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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La vita agra del privilegiato

Sul finire del 2006 scoppia nei monitor della NYSE la bolla subprime, successivamente parte un “contagio” di grosse proporzioni che tocca un po’ tutte le borse al di qua e al di là dell’ Oceano.

In seguito, il processo degenera in una crisi che, dopo aver investito le maggiori economie del pianeta, viaggia oggi speditamente – tra un’ incornata di toro e una zampata d’ orso – verso il suo decimo anniversario.

Qui si esce dalla dimensione cronachistica per entrare in quella storica.

Praticamente un pezzo della nostra vita.

Una vita privilegiata, sia chiaro: non ci poteva capitare periodo migliore in cui nascere – viviamo con più agi di un re del passato – e l’ evento centrale della nostra epoca non è tanto la crisi quanto l’ espulsione dalla  povertà di un numero esorbitante di persone: mai si era fatto meglio nel passato prossimo e remoto, il nostro animo di “buoni samaritani” se ne dovrebbe rallegrare tutti i giorni.

Ciononstante la crisi morde e per chi già di natura è sempre reclinato sul proprio ombelico non esiste altro.

Nulla di nuovo sotto il sole, intendiamoci. Senza andare troppo indietro nel tempo, il Giappone ha già sperimentato qualcosa di  molto simile, la sua stagnazione è ultra decennale e ancora oggi la ex Tigre asiatica non accenna ad uscire dalle sabbie mobili, nemmeno con gli elicotteri della abenomics che paracadutano carta moneta dal cielo.

Certo che chi si appassiona all’ economia questa volta non puo’ schivarla, è tenuto a farsi un’ idea in merito: cause, sviluppi, possibili soluzioni e bla bla bla.


Nonostante la Macro mi sia indigesta, spero di aver adempiuto in modo onorevole al mia dovere con una serie di letture variegate spazianti dall’ortodossia tetragona all’eresia urticante, dal complottismo paranoico al moralismo tonitruante.

Nei ventuno punti che seguono riporto le conclusioni a cui sono giunto attingendo un po’ qua e un po’ là dagli autori che la mia sensibilità amatoriale ha trovato più convincenti, spero solo che l’ eteroclito collage mantenga una sua coerenza di fondo e quindi una sua intelligibilità. Da parte mia cercherò di non appesantirlo con link e altri riferimenti (disponibili a parte).

recessione

1. Economisti

A chi rivolgersi per avere delucidazioni in materia? Chi sono gli esperti?

A quanto pare i cosiddetti “economisti”.

Ma gli economisti, e mal gliene incolse, non hanno “previsto” gli eventi e sono stati a lungo sotto schiaffo insieme alla loro “triste scienza”.

Un momento emblematico fu quando nel novembre del 2008 vennero tirati in ballo nientemeno che dalla Regina Elisabetta, la quale li accusò pubblicamente nel loro tempio (loro non osavano mettere fuori il naso), la London School of Economic: “come è potuto succedere tutto questo sotto i vostri occhi?”.

Le istituzioni accademiche dal calduccio degli ermellini  si sono profuse in reiterate scuse, sembrava si fosse sul punto di dover azzerare i saperi tradizionali in vista di una palingenesi.

Nel frattempo, quasi fossero usciti dalle “fogne”, una masnada di economisti militanti di solito messi ai margini con una certa spocchia dall’ Ortodossia, hanno vissuto il loro momento di gloria con comparsate televisive e proclami rivoluzionari: loro, che non si sentivano in alcun modo implicati col “passato”, si ritenevano altresì gli unici candidati presentabili per fornire al mondo le ricette del futuro. Abbiamo sentito di tutto poiché praticamente tutto aveva ormai diritto di parola.

Francamente, questo genere di scetticismo verso la tradizione non mi ha mai convinto completamente. Le previsioni che dobbiamo aspettarci dall’ economista sono molto limitate, lo dice la logica, in caso contrario le facoltà di economia pullulerebbero di miliardari.

Sul punto devo però denunciare un impercettibile conflitto d’ interesse: i miei sporadici quanto distratti studi si sono tenuti in corridoi dove circolava per lo più la vulgata “tradizionalista” cosicché il mio trascurabile “capitale umano” risulta pressoché interamente congelato su quell’ approccio: non deridetelo, per favore…

Dopo cotanta foreclosure, spero di conservare ancora diritto di parola.

In ogni caso, mi è piaciuto il parallelo che qualcuno ha fornito in merito a questo tema, molto eloquente nella sua icasticità: sarebbe come mettere sul banco degli imputati la professione medica per non aver previsto l’ epidemia di ebola in Africa. Immaginatevi in circolazione un urlo del genere “la medicina va completamente rifondata insieme alle sue facoltà!”. Vi sembra ragionevole?

Faccio anche notare che dalla nascita della disciplina – fine 700 – i redditi pro-capite sono esplosi dopo millenni di stagnazione. Non chiedetemi adesso di districare la matassa di cause ed effetti, ma qualcosa vorrà dire.

E non sarà del tutto un caso se dopo le reiterate reprimende si corre poi proprio al capezzale dell’ economista per tamponare i danni, così come si corre al capezzale del medico per ricevere le cure appropriate.

Ciò detto, gli economisti, una volta esentati dal ruolo di sciamani della pecunia, sono chiamati per lo meno a fornire una razionalizzazione attendibile di quanto accaduto. Ed è quindi a loro che mi sono rivolto con più insistenza alla ricerca di resoconti credibili.

2. Macroeconomia

Che la macroeconomia goda di un fattuale prestigio lo si vede da come i banchieri centrali girino il mondo riveriti quanto un tempo il farmacista nel suo paesello.

Tuttavia, nonostante i premi Nobel distribuiti a man bassa, è opportuno guastare la festa ricordando che la disciplina non si presta ad esperimenti controllati (gli unici affidabili). Sigh.

Trattasi di scienza senza laboratorio, ovvero di pseudo-scienza.

I processi macro coinvolgono molte variabili. Un po’ troppe, direi, per sperare di domarle con le solite rudimentali tecniche statistiche della regressione multi-variata trasformate in tavole del Sinai ogni volta che r < 0,05.

Sfogliando i giornali (ma anche i papers con tanto di referee), quando si riesce a disboscare la matematizzazione imperante, si ha sempre la sensazione che il re sia nudo, ovvero che ognuno finisca per interpretare i numeri in modo da portare acqua al proprio mulino.

La notizia positiva è diffido di una simile ipotesi, quella negativa è che non sarebbe affatto proibitivo realizzarla: un primo “trucchetto” consisterebbe nell’ agire sull’ inevitabile sfasamento temporale (lag) che separa azioni e reazioni in questo ambito. Basta giocare d’ astuzia e i conti tornano sempre.

E’ stata efficiente una certa misura di politica economica?: basta attendere a sufficienza e, chi la sponsorizza, potrà sempre rispondere con l’ agognato “sì”. Se poi l’ attesa si prolunga in modo imbarazzante, si ripiegherà allora nell’ affermazione (fatta brontolando, quasi si fosse di fronte ad un’ offesa personale) che la misura doveva essere implementata in modo più energico, che la sua realizzazione pratica così com’ è corrisponde ad acqua fresca su una coltellata, non ci si poteva attendere nulla di terapeutico e via dicendo. Quando poi ci si trova ripetutamente nella condizione di dover “brontolare”, si abbia l’ accortezza di farlo già in anticipo, al varo stesso della manovra/placebo: aspettare per l’ ennesima volta esiti deludenti per poi accampare scuse sottrae credibilità.

