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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Due tesi sui cattolici in politica

Prima tesi

Che orientamento dovrebbe tenere un cattolico prestato alla politica?

Difficile dirlo. Lo vedo bene “a sinistra”: la lotta contro gli oppressori e in favore dell’eguaglianza è un leitmotiv dei Vangeli.

Ma lo vedo bene anche “a destra”: l’apprezzamento di una solida gerarchia appartiene da sempre alla visione cattolica.

Nemmeno la via liberale è preclusa in partenza: il Dio cattolico – non dimentichiamolo – tollera solo il culto di uomini liberi.

E allora? E allora niente, solo che a questa stregua l’”unità politica dei cattolici” diventa un cappio soffocante.

Lo scettico osserva: molti pronunciamenti ecclesiali hanno però conseguenze politiche, almeno in questi casi un’unità politica dei cattolici sarebbe auspicabile.

Il mio dubbio: si tratta di pronunciamenti con carattere di infallibilità? Ai teologi l’ardua sentenza. Certo che in caso contrario – il caso più probabile – l’”unità” non appare poi così imprescindibile.

Ma allora non c’è davvero nessuna relazione significativa tra cattolicesimo e politica? Se fosse davvero così si realizzerebbe una preoccupante contiguità con l’eresia protestante.

La mia idea è che una relazione ci sia: come ripete Don  Luigi Giussani e dopo di lui il successore  Julián Carrón, l’incontro con Gesù investe ogni dimensione della nostra vita, inclusa quella politica. Cio’ non significa che annulli la nostra particolare sensibilità circa le vie da seguire per l’edificazione di una società migliore, ci fa capire piuttosto quanto sia meritevole un obbiettivo siffatto. L’incontro con Gesù ci  stimola ad operare dandoci una meta ma non sempre ci dice come arrivarci lasciando che coscienza e conoscenza personale colmino questo gap.

Seconda tesi

Secondo alcuni il buon cristiano dovrebbe mettere da parte la sua fede nel momento in cui entra in politica. L’ ispirazione di chi aderisce ad Azione Cattolica va proprio in questo senso.

Secondo altri, non solo questo è impossibile ma nemmeno auspicabile. Comunione e Liberazione lo predica costantemente.

La laicità viene facile ai primi. Mi chiedo se ai secondi sia del tutto preclusa?

Forse no.

Certo che se il piano politico del credente consistesse nel realizzare la città celeste sulla terra, puo’ dire addio ad ogni ambizione di laicità. Ma questa non è l’ unica via a cui la sua fede lo richiama. Un altro progetto plausibile potrebbe essere attraente per lui: creare la “città trasparente“, ovvero una città che faciliti il giudizio divino sugli uomini che la abitano.

Un piccolo passaggio teologico rende più chiaro il ragionamento che sta sotto.

Un Dio onnisciente ci ha donato la libertà per giudicarci poi alla fine dei nostri giorni. Evidentemente la sua onniscienza è limitata dalla nostra libertà visto che ci chiama ad affrontare una prova: è questo il senso della vita per un cattolico. Poiché il mondo è il palcoscenico su cui si svolge questa prova e la politica organizza questo palcoscenico, dovremmo chiederci se non sia il caso di organizzarlo conformemente al suo scopo, ovvero di rendere trasparente la nostra opera al fine poi di sottoporla al giudizio divino. In questo caso l’ obiettivo sarebbe quello di massimizzare la libertà dei soggetti, anche quando questa libertà diventa un fardello difficile da portare, anche quando diventa appunto una prova gravosa. Obiettivi alternativi (minimizzare la povertà, minimizzare le diseguaglianze…), qualora fossero incompatibili con l’ obiettivo principale, dovrebbero cedere il passo a quest’ ultimo.

Qualcuno potrebbe opinare: un Dio onnisciente non ha bisogno di “facilitazioni” allorché giudica, è ridicolo solo il pensarlo. Ma evidentemente non è così, altrimenti perché mai ci avrebbe reso liberi? Perché mai ci avrebbe donato questa vita così zeppa di insidie e malvagità? Se lui fosse in grado di giudicarci a priori avrebbe poco senso complicare tutta la faccenda predisponendo quell’immenso “banco di prova” che è la vita. Mi viene un parallelo con la teologia sulla funzione della  preghiera: perché pregare se Dio sa già cosa c’è nel mio cuore? La risposta più semplice consiste nel dire che Dio non sa tutto quello che c’è nel mio cuore e che solo una comunicazione particolare lo rende edotto. Alla stessa maniera solo una società particolare lo rende edotto di chi siamo e di cosa meritiamo.  Questi limiti all’ onniscienza – che fanno il paio con i limiti che la logica pone all’ onnipotenza – sono ormai sostenuti da una solida teologia alternativa al classico tomismo.

In conclusione, una società libera è una società laica, tuttavia la si puo’ costruire anche nel nome di una fede religiosa.

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