La mamma peggiore del mondo

In margine alla lettura di Lenore Skenazy – Free-Range Kids, how to rise safe, self-reilant children (without going nuts with worry).

Il processo subito da Lenore Skenazy ha avuto una certa risonanza internazionale, la giovane mamma doveva difendersi dall’ accusa di aver concesso al figlio (9 anni) di prendere in solitudine la metro newyorkese, una superficialità che ha attirato il biasimo di molti genitori, nonché le attenzioni della Giustizia americana. In questo libro la Skenazy si giustifica e spiega perché ha scelto senza tanti rimorsi di diventare a tutti gli effetti la “peggior mamma del mondo” .

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Si parte in quarta sostenendo che in famiglia un bimbo se la passa più o meno bene, in estrema sintesi puo’ essere:

– curato,

– trascurato o

– sovraccurato.

“Sovraccurato” è un termine che mi sono inventato per l’ occasione in mancanza di meglio. Sara suggerisce “viziato”, ma non è quella la parola giusta, fidatevi.

La lacuna del vocabolario che mi tocca colmare in modo tanto goffo è dovuta forse al fatto che molti nemmeno riescono a realizzare il concetto che  designa un termine del genere.

Questa impotenza è illustrata in modo vivido nelle cause di divorzio: qui i figli vengono affidati regolarmente al genitore che si dedica  di più a loro, compito del giudice è individuare il coniuge che spende maggiori energie nell’ educazione della prole. L’ idea che esista un genitore che spenda troppe energie è inimmaginabile: chi “cura di più”, “cura meglio” per definizione.

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Siccome LS si propone di mettere in dubbio questo assunto, è ben presto assurta a notorietà come “la peggior mamma del mondo”.

Forse nel tentativo di alleggerire la sua posizione e la denigrazione di cui è oggetto, LS sostiene in modo vibrante che un figlio liberato dalle molte forme di sovraccudimento così tipiche dell’ ansioso stile educativo contemporaneo, diventi poi un adulto più responsabile e maturo. Non soffocare il piccolo con l’ ossessione della sicurezza è un modo per allevarlo meglio.

La mia idea: non penso proprio.

Che esista un “sovraccudimento” è verosimile, ma non penso proprio che la cosa rechi gran danno all’ adulto futuro, ovvero il bambino “sovraccudito”. Semmai reca danno agli adulti presenti, ovvero i genitori “sovraccudenti”. Sono sempre così stressati…

Il che, purtroppo, aggrava la posizione di LS. Infatti, per quanto il suo consiglio di “prendersela comoda” con i bambini sia sensato, diverrebbe a questo punto un consiglio sospetto di mero egoismo, un sospetto che mantiene esacerbandola la stimmate di “mamma peggiore del mondo”.

In questi casi, per chi tiene alla propria reputazione, non resta che mettersi sulle piste del saggio Bryan Caplan, il quale propone: “prendetevela comoda con i figli che avete e investite le energie così risparmiate facendo altri figli”.

E bravo Bryan: la cosa è sia vera (c’ è forse un investimento migliore delle energie in eccesso?) che furba (l’ amore per i bimbi riabilita anche il calcolatore più gretto).

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La “bolla” sulla sicurezza dei bambini ha conseguenze spiacevoli:

… se un politico vuole segnare dei punti, basta che proponga qualcosa collegato alla sicurezza dei bambini: balordi, rapitori, germi, voti, adulti, insetti, frustrazioni, bulli, giocattoli dalla Cina, molestatori, notti passate fuori casa, gite scolastiche… i nostri bambini sono assediati da mille minacce e necessitano di un aiuto continuo… l’ ossessione per la sicurezza non è solo un portato culturale dei nostri tempi ma si ripercuote pesantemente nell’ iper-regolamentazione ministeriale che cala come una cappa asfissiante sulla vita di tante famiglie con prole…

Se per un martello tutto cio’ che incontra appare come un chiodo, per un’ agenzia governativa dedita alla sicurezza dei minori tutto assume i contorni di minaccia incombente.

LS sembra ventilare l’ ipotesi che la burocrazia sia all’ origine di comportamenti assurdi in tema di sicurezza.

… il messaggio che si fa passare ai genitori è questo: i funzionari statali crescono i vostri figli meglio di voi… il messaggio ai bambini non è meno deleterio: sei un piccolo e debole bimbetto… ma non preoccuparti, il governo si prende cura di te e ti difende (soprattutto da mamma e papà)…

La mia opinione: non penso proprio.

La fissa è radicata innanzitutto nella psiche di noi genitori, non nascondiamocelo scaricando su terzi le responsabilità.

Certo poi che al burocrate non sembra vero e coglie la palla al balzo mettendosi all’ opera per soddisfare questa domanda preesistente di “sicurezza inutile”.

Sono gli attivisti, ovvero la società civile, e non i funzionari del ministero ad agire per primi. L’ ansia dei genitori va compresa ed esiste a prescindere dalla speculazione politica di cui è successivamente oggetto.

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LS non si lamenta certo per le vaccinazioni contro la difterite e la polio, oppure per i seggiolini imposti sulle autovetture. E’ felice anche che oggi si parli apertamente degli abusi infantili e si crei un clima favorevole alla loro denuncia. Il suo libro è attento a ben altre questioni.

Alle leggi che vietano il sapone liquido negli asili, per esempio.

Alle condanne subite da genitori  con l’ ardire di ammollare alla baby sitter ben tre fratellini!

Alle vicissitudini giudiziarie della temeraria che ha consentito ai propri figli (8 e 6 anni) di raggiungere in perfetta solitudine il parco prospicente casa.

Al professore portato in giudizio per aver smontato un termometro in classe durante l’ ora di chimica affinché gli studenti dodicenni potessero prendere visione della  consistenza del mercurio.

E che dire di quei singolari cartelli che cominciano ad apparire in biblioteca?: “E’ proibito l’ accesso ai minori nei locali della biblioteca a  causa presenza di scaffali, sedie, tavoli e altra mobilia potenzialmente pericolosa”. Tavoli pericolosi? “(si potrebbe farne un film: “… il ritorno dei tavoli assassini…”). Facile in realtà prevedere cosa ci sia dietro queste presenze grottesche: un incidente, Mentana che sbraita in prima serata dando la notizia e un politico che deve mostrare a tutti i costi di “occuparsi della faccenda”.

