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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

L’ arte come riciclo

Una teoria in otto punti.

  1. Il linguaggio artistico ricicla uno scarto dell’ evoluzione linguistica.
  2. Da 1 deriva lo specifico del linguaggio artistico: la vaghezza.
  3. La vaghezza linguistica conserva nei linguaggi sofisticati una funzione di ricerca.
  4. La vaghezza linguistica conserva nei linguaggi sofisticati una funzione di legame sociale.
  5. Da 3 e 4 ricavo il fine dell’ arte: verità (ricerca) e comunione (legame).
  6. Una ricerca infinita (pura) è possibile solo se l’ oggetto  è infinito (spirituale).
  7. Una comunione è possibile solo tra coscienze.
  8. Da 6 e 7 deduco che il bello è un’ esperienza cosciente (non una proprietà dell’ opera) e l’ opera un fenomeno che ci sta di fronte (non un oggetto che esiste in sé).

art1

1. 

Si tratta di un’ ipotesi dibattuta ma che trova il sostegno di molti studiosi. Prendiamo la musica vista dall’ evoluzionista:

“… la musica per l’ uomo non ha nessuna utilità vitale… non mostra segni di avere alcuna attinenza con lo scopo di una lunga vita… non aiuta ad incrementare la prole o a sopravvivere rendendoci più predittivi circa la realtà… Rispetto al linguaggio naturale, al coordinamento motorio, alla razionalità sociale e alle proprietà visive, la musica potrebbe scomparire domani senza conseguenze per la specie umana, il nostro stile di vita non cambierebbe… La musica non ha alcun ruolo nella sopravvivenza della specie… Dal punto di vista evoluzionistico la musica è come un parassita…”

2. 

Data l’ origine spuria, è logico attendersi che l’ arte adempia in modo imperfetto la sua funzione linguistica. Ancora sulla musica:

“… La musica ha le spalle larghe! Con essa tutto quanto appare è plausibile: le ideologie più fantastiche, le ermeneutiche più insondabili… Chi mai ci smentirà?… La musica è ineffabile e vaga nello stabilire un senso…”

art2

3. 

Ma la vaghezza non è solo lacuna, conserva una sua funzione anche nei linguaggi più sofisticati.

Un primo esempio:

“… Immagina di chiedere a qualcuno di prenderti il “libro blu” nell’ altra stanza e immagina che tra voi esista un leggero sfasamento percettivo sul colore blu. Se alla parola “blu” corrispondesse una descrizione precisa, allora il tuo aiutante cercherebbe il libro secondo i suoi parametri percettivi e non trovandolo dovrebbe a quel punto procedere a caso con scarse possibilità di successo… Se invece “blu” è definito in modo vago, il tuo aiutante, pur non trovando il libro cercato, potrebbe comunque restringere la sua ricerca ulteriore aumentando l possibilità di successo rispetto al caso precedente…”

Morale: un linguaggio vago puo’ facilitare la ricerca in condizioni d’ incertezza.

4. 

Altra funzione, altro esempio.

“Pensiamo ad un caso di questo genere. Se la situazione finanziaria peggiora (per esempio se viene approvata una manovra pessima), a tutti conviene mettere in atto comportamenti (per esempio, la svendita di BOT e BTP) che provocano la catastrofe economica planetaria, o perlomeno europea, o italiana. Insomma, qualcosa di brutto e indesiderabile. Non si può farne una colpa, nessuno di noi è un cattivo speculatore con cappello a bombetta: stiamo cercando di salvare i nostri risparmi. È un problema di coordinamento: quando la manovra fa schifo, se tutti svendono, conviene svendere anche a me, ma se nessuno svende, meglio tenersi i BOT. Se la manovra fosse buona, allora non converrebbe mai svendere.

Tutti sanno che la manovra fa schifo, ma non sanno che gli altri lo sanno. Se gli altri non lo sanno, non svendono i BOT. Dunque neanche a me conviene svendere. Io non so che gli altri lo sanno, né loro sanno che io lo so, quindi anche loro si comporteranno allo stesso modo. Ma se Draghi – un’ autorità AFFIDABILE deputata anche a salvaguardare il BENE COMUNE –  annuncia “la manovra fa schifo”, cambia tutto. Ora so che gli altri lo sanno, e loro sanno che io lo so, e so che sanno che io lo so… e così via all’infinito. Si crea quello che in gergo definiamo “common knowledge”. La conseguenza è che tutti svendiamo e il mondo crolla.

