Chiesa e sessualità

A molti comandi della Chiesa Cattolica dobbiamo uniformarci per obbedienza, tuttavia non sarebbe male se cercassimo di comprenderli anche con la ragione, almeno laddove questo sia ancora possibile.

Prendi i precetti sulla sessualità e sulla famiglia, sono un terreno minato, se ne discute continuamente sui giornali e nei forum.  Contraccezione, famiglia tradizionale, matrimonio gay… creano divisione tra i fedeli e la Chiesa è ora accusata di interferire, ora caldamente invitata ad elargire la sua saggezza millenaria per salvare il mondo dalla barbarie imminente.

Devo ammettere che in tema di sessualità la ratio di molte raccomandazioni dottrinarie mi sfugge.  M’ imbatto spesso in motivazioni che al mio debole intelletto appaiono confuse e temo così che questa confusione nasconda una fragilità di argomenti. Certo, potrei ripeterle a pappagallo ma forse è meglio fermarsi e fare un esame di coscienza.

Non riesco ad ammettere che manchi la buona volontà: ho ascoltato molte persone, dal Cardinale al filosofo di vaglia, passando magari attraverso il blogger più divulgativo ma attendibile. Tuttavia, la fatica nel comprendere persiste, il linguaggio che si parla in certe sedi  non è certo quello a me più congeniale. Oltretutto, lo scontro acceso tra militanti sacrifica la chiarezza per concentrarsi su martellanti slogan ad effetto da cui presto evapora ogni senso superstite.

Su certi temi non riuscirei mai a fare, per esempio, da catechista ai bambini, e questa è la prova del nove che non li ho assimilati. Colpa mia o colpa di chi mi li ha spiegati male?

Sì perché, ovviamente, resta aperta l’ ipotesi più probabile, quella che una certa fierezza mi impedisce di tenere nel dovuto conto: molto semplicemente il mio intelletto non è in grado di penetrare a fondo certe ragioni, troppo viziato com’ è dalla moderna esigenza di semplicità e immediatezza. Il linguaggio ecclesiale si abbevera ad antiche tradizioni che lo nobilitano ma, al contempo, lo saturano con incrostazioni a cui viene sacrificata la chiarezza. Quando certe ragioni sono il frutto di una stratificazione secolare assumono una complessità tale per cui, forse, vanno “abbracciate” prima ancora che “comprese”.

Ecco, ho appena detto una cosa che non comprendo fino in fondo. Quale sarà la reale differenza tra “comprendere” e “abbracciare”? Boh.

Tuttavia, spero ancora cioè sia possibile “tradurre” in termini razionali. Che sia possibile chiarire e semplificare riconducendo tutto a quel buon senso che coniuga al meglio intuito e ragione, forse basta trovare le parole adatte e una buona divulgazione razionale del Catechismo diventa possibile anche su temi tanto spinosi.

Nei paragrafetti che seguono presento le cose per come le ho capite e svolgo alcune riflessioni in cui ora aderisco, ora dubito degli argomenti tipici avanzati dalla Chiesa Cattolica in tema di sesso e famiglia. Penso che il dubbio sia lecito allorché si esplora il versante razionale di queste faccende. Poiché la Chiesa ha la pretesa di farlo, avrà anche la carità necessaria per sopportare qualche dubbio espresso senza le fanfare e la stolta allegria dell’ eretico modaiolo.

A questo punto un riassuntino di quel che segue  puo’ aiutare: nel primo paragrafo introduco il concetto tanto caro alla Chiesa Cattolica di “ordine naturale” e spiego perché questa nozione, nonostante le molte critiche ricevute, puo’ avere ancora oggi una sua importanza in chi affronta i temi etici. Nel secondo paragrafo affronto la questione il matrimonio omosessuale perché mi consente in modo indiretto di toccare altri temi dottrinari legati alla sessualità, dopo aver considerato una decina di obiezioni al matrimonio omo, concludo negando che ne esistano di solide: su questo punto non mi resta che obbedire e continuare a “cercare”. Nel terzo paragrafo mi occupo di come la retorica anti-discriminatoria si stia trasformando in una minaccia alla libertà di espressione religiosa. Concludo simpatizzando con le ragioni della Chiesa pur lamentando una sua scarsa credibilità quando solleva denunce in questo campo.  Nell’ ultimo paragrafo affronto la cosiddetta “guerra del pensiero” che oppone “cultura tradizionale” a “cultura gender”. Concludo evidenziando le lacune che riscontro nella seconda.

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*** L’ ORDINE NATURALE***

Affrontando i temi della sessualità, la Chiesa Cattolica ricorre di continuo al concetto di “ordine naturale”, assume cioè che esistano delle “leggi morali naturali”. E qui purtroppo già comincia a perdere parte dell’ uditorio per cui “capire” è importante; in molti, infatti, cessano di seguirla su questo terreno poiché ritengono che “essere” (ordine naturale) e “dover essere” (legge morale) siano due realtà scollegate tra loro. E, in effetti, se tra “fatti” e “valori” ci fosse realmente uno iato, concetti quali quello di “legge morale naturale” risulterebbero oscuri.

Per la maggior parte delle persone la scienza ci dice come stanno le cose (“essere”) ma da cio’ non possiamo inferire le norme di comportamento morale (“dover essere”). Non esiste un nesso forte tra natura e morale, non esiste quel nesso sintetizzabile nell’ espressione “legge morale naturale”. Chi pone questo nesso, secondo i più, cade nella cosiddetta “fallacia naturalistica“.

In effetti, passare dall’ “essere” al “dover essere” è impresa ardua, non conosco tentativi di colmare il gap che siano andati a buon fine. Un giudizio di valore puo’ essere dedotto da premesse sono meramente descrittive. Faccio un esempio: se “il comunismo produce miseria e schiavitù”, non posso concludere che “il comunismo è un male”; devo aggiungere una premessa valoriale: “schiavitù e miseria sono un male”.

Inoltre, il comando etico non puo’ richiederci l’ impossibile; non puo’ cioè pretendere che le persone facciano cio’ che la natura impedisce loro di fare, questo è riconosciuto pacificamente da tutti; tuttavia, qui si parla d’ altro, e la cosa è resa chiara dal fatto che chi stigmatizza certe condotte definendole “innaturali”, lo fa proprio assumendo che chi le persegue puo’ adottarle e spesso lo fa. Nella diatriba sulla “fallacia naturalistica” il tema del comportamento impossibile non si pone.

Paradossalmente, chi recupera in modo inaspettato le posizioni tipiche della “morale naturale” è certo scientismo dedito a forgiare una “neuro-etica” fondata nella fisiologia dell’ essere umano: i nostri doveri sarebbero in qualche modo iscritti nel nostro cervello.

Di sicuro l’ alleanza tra Chiesa e scientismo su questo punto – come su qualsiasi punto – è problematica, devono allora necessariamente esistere vie alternative e più promettenti per difendere razionalmente il modello “naturalista” tanto caro alla Chiesa.

Quando un cattolico parla di “diritti naturali” ha in mente un concetto di “natura” ben diverso da quello che ha in mente lo scientista. Una regola, per il cattolico, è “naturale” se precede le regole “convenzionali”, ovvero le regole frutto di un accordo tra persone. E allora la questione diventa: possono esistere regole giuridiche di tal fatta?

Facciamo un esperimento mentale: ammettiamo che una qualche forza divina vi nomini giudici e conduca al vostro scranno Caino, colpevole di aver ucciso per invidia il povero Abele. Quale sarà la vostra sentenza una volta esposti i fatti in conformità al dettato biblico? Ci sono tre alternative: 1) potreste dire che Caino è giuridicamente innocente visto che il suo presunto crimine non è affatto un crimine poiché è stato commesso su un territorio in cui non vigeva alcuna sovranità convenzionale e senza “convenzioni a priori” non possono esserci regole da rispettare; 2) potreste invece condannarlo a dire tre Ave Marie visto che, per quanto detto al punto precedente, se mai Caino fosse “colpevole” lo sarebbe solo in senso morale e non giuridico; 3) potreste invece condannarlo ad una pena equa (reclusione o morte, questo è altro discorso).

