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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Primo maggio di lotta e di governo

il nemico pubblico numero uno è comune: la disoccupazione.

Comune a sindacati, confindustria e governo.

Comune anche l’ arma scelta per aggredirlo: meno tasse sul lavoro.

Questa comunità d’ intenti ci rassicura sulla ritrovata coesione delle forze sociali nel far ripartire la “macchina”.

Ma è anche sospetta: tutti usano le stesse parole ma siamo sicuri che dicano la stessa cosa?

lavoro

Bonanni, noto sindacalista:

… bisogna ripartire dal lavoro, non dobbiamo colpirlo ma agevolarlo… meno tasse… è necessario che al lavoratore restino in mano più risorse da spendere per i suoi bisogni… buste paga più gonfie per ripartire con il lavoro…

Siamo sicuri che Bonanni o la Camusso abbiano in mente i disoccupati?

Se penso a un sindacalista preoccupato della disoccupazione mi vengono in mente le volpi a cui si affidano le chiavi del pollaio.

Mi dite quanti disoccupati troveranno lavoro se gli sgravi fiscali beneficiano il lavoratore?

Probabilmente zero: perché dovrei assumere un nuovo lavoratore se per me il costo del lavoro non cambia?

Con buste paga più gonfie, forse qualcuno che prima non lavorava deciderà di farlo, ma nessun disoccupato verrà riassorbito. In gergo si dice che l’ occupazione aumenta ma la disoccupazione resta stabile.

***

Solo una riduzione fiscale a beneficio dei datori di lavoro colpisce la disoccupazione.

E quali sono le tasse “a carico” esclusivo dei datori di lavoro?

Difficile dirlo, di certo l’ Irap ha più chance dell’ Irpef sugli stipendi, ma Bonanni e la Camusso si guardano bene dal parlare dell’ Irap.

***

Qualcuno dice: ma buste paga più gonfie rilanciano la domanda!

Sempre che “rilanciare la domanda” non sia poi quel fuoco di paglia che non scalda nessuno, bisognerebbe capire se le risorse destinate a “gonfiare” quelle buste paga sono dirottate  da risparmi improduttivi.

Ebbene, a parità d’ indebitamento, in genere sono risorse destinate a spese alternative, quindi avrebbero “rilanciato la domanda” in modo altrettanto dinamico.

***

Qualcuno tra i miei amici “di destra” dice che chi non lavora e si lamenta quasi sempre è un “falso disoccupato”, un “disoccupato volontario” (è tale solo perché sceglie di esserlo).

Non dobbiamo preoccuparci troppo di loro, e, in ogni caso, gonfiare le buste paga è utile per combattere il fenomeno della falsa disoccupazione.

Se sono disoccupato perché non trovo un lavoro da astronauta, quando gli operai verranno pagati di più, accetterò mio malgrado di fare l’ operaio togliendomi dall’ esercito dei disoccupati e cessando così di fare lo “schizzinoso”.

Se ero disoccupato solo per il fatto che il lavoro non mi è offerto nella mia città, forse una busta paga più pingue puo’ aiutarmi.

Se ero disoccupato perché il sussidio di disoccupazione è tanto comodo, forse una busta paga più pingue puo’ convincermi a cambiare idea.

***

Io penso invece che gran parte della disoccupazione sia autentica.

La disoccupazione è molto dolorosa, difficile sia volontaria. Le ricerche sulla felicità delle persone sono abbastanza convincenti.

***

Se la disoccupazione è autentica, ovvero involontaria, va affrontata con i soliti ferri del mestiere, in particolare penso alla legge di domanda e offerta.

La legge ci dice che, in presenza di un eccesso di offerta, il prezzo della merce deve scendere affinché l’ eccesso sia riassorbito.

Ma il mercato del lavoro sembra restio ad accettare questa legge: esiste una rigidità dei salari nominali verso il basso. E’ stato Keynes il primo economista ad accorgersene.

I Keynesiani sembrano rassegnarsi al fenomeno: i salari non possono scendere, punto e basta.