Degne di nota anche le disposizioni che impediscono la presenza nei cortili di alberi con rami bassi e rocce seminterrate (ai miei tempi, lo ammetto, gli alberi con rami bassi erano molto ricercati).

Non dimentichiamoci delle grane che si è sobbarcata quella mamma spericolata che ha avuto l’ impudenza di chiedere ai figli (7 e 11 anni) di ritirare le pizze nella pizzeria dell’ isolato accanto casa.

E la mamma denunciata per aver vestito in modo troppo leggero il figlio appena accompagnato a scuola? Richiamata ha dovuto discutere di tog con i Carabinieri prima e con un PM dopo. Ne vogliamo parlare o no?

Se vi sfugge uno scapaccione, fate in modo che vi sfugga quando siete soli con vostro erede, in molti paesi sono pronti per voi le manette in caso di denuncia (inoltrata di solito da zelanti delatori civici – senza figli).

E’ capitato che un bimbo dimenticato in auto sia morto.  Ok. Capita però molto più spesso che un genitore lasci “un secondo”  il figlio in auto per comprare il giornale nell’ edicola al di là della strada e trovi al suo ritorno un poliziotto ad attenderlo, magari allertato dopo “un nano secondo” dal solito passante/cittadino/rompicoglioni esemplare. Siccome quel che segue tra l’ uomo in borghese e l’ uomo in divisa non è una semplice ramanzina, la cosa interessa e preoccupa molto LS.

Ormai si sarà capito che LS non è un’ accademica, è una giornalista. Il suo libro non costruisce teorie ma colleziona una sequela di esempi che illustrano in modo eloquente l’ ipotesi della “bolla di sicurezza” che è andata via via montando.

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Il principio di precauzione (worst-first-thinking), e la relativa paranoia per la sicurezza, generano aberranti illusioni ottiche: ogni bimbo solo in auto è in fase di disidratazione e ogni bimbo che si allontana venti metri dal focolare è destinato al rapimento.

… ma nel mondo reale il rapimento di bambini è talmente raro che se per caso voleste far rapire vostro figlio da uno sconosciuto, sapete quanto tempo dovreste farlo vagare in solitudine per le strade affinché si realizzi una probabilità credibile dell’ evento?… 750.000 anni!…

Poiché la sicurezza assoluta non esiste, le proibizioni potenziali sono infinite, un paradiso per burocrati col vizietto del paternalismo compulsivo.

Perché non vietare i lettini con spondina laterale reclinabile, per esempio?

Perché non farlo visto che nei nove anni precedenti sono morti ben 13 bimbi a causa di questo aggeggino malefico?

Pronti, il divieto è servito (negli USA Foppa Pedretti è fuori legge).

D’ altronde tredici vittime innocenti immolate sull’ altare della spondina reclinabile non sono fuffa!

Bè, chi ragiona così non conosce la regola aurea del giornalismo investigativo alla Gabanelli:

… Vuoi terrorizzare? Dài i numeri… Vuoi informare? Dài le percentuali…

Nel nostro caso le percentuali sono dello 0,000001… (e scusate se ho dimenticato qualche zero prima dell’ uno).

Insomma, le spondine della Foppa Pedretti sono molto più sicure delle sedie.

E oso arrischiare certi paralleli solo perché sento che non siamo ancora pronti per mettere al bando le sedie.

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Ebbene, secondo LS, quando il rischio-zero diventa l’ unico standard accettabile, quando il pensiero razionale è criminalizzato, i genitori sono forzati a pensare irrazionalmente.

Secondo me, invece, non c’ è bisogno di nessun incoraggiamento per ottenere questo bel risultato.

***

Il paradosso da spiegare ce l’ abbiamo davanti tutti i santi giorni: oggi i nostri figli sono MOLTO più sicuri di ieri e, contemporaneamente, i genitori sono MOLTO più ansiosi.

Secondo la Sara non si tratta di un paradosso: i nostri figli sono MOLTO più sicuri perché i genitori sono MOLTO più ansiosi.

Ma le cose non mi sembra stiano in questi termini: con il proprio figlio al sicuro un genitore dovrebbe rilassarsi, invece soffre come una bestia e immagina di continuo il pargolo in situazioni raccapriccianti (tipo infilzato dalle spondine Foppa Pedretti).

Occorrono allora spiegazioni alternative.

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Se il demonio che inziga i genitori non veste i panni dei poveri burocrati ministeriali, chi dobbiamo accusare? Chi innesca la spirale dell’ ansia da sicurezza?

Un sospetto attendibile ricade sui mass media: sono soliti accendere i fari sulla tragedia piuttosto che sul business-as-usual, e tutto cio’ distorce facilmente la nostra percezione della realtà (available bias).

Un altro sospetto è la demografia: oggi si fanno meno figli e su ogni figlio c’ è un investimento emotivo maggiore che in passato. Un tempo ciascuno di noi conosceva almeno una persona che aveva perso un figlio. La cosa, per quanto dolorosa, non era certo anomala.

Eppure non mi va di liquidare la pratica con mass media e demografia. Sento che c’ è sotto qualcosa di più sostanziale, qualcosa che  sta dentro di noi genitori e spiega meglio tutta la faccenda.

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Cerco allora di formulare una terza ipotesi avvalendomi di esempi tratti dalla mia vita quotidiana.

L’ altro giorno ero nella ressa del supermercato con la Marghe che faceva la “stupidina”, l’ ho richiamata all’ ordine. Senza molto successo, per altro.

Riflettendo a posteriori mi sono reso conto che quel richiamo era perfettamente inutile, e non ci voleva molto per capirlo se solo avessi tesaurizzato l’ esperienza passata: quando la piccola comincia a dar fuori è tempo perso riprenderla dicendo “allora marghe… adesso basta!” e cose del genere.