Mi sembra abbastanza scontato che l’ uomo ragionevole scelga la terza opzione. Ma questo significa ammettere che esistano dei “diritti” che anticipano le “convenzioni” e quindi le sovranità ufficiali. Questa esistenza puo’ essere facilmente intuita grazie alle nostre facoltà razionali. Noi possiamo, oltre a intuire l’ esistenza di tali diritti, possiamo giusto abbozzarne il contenuto, difficile spingersi oltre. Possiamo condannare caino sulla base di queste affidabili intuizioni ma già quando si tratta di stabilire la pena i dubbi cominciano a presentarsi e le nostre intuizioni non ci aiutano più molto. In conclusione: l’ uomo razionale riconosce l’ esistenza di un diritto naturale di massima ed è in grado anche di abbozzarne il contenuto, purtroppo, quando deve affinare la sua conoscenza, la sua intuizione incontra difficoltà insormontabili e cominciano inevitabili disaccordi. 

L’ intuizione è dunque lo strumento attraverso cui è possibile verificare l’ esistenza di un diritto naturale e anche abbozzarne il contenuto. Ma come procedere oltre? A cosa affidarsi una volta che l’ intuizione cessa di aiutarci? Non resta che affidarsi alla “convenzione”? Forse no. Forse il concetto di “diritto naturale” puo’ essere sensato anche per l’ uomo razionale che intende spingersi oltre la soglia dell’ intuizione. Nei paragrafi che seguono segnalo una via che a me personalmente è sempre parsa promettente.

In passato mi sono già imbattuto nella diatriba tra “naturalisti” e “positivisti” (o “convenzionalisti”). Lo scontro esemplare l’ ho incontrato nelle materie giuridiche laddove vigeva l’ opposizione tra “diritti naturali” e “diritti positivi”.

Ci si chiedeva se potessero mai esistere dei “diritti naturali”. I “positivisti” lo negavano poiché secondo loro l’ esistenza di un diritto che potesse dirsi tale è sempre il frutto di un intervento umano. Il diritto esiste perché esiste un legislatore che lo impone come comando. Il diritto è il parto di un’ intelligenza umana, fa parte di un corpo organico di comandi che realizza il cosiddetto ordinamento giuridico. Senza un Legislatore non puo’ esistere un Diritto; per gli stessi motivi non esiste diritto finché non esiste un Legislatore. Non esiste cioè un diritto che anticipi la figura del legislatore.

Ascoltando l’ altra campana, quella a difesa dei “diritti naturali”, l’ ho travata più intonata: il diritto nasce anche a prescindere dalla presenza di governanti visto che puo’ emergere naturalmente nell’ interazione spontanea tra individui. Cosa sono quelle consuetudini che si stabilizzano nel tempo e piano piano si trasformano in diritto codificato se non “diritto naturale”? Compito del governante, quindi, non è “creare” il diritto ma “cercarlo” e portarlo alla luce. Il diritto spesso pre-esiste al legislatore, possiamo teorizzare coerentemente qualcosa del genere e possiamo riscontrarla nella storia dei popoli.

Il diritto naturale è frutto di un’ “emersione“, il diritto positivo è frutto di una “delibera“. Il diritto naturale è spontaneo (non intenzionale), il diritto positivo è artificioso (richiede un’ intenzione).

Nei paesi anglosassoni vige il cosiddetto diritto di common law, ovvero un diritto naturale che si è formato proprio nei modi descritti. Non solo dunque il diritto naturale è rintracciabile, ma, vista l’ opera di “colonizzazione giuridica” dei paesi anglosassoni, possiamo azzardarci a dire che si tratta di un diritto che fa sentire la sua voce anche nella modernità.

Ebbene, quando la teoria è tanto chiara e l’ esemplificazione pratica tanto vasta, non vedo cosa osti ad accettare il fatto che i “diritti naturali” esistono eccome.

Probabilmente oggi nessuna società avanzata conferisce un ruolo centrale alle consuetudini, almeno come fonte del diritto. Nonostante questo ci si divide ancora su cosa sia tenuto a fare il buon legislatore. E’ preferibile il legislatore che “cerca”, “scopre” e “codifica” quanto ha scoperto o il legislatore che “crea” progettando in modo coerente? Questa è ancora oggi una domanda tremendamente sensata e a seconda che si risponda in un modo piuttosto che in un altro si prende posizione nella querelle tra giusnaturalisti e positivisti..

E’ chiaro che se ha ancora senso il concetto di “diritto naturale”, ha senso anche il concetto di “dovere naturale”. Ecco allora dimostrato che la ragione laica non puo’ ripudiare a priori l’ insegnamento della Chiesa Cattolica solo perché nei suoi testi fa appello ad un “ordine naturale dei diritti e dei doveri”.

Dicevamo che il concetto di ordine naturale interpretato razionalmente è caratterizzato nella sua essenza dal fatto di emergere dal basso. Un ordine è naturale, lo abbiamo visto, quando si realizza spontaneamente nella libera interazione tra i soggetti. In questo senso è sommamente impersonale, è una conseguenza non intenzionale dei singoli comportamenti ed è quindi estraneo ad ogni progetto umano concepito dall’ alto. Non a caso, nei paesi anglosassoni, si parla di “rule of law“: la potenza della regola è tale che anticipa l’ esistenza del legislatore e si impone anche ad esso disciplinandone l’ azione. Le regole vengono prima delle delibere.

Si capisce allora come mai, nella storia del diritto, gli innamorati dell’ “ordine naturale” abbiano  un particolare rispetto per le tradizioni, esse sono il frutto di un’ emersione complessa che nessun calcolo condotto a tavolino potrebbe replicare qui ed ora, esse sintetizzano gusti ed esigenze, esse radunano la miriade di informazioni presenti in una miriade di cervelli e lo fanno in un modo che nemmeno un moderno computer potrebbe gestire. Ma oltre alla tradizione, i cultori del diritto naturale si sono sempre preoccupati di proteggere un contesto propizio all’ “emersione” delle informazioni, un contesto che favorisca la libera e spontanea interazione tra gli agenti. Senza questo prezioso oracolo sarebbe ardua una conoscenza accurata dell’ ordine naturale.

Inoltre, l’ “ordine naturale” puo’ e deve mutare seguendo il suo… “corso naturale“. Una consuetudine, per quanto radicata, non sarà mai destinata a durare in eterno. Una tradizione, nel momento in cui si fossilizza, nuoce al vivere comune anziché arricchirlo. Ma affinché i mutamenti siano correttamente indirizzati e seguano il loro “corso naturale”, occorre anche qui proteggere un contesto favorevole alla sua “emersione naturale” dal basso.

Possiamo fare un esempio che riguarda la sessualità. La cosiddetta “famiglia tradizionale” probabilmente è un’ istituzione recente. L’ uomo cacciatore era organizzato in modo diverso, più promiscuo: così come metteva in comune le risorse, metteva in qualche modo in comune anche mogli e prole. Si capisce, se le risorse vanno a tutti in pari misura è meno urgente sapere con esattezza chi sono le proprie mogli e i propri figli. Su mio figlio, chiunque sia, sarà investito sempre il medesimo quantitativo di risorse. L’ importante è avere più figli che si puo’, e infatti non mancava una gerarchia intra-clan, così come è importante difendersi al meglio dai clan rivali, magari stuprando le donne delle tribù sconfitte. Con la rivoluzione agricola e la necessità di investire a lungo termine gli uomini cominciano a differenziarsi, emerge “naturalmente” la proprietà privata e, come corollario ad essa, la famiglia tradizionale.

