini.

    Da questa osservazione ricava una gran fede nell’ educazione.

    Ma è una deduzione fallace, in campo c’ è almeno un’ altra ipotesi: certi difetti potrebbero eternarsi come il colore dei capelli piuttosto che attraverso il circolo vizioso educativo.

    L’ unico modo che conosco per dirimere la questione sono gli studi su gemelli e adottati, e questi studi sembrano parlar chiaro: le fragilità nel carattere si ereditano più o meno come il colore dei capelli. Ci si puo’ migliorare? Sì, ma la natura è flessibile e appena si molla si torna al punto di partenza.

    La ricetta “naturalista” è diversa da quella “culturalista”.

    Chi crede nell’ educazione: si curino o si prevengano i difetti.

    Chi crede nella natura: colmare le lacune è illusorio e le illusioni dilapidano risorse, si esaltino piuttosto i talenti. Tutti noi abbiamo sia lacune che talenti.

    ***

    Esempio (chissà se centra): la marghe è una bambina “sensibile” (emotiva). E’ una tara, probabilmente non reggerà bene le situazioni stressanti (requisito cruciale per avere successo nella vita). Ma è anche un dono: puoi goderti al meglio le bellezze della vita, a cominciare dall’ arte. Francamente trovo faticoso e illusorio colmare la lacuna. Preferisco valorizzare il talento accettando la sua natura.

  15. non ci riesco proprio a considerare decisiva la “tara” (in senso buono). Posso arrivare ad ammettere che conta per il dieci per cento, rispetto all’enorme impatto dell’esperienza. (Istintivamente avrei detto per l’1 per cento) Per il momento è un mio limite, ma è così. Vedremo come butta in futuro.

    Già nella pancia della sua mamma, Marghe ha avuto un suo vissuto che era già cultura. Nei giorni, mesi successivi alla nascita ha continuato ad accumulare “esperienza” – per esempio, quella di prima figlia di genitori xy, non più giovanissimi, alle prese con le normali paure e insicurezze del caso. Diversi dai genitori che ha avuto Vittoria. Perché quella di un sé continuo e stabile è un’illusione, mi pare di avere capito vivendo. A un certo punto è entrato anche in campo il signor Estivill, che Iddio lo abbia sempre in gloria. Toccasana per i genitori – senz’altro – ma tutto da capire (ancora) quanto lo sia (veramente) per i bambini, per il rapporto di fiducia che li lega ai genitori e al mondo. E via dicendo. Io credo che tutte queste cose incidano sulla sensibilità (grado, specie, sfumature) molto più di un corredo genetico. Eccetera, ma non saprei andare oltre.

    Tu fondi tutta la tua teoria sugli “studi” sui gemelli. Io la mia sull’esperienza.
    Approcci che hanno entrambi i loro limiti.
    Resta la propensione. Io, come Sara, propendo per l’ipotesi che l’educazione (esperienza) vinca sulla genetica. Tu il contrario.

    Direi che tu e Sara compensate benissimo i reciproci bias. E che le vostre figlie sono fortunate, ma non tanto per questo. Perché vi volete bene, fate squadra, siete gentili e sorridenti fra voi e con le figlie, e guardate al futuro con fiducia. ecc. ad lib. (potrei continuare eh…)

    Una cosa che secondo me è supremamente “corazzante”, per un bambino, è proprio respirare positività. Cioè “pronoia” (il contrario di paranoia). Non esiste cosa, forse, più attrezzante. La fiducia di essere più forti di tutto il resto, di potercela fare – e di avere, noi, tanto da dare agli altri (anziché aspettarcelo, dagli altri). (In questo, concordo, chi “crede” ha una marcia in più)

    Il guru pop della pronoia è certamente Rob Breszny. Sempre valido.
    http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/1186_la_pronoia_e_l_antidoto_alla_p_brezsny.html

  16. leggo ora su Repubblica che secondo una psicologa autrice di best-seller: “Il livello di contentezza di ognuno dipende per il 50 per cento da fattori genetici, per il 10 dalle circostanze. Il 40 per cento è nelle nostre mani”.
    Io invertirei solo l’ordine dei fattori:
    il 50 per cento dalle circostanze, il 10 per cento da fattori genetici, e il 40 è nelle nostre mani.
    Quel 40 per cento è il terreno comune, fra noi, credo.

  17. Perché siamo quel che siamo?

    Essendo agnostico allineo le mie % all’ ortodossia: 50% geni, 50% ambiente.

