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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La Kultura poi ti Kura

1 COMMESTIBILITA’?
 
Il povero Ministro Tremonti passerà alla storia per quella sua sciagurata uscita: “con la Cultura non si mangia”.
 
L’errore è evidente poiché alcuni ci mangiano e ci hanno mangiato per anni, quel che bisognerebbe appurare è se ci mangia qualcosina anche chi paga il conto che i primi hanno lasciato al ristorante. Ne dubito.
 
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2 COMPENSAZIONE

 

La relazione tra lo stato italiano è la Cultura è la storia di una continua compensazione politica e sociale.
 
Dapprima si dovette simulare un Paese inesistente ma soprattutto bisognava garantire a quella borghesia priva di potere politico un posto nella società. All’arte veniva allora affidato il compito di portare a termine ciò che la politica non era riuscita a conseguire: l’unità della nazione.
 
Dalla metà del XX secolo la cultura ha dovuto contribuire a far dimenticare la presunta “violazione di civiltà” del fascismo ma soprattutto a risarcire la sinistra dall’impossibilità di governare, un patto implicito ben accetto poichè in linea con le teorizzazioni gramsciane per cui il potere si scala realizzando dapprima una sorta di “egemonia culturale”.
 
La visione di fondo di questa impostazione è chiara: il cittadino non è un soggetto che prende in mano le sorti della società, bensì qualcuno che, per mezzo dell’arte e della cultura, deve essere salvato, liberato ed educato all’estetica.
 
3 CULTURA PER TUTTI

 

Una visione come quella appena descritta è sempre rimasta più o meno viva trovando la sua apoteosi nel programma “cultura per tutti”, reso possibile grazie alla crescita economica degli anni settanta e ottanta. Ci sono assessori che hanno costruito intere carriere politiche sull’organizzazione di “eventi” culturali.
 
La logica della “cultura per tutti” dava per scontato l’assunto che fosse l’offerta a generare i propri consumatori. Nessuno quindi si è mai peritato di chiedersi quali fossero gli interessi del pubblico non-pagante.
 
4 CULTURA DEMOCRATICA

 

La cultura in mano alla sinistra doveva essere una “cultura democratica”, ma che significato dare a questa espressione? Si è cercato di partire da un postulato che suona senz’altro bene: democrazia = libertà. Ma come tradurlo da un punto di vista estetico?
 
L’ipotesi privilegiata: tutto doveva essere lecito, ogni concetto, e, quando i concetti cominciavano a scarseggiare, ogni forma. La libertà dell’arte veniva vissuta come liberazione dell’ arbitrio dell’artista: i critici coi loro giudizi calati dall’alto dovevano perdere d’autorità e le gerarchie dovevano implodere.
 
5 CHI SOVVENZIONARE?

 

Ma “politica culturale” significa innanzitutto una cosa: sovvenzioni. Ma cosa sovvenzionare quando le gerarchie sono implose e i critici spodestati?
 
Il nocciolo della questione era la definizione di qualità. Per la sinistra d’antan “qualità” era tutto ciò che favoriva una morale nuova e contraria allo sfruttamento.
 
Si è cercato di riprendere in qualche modo di rimanere in quel solco cosicché ben presto ogni “cultura alternativa” è stata elevata al rango di “impegno civico”.
 
Dagli anni settanta, la “qualità” era tutto ciò che criticava la società. La qualità si manifestava nella distruzione dei principi artistici precedenti, cosa evidente nel free jazz, nel punk, nella pittura e nella musica classica contemporanea.
 
Come possono essere riconosciuti i maestri dell’età contemporanea, se fin dal principio ogni allievo che voglia essere preso sul serio può e deve affermare di essere lui stesso un maestro? Imparare dagli altri? Questo avveniva ieri. L’abilità è out, la tradizione ha già perso. La felicità dell’atto creativo e quella dell’esperienza sono affidate al solo individuo.
 
Finiti i tempi delle ideologie non finirono però i tempi dell’anarchia artistica. La promozione culturale del postmoderno privilegia l’eccentrico, l’originale, ciò che è spiccatamente individuale. Si incoraggia esclusivamente l’atto creativo privato e l’esperienza intima. L’arte è semplicemente un mezzo per procurarsi sensazioni straordinarie.
 
La conclusione politica di chi adotta l’estetica postmoderna è imbarazzante ma chiara: se qualcosa viene incentivato, allora tutto deve esserlo, solo così si crea un pluralismo di valori, solo così si elimina il principio di autorità.
 
E quindi, vai con l’innaffiatoio e gli aiuti a pioggia, ciò che conta è il gesto, la somma è secondaria.
 
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6 INCONVENIENTI

 

Ma spesso la conseguenza a livello sociale di questo allargamento è una perdita di significato dell’arte e delle sue opere, che si accompagna al calo della stima di cui godono gli artisti. L’ ubiquità dei prodotti artistici porta alla nausea, l’attenzione non è in grado di focalizzarsi e si perde. L’eccesso caleidoscopico di offerta ha logorato il concetto di “straordinario”. Come con il salmone: trent’anni fa mangiare salmone era il top. Oggi è quasi obbligatorio.
 