La “famiglia naturale (o tradizionale)”, allora, non è tale perché esiste dalla notte dei tempi. E’ tale solo perché così ce l’ ha consegnata il “corso naturale” degli eventi. Se una forza misteriosa avesse bloccato dall’ alto l’ organizzazione tipica dell’ uomo cacciatore, l’ avvento della “famiglia tradizionale” sarebbe stato ritardato se non impedito.

Ecco allora cosa differenzia le “legge positiva” dalla “legge naturale”: la prima è posta dall’ alto, da un’ intelligenza, da un governante che sovraintende alle relazioni umane. La seconda emerge dal basso grazie ai comportamenti spontanei e consuetudinari degli uomini che formano la comunità. Il governante si limita a scoprirla e a codificarla.

La legge naturale implica un procedimento di scoperta, il governante deve favorire l’ ambiente più propizio al fine che le “leggi naturali” della società segnalino nel modo più chiaro possibile la loro presenza. Chi blocca dall’ alto il fermento sociale fissandolo una volta per tutte con obblighi e proibizioni soffocanti, non puo’ dirsi un adepto della “legge naturale”.

Da quanto detto, traggo ora una prima conclusione: l’ “ordine naturale” razionalmente inteso valorizza la libertà di azione e di scelta degli agenti sociali, per questo mi risulta difficile pensare che un sistema di proibizioni possa mai essere seriamente giustificato in nome dell’ “ordine naturale”. Se un’ istituzione non è conforme all’ ordine naturale, deperirà e si estinguerà di per sé, non esiste alcuna urgenza di proibirla, mentre esiste il chiaro pericolo che una proibizione intempestiva impedisca all’ “ordine naturale” e al “corso naturale” degli eventi di emergere in modo evidente. La proibizione è invece essenziale per chi intenda realizzare un progetto umano vincendo l’opposizione altrui, e penso quindi al “positivista”, che non a caso si oppone strenuamente al concetto di “ordine naturale”.

Ma torniamo alla Chiesa Cattolica. Naturalmente la Chiesa Cattolica potrebbe sostenere che la “legge morale naturale” di cui parla è oggetto di una Rivelazione speciale di cui lei è depositaria, cosicché noi non dobbiamo “scoprire” alcunché con la nostra ragione di uomini, dobbiamo solo ascoltare le parole della Rivelazione così come ci vengono trasmesse nel suo Magistero. A questo punto, chiuso ogni discorso, non ci resterebbe che una Santa Obbedienza.

E in parte, bisogna ammetterlo, la Chiesa Cattolica dice proprio questo.

Fortunatamente, questo non è il messaggio completo che giunge al fedele. Per la parte restante, quella in cui è chiamata ad intervenire la ragione umana, vale ancora quello di cui abbiamo discusso più sopra.

*** IL MATRIMONIO OMOSESSUALE***

Dopo un abbozzo teorico, vengo ora ad alcuni contenuti specifici.

Ce ne sarebbero molti. Per esempio: che senso ha la castità prematrimoniale nel 2014? A molti appare come qualcosa di assurdo. Eppure ci sono comportamenti che consideriamo normalissimi con cui sostituiamo proprio la castità, non dovrebbe quindi esserci difficile capirne le ragioni. La castità è solo un sacrificio ascetico che dedichiamo all’ amato/amata e attraverso il quale lui/lei puo’ giudicare l nostro attaccamento. Un dono del genere ha senso solo all’ interno di una cultura come quella cattolica che attribuisce grande valore all’ unione carnale. Oggi che la cultura cattolica non è più egemone, il valore dell’ attività sessuale si è svalutato facendo perder di senso la pratica della castità, tuttavia non abbiamo certo tralasciato di adempiere alle funzioni che ricopriva, lo facciamo in altra maniera, per esempio tramite l’ anello di fidanzamento. L’ anello di fidanzamento ha senso solo se è costoso, solo se implica un sacrificio finanziario e fa trasparire la serietà delle nostre intenzioni. Il sacrificio finanziario ha rimpiazzato quello amoroso. E’ normale che sia così visto che oggi la ricchezza vale più del sesso. Un anello poco costoso, per quanto bello, non assolverebbe alla sua funzione principale. Che ne pensereste di un tale che vuole fidanzarsi con voi regalandovi come anello la linguetta della lattina di Coca? Originale! E poi non è poi così brutta, guardatela bene! Ha solo il difetto di avere un valore vicino allo zero e quindi di non implicare alcun sacrificio. E’ lì, attaccata alla sua lattina, disponibile per qualsiasi bluff sentimentale. Non potrà mai assurgere a prova d’ amore. Questo per dire, la castità sarà anche fuori moda ma la sua ratio facilmente intuibile da chiunque anche nel 2014.

Eppure la castità è un tema così desueto, non invoglia all’ approfondimento, meglio qualcosa che infervori il dibattito contemporaneo. Mi concentrerò allora sulla questione degli omosessuali e del loro matrimonio poiché mi sembra che, a cascata, un simile problema consenta di toccarne molti altri legati alla dottrina cattolica della sessualità.

Ammetto di scrivere anche per chiarire le cose a me stesso, d’altronde non penso che questa esigenza sia un inconveniente. Anzi.

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Partiamo: perché la Chiesa condanna le pratiche omosessuali?

In realtà la Chiesa non condanna “le pratiche omosessuali”, bensì le pratiche sessuali contrassegnate dalla sterilità. Cio’ significa che condanna anche le pratiche eterosessuali quando sono attuate in modo da prevenire artificiosamente il concepimento.

In questo senso gli omosessuali sono, mi si lasci passare il termine, solo “sfortunati“, sono delle “vittime involontarie” visto che le pratiche sessuali a cui sono inclini sono sterili per definizione. Anzi, per natura.

Il giorno che la Chiesa sdoganerà il preservativo – se mai questo avverrà – forse sdoganerà anche l’ amore omosessuale. In fondo la proibizione dell’ uno e dell’ altro è fondata sulla medesima ratio.

La Chiesa non condanna quindi l’ omosessualità e nemmeno le pratiche omosessuali, condanna le pratiche sessuali sterili, e questa condanna tocca sia gli omosessuali che gli eterosessuali.

La Chiesa, è meglio precisarlo di passaggio, non arriva in questi casi a pretendere che le sue condanne abbiano forza di legge. Questa rinuncia è pacifica e bisogna tenerne conto valutando quel che segue.

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Ma perché condannare l’ amore sterile? Cerchiamo una giustificazione razionale.

Presento dapprima il cosiddetto “argomento dell’ economista“: perché se nei modelli economici tanto accreditati nelle più grandi università si assume che dare 100 euro a una persona migliori per definizione la sua condizione, non dovremmo assumere che lo stesso accada quando doniamo una vita da vivere?

Se seguiamo “l’ argomento dell’ economista” dovremmo concludere che dare la vita produce valore in sé.

Naturalmente ci sono molti modi per aggirare il problema, tuttavia per farlo bisogna ricorrere a fastidiose sottigliezze filosofiche che differenzino le assunzioni di fondo nell’ un caso rispetto all’ altro. Ognuno è autorizzato a procedere come crede ma sinceramente penso che la posizione più lineare consista nell’ accettare l’ equiparazione e trarne le conseguenze.

Ma se la vita ha un  valore in sé, allora capiamo anche perché la sterilità abbia un suo disvalore in sé. Non dico che la via scelta dalla Chiesa per favorire la fecondità sia l’ unica a disposizione, dico solo che, tra le tante, è quella che ci consegna la tradizione. Una tradizione che, come abbiamo visto, possiamo anche razionalizzare.

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Veniamo ora ad argomenti meno astratti in favore della fecondità.

Partiamo da quelli arcaici. Un tempo puo’ darsi che una condanna della sterilità servisse a rafforzare il gruppo. In passato la forza di un gruppo era dato innanzitutto dalla sua numerosità. Un gruppo numeroso è anche più forte. La fertilità ingrossa il gruppo potenziandolo, la sterilità lo estingue.