    Ma di “ambienti” ce ne sono molti, la famiglia è uno dei tanti (shared family environment), l’ ortodossia comportamentista parla di un 10%.

    Nel restante 40% (non shared family environment) c’ è spazio anche per la libertà personale (qui non sono agnostico, credo che esista).

    http://pinker.wjh.harvard.edu/articles/papers/nature_nurture.pdf

    Ma poi dipende di cosa parliamo. Se parliamo della religione a cui siamo affiliati la famiglia conta molto, altro che 10%. Sulla felicità i geni vanno anche oltre il 50, così come sul carattere.

  18. Ambasciator non porta pene 🙂 igenitorialitaedintorni.wordpress.com/2013/05/20/possono-uomini-e-donne-trovare-una-strada-comune-per-combattere-ogni-genere-di-violenza-senza-ideologie-usare-il-termine-femminicidio-aiuta/

  19. manca una b davanti a link.. oopps, i link giusto è bigenitorialitaedintorni.wordpress.com/2013/05/20/possono-uomini-e-donne-trovare-una-strada-comune-per-combattere-ogni-genere-di-violenza-senza-ideologie-usare-il-termine-femminicidio-aiuta/

  20. Rita, ma che dici? Ti sono grato della tua “ambasciata”. Diana mi ha segnalato l’ articolo via facebook, l’ ho letto stamattina in treno e riporto anche qui la mia reazione:

    Diana, grazie per la dritta. Trovo che la riflessio
    ne di Ettore sia pacata quanto profonda, proprio quel che ci vuole; anche se non la contrapporrei al mio post, in fondo parlando del fenomeno si puo’ sia “descrivere” che “prescrivere”.

    L’ articolo mette al centro l’ “empatia”, ma che differenza c’ è tra “empatia” e “preferenza”? Io prediligo il secondo concetto, Ettore il primo.

    La razionalità, sia chiaro, non riguarda le “preferenze” in sé quanto la coerenza nel comportamento di chi nutre certe preferenze.

    E’ perfettamente razionale che una società cambi le pene quando cambiano le “preferenze relative” intorno a certi comportamenti criminosi.

    [Ma le preferenze etiche cambiano facilmente? La psicologo della personalità sembra dirci di no. In mancanza di cambiamenti strutturali del mondo in cui viviamo le preferenze etiche dell’ individuo persistono in modo sorprendente, al di là della vernice che le ricopre]

    In altri termini, Cazzullo e la Boldrini non devono comunicarci quanto per loro sia “particolarmente odioso” il femminicidio ma quanto per loro, prima, un tale crimine non fosse affatto “particolarmente odioso”. E’ il cambiamento delle preferenze che giustifica un cambiamento nelle pene.

    In realtà, e lo capiscono anche i bambini, nel caso specifico del femminicidio siamo di fronte a una campagna moralista e politicizzata a cui la Boldrini è organica da sempre; il “moralista politicizzato” non si preoccupa tanto delle sue preferenze, quanto di cambiare quelle altrui attraverso una “campagna”.

    Uno sforzo destinato al fallimento, dirà lo psicologo.

    Niente affatto, dirà il sociologo: si puo’ facilmente creare un clima artefatto in cui i più falsificano le proprie preferenze, un ambiente in cui chi trova il femminicidio solo “odioso” e non “particolarmente odioso” si vergogni di sé rinunciando al dibattito pubblico ed entrando a far parte della cosiddetta “maggioranza silenziosa”.

    La differenza che rileva è dunque quella tra “preferenza profonda” e “preferenza falsificata”. Chi “descrive” e appronta una strategia d’ azione fa bene a considerare la dinamica delle seconde, ma chi si limita a prescrivere dall’ “alto” (della sua bolla?) è tenuto a concentrarsi sulle prime.

    P.S. Per approfondire il concetto di “preferenza etica costante” consiglio il lavoro del duo McCrae/Costa (psicologi della personalità).

    Per approfondire il concetto di “preferenza etica falsificata” consiglio il lavoro di Tim Kuran (sociologo).

