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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Fine del mio fioretto. RIP

Mi è impossibile onorare il fioretto. E’ inutile. Dovrei disconnettermi da Internet e dalla lettura di tutti i maggiori quotidiani, spengere la tv e non seguire nessun programma attualmente in onda. Buttare la radio. 

Questo è quello che propone Huffington Post Italia, dalle pagine di Repubblica. A proposito della strage familiare avvenuta nei giorni scorsi. 

Uccidere la propria donna, se occorre col suo prolungamento fisico, affettivo, e chissenefrega se sono figli tuoi. Ucciderla perché si aderisce inconsapevolmente al braccio armato di un movimento di pensiero contrario all’emancipazione femminile. 

L’uomo di Motta Visconti forse è pazzo, o forse, invece, no. Speriamo che lo sia. Speriamo non sia uno di quei sette assassini su dieci che invece non lo sono. Speriamo non sia “solo” uno dei tanti che odiano le donne. Che vogliono fermarle a ogni costo. Che ogni giorno, da qualche parte, al Sud o al Nord, nelle classi agiate come in quelle svantaggiate, tagliano loro la strada verso l’armonia con le armi, o con le botte, o con le parole, o con la solitudine, o con la negazione dell’affetto… 

Fermarle per liberarsi di loro, o per impedire loro di liberarsi di te. Ogni motivo è buono, esattamente come il suo motivo capovolto. Fermarle per impedire loro, in generale, di essere libere e felici. Fermarle per sentirsi uomini veri. Per impedire un abbandono. Per non specchiarsi mai nei loro occhi. Per non sentirsi inferiori. Oppure per fare quel che ti pare senza rotture, lagne, pretese, rivendicazioni. Chessò, provarci tranquillamente con una collega. Correre al pub. Bere a piacimento. Godersi la partita. Gol!!!! 

Non so come si possa tollerare, leggere una roba del genere.

Nei prossimi giorni, poi, Adriano Sofri e Michele Serra rincareranno la dose contro il Patriarcato Assassino, e si uniranno al coro Gramellini, Fo, Ovadia, Fazio e tutti gli altri intellettuali maschi che – inspiegabilmente, lo dico davvero – non contrastano questa narrazione, anzi, la sostengono.  Ipotesi: lo fanno per continuare ad avere uno spazio; lo fanno perché sanno che sono le donne che leggono e comprano libri (i loro) e giornali (i loro); lo fanno per superficialità e disinteresse per la verità dei fatti; lo fanno per paura di non fare più sesso; lo fanno per paura di moglie compagne; lo fanno tanto per fare. Ecc.

Non lo so, mi sembra un’immensa ingiustizia che non ci siano voci maschili, ma soprattutto femminili, che denunciano la colossale industria messa in piedi dal femminismo di terza ondata.

Ci vorrebbe un Norman Finkelstein in gonnella, ma purtroppo in Italia non si vedrà mai. Ci accontentiamo di un Aldo Grasso, che almeno ci prova, oggi, e lo ringrazio di cuore: 

Immaginando che «Glob. Diversamente italiani» fosse una trasmissione che si occupa anche di comunicazione, mi apprestavo a trovare parole diversamente critiche per il congedo (Rai3, domenica, ore 23.10). In fondo Enrico Bertolino, pur con i suoi impacci a vestire i panni del conduttore, è uno che ringrazia per i commenti e le critiche (così almeno cinguetta).

Poi, però, nell’ultima puntata della stagione arriva Lorella Zanardo con le sue prediche sullo sfruttamento dell’immagine delle donne. Nessuno lo nega, ma mi piacerebbe che gli autori, i collaboratori, le «firme» di «Glob» risentissero alla moviola il discorso della Zanardo: un cumulo di compiaciute ovvietà incarnate da una prosopopea senza limiti, come fosse la prima a scoprire «il punto di vista della telecamera». Ora, se applicassimo il metodo Zanardo a «Glob» scopriremmo che anche le apparizioni di Brenda Lodigiani o di Alice Mangione, nel momento in cui interpretano personaggi di contorno rispetto a Bertolino, mettono in luce l’uso distorto della donna in tv.

