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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Donne

La questione femminile “tira” sempre molto nei forum virtuali, gli animi si infervorano e le contrapposizioni si inaspriscono fino a degenerare. Ecco allora che i partecipanti alla diatriba tornano a leccarsi le ferite nella rispettiva “conventicola” al riparo dalle urticanti obiezioni del “nemico”. Non che il tema sia un mio cavallo di battaglia;  tuttavia, con il tempo, discuterne è divenuta un’ abitudine, sempre più spesso mi ci ritrovo dentro trascinato per i capelli e ormai ho maturato in merito una certa esperienza. Per parte mia, cerco di presentarmi al regolare appuntamento avendo sempre ben chiari in mente una trentina di concetti da cui difficilmente prescindo. Questi “capisaldi” costituiscono un po’ il mio manuale di conversazione sul tema e per averlo da ora in poi sempre a portata di mano lo posto qui di seguito ripromettendomi di aggiornarlo sulla base di eventuali illuminazioni e suggerimenti futuri.

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1) Ho qualche problema con il “femminismo della differenza”, specie quando afferma con un po’ troppa sicumera “la superiorità femminile” in taluni ambiti sociali. Ok, forse le cose stanno davvero così, forse con le donne ai posti di comando le cose andrebbero meglio, ma perché farne una petizione di principio anziché una semplice ipotesi empirica da verificare? Per la “femminista della differenza” se una società libera, ovvero basata su interazioni volontarie, non fa emergere la supposta “superiorità”, allora non è né libera né giusta… per definizione. E’ naturale quindi vedere la “femminista della differenza” sempre immersa nello studio di nuove coercizioni sociali che le diano obtorto collo quanto desidera. E, almeno per me, queste ostetriche del nuovo sempre armate di forcipe, non sono un bel vedere.  Per fortuna il “femminismo della differenza” conosce oggi un momento di crisi.

2) Ho ancora più problemi con il “neo-femminismo”, specie quando afferma con un po’ troppa sicumera che uomo e donna sono uguali in ogni ambito sociale. Ok, forse le cose stanno davvero così, forse ci vorrebbero un po’ più di donne qui e là e un po’ meno di donne lì e qua, ma perché farne una petizione di principio anziché una semplice ipotesi empirica da verificare? Per la neo-femminista se una società libera, ovvero basata su interazioni volontarie, non fa emergere la supposta “uguaglianza”, allora la società non è né libera né giusta… per definizione. E’ naturale quindi vedere la neo-femminista sempre immersa nello studio di nuove coercizioni sociali che le diano obtorto collo quanto desidera. E, almeno per me, queste ostetriche del nuovo sempre armate di forcipe, non sono un belvedere. Purtroppo il neo-femminismo conosce oggi un periodo di prosperità.

3) Non ho alcun problema con quel “(vetero?) femminismo” ottocentesco che rivendica pari diritti formali tra uomini e donne: si parte con la stessa dotazione di diritti e si arriva dove fortuna e capacità ci conducono. E se i punti di arrivo sono differenti se ne prende atto senza tanto lambiccarsi con trucchetti di ingegneria sociale. Purtroppo questo tipo di femminismo è oggi profondamente minoritario.

4) Mi son sempre chiesto perché gran parte del femminismo ha origine a sinistra? Molte teoriche non fanno mistero della loro provenienza, anzi, rivendicano di aver sostituito la dialettica padrone/proletario con quella che contrappone maschio/femmina. L’ arsenale teorico del marxismo è passato armi e bagagli nelle loro teorizzazioni: la storia sarebbe quindi un perenne conflitto dove il più forte prevale, e nella nostra storia che ci riguarda il maschio ha prevalso imponendo la cosiddetta società patriarcale. Tutto cio’ è per me molto preoccupante poiché se la genealogia intellettuale è quella, allora non si puo’ credere più nell’ esistenza di un accordo ragionevole in grado di beneficiare entrambe le parti campo. Quando non si crede nella ragione non resta che il conflitto: “quel che ho, ce l’ ho grazie alla mia lotta”. Per chi crede solo nel conflitto la vita è un tiro alla fune: più tiri, più ottieni. Guai distogliersi dal contributo dovuto alla cordata amica per ascoltare e magari ragionare con il “nemico”! Il nemico vuole solo “fregarti”… per definizione, inutile perdere tempo con lui.

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5) Vi siete mai chiesti perché molte femministe siano tanto impermeabili ai “fatti”? Esempio, alla luce di quel che sappiamo dalla scienza è davvero improbabile ipotizzare un’ eguaglianza sostanziale forte tra uomo e donna, è molto più ragionevole pensare che esistano parecchie differenze innate che si riflettono poi su preferenze e comportamenti sociali. Queste elementari osservazioni non sembrano turbare la neo-femminista. Perché? Dobbiamo allora ricordare che il pensiero neo-femminista, come molte altre ideologie moderne, attinge al pensiero relativista, e, di conseguenza, in esso la ragione è tenuta a cedere una volta al cospetto del linguaggio. La “retorica” prevale sulla “logica”, la “pubblicità” prevale sulla “merce”. Insomma, per la neo-femminista la narrazione è tutto. Lei non usa il linguaggio per comunicarci cio’ che crede vero, bensì per ottenere cio’ a cui aspira. Lo usa “in senso performativo”, direbbero alcune filosofe di riferimento. Se certe premesse consentono una narrazione seducente ha poco senso chiedersi fino a che punto siano vere: il concetto di “verità” è quantomeno problematico e puo’ essere tralasciato senza inconvenienti. Anzi, la verità forse nemmeno esiste, perché allora viverla come un intralcio?