[… ma perché sprecare tante parole a beneficio di chi ambisce alla carriera di economista trendy quando c’ è online il blog di Paul Krugman sempre consultabile? Basta una scorsa occasionale (unita ad uno straccio di docenza periferica) per finire entro un mesetto dritti come fusi nelle gabbie di Paragone…🙂 …]

[… era solo satira, sa chiaro, quello che si puo’ rimproverare a Krugman lo si puo’ tranquillamente rimproverare anche a John Cochrane o a Casey Mulligan…]

Molto discrezionali sono anche le ipotesi intorno al criterio con cui si formano le aspettative degli operatori: fino a dove far risalire le serie temporali da prendere in considerazione? Quali sono gli a-priori da postulare?

Di questo passo si finisce inevitabilmente in un  modello fedele riflesso non tanto dell’ evidenza empirica quanto delle idee che il ricercatore ha già circa il funzionamento dell’ economia.

A questa stregua, chi non le condivide puo’ trascurare il tutto senza problemi di coscienza per costruire qualcosa più confacente alla sua sensibilità.

Morale, per quanto sia zeppa di numeri, la macroeconomia assomiglia alle discipline storiche molto più di quanto sia disposto ad ammettere chi si è spaccato la testa su analisi (1 e 2) e su statistica (1 e 2).

Esprimo meglio il concetto: il mio macro-economista ideale, oltre ad essere uno statistico, deve avere una buona conoscenza storica, magari affiancata ad una certa esperienza sul campo, meglio se in una banca, ancora meglio se “centrale”.

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3. Joseph Schumpeter

E’ l’ economista che forse ha spiegato meglio al mondo cos’è il capitalismo nella sua essenza: distruzione creativa.

Una società capitalista viaggia come su un autoscontro, riceve terrificanti tamponate che si alternano ad accelerazioni inattese: la cervicale è sempre sotto stress.

La novità è al centro di tutto: è nel suo nome che si distrugge, è nel suo nome che si crea.

Una società capitalista non sembra un posto per vecchi, il tasso di obsolescenza del sapere è elevato e i virgulti catechizzano i decrepiti.

Guardate bene in faccia i nuovi ricchi, sono sbarbatelli a cui di primo acchito non affidereste neanche la gestione di una lavanderia.

Volete temprarvi al capitalismo? Imparate a fallire.

Con l’ anno nuovo esprimete un proposito sensato voi che avete il privilegio di abitare questa valle di lacrime: voglio fallire in molte più cose rispetto a quanto ho fatto finora.

Ogni venti fallimenti forse una se ne imbrocca. E pensare che c’ è chi muore, almeno in termini di autostima, dopo il terzo fallimento.

Ed ecco allora affacciarsi una domanda che per ora lascio in sospeso: le nostre società hanno ancora la forza di sopportare delle vere e proprie distruzioni? Hanno ancora quella forza un po’ barbarica per sopportare una creatività selvaggia e spiazzante che procede zigzagando a tentoni seminando dietro di sé una lunga serie di aborti?

A volte “distruzione” e “creazione” vanno di pari passo ma altre volte le due fasi non sono poi così sincronizzate e quando l’ elemento distruttivo colpisce bisogna stringere i denti e mantenere i nervi saldi.

4. Adam Smith

Lo studioso scozzese è l’ intellettuale che ha spiegato meglio cosa ci regala il libero mercato: la specializzazione.

Se il Portogallo sa coltivare la vite e la Gran Bretagna sa estrarre il carbone, meglio sarebbe che il paese iberico si orienti alla produzione del vino mentre sull’isola ci si dedicherà alla produzione di energia.

Sarà poi il commercio internazionale a consentire gli scambi opportuni affinché tutti siano più ricchi.

Il concetto di specializzazione ha anche conseguenze paradossali per noi cattolici, esempio: è assurdo per una persona intraprendere attività di volontariato, meglio sarebbe, se davvero tiene al prossimo, fare dello straordinario in ufficio destinando il sovrappiù che si intasca ad ingaggiare un professionista dell’ “aiuto”.

Non tutti accettano il dogma della “specializzazione”, con quello annesso dei vantaggi comparati, tuttavia non si può negare una formulazione rigorosa sul piano intellettuale. Ma anche una sua potenza pragmatica se è vero com’è vero che oggi, a due secoli da Smith, lo “specialismo” impazza.

5. Ludwig Von Mises

E’ l’ economista che forse ha spiegato meglio al mondo la causa del collasso dell’ impero sovietico: la burocrazia.

No, non si tratta di quel credete. Nulla a che vedere con l’ indolente inettitudine dello “statale”; non mi riferisco a quella fetta di scienze umane ispirate dalle sapide osservazioni di un Gogol o di un Bulgakov.

Il burocrate unico rinchiuso nel proprio ufficio, per quanto diligente e preparato, non è mai in grado di calcolare quantità e prezzi per ogni merce. Si tratta di variabili influenzate da mille cangianti elementi soggettivi (le preferenze, le abilità…) ignoti al burocrate. Costui, per la verità, non sa nemmeno quali sono le merci disponibili su cui eseguire l’ inane compito visto che un sistema del genere è necessariamente asfittico e chiuso all’ innovazione. In genere, il tapino, scopre le “nuove merci” spiando dal buco della serratura le vetrine oltre cortina.

Per Mises, il libero mercato era innanzitutto un potentissimo calcolatore che elaborava e rielaborava milioni e milioni di informazioni disponibili solo in modalità decentrata. Un calcolatore assente nella dotazione del burocrate.

Attenzione: cio’ non significa che il “calcolatore mercato” esegua tutte le sincronizzazioni in tempo reale, anche lui fatica e s’ inceppa spesso e volentieri.

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6. Leonard Read

E’ l’ Esopo dell’ economia che a suon di parabole meglio ha illustrato al profano la complessità dei calcoli compiuti dal mercato.

Sono le 12.00, dovete prendere un appunto e vi serve una matita? Maledizione, non l’ avete sotto mano. Niente paura, il “mercato” ha previsto tutto, lo sa e ve la rende disponibile immediatamente, basta che facciate due passi recandovi nella cartoleria sotto casa.

Quello che volete nel momento in cui lo volete, forse non vi rendete conto di quanti problemi devono essere risolti per adempiere a questo compito, per soddisfare questo vostro arrogante desiderio. Tuttavia, se osservaste meglio la vostra matita, ora che è in vostro possesso, potreste avere un’ illuminazione in merito.

Prendete la ghiera, è fabbricata con un metallo che si estrae nelle miniere brasiliane e viene poi lavorato in Cile per poi subire un raffinamento di transito nei laboratori texani. Il tutto viene poi trasferito in grandi laminati in Spagna dove si forgiano i modelli più comuni da distribuire presso la gran parte delle case di produzione che esternalizzano in oriente l’ applicazione del gingillo sul telaio base.

Occorre che la sveglia del minatore brasiliano suoni per tempo affinché voi abbiate la vostra matita per le 12.00 di oggi, ma occorre anche che l’ operaio cileno sia disponibile ed abbia una paga adeguata  affinché si convinca a recarsi in fabbrica, è necessario poi che esistano dei trasporti in grado ci condurlo davanti al macchinario, senza dire che bisogna pur produrre le complesse attrezzature con cui opera e poi…

La sveglia, la paga, i trasporti, le attrezzature… ho citato quattro problemi di coordinamento da risolvere affinché abbiate la vostra matita a tempo debito. Ognuno capisce che bisogna risolverne altri diecimila, anche più complessi di quelli a cui ho fatto cenno.

Oltretutto, finora, ci siamo limitati alla ghiera, e quando parleremo del carboncino? E quando parleremo del telaio in legno? E quando parleremo degli specchietti retrovisori del furgone che trasporta la contabilità della ditta sub-fornitrice che applica le ghiere al telaio? E quando parleremo di tutto il resto? “Tutto il resto” è un mondo che deve essere coordinato e incentivato opportunamente.