Mi chiedo come autori del calibro di Marco Posani, Dario Baudini, Luca Bottura, Luca Monarca, Enrico Nocera, Antonio De Luca, Stefano Redaelli possano aver avuto un cedimento simile e aver lasciato spazio alle banalità ideologiche di una diversamente competente. Mah!
Grande spazio alla promozione del secondo film di Mirca Viola, Cam Girl , storia di quattro ragazze che si spogliano in cambio di soldi, coperte dall’anonimato della Rete. In realtà, non si è parlato della qualità del film (ma «Glob» non è un programma sulla comunicazione?), bensì del dramma sociale che si cela dietro questo fenomeno: «ragazze della porta accanto» che, in mancanza di reali prospettive economiche, decidono di entrare nelle case dei clienti attraverso una webcam mostrandosi a perfetti sconosciuti diversamente vestite.

14 risposte a “Fine del mio fioretto. RIP

  1. diait 17/06/2014 alle 10:36

    E Grasso fa i nomi e i cognomi degli autori… Chissà, magari oggi si faranno qualche domanda.

  2. diait 17/06/2014 alle 10:44

    p.s. non sto neanche a dire dell’enorme disprezzo che l’autrice dell’articolo dell’Huffington Post ha dimostrato verso le vittime. Non soltanto escono immediatamente dal quadro (e dalle sue preoccupazioni), ma la loro storia viene riscritta, manipolata e strumentalizzata in un modo che offende qualsiasi sentimento di giustizia, compassione e onestà.

  3. broncobilly 17/06/2014 alle 11:21

    Grasso l’ ho letto al bar, te l’ avrei segnalato ma arrivo tardi.

    Qui ho letto l’ estratto di Repubblica che citi. Di pancia ho la tua stessa impressione: manca il bersaglio di un chilometro. Di fronte a certi passaggi uno non puo’ evitare di raffigurarsi la dura vita del Giornalista Unico. Il GU si alza dal letto ogni mattina con il solito cruccio “vediamo cosa posso scrivere oggi per denunciare il Patriarcato imperante”. Poi si connette al sito dell’ ANSA, compulsa le ultime “nuove” e seleziona quelle che possono offrire un “aggancio” per poi mettersi all’ opera di buona lena.

    Da persona abbastanza distaccata, il crimine del giorno mi sembra più l’ omicidio per una donna che l’ omicidio di una donna. So anche bene che il “militante” anti-Patriarcato una connessione seppur minima la troverebbe, d’ altronde il mondo è fatto in modo che praticamente tutto sia connesso con praticamente tutto, uno spasso per i profani. Cio’ rende la battaglia anti-P (così come in passato la colpa di B) sempre “notiziabile”.

    Infine, una buona notizia. Si dice che per conoscere il futuro della tua professione tu debba chiederti se computer e software intelligente aumentano il valore del tuo lavoro o gli fanno concorrenza. Bè, temo (o spero?) che il GU militante debba temere molto l’ avvento del cosiddetto “robot journalist” (http://www.nickdiakopoulos.com/2014/06/12/the-anatomy-of-a-robot-journalist/?curator=MediaREDEF)

  4. diait 17/06/2014 alle 11:27

    Dio, se ci sei, dimostra la tua esistenza promuovendo l’avvento del giornalista robot.

  5. davithegray 17/06/2014 alle 12:35

    E’ la tipica storia da speciali di Vespa con il plastico della villetta. Ottimo argomento per discussioni da bar. E allora metto anche il mio contributo da astante, gomito sul bancone e birra in mano.

