Unisex e Zerosex

Viviamo in una società asessuata dove le differenze di genere destano scandalo e, quando emergono, vanno sottaciute girandosi dall’altra parte.

Il linguaggio è sottoposto a censura dagli alacri guardiani della rivoluzione sempre pronti allo strepito, parecchie parole sono da evitare (non si dice “Uomo” ma “Umanità”), altre sono da storpiare trattenendo sorrisini imbecilli (non si dice presidente ma presidenta). Tutto deve essere asettico e conforme al nuovo stile gender-neutral.

Il principio di eguaglianza si è esteso in modi inattesi e Locke, se non si rigira nella tomba, di certo sobbalza.

La società della tolleranza, per poter meglio “tollerare”, di fatto abolisce le diversità proprio mentre le esalta a parole, a cominciare da quella tra i sessi, la più macroscopica.

Tutte le professioni sono aperte a tutti per definizione. Guai porsi delle riserve mentali. Se poi la realtà dice altro basta tacere la cosa e vedrai che tutto finirà bene.

Chi non si uniforma è chiamato ad una “presa di coscienza”. Questa è la tattica scelta.

Il secondo passo è la rieducazione dell’inadeguato. Infine, se il caso fa disperare, si opta per la marginalizzazione e, in casi che si prestano, per il pubblico ludibrio.

Le timide resistenze non fanno che radicalizzare la rivoluzione: non è più sufficiente accantonare le differenze di genere, bisogna abolirle per decreto. La società senza sessi non può permettere alla natura di fare il suo corso, anzi, la stessa natura viene abolita per decreto.

Gli esiti del grandioso progetto sono ambigui. Oggi, se un marziano approdasse sui nostri lidi, scambierebbe la donna per un “grande invalido”. Le sue capacità – che spesso sono autentiche – ricevono elogi sperticati alquanto sospetti vista la somiglianza con quelli elargiti generosamente ai   “soggetti svantaggiati” da consolare causa l’evidente disabilità; dopodichè, la dura legge (quella dei carabinieri) è costellata da “aiutini” affinché si spianino le barriere architettoniche consentendo il passaggio del minorato di turno, affinché le condizioni penose a cui costringe l’handicap siano per lo meno attenuate. Sa di cosa parlo chi recentemente si è recato al seggio per votare e ha dovuto lì per lì inventarsi un nome di donna.

Oggi, colei che si dedica alla famiglia lo fa perchè preda di un incanto malefico (Betty Friedan parlerebbe di misticismo perverso), in questo senso si ritiene che la modernità abbia dato ragione all’uomo: è sul lavoro che ci si realizza, è lì che ci si guadagna l’autonomia e la libertà di scelta. L’indipendenza è tutto e per farlo bisogna imitare l’uomo, questo il messaggio femminista.

Però, bisogna pur dire che la cosa nel suo complesso ha funzionato e il progetto – nonostante un fastidioso basso continuo a suon di lagne  – è andato in porto alla grande: una societá pacifica e ben ordinata può sacrificare senza costi la virilità: le virtù che si esprimono quando saltano le regole non servono a granché in una società razionale e ben programmata come quella in cui viviamo.  Il simbolo del nostro tempo è il borghese, un tale che si contrappone frontalmente all’uomo virile, un tale che si avvale di calcolo&astuzia lasciando da parte forza&coraggio. Difficile sostituire un guerriero con una guerriera, molto più facile sostituire il borghese con la “borghesa”. Il mondo del lavoro è oggi particolarmente accogliente per le donne, l’educata brain-society riserva loro posti di vertice, l’ovattato e giocoso mondo della scuola, poi, le vede primeggiare da tempo.

Ma la virilità, che è il granello di sabbia nell’ingranaggio, rispunta minacciosa altrove: l’uomo – che cafone! – sembra poco interessato alla cura domestica, in casa non collabora (anche quando non ha mai collaborato tanto dai tempi di Adamo). Lui non lo dice ma molti indizi lasciano trapelare questa sua sediziosa preferenza. Va ritoccato al più presto, bisogna fargli il tagliando e varare l’ennesimo “uomo nuovo”.

In effetti, la cosa è piuttosto imbarazzante: la donna lavora quanto un uomo ma l’uomo non spolvera quanto una donna. Che si fa? Alla lunga tutto cio’ diventa un problema. Il mondo dei mestieri si è femminilizzato ma il focolare non si è mascolinizzato. E come avrebbe mai potuto?

Certo, quando i terroristi abbattono le Torri chiamiamo in soccorso i virili pompieri che si sacrificano carbonizzandosi, ma parliamo di eccezioni, la virilità di solito non ci serve più una volta usciti dai cinema dove John Wayne fa ancora la sua porca figura. Eppure, poiché non si puo’ farla sparire con la bacchetta magica, la virilità rispunta perturbando il grande progetto della neutralità di genere.

Rispunta non invitata presso il focolare domestico, traspare nella noia con cui il papà cambia l’ennesimo pannolino o cucina la minestrina d’ordinanza. La stessa donna non riesce ad apprezzare fino in fondo il compagno effeminato intento tutti i giorni a nettare puntiglioso gli interstizi delle mensole (che poi rimira con gli occhi lucidi) o a decorare il soggiorno con tendine fucsia da lui ricamate (con amore).