6) Nella narrazione di certo femminismo radicale l’ uomo emerge spesso come uno sfruttatore, sembra quasi che la sua presenza non sia abbinata ad alcuna funzione sociale. Ricordiamoci allora che la società “tradizionale” è una società in cui la gran parte della violenza ricade sulle spalle dell’ uomo. La vita del maschio medio vale certamente meno della vita della donna media e, di conseguenza, viene sacrificata con maggiore disinvoltura. Il maschio quindi non sembra affatto essere un mero parassita, almeno stando a questo semplice fatto facilmente constatabile.

7) Molte battaglie della neo-femminista sono condotte contro gli “stereotipi“. Le più sottili tra loro mettono in luce il tipico meccanismo attraverso cui uno stereotipo puo’ perdurare. Esempio: “sono donna e so che farò fatica a farmi prendere sul serio come “manager”, quindi non studio per realizzarmi come manager ma indirizzo altrove i miei sforzi”. Nella comunità in cui si ragiona così ci saranno poche donne manager e i “maschilisti” saranno autorizzati a concludere che le donne non sono portate per la carriera di manager. E’ vero, gli stereotipi tendono ad autoalimentarsi ma cio’ non significa necessariamente che, se sono falsi, siano irremovibili. Anche il processo di smantellamento degli stereotipi si autoalimenta creando un “effetto valanga”: se Tizio rompe lo stereotipo, sarà più facile farlo anche per Caio, dopodiché sarà ancora più facile farlo per Sempronio e via di questo passo. L’ importante, dunque, è la prima mossa. Ora, in molti campi, primo su tutti quello lavorativo, la prima mossa è già stata compiuta da tempo, la partecipazione femminile è aumentata, i gap salariali si sono ristretti, eppure c’ è un margine che persiste. Perché l’ “effetto valanga” si è arrestato? Non è facile fermare una valanga e per spiegarlo l’ argomento degli stereotipi non aiuta molto.

8)  Le battaglie contro gli stereotipi, oltre a non tenere molto conto della logica tipica degli stereotipi, trascurano anche la psicologia: una crescente  letteratura  ci dice che gli stereotipi tra gruppi sociali sono in gran parte razionali (statistical discrimination) nonché flessibili rispetto alle evidenze. In una società libera non bisogna far crociate in grande stile per spazzarli via. E se non vengono “spazzati via” in modo repentino… gatta ci cova. Uno stereotipo inaccurato puo’ perdurare quando interessa soggetti lontani con cui abbiamo pochi o nulli contatti ma difficilmente perdura a lungo se abbiamo continue interazioni con il gruppo sociale interessato. La libertà di mescolarsi e di trarre profitto dagli stereotipi (inaccurati) altrui, è una medicina ben più efficace rispetto alla vociante crociata.

9) Il mercato è un buon antidoto contro gli stereotipi inaccurati: chi li nutre li paga cari e di tasca propria. Non voglio assumere una donna perché probabilmente presto avrà figli e la sua attenzione verrà polarizzata altrove? Pagherò cara questa superficialità: la concorrenza, scevra da simili pregiudizi infondati, si sbarazzerà presto di me riducendomi sul lastrico.

10) Che il mercato sia un buon antidoto agli stereotipi inaccurati non è solo una solida teoria ma un fatto storico con diverse conferme: grazie al libero mercato molti stereotipi inaccurati sono spariti in breve tempo e molte categorie sono uscite velocemente dal “ghetto”. Gli ebrei, tanto per citare un caso, una volta tolti di mezzo taluni odiosi divieti, sono entrati subito e con successo in settori della vita sociale prima loro interdetti.

11) Il neo-femminismo pensa di combattere gli stereotipi inaccurati con il sistema della “discriminazioni al contrario”, altrimenti noto come metodo delle “quote rosa”. Tuttavia, le quote rosa, per quanto possano essere difese “in generale” diffondono pur sempre un risentimento sociale per l’ ingiustizia che veicolano “nello specifico”, specie in quei maschi che subiscono sulla loro pelle la condizione di vittime sacrificali.

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12) Un’ altra vittima delle quote rosa sono  le donne più preparate poiché devono inevitabilmente subire una stigmatizzazione dovuta a stereotipi (“si sono piazzate solo grazie ai privilegi di cui godono”) che nel loro caso non avrebbe ragione d’ essere e non sarebbe nemmeno mai sorta in assenza dell’ istituzione di quelli che per quanto le riguarda sono solo  “privilegi superflui”.

