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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La mia politica

La concezione politica si riflette innanzitutto nella concezione che uno ha dello stato: cos’ è lo stato? Come nasce? E’ giustificato nel suo agire? Quali sono le sue funzioni?

Il mio approccio a queste materie sarà realistico, e per sapere cosa sia uno “stato” mi rivolgo alla storia prima ancora che alle teorie formali.

Il resoconto che ne traggo è il seguente.

L’ uomo, nel suo rapporto con la ricchezza, ha sempre avuto tre alternative di fronte a sé: produrre, saccheggiare i produttori (banditismo transuente) o estorcere ai produttori (banditismo stazionario imperniato su uno scambio coercitivo).

In genere la sua è una scelta di convenienza: se produco verrò poi spoliato? Se rubo verrò punito? Se estorco riuscirò ad imporre la mia legge?

Ebbene, lo stato nasce quando nella storia si presentano condizioni favorevoli al “banditismo stazionario”. Lo stato, infatti, si presenta come la “cosca vincente” in una guerra clanica.

La storia ci dice insomma che ad un certo punto le contingenze rendono particolarmente conveniente il banditismo stazionario e cio’ consente alle cosche di emergere in modo prepotente dominando sia i produttori che i saccheggiatori. La guerra tra cosche porterà poi alla consacrazione di una cosca vincente che Douglas North chiama “stato naturale”. Dopodiché, lo stato evolve raffinandosi, in particolare diventa abile nel prendersi cura della sua “gallina dalle uova d’ oro” e nel farla prosperare. 

Come potrebbe evolvere lo stato in cerca di potere ed efficienza? Possiamo sperare qualcosa?

Per quanto riguarda il “potere” il progresso tecnologico sembrerebbe rafforzare la posizione del “bandito stazionario” (il controllo sulla “vittima” è sempre più capillare, sempre più inavvertito da chi lo subisce e sempre meno costoso per chi lo realizza).

Se invece consideriamo il parametro dell’ efficienza, occorre partire dalla considerazione teorica che la società più ricca è formata esclusivamente da produttori, e, grazie soprattutto ai contributi moderni delle scienze economiche, è teoricamente possibile pensare in modo realistico ad una società liberale ben funzionante in assenza di stato

Tuttavia, come abbiamo visto, la storia ci dice che una società del genere non emerge da un ordine spontaneo, il passaggio attraverso attraverso lo stato sembra obbligato: ogni volta che nella Storia osserviamo una società senza Stato, e gli esempi non mancano, gli esiti finali sono ben lontani da quelli auspicati dall’ ideologo liberale. In casi del genere, infatti, l’ uomo si organizza piuttosto in clan, tribù, famiglie dando vita a contesti comunitari in cui la fiducia reciproca – bene essenziale – emerge da relazioni personali talmente soffocanti che impediscono la nascita di un sano individualismo, tratto tipico della modernità liberale. 

C’ è chi apprezza e rimpiange i vecchi tribalismi puntando il dito contro l’ individualismo. Ma secondo me diamo talmente per scontate le virtù dell’ individualismo che a volte ce le dimentichiamo. Per esempio, noi diamo per scontato che le responsabilità penali siano individuali ma così non è affatto nella società clanica, dove l’ individualismo è espunto e la responsabilità di un delitto commesso da Caio ricade piuttosto sulla famiglia di appartenenza. Se poi si va più a fondo si scoprirà che una soluzione del genere, che a noi appare tanto balzana, è del tutto efficiente in assenza di un forte stato centrale in grado di far applicare quella legge che le nostre coscienze reputano più conforme alla giustizia.

Queste ripetute “prove storiografiche” mi hanno convinto a mettere da parte le ipotesi più radicali dell’ ordine spontaneo: uno Stato centrale solido è condizione necessaria per tutelare i diritti individuali. D’ altro canto la sua funzione dovrebbe limitarsi a garantire proprietà e contrattualistica, con in aggiunta un’ efficace regolamentazione sui cosiddetti beni pubblici, ovvero quei beni che non possono essere prodotti in concorrenza (utilities). Andare oltre impoverirebbe la società.

Purtroppo sempre la storia e le statistiche ci dicono anche altro: lo Stato difficilmente riesce a limitare la propria azione nei confini che gli sono propri, la spinta a debordare sembra insita nella sua natura. Una volta istituito si estende andando ben oltre i suoi compiti; così come una volta impegnato nella regolamentazione dei beni pubblici, produce inevitabilmente una congerie di leggi inefficaci che servono gli interessi di minoranze piuttosto che il bene comune. L’ ipotesi liberale sembrerebbe utopia.