Miriadi di problemi da risolvere e miriadi di soluzioni da coordinare tra loro per arrivare in tempo all’ appuntamento. Ma non preoccupatevi la mano invisibile del mercato li risolverà per voi a bassissimo costo.

Sono le 12.01, scendete fiduciosi alla cartoleria sotto casa e troverete la vostra matita al modico costo di un euro.

Che dire? Il calcolatore del mercato, attraverso il metodo delle “preferenze rivelate”, funziona abbastanza bene, di sicuro meglio della calcolatrice sulla scrivania del burocrate. Chissà, magari domani Big Data fornirà al Burocrate Unico una qualche diavoleria in grado di estrarre gusti e meriti in modo più attendibile rispetto all’ euristica delle preferenza rivelate, attendiamo fiduciosi.

Tuttavia, anche la mano invisibile è soggetta ad artriti piuttosto fastidiose.

Se eventi esterni ci chiedono di mutare un modello collaudato di specializzazione, allora bisognerà reimpostare il coordinamento di tutte le attività coinvolte e persino il magico mercato, dovendo procedere per tentativi ed errori, richiederà tempo e sacrifici, le sue proverbiali armonie cominceranno a ricevere strattoni da tutte le parti, per non parlare delle manciate di sabbia che verranno gettate negli ingranaggi dal disperato che rischia di rimanervi stritolato.

“Eventi esterni”?

In una società capitalista i cosiddetti “eventi esterni” – vedi punto 3 – sono una raffica interminabile. Se si tiene conto di questo si capisce meglio come il concetto stesso di “equilibrio del sistema” sia una chimera che si presta a confusioni.

7. L’ inflazione

E’ una brutta bestia con cui deve scontrarsi qualsiasi macro-economista.

L’ ortodossia neoclassica la tratta come un fenomeno qualsiasi: l’ homo economicus, perfettamente informato e pettinato, ne prende atto tenendo tutto nel debito conto allorchè partorisce le sue decisioni razionali. Per lui esistono solo le “variabili reali”, nulla lo trae in inganno ed esegue le sue “normalizzazioni” all’ istante. Complimenti.

Per contro, il pilone centrale dell’ ortodossia keynesiana è la rigidità dei salari verso il basso, il che è come dire che i lavoratori, in certe condizioni, guardano solo al salario nominale trascurando le aspettative inflazionistiche (o meglio, deflazionistiche). Un comportamento irrazionale che consente di dare la stura all’ avvolgente narrazione keynesiana.

Secondo me la descrizione più realistica è quella che va sotto il nome delle “aspettative segmentate“.

Le persone tendono a trascurare l’ inflazione allorché questa ha il pudore di mantenersi si su livelli considerati “fisiologici”. Poi, non appena il fenomeno si presenta nella sua variante patologica, tutti cominciano a “indicizzare” tutto l’ “indicizzabile”, e chi non può ci lascia le penne..

Insomma, l’ inflazione non è  una variabile “continua”, bensì una variabile “segmentata” in cui esiste una soglia che distingue il patologico dal fisiologico.

Questo rilievo assume valore nel momento in cui andremo a verificare  l’ efficacia della politica monetaria, vedi punto 18.

8. L’ imprenditore

E’ l’ eroe ambiguo della fiaba capitalista: è lui l’ angelo che crea, è lui il demonio che distrugge.

Un certo istinto vetero-marxista lo dipinge come un vampiro avido di profitto, non mi piace questo ritratto, è distorto almeno quanto quello agiografico dell’ imprenditore Babbo Natale. Di sicuro non risponde alla mia esperienza personale.

L’ imprenditore non si diverte a licenziare, di sicuro non licenzia se con i suoi dipendenti fa profitti ma molto spesso non lo fa nemmeno quando gli converrebbe, per procedere ha bisogno di un pretesto più solido, per esempio una crisi economica.

Chi ha dimestichezza con le grandi aziende conosce bene le sacche di inefficienza che si annidano  un pò ovunque.

Ci sono molti indizi, qui mi diverto ad elencarne alcuni:

– Perchè quando un competitore si fa minaccioso la produttività migliora? Non si poteva pensarci prima?

– Ogni dieci lavoratori ce ne sono cinque sotto la media, tre sono noti a tutti e si aggirano da anni nei corridoi dell’ azienda. Si tratta di personale licenziabile con profitto, perchè non vengono rimpiazzati?

– Perchè si assume affidandosi ancora ad un metodo primitivo come quello dei colloqui? Ci sono modi più predittivi per testare il candidato.

– Mentre tra titolo di studio e stipendio esiste un solito legame, tra titolo di studio e produttività il legame è molto più lasco. Perché non si tiene nel dovuto conto questo fatto quando si predispone l’ organico di un’ impresa?

– Il boss ha un debole per gli yes-man.

– Il boss ha i suoi cocchi, di solito sono quelli che ha assunto personalmente.

– Il boss difficilmente premia chi sente migliore di sè.

– Geeks vs Suits. Quando il business è particolarmente sofisticato, in azienda conoscenza e potere divorziano. A dominare gli algoritmi non è certo chi decide. Nelle banche è la norma.

– Nessuno in azienda desidera essere ambasciatore di cattive notizie: se denunci una magagna al boss, probabilmente verrai trattato quasi ne fossi il responsabile, ad ogni modo ti verrà affibbiata la patata bollente. Meglio evitare e crogiolarsi nel tran tran quotidiano.

– Quella serie infinita di meeting e briefing e bla bla bla, quasi sempre programmata in luoghi molto distanti da dove sei adesso. Tutta roba per lo più inutile.

– E le onerose consulenze esterne commissionate al solo fine di pararsi le spalle?

– Nelle riunioni non si fa altro che  speculare sul futuro dell’ azienda. Mai nessuno che annoti le predizioni e ne verifichi gli esiti attribuendo un punteggio. Si pontifica in assenza di un record track. Si parla molto ma si scommette poco in termini di carriera.

– Secondo voi esiste un nesso tra compensi dei manager ed efficienza? Se lo trovate fatemelo sapere. La paga dei manager assomiglia di più a quella del capro espiatori.

– Il telelavoro, fonte di risparmi, è sottoutilizzato.

– Scarsa propensione a sperimentare nuove soluzioni, ci si sdraia sulle procedure tradizionali. Si è restii anche solo a “copiare” da chi fa bene, molto meglio se le macchinose procedure sono elaborate all’interno e il boss possa attribuirsele.

– L’ accesso alle informazioni è misteriosamente limitato, ogni reparto conserva gelosamente le sue, forse per poter essere interpellato direttamente e in qualche modo conservare un proprio potere.

– Di solito funziona così: il manager che fa bene è promosso ad altra funzione, quello che fa male no. Se la logica è questa l’ equilibrio si raggiunge quando tutti i responsabili ricoprono un posto in cui fanno male.

Va bene, finiamola qui, mi sono divertito abbastanza. Non introduco nemmeno le piccole imprese perchè lì ciascuno intuisce come le cose, in termini di mera efficienza, vanno molto peggio. Spero solo si sia capito che potrei andare avanti all’infinito se non dovessimo parlare d’ altro.

Lo so, per ogni punto si potrebbe opinare, forse esiste anche una spiegazione logica,  ma è la massa di indizi a destare preoccupazione.

Tutto ciò ci consente comunque di dire che in ogni azienda esistono una marea di aggiustamenti potenziali a cui porre mano, si attende solo un pretesto per procedere a smaltire il cumulo di inefficienze.

Potremmo allora dire che gli aggiustamenti sono discreti nel tempo (equilibrio punteggiato), le situazioni si trascinano finchè qualcuno che sta in alto non si sente giustificato a “perdere la pazienza”.

L’ efficienza recuperata si tradurrà naturalmente in un taglio delle risorse umane, siano esse interne all’ azienda, siano esse operanti presso i fornitori. Tutta gente che andrà ricollocata altrove.