13) Se si promulgano leggi speciali sul lavoro a tutela dei disabili, cosa penserà il cittadino medio? Penserà che si cerca di dare una mano a categorie naturalmente svantaggiate. E se si promulgano leggi speciali sul lavoro a tutela delle donne, il cittadino medio cosa penserà? Probabilmente penserà esattamente la stessa cosa, perché non dovrebbe farlo visto che il meccanismo adottato è il medesimo? Inutile girarci intorno, se una categoria di persone viene protetta attraverso un coacervo di privilegi e deroghe ad hoc, o si pensa ai “soliti furbi”, oppure si ingenera inevitabilmente lo stereotipo dello svantaggio congenito. E’ un po’ difficile distinguere cervelloticamente i casi.

14) Due persone si differenziano per mille fattori. Il sesso potrebbe essere un fattore tra tanti. Perché mai gli stereotipi dovrebbero allora agire in modo potente solo su questo fattore? Forse il femminismo ha contribuito a tutto cio’ fissando l’ attenzione e il dibattito pubblico proprio su quell’ unico fattore.

15) Alcune battaglie femministe del passato, come quella per le quote rosa, possono essere interpretate come “contro il maschio“; altre, come quella per l’ aborto, possono essere interpretate come “contro il bambino“; cio’ che copre una certa retorica della “sorellanza” è il fatto che gran parte delle battaglie odierne della neo-femminista siano in realtà rivolte contro altre categorie di donne. Pensate per esempio alla “battaglia contro gli stereotipi”, oggi tanto di moda: lo stereotipo della donna materna, per esempio, danneggia forse la donna senza figli ma avvantaggia la donna con tanti figli. Combatterlo, specie se lo si combatte a prescindere dalla sua accuratezza, è un favore fatto alle prime a spese delle seconde. Altro esempio: non si puo’ combattere lo stereotipo della donna sexy senza colpire le donne sexy. Eccetera. Insomma, la lotta alla discriminazione è una brutta bestia: non si puo’ combattere contro la discriminazione della donna senza discriminare tra le donne.

16) Le femministe sostengono che anche nelle società più avanzate e libere le donne soffrono odiose discriminazioni. Il caso classico è quello dei differenziali nei compensi lavorativi. Tuttavia, il gender gap negli stipendi è in gran parte giustificato dalle scelte professionali differenti fatte da uomini e donne.

17) Una volta constatato che l’ ipotesi di discriminazioni sul lavoro non regge, le femministe hanno ripiegato sul fatto che gli stereotipi agirebbero precedentemente, ovvero al momento della scelta dell’ indirizzo di studio. Tuttavia, le preferenze nell’ indirizzo di studi intrapreso sembrano in gran parte autentiche e quindi da rispettare. Anche i paesi che hanno attuato politiche per orientare le ragazze verso studi nell’ area STEM (quella che garantisce impieghi più remunerativi), a distanza di 10/20 anni, hanno dovuto riscontrare un sostanziale insuccesso.

18) Il sistema educativo unico sembra piuttosto penalizzare i maschietti, il gap di apprendimento a favore delle bambine avanza sin dalle prime classi. Una studiosa sintetizza bene: “… as our schools become more feelings-centered, risk-averse, competition-free, and sedentary, they move further and further from the characteristic needs of boys…”.  Il fatto è che il dogma delle classi miste si è imposto a tutti i livelli visto che non si volevano alimentare stereotipi di genere, ma poi, probabilmente, a queste classi si sono applicate pedagogie più adatte alle bambine. Non c’ è niente di certo in questa ipotesi, come pochissime sono le certezze quando si indaga la scuola con gli strumenti quantitativi canonici. Tuttavia, visti questi rilievi, non sarebbe il caso di lasciare aperta la via alle classi differenziate? Una misura logica ed equa: oggi solo i ricchi possono scegliere per i loro maschietti, se lo desiderano, questa alternativa.

19) Paradossalmente, l’ emarginazione del maschio rafforza il patriarcato: la donna emancipata ed istruita disdegna di unirsi stabilmente ad un compagno più rozzo e meno istruito ritrovandosi con i figli, un desiderio a cui non vuole comprensibilmente rinunciare, da accudire in solitudine con fatiche immense. Non c’ è nulla di più vulnerabile che una donna sola con i suoi figli. E così, nel campo del lavoro per esempio, il “rozzo e meno istruito” maschiaccio le sta ancora davanti, nonostante che a scuola le precedenze si siano invertite. E’ la trappola malthusiana del femminismo radicale.

20) Le differenze di personalità tra maschi e femmine sono ancor più spiccate nei paesi avanzati rispetto a quelli arretrati. Le donne “maschiaccio” sono un incontro frequente spcialmente nei paesi sottosviluppati.