Il sospetto è che, essendo i keynesiani ideologicamente a sinistra dello spettro politico, il retro-pensiero sia: i salari non devono scendere.

Una volta mischiati per benino positivo e normativo, i keynesiani si dedicano a battere vie improbabili.

A destra invece non esistono remore del genere e si studia con fervore il modo di abbattere i salari affinché il mercato del lavoro funzioni esattamente come gli altri.

***

Come far scendere i salari nominali e riassorbire la disoccupazione?

Ci sono alcune ricette “di destra” dalla logica inattaccabile: meno regole, meno diritti sindacali, meno salario minimo, meno…

Meno di tutto cio’ e la disoccupazione riceverà un colpo mortale. Capite bene come mai Bonanni o la Camusso non saranno mai nemici mortali della disoccupazione.

Il funzionamento del mercato è in gran parte inquinato da queste incrostazioni che generano disoccupati a go-go.

***

Ma c’ è anche un’ alternativa che a destra non si prende mai in considerazione: più inflazione.

In periodi recessivi l’ inflazione è spesso il modo più efficace per diminuire i salari reali quando quelli nominali sono rigidi.

Poiché l’ imprenditore è in grado di adeguare i suoi prezzi al costo della vita, l’ inflazione diminuirà il costo reale del lavoro riassorbendo le eccedenze, proprio cio’ che la destra vuole.

In passato qualcuno ha definito l’ inflazione come una tassa, da qui il paradosso: più lavoro con più tasse sul lavoro.

La tassa che ho in mente è naturalmente l’ inflazione.

I miei amici di destra sono preoccupati: ma che c’ entra l’ inflazione con il libero mercato?

Dimenticano che esiste una Banca Centrale.

Chiedo loro: che c’ entra la Banca Centrale con il libero mercato?

Forse che una politica della banca centrale tesa a targetizzare il tasso d’ interesse a breve è più “pro-market”? Oppure lo è una politica che stabilizza la crescita di M2? Oppure lo è una politica che congela la base monetaria?

Secondo me la politica della Banca Centrale più “pro market” è quella che stabilizza il PIL nominale, e in periodi recessivi questo significa solo una cosa: più inflazione. Da cio’ derivano salari reali più bassi, quindi più lavoro e più crescita.

 

6 risposte a “Primo maggio di lotta e di governo

  1. davithegray 02/05/2013 alle 10:22

    L’ipocrisia di tutti i ragionamenti che si sentono sul “cuneo fiscale” è insopportabile.
    Diciamo la verità piatta piatta: i lavoratori dipendenti sono esenti dall’IRPEF. Gliela paga il datore di lavoro, con cui contrattano lo stipendio netto, e le tasse sono problemi suoi.

    Non parliamo poi dei pubblici dipendenti: lo stato gli paga l’IRPEF che poi rientra nelle sue casse. Ma se evitassimo del tutto questo ridicolo giro di denaro virtuale, quanto risparmierebbe lo stato solo in costi legati alla gestione buste paga? Sì, ma sarebbero altre migliaia di dipendenti inutili lasciati a casa. E poi, come potrebbe il mare di gente stipendiata dallo stato continuare a gridare i soliti slogan “i dipendenti sono gli unici che pagano le tasse, gli altri sono tutti evasori”?

    Non so se una politica di inflazione dell’euro, anche ammesso che la Germania l’accettasse, risolverebbe i problemi. Probabilmente diventeremmo più competitivi sul mercato globale, e le delocalizzazioni sarebbero meno appetibili (ma è rimasto ancora qualcosa da delocalizzare?). Ma l’inflazione non si ripercuoterebbe solo positivamente sui costi del lavoro, ma anche negativamente sull’acquisto di energia e materie prime, avvantaggiando solo gli imprenditori con bilancio commerciale in attivo sui mercati extra-CEE.

    Per me l’unica via di uscita è la riduzione dei costi pubblici. Drastica. E tagli alle pensioni calcolate con il sistema retributivo e a quelle “baby”. Soprattutto su quelle dei pubblici dipendenti, che hanno già vissuto una vita lavorativa di privilegi. Sono “diritti acquisiti”? E chissenefrega. Facciamo salva una quota minima (es. 1000 euro mese), il resto si arrangi.