Per avere una società efficiente devo auspicare l’ avvento dello stato, quando poi lo stato si realizza tende per sua natura ad espandersi oltre i confini suoi propri.

Come uscire da questa ipertrofia statuale senza gettare il bambino con l’ acqua sporca? Forse le perversioni dell’ ordine spontaneo sono meno dannose di quelle del leviatano, anche nella sua variante democratica, e quindi si potrebbe tornare alla “Comunità”. Oppure si potrebbe insistere con appelli etici nella speranza che siano i “buoni” a governarci.

La prima via mi sembra rischiosa, la seconda, con la sua retorica grondante un misto tra ipocrisia ed ingenuità, mi sembra fastidiosa, oltre che disseminata di trappole.

Propongo a titolo di esempio alcune vie alternative alla democrazia tradizionale che noi tutti conosciamo:

1) Se la via maestra – meno Stato più Mercato – non è perseguibile, si consideri almeno l’ alternativa: più Mercato nello Stato. Detto in altri termini: più competizione istituzionale. Dal “federalismo” alla “speculocrazia”, le soluzioni istituzionali non mancano. Sarebbe un modo indiretto per spronare la classe politica, la quale, lo so bene, farebbe di tutto per evitarla.. Tuttavia, introducendo concetti come “autogoverno”, “autonomie” e “speculazione” ci si potrebbe alleare con i vari egoismi particolari decentrati con possibilità realistiche di successo.

2) La seconda via è più ambiziosa, parte dall’ assunto che se lo Stato si estende cio’ non è l’ esito esclusivo di una macchinazione complottistica dei governanti ma è anche qualcosa di desiderato dai governati. Bisognerebbe allora prendere coscienza del fatto che questo desiderio ha una natura perversa, ovvero che per lo più è dovuto a una pulsione irrazionale nota agli studiosi di bias cognitivi come “loss aversion” (da non confondere con la salutare avversione al rischio), un istinto in base al quale non avere mai un bene è molto meglio che ottenerlo per poi perderlo: se mi dai qualcosa che rischio di perdere preferisco che tu non mi dia niente. Lo Stato, insomma, ci garantirebbe una sorta di “povertà tranquilla”, senza scossoni, senza gioie ma anche senza traumi. Sarà anche una piscina stagnante quella in cui ci fa nuotare ma per lo meno non corriamo il rischio di essere travolti da onde anomale. Lo Stato, detto in termini più coloriti, puo’ essere anche criminale ma per lo meno è un criminale manifesto, senza maschera, che non si nasconde e non tende agguati proprio perchè non ci molla mai e ci sta sempre alle calcagna: sappiamo che c’ è e sappiamo cosa ci tocca; meglio quindi della criminalità di strada, meno perniciosa a conti fatti ma sempre pronta a spuntare dal nulla inattesa e foriera di danni minimi ma di spaventi altamente traumatici. Ebbene, questo atteggiamento è palesemente irrazionale ed inefficiente. Puo’ darsi che rifletterci sopra ci aiuti a scoprirlo, puo’ darsi che sia possibile una rieducazione al rischio che incida sul nostro atteggiamento in modo da superare le distorsioni cognitive che ci affliggono e che ora come ora ci fanno simpatizzare per politiche miopi.

3) La democrazia tradisce ogni giorno gli ideali liberali. Perché? La diagnosi sembra facile: da un lato l’ elettore è incentivato a mantenersi ignorante, dall’ altro vuole fermamente restare tale. Del resto, nelle più svariate materie, le opinioni della massa divergono sistematicamente rispetto a quelle degli esperti. Ora, a fronte di questa realtà innegabile, non si fa altro che parlare di “diritto al voto” e di “dovere di voto”; perché non parlare piuttosto di “dovere di non votare”? Chi è ignorante dovrebbe sentire questa esigenza di astensione. L’ ignorante combina guai muovendosi come un elefante in cristalleria. Quando poi una sensibilità civile di tal fatta si estenderà, sarà più facile passare alle vie di fatto e restringere il suffragio: il voto spetterebbe solo a soggetti informati selezionati grazie a test. In questo campo non c’ è niente di più facile che verificare l’ ignoranza oggettiva.