21) La felicità delle donne è calata negli anni sia in assoluto che relativamente. Le donne di oggi sono meno felici rispetto alle loro mamme e nonne ma anche rispetto agli uomini di oggi. Perché? Forse la rivoluzione femminista ha giocato a molte di loro un brutto scherzetto: il peso dei doveri non ha bilanciato sempre quello dei diritti, le ha sospinte fuori di casa precipitandole in un mondo ansiogeno senza che la pesantezza degli impegni casalinghi si sia alleviata di molto.

22)  Si dice che l’ uomo dovrebbe attivarsi di più tra le mura domestiche, il suo contributo è ancora minimo. Va bene. Purtroppo però anche i suoi standard di soddisfazione domestica sono altrettanto… “minimi”. Entrate in un college universitario e date un’ occhiata alle camere dei ragazzi, poi visionate quelle delle ragazze. Nelle prime il disordine regna sovrano è mediamente più accentuato. Faccio questo esempio perché qui siamo in presenza di preferenze genuine visto che il fastidio e gli inconvenienti per il maggior disordine gravano interamente sulle spalle dell’ unico occupante. Ergo: è dura sperare dagli uomini un aiuto casalingo importante poiché disordine e sporcizia sono tollerati molto bene dai maschietti, i quali si attivano solo quando suona un allarme che non suonerà mai se in casa c’ è una donna, specie se c’ è una donna terrorizzata da sporcizia e disordine che gira perennemente con lo spolverino. Quindi:  non è meschino opportunismo, è piuttosto legittima preferenza!

23) La questione del femminicidio è emersa soprattutto negli ultimi anni ma spesso la campagna delle femministe è stata equivocata. Anche da me, lo ammetto. Certo che chi tra le femministe eleva una denuncia sociale mettendo in evidenza la violenza subita dalle donne ha nel proprio arco solo frecce spuntate: la società che abbiamo creato riversa sulle spalle dell’ uomo un quantitativo di violenza ben superiore. Inoltre, per quanto ci siano alcuni motivi per ritenere che la donna sia mediamente meno aggressiva dell’ uomo, forse è più prudente dire che la sua aggressività è diversa: si concentra nelle relazioni intime ed è più spesso indiretta e strumentale a certi obiettivi. L’ aggressività maschile puo’ essere anche astratta (“uccido sconosciuti premendo un bottone”) ma anche più diretta e incontrollata. Tuttavia, la femminista intelligente non denuncia affatto la “violenza subita dalle donne” ma lo stereotipo implicito in chi uccide in certe circostanze. La neo-femminista non teme la violenza in sé, anzi, paradossalmente lotta per una società in cui le donne subiscano una maggiore violenza, purché siano le tipiche violenze subite da chi ricopre ruoli chiave, oggi a carico prevalentemente degli uomini.

24) Molte neo-femministe sono accusate di moralismo. Loro dicono di essere vittime di un equivoco, e in questo hanno fondamentalmente ragione. Anche qui l’ oggetto della loro denuncia sono gli stereotipi e non tanto la volgarità di certi comportamenti. Tanto per dire, se una donna si spoglia va incontro a due inconvenienti: fa scandalo e alimenta lo stereotipo della donna/puttana. Alle femministe interessa solo questo secondo inconveniente, non si tratta quindi di un problema legato alla moralità e alla scandalosità di certi comportamenti! La neo-femminista sogna una società dove per la donna sia del tutto neutrale circolare nei luoghi pubblici perfettamente depilata piuttosto che ostentando un orribile neo peloso in pena faccia. Personalmente ritengo che il neo-femminismo trascuri molti dati di natura fino a costituirsi in un’ utopia, vedo anche come tutto cio’ possa essere estremamente pericoloso: chi si pone obbiettivi utopici puo’ ottenerli solo “nazificando” la società; tuttavia capisco anche come l’ accusa di “moralismo” elude il cuore del loro discorso.

25) C’ è chi sostiene che nonostante i suoi mille difetti il femminismo ha fatto del bene alle donne. Puo’ darsi, io continuo a credere che la tecnologia abbia inciso molto più del femminismo su certi cambiamenti che molti – non tutti – giudicano come positivi. Faccio solo un paio di esempi: all’ emancipazione sessuale ha contribuito molto di più la pillola che i comizi femministi; alla partecipazione lavorativa ha contribuito molto di più la lavatrice che gli slogan femministi. Eccetera.

ADD1: si dice, lo stereotipo si autoalimenti. Giusto: anche se Tizia potesse fare X non lo fa perché si crede che non possa farlo e guadagnarsi un’ opportunità per farlo sarebbe oltremodo faticoso. Ok. Ma anche il superamento di uno stereotipo si autoalimenta grazie ai meccanismi di mercato: quando si scopre una risorsa economica e parimenti produttiva tutti si gettano su quella risorsa per appropriarsene. Non bisogna quindi spiegare “perché non succede X”,  oppure “perché non si sblocca il processo Y”, piuttosto perché il processo Y si è sbloccato e si è poi ribloccato: bisogna spiegare una “frenata” non un “blocco”. Nello spiegare la “frenata” la teoria degli stereotipi serve a poco. Un caso classico è il gender gap negli stipendi (ggs): perché si è costantemente ristretto salvo una stagnazione negli anni 60 e oggi? Per gli anni sessanta la spiegazione c’ è: allora collassò il gg nella partecipazione al lavoro (più offerta comprime il prezzo). Ma oggi? Poiché la dinamica non ci consente di parlare di stereotipi è più plausibile una spiegazione in termini di preferenze. Sul punto vedi (Claudia Goldin).