Ebbene, durante le crisi gli imprenditori si sentono giustificati a procedere  e licenziano gente che, secondo i parametri dell’ homo economicus, avrebbero dovuto licenziare prima.

Oltre alla psicologia, anche la legislazione di molti paesi consiglia di cumulare le inefficienze per poi risolverle d’ emblée al momento opportuno: se licenzio quando le cose vanno bene rischio di espormi a vertenze, meglio saldare i conti in tempi di crisi.

Mi sono dilungato tanto perché, se teniamo nel dovuto conto di quanto detto, capiamo meglio come ogni “crisi di domanda” si trasformi ben presto in una “crisi di offerta“.

Siamo di fronte a un rilievo delicato perché, come vedremo, si tratta di due malattie differenti che richiedono terapie differenti.

9. Evento esterno: Globalizzazione

Negli anni novanta, ma forse anche prima, è partito il cosiddetto fenomeno della globalizzazione: il muro era crollato, Cina e India si sono finalmente aperte al mercato, il colosso brasiliano cominciava a muovere i primi passi nella giusta direzione.

Il mondo cambiava, dovevamo cambiare anche noi.

Nuovi modelli di coordinamento – vedi punti 4 e 6 – si affacciavano e con loro bisognava affrontare senza por tempo in mezzo distruzioni certe in vista di prospettive eventuali.

Chiamiamole pure “ristrutturazione di sistema“.

Non equivochiamo, la globalizzazione è la quintessenza del meccanismo descritto da Adam Smith, grazie alla globalizzazione il mondo è molto più ricco.

Tuttavia, viene anche spostata una ricchezza immensa: si distrugge qui per creare là.

Tutto questo crea scompensi che vanno sopportati e vuoti che vanno riempiti. La politica deve deve rimboccarsi le maniche.

Non è facile decidere in questi frangenti, eppure abbandonare il certo per l’ incerto è l’ essenza del capitalismo, anche perché man mano che si procede quel “certo” diventa solo certezza di stagnazione e retrocessione.

10. Evento esterno: Infomation Technology

Internet, informatica, nuovi media, smart city…

A cavallo del nuovo millennio il mondo avanzato è travolto dalla rivoluzione digitale.

Cambiare? Come cambiare? Dove andare?

Nuovi modelli di coordinamento – vedi punti 4 e 6 – si affacciavano con distruzioni certe e promesse eventuali.

Chiamiamole pure “ristrutturazione di sistema”.

Non equivochiamo, la digitalizzazione è la quintessenza del meccanismo descritto con timorosa ammirazione da Shumpeter, grazie alla tecnologia il mondo è molto più ricco.

Tuttavia, viene anche redistribuita una ricchezza immensa: si chiudono imprese ad alta intensità lavorativa per aprirne altre dove abbonda il capitale immateriale ma latitano le assunzioni.

Tutto questo crea scompensi che vanno sopportati e vuoti che vanno riempiti. La politica deve darsi da fare.

Non è facile decidere in questi frangenti, eppure lasciare il certo per l’ incerto è l’ essenza del capitalismo, anche perché lentamente quel “certo” diventa solo certezza di stagnazione e retrocessione.

. I nostri poveri bambini

Perché la mamma di oggi teme per il suo bambino molto più che la mamma di ieri?

Eppure  i rischi dell’ infanzia sono drammaticamente diminuiti!

I rischi non sono diminuiti per l’ accresciuta avversione delle mamme visto che  patemi e  sicurezza instaurano una perversa convivenza.

L’ ansia dovrebbe collassare. Invece, non solo non collassa, aumenta.

E non è solo la mamma a soffrire di queste ingiustificate apprensioni, è la società stessa: se lasci che il tuo bimbo di dieci anni prenda il metro da Lampugnano al Duomo, rischi una denuncia per abbandono di minore. La società non è più disposta a tollerare tanto.

Ieri, quando i rischi reali erano ben più elevati, una simile misura sarebbe suonata ridicola, oggi l’ accettiamo di buon grado.

Cosa è successo?

Forse abbiamo fatto un investimento emotivo talmente elevato in  ciò che possediamo di più caro da aver generato un “effetto di dotazione” mostruoso: neanche le alternative più promettenti, qualora comportino un minimo di rischio, sono in grado di allettarci.

Forse, l’ esposizione prolungata al welfare ci ha reso più sensibili. Ci stiamo lentamente trasformando in tante “principesse sul pisello“. Ogni pisellino deve essere bandito dal Regno, pena il turbamento del nostro riposo.

Ricordiamo allora l’ essenza del capitalismo: lasciare il certo per l’ incerto, lasciarlo al più presto prima che il certo diventi certezza di morte e l’ incertezza qualcosa di sempre meno promettente.

Com’era quel gioco? Tutti si alzano cambiano la sedia cercandone una libera a tentoni. Il meno pronto resterà in piedi.

Non c’ è da stupirsi se il capitalismo assume agli occhi dell’ “uomo democratico” una sembianza disumana: la sua sedia assomiglia sempre più ad un’ avvolgente poltrona in cui stravaccarsi, alzarsi di scatto è doloroso per un corpo ormai macilento e cercare a tentoni nell’oscurità un compito altamente disturbante da differire il più possibile.

E chi glielo fa fare?

12. La fiducia

Posso comprare un etto di pane ma non un etto di fiducia.

Lo dico meglio: se ho fame, posso aumentare leggermente la mia scorta di pane. La fiducia, invece, non posso aumentarla in modo discrezionale, questo perché è un bene soggetto ad “escalation”.

Fiducia e informazione intrattengono un rapporto ambiguo. Le informazioni circa l’affidabilità della controparte sono asimmetriche e “private”,  soggette cioè ad azzardo morale, cosicchè si cerca di inferirle dai segnali che cogliamo nei comportamenti altrui.

Se A aumenta la sua fiducia nei confronti di B avendo con B interessi in conflitto, anche C, avendo ricevuto un segnale, ha ora un incentivo a fare lo stesso, così come D. Ma se C e D ora ripongono più fiducia in B, allora A puo’ ulteriormente aumentare la sua e così via.

B, grazie all’ “escalation”, si trasforma da un soggetto qualsiasi a un soggetto estremamente affidabile, almeno nella valutazione dei terzi.

Il processo vale anche in senso opposto: la fiducia non diminuisce, collassa. Avete presente la “corsa agli sportelli“?

Nella società capitalista la fiducia è centrale, soprattutto nel settore finanziario: se ti presto del denaro lo faccio perchè ho fiducia che me lo restituirai.

Le banche vivono di fiducia poiché fanno profitti solo se sopportano bene una posizione potenzialmente insolvente (leva finanziaria).

Mi spiego meglio: qualora le banche fossero chiamate qui ed ora ad onorare i loro impegni, non potrebbero mai farlo.

Una banca in grado di farlo non avrebbe senso di esistere poiché non produrrebbe mai alcun profitto.

Con il mio conto corrente (che posso liquidare domani mattina) sta finanziando un mutuo decennale.

La differenza tra interessi pagati e interessi riscossi costituisce il suo profitto.

Il fatto è che sul mio conto gli interessi da pagare sono bassissimi, visto che per la banca è una passività a breve. D’altro canto, sul mutuo gli interessi da incassare sono cospicui, visto che si tratta di un impegno decennale.

La banca – potenzialmente insolvente – ha fiducia che il mutuatario restituirà il suo debito così come io ho fiducia che la fiducia della banca sia ben riposta ma soprattutto ho fiducia che lo stesso pensino i  miei “colleghi” correntisti. In ultima analisi ho fiducia che non ci sarà una corsa dei correntisti agli sportelli e che quindi il mio conto è al sicuro.

Per il settore finanziario la fiducia è tutto.

13. Minsky Moment

Hyman Minsky è l’ economista che ha ipotizzato e modellizzato i cicli finanziari.

