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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

L’ ipse dixit del ragioniere

Sono orgoglioso di poter dire di aver cambiato idea su molte cose negli ultimi anni. Sulla giustizia: prima ero garantista oggi non più. Sul bello artistico: prima lo consideravo una proprietà oggi un’esperienza. Su Dio: prima ero tomista oggi probabilista. Sull’immigrazione: prima pensavo esistesse un diritto ad escludere. Sulla guerra: è da poco che sono pacifista. Sulla politica: da anarchico sono diventato… boh. Sull’etica: prima puntavo sui diritti naturali oggi il senso comune. Sui boicottaggi: prima li condannavo oggi tentenno. Eccetera eccetera.

Ah, dimenticavo: ho cambiato idea anche sul latino a scuola: ieri ero contro, oggi a favore.  Importante dirlo visto che quest’ultima svolta a guardar bene è un effetto collaterale di quello che sto per dire.

In questo post altamente speculativo, infatti, vorrei parlare di pedagogia, ovvero di educazione, quella roba che infliggiamo ai cuccioli d’uomo da quando sono lattonzoli fino (ormai) alla prima stempiatura, passando attraverso la lunga stagione dei brufoli. E’ una materia che mi attrae – anche perché se non sono docente sono pur sempre genitore – ma che mi ha sempre fatto girare la testa: materia troppo complicata, meglio lasciar lavorare gli istinti astenendosi da giudizi di merito. Eppure oggi cerco di avanzarne uno. Timido, minimo, sfumato ma pur sempre un giudizio. Parto da due premesse in cui c’è già tutto, poi faccio un mini-excursus nientemeno che sul pensiero pedagogico nella storia, infine tiro le somme schierandomi.

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2 PREMESSE

Premessa naturale. Cosa differenzia l’uomo dall’animale. L’intelligenza? Devo ammettere che noi uomini non ce la caviamo male quanto ad intelligenza, eppure difficile pensare che stia lì il busillis. Innanzitutto, per sapere di cosa parliamo, rendiamoci bene conto della differenza a valle tra uomo e animale, è immensa: l’uomo domina il pianeta. Se domani volesse schiocca le dita e stermina immantinente una specie a sua scelta del regno animale, la prima che gli viene in mente. L’uomo occupa l’intero globo senza variazioni nella specie: è praticamente lo stesso ovunque; l’animale in molti casi deve attendere una mutazione genetica fortunata per insediarsi un po’ più a nord o un po’ più a sud rispetto al suo habitat naturale. Per contro, a monte, non si riscontra alcun abisso; l’intelligenza di un bambino già formato non è poi così superiore a quella di uno scimmiotto (è negli anni successivi che esplode qualcosa di strano). Alcuni campioncini tra le scimmie battono anche gli universitari in certi giochetti, basta che vengano comunicati nel loro linguaggio. Provate poi a scaraventare dieci geni su un’ isola deserta: se la caveranno forse peggio di dieci scimmie in una gara di sopravvivenza, gli intelligentoni. E allora cosa fa la differenza cruciale? La differenza la fa la cultura, ovvero la capacità di cumulare e trasmettere un sapere pregresso di generazione in generazione. L’animale, poverino, è sempre fermo al palo: deve reimparare daccapo quello che già sanno i suoi genitori ma soprattutto deve farlo essenzialmente da sé, facendo esperienza diretta sul campo e al massimo scopiazzando in modo estemporaneo. Non c’è da stupirsi che l’uomo abbia un’ infanzia (tempo prima della fertilità)  particolarmente prolungata: deve assimilare un sacco di cose; e nemmeno che abbia una vecchiaia (tempo dopo la sterilità) interminabile: deve insegnare una montagna di roba.

Premessa introspettiva. Avendo un’attività autonoma spesso mi capita di fare dei colloqui di lavoro. Cosa cerco nei candidati? Non è facile essere sinceri perché un po’ ci si vergogna. Cerco forse un sapere? No, nemmeno un sapere specifico: quel che c’è da sapere lo insegnerò io in modo mirato. Cerco allora un’intelligenza? Nemmeno, qui non servono geni, grazie. Cerco essenzialmente un giusto grado di conformismo: capacità di uniformarsi, di ubbidire, di saper reggere la pressione e di non piantar grane, possibilmente tirando fuori la propria creatività quando richiesta e non ad ogni piè sospinto. A quel che sento in camera caritatis, poi, penso di poter dire che nel 90% dei casi la situazione è simile. Sono altresì convinto che  la scuola assolva fondamentalmente a questa funzione: sfornare soggetti di cui garantisce l’attitudine al conformismo. In questo modo è facile spiegare il suo prolungamento esasperato: l’intelligenza si testa in qualche giorno, i saperi utili si trasmettono in pochi mesi ma il conformismo, se fosse richiesto per qualche anno, saprebbe simularlo chiunque. Solo un vero conformista doc sa stare composto al banco per vent’anni.