ADD2: Oggi le donne sono molto istruite, anche più degli uomini. Le bambine sono educate da mamme mai tanto colte nella storia. Ebbene, è verosimile persone tanto istruite siano vittime di stereotipi?

ADD3: Tutto il gender gap è spiegabile attraverso le preferenze. Manca forse un 5%. Ebbene, abbiamo voluto legare alla maternità certi diritti, credevamo forse che fossero un pasto gratis?

ADD4: Si recrimina per l’ esistenza di un soffitto di vetro che blocca l’ ascesa delle donne nel mondo del lavoro. Domanda: perché una donna americana ha più opportunità di sfondarlo rispetto a una donna svedese? Eppure la svezia è il paradiso delle teorie gender. Il fatto è che certi diritti legati alla maternità e alla flessibilità fanno emergere le preferenze femminili più autentiche che in genere non riguardano la carriera lavorativa.

ADD5: Quando la discussione sugli stereotipi si infervora si creano due tribù: quella femminista sempre protesa alla denuncia e quella di chi minimizza. Ebbene, in questi casi gli stereotipi con cui l’ appartenente ad una delle due tribù guarda al suo dirimpettaio prevalgono sugli stereotipi oggetto di discussione. A sostegno di questa conclusione esiste una buona letteratura psicologica (vedi Scott Alexander: I CAN TOLERATE ANYTHING EXCEPT THE OUTGROUP).

ADD6: Molte femministe denunciano la pubblicità sessista che ridurrebbe la donna ad oggetto sessuale. E’ del tutto naturale: quando vediamo qualcuno con certe caratteristiche che fa qualcosa ci aspettiamo che chi ha quelle caratteristiche faccia lo stesso. In questo senso non si puo’ negare che si creino delle “esternalità”. Solo che le caratteristiche del soggetto che osserviamo sono centinaia, perché fissarsi proprio sul genere? Di sicuro chi lo fa attira l’ attenzione su quella caratteristica contribuisce ad amplificare proprio il male che va denunciando. Per approfondire vedi Katja Grace: Does SI make everyone look like swimsuit models?

ADD7. Gli antropologi ci spiegano che la violenza è sempre stata un buon metodo per risolvere i conflitti. Di sicuro il più popolare.

I violenti sopravvivevano, i pacifici soccombevano.

Presso le tribù amazzoniche che vivono oggi sul pianeta in condizioni simili ai nostri antenati, nel tempo libero non si fa altro che parlare e vantarsi di quanti nemici sono stati stroncati con la forza. Si è praticamente incapaci di pensare se non in termini di “guerra al nemico”.

Sarà per questo che ancora oggi – dove la violenza si esprime in modo più obliquo – sia l’ uomo che la donna conservino istinti belluini.

Ci si chiede solo dove allignino meglio, c’ è chi opta per l’ uomo e chi invece, salomonicamente, li vede equi-distribuiti.

Penso di appartenere al primo gruppo e cerco di illustrare le mie ragioni partendo da una considerazione presa a prestito dalla psicologia evolutiva:

  1. la violenza dell’ uomo è maggiormente proiettata nell’ ambito sociale;
  2. la violenza della donna è maggiormente proiettata nell’ ambito personale.

Viviamo tempi in cui si denuncia la “violenza in famiglia” e questo ci fa dimenticare l’ ovvio: i nostri nemici stanno soprattutto fuori dalla famiglia.

Ora, poiché i nemici per lo più stanno “là fuori”, è normale che il maschio, per quanto detto prima, sia più pronto a ricorrere all’ aggressione e a sviluppare nel tempo un istinto aggressivo.

Millenni di guerre e conflitti tribali – per lo più ingaggiati dagli uomini – non passano senza lasciare traccia.

Vengo all’ ovvia obiezione: e tutti gli episodi di cronaca in cui “lui” strapazza “lei” all’ interno di una relazione di coppia?

Sembrerebbe che la violenza dell’ uomo sia preponderante anche nella dimensione più intima.

L’ osservazione è imbarazzante, la mia impalcatura è in pericolo.

Vedo solo questa doppia “contromossa” difensiva: non è sempre facile distinguere tra dimensione personale e dimensione sociale. Non è nemmeno sempre facile distinguere tra violenza e violenza.

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Distinguere tra pubblico e privato

Faccio un esempio.

Non penso che la disistima del partner sia un vulnus insopportabile per l’ uomo, almeno finché questo sentimento non assurga ad una dimensione pubblica, finché cioè non viene in qualche modo ufficializzato e reso noto a tutti, magari attraverso la minaccia di un abbandono, mossa non più occultabile e destinata inevitabilmente a condizionare il giudizio sociale sul soggetto in questione.