Il suo resoconto appare convincente e coerente con quanto detto prima: la fiducia, diversamente da altri beni,

non è dosabile, procede per “collassi” ed “escalation” producendo nel settore finanziario

cicli abnormi.

A momenti di euforia si alternano momenti di depressione. Il sistema finanziario assomiglia in modo inquietante ad un malato bipolare.

Ebbene, il momento in cui si transita dall’ euforia alla depressione è conosciuto come “Minsky Moment”.

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14. Lo scenario

Al volgere del  terzo millennio sulle economie dei paesi più avanzati incombono due eventi epocali (punti 9 e 10).

Preme alle porte una grande ristrutturazione, bisogna cambiare i modelli di coordinamento e le specializzazioni dell’ apparato produttivo (punto 6).

Tutto ciò implica azioni distruttive e iniziative creative (punto 3), spesso con problemi di sincronia: le delocalizzazioni, per esempio, distruggono qui per creare altrove, come colmare i vuoti? IT distrugge imprese ad alta densità di lavoro per crearne altre ad alta densità di capitale. Come ricollocare le eccedenze?

Gli imprenditori più innovativi si gettano in nuove avventure, quelli più tradizionali attendono il Minsky  moment (punto 13) adatto per procedere alla distruzione certa e alla eventuale creazione incerta.

La crisi dei subprime americani costituisce un MM che non si può far finta di non vedere. Ed ecco allora che un collasso della domanda subisce una metamorfosi trasformandosi ben presto in una crisi strutturale dell’ apparato produttivo.

La crisi si trascina a lungo poichè il governante democratico è restio ad abbandonare il certo per l’ incerto, non asseconda volentieri il paradigma della distruzione creativa poichè riceve i suoi voti da una platea divenuta particolarmente sensibile al rischio (punto 11), una platea ormai più avvezza alle coccole del welfare che alle montagne russe del buon vecchio capitalismo.

15. I rimedi

Se la diagnosi è esatta la prognosi non puo’ che consistere nel rassegnarsi alla “distruzione” del vecchio incentivando il più possibile la “creazione” del nuovo.

In merito si puo’ privilegiare una ricetta di “destra”: giù le tasse per i profitti d’ impresa, de-regolamentazione massiccia, legislazione pro-business, flessibilità pervasiva, eccetera.

Ma non si puo’ nemmeno escludere una ricetta di sinistra: di fronte allo spaesamento provocato da mutamenti epocali è giusto che lo stato si faccia promotore di politiche industriali che costituiscano un solido punto di riferimento per chi intraprende.

La politica di destra ha un difetto: è piuttosto utopica e il punto 11 spiega perché.

Anche la politica di sinistra ha un difetto: il più spaesato di tutti è proprio quel burocrate che dovrebbe fungere da punto di riferimento, e il punto 5 spiega perché.

16. Ortodossia

Lo scenario che ho delineato è piuttosto eretico.

L’ ortodossia IS/LM preferisce di gran lunga lavorare su variabili aggregate e informazione perfetta.

E’ poco interessata ai costi di coordinamento e ai modelli di specializzazione, nel suo mondo le funzioni produttive si adeguano istantaneamente ai cambiamenti, non si procede a tentoni.

Per l’ ortodossia il punto 8 non ha alcun senso, o per lo meno, si può elidere senza gravi conseguenze.

Del resto, il punto 8 è frutto più che altro della mia esperienza, difficile scovare un testo di macroeconomia che indugi su quel genere di dettagli anche se molte indagini sul campo lo supportano.

C’ è un’ ortodossia di destra legata alle aspettative razionali secondo la quale gli operatori sono in grado di anticipare praticamente tutti i fenomeni rilevanti.

A rigore, stando a questa visione, i cicli non dovrebbero nemmeno esistere, il mercato aggiusta tutto all’ istante.

Se questo non accade, evidentemente la mano visibile della politica sta intralciando quella invisibile del mercato. Bisogna intervenire per lubrificare i meccanismi e fare in modo che cessi l’ ostruzione di ogni corpo estraneo.

Una visione di destra più sfumata ammette che l’ aggiustamento deflattivo potrebbe essere un problema e propone quindi di accompagnare la transizione con politiche monetarie.

Si tratta di politiche che inducano aspettative inflazionistiche in modo da proseguire con altri mezzi le classiche politiche del tasso d’ interesse ormai indisponibili una volta che il tasso è azzerato.

C’ è poi un ortodossia di sinistra, chiamiamola keynesiana, che riconduce tutto ad una crisi di domanda: i consumatori si sono spaventati e non spendono più, bisogna che qualcun altro spenda in loro vece finché la fiducia non verrà ripristinata.

E’ chiaro che questo approccio è incompatibile con quanto sostenuto al punto 8, laddove si sottolineava che qualsiasi debolezza della domanda sfocia inevitabilmente in una crisi dell’ offerta (e viceversa).

Di seguito descriverò cio’ che non mi convince in questi due approcci, con questo, sia chiaro, non voglio liquidarli del tutto, quando c’ è da “passa’ a’ nottata” anche i loro consigli possono venir buoni. Ciò non significa che “tutto va bene”, è comunque opportuno stabilire delle priorità nelle politiche.

Ciò detto, non me la sento davvero di considerare le ricette proposte dall’ ortodossia come dei rimedi tout court.

17. Politiche fiscali

Partiamo dal deficit prodotto con incrementi di spesa pubblica.

Sicuramente, se nel paese mancano infrastrutture o sono obsolete, la recessione è un buon momento per porre mano ai lavori necessari. Nessuno lo mette in dubbio: se un lavoro è necessario è necessario per definizione.

Parlando sinceramente, voi giudicate probabile che si produca una simile contingenza?

Io no, il politico spende tutto non appena è nelle condizioni di farlo, solo così puo’ gratificare con certezza la sua constituency. Ve lo vedete attendere il “momento propizio“? Ovvero il momento in cui probabilmente non sarà più nemmeno in carica?

No, il suo parametro di riferimento è la scadenza elettorale, mica il ciclo economico.

Levato di mezzo il “caso accettabile per definizione”, veniamo ai difetti della spesa governativa in funzione puramente anti-ciclica:

1) l’ evidenza fattuale di un moltiplicatore keynesiano  è debolissima (vedi punto 2)

2) si investe senza analisi costi-benefici

3) se i lavori pubblici si prolungano oltre il ciclo – e la cosa è praticamente certa visto il timing indeterminato di operazioni del genere – vengono spiazzati gli investimenti privati.

Ma quello che a noi interessa di più è il fatto che la spesa keynesiana risulta incompatibile con lo scenario di cui ai punti 4 e 6: una spesa del genere contribuisce ad alterare artificiosamente la composizione del PIL moltiplicando quindi i costi di conversione e riconversione dell’ apparato produttivo.

Keynes puo’ permettersi di trascurare un simile rilievo poiché su questo punto si allinea all’ ortodossia (vedi punto 16) che postula informazione perfetta e aggiustamenti istantanei. Cio’ gli consente di lavorare su domanda e offerte aggregate trascurando la loro composizione.

La Grande Depressione è stata sotto la lente di molti osservatori: dopo 15 anni di politiche roosvetliane (ovvero keynesiane) la disoccupazione ha sì oscillato parecchio ma, alla vigilia dell’ entrata in guerra, si è sconsolatamente attestata su livelli pari a quelli da cui si partiva.

Non si tratta certo di una smoking gun (vedi punto 2), sta di fatto che nel suo test storico più probante la politica di deficit spending si è rivelata di corto respiro, una politica che crea oscillazioni  ma finisce per trascinare indefinitivamente i problemi, il che sembra confortare proprio il modello che qui stiamo privilegiando.