Tra tutte le soluzioni a disposizione, quella del richiamo stentoreo era la peggiore, eppure è quella che ho scelto.

Perché?

Perché non lo sapevo? No signori, in fondo lo sapevo e l’ ho sempre saputo. Al limite me lo sono nascosto.

Ma allora perchè?

Concedetemi una semplificazione, spero solo sia utile per far passare il concetto che mi preme; ammettiamo che in un’ occasione come quella del supermercato ci fossero solo tre modi per tranquillizzare la bimbetta. Li elenco in ordine di efficacia: 1) legarla con corde robuste al carrello della spesa e applicare un bavaglio brevettato, 2) trascurare per un attimo le sue esibizioni mostrando di essere interessati ad altro e 3) richiamarla ripetutamente in modo plateale fingendo di perdere la pazienza (o perdendola sul serio).

Va bene, la prima modalità la scartiamo per ovvi motivi, ma perché tra le due rimanenti ho scelto quella chiaramente meno efficace?

E il bello è che la risceglierei ancora se posto nella medesima contingenza; a questo punto la domanda puo’ essere riformulata in termini ancora più espliciti: perché ho scelto DI PROPOSITO la soluzione meno efficace?

Semplice, perché far cessare le pantomime della Marghe non era affatto il mio principale obiettivo in quel momento; mi premeva innanzitutto dimostrare agli sconosciuti intorno a me che ero padrone della situazione, che ero cosciente del problema e che tentavo in qualche modo di far qualcosa per arginarlo; davo a vedere di occuparmi della mia bimba e, come ci si aspetta da un bravo genitore, mi industriavo visibilmente per contenere i suoi atteggiamenti fuori luogo. Se avessi adottato la strategia migliore (silenzio e far finta di nulla) il mio segnale rassicurante non sarebbe passato e gli sconosciuti probabilmente avrebbero scosso la testa pensando: “ma guarda che roba… non c’ è più religione…  la bimba fa i numeri e il papà pensa ai fatti suoi…”. In altri termini, scegliendo la seconda opzione mi sarei “industriato” anche di più, ma non visibilmente.

I figli sono per noi qualcosa di prezioso ma sono anche lo strumento attraverso cui dimostrare agli altri quanto i figli siano preziosi per noi. Ci teniamo a far sapere che siamo dei genitori modello, e se essere genitori modello è troppo faticoso, ci teniamo comunque a non apparire trascurati.

Da genitore mi accorgo che gran parte delle interazioni avute con i bambini sono in realtà interazioni tra adulti.

E’ come se accudendo un bambino ci proponessimo due obiettivi concomitanti: custodire un valore e segnalare quanto per noi sia prezioso quel valore; questi due obbiettivi spesso richiedono strategie differenti e fanno sembrare irrazionali certi nostri comportamenti.

L’ ansia del giudizio altrui ci pervade e questo ci porta di continuo a scegliere soluzioni che sappiamo bene essere assurde per l’ accudimento in sè ma che risultano ottimali per strappare una buona impressione.

Una severa introspezione consente di vedere questo perverso meccanismo all’ opera ma quel che vediamo è solo la punta dell’ iceberg: il grosso delle pressioni che ci manipola è sommerso e si realizza eludendo la nostra coscienza, anche perché così si realizza molto meglio: lo spreco di energie convive male con una coscienza vigile.

Naturalmente quanto detto vale anche e soprattutto in tema di sicurezza. Fateci caso, se ci sentiamo in competizione con gli altri genitori, il fatto di assicurare i nostri figli molto più che in passato diventa del tutto irrilevante, visto che lo stesso fanno anche i nostri “rivali”.

Questa terza ipotesi spiega bene il paradosso dei bimbi iper-assicurati con genitori iper-ansiosi, il che segna un punto a suo favore.

Chiudo con qualcosa successo proprio ieri: dovevo spostare l’ auto di venti metri all’ interno del cortile e ho fatto sedere la Marghe sul sedile del passeggero (soluzione razionale) anziché imbragarla laboriosamente  nel suo seggiolino (soluzione assurda), proprio in quel mentre sopraggiunge mio cugino Angelo che ci sorprende in questa manovra e ci saluta con un sonoro “ciao Marghe!”. La Marghe, a cui non sembrava vero di stare dove stava (aveva già convulsamente premuto tutti i tasti abbassando finestrini, flettendo specchietti e azionando ventole fino a ieri a me ignote), comincia a urlare “Angelo, Angelo… guarda dove sono… guarda dove sono!”. L’ Angelo (padre modello) fa un sorrisetto, accenna ancora a un saluto e se ne va con l’ aria di dire “la prossima volta questa qui me la ritrovo al volante”.

Mi sono sentito una merda. Una merda razionale ma pur sempre una merda.

Ebbene, lo ammetto, in quel momento non mi consolava affatto sapere che la Marghe stesse vivendo un’ infanzia cento volte più sicura di quella vissuta da me!

Mi viene in mente un altro esempio. Capita ogni volta: la Sara mette la Vichi nel seggiolone affrancandola come si deve. Poi si siede a tavola. Dopo pochi secondi si alza e controlla che la Vichi sia ben affrancata. Io la rimprovero: “possibile che non sei sicura di aver fatto quel che hai appena fatto”. Risposta: “ma io sono sicura, solo che preferisco dare una ricontrollatina”.

Perché un comportamento tanto assurdo? Non lo so, quel che so è che esco di casa più tranquillo se affido i miei bimbi a una persona così “ridondante”.

Con le sue “assurdità” la Sara mi tranquillizza. Questa sua immagine mi seduce poiché preferisco la tranquillità all’ ansia.

Essenziale è che la Sara SIA così e non che FACCIA così (in mia presenza). Ma la Sara E’ così! Ne sono sicuro al 100% perché ho mille indizi per crederlo.

In ogni caso, una volta l’ ho spiata mentre era sola con la Vichi: appena seduta si è rialzata da tavola per dare la “ricontrollatina” di prammatica. Poteva essere altrimenti?

