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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Come dire “sporco negro” in modo educato.

I chili di troppo mettono a rischio la nostra salute, cosicché, per quanto molesti, accettiamo come naturali i pressanti inviti a “mangiar bene” seguendo una dieta bilanciata. Persino il guru che pontificando dai media ci fa sentire in colpa perché non facciamo abbastanza moto è sopportato di buon grado. Siamo praticamente pronti per la soda-tax.

E qui cominciano i dubbi: anche abitare in campagna allunga la vita, tuttavia troveremmo alquanto singolare una propaganda civica che ci spingesse al trasloco facendo apparire come persona trascurata chi insiste a stare in città.

Ma c’è di più: sebbene religione e salute fisica vadano a braccetto, non mi attendo certo una pubblicità progresso tesa ad incrementare le conversioni. E voi?

Ultimo esempio: sembra anche che la vita coniugale sia decisamente più salubre, nonostante cio’ le iniziative del Ministero della Sanità volte a sponsorizzare il  matrimonio latitano. Chissà come mai?

Perchè? Perché tante incongruenze e tanto plateali?

La risposta della sociobiologia è provocatoria ma credibile: abbiamo bisogno di qualcuno da disprezzare, abbiamo bisogno di qualcuno a cui dire più o meno velatamente “sporco negro”.

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Le cose andrebbero all’incirca così: ognuno coltiva la sua immagine pubblica ed esprimere una forma simbolica di “dominio” è un modo per abbellirla. Dire a qualcuno cosa deve fare significa esprimere pubblicamente il nostro “dominio” su di lui.

Oggi non possiamo “dominare” figure come quelle del cittadino metropolitano o dell’ateo o del single, queste persone sono troppo ben piazzate nel’ élite e ci renderebbero pan per focaccia, per contro, nulla osta al disprezzo verso gli obesi poiché sono una buona metafora di povertà, indolenza e scarso auto-controllo. A loro possiamo tranquillamente dire dalla TV – come se non lo sapessero! – quel che devono fare mostrandoci e sentendoci superiori a loro.

Un libro per approfondire queste tematiche: The Obesity Myth di Paul Campos.

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