A questo punto “lui” reagisce, ma reagisce proprio perché si abbandona la dimensione intima per entrare in una dimensione pubblica che pregiudica il suo status.

In caso contrario, quando la disistima è circoscritta nella sfera privata, quando i panni sporchi saranno lavati in famiglia, lui troverà modo di compensare questa mancanza, per esempio grazie agli amici, o grazie all’ amante, oppure anche grazie a un hobby o a qualsiasi interesse da coltivare a latere.

Al contrario, la donna è meno interessata alla sfera pubblica, lei soffre l’ ostilità del partner a prescindere e questo puo’ solleticare la sua aggressività indipendentemente dalla minaccia di essere lasciata.

Distinguere tra violenza e violenza

C’ è poi un’ altra considerazione da fare, parto dall’ aspetto più generale: noi oggi non siamo meno violenti dei nostri predecessori o dei nostri fratelli dell’ Amazzonia, siamo al limite più temprati dall’ esperienza, sappiamo evitare i conflitti inutili anche se la nostra aggressività è tutt’altro che sopita, e lo vediamo bene quando ci viene offerta l’ opportunità di assalire un imbelle senza conseguenze per la nostra persona. Pochi si tirano indietro.

Insomma, il violento s’ impratichisce e diventa più raffinato ma non si libera del suo istinto. Sarà un paradosso ma in certi ambiti la “brutalità” segnala una scarsa abitudine alla pratica violenta, almeno dal punto di vista evolutivo.

Ora, siccome la donna pratica da sempre la violenza nell’ ambito delle relazioni personali, possiede oggi in questo ambito un grado di raffinatezza che l’ uomo non ha e spesso capisce meglio dell’ uomo quanto la violenza bruta sia controproducente per ottimizzare la sua condizione, meglio dare forme alternative alla propria aggressività.

Riferimenti bibliografici

  1. Sulla violenza come fattore evolutivo: Napoleon Chagnon: Tribù pericolose. La mia vita presso gli Yanomamo.
  2. Sulla tipizzazione della violenza maschile e femminile: Roy Baumeister, Is There Anything Good About Men?: How Cultures Flourish by Exploiting Men.
  3. Su come nel tempo si raffini la violenza: Jeffrey Pfeffer, Power: Why Some People Have It and Others Don’t.

Tutto il resto sono mie congetture bisognose di verifica.

ADD. 8 La femminista si lamenta delle vessazioni che la donna subisce nel rapporto di coppia, tuttavia allorchè quest’ultima instaura lo scambio fondamentale, ovvero quello amoroso, non sembra privilegiare i cosiddetti “bravi ragazzi”, innocui, inoffensivi, spesso umili, imbranati e ancora più spesso vergini. Privilegia invece chi consegue un certo successo sociale, il che è possibile solo grazie ad una certa esperienza, una durezza di fondo nel carattere e una buona dose di aggressività che metta in grado di bruciare l’ altro sul tempo facendogli le scarpe. Ma soprattutto l’ uomo di successo o comunque ambizioso ha cura del suo status, il che fa vivere male le eventuali umiliazioni subite poi nel rapporto di coppia, magari in seguito a una rottura. Quando questo è stato fatto notare rappresentanti illustri del movimento femminista hanno accusato i nerds di pretendere velatamente un diritto al sesso facile. Meglio sarebbe stata una risposta del tipo: è vero, il mondo è ingiusto e ti compiango ma francamente non so che farci.

ADD. 9. C’ è un posto dove le ragazze hanno superato i ragazzi: la scuola. E’ un posto dove i ragazzi soffrono particolarmente: ritiri, voti bassi, bocciature sono un loro appannaggio. Ma perchè a scuola i maschietti si annoiano più delle femminucce (e rendono meno)? È lo “yawn gender gap”. La ricetta della Sommers: “… più competizione, più gare, più giochi, più tecnologia, più laboratori, meno classi miste,  più scuole professionali…”. Per la studiosa noi abbiamo imposto le classi miste ma poi alle classi miste abbiamo imposto metodologie d’insegnamento tipicamente femminili.

***APPENDICE***

Oggi la scienza ci suggerisce alcune differenze tra uomo e donna che dovremmo considerare almeno come “ipotesi più probabile”. Difficile prescindere da esse, almeno se vogliamo fare un discorso non ideologico.

Per evitare di metterla in termini di “dotazione” differente mettiamola in termini di “preferenze” differenti, difficile però negare che alcune differenze notevoli ci siano. Vediamo un po’ le sei principali:

1. differenti priorità, specie se consideriamo “status” e “famiglia”;

2. differenti interessi, specie se distinguiamo tra “cose”, “persone” e “astrazioni”;

3. differente attitudine verso il “rischio”;

4. differenti prestazioni nei test matematici e nel ragionamento matematico (non nel calcolo matematico);

5. differente attitudine mentale verso le proiezioni spaziali (non nella memoria visiva);

6. differente variabilità nelle distribuzioni di frequenza sulle varie abilità cognitive.