La Sara non cura la sua immagine per sedurmi, piuttosto genitori del genere sono un dono prezioso dell’ evoluzione, un dono fatto a padri razionali che una volta fuori  casa rendono molto di più se girano con un cuore tranquillo. 

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In questa sezione sosterrò che, data la premessa formulata più sopra, l’ adozione di molte Procedure di Sicurezza Inutili (PSI) a cui vengono sottoposti i bambini, diviene praticamente automatica anche presso soggetti ragionevoli e ben informati su quel che fanno.

Ma perché? Come puo’ essere tanto micidiale la trappola dell’ ipersicurezza? Perché non si limita a colpire i genitori sprovveduti?

In fondo, se sono ragionevole e so di essere di fronte a una PSI, rinuncio ad applicarla.

Il “ragionevole” rinuncia all’ inutile, è ovvio.

Sbagliato, e quel che ho detto nella sezione precedente spiega perché: poiché consciamente o inconsciamente tengo anche al giudizio degli altri, continuerò a richiamare la Marghe quando farà la stupidina al supermercato, ne va della mia immagine all’ interno della comunità adulta.

Ma le cose non finiscono qui.

Qualcuno infatti potrebbe dire: ok, ma se anche gli altri sanno che si tratta di una PSI, allora si puo’ rinunciare senza problemi all’ applicazione della procedura. Insomma, basta una conoscenza diffusa sulla reale natura della PSI e lo spreco si argina.

No!

No perché io “non so se voi sapete” e nel dubbio potrebbe convenirmi in ogni caso applicare la PSI.

E allora la condizione per non applicare la PSI diventa la seguente: “bisogna che sia io che voi sappiamo ma anche che io sappia che voi sappiate”. Un po’ complicato ma ci siamo arrivati.

Purtroppo non è così, sarebbe troppo bello: se so di essere chiamato ad applicare una PSI; se so inoltre che voi sapete che sono chiamato ad implementare una PSI, la cosa migliore da fare per me è ancora e comunque applicarla!

Perché?

Semplice, perché io non so se voi sapete che io so di essere di fronte a una PSI. Se voi pensate che io non conosca la realtà di come stanno le cose, pensereste male di me qualora rinunci a una PSI senza sapere che è tale. Potreste ragionare così: “lui forse crede di non essere di fronte a una PSI eppure non si dà da fare per applicarla… che padre degenere…”.

Da notare che anche se sapeste che io so di essere chiamato ad applicare una PSI, la scelta più ragionevole per me sarebbe ancora e comunque quella di applicare la PSI suddetta, sprecando così preziose risorse. E questo perché io non so se voi sapete che io so.

Non sapendo se sapete che io so di essere di fronte a una PSI, potrei pensare che vi aspettiate che io implementi la PSI giudicandomi male qualora non la implementassi. In altri termini, in mancanza di questa informazione sarebbe rischioso per me non applicare la PSI esponendomi così ad un giudizio negativo.

Come ormai è chiaro il gioco di specchi produce riflessi infiniti, cosicché la condizione sufficiente per non sprecare risorse e rinunciare alla PSI è molto particolare, i teorici la esprimono parlando di “conoscenza profonda”  circa la natura della PSI.

Ma la conoscenza profonda è una condizione difficile possa realizzarsi. Occorrerebbe una Voce Autorevole che gridi al megafono: “attenzione, attenzione, quella che avete davanti è una PSI ed è del tutto sciocco che vi diate da fare per applicarla!”. In questo modo verrei informato, ma soprattutto, anche nel caso sapessi già tutto, saprei che voi sapete. Non solo: saprei che voi sapete che io so, e così via all’ infinito: la Voce Autorevole forma nel gruppo una conoscenza profonda. Il bello è che anche se tutti noi sapessimo già in anticipo quel che dirà la Voce Autorevole, il fatto che sia Autorevole (con la A maiuscola) e che parli in un Megafono (con la M maiuscola) fa la differenza.

Tuttavia oggigiorno le Voci Autorevoli scarseggiano. Ci sarebbe Dio, ma a Dio quasi quasi non credono più neanche i credenti, e anche quelli sanno comunque di essere minoranza, il che rende Dio inadatto allo scopo. Ci sarebbe il Ministro-Burocrate, ma il Ministro-Burocrate, anche il più autorevole, non ha convenienza a pregiudicare cio’ che per lui e per la sua casta – lo abbiamo visto prima – è fonte di rendita.

***

Certo che basterebbe lasciarsi scivolare addosso il giudizio della gente e tutta questa congerie di problemi sarebbe superata. Ma l’ obbiettivo appare velleitario se è vero come è vero che l’ uomo è un’ “animale sociale”, ovvero che è cablato per fare l’ esatto opposto. Essere “animali sociali” consiste essenzialmente nel dare peso al giudizio altrui.

Cosa resta? Non lo so, forse un po’ d’ introspezione puo’ dare una mano. Parlo del vecchio esame di coscienza serale che il catechismo ci chiedeva di compiere inginocchiati davanti al letto. Io, nel mio piccolo, ho dato alla causa  scrivendo questo post.

***

Ma i genitori sono necessariamente persone ansiose dedite alle PSI o persone narcise dedite a curare la propria immagine in società? Che alternativa deprimente.

Forse possiamo mettere in campo un’ ipotesi meno disturbante.

Per formularla parto da lontano, parto niente meno che dall’ epidurale.

E’ una discussione avuta qualche tempo fa con il mio amico Alessio.

Noi cristiani siamo spesso accusati di esaltare la sofferenza per la sofferenza.

Dice l’ ateo Alessio: se all’ ospedale fatichi a procacciarti l’ epidurale la colpa è anche della “cultura cattolica” che pervade questo povero e arretrato paese, una cultura per cui “bisogna soffrire” per ottenere qualsiasi cosa.

Un tempo negavo alla radice l’ accusa, forse a causa di un riflesso condizionato difensivo. Ma oggi, devo ammettere, ne capisco meglio il senso e in parte mi vedo costretto a condividerlo.

Possibile però che gli insegnamenti di una cultura millenaria fossero così campati in aria? Possibile che non ci fosse niente da salvare?