    Qualcuno, udite udite, ha tirato in ballo persino la questione del Male con la maiuscola. Toh. Ma come?!? Non eravamo diventati “Esseri Razionali” che abitano un “Mondo Materiale” governato esclusivamente dalle “Leggi Della Scienza”? Eh sì, trovi sempre lo psicologo che ti spiega perché un tale improvvisamente si metta a prendere a picconate la gente per strada. O una diciassettenne si impicchi nel bosco per non affrontare la maturità (settimana scorsa dalle mie parti). Ma queste cose si percepisce immediatamente che scuotono i Franceschi Merli della situazione, perché sono chiare conseguenze delle continue banalizzazioni in corso, di cui sono paladini, predicando sempre l’adeguamento delle norme alla cogente “realtà fattuale”. Sembra che ogni volta si tocchi il fondo, ma poi dopo un Berlusconi ti trovi un Renzi a rappresentare il paese, e capisci che al peggio non c’è mai fine. E allora andiamo avanti con l’inseguimento della “modernità”. Dopo tutto nei fantomatici “paesi civili” a certe conquiste si è già arrivati, no? Quindi proseguiamo pure verso le fecondazioni eterologhe, uteri surrogati, eutanasie infantili o adulte che siano, testamenti biologici, matrimoni omosessuali (anche se chiamati in altro modo), attribuzione agli animali dei diritti umani, estirpazione del latino e della musica dalla scuola. Cose apparentemente disgiunte e lontane, ma che hanno in comune un elemento importante: sono tutti segni di una progressiva disumanizzazione dell’uomo. Che certo non è la prima che l’umanità ha vissuto, tuffandovisi sempre dentro con gioioso tripudio a capofitto, ed uscendone grondante di sangue.

    Seconda riflessione: ho visto l’altro giorno “Antichrist” di Lars von Trier. E’ probabilmente il film che mi ha più disturbato tra tutti quelli che ho visto. Odio quel film per com’è fatto, e penso che Lars sia un malato di mente da cure psichiatriche. Certe scene sono inaccettabili e mi hanno traumatizzato in modo credo irrecuperabile, pertanto se non l’avete visto non vi consigli di farlo. Eppure in quel film riesce a raffigurare il Male come pochi altri. Il sue intento è dimostrare che la donna è uguale all’uomo: non è portatrice del male com’è spesso stata presentata, ma nemmeno migliore dell’uomo, più immune al male come certe correnti di pensiero la vorrebbero. Lars si spinge a mettere in discussione il libero arbitrio, sostenendo (così interpreto) che in fondo siamo in balia del male, che agisce governando i nostri corpi, e poco possiamo fare per respingerlo: pare proprio la raffigurazione di quello che è accaduto sabato a Motta Visconti. E questa cosa per me è inaccettabile (incidentalmente, negli speciali del disco Lars dice che è ateo, ma si corregge subito sostituendo il “sono” con un “ero”).

    Ma mi è venuto in mente anche un altro film appena visto, che pure di splatter abbonda a piene mani: Django unchained. Ecco, ricordo discussioni in epoca universitaria in cui sostenevo che Tarantino fosse pericoloso, proprio per la banalizzazione del sangue. E che Tarantino fosse pericoloso proprio perché è bravissimo. Django è un film stupendo, tecnicamente impressionante. Quando ammazza i cattivi gioiamo con lui, per le sue vendette, e più i cattivi soffrono truculentemente, più godiamo. Tarantino provoca (almeno in me) la reazione opposta di quella a von Trier: dopo Antichrist (o Dancer in the Dark, o Dogville) si esce odiando il sangue e la violenza. Dopo Tarantino viene voglia di comprare un coltello a serramanico e sgozzare il primo che ci taglia la strada. Sarei curioso di sapere se nella storia di Carlo Lissi c’è anche Tarantino. Anche se viviamo tutti talmente immersi nella banalizzazione del male che Tarantino sarebbe solo una delle tante gocce che colmano troppi bicchieri.

  6. broncobilly 17/06/2014 alle 17:50

    Io intanto mi sono procurato i due film.

    • davithegray 18/06/2014 alle 11:11

      Ti avverto: von Trier ha delle scene veramente inguardabili e indigeribili. Io non te lo consiglio. Non mi assumo responsabilità!

  7. broncobilly 21/06/2014 alle 08:58

    Non ho ancora visto nullla. Sara recalcitra. Spero nel week end.