4) La democrazia è deturpata dal conflitto d’ interesse, lo sappiamo. Quando questo si presenta nell’ elettorato passivo, il problema non sussiste: chi vota destinerà altrove la sua preferenza, qualora lo ritenga necessario. Ma quando si presenta nell’ elettorato attivo? Ecco allora un altro criterio razionale per limitare il suffragio: sospendere il voto a chiunque riceva flussi diretti di denaro dall’ amministrazione pubblica, a cominciare dagli impiegati statali e regionali: costoro non hanno nessun interesse ad eleggere un buon amministratore poiché sono interessati solo ad avere un “generoso” capo-ufficio.

***

Il fatto di privilegiare una posizione realista non mi impedisce di pensare allo “stato ideale”, in questo caso è inevitabile che l’ idea di politica si saldi con quella etica. Eppure, pur da credente, prediligo un approccio alla politica strettamente laico. Quando si tratta di organizzare la società, l’ aspetto “ludico” dovrebbe prevalere su quello “moralista”.

Non tutti afferrano immediatamente cosa debba intendersi per “dimensione ludica” o “convenzione”. Comunemente si pensa: “ok, decidere di circolare in auto tenendo la destra sarà anche una convenzione ma il divieto di uccidere è innanzitutto un imperativo morale adottato dalla legislazione”. Ebbene, non si vuole negare che “imperativi morali” e “convenzioni” possano talvolta coincidere, si vuole solo affermare che un certo obbligo viene fatto rientrare nei codici perché risulta una “buona convenzione” e non perché sia moralmente rilevante. Mi spiego meglio con un caso concreto, quello dell’ assasionio per rapina. I codici prescrivono il “non uccidere” perché il rapinatore assassino potrebbe proporre l’ affare che intende perseguire all’ assassinato e in questo modo evitare l’ atto cruento. Il fatto che non agisca in questi termini è segno evidente che l’ “affare” in oggetto è “socialmente dannoso” poiché non puo’ realizzarsi mediante uno scambio volontario. E’ per questo che si condanna l’ assassinio, non per i risvolti morali del suo atto. D’ altronde, se la motivazione fosse etica, non si vede perché non sanzioneare anche, che ne so, gli “atti impuri”!

Da cio’ deriva che la legge non dovrebbe somigliare a un decalogo morale ma ispirarsi al mondo dei giochi; Da questa analogia con le “regole del gioco” discende un’ altra caratteristica importante della legge ideale, la suua “astrazione”. L’ “astrazione” è un attributo decisivo e il principio “la legge è uguale per tutti” un principio guida.

“La legge è uguale per tutti” sembra un principio incontestabile ma non è affatto così, oserei al contrario affermare che oggi lo si considera come qualcosa di intollerabile. Dire che la legge non dovrebbe discriminare tra biondi e bruni, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra ricchi e poveri non è affatto scontato. Anzi, chi nel dibattito contemporaneo sostenesse qualcosa del genere verrebbe relegato immediatamente su posizioni decisamente eccentriche. In genere i razzisti vorrebbero leggi favorevoli ai bianchi e i “razzisti alla rovescia” leggi favorevoli ai neri. Le “femministe arrabbiate” come quelle non arrabbiate (e anche molte non-femministe) inorridirebbero in assenza di leggi ad hoc che favoriscano le donne, allo stesso sia i progressisti che i conservatori compassionevoli chiedono incessantemente di privilegiare i poveri.

Se mettiamo assieme razzisti, razzisti alla rovescia, sessisti, progressisti e conservatori compassionevoli, abbiamo già accumulato un bel mucchietto di elettori, e potrei facilmente fornire altri esempi per completare l’ opera (e il corpo elettorale). Il gruppetto residuo che continuerebbe imperterrito ad alzare lo striscione con lo slogan “la legge è uguale per tutti” sarebbe davvero sparuto. Giusto i “quattro gatti liberali” di antica memoria, che una volta scremati dai “sedicenti” liberali sono davvero una goccia nel mare. L’ invenzione a raffica di diritti sempre nuovi è un attentato all’ astrazione della norma e con questo andazzo mi aspetto da un momento all’ altro che anche i “biondi” avanzino le loro rivendicazioni (il diritto alla crema solare gratuita?).