  21. Un giorno o l’altro parleremo anche approfonditamente del perchè e del percome di un qualsiasi scritto ognuno prende una parte, una frase e lo elegge a significato del pezzo :-P. Polarizzante qui lo intendo come estremizzante. Non credo che Ettore neghi che esistano i poli. (il mio amato concetto di yin e yang) consiglia di rifuggire la tentazione di assolutizzare il “proprio” polo preferito senza fluire come onde tra i poli 😛
    Gnente da fa.. due mi piace, Mi piace stare in due. Mi piace l’idea del “due”. Perchè è la scissione in due che consente la vita. Perchè sono una contabile e amo la partita doppia, che riconduce a somma zero perchè un dare ha sempre un avere, altrimenti qualcosa non va. Perchè è il nucleo più piccolo di socialità umana e per un sacco di altre cose che sono fuori tema. 😛 . Tornando i.t. ho letto velocemente il pezzo di Riccardo sulle preferenze. Nella vana attesa che trovi il tempo di andar a verificare i lavori consigliati per capire bene cosa intende col concetto, lo dico con parole mie. Perchè mi sembra ci sia un’analogia, non per altro. Io ho sempre sostenuto che non esiste una “legge antimaschile”, Non esistono infatti articoli di legge che dichiarino apertamente l’inversione dell’onere della prova, in caso di denunce per molestie sessuali, per esempio, (perlomeno in Italia, nel Regno Unito non sono sicura, sicuramente è stata proposta e sostenuta e non so se sia stata approvata) così come non esiste un articolo di legge che specifichi che l’affidamento o il mantenimento dev’essere dato al coniuge donna. Esiste un pregiudizio moralista culturale in cui sono immersi gli stessi giudici, per forza di cose. Esiste un orientamento giuresprudenziale che non può non attingere a quello che Riccardo chiama le “preferenze relative” Peraltro in contrasto col corpus del diritto che mi pare fondato sull’insieme delle cose che metterei sotto il nome di “preferenza etica costante”. Di qui le sentenze altalenanti, oggi condanno sulla base della credibilità della parola dell’accusante (che è elemento probante, ma è il Giudice – che è elemento umano- che stabilisce la credibilità e non può non farlo anche in base alla preferenza etica relativa, per quanto si sforzi), domani assolvo per lo stesso motivo. Oggi affido il bambino ad una mamma alienante, domani glielo strappo per riaffidarlo al padre, dopodomani glielo riaffido e poi ricambio.
    MI sono capita?

      1. sparavo anch’io… nel frattempo mi sono persa fra le domande di Ric. Non sono sicura di saper rispondere a tutti quindi ancora non so se posso entrare di diritto nel club degli autorizzati alla polarizzazione. Alla prima domanda, comunque. La polarizzazione chiave per me è M/F. Perchè è la prima, la più basica e naturale differenza che si incontra nel cammino. Prima di qualsiasi altra che è molto più culturale che naturale. Da cui derivano tutte le altre (perlomeno quelle inerenti al fattore umano). Tra l’altro due poli che NON possono esistere uno senza l’altro, pena l’estinzione (a meno che la tecnica non prenda definitivamente il sopravvento, ma per il momento non se ne parla) e quindi non si può (o non si dovrebbe) parlare di una parte che vince sull’altra. Ed è anche la risposta alla domanda 3: un sistema in cui ciascuna delle due parti è interdipendente dall’altra. In un sistema siffatto l’unico modo per denigrare l’altra parte (se si passa dalla collaborazione alla competizione con l’altra parte abbandonando quindi l’idea che non può esistere vincitore e perdente in un sistema simile (per dirla alla Warren Farrell.. quando un sesso soffre anche l’altro ne risente) è denigrare sè stessa.

  22. Descrivi un vulnus ineliminabile, Rita. Se penso a un tampone, penso a forme di concorrenza tra Tribunali. Una coppia si sposa ed elegge un foro che ritiene equo per regolare eventuali magagne future. Naturalmente con ripercussioni sui giudici scartati dai più, ovvero gli ideologizzati. Vogliamo parlare di “voucher giuridici”? Fantagiustizia!

    Comiciamo a tappare le buche nelle strade 🙂

  23. Lo ammetto, sono un fan della “polarizzazione”. A che serve pensare se non si semplifica (rischiando sempre la semplificazione)? Nel mio blog ho persino la tag “great divide”.

    Ricchi/poveri, raccoglitori/agricoltori, lontano/vicino, personale/astratto, cultura/natura, liberale/fascio-comunista, oriente/occidente… non potrei farne a meno.