  2. broncobilly 02/05/2013 alle 11:00

    Hai ragione a dire che la Germania non accetterà mai politiche inflattive. Almeno, finora ha fatto risuonare forte e chiaro il suo “nein”. Nel suo dna c’ è ancora la paura dell’ iperinflazione weimeriana.

    Non penso proprio però che l’ inflazione, qualora venga realizzata, colpisca tutti nello stesso modo. Chi puo’ adeguare le sue entrate al costo della vita ne esce incolume o avvantaggiato. Sono soprattutto i lavoratori dipendenti con stipendi non indicizzati (praticamente tutti) ad esserne colpiti, e questo agevola la lotta alla disoccupazione poiché equivale a riduzioni di stipendio e quindi a riduzione del costo del lavoro.

    Chi paga le tasse sul lavoro? L’ imprenditore e solo lui? E perché mai?

    Il fatto che si contratti sul netto non significa granché, tutte le parti fanno i loro conti e chiudono la trattativa avendo ben presente il costo fiscale. Il costo fiscale è ripartito come tutti gli altri costi relativi al contratto, ovvero in relazione all’ elasticità di domanda (imprenditori) e offerta (lavoratori) di lavoro: se l’ offerta di lavoro è più elastica verso il basso (e per i lavori più umili è senz’ altro così), le tasse vanno in misura preponderante sul datore di lavoro. ma in altri casi è vero il contrario. C’ è poi da far notare che con la contrattazione collettiva molti dei costi a carico dei lavoratori vengono scaricati su quei lavoratori che non verranno mai assunti alle condizioni fissate, ovvero i disoccupati.

  3. davithegray 02/05/2013 alle 11:24

    Chi puo’ adeguare le sue entrate al costo della vita ne esce incolume o avvantaggiato.

    Non funziona così. Senz’altro lo possono fare in piccola parte i professionisti, soprattutto quelli di certe categorie privilegiate. Dal notaio (o dal commercialista…) ci devi andare, se aumenta la tariffa ne cerchi un altro, se fanno cartello e l’aumentano tutti paghi e taci. Già dal parrucchiere e dal dentista, però, le cose cambiano. Se aumentano troppo i prezzi, o i clienti si impoveriscono troppo, taglieranno i capelli una volta in meno, o faranno a meno di raddrizzare i denti. E capisci che la tua affermazione non sta più in piedi. Non parliamo poi dell’industria: lì si compete ormai in modo spietato. “Adeguare” le proprie entrante lo si fa, certamente, ma purtroppo al ribasso.

    Chi paga le tasse sul lavoro? L’ imprenditore e solo lui? E perché mai?

    Questo è un dato di fatto. Anche fisicamente, chi fa i versamenti con l’F24? Il dipendente? Credo che la maggior parte dei dipendenti non abbiano nemmeno una chiara idea di quanto il loro datore di lavoro versi di tasse sul loro stipendio. Certo, lo fa per conto loro come “sostituto di imposta”. Per chi ama la forma, questo significa che alla fine sono soldi del dipendente. Ma la sostanza è ben altra.

  4. broncobilly 02/05/2013 alle 11:38

    Sul primo punto. L’ inflazione è un fenomeno monetario: non incide sulla ricchezza (reale) ma, al limite, sulla sua redistribuzione. Si tratta solo di far circolare più banconote. A parità di ricchezza ci sarà quindi chi ne esce meglio e chi ne esce peggio. Questo è vero per definizione. Ci sarà chi migliora il suo reddito reale e chi lo peggiora. I dipendenti a reddito fisso (insieme ai pensionati) costituiscono la gran parte della seconda categoria proprio perché sono “a reddito fisso”.

    Sul secondo punto. Un conto è stabilire “chi paga” l’ imposta (chi porta materialmente i soldi all’ esattore), un altro è stabilire “su chi grava” l’ imposta (chi ne sopporta il costo).