    Tarantino e Von Trier sono due cineasti che seguo dagli anni 90, li trovo entrambi interessanti. Sono anche molto diversi, il primo “rappresenta”, il secondo “esprime”. VT in fondo non ha mai rinnegato la sua vena “religiosa”; le sue donnine, a partire dalla Bessie delle “Onde”, si immolano puntualmente in un sacrificio “cristico”, per quanto blasfemo. La violenza di T è forse più esplicita ma meno cruda, a guardar bene c’ è sempre una patina che ci tiene a distanza sicurezza. Il vero tema dei sui film è l’ originale omaggio ad “oggetti” che emergono dal suo passato e dalle sue passioni trascorse. In questa passione per l’ oggetto materiale s’ insinua l’ insana passione necrofila del consumismo idolatrico, in questo senso il suo mondo potrebbe essere “culturalmente pericoloso”, anche se la smagliante rappresentazione di queste passioni “sotto vetro” è talmente riuscita – almeno nei film migliori – che lo spettatore puo’ farsene cio’ che vuole, puo’ anche prenderla come una “denuncia” delle gioie materialiste e mettersi la coscienza in pace. In Django, per esempio, si omaggiano i Western di Corbucci. Li vedevo all’ Oratorio sui sedili di legno. Dopo la Benedizione delle tre, per chi non voleva giocare al pallone c’ era il film. Il proiettore s’ incastrava sempre ma tutto sommato ce li siamo goduti, anche grazie alla pausa ghiacciolo (50 lire) tra il primo e il secondo tempo. Scoprì il gusto menta, che segna sempre uno scatto nella personalità (un po’ come quando scopri il gusto pistacchio nei gelati). Django o Trinità che fanno fuoco da un telone sporco, i sedili di legno che cigolano, il bim bum bam per fare le squadre, il pallone semi-sgonfio che cade nel giardino attiguo, le porte coi tubi di ferro arrugginito, il tocco della campana delle tre, il Sacro Convito cantato a tutta forza per sorprendere il prete e sghignazzare, le puzze del vicino, la polvere del campetto presidiato dal bullo di paese, le pellicole di celluloide che s’ incastrano tra i buu, i ghiaccioli da ciucciare sotto se no sgocciola, l’ eterna rivalità tra menta e arancio, il pistacchio pietrificato nei frigo Algida… Qualcuno fa passare tutto questo coacervo fenomenico attraverso il romantico filtro della memoria, Tarantino preferisce esaltarne la materialità plastificata e sterile; per lui questa realtà vile ma intima è qualcosa che esige il suo culto pagano e provocatorio. Non è Tarantino ad essere violento, è questa Iliade, questa età degli eroi fatta di soldatini Atlantic che ha coltivato il mito dell’ atto violento risolutivo. Esattamente come a pochi metri di distanza, nel campetto, si coltivava il mito del dribbling in serie con golasso finale e abbraccio orgiastico intorno alla coppa. Salvo poi accorgersi con sgomento che il nostro campetto era giusto l’ area di rigore di un campo regolamentare. Salvo poi accorgersi che tutta quella violenza giustiziera era una violenza fatta con pistole ad acqua.

  8. diait 26/06/2014 alle 19:45

    (intanto, Franzoni è tornata a casa. Condannata per omicidio.)

  9. broncobilly 01/07/2014 alle 10:44

    Ai tempi non seguivo la nera come oggi. Peccato, a giudicarlo da lontano il caso della Franzoni mi sembra avvincente al pari di quello di Yara. Scommetto che tu vedi nella sua amnesia la metafora di un’ amnesia più generalizzata!🙂

    • diait 01/07/2014 alle 12:16

      no, più che altro vedo il solito diverso “peso” adottato dalla giustizia nei confronti delel mamme e donne italiane. Non solo dopo aver ucciso un figlio ha potuto farne un altro (e poi ci interroghiamo sui figli ai gay), ma oggi può tornare a casa perché è sempre giusto ricongiungere una madre ai figli. Anche se è stata giudicata un’assassina psicopatica.
      Copio il commento di un’amica (Rita!):
      Dice il Giudice:

      non sussistono condizioni di pericolosità sociale della condannata, perché è evidente che una tale costellazione di eventi non è più riscontrabile e ciò consente di sostenere che non vi sia il rischio che si ripeta il figlicidio come descritto nella sentenza della Corte d’assise d’appello di Torino».
      Cioè? che vuol dire? che i figli ormai sono grandi e quindi non riesce più ad ucciderli perché riescono a difendersi?
      Un’aberrazione del diritto. Sarebbe a dire che siccome non ha più figli piccoli o non ne può avere la lasciano libera.
      Come se un uomo che uccide la moglie possa restare fuori dal carcere se non si risposa perché non potrebbe più macchiarsi di uxoricidio.
      Detta in maniera grossolana ovviamene… anche perché la Giudice ha precisato che non sussistono più le “dure condizioni di vita che l’avrebbero portata all’omicidio”… ora vabbè che in Val d’Aosta se non sei matto lo diventi, diceva una mia collega (…), ma fare la casalinga con due figli piccoli di un’amena località montana non mi pare il massimo della durezza di vita.

  10. broncobilly 01/07/2014 alle 12:31

    In fondo per “amnesie generalizzate” intendevo proprio quelle che consentono uno spensierato doppiopesismo.

    A parte questo, mi chiedo il giudice cosa dovesse decidere? A che domanda dovesse rispondere?

    Probabilmente doveva rispondere alla domanda: “sussistono ancora condizioni di pericolosità sociale della condannata?”

    E non invece alla domanda: “è giusto che chi ha ucciso il proprio figlio esca di galera dopo 6 anni?”

    A domande del secondo tipo risponde solo il legislatore, penso.

    Si tratta di crimini “passionali”, ovvero estranei ad ogni calcolo. In questi casi la clemenza non mi scandalizza, e non mi scandalizza per gli stessi motivi per cui mi scandalizzava il supplemento di severità chiesto per il femminicidio.

    In altri termini, non me la sento di condannare l’ operato del giudice, ma sono con te nel condannare il doppio standard. Un doppio standard che sta nella legge, innanzitutto.

  11. diait 01/07/2014 alle 16:34

    poi ci sono i bambini che crescono in carcere, con le brave “mamme”.
    Tipo quello che ci ha vissuto 6 anni, in carcere, a Sollicciano, con la madre condannata per sfruttamento della prostituzione minorile. Ora sembra che lei abbia acconsentito ad affidarlo a uno zio paterno. Prima no, si era sempre opposta all’affido al di fuori della famiglia, certo. Non si sa mai in casa di chi capiti (anche se il bambino era seguito dal Telefono azzurro e via dicendo).
    Cuore di mamma, certo nessuno è più competente di una mamma, nessuno ama come una mamma, nessuno ecc.etera.

  12. broncobilly 02/07/2014 alle 10:47

    Spesso noi accusiamo le femministe di doppiopesismo allorché denunciano talune violenze omettendo di constatarne e denunciarne altre. Ma, se posso dirlo, così facendo manchiamo il bersaglio.

    Le femministe non sono affatto interessate alla VIOLENZA subita dalle donne, bensì al RUOLO delle donne nella società.

    Come posso dimostrare quel che dico?

    Semplice, oggi gran parte della violenza sociale è messa in atto e si scarica sugli uomini, quasi certamente a causa della loro funzione sociale. E’ chiaro che quanto più il progetto femminista di uniformare le funzioni sociali tra i sessi trova realizzazione, tanto più le donne saranno violente e al contempo dovranno farsi carico della violenza sociale complessiva, spartendosi così il fardello con l’ uomo. In altri termini, le femministe si augurano una società in cui le donne, mutando il loro ruolo, perpetreranno e subiranno più violenza rispetto ad oggi. Cambierà solo il tipo di violenza realizzata e subita. Il gioco vale la candela, secondo loro.

    Chi, con l’ obiettivo di migliorare la condizione femminile, spinge verso una società con una maggiore quota di violenza indirizzata verso le donne, è chiaro che non è per nulla interessato alla “violenza in sé” ed è dunque insensato accusarlo di “doppiopesismo” allorché denuncia un tipo di violenza e tace sulle altre.

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