L’uomo virile, dopo aver visto una partita con gli amici virili, non sembra particolarmente perturbato dalle condizioni del salotto, mentre a lei che rientra trafelata dall’ennesimo straordinario sul lavoro basta gettare un’occhiata a quello “spettacolo” per farle spuntare un capello bianco. Sì, lui se ne rende conto, bisognerebbe rassettare, o almeno spingere i mozziconi sotto il tappeto, bisognerebbe raccattare i bicchieri luridi delle coche e metterli nel lavello (lavarli sarebbe troppo!), ma perché farlo adesso quando si puo’ farlo domani o dopodomani? In fondo che fastidio danno? Lei invece no, deve farlo ora e, colmo dei colmi (per lui), deve farlo anche e soprattutto perché “domani viene la donna delle pulizie” che potrebbe pensar male. E si badi bene, non si tratta, da parte di lui, di pensieri opportunisti fatti nella speranza di scaricare il barile a terzi (anzi a terze), si tratta di progetti concreti che nell’appartamento di uno scapolone trovano regolare e “concreta” attuazione (chiedere alla suddetta donna delle pulizie).

Insomma, la donna è entrata trionfalmente nel mondo del lavoro ma l’uomo è riluttante ad entrare in casa e a starci per ore ed ore. Il focolare è una gran cosa… ma alla fine ci si rompe maledettamente i coglioni! Se proprio non c’è niente da fare, se proprio i terroristi non si fanno più vivi, allora meglio il bar, o qualche succedaneo. Questo crea un sacco di problemi alla donna: problemi sul lavoro e a casa.

Il femminismo ha trasformato quelle che dovevano essere “opportunità ulteriori” in doveri da adempiere se non si vuole tradire la causa, cosicché le donne si sono caricate d’incombenze nuove senza poter adeguatamente trasferire le vecchie, tutto cio’ le rende un po’ più infelici delle loro mamme e molto più infelici delle loro nonne, e forse anche meno libere (poiché essere obbligate a fare quel che si vuole fare non è una drammatica perdita di libertà). All’incasso passano invece taluni maschi che sorseggiano le loro birre stravaccati sul divano dalle cinque del pomeriggio (il progresso garantisce loro le 6/8 ore con sabato libero) a sera inoltrata: si godono  “il riposo del guerriero” senza aver mai combattuto nessuna guerra.

Possiamo allora comprendere il nostro mondo come sottoposto ad una doppia “vendetta della virilità”. C’ è una prima vendetta obliqua: la virilità addomesticata si mostra poi riluttante a sopportare la vita domestica (portata al pozzo con la forza, si rifiuta poi di bere). Ma si vendica anche in modo diretto: l’avvento sulla scena politica di certi personaggi come Trump, Salvini, Putin, Grillo o Jack Ventura… potrebbe essere spiegato anche così, come desiderio recondito del maschio frustrato e in cerca di un “atto di forza”. 

CHIR

Fin qui i problemi. Ora le soluzioni.

Che fare?

C’è chi punta tutto sul “congedo di paternità obbligatorio“!: oltre a portarti al pozzo ti faccio bere ficcandoti in bocca un bell’ imbuto. Così impari.

Posso dirlo? Sono scettico, molto scettico. Oltre ad essere allergico ai campi di rieducazione (anche se quest’ultimo non sembra più essere un argomento dotato del mordente che aveva quando tutti insieme combattevamo il comunismo maoista).

C’è chi vorrebbe tornare indietro ai bei tempi andati del patriarcato.

La vedo dura, molto dura.

C’è chi punta sul formalismo tipico delle società libere: viviamo pure da asessuati in pubblico ma recuperiamo poi senza vergogna la nostra identità sessuale in privato, con tutti i distinguo del caso. Separiamo immagine e sostanza.

Un po’ è già quello che già succede, ma resta un progetto schizofrenico.

C’è chi auspica la guerra (quella vera intendo, naturalmente “giusta”, magari contro i terroristi barbuti) come igiene del mondo.

L’ho già sentita!

C’è chi dice: “il rischio ci salverà”. In fondo, la società commerciale non è necessariamente asessuata, la virilità puo’ trovare un suo posto, l’esposizione al rischio richiede o no testosterone a secchiate? Si torni allora alla figura dell’imprenditore eroico. Basta con reti, materassi, bail out, spintarelle, salvataggi, salvagenti, salvavita, sussidi, soccorsi, aiutini, aiutoni, garanzie, tutele, redditi minimi, redditi massimi: uno su mille ce la fa e chi cade che si schianti pure e cerchi, se lo trova, un buon samaritano che lo sorregga.

Ci sto. Voto l’ultima ipotesi.

CHIRIC

 Il libro su cui ho maturato questa riflessione è Manliness di Harvey C. Mansfield (che propone la soluzione formalista)

P.S. In uscita un libro che sostiene il legame tra società gender-neutral ed estremismo politico: The Fate of Gender: Nature, Nurture, and the Human Future Hardcover – June 7, 2016 di Frank Browning.

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