Lo stesso Keynes minimizzando questo difettom finisce per ammetterlo. Si chiede esplicitamente alla politica di concentrarsi sulle urgenze: “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

Purtroppo c’ è sempre chi ha l’ impertinenza di sopravvivere e persino di avere dei figli su cui riversare gli strascichi.

In Italia, poi, sembra ci sia stata un’ interpretazione creativa di Keynes: lo si adotta sempre di default, indipendentemente dal ciclo. Keynes è l’ economista più simpatico ai politici, quelli italiani poi lo adorano dalla prima ora.

Indebitarsi e spendere è un comandamento di molti governi. Una cura universale che non va limitata al contrasto dei cicli. Siamo con Keynes a tempo pieno.

Difficile allora invocarlo nel bel mezzo di una recessione in cui ci si presenta già ultra-indebitati proprio per la filosofia di cui sopra.

La mia personale priorità del deficit-spending è piuttosto bassa. Diciamo che lo colloco in fondo alla lista. Va bene giusto per chi è all’ ultima spiaggia.

E il deficit da abbassamento tasse?

Qui va un po’ meglio, per lo meno ora a scegliere dove indirizzare i flussi saranno aziende (domanda di investimenti) e consumatori (domanda di consumo) cosicché il sistema produttivo non dovrà sopportare lo stress di ripetute conversioni. Questa è un’ ottima notizia per che crede allo scenario di cui ai punti 4 e 6.

La priorità che accordo a una simile politica è buona, specie se si privilegiano gli investimenti.

Tuttavia, se abbassi le tasse a chi sa già che domani sarà colpito da una batosta fiscale devi aspettarti anche molto risparmio (equivalenza ricardiana). In fondo, quello che conta nelle decisioni di spesa di una persona è il reddito vitale, non quello annuale.

18. Politica monetaria

La politica monetaria ha il vantaggio di fungere da stimolo e nello stesso tempo di selezionare solo gli investimenti che superano l’ analisi costi-benefici. Cosa si vuole di più?

Niente, infatti conferirei a queste politiche la priorità. Purtroppo sono difficili da praticare.

I mercati finanziari sono così vasti da essere in grado di sterilizzare qualsiasi immissione di moneta manipolando la velocità di circolazione della stessa.

Se ai mercati serve moneta se la creano artificialmente, se non la desiderano sterilizzano le nuove immissioni senza molta difficoltà.

Certo, i cannoni delle banche centrali hanno potenza illimitata ma più si spara più si rischia di perdere il controllo della situazione. Il fine tuning diventa una chimera.

Inoltre, quando si piomba in periodi recessivi bisogna costruire dei tassi negativi lavorando sulle aspettative inflazionistiche.

Non è facile se le aspettative sono segmentate (punto 7). Infatti:

1) quando non esistono aspettative significative non si produce alcun incentivo nei comportamenti;

2) quando invece scatta l’ ossessione inflattiva si entra nella pan-indicizzazione dove tutto viene anticipato e gli effetti espansivi vengono rimpiazzati da inflazione o stagflazione (vedi punto 16 prima parte). L’ Italia ne sa qualcosa.

In teoria la politica monetaria offre un ottimo rimedio, in pratica è difficile se non impossibile da calibrare. Si rischia sempre la sorte dell’ apprendista stregone.

19. Regolamentazione finanziaria

Nello scenario che ho proposto la crisi finanziaria è solo l’ innesco di una crisi più vasta, la sua importanza è quindi marginale: meglio concentrarsi sui rimedi che sprecare troppe energie nella prevenzione.

A guardar bene sono andato anche oltre, da un certo punto di vista, secondo questa impostazione, non sono tanto i mercati finanziari a causare i cicli economici ma sono i cicli a rendere possibili i mercati finanziari: che senso avrebbe scommettere in un mondo prevedibile, per avere scommesse dobbiamo postulare che una certa quantità di “rumore” scorti sempre l’ informazione.

Ebbene, solo l’ innovazione reale genera “rumore”, e in essa è da ricomprendere anche quella relativa agli strumenti finanziari. Non si puo’ negare che nella vicenda subprime i “veicoli” finanziari fossero dei prototipi ancora bisognosi di collaudo.

C’ è invece chi giudica l’ instabilità finanziaria come un nemico “puro” e si ripropone di smussare i Minsky-Moment.

Naturalmente si va a parare sulla regolamentazione di settore.

Secondo questo approccio lo speculatore è un tipo avido in preda all’ hubris che rischia di riversare i guai che provoca sulla comunità, bisogna imbrigliarlo in una una gabbia di regole opportunamente studiata.

L’ enfasi sull’ avidità degli esseri umani è indicata per gli anatemi e i sermoni ma forse è fuorviante per l’ analisi. Quanto agli speculatori, ho visto più avidità sia tra i barboni della Stazione Centrale che nelle riunioni condominiali.

Nella mia visione l’ ignoranza predomina sull’ avidità.

Negli istituti finanziari c’ è un divorzio tra conoscenza e potere. Gli uomini in giacca e cravatta “possono” decidere ma sono i ragazzotti in blue jeans, sempre davanti al pc, che “conoscono” meglio di tutti il giro del fumo. Sono loro che hanno costruito certi titoli, sono loro che sanno meglio di tutti come funzionano.

E’ il cosiddetto divario geeks vs suits.

I manager della grandi banche conoscono a fondo l’ arte delle pr, sanno giustificarsi e giustificare il loro istituto, sanno motivare il personale di cui si circondano, possiedono facoltà intuitive non comuni ma credete forse sappiano prezzare un credit default swap? Sanno a malapena cosa sia.

La mia, attenzione, è una visione ottimistica: difficile convertire l’ avidità in generosità, più facile trasformare l’ ignoranza in conoscenza. Le innovazioni finanziarie che ieri hanno causato il patatrac, forse domani, quando le conosceremo meglio, ci saranno utili. E’ da stolti metterle al bando.

C’ è poi un altro cruccio.

Purtroppo la regolamentazione finanziaria non è un problema matematico con una soluzione da scovare, assomiglia piuttosto al gioco degli scacchi: ad ogni mossa del regolatore corrisponde una contro-mossa del mercato, e così via all’ infinito.

Fateci caso: ad ogni crisi si pongono delle regole che saranno la base della prossima crisi.

Prendiamo solo l’ ultimo caso – quello dei mutui subprime – a titolo esemplificativo:

1) I mutui trentennali sono un portato della Grande depressione: allora furono i mutui a breve a creare problemi cosicché si privilegiarono quelli trentennali.

2) La cartolarizzazione dei mutui assistiti da garanzia è stata incentivata dalle autorità affinchè questi titoli potessero essere trasferiti alle assicurazioni e ad altri soggetti idonei alla gestione del rischio di lungo termine. una decisione presa dopo la crisi di Saving & Loan

3) Basilea, la madre di tutte le regolamentazioni finanziarie, ha imposto alle banche strutture minime di capitale in cui i titoli garantiti assumevano un trattamento privilegiato.

4) Il “fair value” è stato imposto per dare più trasparenza ai bilanci.

Ebbene, tutti fattori precedenti sono pesantemente implicati nella crisi dei subprime.

I mutui trentennali cartolarizzati sono la materia prima dei titoli tossici. La loro diffusione mondiale è stata un regalino di Basilea, visto che con la loro natura di titoli garantiti servivano a rispettare le strutture di capitale minime.  Infine, la pedissequa imposizione dall’ alto del criterio di contabilizzazione al “fair value” ha portato molte istituzioni sull’ orlo del fallimento – e anche oltre – facendo crollare ripetutamente le borse di tutto il mondo.

Complimenti al regolatore, ottimo lavoro.

Naturalmente si puo’ sempre paralizzare il settore con una gabbia ferrea di regole. Ma lo si renderebbe inefficiente e sarebbe come curare il mal di testa tagliandosi la testa.