Ma c’ è qualcosa in più: avere figli non solo rafforza il gruppo ampliandolo ma garantisce che i figli professino la stessa ideologia dei padri. La staffetta ideologica attraverso l’ educazione familiare non sarà automatica ma si realizza abbastanza bene rispetto alle alternative a disposizione.

Il mondo futuro è di chi ha più figli e chi vuole conquistare il mondo deve saperlo.

Qualcuno potrebbe osservare: “ma un omosessuale resta sterile sia che pratichi sia che non pratichi. A questo punto, se dal punto di vista riproduttivo non cambia nulla, lasciamo che faccia quel che vuole. Sarebbe crudele sacrificarlo in cambio di nulla!”.

Non è proprio così. Anche gli omosessuali in fondo desiderano una discendenza, e nella storia l’ hanno sempre avuta. Solo che l’ hanno sempre avuta con persone dell’ altro sesso. Un omosessuale senza alternative, probabilmente si sposerà e avrà figli. In fondo se gli omosessuali non si sono estinti è anche perché hanno avuto parecchi figli con i metodi tradizionali. In altri termini, non è affatto detto che un omosessuale resti sterile: se messo sotto pressione da una serie di stereotipi potrebbe rifugiarsi nel matrimonio tradizionale, magari per mascherare la sua condizione, e avere figli.

Ecco allora una possibile base razionale per la condanna del matrimonio omosessuale: il matrimonio omosessuale – ovvero un legame stabile realizzato tra persone sterili – renderebbe più difficoltoso il contributo riproduttivo che anche gli omosessuali hanno sempre dato e potrebbero ancora dare nonostante il loro orientamento sessuale.

Tuttavia, oggi, simili motivazioni non hanno più ragion d’ essere: la forza di un gruppo non si misura più in termini di numerosità. Non a caso ho definito queste ragioni come “arcaiche”, nessuno nelle società moderne si sognerebbe mai di accusare chi non contribuisce attivamente a rinfoltirle, semmai è più facile assistere all’ accusa opposta. Diciamo allora che le “ragioni arcaiche” sono deperite col tempo e chi le rinverdisce ha scarsissime possibilità di convincere la controparte.

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E la diffusione ideologica? Se la numerosità del gruppo non ci interessa più, l’ egemonia ideologica potrebbe ancora interessare i cattolici, e quella non si realizza se non ci moltiplichiamo e trasferiamo ai figli la nostra ideologia.

Gli islamici, per esempio, sono estremamente interessati a che le famiglie siano forti e numerose. Molti ritengono ancora oggi che numero e trasmissione ideologica sia un ottimo modo per dominare nelle società democratiche.

 

[… ma non occorre additare gli islamici, io stesso mi ritengo un libertario scettico che non crede più nella propaganda idologica – “world don’t listen” – in questi casi l’ unico progetto politico sensato di lungo periodo consiste nel puntare sulla prolificità dei libertari…]

A questo punto bisogna dire che una coppia omosessuale cattolica potrebbe adottare dei figli ed educarli secondo i precetti cattolici e mettersi al riparo da ogni accusa contro il matrimonio omosessuale. Cosa glielo impedirebbe?

Possibile obiezione: gran parte dell’ ideologia professata dipende dalla personalità del soggetto che a sua volta è in gran parte ereditaria. Quindi, i figli adottati non sembrano nelle condizioni migliori per ricevere la loro ideologia dai genitori adottivi. In altri termini, il “cattolico” è anche un “tipo psicologico” e l’ omosessuale cattolico che non figlia non contribuisce alla sua diffusione.

Soluzioni? Impedire il matrimonio omosessuale? No. Eventualmente, favorire ed accelerare la transizione verso l’ utero artificiale via utero in affitto.

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Devo ammettere che l’ argomento dell’ “egemonia ideologica”, oltre a essere superabile consentendo alla coppia omosessuale di avere in qualche modo dei figli, non attecchisce nella mentalità moderna in generale: “egemonia” è un termine che fa paura per come si oppone ad un termine che gode certamente di stampa migliore: “tolleranza“.

E allora veniamo ad argomenti più generali in favore della fecondità, per poi vedere se possiamo utilizzarli “contro” il matrimonio omosessuale: nell’ era dell’ innovazione un cervello produce molto più di quanto consumi uno stomaco, cio’ significa che ogni bambino che viene al mondo lo arricchisce. Anche il più gretto utilitarista dovrebbe gioire ad ogni fiocco rosa/azzurro, e di conseguenza favorire la massimizzazione dei nuovi nati.

Fecondità è ricchezza, il binomio deve valere per l’ utilitarista razionalista come per il cattolico.

Ecco, questo potrebbe essere un buon argomento contro il matrimonio omosessuale.

Ma non contro il matrimonio omosessuale con figli.

Qui assistiamo a un paradosso: molti cattolici tollererebbero a denti stretti il matrimonio omosessuale purché alla coppia venga impedito di avere o reperire dei figli, eppure, da quanto visto, sembra proprio che il migliore argomento contro le unioni omosessuali possa essere aggirato proprio consentendo a tali unioni di avere dei figli.

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Molti cattolici temono che un bimbo cresciuto senza l’ apporto attivo di genitori di ambo i sessi possa essere infelice, o comunque possa soffrire alcuni scompensi per la mancanza della mamma o del papà. La preoccupazione è lecita e molti psicologi teorizzano qualcosa del genere.

Più ancora delle teorie psicologiche, però, qui contano i fatti. Fortunatamente siamo di fronte a questioni empiriche e non a materia di fede. E allora il problema diventa sperimentale, dobbiamo chiedere ai ricercatori se le preoccupazioni trovano un fondamento nei fatti. Immaginiamo quanta “ricerca ideologica” ci sarà in un campo minato come questo, per ogni Simon Crouch ci sarà una  Mark Regnerus. Del resto non ci sono alternative, bisognerà vagliare la qualità e l’ indipendenza delle fonti. Al momento siamo lontani dal poter confermare in modo inequivocabile i timori di cui sopra.

E poi, anche a questa discussione fa sempre da bordone le tesi del primo paragrafo: se a una persona qualsiasi, un’ evidenza qualsiasi basterebbe per fondare le sue preoccupazioni, a un cattolico, invece, proprio perché rispetta l’ “ordine naturale” delle cose, occorre un’ evidenza particolarmente sostanziosa prima di invocare proibizioni volte a limitare le libertà individuali e quindi a bloccare il “corso naturale degli eventi”, ovvero il database più completo a sua disposizione.

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Volendo tutelare i bambini, dovremmo porci la domanda: qual è l’ alternativa offerta al bimbo non adottato dalla coppia omosessuale?

Essere adottato da una coppia eterosessuale, rispondono in molti. Ma c’ è davvero tanta carenza di bambini adottabili? Se mai le cose non stessero davvero così, l’ alternativa sarebbe l’ orfanotrofio o qualcosa del genere. Ad ogni modo, se la concorrenza con le coppie etero fosse davvero il problema, e io faccio fatica a pensarlo, nella gara per l’ adozione dei pochi bambini disponibili basterebbe dare punteggi più bassi alle coppie omo.

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Ci sono poi i timori “politicamente scorretti”, in molti ritengono vi sia un nesso tra omosessualità e pedofilia: il bimbo affidato ad una coppia omosessuale sarebbe particolarmente a rischio per cio’ che concerne eventuali abusi. Più di quanto non lo sia se cresciuto in una famiglia tradizionale.

Si tratta di un timore credibile?

Di sicuro, chi approfondisce la vicenda dei “preti pedofili” è colpito dall’ esistenza di questo nesso: gran parte degli atti di pedofilia sono stati condotti da preti omosessuali. E’ un puro caso? Puo’ darsi che chi esprime certi timori abbia in mente queste vicende. Tuttavia, non penso si possa generalizzare. In fondo non sappiamo se nel clero la quota di omosessuali sia pari a quella che si riscontra nella società, potrebbe anche essere più alta. Puo’ darsi che in mancanza della possibilità di esprimere a pieno la loro sessualità, molti soggetti abbiano poi trovato un loro ruolo di prestigio presso la Chiesa. In mancanza di studi che campionino l’ intera società – e che probabilmente non verranno mai fatti seriamente per questioni politiche – io sospenderei il giudizio.