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EXCURSUS: L’EDUCAZIONE SECONDO ARISTOTELE

Aristotele? Se pensiate che parta da troppo lontano rilassatevi, faremo un grande balzo giungendo immediatamente all’oggi: ai dettami dello Stagirita, infatti, hanno aderito bene o male tutte le epoche della storia (almeno in Occidente). Greci, Romani, secoli oscuri e secoli illuminati, medioevo e illuminismo, romanticismo e positivismo, su su fino a quell’ Ottocento vittoriano che inventando la miscela democrazia&mercato ci ha regalato il mondo in cui viviamo. Non si riscontrano eccezioni degne di nota.

Ma quali sono i cardini della formazione classica? Cerco di darne una descrizione stringata oltreché aggiornata.

C’era innanzitutto un’educazione sostanziale: al discente dovevano essere trasmesse le vette del sapere umano  in materia di arti e scienza.

Poi c’era un’educazione morale incentrata sulle virtù. Il rispetto, la lealtà, il coraggio, l’autocontrollo e altra robetta del genere.

C’era infine un’introduzione al pensiero critico: bisognava saper aggiornare le proprie credenze in funzione delle novità incontrate senza cedere troppo a quelle che oggi chiamiamo “distorsioni cognitive”.

Insomma, poiché occorreva temprare un carattere, una certa forzatura (disciplina) era necessaria. Poiché necessitava trasmettere un sapere, una distinzione dei ruoli (maestro e allievo) s’imponeva.

ECCESSI

La trasmissione della conoscenza si puo’ trasformare in indottrinamento e la disciplina in abuso. Questa perversa metamorfosi in molti casi si realizzò – viene da pensare alle frustate nei prestigiosi college inglesi laddove nella stanza accanto echeggiava la retorica sull’Impero – dando origine ad una voglia di riforma pedagogica sempre più forte.

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LA RIFORMA

Siamo praticamente già all’oggi. I riformatori novecenteschi proposero di guardare al bambino come ad un soggetto autonomo (un piccolo adulto) in grado di fare da sè le sue conquiste in campo educativo. La distinzione di ruoli andava affievolita (e con essa il rischio delle frustate): il maestro doveva trasformarsi in un facilitatore preposto all’accompagnamento.  Il sapere doveva essere più concreto: dalla conoscenza alle competenze concrete. Ma soprattutto andava scongiurato l’indottrinamento: i valori venivano così proposti in una sequela di alternative tra cui il piccolo avrebbe poi scelto da sé.

Gli inconvenienti non tardarono a farsi sentire: i bimbi non erano esattamente dei “piccoli adulti” e in molti casi vivevano la loro “autonomia” con una certa ansia, soprattutto se  chiamati a scegliere in solitudine i valori di riferimento.

Ma tutto cio’ non incentivò una marcia indietro, si puntò invece sull’autostima: una buona iniezione di autostima avrebbe aiutato chi brancolava senza punti di riferimento.

Tuttavia, le dosi di autostima iniettata  furono forse troppo massicce se è vero come è vero che laddove l’ansia sparì fu perché il narcisismo prese il suo posto.

Solo a questo punto fu presa in considerazione una retromarcia, almeno in materia di educazione morale.

Senonché, i valori tradizionali (lealtà, coraggio ecc.) ripugnavano all’ “educatore democratico”, si trattava in fondo degli stessi valori della Mafia, cosicché si pensò bene di aggiornarli introducendo roba più specifica come il “valore della cittadinanza”, quello della legalità, della solidarietà, della democrazia fino all’ educazione sessuale nella variante gender per rispettare tutti ma proprio tutti e convivere felici nella “polis moderna”.

CONCLUSIONE

La mia conclusione è già nelle premesse: l’impostazione tradizionale, per quanto ne capisco, mi sembra tutto sommato più confacente alla bisogna.

E’ quella che più enfatizza la cultura e la trasmissione di un sapere, ovvero cio’ che ci differenza dagli animali.

E’ quella che scongiura dall’indottrinamento perché guarda alla vita più che a quella banda ristretta che sono i “cittadini”.

A questo punto qualcuno potrebbe opinare: e il collegamento scuola/lavoro? Oggi, diversamente da ieri, si punta molto su questo (il famoso “saper fare”), non è forse qualcosa da favorire? Non è forse questo qualcosa a cui non rinunciare?

Il mondo delle aziende difficilmente dirà di no ai regali che riceve da Babbo Natale, tappeti rossi a chi gli risparmia i costi di formazione del personale, tuttavia la mia sensazione è che tra scuola e lavoro non sia possibile alcun collegamento diretto significativo, il più efficace consiste nel tagliare gli anni di scuola entrando prima nel mondo del lavoro. Le seconda premessa, del resto, parla chiaro in merito: quando il datore di lavoro esamina i candidati, tranne casi isolati, non cerca un sapere specifico  ma un carattere, un carattere conformista. E non è forse la scuola di Aristotele quella che punta di più sui “caratteri” rispettosi e leali?

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E IL LATINO?

Bene, quanto appena detto spero mi esenti dal fornire ulteriori delucidazioni sul perché ho cambiato idea circa la questione del “latino a scuola”: il latino è un simbolo di cultura, è ostico, non serve a niente e richiede un Maestro che te lo insegni: ha le carte in regola per temprare un carattere conformista.

 

 

 

 

 

 

Una risposta a “L’ ipse dixit del ragioniere

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