Homo Aestheticus

Da un lato ci sono gli “esteti estenuati”, quelli per cui “… la bellezza non s’interroga, regna per diritto divino”. Dall’altro i “modernisti”, quelli per cui il divorzio tra arte e bellezza vanifica ogni discorso su quest’ultima. Tutti si fanno belli tacendo sulla “bellezza”, o guardando male chi ha l’impudicizia di parlarne apertamente. In queste condizioni non è facile essere propositivi sull’argomento, ci vuole un bel coraggio per prendere la parola.

Spero che nessuno si offenda se provo ugualmente a porre 15 domande in merito e a selezionare le risposte che più mi hanno convinto.

  1. Come posso identificare (e valutare) la bellezza artistica? Un buon metodo consiste nel chiedersi se l’opera adempie in modo soddisfacente alla sua funzione.
  2. Grazie, ma il problema si è solo spostato: come posso identificare la funzione dell’opera artistica? Un buon metodo consiste nel chiedersi qual è la sua origine.
  3. Grazie ancora, ma il problema ha solo fatto un ulteriore passettino più in là restando intatto: come posso identificare l’origine dell’attività artistica? Non si è spostato invano visto che qui è già più agevole formulare delle ipotesi. La più attendibile vede l’attività artistica come un riciclo dei linguaggi scartati nel corso di quel processo evolutivo che ha poi selezionato i linguaggi naturali impiegati oggi dall’uomo.
  4. E perchè mai dovremmo “riciclare” dei materiali linguistici di scarto? Poiché  trattasi di linguaggi lacunosi causa la loro approssimazione, rappresentano una palestra ideale per chi intende dedicarsi ad “esercizi di vaghezza”.
  5. Non capisco proprio perchè mai l’uomo dovrebbe sentire la necessetà di applicarsi a questo genere di esercizi. Allora? Perchè la vaghezza, per quanto una sua presenza eccessiva deteriori la comunicazione, conserva pur sempre una funzione cruciale positiva anche nei linguaggi più sofisticati. Dominarla è un’abilità importante per colui che comunica.
  6. E qual è la funzione della vaghezza nei linguaggi naturali? Qui viene la parte difficile, una risposta sintetica è impossibile, mi limito a dire che la funzione è duplice (e ce la spiegano nel dettaglio i teorici dei giochi):1) corrobora la ricerca collettiva della verità e 2) consolida la coesione del gruppo. Ricerca e comunione.
  7. L’opera riuscita è dunque l’opera che scopre una verità? L’emersione della bellezza richiede “ricerca” più che “scoperta”. Richiede una ricerca infinita, un viaggio da scoperta in scoperta: non si risponde a quiz ma a domande esistenziali inesauribili del tipo: “chi sono io?“.
  8. Cos’è allora l’arte? Una ricerca di se stessi (ricerca identitaria) attraverso l’incontro con l’altro, ovvero l’artista.
  9. E la bellezza? L’esperienza di chi vive questo evento. Attenzione, la bellezza è dunque un’esperienza umana più che una proprietà formale dell’oggetto artistico.
  10. Ma queste considerazioni come si concretizzano, quali possono essere dei criteri specifici di giudizio? Qui posso solo fare congetture, non chiedermi di andare oltre. Io, per esempio, do un certo peso a tre elementi: ambiguità dell’opera, originalità e contaminazione.
  11. Perché l’ambiguità? Perché, come dicevo, è lo “specifico” del linguaggio artistico: l’opera non deve lasciarsi “fermare” da un’etichetta, deve invece sgusciare via e rinascere continuamente grazie alla sua vaghezza.
  12. Perché la novità? C’è un legame col punto precedente: se un’opera sfugge alle classificazioni si mantiene sempre fresca e nuova, cosicché quest’ultimo elemento diventa un sintomo della sua forza espressiva. Ma c’è un motivo ancora più importante: poiché l’esperienza artistica è un’esperienza essenzialmente identitaria – aderendo ad un’opera vogliamo dire “chi siamo” – e poiché ci riteniamo “unici”, cercheremo nell’opera qualcosa di “unico”, ovvero di “nuovo”. Cio’ che è vecchio e risaputo ci respinge poiché saremmo chiamati ad aderire a cio’ a cui hanno già aderito le generazioni passate mentre il processo identitario ci chiede uno smarcamento e una distinzione. La bellezza “inaugura”, questo elementare fenomeno è macroscopico nelle esperienze estetiche più “basse”, guarda solo alle classifiche dei dischi o dei libri, se la gente cercasse semplicemente “buona musica” o “buona letteratura” sarebbe assurda la netta prevalenza della novità. Guarda poi alla scuola: difficile sperimentare il bello quando, nel tempio dell’ortodossia consolidata, ti vengono proposte opere col “visto” ufficiale allegato. Ecco, questi sono solo esempi macroscopici (con tutte le eccezioni del caso), quello che mi interessa chiarire è l’interazione tra opera e fruitore: un processo che si realizza a tutti i livelli, sia “bassi” che “alti”.
  13. E perché la contaminazione? Perché la novità prende corpo per lo più con accostamenti inediti.
  14. Quindi cos’è un capolavoro, chi è un grande artista? Chi inaugura una genealogia, chi fa una proposta originale e fertile, una proposta in grado di produrre un seguito nella storia e ispirazioni a catena.
  15. L’arte ha il monopolio della bellezza? No, poiché la bellezza è un’ “esperienza” e non una “forma” particolare, noi possiamo provarla anche ammirando lo spettacolo della natura, per esempio. Ci sono poi alcune esperienze molto vicine all’esperienza estetica, quella religiosa, per esempio: arte e religione sono amiche da sempre, qualcuno arriva a dire che sono due facce della stessa medaglia. Da quanto detto si evince anche che la bellezza non esiste senza un uomo che la esperisca: uno spettacolo naturale, quindi, non potrà mai essere definito “bello” senza l’ammirazione dell’uomo che lo contempla, esattamente come il crocifisso cessa di essere sacro con l’estinzione degli adoratori.
  16. bellezz
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