E, in conclusione, mi tocca ripetere anche qui il solito disclaimer: 1) perché proibire e non regolare? 2) una nuova vita quanto rischio compensa?

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Un’ altra obiezione che merita di essere considerata: “guarda che i bambini, oltre a essere adottati, possono essere confezionati affittando uteri, una pratica che sfrutta gli ultimi“.

Puo’ darsi, ma perché allora non regolare anziché proibire?, magari consentendo alla mamma naturale di avere l’ ultima parola da spendere dopo il parto, oppure garantendo sempre al figlio la rintracciabilità dei genitori naturali? Chi vede solo la proibizione mi sembra che adotti l’ argomento in modo pretestuoso finendo per danneggiare chi intende difendere.

Inoltre, troppe volte ho constatato che questa difesa degli “ultimi” si sia tradotta di fatto in una loro penalizzazione. Troppe volte dei minori a cui è stato impedito di lavorare sono finiti sulla strada per prostituirsi. Troppe volte la chiusura di fabbriche senza standard di sicurezza minimi ha lasciato gli “ultimi” nella miseria nera. Troppe volte i “primi” sono corsi in soccorso agli “ultimi” mentre questi scappavano da loro a gambe levate. Eccetera. Ebbene, ho la netta sensazione che anche qui rischiamo qualcosa del genere.

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Ma forse l’ obiezione cruciale è un’ altra: “… l’ utero in affitto ci condurrà all’ utero artificiale e l’ utero artificiale offrirà un viatico alla “costruzione” dei figli in laboratorio e ad un mutamento antropologico inarrestabile… i figli non sono un diritto,  non sono voglie da soddisfare ad ogni costo, non sono capricci…”.

Al di là del fatto che ho sempre problemi con espressioni vaghe come quella di “mutamento antropologico”, un figlio puo’ essere anche una voglia. Perché no? La trovo una voglia molto naturale più che un capriccio artificioso. Detto questo, non penso proprio che queste voglie non abbiano un costo, ce l’ hanno eccome. Ma se questo costo per qualsiasi motivo si abbassa, perché mai dovrei lamentarmi o non prenderne atto? Ieri il costo era proibitivo, oggi non più. Dove sta esattamente il problema?

Sopportare i nostri limiti è un pregio ma sopportare dei limiti finti è un esercizio ascetico, magari anche virtuoso, ma da lasciare a chi se lo sceglie per sé al fine di rafforzare la propria volontà. Accettare il fatto che i figli non arrivino è un pregio ma rinunciare ad averli quando è possibile averli è qualcosa di diverso.

Tuttavia, ammettiamo anche che un costo in termini di “allenamento della volontà” debba essere pagato, la domanda cruciale da porsi è sempre la stessa: meglio un bimbo in più con genitori soddisfatti o meglio nessun bimbo con genitori temprati dalla prova?

Poniamoci questa domanda nel caso delle coppie omo. Ebbene, sarebbe una domanda insensata se un omo impedito di avere figli col compagno decidesse di averli con una donna. In questo caso ci sarebbe sia il bimbo che, almeno in parte, la prova ascetica (ovvero la rinuncia ad avere il figlio con la persona che si ama). E spesso, come dicevamo, in passato è stato proprio così. Tuttavia, in termini assoluti, ho l’ impressione che se non si pongono proibizioni il saldo complessivo dei bambini venuti al mondo, coeteris paribus, sarebbe positivo. E allora, ecco che la domanda cruciale torna a riproporsi.

Di fronte alla domanda di cui sopra, la sicumera atea è nota: “i bambini non venuti al mondo per me valgono meno di zero. Non esistono, come possono avere un valore?!”.

Tuttavia, una risposta del genere non mi convince, molte volte noi diamo valore a persone che non esistono, per esempio alla “generazioni future” a cui vogliamo consegnare loro un mondo migliore. Secondo la logica atea dovremmo dire: “che senso ha impegnarsi nei confronti di chi non esiste? Chi non esiste vale meno di zero!”

Prendo allora le distanze da una simile posizione, e mi sembra di aver già razionalizzato il mio smarcamento allorché ho accennato più sopra “l’ argomento dell’ economista” e agli altri argomenti pro-fecondità.

Qui penso proprio di condividere la sensibilità del cattolico medio, costui è portato a dare un certo valore alla vita in sé, anche quando questa vita non ha mille garanzie, anche quando non si trasforma in automatico nel paradiso in terra, anche quando i genitori non sono il paparino e la mammina delle pubblicità, anche quando il paparino e la mammina non sono temprati dalle prove, anche quando hanno avuto il figlio che sognavano senza essersi sottoposti, almeno in questa occasione, a frustrazioni che avrebbero forse rinforzato il loro carattere. Una vita in più ha un valore tale che compensa molte, moltissime cose.

***

Si teme che il desiderio di bambini da parte di coppie lesbiche si traduca in un’ esplosione dell’ “eterologa”. Le obiezioni a questa pratica per far nascere i bambini sono note: il diritto inestirpabile del minore a conoscere il padre biologico comporterebbe dei rischi notevoli per l’ equilibrio familiare. Chi si oppone a questi argomenti afferma che un rischio del genere è già presente nelle adozioni. Tuttavia, si replica a questa controdeduzione dicendo che l’ adozione è un rimedio ad un danno che sta a monte e non una pratica che inizia da una tabula rasa.

Tutto cio’ è in qualche modo corretto, senonché il “danno che sta a monte” a sua volta si è presentato a suo tempo sotto forma di rischio: quando certi genitori procreano, il rischio di abbandono e di trascuratezza della prole è molto più elevato. Che si fa? Si applica un “sano” principio di prudenza al fine di minimizzare i rischi per il nascituro? Si sterilizzano certe tipologie potenzialmente inadeguate di genitori? Qualche ateo a cui piace giocare con l’ eugenetica potrebbe farci un pensierino. Ma se mai esiste un soggetto a cui una soluzione del genere ripugna, questi è il cattolico. Nessuno come il cattolico percepisce che “il rischio della vita vale la candela del venire alla luce”. Io mi limito ad osservare che se lo percepisce nel caso delle adozioni, è nelle condizioni ideali per percepirlo anche nel caso dell’ eterologa!

***

C’ è un’ obiezione collegata alla precedente che trovo molto sensata ed è quella di chi teme che la coppia omosessuale sia mediamente più precaria rispetto a quella etero. Questo aumenterebbe le sofferenze dei piccoli.

Molti indicatori ci dicono che è così, anche se scarseggiano i dati rispetto alle coppie omosessuali con figli. Forse è meglio attendere.

Per quanto l’ instabilità di coppia  incida poco sul futuro dei piccoli, di sicuro li fa soffrire, e questo deve essere tenuto in conto. Chi è sinceramente preoccupato da questo risvolto, e non lo usa solo come pretesto, potrebbe prevedere per gli omosessuali un matrimonio di vecchio stampo, di quelli che non prevedano divorzio. Naturalmente qualcuno opinerà che le tensioni dovute alla convivenza forzata producono altrettanti danni che l’ eventuale divorzio ma difficilmente questa obiezione verrà mai dal fronte cattolico visto che in quello schieramento la proibizione del divorzio viene visto come un fattore coesivo sia della coppia che della comunità più in generale. In ogni caso, sottrarrei a questo trattamento più esigente le lesbiche, non sembra che le loro unioni siano particolarmente precarie, persino in mancanza di figli.

E da ultimo torno a riproporre il mio ritornello preferito: le coppie omosessuali e la loro voglia di figli ci regalerà più bambini? Se la risposta è sì, le obiezioni che stiamo analizzando diventano di colpo marginali: il tipico cattolico, particolarmente disposto ad accogliere al mondo anche bimbi con malattie gravi, non dovrebbe fare difficoltà ad accogliere bimbi che vengono al mondo con un rischio di futura separazione dei genitori leggermente sopra la media.