Il “giusto mezzo” aristotelico qui sembra latitare più che altrove.

Che fare allora? Non saprei, avanzo una quadripletta di considerazioni che trovo persuasive.

1) Quando la materia è tanto ingarbugliata meglio sarebbe affidarsi ai principi piuttosto che alle regole minute. Cio’ consentirebbe di disfarsi delle tante authority. Per proteggere il consumatore basterebbe una legge di questo tenore: “è proibito avvantaggiarsi dell’ ignoranza dei clienti”. Dopodiché, basta lasciare che si sviluppi un sano processo di common law.

2) Puntare su una generosa politica monetaria (aiutata da un prediction market) che metta esplicitamente nel mirino le aspettative di PIL nominale, qualche effetto preventivo lo sortirà.

3) Privilegiare un decentramento regolativo che, grazie alla diversificazione della disciplina, sarà in grado di limitare i paurosi  effetti a valanga.

4) Rendere indeducibili gli interessi passivi: una crisi con meno debito è sempre più facile da gestire.

E per dimostrare che sono pronto a tutto, proseguo con una tripletta per molti azzardata.

5) Requisiti minimi di capitale per le banche: ma in termini di livello, non di rischio (visto che del rischio, ormai è comprovato, non abbiamo stime affidabili)

5) Per aggirare il “too big to fail” non chiudere allo “spezzatino” dei colossi (non credo che serva a molto ma non ho obiezioni di principio). Quei mostri non sono un parto del mercato quanto del regolatore (“catturato”).

6) La nazionalizzazione con azzeramento dei vertici (e gogna mediatica) delle banche stra-fallite non deve essere un tabù, specie quando è l’ unico modo per imporre una sanzione di mercato.

Contenti?

Lo so, per un fan della regolamentazione questo non è che l’ inizio, le sue ambizioni ingegneristiche vanno ben oltre, ma, detto francamente, nessuno di loro mi ha convinto. Penso davvero che il nocciolo della questione stia altrove.

20. Psicologia & Democrazia

La razionalità umana è traforata da mille bias cognitivi per lo studio dei quali lo psicologo subentra all’ economista.

Se l’ uomo fosse perfettamente razionale (homo economicus) i modelli neo-classici sarebbero una bibbia da riverire notte e giorno.

Ma, come abbiamo visto, le aspettative razionali applicate al modello neo-classico negano l’ esistenza dei cicli; evidentemente, per darne conto, c’ è dell’ altro: bisogna introdurre qui o là qualche bias.

Io ho cercato di farlo al punto 8 ma soprattutto al punto 11.

Tuttavia, i modelli neo-classici non ambiscono ad essere una Bibbia, bensì una finzione utile con incorporata una propria missione: individua dove si annidano i bias, riconducili alla ragione e il meccanismo ortodosso tornerà a funzionare.

Il bias di cui al punto 8 è trascurabile, nessuno in fondo vuole superarlo visto che sarebbe una missione impossibile più dannosa che utile.

Qui vorrei parlare piuttosto dell’ altro, quello relativo al punto 11, e di come un regime democratico sia destinato ad enfatizzarlo piuttosto che a ridimensionarlo.

L’ idea è questa: noi agiamo tanto più razionalmente quanto più sopportiamo le conseguenze delle nostre scelte.

Ebbene, l’ elettore non è certo incentivato a comportarsi razionalmente quando esprime il suo voto.

Nel nostro caso specifico: se l’ elettore soffre di un “mostruoso effetto di dotazione“, lo esprimerà al massimo grado in cabina elettorale, per almeno due motivi.

Primo, poiché il voto è gratuito gettarlo via non è oneroso.

Ma soprattutto: chi vota “male” sopporta solo in minima parte le conseguenze negative della sua azione visto che queste vengono poi ripartite su tutta la popolazione.

Da queste considerazioni discende una tesi ovvia: l’ urna è la festa dei bias cognitivi.

Professare un’ ideologia – ovvero una sequela di bias – è divertente e, in democrazia, anche poco costoso. Perché non farlo?

Prendiamo allora i bias di cui al punto 11, se devo fare una scelta importante per la prole puo’ darsi anche che ci pensi su e che dopo una riflessione ponderosa riesca a disfarmi di certi pregiudizi.

Ma perché mai dovrei sopportare quella medesima “ponderosa riflessione” prima di recarmi alle urne? E’ pur sempre uno sforzo e il gioco non vale più la candela.

D’ altronde, non sono chiamato ad una “scelta importante” nel senso che non sopporterò appieno le conseguenze del mio comportamento.

Si tratta invece di un caso esemplare in cui posso concedermi il lusso di sdoganare appieno pancia e ideologia.

Conclusione: se il superamento di una crisi economica capitalistica comporta anche il superamento di taluni bias cognitivi, allora le prestazioni delle democrazie in questo campo saranno particolarmente povere.

21. L’ etica

Globalizzazione: dal punto di vista etico un lavoratore italiano equivale ad un lavoratore serbo?

IT: fino a che punto è giusto tollerare una concentrazione di ricchezza dovuta al merito?

Ci sono molte interessanti domande etiche direttamente legate ai temi trattati, qui mi sono limitato ad un paio di esempi.

Tuttavia, l’ etica è  una dimensione che in questa sede, per non mettere troppa carne al fuoco, ho preferito trascurare.

Le mie riflessioni in merito sono implicitamente ospitate in altri post.

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22. Conclusioni

Mi accorgo ora che al punto 15 elenco un paio di “rimedi” rinculando subito dopo in un accorato scetticismo.

Strano, di solito mi piace tanto indossare le “lenti rosa“, non mi ci ritrovo nei panni del “catastrofista”.

Purtroppo la situazione è piuttosto incancrenita e la medicina, per quanto possa essere corretta corretta, viene somministrata tardi.

Considerando che il mondo è zeppo di gente che non vede l’ ora di accusare la medicina per i danni procurati dalla malattia, forse l’ unico rimedio veramente sensato sarebbe quello di astenersi e non prestare il fianco affinché la lezione risulti chiara anche al discente più riottoso.

Sebbene la tentazione “tafazziana” esista, sarebbe solo un vano orgoglio intellettuale.

Francamente, non so nemmeno se tanto pessimismo sia giustificato, non so insomma se, arrivati a questo punto, mi ritrovo in sintonia con il tono sfiduciato del post. Dovrei forse sobbarcarmi qualche rettifica strategica qua e là, giusto per cambiare il mood di fondo, ma non sono un pignolo e giunti a questo punto non vedo l’ ora di occuparmi d’ altro (del mio lavoro, per esempio).

L’ elemento principale di preoccupazione l’ ho espresso a chiare lettere al punto 11, quello in cui denunciavo l’ insorgenza di un “mostruoso effetto di dotazione” che sta lentamente trasformando l’ avversione al rischio in avversione alla perdita.

Un elemento psicologico importante. Una mutazione antropologica che rende il capitalismo sempre più disumano e inaccettabile, una pietra d’ inciampo insormontabile sulla via più lineare per uscire dalle difficoltà.

Questi dubbi mi fanno sentire particolarmente affine la parabola dell’ economista Joseph Shumpeter, vedi punto 3.

Shumpeter proveniva dall’ austero mondo dell’ operosa borghesia austriaca e di certo era affezionato a quell’ universo valoriale, ciononostante constatava una progressiva erosione delle basi che consentono a quel tipo di società di prosperare.

Nonostante la sua genealogia, Joseph Shumpeter aveva ripetutamente fatto trapelare una certa ammirazione per Marx, probabilmente lo sentiva affine poiché come lui cantava il crepuscolo del capitalismo.

Il fatto che lo facessero da versanti opposti era secondario.