  5. davithegray 02/05/2013 alle 11:47

    Infatti ho scritto “anche” fisicamente. Certo, è una cosa su cui si può discutere: infatti, se le aliquote IRPEF variassero, questo varierebbe il netto che il dipendente porta a casa. Quindi, apparentemente gravano su di lui. Ma liquidarla così è assolutamente semplicistico. Se per ipotesi, infatti, le aliquote venissero azzerate, davvero una donna delle pulizie porterebbe a casa 2000 euro al mese? Non credo proprio: se ne troverebbero mille altre disposte a lavorare per la metà. Da questo dovrebbe essere semplice capire su chi gravino realmente le imposte.

    Sul primo punto, non posso che riscrivere quello che ho scritto. I redditi fissi in effetti non possono che smenarci temporaneamente qualcosa (poi i redditi si adeguano all’indice inflattivo). Sugli altri, invece, di adeguamenti ISTAT non se ne parla. Pertanto possono crescere (e spesso è stato così), o decrescere (come credo sarebbe probabile in un periodo pre-depressivo come questo).

  6. broncobilly 02/05/2013 alle 15:29

    1. L’ inflazione è un fenomeno strettamente monetario (+ banconote in circolazione) che porta scompiglio ma senza intaccare la ricchezza reale, che resta sempre quella. Cio’ significa che per ciascun individuo che si impoverisce a causa degli aumenti di prezzo c’ è qualcuno che si arricchisce in pari misura.

    Il barbiere si arricchirà o si impoverirà? Dipende dalla rigidità e dalla composizione della sua clientela: predominano “arricchiti” o “impoveriti”? Il suo servizio è ritenuto importante o rimpiazzabile? Eccetera.

    2. In equilibrio io pago il mio lavoratore 100. Viene introdotta una tassa di 20 che mi sobbarco interamente (in linea con la tua teoria); cosicché, ora, il costo del lavoro che devo sopportare è 120. In altri termini: io pago quel lavoratore 120 pur di avere i suoi servigi. Domanda: ma perché inizialmente quel lavoratore mi aveva chiesto uno stipendio di 100 quando io ero disposto a spendere 120 pur di usare i suoi servigi? Domanda imbarazzante per chi sostiene che le tasse sul lavoro vengono pagate sempre e solo dal datore di lavoro.

    La distribuzione del carico fiscale dipende invece dall’ elasticità di domanda e offerta di lavoro. In altri termini, chi guadagna bene e ha poche alternative per guadagnare altrettanto bene, si affretta ad accollarsi la fetta maggiore delle imposte. E’ chiaro che chi già percepisce un salario di mera sussistenza non verrà mai appesantito con carichi fiscali, visto che costui ha una chiara alternativa preferibile: morire di fame senza la scocciatura di lavorare otto ore al giorno. Al contrario, l’ imprenditore che guadagna bene e non è in grado di fare altrettanto bene in altri settori, è facilmente “ricattabile”. Ma ci sono anche altre situazioni grazie alle quali l’ imprenditore puo’ “scaricare” l’ onere; c’ è per esempio l’ imprenditore che puo’ dire in modo credibile al lavoratore: o partecipi anche tu o punto tutto sui robot. Ci sono poi anche lavoratori ben stipendiati che difficilmente potrebbero essere altrettanto valorizzati in altre imprese o in altri settori: a costoro conviene accettare un carico fiscale cospicuo. Insomma, è la presenza di alternative altrettanto lucrose rispetto a quella in essere che determina l’ elasticità delle curve di domanda e offerta. Io qui parlo in generale e in generale non si puo’ dire che il fisco sul lavoro sia a carico esclusivo dell’ imprenditore. Se poi si passa ai casi specifici la matassa si fa talmente intricata che non oso nemmeno metterci becco.

    ***

    Inflazione e incidenza dell’ imposta sono temi complessi con una vasta letteratura. E’ cosa buona e giusta cercare da sé una possibile soluzione generale. Ma dopo averlo fatto è consigliabile consultare i lavori di chi ha sviscerato i problemi fino in fondo.

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