***

Continuiamo con le obiezioni. Qualcuno potrebbe accennare al fatto che l’ omosessuale medio è meno credente e quindi i suoi figli meno favoriti nel ricevere l’ indottrinamento – in senso buono – cristiano.

[… ma esiste un indottrinamento in senso buono? L’ ateo-laico-non credente-agnostico non capirebbe un simile concetto, lo troverebbe addirittura offensivo. Lui e le sue scuole di stato conoscono un solo tipo d’ indottrinamento: quello “cattivo”, ovvero quello realizzato dalle culture alternative alla sua. Ma i cattolici, che oggi rappresentano una cultura alternativa, non potrebbero condividere una simile sensibilità e sanno quindi di cosa si parla quando si parla di “indottrinamento” in senso positivo: la loro educazione è indicata come sinonimo di “indottrinamento”, cosicché a loro non resta che considerarlo “indottrinamento in senso buono”…]

Ma siamo poi sicuri che gli omosessuali siano meno credenti? Quand’ anche fosse così potrebbe essere dovuto al fatto che sentono come un attacco l’ opposizione al matrimonio omosessuale, una volta tolta questa ostilità, gran parte del risentimento verrebbe meno. Fortunatamente la Chiesa è sempre stata lungimirante e in grado di astrarsi dalle contingenze. Io penso che, per esempio,  gli omosessuali uomini – i più numerosi – possano essere anche più credenti degli uomini etero. In tal senso basterebbe mettere insieme due informazioni attendibili: 1) le donne sono mediamente più credenti degli uomini e 2) la sessualità si riflette nella personalità.

In ogni caso, sia detto per inciso, una simile preoccupazione dovrebbe spingere all’ evangelizzazione più che alla proibizione.

***

Molti cattolici parlano di una “lobby gay“. I toni con cui lo fanno a volte mi sembrano un modo per costruire un nemico  risvegliando paure irrazionali e, nei casi peggiori, incitare all’ odio. Sicuramente la lobby gay esiste, come esiste la lobby vaticana, continuamente evocata in modo altrettanto truculento dalla controparte. Le lobby, ovvero i gruppi di interesse organizzato con abboccamenti verso il ceto politico, sono solo uno strumento attraverso cui i cittadini portatori di un interesse cercano di contare in un sistema democratico maturo.

***

Alcuni cattolici sono estremamente sensibili alle parole. Per loro il linguaggio è molto importante. Non dovremmo “cedere” ai gay la parola “matrimonio”.  Sembra quasi che si oppongano alle unioni gay solo per non cedere la “parola” al nemico.

Ammetto di essere più appassionato alla sostanza delle cose piuttosto che alla forma linguistica con cui vengono esposte, ad ogni modo rispondo meglio sul punto nell’ ultimo paragrafo, quello in cui tratto della “guerra culturale” in atto.

***

Secondo altri siamo di fronte ad un’ offensiva contro la famiglia, ovvero alll’ ultimo baluardo che impedisce allo stato-padrone di spadroneggiare sull’ individuo. Questo ruolo della famiglia era già stato enfatizzato da Chesterton che la considerava come l’ istituzione anarchica per eccellenza, evidentemente la vedeva come organizzazione spontanea in grado di collaborare con lo stato ma anche di opporvisi. Tutto giusto, ma un argomento del genere spinge chi è sensibile all’ invadenza dello stato a difendere la famiglia in sé prima ancora che la famiglia tradizionale. Puo’ darsi, anzi, che accettando i matrimoni omo le famiglie aumentino anziché diminuire. In questo caso l’ argomento da “contro” si trasformerebbe in “pro”.

***

Alcuni cattolici sono più semplici e diretti: “mi oppongo ai matrimoni gay perché mi ripugna solo l’ idea…”

Il sentimento di ripugnanza va rispettato, non si trova lì per caso nelle nostre coscienze. Non è sempre qualcosa che rinforza i nostri interessi: anche a molti omosessuali ripugna il matrimonio gay. A certi omosessuali ripugna perfino la loro omosessualità. Chi non ha letto Testori?

Detto questo, in una discussione, le ragioni prevalgono sui sentimenti. Anche perché sono l’ unico elemento che si puo’ esprimere. Del resto, se a tutti ripugnassero le stesse cose, non ci sarebbero discussioni.

Questo per dire che il sentimento di ripugnanza non è a senso unico, a molti potrebbe ripugnare il trattamento diseguale di fronte alla legge tra coppie etero e coppie omo. Io sono in una condizione simile: mi ripugna trasgredire al principio di eguaglianza così come mi mette a disagio pensare a un bambino senza la mamma. Devo decidere quale intuizione far prevalere e decido per la prima poiché la ritengo più fondamentale per la nostra vita civile.

***

Molti cattolici sinceramente preoccupati dalla prassi evocano la cosiddetta legge del “piano inclinato“: se cediamo terreno su questo versante, verremo travolti a valanga su tutte le altre questioni legate alla sessualità.

Va bene, puo’ essere una ragione pragmatica per “resistere”, ma teniamo conto però anche della “dispersione delle energie“, pure quella è una legge strategica  che la buona prassi non deve tralasciare: se insistiamo a combattere battaglie perse, non avremo più energie per portare a casa le battaglie alla nostra portata.

***

In conclusione, dalla mia breve analisi mi sembra che sia sempre possibile abbozzare una risposta alle obiezioni razionali più semplici e comprensibili contro il matrimonio omo. Non lo nego, mi viene il sospetto che, poiché alle obiezioni chiare è possibile rispondere, si ripiega su quelle che personalmente trovo ambigue e che io non riuscirei a sostenere con l’ aiuto della sola ragione.

Nella mia ricostruzione emerge un elemento curioso: quand’ anche alcune obiezioni contro il matrimonio omo abbiano una loro forza, sono superabili se pensiamo a un matrimonio omo con figli. La curiosità sta nel fatto che, al contrario, molti cattolici, almeno nella loro testa, tollererebbero sì il matrimonio gay, purché sterile.

Se la mia analisi fosse  completa, non mi resta che obbedire senza fare appello alle facoltà razionali. Nel frattempo, chissà che una qualche intuizione possa illuminarmi facendo in modo che una nuova convergenza tra la mia fede e la mia ragione si realizzi anche su questi temi.

Da ultimo vorrei solo precisare che, per quanto io sia contrario a riconoscere pubblicamente il matrimonio gay, lo sono per ragioni che valgono anche per il matrimonio tradizionale. Devo usare un linguaggio più esplicito per dissipare ogni equivoco? Ebbene, se uno pretende il diritto alla pensione di “reversibilità“, tanto per portare un esempio, che se lo compri versando contributi più alti rispetto a chi non è interessato a questo diritto. Se uno agogna alla sua quota di eredità, tanto per dirne un’ altra, veda di farsi ben volere dal partner senza far conto sulla “legittima”. Se uno pretende gli alimenti dal coniuge con cui divorzia, veda di stipulare con lui un contratto pre-matrimoniale oculato. E potrei andare avanti ma purtroppo, per quanto lunga sia la lista, si tratta sempre di motivazioni applicabili sia al matrimonio omo che a quello tradizionale.

La Chiesa Cattolica mi sembra contraria alle unioni gay per ben altri motivi. Secondo l’ impostazione che ritengo più lineare, invece, se non si eliminano i privilegi offerti alle coppie tradizionali, non vedo perché non concederli ad una coppia gay che li pretende. O almeno, non lo vede la mia ragione. Per fortuna considero pur sempre la Chiesa il corpo di Cristo incarnato sulla terra e quindi, grazie all’ obbedienza, arrivo per altra via al punto. Purché non mi si chieda di far crociate contro il matrimonio gay. Alla “battaglia culturale” non intendo partecipare attivamente. Poco male, in fondo ci sono così tante altre cose da fare e tante preghiere da recitare lontani dall’ arena.

