Dai dinosauri al Paradiso

L’istinto musicale

la musica fa appello ai nostri istinti di base, sarà per questo che i bambini non le sono affatto estranei.

Il ritmo, in particolare, si appella all’istinto del movimento. Quando sentiamo una marcia ci viene istintivo andare al passo. Il dinamismo è fondamentale per vivere su questa terra: solo i morti stanno fermi.

La melodia si appella al nostro istinto relazionale. Il bambino imita le melodie del discorso materno prima ancora che le parole. Lo avete mai sentito un bambino piccolo che simula una conversazione al cellulare? Anche la mamma, del resto, si mette in comunicazione con lui riproducendo in modo piuttosto ridicolo la linea melodica delle sue lallazioni.

L’armonia si appella invece al nostro istinto all’ordine. Sì, noi abbiamo un istinto all’ordine, anche se dallo stato delle camerette dei nostri figli non si direbbe. Eppure è così: ve ne accorgete quando guardando il cielo cercano di capire quale forma conosciuta assumano le nuvole. Le nuvole sono caotiche ma loro vorrebbero tanto vederci un ordine. Lo vogliono talmente che chiamiamo questo desiderio onnipresente “istinto”.

Potrei proseguire: il timbro soddisfa il nostro desiderio di identificare le cose. Distinguere la voce della mamma da quella del papà è importante e madre natura ci ha facilitato il compito rendendoci sensibili al timbro dei suoni.

Anche l’intensità sonora è collegata ad un istinto, quello dell’auto-identificazione. Se lo capite smetterete di chiedervi perché mai vostro figlio grida tanto: vuole solo dire “io ci sono e sono qua”. Vuole dirlo anche a se stesso ricoprendo tutte le altre presenze grazie all’intensità del suo urlo di guerra. Il narcisismo preso in dosi moderate non è una patologia ma un istinto naturale che deve trovare il suo sfogo.

Conclusione: gli elementi fondamentali della musica sembrerebbero trovare una corrispondenza nella natura umana.

C’è una teoria sull’origine della musica, non so quanto attendibile, la quale nasce dall’esigenza di spiegare come mai l’uomo preistorico – un essere così vulnerabile – sia sopravvissuto in ambienti tanto ostili. Ebbene, la proto-musica sarebbe stata un mezzo per spaventare nientemeno che i dinosauri (le bestie feroci in generale).

Un’attività che richiede dinamismo (ritmo), affiatamento (melodia) e coordinamento (armonia). Poi richiede anche grandi volumi sonori nonché timbri terrorizzanti. Immaginatevi adesso un’orda di uomini esagitati che si muove in modo più o meno coordinato urlando con voci d’oltretomba. Assomigliano o no ad una grande e minacciosa bestia capace, anche solo avanzando, di mettere in fuga dinosauri di stazza notevole ma non tanto scemi da voler fare conoscenza con una “roba” tanto ripugnante?

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La musica come linguaggio abortito

Ma torniamo ai nostri giorni, forse basterebbe pensare ai giochi dell’uomo per fare un parallelo con l’attività musicale. Si inizia con i giochi ripetitivi (ritmo), si passa ai giochi di ruolo (melodia, timbro e intensità) per concludere con i giochi di regole (armonia). Se il gioco è attività naturale – e chi puo’ negarlo? – allora forse lo è anche la musica.

Tuttavia, descritta così, la musica sembrerebbe un’ esclusiva del bambino preda degli istinti e ancora privo di competenze linguistiche.

Il linguaggio naturale in fondo puo’ spingerci a fare le stesse cose in modo ben più accurato.

Il linguaggio naturale ha la capacità di “specificare”, risponde alla domanda “quale?”, domanda che lascia impotente la musica.

Il ritmo, per esempio, richiama ad un movimento. Ma quale? Il movimento del cuore? Del passo? Boh. Il linguaggio naturale, al contrario, ha la capacità invece di riferirsi ad un movimento specifico.

La melodia richiama una relazione. Sì, ma quale? La relazione con la mamma, con la fidanzata Giovanna? Con la moglie Sara?

L’armonia richiama ad un ordine. Ma quale ordine? Dell’universo? Del paradiso? Della cameretta? Boh.

Insomma, la musica è un linguaggio vago per cui ci si chiede perché mai non sostituirlo con un linguaggio più accurato, visto che lo possediamo.

In effetti la teoria maggioritaria sull’origine della musica è piuttosto deprimente: la musica sarebbe uno scarto evolutivo prodotto dall’ uomo sulla via della ricerca linguistica.

Ecco da dove deriva la vaghezza della musica, dal fatto che è un linguaggio abortito. Lo abbiamo abbandonato per impossessarci di linguaggi più sofisticati.

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La musica come riciclo

Ma la musica in sé non l’abbiamo affatto abbandonata, è ancora felicemente tra noi e risuona nelle nostre vite, oggi più che mai. Evidentemente il linguaggio abortito di cui sopra è stato riciclato per altri fini.

Ma a che ci serve un linguaggio vago? In fondo, una certa dose di vaghezza viene conservata anche nei linguaggi naturali: o domani verrà anch’essa espulsa oppure ha una funzione sua propria. In genere si opta per questa seconda ipotesi.

Se esiste una funzione propria della vaghezza allora l’attività musicale puo’ essere considerata un modo per allenarci ad espletarla.

