Il sud e la reputazione del contribuente italiano

L’ Italia mostra tassi di evasione fiscale superiori a quelli dei paesi con cui vorrebbe confrontarsi alla pari.

Difficile non saperlo visto che, in tempo di crisi, quando non si sa più dove reperire risorse, il politico demagogico suole indicare proprio il tesoretto dell’ evasione. Si tratta di slogan efficaci che catturano parecchi elettori, specie quelli minacciati dal taglio di sussidi che ormai nella loro mente vedono come diritti scolpiti nella Magna Charta.

italia

Tuttavia, se si dà un’ occhiata più attenta alla mappa dell’ evasione italica, non si puo’ fare a meno di riscontrare una caratteristica evidentissima: il paese è spaccato in tre. Un nord virtuoso – a livello delle democrazie più avanzate – un centro appena dignitoso e un sud catastrofico.

Tanto per capirci, un artigiano lombardo mediamente non evade più di un artigiano danese, semmai meno.

Anche la dinamica dell’ evasione fiscale italica potrebbe essere una piacevole sorpresa per molti: in costante e rapida decrescita dall’ unità ad oggi. 

E’ dunque il sud a macchiare la reputazione del contribuente italiano? In un certo senso sì.

La cosa non salta spesso all’ occhio visto che la lotta all’ evasione si concentra al nord.

Ma se ci pensate bene, è logico che sia così: un conto è la propensione ad evadere, un conto sono le cifre evase in termini assoluti. Il nord crea più ricchezza ed evade quindi di più in termini assoluti pur avendo una propensione ad evadere piuttosto bassa (sicuramente molto più bassa rispetto al sud).

Cio’ che sfugge è la difficoltà a fare significativi passi avanti su questa frontiera della lotta all’ evasione visto che anche i paesi considerati da noi un “modello” sono fermi al nostro stesso punto. 

Dovremmo avere doti davvero straordinarie per fare ulteriori progressi su questo fronte. Chiunque vede che se la pretesa di non essere i fanalini di coda suona come accettabile, quella di fare molto meglio dei “migliori” suona a dir poco velleitaria.

Ma perché il sud è nelle condizioni appena descritte? Non andiamo di fretta ad attribuire delle “colpe”.

Di seguito formulo l’ ipotesi che ritengo più probabile.

Nel periodo che intendiamo analizzare, il sud, in termini di reddito pro capite, è stato sempre una regione più povera del nord. Non è un caso se l’ emigrazione interna dei lavoratori si è da sempre compiuta sull’ asse sud/nord.

Per combattere la povertà lo stato moderno si è servito di uno strumento di base: il welfare state. Questa è una considerazione generale, non riguarda solo l’ Italia.

Il welfare state nasce addirittura nel XIX secolo ma si è sviluppato soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. In un certo senso ci è facile studiarne la dinamica, ce l’ abbiamo ancora sott’ occhio.

La sua estensione ha raggiunto livelli record in Europa. Qui, col tempo, si è sviluppata una dipendenza tale che oggi, per molti europei, la vita senza welfare sarebbe difficilmente immaginabile.

Ed è proprio qui che dobbiamo fermarci a meditare visto che è proprio qui che l’ Italia si distacca dai suoi competitori: il welfare italiano ha puntato sulla previdenza sociale prima ancora che sulla lotta alla povertà vera e propria. 

La spesa sociale nel nostro paese è da sempre concentrata nella spesa pensionistica.

Ma le pensioni sono una rendita garantita ai lavoratori più che ai disoccupati e in genere il povero non lavora poi così tanto, soprattutto non fa lavori sufficientemente redditizi da poter essere svolti “in regola”. 

Conclusione: l’ italia è stata generosa con il ceto medio più che con i meno abbienti.

Come si è pensato di rappezzare questo evidente buco?

In termini ufficiali non si è fatto niente ma, e viene da dire per fortuna, si è fatto molto in termini ufficiosi. Tipico dell’ indole italica che si vergogna di “apparire” in un certo modo molto più che di “essere” in un certo modo. 

In particolare, si è proceduto con uno sconto fiscale artificioso: “… tu, disoccupato, anziché prendere d’ assalto le istituzioni che ti trascurano, cerca di cavartela per conto tuo, un lavoretto qua o là lo trovi sempre se hai voglia di fare, anche in nero… un piccolo reddito riuscirai a raccoglierlo e avrai anche quella sensazione di autonomia e auto-sufficienza che conferisce dignità all’ essere umano… io stato, visto che non ho saputo aiutarti, prometto almeno di non molestarti oltre misura…”.

Chissà che le pensioni di invalidità non siano uno strumento parallelo con la medesima origine.

Si tratta quindi di un patto implicito tra lo stato italiano e i tanti poveracci abbandonati a se stessi da un welfare squilibrato.

Grazie ad una tolleranza verso l’ evasione meridionale si è evitata una conflittualità endemica, il sud ha sopportato stringendo denti e cinghia il suo stato di indigenza e il paese ha potuto tirare a campare in cerca di giorni migliori.

Fare ora la faccia truce contro l’ “evasore italico” è, nella migliore delle ipotesi, quantomeno ipocrita. Nella peggiore è invece solo segno di crassa ignoranza: si ignora la storia particolare dell’ evasione in Italia. 

Ogni lotta all’ evasione deve dunque partire avendo ben chiare queste premesse. 

Spero che ora si capisca un po’ meglio come la demagogia dei politici sopra citati nuoccia alla causa.

Come rimediare, allora?

In tempi di crisi è difficile dirlo, come tocchi sbagli. Immaginiamo quindi di essere in tempi normali.

Non c’ è bisogno di allentare le briglie della fantasia, la soluzione emerge con chiarezza da quanto detto: bisognerebbe imitare i “migliori” in Europa e riposizionare il nostro welfare.

Solo questa mossa preliminare giustificherà una lotta senza quartiere all’ evasione anomala del nostro paese (quella meridionale), il che avrà come naturale conseguenza di riportare i nostri tassi a convergere con quelli “fisiologici” tipici di tutti i paesi più avanzati.

Se poi vogliamo soccorrere la povertà attraverso strumenti più efficaci del welfare tradizionale (ormai agonizzante un po’ in tutta Europa), tanto meglio. Ma vincere certe mentalità saldamente ancorate nel passato è una missione improba.

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