***

Per un approccio differente:

https://www.facebook.com/lucetta.scaraffia/posts/10203488630949101

***LIBERTA’ DI ESPRESSIONE***

La discussione sorta intorno al matrimonio gay porta con sé delle diatribe collaterali in cui la mia adesione alle posizioni della Chiesa Cattolica è decisamente più convinta.

Il mondo cattolico guarda con preoccupazione a leggi che potrebbero colpire chi semplicemente esprime la sua opinione. Parlare in certi termini del mondo omosessuale potrebbe configurare un reato discriminatorio. Anche argomentare contro i matrimonio gay potrebbe essere a rischio una volta che certe leggi ambigue saranno nelle mani di procuratori ideologizzati. E che questi abbondino è cosa certa. La noia dei polverosi uffici giudiziari è tanta e l’ opportunità di dedicarsi alla Grande Causa alletta i tipi più insospettabili. E quale sia in questi uffici iper-statalizzati la Grande Causa, è facile immaginarlo.

Giusto timore, giusta battaglia. I reati di opinione, mentre convincono molti anti-fascisti che li hanno entusiasticamente introiettati dai codici fascisti, mi lasciano freddo.

Ma dove eravate, cari correligionari, quando lo stesso trattamento veniva riservato ai “negazionisti”?

Non ho sentito la vostra voce.

Non lo sapevate che se l’ altro ieri sono andati tra gli applausi a prendere il “fascista” di turno, se ieri sono andati col consenso generale a prendere l’ odioso “negazionista”, oggi… oggi sarebbero venuti a prendere anche voi?!

Eppure era facile prevederlo.

Lo so, i “negazionisti”, si dirà, hanno un ceffo ben diverso e sono ben altro affare, non parliamo poi dei fascisti.

Una cosa è certa, comunque: chi  ieri non applaudiva, oggi è più credibile quando si lamenta.

***LA GUERRA CULTURALE***

L’ opposizione al matrimonio gay è vista da molti cattolici come una battaglia della più ampia guerra contro la “cultura gender“.

Ebbene, se le ragioni della battaglia non mi convincono, al punto da dover ripiegare sull’ obbedienza cieca per offrire un contributo minimo, trovo invece le ragioni della guerra un po’ più solide.

Aggiungo subito che, purtroppo, molti cattolici interpretano questa “guerra culturale” come una “guerra per il linguaggio“, dopodiché si dedicano al presidio del linguaggio tradizionale e alla contro-rettifica sistematica della terminologia intaccata dai rivoluzionari. Tuttavia, poiché le risorse sono limitate, ne deriva che chi le investe sulla difesa del lessico tradizionale, le sottrae poi al chiarimento dei problemi sostanziali che, secondo i cattolici, minano la cultura gender. Un vero peccato per chi come me crede che questi problemi di sostanza esistano eccome.

Io stesso ho faticato a comprendere i termini dello scontro: mille articolesse su cognomi e desinenze disinteressandosi della sostanza.

Certo, quando sento alla radio la critica letteraria Bia Sarasini parlare di “personaggia del romanzo“, un sorrisetto spontaneo tra l’ ironico e il sarcastico mi scappa, ma non vado oltre, quello rimarrà il mio unico contributo di “stigmatizzazione linguistica”. Il resto consisterà solamente nell’ ignorare bellamente l’ idioletto dei rivoluzionari gender. Non resterà loro che procedere a suon di decreti legge se vogliono la mia omologazione.  Del resto, considero questa estrema sensibilità linguistica addirittura come una concessione alla cultura a cui ci opponiamo: sono loro a credere che con l’ abracadabra delle parole si possa costruire una realtà diversa. Per contro, noi, dovremmo credere ad una realtà di fondo non negoziabile, nemmeno con i decreti legge. Se così stanno le cose e siamo convinti delle nostre ragioni, dovremmo indirizzare i nostri sforzi a far emergere questa realtà, sarà lei a fare giustizia di quelli che consideriamo solo dei bla bla bla.

C’ è da aggiungere che non è stato molto facile per me comprendere i termini della questione. I sostenitori della cultura gender sono de virtuosi del linguaggio e si esprimono in modo molto prolisso, a volte impenetrabile, non sempre è facile capire le loro intenzioni; spesso ti accorgi che dietro certo periodare contorto si esprimono idee di buon senso, alte volte ti fanno sobbalzare per una radicalità espressa in modo papale papale. Il politally correct non è per loro una forma di buona educazione ma una strategia per guadagnare terreno in una guerra di trincea. Del resto, sono loro i primi ad ammettere un certo irrazionalismo nelle loro posizioni sul linguaggio, che avrebbe in sé la potenza stregonesca di generare cio’ che dice. Secondo Judith Butler, teorica di punta del movimento, il concetto stesso di genere è “una recitazione persistente creduta reale”. Più che a vere e proprie idee siamo allora di fronte a forme di preghiera laica con cui magari non si invoca la pioggia bensì altri esiti. In un certo senso è possibile dire di tutto, la natura delle cose si annienta per lasciare spazio al mero gioco, tutto è negoziabile e la femminista nostrana Nikla Vassallo parlare tranquillamente di “invenzione della donna”. Ecco allora, tra parlanti con idee diverse ma in cerca della verità ci si intende a stento , figuriamoci quando si deve interloquire con chi usa il linguaggio in modo tanto creativo. Le confusioni e gli equivoci sono sempre dietro l’ angolo.

***

Veniamo allora alla sostanza.

Da quel che capisco, non mi sembra che la cultura gender abbia solide basi fattuali, sebbene sia questa una materia scivolosa su cui è meglio evitare giudizi perentori, proprio per le motivazioni appena esposte. Forse, allora, è meglio allora fare il punto per poi essere più precisi nelle conclusioni.

Al fine di pensare autonomamente mi scelgo un Cicerone laico e non credente: Michael Bailey. Le sue credenziali sono buone, così come la sua indipendenza di giudizio. Del resto a me serve solo per comprendere meglio certi concetti e alcuni fatti di base. Cominciamo.

L’ identità sessuale di un essere umano è per lo più innata e si determina nel corso della gestazione.

L’ identità di genere riguarda invece la personalità più in generale (gusti, carattere…).

La prima affermazione è piuttosto forte e va precisata. Il sesso biologico è determinato al concepimento, prima ancora che l’ ovulo fecondato si annidi (dipende dal cromosoma rilasciato dal padre), ma il mero sesso non è detto esaurisca la costituzione sessuale di partenza del soggetto, e quindi la sua identità sessuale. Per esempio, un individuo puo’ nascere maschio ma omosessuale. Ho fatto un’ ipotesi provocatoria in quanto non pacifica, tuttavia appare un’ ipotesi sperimentalmente accreditata: tra gemelli omozigoti allevati in differenti famiglie la percentuale di coppie omosessuali è estremamente più elevata rispetto a quella riscontrata tra gemelli eterozigoti; tra semplici fratelli la condivisione dell’ orientamento sessuale declina ulteriormente, per non parlare di quando si considerano coppie casuali scelte nella popolazione. Esperimenti di questo tipo, pur probanti, non costituiscono comunque una “pistola fumante” visto che 1) un gene dell’ omosessualità non è mai stato rintracciato, così come manca una giustificazione fisiologica attendibile e 2) si tratta pur sempre di esperimenti soggetti a “response bias” (il gemello omo di un soggetto dichiaratosi etero è spesso reticente).  Per un’ opinione differente vedi qui: https://www.youtube.com/watch?v=7HquWxqbUHI.

Indipendentemente dai confini reali della sessualità, torniamo a considerare il nesso tra questa e il genere. Ai tradizionalisti piace fare uso di un’ analogia contestata: è un po’ come se l’ identità di genere fosse la pianta (fenotipo) e l’ identità sessuale il seme (genotipo).

Se le cose stessero come le descrive l’ analogia, perché mai distinguere tra genere e sesso? Il genere non sarebbe altro che un prolungamento naturale della sessualità, una sua fioritura.