A questo punto la domanda cruciale: si tratta di differenze “naturali” o indotte dalla cultura.

Esistono diversi motivi che inducono a privilegiare l’ ipotesi di una base naturale, almeno sei:

1. uomini e donne hanno una biologia molto differente;

2. si tratta di differenze universali nello spazio, anche se variabili nell’ entità;

3. si tratta di differenze universali nel tempo, anche se variabili nell’ entità;

4. si tratta di differenze condivise con la gran parte dei mammiferi;

5. molte di queste differenze si riscontrano già nella prima infanzia;

6. si tratta di differenze impermeabili allo “stile educativo”;

Concludo con alcune notazioni di cui tenere conto:

1. parliamo di differenze statistiche; ovvero, anche quando diciamo, per esempio, che “gli uomini sopravanzano le donne nell’ ambito X” cio’ è compatibile con il fatto che nell’ ambito X esistano parecchie donne che sopravanzano parecchi uomini;

2. spesso le differenze nemmeno si riscontrano a livello di media, bensì a livello di “coda” (es.: gli uomini in un certo ambito potrebbero prevalere sia nel “meglio” che nel peggio);

3. molti studi offrono risultati deboli che, vista la delicatezza della materia, si tende a scartare; anche per questo diventano decisive le meta-analisi (se una debolezza si ripete sistematicamente nello stesso senso, il risultato cessa di essere “debole”) e le sperimentazioni su vasti campioni;

4. difficilmente gli stereotipi culturali giocano un ruolo decisivo, anche perché noi, nell’ agire quotidiano, tendiamo a sottovalutare le “differenze di genere” piuttosto che a sopravvalutarle.

5. al modello “osmotico” molti contrappongono il modello degli “stereotipi autorafforzanti”, ma si tratta di un modello improbabile in presenza di “flussi e riflussi” visto che un modello del genere favorisce piuttosto la crescente polarizzazione;

6. il modello degli “stereotipi autorafforzanti” ha un ulteriore punto debole: sembra incapace di descrivere la dinamica osservata nel caso di altre odiose discriminazioni. Ho in mente quella subita dai neri in ambito sportivo, o quella ancor più vasta a danno degli ebrei. Sono casi in cui, appena cadute le barriere, c’ è stata integrazione: i neri hanno cominciato a mietere successi, gli ebrei a trovare la loro posizione sociale. Ma anche la discriminazione femminile, appena si sono aperte le porte, è cessata molto velocemente in parecchi ambiti

7. vale a poco obiettare che nello sport, per esempio, esistono misure oggettive; infatti le maggiori difficoltà a ottenere un’ adeguata rappresentanza femminile, nello sport come fuori dallo sport, si hanno proprio in ambiti dove le performance sono più facilmente misurabili;

8. chi denuncia la sproporzione tra “differenze naturali” e ruolo sociale non coglie alcuni meccanismi economici; ogni economista sa che bastano differenze minime nelle attitudini per avere conseguenze catastrofiche nella distribuzione razionale dei ruoli. Non solo, potrebbe essere irrilevante persino il segno delle differenze (se ci fosse un sesso migliore in tutte le attività umane, sarebbe razionale confinare il suo ruolo alle attività dove la differenza di prestazioni è più ampia).

Ma se devo essere sincero, da profano, a convincermi sull’ ipotesi della “base naturale” è un altra cosa: l’ alto numero di studiosi che approfondisce la questione partendo dall’ ipotesi culturalista e approdando alla sponda opposta. Il cammino inverso è pressoché inesistente. Un caso emblematico è quello di Diane Halphern:

At the time I started writing this book it seemed clear to me that any between sex differences in thinking abilities were due to socialization practices, artifacts, and mistakes in the research. After reviewing a pile of journal articles that stood several feet high, and numerous books and book chapters that dwarfed the stack of journal articles, I changed my mind. The literature on sex differences in cognitive abilities is filled with inconsistent findings, contradictory theories, and emotional claims that are unsupported by the research. Yet despite all the noise in the data, clear and consistent messages could be heard. There are real and in some cases sizable sex differences with respect to some cognitive abilities. Socialization practices are undoubtedly important, but there is also good evidence that biological sex differences play a role in establishing and maintaining cognitive sex differences, a conclusion I wasn’t prepared to make when I began reviewing the relevant literature.

Scusate se non ho inserito né link, né bibliografia. Su richiesta provvederò a fornire la letteratura su ciascun punto. Tanto per cominciare, chi è interessato puo’ trovare una buona rassegna in materia nella “Tabula rasa” di Steven Pinker, oppure David Geary Male, Female: The Evolution of Human Sex Differences.