A illuminarmi è stata la lettura di alcuni psicologi atei (Jonathan Haidt su tutti) che, studiando i segreti della felicità umana, invitavano a imitare la saggezza del passato, con una predilezione verso quella cristiana.

Il ragionamento sottostante era all’ incirca questo: certo, la sofferenza gratuita appare assurda, ma tutti noi abbiamo un ambito della vita in cui ci comportiamo in modo “assurdo”, un ambito in cui siamo dominati dalle passioni. E a chi manca un ambito del genere, lo cerca avidamente.

L’ ideologo che urla a squarciagola è tanto assurdo quanto il ricercatore che crede contro l’ evidenza più immediata nella sua teoria. Il giocatore che s’ innamora del suo cavallo delira quanto l’ imprenditore che s’ innamora del suo originale business.

E il tifoso? Anche scrivere un post tanto lungo senza essere pagati è abbastanza assurdo.

In questi eccessi a volte si annida la nostra rovina ma più spesso sta la radice del nostro benessere: la felicità richiede un impegno vitale.

Si tratta quindi di innamoramenti che ci portano a sovrainvestire nella “causa” sacrificandoci al di là di ogni calcolo razionale. Ma non si tratta di perversioni, bensì di atteggiamenti virtuosi e vantaggiosi.

Vantaggiosi per noi: la felicità dell’ individuo si realizza solo sentendosi coinvolti in una causa “alta” in cui esprimere la propria identità, e il coinvolgimento lo ottieni anche e soprattutto attraverso forme di sofferenza e trepidazione: senza un qualche sacrificio personale nulla ha sapore.

Vantaggiosi per la società: la presenza di avanguardie entusiaste disposte a sacrificarsi, apre poi la pista alla maggioranza ragionevole. Abbiamo tutti bisogno di gente che faccia il salto nel buio in nostra vece, la seguiremo illuminati dai bagliori dei loro schianti. Senza questi avanguardisti la società stagna.

E allora, mi chiedo, se proprio dobbiamo sceglierci una mania che ci realizzi, perché non sovrainvestire sui figli? Perché non dare tutto per loro (anche se basterebbe molto meno)? Perché, anziché limitarci a farne un valore da custodire razionalmente, non facciamo di loro la nostra vera passione?

Perché, in poche parole, non innamorarsi di loro?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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27 pensieri riguardo “La mamma peggiore del mondo”

  1. Dico subito che sono arrivata più o meno a metà, dove concludi il discorso sulla mamma ridondante e il marito razionale. (Molto bello!) Ormai i tuoi post sono veri e propri libri, o pamphlet, poco adatti ai tempi rapidi della lettura online, tra un lavoro/impegno e l’altro. Più adatti ad essere raccolti in un librone, da tenere sul comodino e da cui spilluzzicare qualcosa tutte le sere.
    Comunque credo che mi dilungherò un po’ anch’io, stasera.

    Lenore. Due cose.

    La prima. Mi sembra ottimo incoraggiare i bambini a cavarsela da soli. In linea generale. Ma non tutti i bambini sono uguali, e non tutti sono pronti nello stesso momento. Non c’è un’età universalmente giusta. Dipende. Ci sono genitori (forse la stessa Lenore) che esagerano, con l’autonomia, proprio per quel meccanismo che hai descritto nella scenetta del supermercato: per segnalare agli altri genitori, ai cosiddetti peers, la loro adeguatezza, per farsi belli, per arrivare primi. Per rassicurare se stessi sul proprio valore. Chi ha il figlio più indipendente e più figo? Chi è la mamma più tosta e alternativa? ecc. ad lib. Sono adulti competitivi e con una grossa ansia da prestazione (non solo genitoriale) che trasmettono ai figli. Finiscono quasi sempre per strafare, senza pensare a chi ne fa le spese.

    Un esempio di un bambino che non era pronto per la metro newyorkese.
    La mamma di N. è francese e ci tiene a presentarsi sempre come modello di madre non-mammona e non-italiana: noi in Francia facciamo così, noi in Francia facciamo colà. Quale occasione migliore del quinto compleanmno di N., per dimostrare quanto le mamme francesi sono più avanti delle nostre? E così il povero N. (già pieno di problemi, e non per colpa sua) si è ritrovato da solo su un aereo, a cinque anni, diretto in Francia a casa di nonni francesi che quasi non conosceva, per un soggiorno di un mese. Ricordo la mia pena, quando l’ho visto partire. Quando è tornato, gli ho chiesto com’era andata dai nonni, con nonchalance. Risposta: solo un “Bene”, serio. Punto. E io: “E sull’aereo? Com’è andata?” Risposta: “Non molto bene”. Fine. Non ha più detto una parola. Nessuno saprà mai, credo, che cosa ha pensato, di cosa ha avuto paura, se ne ha avuta, in volo e dai nonni-frigorifero, e come ne è venuto capo. E per alcuni questo è un bene. La mia opinione: non penso proprio.

    Un altro esempio. I bambini sentono le aspettative dei genitori, e tendono ad assecondarle e/o a collaborare. A volte arrivano addirittura a offrirsi volontari. Per due motivi, credo: 1) hanno paura di perdere l’amore del genitore; 2) sentono di doverlo sostenere e puntellare (più è esigente più è insicuro, e i bambini lo sanno), perché dipendono da lui, è istinto di sopravvivenza. Ecco perché dovremmo parlare col figlio di Lenore, e sentire la sua campana, per saperne di più sulla sua “smania di autonomia”. (da come scrivi sembra che lei abbia solo assecondato le richieste dei figli, ma non ne so niente)

    La seconda cosa. Sull’ossessione (americana) per la sicurezza.
    Gli Stati Uniti sono il paese dell’incubo “E io ti faccio causa!”. Non conosco i numeri e le statistiche, ma credo che se sbatti uno stinco contro il bancone di un bar e ti fai un livido, puoi fare causa al gestore e comprartici una casa al mare, con quello che ti deve dare. Un altro elemento da aggiungere alle ragioni della paranoia da rischi.