Le cose si sono complicate dopo l’ avvento delle teorie di genere, le quali consideravano il genere, appunto, un prodotto culturale: l’ azione dell’ individuo, aiutata dal contesto, puo’ condizionare il genere a prescindere dall’ identità sessuale di partenza. Altro che fioritura, allora: da un melo non posso che avere delle mele ma da un maschio, se mi ci metto di buzzo buono, posso anche avere una femmina o qualcosa d’ altro di intermedio. Capito adesso perché l’ analogia della pianta non contribuisce a far capire lo scontro in atto? Per molti, genere e sessualità non sono affatto collegati e in questa disconnessione entra prepotente l’ azione della cultura.

Un  ragazzo potrebbe avere gusti tipicamente femminili senza per questo essere omosessuale. Ecco una realtà che il gender non fatica ad accettare, per lui è più che normale che le cose possano benissimo andare in questo modo.

A chi si pone laicamente, dopo aver ascoltato le due campane, non resta che dire: “andiamo a vedere come stanno le cose nella realtà de fatti“.

Ebbene, la scienza non sembra confermare le teorie di genere. Se è vero come è vero che l’ identità sessuale si forma per lo più nella gestazione, l’ ipotesi più probabile è che cervello (identità di genere) e sesso (identità sessuale) siano strettamente connessi.

Se da un lato la sessualità non è strettamente binaria, dall’ altro non si puo’ negare che faccia sentire il suo influsso anche nella personalità.

Forse noi cattolici dobbiamo essere meno perentori nel citare il nostro “… Uomo e Donna li creò…“, di sicuro abbiamo le nostre buone ragioni quando parliamo di “femminile” e “maschile”.

Separare comportamenti e sessualità è un grave errore, sebbene tante volte, per questioni di correttezza politica, lo si faccia. Mi spiego meglio: gli stereotipi sul “frocio” saranno fastidiosi ma sono per lo più corretti: l’ uomo effeminato è quasi sempre anche omosessuale, inutile girarci intorno, in lui sessualità e personalità sono connesse.

La scienza conferma dunque di un solido “nesso” tra sesso e genere. Ma come dimostrare il “nesso”? In molti modi, anche se l’ esperimento ideale non è disponibile. Esempio, in passato molti bimbi sfortunati nati con tanti problemi ma sessualmente “determinati” sono stati operati e allevati come se fossero del sesso opposto. Una soluzione che si è rivelata spesso disastrosa: il loro sesso originario continuava ad “emergere” e ad incidere sulla loro personalità anche in età adulta creando disturbi e depressioni. A volte persino suicidi o nuovi cambi di sesso.

Ma torniamo alla regola del “nesso” e mettiamola alla prova laddove la sessualità sembra meno determinata.

Per i trans omo la regola sembra valere, pur essendo uomini questi individui hanno sia una sessualità che una personalità femminile; i problemi sorgono con i trans etero. Non sono pochi.

I trans etero sono una categoria molto particolare, sembrerebbero confermare le teorie di genere poiché conservano una sessualità maschile, eppure amano costruirsi una personalità (identità di genere) femminile.

Loro dicono di essere “donne imprigionate in un corpo di uomo“. I trans etero sono stati a lungo indicati dai teorici gender come la prova provata del fondamento fattuale delle loro idee.

A questo punto, però, Michel Bailey ricompone il puzzle in modo inatteso  estraendo dal cilindro alcune sorprendenti tessere. Innanzitutto osserva come  i trans etero siano quasi sempre autoginefili (maschi che soddisfano su  loro stessi il desiderio di donna).

L’ autoginefilo è una specie travestito/feticista estremo. Desidera sessualmente la donna, ama i suoi indumenti al punto da indossarli, finché non prende la decisione radicale di trasferire in sé la donna per amarla meglio e più intimamente.

Insomma, i trans etero non sono “donne imprigionate in un corpo di donna”, bensì “uomini imprigionati in un corpo di uomini“.

E così il nesso è ricostituito: il loro “essere donna” non è una tendenza della personalità ma un “trucco” originale per soddisfare alcuni tipici istinti sessuali maschili. Quando un trans etero autoginefilo va con un uomo, per esempio, non è eccitato al pensiero del partner ma al pensiero della donna che lui rappresenta nel rapporto.

Immaginatevi il putiferio che una simile teoria ha sollevato nella comunità transgender. Eppure sembra ben confermata.

***

E’ giunta l’ ora di trarre qualche conclusione ai fini della nostra discussione.

Riassumendo, nella guerra culturale in atto, il cattolico sostiene che il “genere” non sia altro che un prolungamento della “sessualità”, e, quindi, un concetto pleonastico che possiamo trascurare senza inconvenienti. La sua posizione sembra confermata da chi indaga razionalmente l’ “ordine naturale” del reale, cosicché le premesse della posizione cattolica sembrano più solide rispetto a quelle della cultura gender; ci sono le basi giuste per avere il sopravvento nello scontro ideologico in atto. Io stesso mi sento incoraggiato a parteciparvi potendo armonizzare al meglio fede e ragione. Cio’ non toglie che continua a valere l’ avvertenza del primo paragrafo: chi sostiene correttamente l’ “ordine naturale” non ha bisogno di affaticarsi nel sospingerlo, deve limitarsi ad accompagnarlo e a sgombrare gli ostacoli più artificiosi visto che l’ “ordine naturale” delle cose possiede la virtù di imporsi da sé, per lo meno quando il terreno delle libertà è opportunamente predisposto dai suoi cultori.

AGGIUNTE POSTUME

ADD1. Andrei oltre la libertà di espressione per spingermi ad una difesa della libertà di discriminazione. Discriminare, per esempio, le coppie omosessuali all’ interna della vita delle Chiese deve poter essere un diritto da far rientrare nella libertà religiosa. Messa così direi che la giustificazione tiene e si puo’ difendere. Per approfondire: Vaillier.

ADD2. Il miglior argomento contro il matrimonio omosessuale? La mancanza di argomenti contro poligamia, poliamoria eccetera. Io in effetti non ne ho. Potrei giusto dire qualcosa sulla “tradizione”. Ma ecco allora che questo sarebbe anche un argomento contro il matrimonio omosessuale.

ADD3. Di seguito sintetizzo un argomento razionale in difesa dell’ omofobia. Qui uso il termine omofobia in senso lato: è omofobica qualsiasi posizione che sostiene un trattamento legislativo differenziato per gli omosessuali. Escludo quindi il significato più militante del termine, ovvero: una persona è omofobica quando odia gli omosessuali.

Veniamo ora al sodo.

Premessa maggiore: ogni bimbo che viene al mondo è un bene sia per i genitori che per l’ umanità intera. In questo senso procreare è un atto che realizza delle esternalità positive. L’ ipotesi diventa plausibile se ciò che produce quella persona, specie in termini di idee, è maggiore di ciò che consuma, ovvero se il bimbo che viene alla luce è un cervello prima che uno stomaco. Una condizione altamente probabile specie nelle società avanzate. È la classica posizione difesa con buone ragioni dai natalisti, ovvero da studiosi non implicati nel conflitto pro/anti-gay.

Premessa minore: in una società che legittima l’ omosessualità gli omosessuali tenderanno a procreare molto meno degli eterosessuali mentre in una società che stigmatizza gli omosessuali costoro saranno spinti a sposarsi e ad avere figli (come è successo finora, specie se l’ ipotesi di un’ omosessualità di origine genetica o virale venisse confermata).

Tesi: l’ omosessualità va quindi tassata in qualche modo per riequilibrare l’ esternalità positiva di cui gode. La tassazione può avvenire anche in natura sottraendo dei diritti.

Considerazioni finali: si tratta di una variante della tassa sul celibato, senonché viene pagata in natura. La premessa maggiore è la più problematica e, secondo i miei standard, per quanto plausibile, non sufficientemente confermata da poter essere adottata.

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