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4 risposte a “Donne

  1. Rita Scinty Vergnano 07/08/2014 alle 20:55

    “Non ho alcun problema con quel “(vetero?) femminismo” ottocentesco che rivendica pari diritti formali tra uomini e donne”

    già… il punto è che oggi nel mondo occidentale quel tipo di femminismo è minoritario semplicemente perché non avrebbe alcuna ragione d’essere visto che i “pari diritti formali” ci sono tutti. Quale diritto formale dovrebbe rivendicare? Nessun campo lavorativo, scuola o possibilità è vietata alle donne formalmente. Hanno diritto di voto, di candidarsi in politica, di iscriversi ad ingegneria, di esercitare l’avvocatura, di diventare magistrato (a proposito, a sostegno della teoria delle preferenze, bisognerebbe chiedersi come mai, a distanza di poco più di cinquant’anni dall’abolizione del divieto per le donne di entrare in magistratura, le donne magistrato sono vicine al 50%, chissà come mai non così nei lavori tecnici per esempio…).

    Peraltro mi colpì come Bertrand Russell (che partecipo’ attivamente alla lotta emancipativa femminile proprio in quel periodo) nel libro “Matrimonio e morale” anticipava già, quasi un secolo fa, la deriva che stava prendendo il “femminismo della differenza” che citi al punto 1).

    Qui riporto il brano:

    ““Vale la pena però osservare che la rapidità con cui le donne, nei paesi di civiltà più avanzata, hanno conquistato i diritti politici è senza paragone nel passato, se consideriamo lo straordinario mutamento ideologico avveratosi. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno più o meno analogo, ma, dopo tutto, la schiavitù non esisteva in Europa ai tempi nostri, e non riguarda nulla di così intimo come le relazioni tra uomini e donne. Le cause di questo improvviso mutamento credo siano duplici: da un lato, vi è stato l’influsso diretto dell’ideologia democratica, che rendeva impossibile dare risposte logiche alle domande delle donne; dall’altro, c’era il fatto che una quantità sempre maggiore di donne era costretta a guadagnarsi la vita fuori di casa rendendosi in tal modo indipendenti, per i bisogni dell’esistenza quotidiana, dai marito o dai padri. Tale situazione raggiunse naturalmente il suo culmine durante la guerra, quando molto lavoro fatto di solito dagli uomini dovette essere assunto dalle donne. Prima della guerra una delle obiezioni più comuni al voto alle donne, era che le donne sarebbero state tutte pacifiste. Durante la guerra, esse diedero una confutazione piena dell’accusa, e il voto fu loro concesso proprio per la loro partecipazione ad azioni cruente. Per i pionieri idealisti, i quali immaginavano che le donne avrebbero elevato il tono morale della politica, ciò può essere stata una delusione; ma sembra destino degli idealisti quello di riuscire a ottenere le cose per cui lottarono, in una forma che distrugge i loro stessi ideali. I diritti delle donne in realtà non implicavano nessuna superiorità morale o di altro genere; erano soltanto diritti appartenenti ad esseri umani, o piuttosto legati ad argomentazioni generiche a favore della democrazia. Ma come sempre avviene quando una classe o una nazione oppressa reclama i propri diritti, i difensori cercarono di rafforzare l’argomentazione generica con quella specifica dei meriti peculiari delle donne, e tali meriti erano di solito rappresentato come di ordine morale”

  2. broncobilly 08/08/2014 alle 00:06

    Hai ragione, oggi nel mondo occidentale la parità dei diritti formali tra uomo e donna esiste da tempo. Tuttavia le femministe che si ispirano alle pioniere ottocentesche non ritengono esaurito il loro compito: se le antesignane contrastavano le odiose penalizzazioni, loro contestano gli ambigui privilegi. Se il nemico delle prime era un certo maschilismo, il nemico delle seconde è un certo femminismo. E che possano essere dannosi anche i “privilegi” ho cercato di mostrarlo in alcuni punti del post. La storia, per loro, non è un tiro alla fune (più tiri, più ottieni) ma la ricerca di un giusto equilibrio i cui benefici ricadono più o meno su tutti. Dalla Mc Elroy alla Tatafiore, dalla Todeschini alla Sommers, la schiatta del femminismo liberale non è estinta, per quanto molto assottigliata.

    +++

    Della citazione di Russell mi ha colpito questo passaggio: “… Prima della guerra una delle obiezioni più comuni al voto alle donne, era che le donne sarebbero state tutte pacifiste. Durante la guerra, esse diedero una confutazione piena dell’accusa, e il voto fu loro concesso proprio per la loro partecipazione ad azioni cruente…”.

    Se Russell parla per il Novecento, Maupassant potrebbe parlare per l’ Ottocento; in questi giorni sto leggendo i suoi racconti e in “Palla di sego” fa un accenno di passaggio a “… quell’ istintivo affetto che hanno sempre le donne per i governi impennacchiati e dispotici…”.

  3. diait 08/08/2014 alle 14:04

    interessantissimo, Rita!
    ciao e abbracci
    e anche la citazione di Maupassant, e i governi impennacchiati….
    ciao ric

  4. broncobilly 08/08/2014 alle 17:49

    Ciao diana! Tutto bene? Visto che da oggi aggiungerò alla mia già notevole latitanza ulteriori giorni di assenza, ne approfitto per salutarti. A presto.

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