***

L’ ultima considerazione la riservo alla retorica del dibattito politico. Non parlo di quello in cui si cimentano i “politici” di professione ma quello in cui si impegnano i semplici appassionati al bar o nei social network. Ci sono due o tre cose che ho imparato e che vorrei puntualizzare qui, anche se forse non è la sede ideale. Parlare di politica è molto difficile, dopo pochi scambi partono diatribe infuocate quanto sterili. Escludo dall’ analisi chi ha interessi diretti in gioco nella materia in cui discute, in questi casi immedicabili le orecchie si tappano con il cemento; tuttavia, lo avrete constatato ripetutamente, anche la pura e semplice passione ideologica, per tacere della vanità narcisistica, puo’ trasformare una piacevole discussione in un rabbioso dialogo tra sordi. Un modo per evitare esiti tanto deprimenti consisterebbe nel mettersi nei panni del prossimo e scoprire quanto costui sia molto meno ottuso di quel che crediamo: semplicemente vede le cose da un’ ottica differente rispetto a noi! L’ operazione è piuttosto semplice poiché, a guardar bene, in queste materie la moltitudine dei protagonisti puo’ essere agevolmente incasellata in tre sole tipologie:

LIBERALE: privilegia l’ asse libertà/coercizione;

PROGRESSISTA: privilegia l’ asse forza/debolezza;

CONSERVATORE: privilegia l’ asse civiltà/barbarie.

Ora, i tre hanno obbiettivi differenti: il LIBERALE vorrebbe tutelare le libertà di scelta, il PROGRESSISTA vorrebbe tutelare il debole e il CONSERVATORE vorrebbe tutelare la civiltà. Semplice, no? Eppure di solito si discute dando per scontato che la meta a cui tendere è comune (di solito la nostro) e che l’ altro prende semplicemente una strada sbagliata poiché privo di senso dell’ orientamento.

Partendo dalla premessa che nessuna di queste tre prospettive è “indegna”, proviamo allora ad adottare per un attimo l’ “asse” del nostro interlocutore, ci accorgeremmo ben presto che le sue soluzioni sono tutt’ altro che peregrine. In altri termini, quel che ci differenzia da lui è quasi sempre la prospettiva da cui partire, non l’ intelligenza o l’ ottusità nel giudicare il reale. Ammettiamolo, un riconoscimento del genere non è tutto ma è già molto.

***

Appendice: la repubblica ideale. Ovvero, delle riforme istituzionali.

Come dovrà essere l’ assetto del governo?

Premier eletto direttamente dal popolo, non sfiduciabile e con la possibilità di nominare e revocare i ministri.

E quello del potere legislativo?

Una camera eletta direttamente dal popolo in collegi uninominali (magari all’ australiana). Elezioni sfasate rispetto al premier.

E quello del giudiziario?

Elezione tra idonei (ogni foro elegge i suoi giudici e pm).

E la seconda camera?

Ci sarà: un senato delle regioni nominato in buona parte dalle regioni stesse. Legifererà sulle “materie concorrenti” così come designate in Costituzione.

Come si legifererà?

La camera proporrà la legge (anche su impulso del governo) e il premier avrà diritto di veto, a men che sia approvata un’ abrogazione. Il diritto di veto sarà superabile con maggioranze qualificate.

E il presidente della repubblica?

Non ci sarà più.

Corte costituzionale?

Eletta dagli organi precedenti in concorrenza tra loro e con pesi da determinare (prevalenza del senato).

E i numeri?

Sobri: una trentina di senatori e una cinquantina di deputati.

AGGIUNTE POSTUME

ADD1. Se la legge del mina i diritti dell’ individuo quando si sostituisce alla legge dello stato, cio’ non significa che questo valga in tutti gli ambiti. Non vale per esempio nel welfare dove la legge statale è altamente inefficiente e dove invece le leggi spontanee potrebbero sopperire in modo egregio. Se le cose stanno così il liberale dovrebbe allearsi col progressista in ambito produttivo e col conservatore in ambito distributivo.

ADD2. Sui sistemi elettorali. Le democrazie contano i voti anziché pesarli, un grave difetto. Un’ idea di Glen Weyl: addebitiamo all’ elettore che esprime il suo voto una tariffa che crescerà in modo esponenziale rispetto al numero di voti da lui già espressi… come conseguenza la gente voterà in proporzione al reale interesse verso il risultato di quella elezione specifica  http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2003531

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