  2. Fantastici, Sara assurda e ric razionale! (O viceversa, però…)
    Esilarante l’aneddoto del parcheggio in cortile.
    Alle 3 opzioni al supermercato, ne aggiungerei una quarta, secondo me la più rapida ed efficace per tutti: il diversivo.
    Io che non ho figli giro sempre con qualcosa di buono da mangiare e qualcosa di divertente da fare in borsa, per i bambini DEGLI ALTRI.
    Alla Posta, sull’autobus, in banca, c’è sempre qualche bambino stanco, affamato o solo annoiato che si lamenta o “fa lo stupidino”. Io tiro fuori un ChupaChups da scartare e mangiare (ci vuole un po’, e richiede attenzione), un sonaglietto o un quadernetto con penna. A seconda dell’età. Tregua assicurata. Se la stupidera o il pianto non passano, allora il problema è più serio. Va capito.

    Ma c’è da dire che io in borsa mi porto sempre dietro tutto il possibile e immaginabile. Chiedimi a bruciapelo: non è che per caso hai del filo di nylon da canna da pesca, in borsa? E la risposta sarà: sì.

  3. Non c’è due, post contigui, senza tre.
    A Lenore direi di continuare così, se crede, ma di sorvegliare a) la sua tendenza a razionalizzare un po’ troppo (come il marito-Ric), e b) la sua tendenza a usare i figli per scopi (auto)promozionali e/o auto-terapeutici. E di verificare che i suoi figli non si offrano volontari per le grandi imprese metropolitane solo per fare contenta mammina e puntellare la sua autostima. A volte questa può diventare una maledizione, per chi se la porta appresso crescendo.

    Può darsi però che Lenore abbia un marito-Sara… che compensa, magari seguendo i piccoli a distanza, al parco o in metro, per un po’. (Speriamo.)

  4. In effetti si tratta di postaggi fluviali, anche se non mi costano molta fatica trattandosi di un rimaneggiamento copiaincollato dei miei appunti di lettura. Li ho sempre presi per non rileggermi i libri quando dopo qualche mese scompaiono dal palinsesto del cervello.

    Non ci avevo pensato: in fondo puo’ farti sentire figo anche avere un figlio molto autonomo. Hai ragione.

    Sulle aspettative dei genitori il tuo discorso fila, anche se contrasta con la mia esperienza personale: ho sempre fatto di tutto per deluderle. Ma forse c’ è stato un tempo in cui non era così.

    Capitolo Marghe. Proverò con i diversivi anche se non ho mai avuto le tasche da Eta Beta come te. Il suo problema è che è stata detronizzata dal seggiolino del carrello in favore della vichi. Anche se la cosa le è stata presentata con tutti i crismi come una promozione (ad “aiutante di spesa”) deve aver sentito puzza di bruciato. Anche perché non è poi così facile “aiutare” quando viaggi rasoterra rispetto ai banconi. Insomma, non sa se essere felice.

    p.s. La compresenza di sentimenti nei bambini è qualcosa di incredibile. Ieri mi presento alla porta di casa dopo il lavoro e sento da fuori (il solito) tum-tum-tum della Marghe che corre verso il papà perché ha sentito le chiavi nella toppa; è febbricitante e appena apro, grida con voce rotta tra lacrime, eccitazione, tremori, gioia e occhi stravolti “papà… ho vomitato!… ho vomitato!… ho vomitato!” (in realtà stava ancora vomitando). Un’ esperienza sgradevolissima ma pur sempre nuova ed eccitante! (in questi quadretti devi sempre immaginarti la Sara bocconi sullo sfondo con uno straccio :-)).

  5. Sulle aspettative dei genitori il tuo discorso fila, anche se contrasta con la mia esperienza personale: ho sempre fatto di tutto per deluderle.

    E’ l’altra faccia della medaglia. Cioè lo stesso. E c’è stato certamente un tempo in cui non era così. Anch’io parlo per esperienza personale. D’altra parte cosa facciamo oggi? (Tu il lavoro che fai, nel posto che sai, e io coltivo la memoria di mamma dopo averla assistita fino alla fine… Non abbiamo forse collaborato?)

    Non c’è stupidera che regga al ChupaChups. Io credo molto ai diversivi. Anche se in tutti i siti e blog di psicopedagogia li bocciano, come diseducativi. Adoravo, per esempio, quello spot dove la mamma al supermercato si buttava per terra imitando la grana che il figlio le stava piantando. Comica ed efficace! Il figlio restava a bocca aperta, muto. Rivedeva se stesso, in formato grande.

  6. Un’ottima cosa se si decide di andare al super con due bambini piccoli, di cui uno a bordo del carrello, è portare da casa un minicarrellino in plastica, o carriolina, costano due euro dal cinese. Da affidare a Marghe per gli acquisti sugli scaffali bassi.ù

    Qui a Roma alcuni supermercati hanno i loro minicarrellini per bambini.
    Una scelta di assoluto buonsenso, utile per tutti (meno bambini urlanti e frignanti in giro e più pace per tutti), che naturalmente non viene diffusa e adottata ovunque, come potrebbe e dovrebbe essere. Troppo pragmatica, forse, per noi italiani.

  7. Io ci andavo con tre bambine, al supermercato, a volte. Ma devo dire che le mie nipoti non sono mai state troppo lagnose o irrequiete. Nessuna, urlante.

    In materia di sicurezza: ne portavo a scuola due insieme, su un motorino cinquanta, e senza casco nessuna di noi. Altri tempi… Oggi ne ridiamo insieme a ripensarci, ma era molto pericoloso e irresponsabile da parte mia. Sono contenta che poi abbiano approvato la legge sul casco obbligatorio. Solo a Napoli non ne ho visto neanche uno!

  8. Il carrellino! Come ho fatto a non pensarci. Grazie.

    Oggi, in certi posti, girare soli con tre bambini (motorino o non motorino) merita come minimo una segnalazione alla questura 🙂

    Ricordo lo spot. Mi ha fatto venire in mente i “Convos With My 2 Year Old” dove un papà riadatta le conversazioni con la figlia facendoli interpretare da attori adulti e immergendoli in un anticlimax surreale. Metto il link di “princess”:

  9. E una delle tre dovevo portarla in braccio – Antonia – perché si rifiutava di camminare per principio. (Pensare che poi è diventata una trottola.)