Al contrario, quando Draghi dice che la manovra è un “importante passo avanti” [ESPRESSIONE VAGA PROVENIENTE DA PERSONA  AUTOREVOLE], questo non ha alcuna conseguenza indesiderata anche se sappiamo che Draghi è un bravo economista e sta mascherando la verità. Nemmeno se lo sanno tutti, che Draghi è reticente. Perché non so che gli altri sanno che sta mentendo. Questa asimmetria deriva dall’asimmetria iniziale sulle conoscenze: tutti sanno che la manovra fa schifo. Una frase di Draghi che va nello stesso senso crea common knowledge. Una frase in senso contrario, invece, aumenta l’incertezza e consolida la decisione iniziale di attendere avvenimenti chiarificatori.

Come avrete capito, l’argomentazione tiene senza assumere che esistano delle incertezze sulla bontà della manovra. In pratica, le affermazioni da parte delle AUTORITA’ servono anche a spostare le credenze degli incerti, riducendo la probabilità che avvenga il patatrac. È un gioco delicato fra la convenienza, nel breve periodo, a calmare i mercati, e quella, nel lungo, a mantenere una reputazione di competenza e veridicità che deve essere usata nei momenti critici….”

La vaghezza è quindi funzionale a cogliere un duplice obbiettivo: 1) dire una bugia a fin di bene e 2) non mentire spudoratamente giocandosi quell’ autorevolezza tanto preziosa per il bene comune.

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5. 

Se il fine della ricerca è la scoperta di una verità e il legame più profondo implica una comunione, allora il linguaggio vago diventa sofisticato quando mira ad “unire nella verità”.

art4

6. 

Una ricerca pura è infinita ma una ricerca del genere necessita di avere un oggetto infinito, purtroppo la realtà materiale è finita.  Non restano che le realtà spirituali.

Ancora un esempio sulla musica.

“… sono persuaso che i suoni non siano proprietà ma eventi… che il suono sia un’ esperienza da vivere e non un’ oggetto da descrivere… che le persone sorde, per quanto intelligenti, non potranno mai sapere cosa sono i suoni… che abbiano poco a che vedere con la loro origine… che il loro scopo non sia quello di informarci della vibrazioni (o delle note) che stanno all’ origine della loro presenza… che possono essere ascoltati separatamente da cio’ che li ha prodotti… che sono “oggetti secondari”… che sono meglio spiegati da una psicologia gestalt… che un computer del futuro potrà anche comporre musica sofisticata ma non potrà mai ascoltarla perché produrre e capire i suoni sono cose distinte… che comprendere la musica significa associare e fondere un’ esperienza di ascolto con un’ esperienza di vita… facendole incontrare in una dimensione interiore che possiamo ben definire  “spirituale”…”

art5

7. 

Classico esempio di solipsismo:

“… potremmo degli stessi oggetti non avere le stesse sensazioni, per esempio vederli con lo stesso colore, ma nonostante questo potremmo comunque concordare, cioè trovare coerenti, lo stesso le diverse sensazioni credendo che siano identiche. Se guardo il sole e affermo che “Il sole è giallo”, e lo indico, non posso sincerarmi che il mio interlocutore lo veda giallo come me, magari lo vede di un colore che io chiamerei blu, ma concorda lo stesso nel chiamarlo giallo, perché per egli quello è il nome del colore che al sole ha dato…”

Ebbene, la comunione è un atto che sconfigge la barriera solipsistica e ci fa dire (per esempio): capisco il tuo dolore.

Per avere comunione tra individui, occorrono innanzitutto degli individui. L’ artista realizza la sua identità tramite lo stile.

art6

8. 

Se l’ uomo non esistesse la bellezza cesserebbe di esistere, anche se continuerebbero ad esistere le cose che chiamiamo belle.

CITAZIONI

PUNTO 1: potpourri di Steven Pinker, Daniel Sperber e John Barrow.

PUNTO 2: Vladimir Jachelevitch.

PUNTO 3: Bart Lippman.

PUNTO 4: Andrea Moro

PUNTO 6: Roger Scruton

PUNTO 7: Moritz Schlick

ILLUSTRAZIONE

Federico Uribe: tappeti assemblati con componenti di pc.

NOTA

 Qui per altri corollari e aggiunte postume.

2 risposte a “L’ arte come riciclo

  1. Pingback:La musica e il problema delle “altre menti” | fahreunblog

  2. Pingback:Pedinare l’ascoltatore. | fahreunblog

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