Shumpeter era scettico sulla vita residua del capitalismo e lo era sostanzialmente per motivi legati alla psicologia delle masse che mal si conciliava con le durezze della “distruzione creatrice”.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e il capitalismo è ancora qui.

Forse la malinconia dell’ uomo maturo ha sabotato la lucidità dello studioso, chissà? E chissà se davanti a certo pessimismo un po’ di maniera sia sottesa la medesima trappola.

Certo è che nella società contemporanea l’ elemento democratico è molto più pervasivo che ai tempi di Shumpeter.

Oggi la democrazia è un totem e ogni élite mal tollerata. Shumpeter, per sostenere il suo scetticismo, non poteva contare sul punto 20, noi sì.

Magari è solo un’ illusione ma una certa involuzione sembra palpabile. Le antipatie verso la società liberale crescono. Al limite si giunge ad ammettere che è necessaria, più in là non ci si arrischia.

Negli anni ottanta si era talmente impegnati a denunciare la “deriva neo-liberista” che sfuggiva l’ evento centrale: il neo-liberismo era già una forma di decadimento rispetto alla tradizione liberale.

In quella stagione si accantonavano esplicitamente i valori liberali per riprendere solo alcuni espedienti economici che avevano dimostrato di funzionare.

La filosofia di fondo era sconsolatamente slittata dal liberalismo al pragmatismo.

Il ragionamento sotteso era di questo tenore: non vogliamo rinunciare al nostro welfare e, per quanto possibile, ce lo paghiamo adottando il modello  neo-liberista in economia.

I paesi scandinavi, falliti sul finire degli ’80, furono i campioni di questo approccio e su di esso impostarono la loro rinascita: in Danimarca licenziamento ad nutum e sussidi generosi per gli ultimi convivevano più o meno felicemente.

Resta da chiedersi chi sarà domani la locomotiva del pianeta. Chi produrrà il clima di fiducia nonché le necessarie esternalità positive in grado di ricadere su tutti?

L’ Europa è lessa da tempo.

Gli Stati Uniti sono odiati da tutti e la tentazione di piacere li insidia.

Sui paesi asiatici – nonostante il loro elevato coefficiente barbarico – non punterei cifre elevate: a quelle culture manca il sano individualismo che permeava i maestri occidentali del capitalismo passato, quando avranno finito di “copiare” si impianteranno e comincerà la lagna.

Dal Sudamerica non è mai venuto niente di buono.

Quanto all’ Africa, peggio che andar di notte.

Com’ è dura “la vita in tempo di pace”, specie quella del privilegiato!

Non saprei davvero che pesci prendere se chiamato al vaticinio.

Sarà comunque una bella avventura, vedremo come andrà a finire. Vorrei esserci per curiosare.

Oooh, finalmente l’ ottimismo cacciato dalla porta rientra dalla finestra.

Bene, appuntamento allora all’ avvento dell’ Intelligenza Artificiale, quella sì che sarà una mega-distruzione/mega-creativa. Spero solo che giunti su quella frontiera il post che ho appena scritto non mostri troppo le sue rughe.

Bibliografia essenziale (giusto una “letturina” per ogni punto trattato)

Punto 1: dal forum della rivista The Economist: What went wrong with economics, interventi di Bob Lucas, Brad DeLong, Paul Krugman, Tyler Cowen e altri.

Punto 2. Arnold Kling: The lost history of macroeconometrics.

Punto 3: Joseph Shumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia.

Punto 4. Adam Smith: Indagine sulla ricchezza delle nazioni

Punto 5.  Ludwig Von Mises: Socialismo, analisi economica e sociologica.

Punto 6. Leonard Read: Io, la matita.

Punto 7. Alban William Phillips The relationship between unemployment and the rate of change of money wages.

Punto 8. Israel Kirtner: Dall’impresa dei neoclassici all’imprenditore.

Punto 9. Daron Acemoglu… Offshoring and Directed Technical Change.

Punto 10. Hal Varian: Information rules : a strategic guide to the network economy

Punto 11.  Lenore Skenazy: Free-Range Kids, How to Raise Safe, Self-Reliant Children

Punto 12. Joseph Stiglitz: Economia pubblica, informazione e macroeconomia.

Punto 13: Hyman Minsky: The Modeling of Financial Instability: An introduction.

Punti 14-15. Arnold Kling: Patterns of Sustainable Specialization and Trade.

Punto 16:La voce Wikipedia sul modello IS/LM

Punto 17: Gregory Mankiw,  Matthew Weinzierl: An Exploration of Optimal Stabilization policy

Punto 18. Scott Sumner: NDGP FAQ.

Punto 19. Fischer Black: Noise.

Punto 20. Bryan Caplan: The Myth of the Rational Voter.

Punto 21. Deidre Mc Closkey: I vizi degli economisti, le virtù della borghesia.

Punto 22. Improvvisazione estemporanea fondata sul nulla.

 AGGIUNTE POSTUME

ADD1. Un problema di cui non ho tenuto gran conto riguarda il calo di natalità dell’ occidente. La demografia richiede un riassetto molto complesso: se il numero dei lavoratori diminuisce non possiamo pensare che l’ economia tiri, specie se abbiamo organizzato un sistema in cui chi lavora deve mantenere una massa di persone anziane. Un caso classico è quello del Giappone (vedi Lettura) ma il caso italiano non è distante. Piuttosto che incentivare le nascite (vedi i vari bonus per chi fa figli) molto meglio agevolare l’ immigrazione: i lavoratori arrivano già belli e pronti senza bisogno di aspettare trent’ anni. Naturalmente i rimedi di cui al punto 15 devono valere ancora di più, in caso contrario l’ accresciuta immigrazione si rivelerebbe un boomerang. Lettura: Edward Hugh, The A B E of Economics: An Essay In Economic Folly

ADD2. Il paradigma keynesiano e l’ annoso problema della sua verifica. Penso proprio che resterà “annoso” anche dopo questa crisi: molti “tifosi” lo ritengono confermato ma se poi ci rivolgiamo a giudici appena più equilibrati le cose cambiano. Come al solito il buon vecchio Keynes abbandona i volonterosi in mezzo al guado lasciando campo libero all’ ideologia. Superiamolo una volta per tutte col buon senso, guadagneremo tempo e risorse.

ADD3. Conosciamo meglio il nostro mondo ma si è anche allargata la forbice tra cio’ che sappiamo e cio’ che crediamo di sapere. La crisi è un ricettacolo di errori predittivi: le agenzie di rating non hanno previsto la rischiosità di certi titoli trascurando la correlazione tra i rischi, le banche non hanno visto i rischi del leverage eccessivo e la politica non ha calcolato correttamente l’ effetto degli interventi. I modelli non sono stati estesi per ricomprendere “più realtà”, e cio’ al fine di non indebolirli dal punto di vista della loro precisione. Ora sappiamo che serve più “accuratezza” e meno “precisione” (vedi il il primo capitolo del libro di Nate Silver).

ADD4. L’ avidità spiega poco, tanto è vero che dopo la crisi per rianimare l’ economia avremmo tutti dovuto gridare: “più avidità, ragazzi!”. L’ avidità è solo una componente del termostato che forma con la paura: i guai cominciano quando il termostato va in tilt.

ADD5. L’ inconveniente principale dell’ approccio keynesiano risiede nel cosiddetto ratchet effect: una volta che l’ emergenza cessa anche l’ intervento statale recede ma senza tornare nella posizione originaria cosicchè dopo ogni emergenza lo statalismo guadagna terreno e l’ efficienza economica complessiva del paese ne risente.

ADD6. L’ economia eterodossa punta il dito sull’ austerità europea portando l’ esempio degli USA e di come la loro economia si sia ripresa. Non sembra però che sia mancata l’ austerità USA. Qui c’ è un grafico interessante: http://mungowitzend.blogspot.it/2015/01/what-is-dead-can-never-die-american.html

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