    Ma è autorizzato a “polarizzare” solo chi risponde a queste domande:

    1. Perché ritieni di aver posto una polarizzazione chiave che ne sottende molte altre?

    2. In base a cosa le persone si schierano nella P che poni?

    3. Perché la P che poni persiste senza che vinca nessuna delle parti?

    4. Come potrebbe vincere una delle due parti?

    5. Perché una delle due parti dovrebbe essere superiore all’ altra?

    6. Come potrebbe una delle due parti accorgersi di aver torto?

    7. Ipotizza almeno 3 compromessi possibili

    8. Cita almeno tre persone che ritieni in buona fede, che rispetti ma che militano nella sponda opposta alla tua.
    ric

  24. Maschio/Femmina è un ottimo “great divide”, anche se personalmente lo inglobo in quello più ampio Lontano/Vicino. Scommetto però che diana non gradisce (al di là del fatto che non gradisca le polarizzazioni in genere).

    Ma cosa temi, diana? Una volta ammesso che esiste una differenza innata importante tra uomo e donna cosa potrebbe mai succedere secondo te, per esempio a livello politico? Perché non smetti di litigare con la scienza più solida e ti “converti” rassicurata anche dai chiarimenti forniti da Rita?

    Scusa se ti stuzzico, lo so bene che la domanda diretta ti fa andare in bestia 🙂

    1. ho dato un’occhiata ma non ho visto l’inglobazione M/F. D’istinto ingloberei l’elemento F nel vicino e M nel lontano. Ma non so se mi viene “così” perchè sono F o perchè si associa F alla tana. alla mamma, alla gravidanza. L’elemento freddo nella filosofia Tao è associato all’elemento femminile (la Luna) e l’elemento caldo all’uomo (il Sole) mentre in questa classificazione il freddo è nel lontano e il caldo nel vicino.

    2. @ ric dell’ultimo commento: “scusa se ti stuzzico…”)
      No, hai ragione.

      Non è un caso che a un certo punto io abbia “incontrato” – cioè scelto di fermarmi a leggere e a conoscere – Rita. Penso che potrà traghettarmi verso terreni meno idiosincratici. Ha il tono giusto, per me. (Oltre che l’intelligenza, per farlo) Ogni volta che obietta alle mie affermazioni, lo fa sempre senza la minima traccia di disprezzo, aggressività o impazienza. Hai detto poco? Per me, è oro. MI aiuta a prendere in considerazione i suoi argomenti. E, spesso, a trovarli ragionevoli. Poi resterò sempre quella che sono, certo (sai come la penso sulle “impronte culturali precoci”), ma tenendo una porticina aperta a tutto il resto.

  25. se Dia non la smette di farmi i complimenti divento red (che per inciso è near). Peraltro da quando la frequento mi viene spesso di darmi un tono intercalando termini inglesi. E’ una cosa alquanto pericolosa quando non si conosce esattamente la lingua.

    1. Rita, parli forse di Ying e Yang perché padroneggi il cinese? 🙂

      In fondo l’ uso di altre lingue è concesso solo finché si fa riferimento a concetti elaborati in altre tradizioni culturali.

      “Great divide”, dopo il discredito della dialettica hegeliana, è un concetto che non significa niente o ha significato solo negativo da noi. Tanto è vero che dire “sono in favore della polarizzazione” è a dir poco provocatorio.

      “Near/Far” è un concetto che fa riferimento alla “construal psychology”, una tradizione di pensiero anglosassone. In effetti è un po’ stupido renderlo come avevo fatto inizialmente con lontano/vicino.

      L’ uso dell’ inglese dovrebbe essere ammesso solo quando equivale a un link.

      Dire “visione” e dire Weltaschauung sono cose ben diverse anche se si tratta di sinonimi. Il secondo termine designa una tradizione di pensiero e in certi casi deve essere impiegato anche da chi non conosce il tedesco.

      Perché ripeto la noiosa tiritera? Fa parte del mio approccio: per ogni argomento abbordato sul social network ci sono almeno una decina di studiosi seri da tutto il mondo che hanno dedicato la vita ad approfondirlo producendo una cospicua letteratura. Anziché rompersi le meningi converrebbe consultarli e scegliere poi l’ opzione più confacente alla nostra sensibilità, ma così facendo devi necessariamente riferirti a una certa tradizione culturale. Da qui il fioccare di lingue esotiche.

      P.S. Lo so che stavi scherzando, non voglio essere pedante :-)… ho solo colto la palla al balzo per un esame di coscienza, se non si approfitta di queste occasioni… Spero non ti dispiaccia.

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