  10. Unica volta che ricordo una lagna seria di Antonia. Quando non voleva uscire dalal piscinetta di gomma per venire a mangiare. In quell’occasione feci una filippica melodrammatica, in cui facevo l’offesa e le facevo presente che io avevo fatto la mia parte gonfiando la piscinetta sotto un sole cocente, riempiendola, scaldando l’acqua con pile di acqua un po’ calda per consentire subito il bagno, ecc., e che ora lei doveva fare la sua, uscendo dall’acqua. Ha capito al volo e ha detto “Va bene”. Sono rimasta molto colpita – da me stessa e da lei!

    E poi quella volta che in ospedale (per visitare la sorella) non voleva usare il bagno per fare pipì. La feci entrare in bagno con me, e offrii una dimostrazione pratica di com’era facile e efficace. Quando mi tirai su i pantaloni, alal fine delal dimostrazione, lei (3 anni circa) mi guardò ammirata e mi disse: “Brava!”. Ma poi si rifiutò di imitarmi. Niente da fare. Se la tenne fino a casa.

    Concordo con Caplan, comunque, e mi chiedo come uno possa non trovare interessanti i bambini, e non – alal fine – innamorarsene. Sono un cinema continuo.

  11. p.s. manca la quarta opzione anche nei gradi di cura – curato, sovraccurato, trascurato
    Riformulerei in:
    curato
    sovraccurato
    sottocurato (o trascurato)
    abusato

    Ma credo che la mancanza della quarta opzione rifletta il pregiudizio che i casi di abuso – nel mondo – siano statisticamente insignificanti. Cosa che non è, naturalmente. Se mai – a livello globale, si intende – è ancora il contrario.
    Anche se non c’è un particolare allarme attuale, né lo si può considerare un fenomeno “in allarmante aumento”, anzi. Tutto l’opposto, per fortuna.

  12. E’ vero, i bambini sono un cinema continuo. E se me lo godo è anche perché i miei sono abbastanza bravi.

    Forse è per questo che non riesco a parlare delle patologie (abusi, pedofilia…), mi rovinerebbe lo spettacolo cinematografico.

    p.s. scusa se sono telegrafico ma sto respingendo gli assalti della marghe, è piuttosto gelosa del pc.

  13. Sì. Di abusi non si parla perché rovinerebbe lo spettacolo. (World Health Organization – Approximately 20% of women and 5–10% of men report being sexually abused as children, while 25–50% of all children report being physically abused. The lifelong consequences of child maltreatment include impaired physical and mental health, poorer school performance, and job and relationship difficulties. Ultimately, child maltreatment can contribute to slowing a country’s economic and social development. E questi sono i casi denunciati. You do the math.)

    ciao Marghe!

  14. Un giorno gli economisti parleranno dell’impatto degli abusi infantili sull’economia. Non Bryan Caplan, che – come te – ama (giustamente, lui può permetterselo) il cinema di intrattenimento. Pensa che un tempo uno lo avevo trovato, un americano, che aveva scritto un bel saggio sul tema. ma ho perso il link. Mi rimetterò a caccia.

  15. Se dovessi approfondire la questione chiederei allo psicologo: perché un genitore tratta male suo figlio? Perché è deluso da lui? Perché è sorpreso e spiazzato da quanto sia impegnativo allevare un figlio?

  16. Children see. Children Do.
    Poi c’è tutto il resto – che può o non può metterci il carico da undici, che può o non può avere un’influenza positiva.

    Quanto alla sorpresa e allo spiazzamento, li registro anch’io.
    In parte li attribuisco alla nostra mission biologica: dobbiamo riprodurci per sopravvivere come specie, meglio non farci troppo problemi, prima, durante e dopo. Sennò il mondo sarebbe pieno di Diane e finirebbe domani. Ecco perché prima facciamop i figli, e poi scopriamo di che si tratta veramente.
    In questo senso, mi sembra scellerato mitizzare la “naturalità” della maternità, dell’avere figli, del diventare genitori, e di qualsiasi altra cosa, in un mondo in cui non c’è più NIENTE di naturale, e dove ogni singola cosa umana e naturale va conquistata, costruita e riconquistata ogni giorno, con amore (e, vedi sopra, non tutti ne hanno fatta esperienza diretta e ne sono capaci), impegno, costanza, concentrazione, dedizione. Spesso a caro prezzo.
    (Ma ragionare in questi termini rovina la visione del film…)

  17. Proprio ora, al gr2, si parla della terribile vicenda del ragazzo che ha bruciato, senza battere ciglio, la fidanzatina. E si dice: “Si scava nella storia della giovane coppia…”
    Sì, addio.
    Forse, Panella ci potrebbe spiegare perché l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno come specie è la consapevolezza dei danni che possiamo fare, ai nostri figli, alla comunità e al mondo, con la nostra irresponsabilità e “naturale” incoscienza.
    E’ una consapevolezza “contro natura”, in termini di tempi evolutivi.

  18. Come tu sai faccio fatica a rinunciare alla polarizzazione naturale/non naturale, eppure, lo ammetto, incontro tante persone intelligenti che ne sono terrorizzate. Perché?

    Un’ idea me la sono fatta. Prendiamo questa fresetta:

    a) Avere dei figli è naturale … QUINDI… b) tutte le donne devono fare almeno 3 figli.

    1) Chi teme (giustamente) b) si sente in dovere di negare a). Ma non è necessario!

    2) La natura di cui parliamo riguarda la specie umana, non l’ individuo, quindi non ha senso sentirsi chiamati in causa in quanto individui.

    ***

    Sugli abusi. Non so se ho capito bene, è come se tu dicessi: “fare il genitore è più impegnativo di quel che sembra e molti restano spiazzati e collassano”.

    Mentre io sostengo: “fare i genitori potrebbe essere meno impegnativo di quel che sembra e tante frustrazioni potreste risparmiarvele”.