Il metodo dell’innaffiatoio crea un senso di appartenenza (sono sovvenzionato = sono riconosciuto) ma non funziona senza che vi sia una demarcazione e quindi un’esclusione di coloro che non ne beneficiano. 
 
Detto in altri termini: per avere una “massificazione della cultura” bisogna pur sempre avere una “cultura alta” che conferisca dignità al fruitore e affinché esista la cultura alta deve esistere anche la non cultura. Le gerarchie scacciate dalla porta rientrano dalla finestra.
 
7 NUOVE GERARCHIE

 

La libertà creativa abbinata al sussidio si risolve in finanziamenti a pioggia facendo emergere un bizzarro principio: siccome noi promuoviamo qualcosa, questo qualcosa è buono. È l’ingegnosa via d’uscita dal dilemma del postmoderno, è il prezzo della libertà.
 
Nella cara vecchia Europa vengono allora relegate nella zona della “non cultura» l’industria culturale d’impronta americana, le forme di cultura amatoriali, il folclore, l’intrattenimento, i videogiochi, ma soprattutto tutta quell’arte che si finanzia da sé.
 
E allora ecco profilarsi la nuova formula della demarcazione: soltanto l’arte sovvenzionata dallo stato è vera arte. Il resto è asservimento al gusto delle masse, per questo non può essere autentico. Se è vero che arte è ciò che beneficia delle sovvenzioni, allora non è arte ciò che ne fa a meno.
 
8 IL NUME

 

La sorprendente mossa ha un nume tutelare di prim’ordine: Theodor W. Adorno. Lo studioso tedesco nell’indagare i nessi tra cultura e nazismo concludeva che i semi dell’imbarbarimento erano  portati da quella che si è soliti definire l’”industria culturale” degli Stati Uniti. In fondo è lui il padre del “tutta colpa del liberismo”.
 
La tesi si sintetizzava così: “ciò che piace ha già perso!”. Guai a godere!: il piacere occulta il demonio anti-democratico. Il divertimento, con l’inevitabile alienazione che reca con sé, non è che il prolungamento del “tempo di lavoro”, ovvero di cio’ a cui dobbiamo la “falsa coscienza” della classe operaia.
 
Dunque, per Adorno i veri nemici non sono il fascismo o il nazionalsocialismo? No, il nemico della cultura è il mercato, perché riduce tutto, perfino la cultura stessa, a merce. L’arte che emerge sul mercato non solo non è arte ma è un anti-arte che distrugge il gusto e la civiltà di un popolo.
 
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9 ESITI

 

Ma torniamo a noi: dopo anni di “innaffiatoio” l’operazione “cultura per tutti” sembra aver avuto successo? Non si direbbe, a parte qualche “pellegrinaggio” (dove vanno tutti si cerca l’esperienza straordinaria), l’interesse delle giovani generazioni per le offerte sovvenzionate di cultura alta, lo sappiamo dalle statistiche, non ha voluto saperne di crescere.
 
Esempio: l’ insistita difesa dell’iper-sussidiata musica contemporanea ha generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi.
 
La cultura non è più un privilegio da tempo  – e questo non è merito di una politica culturale, bensì degli sviluppi avvenuti indipendentemente da essa: globalizzazione, internet, benessere, aumento del tempo libero – eppure non si puo’ dire che sia riuscita ad attirare l’attenzione del pubblico o a livellare le disparità.
 
Cosciente di questi fallimenti, l’infrastruttura culturale di oggi si basa su una visione pedagogica: l’educazione estetica del genere umano. Per questo assistiamo ad un Baricco che dice: “dirottiamo i soldi dalla cultura alla scuola”. Peccato che questo principio provenga dal periodo dell’aristocrazia illuminata, dall’epoca pre-democratica. Si è tornati di fatto a cio’ che si criticava senza poter rinnegare le critiche un tempo espresse.
 
10. CURE

 

Vie d’uscita?
 

Bisognerebbe partire dalla constatazione che difficilmente si forma una vera “cultura alta” se non si coltiva una vera “cultura bassa”, smettiamola di considerarla con spocchia: in passato, quel passato per molti mitologico, questo iato non esisteva o era meno accentuato. Di fatto la cultura popolare crea una base su cui costruisce poi l’artista più ambizioso, in questo senso la sua opera resta in qualche modo collegata con il gusto della massa facilitando il “salto” dal primo ambito al secondo ed evitando quell’estraniamento che invece il sussidio a pioggia ci ha fatto sperimentare.

In questo senso sono da condividere le parole di Steven Erlanger, responsabile della cultura del “New York Times”: “… il più grande handicap dell’Europa è stato quello di non occuparsi abbastanza di cultura popolare, intrattenimento, industrie creative, e mercato dell’arte… questa mi sembra la causa maggiore della stagnazione culturale che sta vivendo…”.

 

11 LETTURA CONSIGLIATA
 

Kulturinfarkt di Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knusel e Stephan Opitz

 

 

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