C’è chi sostiene che la vaghezza abbia la funzione di innescare una “ricerca comune“. Esempio triviale: quando sono assetato di pettegolezzi butto lì qualcosa a “chi-so-che-sa-anche-se-non-so-cosa-sa”. Si tratta di un’esca vaga giusto per indirizzare il discorso visto che nemmeno io so di preciso cosa potrebbe farmi sapere l’interlocutore. Costui, magari perché pensa che io sappia già qualcosa, prende la palla al balzo e parla (o sparla). Io a mia volta non resisto e aggiungo il mio mattoncino alle informazioni parziali che lui fornisce. Risultato: grazie all’ innesco della vaghezza prima eravamo due persone male informate ora siamo due persone molto più informate dei fatti.

C’è anche chi sostiene che la vaghezza serva per produrre mezze verità. Un modo per limitare i danni senza mentire apertamente compromettendo la nostra autorevolezza. Dio sa quanto sono utili le mezze verità per convivere. In questo caso la vaghezza sarebbe al servizio della coesione sociale. I secchioni che hanno studiato la teoria dei giochi sanno quanto serva al bene pubblico la cosiddetta “conoscenza comune” (gli altri vadano su wikipedia): per minimizzare i morti quando scoppia un incendio al cine nulla di più utile allo sgombero che una voce autorevole disposta a raccontare mezze verità al megafono (tipo: “tranquilli, nulla di grave, andrà tutto bene, adesso uscite lentamente dalla porta a destra…”).

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Le funzioni della musica

Ecco allora sintetizzata una possibile funzione della vaghezza: facilitare la ricerca di gruppo e la coesione del gruppo.

Ma la musica si esercita sulla vaghezza producendosi in virtuosismi: la semplice collaborazione diventa comunione e la ricerca materiale diventa ricerca di senso, cosicché la “comune ricerca” puo’ trasformarsi in “ricerca di comunione“.

In altri termini: nel linguaggio naturale le posizioni sono asimmetriche, chi parla è attivo, chi ascolta è passivo. Chi parla possiede il significato e lo comunica a chi ascolta, che si limita a riceverlo. Nel linguaggio musicale  invece l’esito finale, il significato, è come se dipendesse sia dall’attivismo di chi “parla” che da quello di chi ascolta. I due interlocutori agiscono in comunione.

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La musica è un fenomeno

Per realizzare una comunione tra persone bisogna fare appello a cio’ che le lega.

Cosa hanno in comune due uomini? Direi, l’interiorità, la coscienza; qualcuno parlerebbe più propriamente di anima. In fondo è cio’ che ci distingue dagli altri animali.

Bene, per ricercare una comunione con il nostro prossimo dobbiamo entrare in simpatia con la sua anima e, per quanto detto prima, la musica ci aiuta in questo.

Importante è notare che l’anima dell’altro non puo’ essere conosciuta attraverso una descrizione. Io che scrivo potrei essere un robot e non ci sarebbe nessuna descrizione oggettiva di me stesso che possa smascherare questa mia natura. E’ solo vivendo con me che puoi, al limite, scoprire che non lo sono, che posseggo un’anima. E’ solo grazie all’esperienza comune che puoi capire chi sono veramente.

Lo stesso vale per la musica, descriverla non serve a comprenderla, è necessario sperimentarla. Un sordo non comprenderà mai nulla della musica, anche di una musica di cui sa tutto, anche di una musica che potrebbe suonare alla perfezione. Non potendola sperimentare è impedito nella conoscenza poiché il senso profondo della musica emerge in modo indipendente dalla sua struttura, ovvero da cio’ che si può descrivere e che il sordo puo’ comprendere.

Per questi motivi la musica è un fenomeno: mentre gli oggetti sono conosciuti attraverso le descrizioni oggettive, i fenomeni sono conosciuti solo attraverso esperienza diretta.

Entrando in contatto con la musica noi sentiamo aleggiare un’anima ora gioiosa, ora ansiosa; ora in attesa, ora euforica; ora frustrata, ora speranzosa… Comunque un’anima affine alla nostra perché quella gioia è la nostra gioia, la riconosciamo evocando le nostre esperienze personali; quell’ansia è la nostra ansia, la riconosciamo evocando le nostre esperienze specifiche. Eccetera. Solo un uomo puo’ avere accesso e comunicare quel sentimento di gioia, o di ansia, o di euforia, o di speranza, o di attesa.

Ecco allora che si realizza una comunione: quel solipsismo radicale che mi impedisce di provare attraverso il linguaggio naturale che non sono un robot, è vinto dalla musica. Attraverso la musica ho la prova di essere un uomo e di essere in compagnia di altri uomini.

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La musica e la bellezza

Nel momento in cui sento la mia umanità attraverso la musica, nel momento in cui attraverso l’ascolto sento la compagnia di un mio simile, nel momento in cui stabilisco questo cruciale contatto, sperimento la bellezza.

Non ci sono musiche belle, la bellezza è qualcosa che si manifesta dentro di me. La bellezza non è una proprietà dell’oggetto artistico ma un’esperienza personale: la posso vivere anche guardando un tramonto, o una ragazza.  Senz’altro ci sono musiche più funzionali a produrre queste esperienze ma anche qui avventurarsi in descrizioni oggettive sarebbe temerario visto che al mondo esistono personalità tanto diverse tra loro.

I sette autori di riferimento

Sulla musica come istinto: Edgar Willems.

Sulla musica come arma contro i dinosauri: Joseph Jordania.

Sulla musica come linguaggio abortito: Steven Pinker e Daniel Sperber.

Sulla vaghezza come specifico della musica: Vladimir Jachelevitch.

Sulla funzione della vaghezza per la ricerca comune: Bart Lippman.

Sulla funzione della vaghezza per la coesione sociale: Robert Aumann.

Sulla musica come fenomeno: Roger Scruton.

Foto

Sono del 74enne Arno Rafael Minkkinen, uno specialista della fusione uomo/natura.

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2 pensieri riguardo “Dai dinosauri al Paradiso”

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