    Tu dici: “un bimbo deve essere formato è questo è molto impegnativo, sappiatelo. Se non volete delusioni, meglio rinunciare”.

    Io dico: “un bimbo è già praticamente formato, basta accompagnarlo. E non frustratevi per le delusioni che vi dà, le vostre colpe sono minime”.

    Qual è il messaggio più efficace? Boh. Puo’ anche darsi che contro gli abusi sia più efficace il tuo e contro la denatalità sia più efficace il mio.

  19. Il tuo messaggio potrebbe essere più utile alla causa, assolutamente. Anche perché non esclude il mio. Potrebbe essere la contromossa per aggirare l’ostacolo.
    Ma dipende. Se sono ric e sara a pensare “le mie colpe sono minime” è un conto. Se sono Cosima e Michele, un altro.

  20. Solo un ultimo flash perché so che ami l’ esperienza personale e questa è fresca fresca.

    Bimbo adottato (a 1 anno) da una famiglia splendida dedita al “sovrainvestimento” e in grado di fornire esempi altrettanto splendidi. Problemi a non finire in età adolescienziale fino ad una conclusione che rasenta il drammatico. Alla mamma distrutta che ha dato tutto rinunciando anche al lavoro per seguire meglio il ragazzo e oggi deve praticamente vivere fuori casa con gli altri figli, cosa diresti? Che non ha dato esempi costruttivi?

    Caso isolato? nel suo dramma estremo forse sì, ma in generale proprio no.

  21. ric, ma tu credi veramente di poter sapere quello che succede DENTRO una famiglia “splendida”? O che l’adozione non sia – anche quella – circondata da un’aura mistica che spesso minimizza le difficoltà che le famiglie incontreranno con bambini che arrivano con una loro storia? In questo caso, un anno (e nove mesi) vissuti da orfano chissà come e dove.

    Anch’io ho diverse esperienze dirette e personali nel ramo affido e adozione.
    Per esempio, quella di un’altra famiglia “splendida” – padre diacono, madre insegnante di musica, tre figli biologici – che fa la scelta di vita di prendere in affido una ragazzina con problemi. Solo che la decisione è presa sulla testa degli altri tre figli, una delle quali viene sfrattata dalla sua stanza per fare posto alla “più bisognosa”. Con esiti altrettanto drammatici di quelli delal tua storia.

    Ogni storia è a se, certo.
    Non lo so neanch’io.
    Mi interessa mostrare alcuni aspetti di una questione complessa.
    Senza necessariamente escludere la compresenza di tanti altri.

  22. ric, ma tu credi veramente di poter sapere quello che succede DENTRO una famiglia “splendida”?

    Sì, in questo caso sì. O almeno, lo so come so che dietro l’ avatar diat non c’ è un robot programmato a rispondermi.

    Devo poi dire la verità, esaltare troppo le conseguenze radicali che a distanza di anni ed anni produce il “vissuto” di una persona di pochi mesi è il modo più efficace per spingermi ancora di più nelle braccia dell’ innatismo.

    ***
    E comunque il dramma di quella famiglia è sì in gran parte per la sorte di loro figlio ma è anche (non lo ammetteranno mai) perché in giro c’ è gente che nutrendo il “mito dell’ educazione” è pronta a giudicarli. E non parlo di te, sia chiaro.

  23. E’ già molto lungo il post, non ho letto i commenti. Secondo me lo stato delle cose è molto semplice: viviamo in una società paranoica. Oggi ho giusto dato un’occhiata a questo thread. Sostanzialmente, se ti capita di scattare una foto per sbaglio in America in cui capita dentro un minore, è molto probabile che finirai con le manette ai polsi.

    The paranoia runs especially deep (at least here in the U.S.) when it comes to children — at least taking photographs of them (we don’t seem to get quite as upset when they’re shot!).

    I found myself surrounded by four police officers (township and county) demanding to know why I was taking pictures of kids on school buses. I was standing on the street waiting for a bus, and to kill time I was taking pictures — a few school buses went by and big yellow things make colorful pictures. I didn’t give it a lot of thought or look for much from the pictures.

    Apparently someone who should be seeing a therapist called the cops and told them someone was taking pictures of kids on school buses. Police, equally paranoid, sprang into action; not much else going on mid-afternoon, I suppose.

    It can be tough when you carry a camera!

    Come sorprendersi se una madre finisce in tribunale per aver giudicato il proprio figlio 9enne in grado di prendere autonomamente il metrò, quando arriva la polizia se uno scatta delle foto ai bus?

    Inutile indulgere nei soliti luoghi comuni: “si stava meglio quando si stava peggio”. Il mondo oggi va così, non ci fidiamo di niente e di nessuno. Anch’io sono iperapprensivo coi i miei figli, con reazioni schizoidi quando fanno cose vagamente pericolose. Pur ricordando che alla loro età ne facevo di immensamente peggio. Forse in fondo c’è anche l’idea inconscia che, essendo loro cresciuti in un mondo iperprotettivo (oltre che iperapprensivo), non abbiano sviluppato le difese immunitarie che avevamo noi nei confronti dei pericoli. E quest’idea non fa che generare una spirale perversa.

    Non si tratta dunque di amore. I nostri genitori non ci amavano meno di quanto noi amiamo i nostri figli. Semplicemente erano cresciuti in una società meno impazzita di quella di oggi. Avevano più fede/fiducia nei figli, nel prossimo e nel mondo, nonostante il mondo allora fosse probabilmente molto più pericoloso di oggi (non esitevano 626, paranoie sulle “morti bianche”, cinture di sicurezza, controlli ambientali, date di scadenza sui cibi, leggi sulle barriere architettoniche, salvavita, e così via). C’erano meno isterie collettive (pedofili, femminicidio, rapine in villa, …). Si affidavano i figli ai vicini o a loro stessi per qualche ora senza temere di trovarli morti. Era un mondo più sereno e, probabilmente, più felice.

  24. Non riesco a trovare appigli per un duro attacco al tuo intervento. Mi sa che questa volta mi tocca concordare. Che depressione. Fa niente, vuol dire che oggi si lavora 🙂

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